Key4Biz anticipa l’incubo del WSJ: “Trump può bloccare all’UE i servizi digitali USA con ordine esecutivo”

Arrivare 8 mesi prima del Wall Street Journal non capita tutti i giorni. 

Key4Biz ha messo in guardia l’Italia e l’Europa dai rischi legati alla dipendenza digitale da Paesi e aziende extra-UE già da novembre 2024 quando abbiamo dato vita alla Community per l’indipendenza digitale e 8 mesi fa abbiamo realizzato questa edizione straordinaria del nostro TG dal titolo “Se Trump dovesse “chiudere” Internet all’UE con un ordine esecutivo? Ecco lo scenario possibile”

Il nostro TG iniziava con questa immagine:

Indipendenza-digitale

8 mesi dopo, e precisamente il 24 gennaio scorso, il Wall Street Journal, con un articolo da Davos, in pieno World Economic Forum, ha titolato: “L’Europa si prepara a uno scenario da incubo: gli Stati Uniti bloccano l’accesso alla tecnologia”. 

E il cuore dell’articolo è il seguente messaggio: “Lo scenario peggiore per i funzionari europei? Un ordine esecutivo della Casa Bianca che blocchi l’accesso della regione ai data center o ai software di posta elettronica di cui aziende e governi hanno bisogno per funzionare”.

Quindi, dopo le minacce di Trump alla Groenlandia i funzionari della Commissione europea stanno lavorando, finalmente, per favorire a livello normativo l’indipendenza digitale europea almeno in alcuni settori critici e strategici, come:

  • cloud, satelliti e sistemi di comunicazione satellitari, sistemi AI, infrastruttura pubblica digitale e infrastrutture digitali
  • fibra, 5G e 6G
  • High-Performance Computing, chip, semiconduttori e chip quantistici

Tutti questi settori sono contenuti nella risoluzione “Sovranità tecnologica europea e infrastrutture digitali” approvata dal Parlamento europeo il 22 gennaio scorso. 

La risoluzione, con relatrice Sarah Knafo, speaker al nostro evento “Indipedenza digitale di maggio 2025”, ora invita la Commissione europea a darsi una mossa e, concretamente, a stabilire un elenco di dipendenze critiche e a promuovere “l’uso di criteri di aggiudicazione specifici negli appalti pubblici nei settori in cui esistono queste dipendenze digitali critiche”.

“Almeno il 50% della spesa pubblica digitale verso fornitori europei entro il 2030”

Dar vita al procurement pubblico con il principio “buy european” è la vera svolta. È il vero game changer per l’indipendenza digitale.

“Almeno il 50% della spesa pubblica digitale verso fornitori europei entro il 2030. Spendiamo due trilioni l’anno in appalti pubblici, usiamoli come politica industriale”, è l’esortazione di Francesca Bria, fondatrice di Eurostack.

E poi le altre leve da mobilitare per creare sia innovazione nel mercato unico sia per far crescere le alternative digitali europee sono: i fondi pensione, fondi sovrani e capitale privato, che sono stati i veri motori della Silicon Valley.

Qualcosa inizia a muoversi

Tre giorni fa, Roma e Berlino hanno firmato accordi su AI, Cybersicurezza, Spazio e Energia per “ridurre”, ha detto la premier Giorgia Meloni, “dipendenze strategiche”.

E poi ha fatto già scuola l’annuncio di Airbus, di iniziare a ridurre per l’80% la dipendenza dal cloud USA.

La sua vicepresidente per gli Affari digitali del colosso europeo dell’aeronautica, Catherine Jestin, ha annunciato la volontà del gruppo di affidare l’80% dei dati a un cloud sovrano europeo con l’obiettivo esplicito di ridurre l’esposizione a norme Usa come il Cloud Act: la legge del 2018, nata con la prima amministrazione Trump, che può obbligare i provider cloud sotto giurisdizione americana a consegnare alle agenzie USA i dati, anche se quei dati sono conservati in Europa. 

La “call” si aprirà da questo mese e vale oltre 50 milioni di euro su un orizzonte fino a dieci anni.

A chi dice “ma esistono valide alternative europee alle big tech?”, rispondete citando i seguenti numeri, suddivisi per categorie e disponibili a questa pagina. Abbiamo aziende europee che offrono servizi di web analytics, cloud, CDN, email, VPS, AI, ecc…

Mattarella e Macron: “Non essere vassalli”

“La nostra volontà è chiaramente quella di fare tutto il possibile per costruire campioni europei“, ha dichiarato Macron al vertice tedesco sulla sovranità digitale. “Non vogliamo essere vassalli”, ha detto il Presidente francese.

La stessa parola è stata usata dal presidente Mattarella in questo videomessaggio inviato nel 2025 al Forum Ambrosetti: “Non dobbiamo soccombere alla favola della superiorità dei regimi autocratici” che ci vogliono ridurre a “nemici, avversari, vassalli o clientes”.

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Nasce TikTok Usa, Adam Presser nuovo CEO. Trump: “Ringrazio il presidente cinese Xi per aver collaborato con noi”

TikTok non sarà bannata negli Stati Uniti e mette fine a una lunga partita politica e regolatoria iniziata nel 2020. ByteDance, la società cinese che controlla il social network, ha raggiunto un accordo con un gruppo di investitori non cinesi per creare TikTok USDS Joint Venture LLC, una nuova entità a maggioranza americana.

TikTok, in un comunicato, ha annunciato alla guida della nuova società ci sarà Adam Presser, finora responsabile delle operazioni e delle politiche di trust and safety di TikTok. L’attuale CEO Shou Chew manterrà un ruolo di primo piano entrando nel consiglio di amministrazione. La struttura azionaria vede tre investitori principali – Oracle, Silver Lake e la società di investimento MGX di Abu Dhabi – con una quota del 15% ciascuno, affiancati da altri investitori, tra cui la family office di Michael Dell.

Secondo TikTok, la joint venture opererà come entità indipendente e sarà soggetta a una serie di salvaguardie pensate per rispondere alle preoccupazioni di sicurezza nazionale sollevate negli ultimi anni dal governo statunitense. Le misure riguarderanno la protezione dei dati degli utenti americani, la sicurezza degli algoritmi, la moderazione dei contenuti e le garanzie sul software utilizzato.

Il consiglio di amministrazione sarà composto da sette membri e includerà rappresentanti del mondo tecnologico e finanziario, tra cui dirigenti di Oracle, Silver Lake, MGX e DXC Technology. Una governance pensata per rafforzare il controllo statunitense sull’operatività della piattaforma.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha accolto con favore l’annuncio di una joint venture negli Stati Uniti e ha ringraziato il suo omologo cinese Xi Jinping per aver approvato la soluzione. “Sono così felice di aver contribuito a salvare TikTok!” ha scritto Trump sul suo account social Truth. “Vorrei anche ringraziare il presidente cinese Xi per aver collaborato con noi e aver infine approvato l’accordo”, ha aggiunto.

