Engineering ottiene la certificazione Top Employer Italia per il secondo anno consecutivo

Engineering ha ottenuto per il secondo anno consecutivo la certificazione Top Employer Italia, rilasciata dal Top Employers Institute.

Il riconoscimento viene assegnato alle organizzazioni che si distinguono per l’eccellenza delle politiche e delle strategie HR e per la loro concreta applicazione, con l’obiettivo di migliorare il benessere delle persone e la qualità dell’ambiente di lavoro.

Alessia D’Addario, Chief People, General Services & HSE Officer del Gruppo Engineering, ha commentato: «Il conseguimento, per il secondo anno consecutivo, della certificazione Top Employer rappresenta un importante riconoscimento del percorso di crescita intrapreso e del lavoro costante svolto negli ultimi quattro anni per rafforzare le nostre politiche e pratiche HR. Essere Top Employer significa per noi allinearci ai più elevati standard del mercato, e in molti ambiti anche superarli. Le persone restano al centro della nostra strategia: continuiamo a investire nello sviluppo delle competenze, nel benessere e nella costruzione di un ambiente di lavoro inclusivo, in cui ogni persona possa sentirsi valorizzata, ispirata e supportata, e messa nelle condizioni di esprimere appieno il proprio potenziale.”

I punti di forza di Engineering

Per l’ottenimento della certificazione Top Employer Italia 2026, l’azienda guidata dal CEO Aldo Bisio è stata nuovamente sottoposta a un processo di valutazione strutturato, basato su oltre 250 domande, che coprono 6 macro-aree e analizzano 20 ambiti chiave delle pratiche HR.

Anche quest’anno, tra i principali punti di forza sono emersi la People Strategy, accompagnamento al cambiamento supportata da una forte attenzione all’ascolto delle persone di Engineering, e l’impegno sulla Diversity, Equity & Inclusion.

Migliori performance nelle aree Wellbeing, Learning e Onboarding

Nel corso dell’ultimo anno, l’azienda ha inoltre rafforzato le proprie performance in particolare nelle aree di Wellbeing, Learning e Onboarding, confermando un approccio sempre più integrato, evoluto e realmente centrato sulla persona.

L’approccio di Engineering al Wellbeing è stato potenziato per supportare il benessere mentale, fisico, sociale e finanziario con iniziative quali la creazione di un Portale dei Benefit personalizzato e il lancio di ENG-Care, un servizio di supporto psicologico per offrire uno spazio sicuro e confidenziale a chiunque desideri confrontarsi con una persona professionista.

Le attività di Learning sono state ripensate attraverso l’adozione di piattaforme innovative, percorsi personalizzati e un ecosistema di formazione continua che consente a ogni persona di sviluppare nuove competenze sia tecnologiche che di business e di disporre degli strumenti necessari per costruire in autonomia il proprio percorso formativo. Anche l’esperienza di Onboarding è stata ridisegnata per essere sempre più coinvolgente e strutturata, garantendo supporto fin dal primo giorno per accompagnare le persone nelle responsabilità concrete su progetti significativi.

Il programma Top Employers

Il Programma Top Employers testimonia l’impatto positivo che le organizzazioni certificate possono generare su milioni di persone. Nel 2025, il Top Employers Institute ha certificato in 131 Paesi e regioni oltre 2.250 aziende, di cui 143 in Italia, contribuendo a migliorare la vita lavorativa di oltre 14 milioni di persone nel mondo.

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Volo aereo cancellato? Il rimborso deve includere la commissione dell’intermediario

Volo cancellato, rimborso integrale: la sentenza della Corte di Giustizia Ue sulle commissioni degli intermediari

In caso di cancellazione del volo, il rimborso dovuto al passeggero deve comprendere l’intero prezzo del biglietto, inclusa la commissione riscossa dall’agenzia o dal portale di prenotazione al momento dell’acquisto. Lo ha chiarito in modo netto la Corte di Giustizia dell’Unione europea (Ue) nella causa C-45/24 – Verein für Konsumenteninformation (Commissione riscossa da un intermediario), destinata ad avere un impatto rilevante sulla tutela dei consumatori nel trasporto aereo.

La decisione nasce da una controversia tra un’associazione di tutela dei consumatori austriaca e la compagnia aerea KLM. Come si legge nella nota emessa dalla Corte, alcuni passeggeri avevano acquistato, tramite il portale Opodo, biglietti per un volo Vienna–Lima poi cancellato.
La compagnia aveva proceduto al rimborso, ma aveva escluso circa 95 euro di commissione di intermediazione, sostenendo di non conoscerne né l’esistenza né l’importo esatto.

La questione giuridica: cosa rientra nel “prezzo del biglietto”?

Il cuore del caso riguarda l’interpretazione del Regolamento (CE) n. 261/2004, che garantisce ai passeggeri il diritto al rimborso del biglietto in caso di cancellazione del volo.

Già in passato la Corte UE aveva affermato che le commissioni degli intermediari devono essere rimborsate, salvo che siano state fissate all’insaputa del vettore aereo. Proprio su questa eccezione si è concentrato il rinvio pregiudiziale della Corte suprema austriaca.

La Corte di Giustizia Ue ha fornito un chiarimento decisivo: “qualora una compagnia aerea accetti che l’intermediario emetta e rilasci biglietti aerei in suo nome e per suo conto, si può presumere che essa conosca necessariamente la pratica commerciale di tale intermediario consistente nel riscuotere una commissione di intermediazione. Poiché tale riscossione è una componente «inevitabile» del prezzo del biglietto aereo, essa deve essere considerata autorizzata dalla compagnia aerea. Pertanto, la compagnia aerea deve rimborsare la commissione”.

Un passaggio particolarmente importante riguarda l’importo della commissione: “non è necessario che la compagnia conosca l’ammontare esatto” per essere obbligata al rimborso. Pretendere il contrario, osserva la Corte, finirebbe per indebolire la tutela dei passeggeri e rendere meno sicuro il ricorso ai servizi di agenzie e piattaforme online.

Cosa cambia per i consumatori

Dal punto di vista dei diritti dei passeggeri, la sentenza rafforza un principio fondamentale: chi subisce la cancellazione di un volo ha diritto a recuperare tutto ciò che ha pagato per quel biglietto, senza penalizzazioni legate al canale di acquisto scelto.

Per i consumatori significa maggiore certezza giuridica e meno contenziosi: non potranno più essere scaricate sul passeggero le conseguenze dei rapporti commerciali tra compagnie aeree e intermediari. Per le compagnie, invece, la decisione impone una gestione più trasparente dei rapporti con le agenzie di viaggio e i portali di prenotazione.

