Armi anti-satellite (ASAT), mercato da 10,6 miliardi di dollari entro il 2035
Armi anti-satellite, un mercato mondiale in rapida crescita
Il mercato globale delle armi anti-satellite cresce sempre di più ed è atteso passare dai 4,3 miliardi di dollari del 2025 a 4,7 miliardi nel 2026. La previsione di Global Market Insights (GMI) indicano un valore di 7,5 miliardi nel 2031 e di 10,6 miliardi nel 2035, con un tasso annuo composto (CAGR) del 9,5% nel periodo 2026-2035. Il Nord America è oggi il mercato più grande, ma l’Asia-Pacifico è quello con la crescita prevista più rapida.
Queste cifre vanno lette considerando che la categoria ASAT del rapporto è ampia: non comprende solo missili capaci di colpire fisicamente un satellite, include infatti anche strumenti per disturbare le comunicazioni e i segnali di navigazione, attaccare i sistemi informatici a terra o degradare i sensori satellitari. Una parte del mercato riguarda quindi capacità di contrasto spaziale che possono produrre effetti temporanei e reversibili, senza generare detriti in orbita.
La distinzione è strategica. Gli intercettori a ascesa diretta e i sistemi co-orbitali possono danneggiare o distruggere un veicolo spaziale, ma hanno costi elevati in termini di escalation e sicurezza orbitale. Jamming, spoofing e attacchi informatici, invece, puntano a interrompere servizi e collegamenti senza colpire necessariamente il satellite. Secondo GMI, la guerra elettronica ASAT è il segmento maggiore: 1,73 miliardi di dollari, pari al 40,3% del mercato nel 2025. La guerra fisica non cinetica, che comprende tecnologie come i sistemi a energia diretta, è prevista in crescita più rapida, con un CAGR del 13,8%.
Nord America primo mercato, Asia-Pacifico in accelerazione
Nel 2025 il Nord America ha generato 2,14 miliardi di dollari, il 49,8% del totale, soprattutto grazie agli investimenti statunitensi in superiorità spaziale, tracciamento missilistico, comunicazioni protette e guerra elettronica. L’Asia-Pacifico ha raggiunto 1,32 miliardi e, con un CAGR previsto del 10,9%, dovrebbe arrivare a 3,685 miliardi nel 2035. La Cina valeva 898 milioni di dollari nel 2025, seguita dall’India 190 milioni e il Giappone 118 milioni. Per l’India, il Rapporto stima una crescita annua del 13,9%.
L’Europa ha registrato 669 milioni di dollari nel 2025 e dovrebbe raggiungere 1,4 miliardi nel 2035, con un CAGR del 7,8%. La Francia ha generato 129 milioni, il Regno Unito 90 milioni e la Germania 77 milioni. Le cifre descrivono la stima commerciale di GMI, non una contabilità omogenea dei bilanci militari nazionali: la classificazione include sistemi e tecnologie con impieghi diversi. GMI mette in questa regione anche la Russia, con 300 milioni di dollari nel 2025.
Le armi cinetiche usano mezzi materiali, bombe, proiettili, missili e altre munizioni, per distruggere o danneggiare. Quelle non cinetiche (ad esempio laser e sistemi a microonde ad alta potenza) impiegano energia irradiata per distruggere, danneggiare o interferire con i sistemi spaziali.
Le armi elettroniche (come ad esempio soluzioni jamming e spoofing) utilizzano lo spettro elettromagnetico per annullare o disturbare temporaneamente le capacità operative del bersaglio, senza distruggerlo. infine, le attività offensive nel cyberspazio (operazioni cibernetiche) contro sistemi spaziali possono avere come bersaglio infrastrutture a terra, terminali satellitari e veicoli spaziali.
Una competizione che aumenta i rischi in orbita
Il mercato cresce perché le forze armate dipendono dai satelliti per comunicazioni, navigazione, intelligence e allerta missilistica. Le costellazioni distribuite in orbita bassa rendono meno decisivo colpire un singolo satellite, ma moltiplicano i collegamenti radio, i terminali e le reti di controllo esposti a interferenze o attacchi informatici.