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AI, Cyber, Spazio ed Energia, asse Roma-Berlino per l’indipendenza digitale

Meloni e Merz firmano diversi accordi, focus su AI, Spazio, Difesa, cyber, infrastrutture critiche (anche sottomarine) ed energia

Il vertice intergovernativo di Villa Pamphilj segna un passaggio rilevante nei rapporti tra Italia e Germania. L’Accordo sulla cooperazione rafforzata in materia di sicurezza, Difesa e resilienza firmato dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal Cancelliere tedesco Friedrich Merz non è soltanto un’intesa politico-militare, ma una dichiarazione di intenti sul futuro tecnologico e industriale dell’Europa.

Nel testo emerge con chiarezza una consapevolezza condivisa: le grandi sfide geopolitiche contemporanee – dalla competizione tra potenze alla protezione delle democrazie europee – si giocano sempre più sul terreno dell’innovazione tecnologica, del digitale e delle infrastrutture critiche, ma anche sulla capacità concreta di sapere difendere tutto questo e renderlo resiliente alle minacce ibride del nostro tempo.

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Sul sito del Governo italiano sono scaricabili i seguenti documenti:

Intelligenza artificiale (AI) e architetture data-centriche

Pur senza citare esplicitamente l’AI come tecnologia autonoma, l’accordo colloca l’intelligenza artificiale al centro delle future capacità europee attraverso il riferimento a architetture data-centriche, sistemi autonomi e addestramento avanzato. Italia e Germania intendono cooperare nello sviluppo di sistemi unmanned e autonomi, nell’elaborazione dei dati e nell’integrazione digitale delle forze armate, ambiti in cui l’AI rappresenta un moltiplicatore strategico di efficacia.

DA SINISTRA, LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI E FRIEDRICH MERZ CANCELLIERE GERMANIA

L’approccio è coerente con l’evoluzione delle dottrine NATO ed europee: interoperabilità, standardizzazione e capacità di decision-making rapido basato su grandi volumi di dati.

L’altro documento pubblicato da Palazzo Chigi, relativo al “Piano d’Azione Italia-Germania per la cooperazione strategica bilaterale ed europea”, punta invece a rafforzare la cooperazione su cloud, identità digitale, ecosistemi di dati federati e tecnologie quantistiche, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza europea da fornitori extra-UE.

Particolare rilievo assume la partecipazione congiunta a iniziative come Manufacturing-X, la rete dei European Digital Innovation Hubs e il programma Digital Decade 2030.
Il messaggio è chiaro: senza controllo su dati, infrastrutture e standard digitali, non può esistere una vera sovranità europea.

Cybersecurity e resilienza digitale

Uno dei pilastri più solidi dell’accordo riguarda il cyber. Roma e Berlino si impegnano a rafforzare la cooperazione contro le minacce ibride, il cybercrime e le interferenze straniere, utilizzando strumenti UE come la cyber-diplomacy toolbox e sviluppando progetti comuni di capacity building.

È previsto anche un rafforzamento dello scambio di informazioni, fino alla possibilità di ufficiali di collegamento presso i rispettivi Cyber Command. L’obiettivo è costruire una vera resilienza digitale europea, capace di proteggere istituzioni democratiche, economie e cittadini.

l capitolo su cybersecurity e minacce ibride è uno dei più articolati. Italia e Germania puntano a rafforzare lo scambio di informazioni, la protezione delle infrastrutture critiche e lo sviluppo di tecnologie dual-use per la cyber-difesa.

L’attenzione si concentra su protezione di reti digitali, energetiche e di trasporto, contrasto a disinformazione e interferenze straniere, sperimentazione di architetture di comando e controllo multi-dominio.

Il cyber non è più un settore separato, ma il collante che tiene insieme sicurezza, economia e democrazia.

Infrastrutture strategiche e cavi sottomarini

Particolarmente rilevante è l’attenzione alle infrastrutture critiche, comprese quelle sottomarine. L’accordo dedica un focus specifico alla protezione dei cavi e delle infrastrutture subacquee (Critical Undersea Infrastructure), riconosciute come nervature vitali della connettività globale, dell’economia digitale e della sicurezza energetica.

Italia e Germania intendono condividere analisi di rischio, lezioni apprese tra Baltico e Mediterraneo e coordinare addestramento e risposta operativa, in un contesto internazionale segnato da crescenti episodi di sabotaggio e interferenza.

LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI, FRIEDRICH MERZ CANCELLIERE GERMANIA

Spazio e sovranità europea

Lo Spazio è un altro asse strategico dell’intesa. I due Paesi puntano a rafforzare la capacità di operare congiuntamente nello spazio, migliorando interoperabilità, standard tecnici e dottrina operativa.

Il Piano prevede:

  • cooperazione industriale nel progetto BROMO (Airbus, Thales Alenia Space, Leonardo),
  • rafforzamento di Galileo con i centri di controllo di Fucino e Oberpfaffenhofen,
  • supporto al dispiegamento della costellazione IRIS².

Un punto chiave è lo sviluppo di connettività satellitare come alternativa e complemento ai cavi sottomarini, per ridurre i rischi legati a sabotaggi e interruzioni delle infrastrutture fisiche.

Per questo, l’accordo punta a stringere dialoghi bilaterali strutturati, scambio di ufficiali di collegamento e lo sviluppo di infrastrutture spaziali flessibili e scalabili. Un passaggio chiave riguarda il rafforzamento dell’industria spaziale europea, anche attraverso iniziative come BROMO, che ambisce a creare veri campioni industriali continentali.

Energia e sicurezza delle reti

Nel contesto del sostegno all’Ucraina e della resilienza europea, l’intesa riconosce il valore strategico delle infrastrutture energetiche e della loro protezione, inclusa la dimensione cyber.
AI, spazio, cyber, energia e infrastrutture digitali non sono più politiche settoriali, ma strumenti di politica estera, industriale e di sicurezza.

Energia e digitale emergono come due facce della stessa medaglia: senza reti sicure e sistemi intelligenti, non esiste autonomia strategica.

Asse tecnologico Roma-Berlino, Parigi tagliata fuori?

Il vertice bilaterale Italia-Germania in corso oggi a Roma, tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz, rafforza la cooperazione su competitività dell’Unione europea, quindi come detto anche su Difesa, energia e industria, con la firma di circa dieci accordi.
Pur criticando le difficoltà della Commissione eurpea, guidata da Ursula von der Leyen, e proponendo riforme non rimandabili, non mira esplicitamente a escludere la Francia, ma certo riflette in maniera chiara tensioni preesistenti tra Berlino e Parigi.