Come specificato dalla nota, questa sentenza non risolve la controversia nazionale: “Spetta al giudice nazionale risolvere la causa conformemente alla decisione della Corte”.

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TLC, Zorzoni (AIIP): “DNA? Antidemocratico, merger tra OTT + grandi operatori e morte dei piccoli”

Il commento di Giovanni Zorzoni, Vicepresidente AIIP, sulle bozze del Digital Networks Act, la riforma con cui l’UE si appresta a regolamentare il mercato unico delle Telecomunicazioni.

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Perquisizioni della Guardia di Finanza nella sede del Garante Privacy: indagato il Presidente e tutto il collegio

L’indagine sul Garante Privacy

Indagati il presidente e gli altri membri dell’autorità per peculato e corruzione. Gli altri indagati oltre a Pasquale Stanzione sono Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza. L’indagine nasce dopo servizi Rai di Report relativi alla spese e ad alcune procedure di sanzioni risultate opache.

La Guardia di Finanza cerca prove di quelle che il magistrato definisce condotte disinvolte e comportamenti offensivi del decoro, al punto da diventare vere e proprie ipotesi di reato. Gli inquirenti contestano viaggi, soggiorni in alberghi cinque stelle, cene di rappresentanza e lavanderia, persino fitness e cura della persona.

Le gravi accuse di peculato e corruzione

Tra le accuse contestate ai pubblici ufficiali, quella di aver utilizzato l’auto di scorta per ragioni estranee alle finalità di servizio, ma anche quella più grave di corruzione nell’esercizio delle proprie funzioni, per non aver erogato alcuna sanzione, se non meramente formale, alla società Ita Aiways, nella quale, peraltro, hanno evidenziato nel decreto gli investigatori, il responsabile della protezione dati era l’avvocato Aterno (non indagato) ma membro dello studio E-Lex fondato da Guido Scorza e del quale è tuttora partner la moglie.

“A fronte del riscontro di irregolarità formali e procedurali nel monitoraggio delle comunicazioni e nella tenuta della documentazione relativa al trattamento dei dati, nonché mettendo comunque a disposizione i poteri e la loro funzione in favore della società di volo – scrive nel decreto la procura di Roma – ricevevano come utilità tessere “Volare” classe executive, per il valore di 6000 euro cadauna. In particolare, poi, si cita l’episodio contestato ad Agostino Ghiglia che avrebbe utilizzato l’auto di servizio per «recarsi presso la sede di un partito politico per finalità estranee al mandato“.

Nel paragrafo dedicato “all’utilizzo improprio dell’autovettura di servizio” si afferma che “Ghiglia avrebbe utilizzato l’autovettura di servizio per recarsi presso la sede di un partito politico per finalità estranee al mandato“. E ancora: “dagli accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria delegata è stato constatato che il 30 dicembre del 2024 sono stati pubblicati i dati del censimento permanente delle auto di servizio delle pubbliche amministrazioni per l’anno 2024. Per quanto di specifica competenza, il Garante, così come indicato analiticamente dalla nota della Gdf, risulta avere nella propria disponibilità un’autovettura con autista con uso esclusivo“.
Auto che dovrebbe necessariamente utilizzata per “inderogabili ragioni di servizio” e non per gli spostamenti tra abitazione e luogo di lavoro. I “servizi di osservazione della Gdf hanno invece dimostrato che l’autovettura viene sovente utilizzata da tutti i membri del Collegio e anche per finalità estranee alle esigenze di servizio ovvero, oltre che per gli spostamenti casa lavoro anche per ulteriori spostamenti di carattere strettamente personale“.

Contestato un “significativo aumento” dei costi di rappresentanza e gestione

Inoltre è contestato un “significativo aumento” nei costi di rappresentanza e gestione. “I costi, a fronte di una spesa marginale nel 2021 (poco superiore a 20 mila euro), avrebbero registrato un incremento significativo a partire dal 2022 – si legge nell’atto di 16 pagine – raggiungendo nel 2024 circa 400 mila euro annui, a fronte dell’innalzamento del tetto di spesa autorizzato dal Collegio nel 2020 da 3.500 euro a 5.000 euro“.
In base all’esame dei “bilanci consuntivi acquisiti sul sito istituzionale del Gpdp” si è rilevato “nel periodo 2021 – 2024, un incremento significativo delle voci riconducibili alle spese per organi e incarichi istituzionali dell’Autorità e alle spese di rappresentanza. Nello specifico, la voce relativa agli organi e incarichi istituzionali registra una crescita progressiva, che nel solo anno 2024 avrebbe raggiunto, passando da circa 851 mila euro nel 2021, l’importo complessivo di 1.247.000 euro, in larga parte riconducibile a rimborsi per viaggi, soggiorni in alberghi di categoria ‘cinque stelle’, cene di rappresentanza, servizi di lavanderia, fino a ricomprendere altresì fitness e cura della persona“.

Nel decreto vengono citate anche le missioni all’estero. In particolare, si legge, quella del G7 di Tokyo (2023), “il cui costo ufficialmente comunicato sarebbe stato di 34 mila euro, ma che, secondo fonti interne e documentazione informale, avrebbe superato gli 80 mila euro, di cui 40 mila destinati ai soli voli. Analoga situazione si sarebbe verificata in occasione delle missioni in Georgia (Batumi) e in Canada. Rileva – aggiungono i pm – che alcuni componenti del Collegio abbiano viaggiato in business class, pur in assenza dei presupposti previsti dalla pertinente regolamentazione, ben consapevoli di tale aspetto“.

Il post di Ranucci di Report

Sull’inchiesta è intervenuto con un post su Facebook anche il giornalista e conduttore Rai del programma “Report” Sigfrido Ranucci.

“In seguito ai servizi di Report – si legge nel post social – la procura ha aperto un’indagine. Al centro delle inchieste ci sarebbero le spese di rappresentanza del Collegio. Le spese per la carne comprata dal presidente Stanzione addebitate al Garante e la mancata sanzione di circa 40 milioni di euro nei confronti di Meta per il primo modello di smart glasses commercializzato dalla società di Mark Zuckerberg: i Ray-Ban Stories“.

Le richieste di dimissioni del collegio del Garante

Le dimissioni di tutto il collegio vengono chieste dagli esponenti M5S in commissione di Vigilanza Rai: Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico e Gaetano Amato.

“In una situazione del genere – precisano i pentastellati – restare aggrappati alle poltrone è un atto di grave irresponsabilità. Così si espone l’istituzione al pubblico ludibrio e si nega la minima tutela del suo prestigio. Per questo ribadiamo una richiesta di semplice igiene istituzionale: l’intero Collegio si dimetta. Subito. Per rispetto dell’Autorità, dei cittadini e della funzione che essa dovrebbe svolgere“.