Il vertice romano include, come visto, un piano d’azione strategico, un’intesa su sicurezza e un documento sulla competitività, che saranno presentati al Consiglio UE del 12 febbraio, chiedendo di fatto meno burocrazia, più industria manifatturiera e un rilancio del dialogo con gli Stati Uniti. Italia e Germania, principali economie manifatturiere dell’Unione, condividono una visione simile su diversi temi critici, come migrazione, Africa e transizioni energetiche, in cui ricade l’idrogeno con il Corridoio South H2.

La stampa tedesca nota nei documenti congiunti un “cambio di baricentro” con Roma, che potrebbe prendere il posto di Parigi. Un cambio dovuto a “rapporti tesi” tra Germania e Francia, ma l’asse italo-tedesco è descritto come “complementare” al rilancio europeo, non come intenzionale marginalizzazione della Francia.

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Grok (l’AI di Elon Musk) ha inondato X con 3 milioni di immagini sessualizzate in pochi giorni

Ormai Elon Musk rappresenta un problema per il mondo. L’uomo più ricco del mondo può inondare il web di deepfakes a sfondo sessuale, consentendo l’alterazione di immagini di donne e bambini in pose esplicite senza consenso. Un’aberrazione contro cui la Ue non è ancora intervenuta. Oggi, il New York Times ha pubblicato numeri sconvolgenti:

Grok crea immagini porno da immagini vere

Grok, il chatbot di intelligenza artificiale di Elon Musk, ha creato e poi condiviso pubblicamente almeno 1,8 milioni di immagini sessualizzate di donne, secondo stime separate di X e dati del New York Times e del Center for Countering Digital Hate.

A partire da fine dicembre, gli utenti della piattaforma di social media hanno inondato l’account X del chatbot di richieste di alterare foto reali di donne e bambini per spogliarli, metterli in bikini e metterli in posizioni sessuali, scatenando una protesta globale da parte delle vittime e delle autorità di regolamentazione.

Grok ha pubblicato 4,4 milioni id immagini in 9 giorni

In soli nove giorni, Grok ha pubblicato oltre 4,4 milioni di immagini. Un’analisi del New York Times ha stimato prudentemente che almeno il 41% dei post, ovvero 1,8 milioni, contenesse immagini sessualizzate di donne. Un’analisi più ampia del Center for Countering Digital Hate, utilizzando un modello statistico, ha stimato che il 65%, ovvero poco più di tre milioni, contenesse immagini sessualizzate di uomini, donne o bambini.

La portata dell’abuso è profondamente preoccupante. Uno strumento specificamente sviluppato a questo scopo è la definizione letterale di rischio sistemico contenuta nel Digital Services Act.

Queste immagini sono illegali in quasi tutti gli stati membri dell’UE. Ma ancora nessuna indagine.

Immagini spazzatura senza precedenti

I risultati mostrano la rapidità con cui Grok ha diffuso immagini inquietanti, che in precedenza avevano spinto i governi di Gran Bretagna, India, Malesia e Stati Uniti ad avviare indagini per verificare se le immagini violassero le leggi locali. Secondo l’analisi del Times e degli esperti in materia di molestie online, l’ondata di immagini non consensuali in pochi giorni ha superato quella delle raccolte di deepfake a sfondo sessuale, o immagini realistiche generate dall’intelligenza artificiale, provenienti da altri siti web, il più grande dei quali Mr. Deepfakes costretto a chiudere nel 2023.

Ondata di sdegno e proteste delle vittime

Elon Musk, al contrario, se l’è cavata bloccando il servizio gratuito di sessualizzazione delle immagini lo scorso 8 gennaio, dopo l’ondata di proteste da parte di utenti bersaglio della falsificazione delle loro immagini. L’ondata di foto sessualizzate è partita dopo che lo stesso Musk ha pubblicato una foto di se stesso in bikini il 31 dicembre e di un razzo di SpaceX cavalcato da una donna nuda, spingendo centinaia di migliaia di utenti a fare richiesta.

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Garante Privacy, perché in Parlamento non si vota per il successore di Scorza?

Garante, si metta fine allo stato di incertezza.
Antefatto: sei giorni fa, il 17.1.2026, si dimetteva Guido Scorza, componente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali.
Situazione attuale:
Il presidente, Stanzione, era tenuto a darne immediata comunicazione ai presidenti di Camere e Senato, per l’elezione del nuovo componente (art. 4.7 reg. 1/2000 GPDP). È stato fatto? Nessun aggiornamento sul sito dell’Autorità, né su quelli del Parlamento.

Le dimissioni hanno effetto quando sono accettate dal Garante (art. 4.6 reg. 1/2000 GPDP), anche qui nessuna notizia di aggiornamento e il profilo di Guido Scorza è regolarmente presente, al momento in cui si scrive, sul sito dell’Authority alla pagina dedicata ai membri del Collegio: https://lnkd.in/dShhSYbQ.

Sono valide le decisioni di un Collegio di tre membri? Assai dubbio: un conto è la mancata presenza di uno dei componenti che regolarmente lo compongono (art. 5.5, reg. cit.), altro è l’inesistenza giuridica del quarto componente, perché il Collegio è diventato di sole tre persone. A norma dell’art. 153.1 cod. privacy, “il Collegio è costituito da quattro componenti“, non da tre.

Né credo si possa prolungare ad infinitum un atto di mera forma come l’accettazione delle dimissioni o non darne notizia sul sito istituzionale. È di mera forma, perché non è neppure collegato con la già detta comunicazione immediata al Parlamento affinché si proceda all’elezione del nuovo componente.

Quanto si può seriamente pensare di prolungare questo stato di incertezza? L’immagine dell’Authority, già irreparabilmente compromessa non solo agli occhi dei cultori della materia ma a quelli dell’opinione pubblica, ha bisogno di ulteriori ferite?

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Lotta all’immigrazione: record arresti dell’ICE negli Usa

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

In un anno +65% detenuti, 70.805 solo a dicembre 2025. I morti in custodia 30

Le immagini degli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) a volto coperto, armati e in azione su SUV senza insegne stanno facendo il giro del mondo. A portarle al centro dell’attenzione internazionale è stato l’omicidio di Renee Nicole Good, 37 anni, uccisa il 7 gennaio 2026 a Minneapolis durante un’operazione dell’Ice. I video diffusi sui social hanno trasformato quello che doveva essere un intervento locale in un caso globale.

E la tensione non si è fermata lì: nei giorni successivi l’Ice ha ferito un immigrato venezuelano, mentre lo scontro politico è salito di livello, con il presidente Donald Trump che si è detto pronto a invocare l’Insurrection Act e un conflitto aperto tra Casa Bianca, sindaco e governatore. Minneapolis è diventata così il simbolo di un dibattito molto più ampio sulle modalità operative e sull’uso della forza da parte della polizia dell’immigrazione statunitense.

Ice, nuova linea dura sull’immigrazione

Quello che oggi finisce sotto i riflettori non nasce dal nulla. È il risultato di una stretta fortemente voluta da Donald Trump, rivendicata anche sul piano simbolico. Basta guardare la home page dell’Ice, con lo zio Sam che punta il dito e invita a “servire il Paese”, per capire il messaggio: presenza, controllo, azione. L’amministrazione Trump ha rafforzato l’azione di contrasto all’immigrazione irregolare, dando all’ICE più spazio operativo e più margine di intervento.

Il risultato è stato un aumento degli arresti, delle detenzioni e dei rimpatri, accompagnato da una presenza più visibile degli agenti sul territorio, soprattutto nelle strade delle città con sindaci e governatori del partito Democratico. Nel 2025, primo anno del ritorno di Trump alla Casa Bianca, le persone detenute dall’Ice sono aumentate del 65% in dodici mesi, passando da 40.806 a fine 2024 a 70.805 a dicembre 2025. È il livello più alto mai registrato dalla nascita dell’agenzia.

Quanti sono gli immigrati negli Stati Uniti

Prima di parlare di controlli, arresti e deportazioni, c’è un dato che spesso viene ignorato, ma che Donald Trump ha portato al centro dell’agenda politica e amministrativa. Negli Stati Uniti vivono 51,9 milioni di immigrati. È il 15,4% della popolazione, quasi una persona su sette (dato di giugno 2025). Un numero che viene spesso evocato come emergenza, ma che in realtà descrive una componente ormai strutturale del Paese.

Ed è qui che serve una distinzione netta. Questi 51,9 milioni non coincidono con l’immigrazione irregolare. Dentro ci sono cittadini naturalizzati, persone con visti o permessi regolari e anche immigrati senza documenti, stimati in 14 milioni nel 2023. Il loro peso emerge ancora di più guardando al lavoro: nel complesso, gli immigrati rappresentano il 19% della forza lavoro statunitense.

Ice, una crescita senza precedenti

La crescita dell’Ice e la sua spinta continua agli arresti non è arrivata tutta insieme, né da un giorno all’altro. È stata una salita costante, giorno dopo giorno, mese dopo mese. A gennaio 2025 le persone detenute erano 42.865, già molte di più rispetto alla fine dell’anno precedente. Poi, con l’avvicinarsi dell’estate, il ritmo cambia. Tra giugno e luglio viene superata per la prima volta la soglia dei 60.000 detenuti, un livello che negli anni precedenti non era mai stato raggiunto.

Da lì in poi la corsa non si ferma più. In ottobre il totale sfiora i 70.000 detenuti, fino ad arrivare al picco di 70.805 persone in detenzione a dicembre 2025. Il confronto con il passato chiarisce meglio di qualsiasi commento quanto il salto sia stato netto. Nel 2023 i detenuti oscillavano tra 26.000 e 38.000, mentre nel 2024 il numero si era stabilizzato tra 39.000 e 41.000. Il 2025 rompe questo equilibrio e segna una accelerazione senza precedenti, che di fatto cambia la scala. E mette sulla bocca, o forse sarebbe meglio dire vista la viralità di certi video sui cellulare di tutti, questo particolare corpo di polizia.

ICE e criminalità: cosa dicono i dati

La narrazione dell’amministrazione Trump presenta gli arresti dell’Ice come un’operazione mirata contro criminali pericolosi. I numeri, però, raccontano un’altra realtà. A gennaio 2026, oltre il 40% delle persone detenute non ha alcuna condanna penale né procedimenti giudiziari in corso. Dodici mesi prima, a gennaio 2025, questa stessa categoria rappresentava appena il 6%.

Il punto è questo: l’aumento delle persone finite in detenzione non equivale alla rimozione di criminali pericolosi dalle strade americane. I numeri indicano piuttosto l’ingresso nei centri dell’Ice di persone coinvolte in reati minori, come infrazioni stradali, o in violazioni amministrative delle norme sull’immigrazione: un visto scaduto, un permesso di soggiorno non rinnovato, la perdita dello status legale dopo un cambio di lavoro o il mancato rispetto di una procedura burocratica. Non rapine, non aggressioni, non traffico di droga. L’aumento delle detenzioni consente, però, a Donald Trump di rivendicare una linea dura sull’immigrazione, parlare il linguaggio della sicurezza e rafforzare il consenso presso la sua base elettorale.

Impennata anche di morti in carcere

Nel 2025, mentre le persone detenute crescono a ritmi record, anche il numero delle morti in custodia sale: 30 decessi secondo i dati ufficiali. In entrambi i casi è un livello che non si vedeva da oltre vent’anni. Per capire quanto il dato sia fuori scala basta guardare indietro: nel 2004 i morti erano 32, poi il numero era sceso fino a 5 nel 2021, 3 nel 2022, 7 nel 2023 e 11 nel 2024. Il 2025 interrompe bruscamente questa traiettoria e riporta il conto annuale tra 30 e 32 decessi, in parallelo con l’espansione senza precedenti del sistema detentivo.

Dentro questo totale ci sono anche picchi improvvisi che raccontano la fragilità del sistema. Settembre e dicembre 2025 registrano 6 morti ciascuno. Le cause sono diverse: crisi epilettiche, complicazioni dopo interventi chirurgici, insufficienza cardiaca, suicidi, fino alla violenza armata, come nel caso dell’attacco avvenuto in un centro di detenzione a Dallas che ha causato la morte di due persone. E i numeri del nuovo anno non promettono niente di buono: nei primi 9 giorni del 2026 ci sono già 4 decessi in custodia.

La spesa federale per l’immigrazione

Nel 2025 al controllo dell’immigrazione e delle frontiere sono destinati 33,93 miliardi di dollari, pari a circa due terzi dell’intera spesa federale per le forze di polizia. È una cifra che da sola racconta una scelta politica netta. Per rendere l’idea della sproporzione basta guardare agli altri capitoli: alle grandi indagini federali e al contrasto al terrorismo vanno 4,21 miliardi, alla lotta contro il traffico di droga 2,57 miliardi, alla protezione del presidente e delle istituzioni 3,31 miliardi. Il contrasto all’evasione fiscale e ai reati finanziari si ferma sotto 1 miliardo. Immigrazione e confini, da sole, assorbono più risorse di tutti questi fronti messi insieme.