“Un’Authority deve essere indipendente, terza, al di sopra delle parti. Qui emergono elementi che indicano una gestione non trasparente. Il Garante non puo’ essere percepito come sotto l’influenza dell’esecutivo ne’ come una sua succursale. In questo quadro, la permanenza dell’attuale presidente e’ incompatibile con la funzione di garanzia che l’Autorita’ deve svolgere. Per ristabilire terzieta’, autorevolezza e fiducia, le dimissioni dell’intero collegio sono un atto necessario“, sottolinea in una nota Angelo Bonelli, deputato di AVS e co-portavoce di Europa Verde.

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Meloni in Giappone per incontrare la Premier Takaichi. In agenda AI, Spazio, Difesa e geopolitica

Meloni festeggia il compleanno in Giappone, dove incontrerà la premier Takaichi

Giorgia Meloni festeggia i suoi 49 anni in Giappone, in occasione dell’incontro bilaterale con la premier nipponica Sanae Takaichi. Hanno molto in comune: politicamente sono conservatrici, sono le prime donne a guidare i governi dei rispettivi Paesi ed entrambe hanno una visione geopolitica molto simile.

Domani è previsto l’incontro istituzionale, anche per celebrare i 160 anni di rapporti diplomatici tra i Italia e Giappone, e avranno molto da dirsi, soprattutto in tempi di forte e costante instabilità geopolitica. Cosa si diranno domani è stato in parte anticipato dall’editoriale congiunto pubblicato sulle testate Corriere della Sera e Nikkei.

Come detto, le due sono spesso paragonate per il loro profilo ideologico e si dicono determinate a collaborare su sfide comuni come natalità, welfare e difesa. Non a caso, Takaichi è stata definita “la Meloni del Sol Levante”, proprio per le somiglianze politiche e personali, inclusa una visione “non femminista” tradizionale.

I due Paesi si trovano uno dalla parte opposta del pianeta ma nonostante questa distanza geografica enorme, Roma e Tokyio (lasciando da parte ogni riferimento allo storico “asse” di epoca fascista) continuano a condividere una visione politica del mondo, in qualche modo rafforzata dalla salda amicizia che lega i due Paesi agli Stati Uniti.

Al centro dell’incontro AI, Spazio, robotica, energia pulita e Difesa

Al centro dei colloqui di domani troveremo la transizione digitale ed energetica che domina da diversi anni la scena occidentale (di cui il Giappone fa ormai parte da tempo): “La rivoluzione digitale, la transizione energetica, l’avvento dell’intelligenza artificiale, la competizione per le risorse strategiche e la ridefinizione delle catene globali del valore stanno plasmando un nuovo ordine globale. In questo contesto, Italia e Giappone possono essere protagonisti, condividiamo la responsabilità di contribuire al futuro ordine internazionale”, hanno affermato Meloni e Takaichi nell’editoriale a forma congiunta.

Riguardo all’AI, le due leader hanno specificato che “la cooperazione tra Nazioni affini e tecnologicamente avanzate è essenziale affinché il progresso sia sicuro e affidabile, guidato da principi etici e al servizio della persona”.

Sistemi industriali e produttivi definiti “complementari” e caratterizzati da “interazioni di qualità”, consentiranno ai due Paesi, si legge nel testo, di “accrescere le sinergie e potenziare gli investimenti nella robotica, nelle tecnologie emergenti, nello Spazio, nell’energia pulita, nella meccanica, nelle scienze della vita e nell’industria medicale”.

Particolare rilevanza è stata data al settore della Difesa. Si cita il programma Global Combat Air Programme (GCAP), che vede Italia e Giappone lavorare strettamente insieme al Regno Unito: “molto di più di un progetto industriale avanzato”, si legge, perché “rappresenta un’iniziativa che rafforza la nostra autonomia strategica, contribuisce alla sicurezza euro-atlantica e indo-pacifica e dimostra che la cooperazione tra nazioni affini è la risposta più efficace ai rischi e alle minacce sistemiche”.

E intanto il Giappone sta andando al voto

Su queste basi Roma e Tokyo puntano a fare un vero e proprio salto di qualità nei rapporti diplomatici e industriali, già migliorati a partire dal 2023, con il Partenariato Strategico, e in prospettiva con il Piano d’Azione 2024-2027, che punta ad una stretta collaborazione proprio sui punti sopra elencati.

A testimonianza del buon momento nei rapporti tra i due Paesi viene ricordato il rafforzamento dell’Italy Japan Business Group e, come scritto sul Corriere, “il grande successo del Padiglione Italia all’Expo di Osaka 2025”. Sabato 17 gennaio, Meloni incontrerà, presso l’Ambasciata italiana a Tokyo, i vertici delle principali aziende giapponesi. 

Certo molto di quanto annunciato in questo editoriale dipenderà anche dall’esito dall’elezioni anticipate annunciate ieri dalla stessa Premier Takaichi, con lo scioglimento della Camera bassa del Parlamento giapponese previsto per il 23 gennaio prossimo. Eletta appena tre mesi fa, Takaichi ha già perso la maggioranza e le nuove elezioni si potrebbero tenere già in febbraio.

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Per Musk i robot umanoidi Optimus saranno la principale fonte di ricavo di Tesla

Elon Musk immagina un futuro in cui i robot umanoidi di Tesla, chiamati ‘Optimus’, diventino la principale fonte di ricavi dell’azienda e uno dei prodotti più significativi della storia industriale.

Secondo quanto racconta il Wall Street Journal, il progetto, ancora in fase di sviluppo, è al centro della nuova strategia di Tesla che mira a spostare il focus dall’automotive alla robotica avanzata.

Per Musk, questi robot potranno operare nelle fabbriche, svolgere faccende domestiche, assistere in sala operatoria e addirittura aiutare nella colonizzazione di Marte.

La strada per raggiungere questa visione? Molto complessa

Tuttavia, la strada per raggiungere questa visione rimane complessa: le difficoltà ingegneristiche nella costruzione di mani robotiche sensibili e versatili, nonché la navigazione autonoma in ambienti umani, rappresentano ancora ostacoli significativi. Attualmente, molti dei movimenti di Optimus sono gestiti da operatori umani tramite realtà virtuale.

Nonostante ciò, Tesla investe risorse consistenti in raccolta dati e sviluppo software, con robot che apprendono movimenti da video di esseri umani e si esercitano in compiti semplici come piegare vestiti o usare utensili.

Optimus e le perplessità all’interno di Tesla

All’interno di Tesla, infatti, non mancano le perplessità. Alcuni ingegneri mettono in dubbio l’utilità reale di robot umanoidi in contesti industriali, dove spesso soluzioni specializzate, magari su ruote, risultano più efficienti, stabili e meno costose. L’adozione della forma umana, secondo questa visione, risponde più a una narrazione futuristica che a una reale necessità produttiva.

Musk, però, non sembra intenzionato a fare passi indietro. La sua determinazione è rafforzata anche da interessi diretti: una parte significativa della sua futura remunerazione è legata al raggiungimento di obiettivi estremamente ambiziosi, tra cui la vendita di almeno un milione di robot Optimus. Un traguardo che oggi appare lontano, ma che chiarisce quanto il progetto sia centrale nella strategia di lungo periodo.

Robot umanoidi: mercato da miliardi di dollari entro il 2050

Il mercato dei robot umanoidi, secondo diverse stime, potrebbe valere migliaia di miliardi di dollari entro il 2050. Anche una quota relativamente piccola sarebbe sufficiente a trasformare radicalmente Tesla, spostandola definitivamente dal ruolo di produttore di veicoli a quello di gigante della robotica e dell’AI.

Resta da capire se Optimus riuscirà davvero a passare dalla dimostrazione tecnologica al prodotto utile, scalabile e sostenibile. La scommessa è aperta.

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Digital Networks Act, sarà un Regolamento e non una direttiva. E fair share volontario

Un Regolamento, quindi cogente e immediatamente applicabile per i Paesi membri, e non una semplice Direttiva, che avrebbe lasciato più poteri agli Stati membri. Questa la prima novità contenuta nella bozza del Digital Networks Act che Key4Biz ha consultato. E poi negli articoli 194 e 195 c’è il Fair Share, seppur in modo volontario. Ma non era scontato. Anzi nel contesto geopolitico attuale, in molti pensavano non ci sarebbe stato. Invece, le Big Tech possono iniziare a preoccuparsi, perché, secondo la bozza, gli operatori TLC hanno il diritto di andare dal regolatore e chiedere di aprire un tavolo con gli OTT per trovare una soluzione sulla condivisione dei costi della Rete.

Sorprende anche la scelta sulle licenze dello spettro. L’art.24 prevede le aste per lo spettro “undefinite” illimitate, come negli USA, ma con delle limitazioni.

Normativa ex-ante? Resta, ma meno spazio “creativo” alle Autorità regolatorie

Infine, tra la “lista” di Draghi c’era anche la cancellazione della normativa ex-ante, che resta nella bozza del Digital Networks Act, letta in anteprima da Key4Biz, ma la Commissione europea dà meno spazio “creativo” alle Autorità regolatorie.

Infine, il DNA, il nuovo regolamento europeo per riformare il quadro normativo dell’ecosistema digitale, sarà approvato il 20 gennaio, ma forse slitterà la sua presentazione ufficiale.

Le altre novità contenute nella bozza del DNA

Se rimarrà questo testo:

  1. Gli obiettivi della regolamentazione evolvono rispetto al Codice, con forte accento su investimenti, mercato unico e competitività del settore, un passo in avanti verso i desiderata di Draghi e Letta.
  2. Sulla regolamentazione della fibra, si chiarisce che uno degli obiettivi principali è l’investimento.

Quando la presentazione del DNA?

Il 20 gennaio, in concomitanza con la data fissata per la presentazione del regolamento a Bruxelles, è già in agenda l’intervento della presidente Ursula von der Leyen al World Economic Forum di Davos, l’appuntamento clou delle èlites economico-politiche globali.

Riuscirà von der Leyen per così dire a sdoppiarsi, presenziando alla presentazione del Digital Networks Act a Bruxelles con il commissario alla Sovranità Digitale Henna Virkkunen, per poi spostarsi in tempo per il suo key note speech a Davos, di fronte alla platea più esigente della finanza e della politica globale?

DNA a rischio oscuramento in concomitanza con il WEF?

La presentazione del DNA nei giorni di Davos non rischia in qualche modo di oscurare la portata delle novità normative presenti nel nuovo regolamento, che tante polemiche sta sollevando da parte del mondo delle telecomunicazioni e delle Big Tech? L’attesa per il DNA è grande. Fissarne la presentazione nei giorni del WEF rischia di sminuirne la portata, diluendo l’unicità di una riforma attesa da tempo dalla industry tecnologica e delle Tlc.

Una presentazione “azzoppata” con la sola Henna Virkkunen, Commissaria per la Sovranità Digitale, ma orfana della Presidente Ursula von der Leyen già volata a Davos rischia di trasformarsi in un mezzo flop per il DNA?

Di certo nei corridoi della Commissione Ue il problema è ben presente e si staranno valutando pro e contro di un eventuale ulteriore slittamento della presentazione del DNA.

Meglio rispettare l’agenda e affidare la presentazione in toto a Virkkunen oppure più opportuno rimandare di qualche giorno per garantire anche la presenza in toto, e non a mezzo servizio, di una von der Leyen concentrata al 100% sul DNA?

Trump al WEF il 21 gennaio e Virkkunen il 22 gennaio

Tanto più che l’agenda di Davos è fitta di appuntamenti pesanti, con il presidente Donald Trump in agenda in 21 gennaio e la stessa Henna Virkkunen è in agenda il 22 gennaio.

Se il DNA sarà presentato il 20 gennaio, Trump potrebbe usare il palco del WEF di Davos per un ennesimo attacco globale al nuovo pacchetto normativo europeo, reo a suo dire di perseguitare le Big tech.

E’ pur vero che mantenendo l’agenda attuale von der Leyen potrebbe cogliere la palla al balzo della presentazione fresca del Digital Networks Act a Bruxelles in mattinata per “ripresentarlo” in qualche modo anche nel suo keynote speech a Davos.

Lo stesso discorso vale per Virkkunen, che potrebbe ripresentare il DNA davanti alla platea del WEF di Davos nel suo intervento del 22 gennaio.

Vedremo come andrà a finire.

Ad ogni modo, la speranza è che il tema della sovranità digitale europea non venga oscurato da questioni di carattere geopolitico che rischiano di penalizzare l’ecosistema europeo in nome di equilibrismi sempre più precari e scivolosi per la Ue.