Dentro quei 33,93 miliardi c’è un apparato enorme e articolato. 19 miliardi finanziano il controllo diretto delle frontiere, 10 miliardi servono per arresti, detenzione e deportazioni, 3,2 miliardi coprono uffici e strutture centrali della sicurezza interna, 281 milioni vanno alla gestione amministrativa delle pratiche migratorie e circa 2,2 miliardi finanziano il pattugliamento marittimo. Ma questa è solo la spesa “ufficiale”. In parallelo, migliaia di agenti di altre forze federali e risorse militari vengono dirottati verso il controllo migratorio, facendo salire il costo reale.

L’immigrazione prima di tutto

Il confronto con gli altri ambiti è impietoso: l’immigrazione riceve 36 volte più fondi rispetto ai reati fiscali, 21 volte più del controllo sulle armi, 13 volte più della lotta alla droga, 10 volte più della protezione delle istituzioni e 8 volte più della polizia federale investigativa. E la traiettoria non si ferma qui: una nuova legge federale prevede 168 miliardi di dollari aggiuntivi nei prossimi anni, segno che questa priorità non è temporanea, ma strutturale.

Fonte: US Immigration and Customs Enforcement, Congressional Budget Office
I dati sono aggiornati al 2025

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Bandinelli (Aruba Cloud): “L’AI cresce, la sua governance dovrebbe restare sotto regolamentazione europea”

Secondo l’ultimo report dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, nel 2024 il mercato italiano dell’AI ha raggiunto 1,2 miliardi di euro, con una crescita del 58% rispetto all’anno precedente.  Per anni l’intelligenza artificiale è stata raccontata come la prossima grande rivoluzione tecnologica, ma questi dati dimostrano come non sia più una promessa: è un’infrastruttura invisibile che influisce su processi decisionali, servizi pubblici, sicurezza, sanità, industria e comunicazione. La vera domanda non è più se adottarla, ma come farlo in modo sostenibile, sicuro e coerente con i valori e le regole europee.

In questo scenario, una distinzione sta diventando sempre più marcata: quella tra public AI e private AI. La prima è potente, immediatamente accessibile e altamente scalabile, ma si basa su infrastrutture e modelli che non sono direttamente controllati da chi li utilizza. I dati inviati per l’elaborazione possono transitare o risiedere fuori dal perimetro giuridico europeo e, in molti casi, il livello di trasparenza su conservazione e utilizzo delle informazioni rimane limitato.

La private AI, al contrario, è progettata per operare in ambienti dedicati e protetti, su infrastrutture riservate e sotto il pieno controllo dell’organizzazione che la adotta.

Questo significa sapere esattamente dove risiedono i dati, chi può accedervi e in quale contesto normativo avviene ogni fase del processo. È questo livello di governabilità che garantisce standard più elevati di sicurezza, riservatezza e conformità.

Non si tratta di una scelta ideologica, ma di una necessità pratica: sempre più realtà pubbliche e private stanno capendo che non tutti i dati possono essere affidati a piattaforme globali. In particolare, nei settori che gestiscono informazioni sensibili o critiche – sanità, finanza, giustizia, difesa e pubblica amministrazione – la private AI è un passaggio inevitabile.

A questi aspetti si aggiunge anche una maggiore controllabilità dei costi: mentre l’interazione con servizi di AI pubblici a consumo può generare spese variabili e difficili da prevedere, una piattaforma privata consente di lavorare su un perimetro economico chiaro e anche scalabile, rendendo più semplice pianificare investimenti e risorse.

Questa consapevolezza, tuttavia, apre un tema ancora più ampio che riguarda il ruolo stesso dell’Europa nello scenario digitale globale poiché mentre l’AI cresce, la sua governance dovrebbe restare sotto regolamentazione europea.

È qui che entra in gioco un concetto destinato a diventare sempre più centrale: quello del sovereign by design. Non basta che i dati “stiano” in Europa, è necessario che siano anche gestiti, protetti e governati da un ecosistema costruito fin dalla progettazione secondo principi di sovranità.
Questo significa infrastrutture localizzate sul territorio europeo, catene di gestione trasparenti, conformità alle normative comunitarie, totale indipendenza da legislazioni extraeuropee e controllo diretto su hardware, software e processi.

La Private AI non può esistere senza una vera sovranità digitale. Servono data center, cloud, capacità di calcolo e storage progettati per operare in contesti riservati, isolati e sicuri. Si tratta di un cambio di paradigma che va ben oltre la tecnologia: riguarda la fiducia, la protezione degli asset strategici e la capacità di uno Stato, o di un’organizzazione, di decidere autonomamente il proprio futuro digitale.

Le organizzazioni hanno bisogno di risorse di calcolo dedicate, che possano includere server dotati di GPU, risorse GPU disponibili on demand e architetture AI progettate sulle reali esigenze dell’azienda. Soluzioni che garantiscano performance costanti, massima efficienza e pieno controllo sui dati. Servono ambienti pronti all’uso o facilmente personalizzabili, che semplifichino il deployment e consentano ai team di concentrarsi sull’evoluzione dei modelli più che sulla gestione tecnica.

In questo scenario, la possibilità di eseguire modelli open source o proprietari in spazi completamente isolati e governati direttamente dall’organizzazione diventa un pilastro della propria sovranità digitale e, quindi, della riservatezza dei dati che i modelli AI andranno ad elaborare.

Ed è proprio per sostenere questo nuovo paradigma tecnologico che il quadro normativo europeo si sta evolvendo. L’Unione europea ha iniziato a muoversi in questa direzione con regolamenti come GDPR, NIS2, Data Act, AI Act ed eIDAS 2.0, che definiscono un modello fondato su tutela dei diritti, sicurezza e accountability.
Ma il tempo gioca un ruolo cruciale, le normative sono un punto di partenza, non un punto di arrivo. Senza un’accelerazione reale sugli investimenti in infrastrutture sovrane e in competenze, il rischio è quello di restare sempre un passo indietro rispetto a chi controlla le piattaforme globali.

È necessario, dunque, un cambio di approccio da parte di istituzioni, imprese e pubbliche amministrazioni. La domanda non dovrebbe essere soltanto “quale AI scegliere”, ma “su quale infrastruttura e sotto quale giurisdizione vogliamo farla crescere”. La scelta dei partner tecnologici, in questo senso, diventa una decisione strategica, tanto quanto quella del modello da adottare.

Nei prossimi mesi, la vera differenza sarà determinata dalla capacità delle organizzazioni di implementare e utilizzare l’AI in modo efficace per il proprio scopo, tutelando al contempo i dati che vengono elaborati: infrastrutture adeguate alla tipologia di workload, processi chiari e una governance solida. È su questo terreno che si giocherà il futuro dell’intelligenza artificiale europea.

Per ulteriori dettagli: https://www.cloud.it/soluzioni/private-ai

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Google, traffico verso gli editori crollato del 33% nel 2025 a livello globale. La fine della SEO tradizionale?

Nel 2025 il rapporto tra Google e gli editori entra in una fase di rottura. Secondo il report Journalism, media, and technology trends and predictions del Reuters Institute, il traffico proveniente dal motore di ricerca verso i siti editoriali è diminuito del 33% a livello globale. Un dato che segna un passaggio strutturale e non più congiunturale nel modo in cui le notizie vengono scoperte e consumate online.

Il calo riguarda un campione di oltre 2.500 siti di informazione e colpisce in modo particolare Google Discover, che registra una contrazione del 21% nelle referenze. Alla base del fenomeno c’è l’introduzione, a partire dal 2024, delle sintesi basate su AI direttamente nei risultati di ricerca. Le risposte generate da Google riducono la necessità di cliccare sui link delle fonti originali, spostando attenzione e valore fuori dai siti editoriali.

Calo traffico da Google: negli Stati Uniti il quadro è ancora più critico

Se a livello globale il calo è già significativo, negli Stati Uniti la situazione appare più grave. Le ricerche organiche verso i siti di news sono scese del 38%, mentre Google Discover perde il 29%. Ma soprattutto, le previsioni per i prossimi tre anni parlano di un ulteriore calo del 43%. Una parte degli editori teme scenari estremi, con perdite superiori al 75%, legate all’espansione di Google AI Overviews e della modalità AI, che trasformano il motore di ricerca in un vero e proprio sistema di risposta diretta.

Dalla SEO all’era degli “answer engine”

Questo cambiamento sta già modificando le priorità degli editorSEO. Molti editori dichiarano di aver ridotto gli investimenti nella SEO tradizionale, con un saldo netto negativo di -25. Il motivo è semplice: ottimizzare per il click conta meno in un contesto in cui l’utente ottiene la risposta senza uscire dalla pagina di Google. Al tempo stesso cresce l’attenzione verso piattaforme AI emergenti e nuove forme di visibilità all’interno di interfacce conversazionali.

I social tengono, ma non compensano i cali del traffico da Google

Sul fronte social, il report registra una situazione più stabile. Le referenze da X risultano in crescita del 15%, quelle da Facebook del 9%. Tuttavia, entrambi i canali restano ben al di sotto dei livelli di metà 2023, confermando che i social non riescono a compensare il crollo del traffico da search. Continuano a essere rilevanti per la distribuzione e la presenza del brand, ma sempre meno come fonte diretta di visite.

Chatbot in crescita, ma ancora marginali

Le referenze provenienti da ChatGPT e Perplexity sono in aumento rapido, segno che una parte dell’accesso alle informazioni passa ormai da chatbot e interfacce AI. Nonostante questo, il loro peso sul traffico complessivo resta marginale. Anche sommati, non sono ancora in grado di bilanciare le perdite registrate sui canali tradizionali.

Più inchieste, meno contenuti generici

Di fronte a questo scenario, gli editori indicano un cambio di strategia editoriale. Cresce il focus su reportage originali, analisi contestuali e costruzione di comunità attorno alle testate. Perdono invece centralità i contenuti generici e il giornalismo di servizio, considerati sempre più esposti alla competizione delle sintesi automatiche e dei chatbot AI.

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Digital Networks Act, i punti critici per l’AIIP: meno concorrenza apre ad aumento tariffe e reti europee a pochi oligopoli

L’Associazione Italiana Internet Provider (AIIP) esprime profonda preoccupazione per il Digital Networks Act (DNA), il nuovo regolamento europeo che riscrive le regole delle comunicazioni elettroniche. Dietro la retorica della “modernizzazione” e della “semplificazione”, il DNA – pur smorzato in relazione alle misure più critiche che erano state ipotizzate – introduce un assetto che riduce la concorrenza, indebolisce le autorità nazionali e prepara il terreno a una concentrazione senza precedenti delle infrastrutture digitali europee.

La visione originaria del DNA spronava un pericoloso cambio di paradigma: dall’accesso aperto e regolato, che ha permesso lo sviluppo della fibra e di un ecosistema pluralista di operatori, a un modello chiuso e selettivo, in cui chi ha capitale, relazioni e potere negoziale decide chi può stare sulle reti e a quali condizioni.

Questo cambio di paradigma non è neutro per cittadini e imprese. Il settore delle telecomunicazioni è l’unico grande mercato infrastrutturale europeo in cui, grazie alla concorrenza, si è assistito negli ultimi vent’anni a un aumento costante della qualità dei servizi e, contemporaneamente, a una riduzione significativa dei prezzi finali. Smantellare la concorrenza significa inevitabilmente invertire questa dinamica: meno scelta, meno pressione competitiva e tariffe più alte.

DNA, manca valutazione d’impatto

Anche il Regulatory Scrutiny Board della Commissione, che già in precedenza aveva espresso un parere negativo sul DNA, continua ad esprimere riserve su incertezze relative alle ipotesi chiave del DNA nella valutazione degli impatti non sufficientemente affrontate e su mancanza di chiarezza su quali siano i costi diretti e indiretti e come siano distribuiti fra i gruppi di stakeholder, sul valore economico degli impatti ambientali, sui costi amministrativi ed eventuali risparmi.

DNA, intervento problematico alla luce del Nuovo Codice Europeo delle Comunicazioni

Anche a prescindere dai contenuti, AIIP evidenzia la problematicità di intervenire con una nuova riforma del settore, a così breve distanza da quella recata dal Nuovo Codice Europeo delle Comunicazioni (EECC, Direttiva (EU) 2018/1972). L’EECC è stato recepito in Italia nel 2021 ma ha richiesto, per l’effettiva attuazione, tempi ben più lunghi. Si pensi al delicato aspetto dei diritti degli utenti, che ha comportato complesse attività regolatorie, conclusesi solo a inizio 2024. L’introduzione di una nuova riforma, prima ancora che la precedente si sia effettivamente consolidata, apre a nuove incertezze interpretative e applicative, e risulta particolarmente pericolosa per le PMI. I continui adattamenti a un contesto normativo mutevole comportano, infatti, significativi costi fissi, che incidono in maniera tanto più gravosa per le PMI, riducendone margini, capacità di investimento e competitività.

I PUNTI CRITICI DEL DIGITAL NETWORKS ACT

1. Assegnazione delle frequenze 5G per durate potenzialmente illimitate

Lo spettro è una risorsa scarsa con alto valore strategico, la cui gestione dovrebbe continuare a rispondere a criteri di efficienza, concorrenza, proporzionalità, sovranità europea e periodica rivalutazione dell’interesse pubblico. La concessione di un bene pubblico per un tempo illimitato, oltre che incoerente con consolidati principi europei, configura una sostanziale sottrazione di tale bene alla cittadinanza, a favore dei grandi operatori mobili. Scelta che appare d’altra parte in linea con la volontà di assegnare al 5G ampie porzioni dello spettro 6 GHz, precludendone l’uso libero ai cittadini e alle imprese per le proprie reti Wi-Fi di nuova generazione garantendo invece maggiore spazio a servizi remunerati.