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Piracy Shield, Peritore (AIIP): “Una questione di rispetto delle leggi. ‘Open internet’ e ‘free speech’ non c’entrano nulla”

Il caso Cloudflare con la sanzione di 14 milioni irrogata all’operatore di CDN da parte dell’Agcom per il mancato controllo dei contenuti che circolano sulla sua rete accende i riflettori sul Piracy Shield, la piattaforma antipirateria nazionale, gestita dall’Autorità, che permette ai titolari dei diritti (come la Lega Serie A) di segnalare rapidamente siti che trasmettono illegalmente eventi in diretta (come le partite di calcio, il “pezzotto”), obbligando gli Isp a bloccare gli accessi in soli 30 minuti. Ma il Piracy Shield ha generato controversie per errori di blocco di servizi legittimi, il più eclatante dei quali Google Drive. Ne abbiamo parlato con Giuliano Peritore, Presidente dell’AIIP (Associazione Italiana Internet Provider).

­Key4biz. In questi giorni il tema Piracy Shield è tornato prepotentemente alla ribalta. Perché è un tema che accende il dibattito con tale prepotenza?

Giuliano Peritore. Polarizzazione. Sono bastate poche ore ed il dibattito si è subito polarizzato, chi si schiera a favore delle prerogative di uno Stato sovrano contro chi invoca – non sempre in buona fede – i principi della libertà di parola e dell’open Internet. Chi solleva problematiche tecniche e chi si sofferma sulla sfera giuridica.

Ma non sono più di tanto le posizioni espresse a destare preoccupazione, quanto quelle alla base di molti ragionamenti.

­Key4biz. Quali ragionamenti?

Giuliano Peritore. Iniziamo da un primo fatto: il diritto d’autore è tutelato dalla Legge.

Secondo fatto: le regole della democrazia non sono opzionali. Il Piracy Shield si fonda su una Legge dello Stato, approvata da un parlamento eletto, e su un Regolamento Agcom che vi dà attuazione. Anche su questo non di discute. Finché Leggi e Regolamenti sono in vigore tutti hanno il dovere, di fonte anche costituzionale, di rispettarle, e gli sforzi per assicurare tale rispetto dovrebbero essere generalmente sostenuti da tutti i cittadini, a prescindere dalla condivisione politica della singola norma. Compete alla magistratura di interpretare – o se del caso addirittura cassare – norme di dubbia costituzionalità, non alla singola impresa di disapplicare selettivamente le norme non gradite.

Terzo fatto: tutti i cittadini, e tutte le imprese, devono essere uguali davanti alla Legge (ed ai Regolamenti).

Quarto fatto: il ruolo prevalente della magistratura sulle Autorità amministrative non deve essere messo in discussione.

Quinto fatto: ottenere servizi “in regalo” non è apoditticamente un beneficio, ma talvolta un’alterazione del mercato e in alcuni casi della fiscalità e soprattutto una fonte di rischi.

Qui il vero problema non è il calcio o il Piracy Shield, il vero problema è l’accettazione e il rispetto della nostra legislazione nazionale… ma agitando a sproposito le bandiere dell’“open internet” e del “free-speech”, che non sono realmente pertinenti in questa questione, si ottiene sempre consenso.

­Key4biz. Di cosa stiamo parlando quindi?

Giuliano Peritore. Gli operatori di AIIP sono da sempre schierati a favore dell’“open internet” e del “free-speech”, ma qui non stiamo parlando di una forma di censura. Per quanto si possano criticare – e AIIP lo ha fatto per prima, nelle dovute sedi legislative, prima che fosse introdotto nella nostra legislazione – i filtraggi di cui parliamo non mirano a precludere l’espressione di opinioni, ma a tutelare diritti di proprietà intellettuale e contrastare forme di criminalità, anche organizzata. Il vero principio al cuore della discussione è un altro: la sovranità regolatoria e digitale del nostro paese.

Key4biz. La nostra sovranità regolatoria e digitale è a rischio?

Giuliano Peritore. Qualora una grande impresa estera lamentasse che i limiti di velocità sulle strade italiane non sono accettabili, perché non riesce magari a consegnare i pacchi alla velocità con cui li consegna all’estero, sarebbe per questo legittimata a violarli? E se questo soggetto minacciasse di lasciare il paese o di toglierci i suoi servizi inizieremo ad ipotizzare – magari sempre polarizzati e via social – di fare un accordo ad-aziendam per sanare la questione, nel timore di non ricevere più pacchi?

Insomma temo che il dibattito si stia focalizzando più sul dito che sulla luna. Da un lato il calcio, la censura, la notizia della sanzione milionaria, notizie fantasiose su “tremendi”, quanto travisati, rischi di sicurezza per l’Internet italiana. Dall’altro temi nobili come la tutela del diritto d’autore e dei diritti connessi, la regolazione, il rispetto della Legge ma soprattutto la sovranità, digitale e non solo, di uno Stato.

Key4biz. Mi pare una posizione chiaramente a favore del Piracy Shield la sua, o sbaglio?

Giuliano Peritore. Faccia attenzione, sto parlando di rispetto della dignità e delle regole di uno Stato, su cui non si può transigere. Esistono invece forme previste dalla Legge per esprimere le proprie critiche sia sulle leggi che sullo strumento Piracy Shield, che è sicuramente migliorabile e lo sarebbe ancor più con la protezione dei contenuti a monte anziché cristallizzandosi sul cercare di inibire le violazioni a valle, investendo in vera sicurezza, impostazione sulla cui efficacia e criticità si sono spesi fiumi di inchiostro da parte di tecnici e giuristi.

Key4biz. C’è un potenziale conflitto fra regole europee e nazionali?

Giuliano Peritore. Non dimentichiamoci poi che il Piracy Shield esiste anche grazie alla copertura indirettamente fornita dal Digital Services Act (DSA), un regolamento europeo che ha spalancato la porta a meccanismi centralizzati di controllo dei contenuti. È proprio in quel contesto che sono stati introdotti concetti ambigui come la “disinformazione”, veri e propri pseudo-reati senza base penalistica, ma usati in altri ambiti, in questo caso sì, per giustificare vere e proprie censure preventive ed automatizzate.

In Italia, un sistema del genere sarebbe ipoteticamente impugnabile per violazione di numerosi principi Costituzionali: riserva di giurisdizione, libertà di manifestazione del pensiero, diritto alla difesa, proporzionalità. Se il diritto europeo si ritiene oggi prevalente su quello italiano, tale prevalenza non riguarda la Costituzione, quanto meno nel suo nucleo essenziale, che rimane, anche
per la Corte Costituzionale, la fonte suprema del nostro ordinamento. Nel concreto e quotidiano dispiegarsi delle normative, tuttavia, non sempre tale prevalenza viene valorizzata.

Key4biz. In che modo sarebbe migliorabile il Piracy Shield?

Giuliano Peritore. Certo è che il Piracy Shield presenta numerosi problemi irrisolti, in primis rispetto a meccanismi efficaci per correggere errori di filtraggio. Altrettanto certo è che non sarà possibile proseguire con il Piracy Shield in assenza di ristori economici agli operatori, soprattutto in assenza di informazioni dettagliate sulla sua effettiva efficacia e di fronte a ritardi nell’applicazione dei blocchi, o peggio inerzia, da parte di alcune aziende estere “over the top”.

Per non parlare della disparità informativa dovuta al fatto che quanto meno un operatore OTT dispone di informazioni sul soggetto richiedente il blocco e sull’intermediario che ha fornito l’informazione, potendo fornire tali informazioni al pubblico, mentre al contrario i soggetti italiani adempienti in toto al Piracy Shield sono paradossalmente tenuti all’oscuro di tali informazioni.

Disparità che vedono soccombenti imprese italiane non sono tollerabili.

Key4biz. Ma il problema sono quindi solo gli OTT d’oltreoceano?

Giuliano Peritore. Evidentemente no. Il ragionamento riguarda tutti i soggetti che erogano servizi fruibili dall’Italia. Se uno qualsiasi di questi fornisce servizi tramite i quali è possibile aggirare le leggi vigenti o porre in essere minacce alla sicurezza, giusto per fare un esempio, è necessario intervenire con tutti gli strumenti che l’ordinamento mette a disposizione, in base all’effettivo rischio.

Ma non si tratta soltanto di reagire ad eventuali minacce: serve una visione strategica fondata sulla sovranità digitale. È sempre più evidente che non si può continuare a fare affidamento su infrastrutture digitali che sfuggono completamente alla giurisdizione nazionale. Servizi critici per la vita pubblica e privata italiana sono oggi ospitati, gestiti e controllati da soggetti terzi che rispondono ad altri ordinamenti. Questo rappresenta una fragilità strutturale enorme.

Key4biz. Quindi come si dovrebbe procedere?

Giuliano Peritore. Si parla spesso di “vendor ad alto rischio”, un modo elegante per non citare direttamente i fornitori cinesi. Eppure, da quei fornitori non abbiamo mai subito né aggressioni né minacce sistemiche, né risultano problemi reali e certificati di sicurezza. Il paradosso è che si chiudono gli occhi sulle minacce reali che derivano invece da servizi che sfuggono completamente a qualsiasi controllo democratico, ma che provengono da contesti apoditticamente “amici” o non ritenuti “a rischio”. Abbiamo mai sentito parlare invece di “vendor di servizi ad alto rischio”? E’ troppo comodo sviare l’attenzione solo sui beni materiali. Ed è mai possibile che TUTTI i servizi provenienti da un singolo paese possano essere considerati, nella loro globalità, sicuri o non sicuri?

Key4biz. Tutti gli OTT si comportano nello stesso modo?

Giuliano Peritore. Non tutti gli intermediari digitali si nascondono dietro la scusa della “neutralità della rete”. Alcuni, come YouTube – dopo un passato più lasco – e Akamai, investono concretamente in tecnologie per prevenire la pirateria alla radice. Il CEO di Akamai, Tom Leighton, è stato chiaro: esistono strumenti per combattere la pirateria senza censura di massa, senza ricorrere a meccanismi come Piracy Shield, e soprattutto senza compromettere la neutralità della rete. Basta volerli adottare.

E qui sta il nodo: non è vero che non si possa fare meglio. La verità è che solo alcuni soggetti scelgono di  farlo.

Oggi esiste un ampio database di fingerprint digitali, invisibili ma univoci, che rappresentano contenuti protetti da copyright. Alcune piattaforme lo interrogano in tempo reale, analizzando dati e bloccando i contenuti pirata prima ancora che vengano distribuiti.

È un po’ come un treno: c’è chi controlla i biglietti prima di far salire i passeggeri, e chi invece fa salire chiunque, salvo poi minacciare di incendiare l’intero villaggio dove abita il controllore intervenuto a far smettere la pratica.

Allora è lecito chiedersi: perché certe piattaforme non applicano controlli a monte, pur sapendo che esistono e sono tecnicamente accessibili? Perché non usano strumenti che oggi consentono di bloccare automaticamente la pirateria, come fanno altri attori del settore?

Key4biz. Secondo lei perché?

Giuliano Peritore. La risposta sta spesso nel modello di business. Alcune aziende crescono grazie al traffico e, di fronte a obblighi di filtraggio, si trincerano spesso dietro la “libertà di espressione”. Ma, al di là dell’alto principio invocato, vi sono inevitabilmente anche considerazioni economiche. Gli accessi ed il traffico aumentano il valore percepito della rete, utile per investitori e quotazioni, e questi indicatori operano a prescindere dal fatto che il traffico sia effettivamente legale. Questo non significa, beninteso, che l’impresa volutamente sostenga, promuova o sia a conoscenza della pirateria. Ma non dotarsi di sistemi idonei ad individuare la pirateria permette di non essere costretti a contrastarla.

Key4biz. E’ soltanto una questione di modelli di business?

Giuliano Peritore. Il discorso si allarga e richiede onestà intellettuale. Alcune decisioni che vengono prese a Bruxelles, anche bypassando gli Stati membri, favoriscono le concentrazioni, la finanza speculativa e la colonizzazione digitale, mentre si affossano i modelli nazionali, le PMI e le economie locali.

Nulla viene fatto per invertire la rotta: si procede a tappe forzate verso il depotenziamento dell’iniziativa economica autonoma, consegnando interi settori ai grandi fondi internazionali. È la logica dietro il Digital Network Act, ed è la stessa che alimenta la volontà di un bando totale sugli apparati cinesi, giustificato con il pretesto che siano “pericolosi” per la sicurezza digitale.

Nel frattempo, l’Italia lascia fare, come sta accadendo con l’agricoltura, dove ha firmato l‘accordo Mercosur, che potenzialmente danneggia le aziende italiane e le filiere di qualità invece di proteggerle.

Key4biz. Quali soluzioni si sente di suggerire?

Giuliano Peritore. Serve quindi invertire con decisione questa narrazione tossica e rinunciataria, che dipinge tutto come ineluttabile. Bisogna spingere con forza sull’acceleratore della sovranità digitale, così come andrebbe fatto per quella energetica, alimentare, sanitaria.

Occorre iniziare a ridurre la dipendenza da servizi esteri, troppo spesso utilizzati da imprese italiane e pubblica amministrazione con eccessiva leggerezza, senza una reale analisi dei rischi e con la falsa illusione di essere cittadini di un unico mondo globalizzato.

È tempo di smettere di inseguire i “campioni digitali globali” e di smascherare la retorica sui presunti “campioni europei”. Dobbiamo tornare a fare economia vera, non soltanto finanza, sviluppando imprese tecnologiche solide, affidabili e soprattutto radicate nel territorio, con competenze distribuite e capaci di sostenere modelli di business nazionali, non imposti da mercati o piattaforme globali.