2. Reti chiuse legali: l’accesso all’ingrosso diventa opzionale

Il Digital Networks Act apre la strada a reti condivise tra pochi soggetti selezionati, nelle quali l’accesso all’ingrosso non è più un pilastro del sistema ma una variabile negoziale. Attraverso accordi, impegni e assetti societari costruiti ad hoc, gli operatori dominanti possono ridurre o sterilizzare gli obblighi di accesso, anche in presenza di infrastrutture che beneficiano indirettamente di risorse pubbliche. È la fine dell’idea di rete come bene contendibile: chi è dentro resta dentro, chi è fuori resta fuori.

3. Obblighi simmetrici di accesso trasformati in eccezione teorica

Gli obblighi di accesso, che per anni hanno garantito competizione e pluralismo, vengono relegati a misura residuale, applicabile solo dopo procedure complesse, lente e cariche di oneri probatori. In pratica, l’accesso regolato diventa un’eccezione, mentre la regola torna a essere il controllo esclusivo dell’infrastruttura da parte di pochi grandi operatori. I piccoli e medi operatori vengono progressivamente espulsi dal perimetro decisionale e industriale.

Internet è nata come unione di reti autonome, distribuite ed eterogenee. Promuovere grandi reti chiuse e condivise va contro i principi fondanti di Internet, aumenta la fragilità sistemica e riduce la resilienza. Quando una rete unica si ferma, si fermano tutti.

4. Spegnimento del rame e transizione imposta dall’alto

Il DNA consente una gestione centralizzata e amministrativa dello spegnimento delle reti legacy, riducendo il ruolo della concorrenza e della scelta individuale. La transizione tecnologica viene trasformata in un processo pianificato dall’alto, dove l’utente finale diventa un soggetto passivo e gli operatori alternativi perdono leva competitiva. Il rischio concreto è quello di migrazioni forzate verso reti e condizioni non realmente contendibili nel tempo.

5. Portabilità e libertà di scelta: un passo indietro

Dopo vent’anni di lavoro regolatorio sulla tutela del consumatore, sulle procedure di switching e sulla libertà di cambiare operatore, il Digital Networks Act introduce una rigidità centralizzata che rischia di smontare pratiche nazionali virtuose. La libertà di scelta dell’utente minaccia di essere sacrificata sull’altare dell’“efficienza” e dell’ottimizzazione delle reti, con un arretramento culturale che riporta il settore indietro di decenni.

6. Autorità nazionali svuotate e regolazione politicizzata

Il DNA riduce drasticamente l’autonomia delle autorità nazionali di regolazione, trasferendo il baricentro delle decisioni alla Commissione europea. Le autorità diventano sempre più organi consultivi, in parte privati della capacità di intervenire in modo tempestivo e aderente alle specificità territoriali. La regolazione delle reti, da tecnica e indipendente, diventa sempre più centralizzata e politicizzata.

7. Rischio takeover: la fase finanziaria della concentrazione

Una volta indeboliti o espulsi gli operatori indipendenti, possiamo immaginare una seconda fase finanziaria. I grandi gruppi globali e i fondi di investimento potranno entrare nei capitali degli ex monopolisti europei con la certezza di regole favorevoli e di mercati ampi, uniformati dal DNA e poco contendibili. Se questo accadrà, i prezzi saliranno, la qualità ristagnerà e il pluralismo economico verrà sacrificato. Con effetti inevitabili anche sulla libertà di espressione e sulla sovranità digitale.

Il Digital Networks Act potrebbe segnare quindi un punto di rottura: dalla neutralità dell’infrastruttura a un modello oligopolistico, dalla concorrenza regolata alla selezione per potere economico. I piccoli e medi operatori, che per trent’anni hanno portato Internet nei territori, investito in fibra e garantito pluralismo, sono potenzialmente messi ai margini, con significativi impatti sulla libera iniziativa d’impresa.

In un mercato così strutturato, la concorrenza sui prezzi e sulla qualità non è più il risultato di una pressione competitiva reale, ma una scelta discrezionale di pochi soggetti dominanti. L’esperienza insegna che, in assenza di alternative credibili, i prezzi tendono a salire e l’innovazione rallenta.

AIIP, ribadendo le criticità già evidenziate in sede consultiva, chiede alle istituzioni italiane e agli eurodeputati di non accettare passivamente questa deriva, ma di difendere il pluralismo economico, le reti aperte, le competenze locali e il futuro dell’ecosistema digitale europeo.

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AI, cosa chiedono CEO e Big Tech? L’Europa stretta tra shock geopolitici e dipendenze tecnologiche

World Economic Forum di Davos 2026 tra dialogo, tensioni geopolitiche e la grande scommessa dell’AI

Il World Economic Forum (WEF) di Davos 2026 si è aperto sotto il segno ufficiale dello “spirito di dialogo”, ma ciò che è emerso tra i corridoi, i panel e le interviste è stato soprattutto lo scarto sempre più evidente tra le parole e la realtà. Oltre 60 capi di Stato e centinaia di CEO delle principali multinazionali si sono confrontati in un contesto segnato da instabilità geopolitica, ritorno del protezionismo tariffario e una trasformazione tecnologica accelerata dall’intelligenza artificiale (AI) che promette di ridisegnare economia, lavoro e rapporti di potere globali.

Tariffe, consumatori e un’economia più fragile

A fotografare l’impatto concreto delle scelte politiche è stato Andy Jassy, CEO di Amazon. Intervistato da Cnbc, Jassy ha spiegato che i consumatori continuano a spendere, ma con maggiore cautela: cercano sconti, “scendono di gamma” e rinviano l’acquisto di beni discrezionali più costosi. Un segnale chiaro di come le nuove tariffe commerciali volute dall’amministrazione Trump stiano già filtrando nei prezzi.

Amazon, con una capitalizzazione di mercato di circa 2.500 miliardi di dollari e ricavi annui attorno ai 700 miliardi (numeri superiori al PIL di molti Paesi) ha cercato di proteggersi “pre-comprando” scorte all’inizio del 2025. Ma, ha ammesso Jassy, “una parte delle tariffe inizia comunque a vedersi nei prezzi”. In un settore a margini bassi come il retail, l’assorbimento dei costi ha limiti strutturali: le tariffe non sono un concetto astratto, ma una pressione reale su milioni di prodotti e venditori.