Ne va del nostro futuro. E di quello dei nostri giovani. Abbiamo probabilmente sbagliato sull’agricoltura firmando il Mercosur, vedremo se l’Italia saprà tenere la barra dritta almeno sul digitale. C’è molto fermento ed è un buon segnale.

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Moodys: “I data center avranno bisogno di 3mila miliardi di dollari entro il 2030”

Secondo un’analisi di Moody’s, la domanda crescente di infrastrutture digitali alimentata dall’espansione dell’AI e dal consumo di dati sempre più elevato richiederà investimenti straordinari nei data center, che potrebbero toccare la soglia dei 3.000 miliardi di dollari entro il 2030.

La relazione evidenzia come la necessità di capacità computazionale, archiviazione e connettività stia superando ogni precedente previsione, spinta in gran parte dallo sviluppo incessante di modelli avanzati di AI e dalle nuove esigenze delle piattaforme cloud.

Questo fabbisogno finanziario non include solo la costruzione di nuovi impianti, ma anche l’ammodernamento di quelli esistenti, l’incremento dell’efficienza energetica e l’adozione di tecnologie più sostenibili.

L’analisi tocca anche l’aspetto della distribuzione geografica degli investimenti, prevedendo una forte espansione nei mercati emergenti, nonché un’accelerazione nei progetti infrastrutturali nelle regioni tradizionalmente avanzate come Stati Uniti, Europa e Asia.

Tuttavia, Moody’s segnala rischi legati a carenze di energia elettrica, restrizioni normative e criticità ambientali che potrebbero rallentare i piani di crescita.

L’impennata della domanda di AI generativa e servizi cloud rappresenta un catalizzatore importante, ma al tempo stesso comporta costi di esercizio elevati, che renderanno strategica ogni decisione di investimento.

Il report solleva anche preoccupazioni sulla sostenibilità a lungo termine del consumo energetico dei data center, che potrebbe superare le attuali capacità produttive in alcune aree.

L’intero settore si trova così di fronte a una sfida epocale: crescere rapidamente, ma con attenzione all’impatto ambientale, alla sicurezza energetica e alla resilienza infrastrutturale.

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Il ‘Google della Corea del Sud’ propone un’alternativa AI agli Stati Uniti e alla Cina

Naver, colosso tecnologico sudcoreano spesso definito il ‘Google della Corea del Sud’, sta promuovendo attivamente le sue soluzioni AI e cloud come alternativa ai giganti statunitensi e cinesi, puntando soprattutto a mercati strategici come Medio Oriente e Sud-est asiatico.

Secondo Kim Yuwon, CEO di Naver Cloud, la società offre un vantaggio competitivo in termini di personalizzazione e sovranità dei dati, proponendosi come scelta preferibile per quei Paesi che temono intrusioni o dipendenze geopolitiche legate all’uso di infrastrutture americane o cinesi.

Mentre aziende come Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 60% del mercato globale del cloud, e Tencent e Alibaba dominano in Cina, Naver promette un approccio più su misura, gestendo l’intera ‘stack’ tecnologica, dai data center alle applicazioni, garantendo maggiore autonomia e controllo locale sui dati.

L’azienda sta espandendo la propria infrastruttura AI con un investimento di oltre 1 trilione di won (circa 690 milioni di dollari), compreso l’acquisto massiccio di GPU Nvidia Blackwell e la costruzione di un data center da 500 MW in Marocco.

Sono in corso progetti di AI ‘sovrana’ in collaborazione con governi locali: in Arabia Saudita si lavora su ‘gemelli digitali’ delle infrastrutture fisiche; in Thailandia si sviluppa un modello linguistico AI e un assistente turistico digitale; in Giappone si sperimenta un sistema che effettua chiamate di benessere agli anziani.

Tuttavia, alcuni esperti esprimono dubbi sull’espansione globale dell’azienda, ricordando i fallimenti passati di Naver nel rendere competitivo il suo motore di ricerca all’estero, a causa della mancanza di database locali sufficienti.

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Iran, mai così tante esecuzioni come nel 2025

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Tra gennaio e luglio sono state 713, superate anche le 9 impiccagioni  al giorno in Iran

Tutti gli occhi sono puntati sull’Iran. La nuova ondata di proteste contro il regime guidato dall’ayatollah Ali Khamenei ha incontrato fin da subito una repressione violenta e sanguinosa. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, dall’inizio delle manifestazioni le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 544 persone, di cui 483 manifestanti, e arrestato oltre 10.681 cittadini. Numeri che hanno spinto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a parlare di “linea rossa” superata e a evocare possibili opzioni militari per favorire un cambio di regime, richiamando esplicitamente il precedente del Venezuela.

Il bilancio resta parziale e probabilmente sottostimato: un blackout quasi totale di Internet impedisce verifiche indipendenti. I media di Stato hanno parlato di 96 confessioni forzate, pratica che in Iran precede spesso la condanna a morte. Le esecuzioni diventano così uno strumento diretto di repressione, come nel caso del ventiseienne Irfan Soltani, indicato come il primo manifestante giustiziato durante le proteste. Ma i dati Onu mostrano che questa dinamica è precedente all’attuale crisi: le esecuzioni sono descritte come strumento deliberato di paura e controllo, con processi dei Tribunali Rivoluzionari a porte chiuse e una scarsa trasparenza. A confermarlo è un altro dato che arriva dalle Nazioni Uniti: solo l’8% delle esecuzioni è riconosciuto ufficialmente dalle autorità dell’Iran.

Iran, pena di morte a livelli record

Secondo le Nazioni Unite, il ricorso alla pena di morte in Iran accelera dopo il 2021 e nel 2025 tocca il livello più alto dal 2015. Tra gennaio e luglio 2025 sono state accertate 716 esecuzioni, pari a 3,4 al giorno; mantenendo questo ritmo, il totale annuo potrebbe essere stato di circa 1.230 esecuzioni.

Sempre secondo i report delle Nazioni Uniti in alcuni momenti la media ha superato le 9 impiccagioni al giorno, un andamento che gli esperti Onu hanno definito “su scala industriale”. Il rapporto segnala inoltre che molte condanne violano gli standard del diritto internazionale, soprattutto per tipologia di reato, assenza di processi equi e uso estensivo della pena capitale.

La pena di morte come repressione

Nel 2025 il quadro normativo si è irrigidito ulteriormente: nuove leggi hanno esteso l’uso della pena di morte per il reato di “spionaggio” e criminalizzato contenuti online considerati “false informazioni”. Secondo il rapporto ONU, questa stretta è coincisa con una fase di forti tensioni interne e con lo scontro militare con Israele a metà 2025.

I dati mostrano un effttivo aumento delle condanne capitali legate alla sicurezza dello Stato: nel periodo analizzato sono state registrate 10 esecuzioni per spionaggio, 8 delle quali dopo il 13 giugno, cioè durante o subito dopo l’escalation militare. Un elemento che rafforza il legame tra contesto di crisi e ricorso alla pena di morte come strumento repressivo.

La mappa dei reati puniti con la morte

Come si vede anche dal grafico, le esecuzioni per droga rappresentano la quota principale: 347 casi nel periodo iniziale analizzato dal rapporto ONU a conferma di una forte accelerazione. Seguono gli omicidi, con 310 esecuzioni basate sul principio del qisas, il meccanismo di giustizia retributiva che affida ai familiari della vittima la scelta tra pena di morte e perdono in cambio di un risarcimento. Secondo le Nazioni Unite, le esecuzioni per droga colpiscono in modo sproporzionato comunità marginalizzate e minoranze etniche, rafforzando il carattere selettivo della pena capitale in Iran.

Più distaccati i numeri relativi ai reati di sicurezza (35 esecuzioni) e allo stupro (24 casi). Le Nazioni Unite sottolineano che molte di queste condanne non rispettano gli standard internazionali sui diritti umani, soprattutto quando la pena capitale viene applicata a reati che non rientrano nella categoria dei “crimini più gravi”.

Le minoranze e l’uso politico della pena capitale

Il rapporto ONU segnala una sovrarappresentazione delle minoranze etniche tra i condannati a morte in Iran. I Baloch, che costituiscono solo il 2–4% della popolazione e vivono soprattutto nel sud-est del Paese, rappresentano il 19% delle esecuzioni per reati legati alla droga. Si tratta di una minoranza sunnita in uno Stato a maggioranza sciita, già colpita da marginalizzazione economica e istituzionale, su cui la pena di morte ha un impatto sproporzionato. Il rapporto richiama inoltre la situazione della comunità baha’i, oggetto di accuse di “spionaggio sionista”, arresti domiciliari e confische di beni, all’interno di un quadro più ampio di repressione delle minoranze.

Una dinamica simile riguarda i Curdi: pur rappresentando circa il 9–10% della popolazione, sono coinvolti in oltre la metà delle esecuzioni per reati di sicurezza, categorie che il rapporto Onu definisce ampie e spesso usate contro il dissenso politico. Nello stesso periodo sono stati arrestati oltre 330 curdi.

La repressione colpisce inoltre i cittadini afghani: almeno 58 sono stati giustiziati (57 uomini e 1 donna) e oltre 1,5 milioni sono stati rimpatriati o deportati nel solo 2025. Secondo le Nazioni Unite, molti di loro affrontano un rischio elevato di persecuzioni al rientro, in particolare le donne, in un contesto di forte instabilità e assenza di tutele.

Detenzione e controllo del dissenso

La repressione non si ferma alle piazze. Prosegue nelle carceri, dove la detenzione diventa uno strumento di controllo. Il rapporto delle Nazioni Unite descrive pratiche che violano in modo sistematico gli standard minimi sui diritti umani in Iran.

Dopo l’attacco dell’aviazione israeliana alla prigione di Evin, le autorità hanno trasferito forzatamente 170 uomini nel carcere di Greater Tehran e 70 donne in quello di Qarchak. Le condizioni sono critiche: sovraffollamento, carenza di cibo e acqua, assenza di cure mediche. Il rapporto segnala anche la presenza di bambini fino a 4 anni detenuti con le madri, in violazione degli standard internazionali.

Torture e abusi nel sistema carcerario

L’Onu ha documentato torture e maltrattamenti sistematici. Le violazioni si concentrano soprattutto nelle prime fasi della detenzione. Le autorità usano confessioni forzate. Ricorrono ad abusi fisici e, in alcuni casi, a violenze sessuali. Il rapporto segnala anche l’uso di pene corporali previste dalla legge iraniana. Il 31 luglio 2025 le autorità hanno amputato quattro dita a tre uomini per furto. Nello stesso periodo hanno inflitto 44 condanne alla fustigazione.

La repressione della società civile

La stretta su società, libertà e diritti civili che accompagna le proteste in corso è iniziata nei primi mesi del 2025. Il rapporto ONU segnala un ulteriore irrigidimento dopo l’attacco israeliano e il successivo intervento degli Stati Uniti. In quel periodo sono stati arrestati circa 21.000 cittadini; i detenuti stranieri risultano 2.774 in totale, secondo i dati ufficiali.

In parallelo, il quadro normativo si è fatto più severo. Nuove iniziative legislative hanno ampliato la definizione di spionaggio. La norma include ora la diffusione di informazioni e i contatti con media esteri o della diaspora. Il rischio penale si estende così a giornalisti, attivisti e cittadini comuni.

Il controllo digitale come arma

La repressione passa anche dal controllo digitale. Il quadro emerge prima del blackout informativo imposto durante le proteste in corso. Il rapporto dell’ONU segnala minacce giudiziarie per semplici “like”, commenti o interazioni sui social. Le autorità impongono inoltre l’installazione di applicazioni statali su dispositivi personali, soprattutto a dipendenti pubblici e operatori sanitari.

La pressione supera i confini nazionali. Le Nazioni Unite documentano una repressione transnazionale. Oltre 45 operatori dei media risultano minacciati in 7 Paesi. Le autorità colpiscono anche i familiari di giornalisti e attivisti all’estero, con intimidazioni e ritorsioni usate come strumento di pressione sul dissenso.

La repressione lungo le frontiere

Alle frontiere, le forze di sicurezza iraniane risulta che abbiano compiuto  uccisioni extragiudiziali che colpiscono soprattutto le comunità più vulnerabili. Secondo le segnalazioni raccolte dall’Onu, tra 11 e 17 kulbar – corrieri curdi che trasportano merci lungo i confini montuosi – hanno perso la vita, insieme ad almeno 71 sukhtbar, i trasportatori di carburante attivi soprattutto nelle regioni orientali del Paese.

A queste morti si aggiungono i decessi in custodia, spesso dovuti a negligenza medica, ritardi nelle cure o condizioni di detenzione incompatibili con la tutela della vita. Il rapporto segnala inoltre pressioni e intimidazioni sulle famiglie delle vittime, scoraggiate dal chiedere chiarimenti. Le indagini indipendenti sulle responsabilità delle autorità risultano assenti o inefficaci, alimentando un clima di impunità.

Fonte: Onu
I dati sono aggiornati a settembre 2025

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