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AI e lavoro: meno persone, più automazione

Lo stesso Jassy ha poi spostato l’attenzione su un tema che ha attraversato tutto Davos: l’impatto dell’AI sul lavoro. Secondo il CEO di Amazon, l’intelligenza artificiale generativa (GenAI) non ha ancora causato licenziamenti di massa, ma sta diventando sempre più efficace in attività come programmazione, analisi dei dati e customer service. “Nei prossimi anni potremmo avere meno persone rispetto a oggi”, ha detto, sottolineando che saranno colpite sia le mansioni routinarie sia il cosiddetto “thinking work”.

Una visione confermata anche dai dati. Una survey di Wing Venture su 181 top executive tecnologici rivela che il 66% delle grandi imprese (oltre 10.000 dipendenti) prevede riduzioni di organico tra il 10% e il 25% nei prossimi tre anni, man mano che gli agenti AI passeranno dalla fase pilota alla produzione. Non licenziamenti indiscriminati, ma tagli mirati nelle funzioni più automatizzabili.

Il CEO di Nvidia, Jensen Huang, ha invece affermato che il boom dell’intelligenza artificiale creerà “stipendi a sei cifre” per coloro che costruiscono le fabbriche di chip, raccomandando allo stesso tempo di continuare a tenere in vita i mestieri qualificati, mentre l’intelligenza artificiale entra sempre più rapidamente nei lavori d’ufficio.

Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, ha affermato che l’intelligenza artificiale “sta colpendo il mercato del lavoro come uno tsunami e la maggior parte dei paesi e delle aziende non è preparata”.

Da sinistra Ursula Von Der Leyen, Presidente della Commissione europea, e Borge Brende, Presidente e CEO del World Economic Forum

Europa, dipendenze e “shock” geopolitici

Sul piano geopolitico, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha evocato lo spettro del “Nixon shock” del 1971, quando il crollo del sistema di Bretton Woods sconvolse l’ordine economico globale. Il messaggio, neppure troppo velato, è che l’Europa sta vivendo un nuovo shock americano: il ripiegamento degli Stati Uniti da regole condivise su commercio e diplomazia.

Se lo scorso anno questi avvertimenti sembravano teorici, a Davos 2026 von der Leyen ha parlato di un “consenso reale” sulla necessità per l’Europa di ridurre le proprie dipendenze strategiche e rafforzare l’autonomia economica, tecnologica e industriale.

Concetti ribaditi con decisione anche all’evento “Shaping Horizons in Future Telecommunications”, organizzato a Roma dal programma RESTART, negli interventi ad esempio di Enrico Letta e Nicola Blefari Melazzi, che hanno posto al centro del rilancio delle telecomunicazioni la capacità di innovare e la necessità di ridurre le dipendenze tecnologiche di cui l’Europa soffre, investendo in autonomia strategica.

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Nadella (Microsoft): “Crescita PIL sempre più legata a costo dell’energia necessaria all’AI”

Tra gli interventi più chiari sul futuro dell’AI c’è stato quello di Satya Nadella, CEO di Microsoft. Il messaggio è stato diretto: la crescita del PIL sarà sempre più correlata al costo dell’energia necessaria per far funzionare l’AI. Nadella ha parlato di una nuova commodity globale, i “token”, le unità di calcolo acquistate per usare i modelli di Intelligenza Artificiale.

“Il compito di ogni economia è trasformare questi token in crescita”, ha spiegato. Ma chi ha energia più economica e infrastrutture migliori parte avvantaggiato. Microsoft investirà circa 80 miliardi di dollari nel 2025 in data center per l’AI, con il 50% della spesa fuori dagli Stati Uniti. Un dato che pesa soprattutto per l’Europa, dove i costi energetici – aumentati dopo l’invasione russa dell’Ucraina – restano tra i più alti al mondo.

Nadella ha anche lanciato un avvertimento politico: “se l’AI non produrrà benefici tangibili in sanità, istruzione e servizi pubblici, verrà meno la “licenza sociale” per consumare grandi quantità di energia”. E sull’Europa è stato netto: “più che concentrarsi solo sulla “sovranità”, deve puntare a rendere le proprie imprese competitive a livello globale”.

La domanda di AI è reale? Per Wei (TSMC) lo è “e lo sarà per molti anni”

Un altro tema chiave è stato la sostenibilità della domanda di AI.
C.C. Wei, CEO del gigante mondiale dei semiconduttori TSMC, ha raccontato di aver verificato personalmente, parlando anche con i clienti dei suoi clienti, se l’entusiasmo sull’AI fosse giustificato e molti hanno risposto positivamente.

TSMC prevede investimenti per oltre 52 miliardi di dollari nel 2026, fino al 40% in più rispetto all’anno precedente. “L’AI sembra destinata a durare per molti anni”, ha detto Wei, spiegando che anche internamente l’uso dell’AI sta già migliorando la produttività e i margini.

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Tra AGI, promesse e realtà

A Davos l’AI era ovunque. Anthropic ha aperto per la prima volta un ufficio sulla via principale della città; Google ha organizzato il suo evento stampa più affollato di sempre; Meta ha lasciato filtrare l’arrivo di un nuovo modello dal team “superintelligence”.

Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind, ha stimato l’arrivo dell’AGI (Intelligenza Artificiale generale) tra 5 e 10 anni, una previsione più prudente rispetto ad altri leader del settore che parlano del 2026-2027. Allo stesso tempo, alcune promesse iniziano a slittare: Isomorphic Labs punta ora ai primi trial clinici entro fine 2026, non più nel 2025.

Davos come specchio del mondo, dove dominano sempre più scelte politiche imprevedibili

Davos 2026 non ha offerto rivelazioni improvvise, ma ha reso più esplicite dinamiche già in atto: CEO che descrivono gli effetti delle politiche senza nominarne le cause, leader europei che parlano di autonomia senza rompere davvero con il passato e un’AI percepita come inevitabile, potente, ma non lineare.

La sensazione diffusa è che la “disruption” in corso non sia guidata solo dall’innovazione, ma anche da scelte politiche imprevedibili.
Ma l’instabilità e l’incertezza, chiaramente impiegate come armi in strategie di competizione globale da attori statali e grandi gruppi industriali, hanno sempre un prezzo, che qualcuno dovrà pagare (spesso noi cittadini su cui tutto ricade).

Questo stato di cose, come hanno riconosciuto molti a Davos, tende ad aumentare i prezzi, ridurre le opzioni e rendere il futuro più incerto. L’AI resta la grande promessa, ma il mondo che la circonda appare più fragile di quanto le narrazioni ufficiali vogliano ammettere e nell’aria resta sempre puzza di bruciato, resta da capire cosa sta bruciando e dove.

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