Diversi i test distruttivi resi pubblici: Cina nel 2007, Stati Uniti nel 2008, India nel 2019 e Russia nel 2021. L’intercettazione russa del satellite Cosmos 1408 ha prodotto oltre 1.500 frammenti tracciabili e costretto gli astronauti della Stazione spaziale internazionale ad adottare misure di sicurezza.
La pressione competitiva è tornata al centro del dibattito il 14 settembre 2026, quando il segretario dell’Aeronautica statunitense Troy Meink ha dichiarato che gli Stati Uniti dispongono di “armi di controllo spaziale in orbita” capaci di difendere le forze congiunte da azioni ostili. Non ha precisato natura, numero o modalità d’impiego dei sistemi: la dichiarazione non consente quindi di identificarli con specifici intercettori ASAT.
La crescita prevista riguarda dunque un insieme di capacità, dalle armi cinetiche agli strumenti non distruttivi. Ma chiamare tutto questo “mercato ASAT” rischia di rendere meno visibile la differenza tra proteggere i satelliti e prepararne la neutralizzazione. In orbite già affollate, l’uso di sistemi distruttivi può produrre detriti pericolosi per infrastrutture civili e militari di molti Paesi. Le regole internazionali non eliminano la competizione e senza accordi più solidi e limiti verificabili, ogni nuova capacità può alimentare la risposta dell’avversario e rendere più fragile l’accesso sicuro allo spazio.
Agenti AI entrano nei conti bancari USA, c’è rischio di azioni fuori controllo
AI, le banche non distinguono più gli agenti dagli umani. Wall Street lancia l’allarme
Alcune delle principali banche statunitensi, tra cui Morgan Stanley, Bank of America, JPMorgan e Wells Fargo, stanno rilevando agenti di intelligenza artificiale (AI) che accedono ai conti dei clienti e, in certi casi, sembrano avviare attività non riconducibili alle istruzioni dell’utente. A riferirlo è Axios, citando persone informate. Il fenomeno è ancora difficile da misurare, ma ha già spinto diversi istituti a bloccare o limitare l’accesso degli strumenti di terze parti.
Il punto critico è che non tutti gli accessi sono uguali. In molti casi il cliente autorizza un agente a entrare nel proprio conto usando le sue credenziali, per esempio per controllare le spese o completare un’attività. Diversi istituti chiedono nei propri termini di servizio che sia la persona, non un programma, a effettuare l’accesso. Quando l’agente può anche disporre pagamenti o trasferire denaro, un’autorizzazione concessa con leggerezza può avere conseguenze concrete.
Il rischio vero è un agente AI con accesso al denaro
Come raccontato da Madison Mills, alcune banche hanno osservato agenti contattare i call center o compiere attività che sembravano non corrispondere alle istruzioni dell’utente. Non significa che ogni accesso di un agente sia fraudolento, né che siano stati accertati ammanchi: Morgan Stanley ha dichiarato di non aver rilevato accessi di agenti “fuori controllo” alle proprie piattaforme. Ma gli istituti faticano a distinguere un’azione automatizzata autorizzata da una non autorizzata, o a capire se un agente abbia davvero agito per conto del cliente.
È questa ambiguità a rendere il problema urgente. I sistemi antifrode sono costruiti per riconoscere comportamenti sospetti, ma devono poter ricostruire chi ha impartito un ordine e chi lo ha eseguito. Se un agente usa le credenziali del cliente, la traccia può apparire legittima anche quando l’azione non lo è.
La risposta delle banche
Morgan Stanley ha iniziato a bloccare agenti di terze parti; JPMorgan, Bank of America e Citi stanno adottando restrizioni. Un portavoce di Chase ha invitato i clienti a non condividere username e password. Al tempo stesso, molti istituti valutano una via intermedia: consentire l’accesso in sola lettura, così che gli agenti possano consultare le informazioni finanziarie senza disporre operazioni.
È un compromesso già noto nel settore: servizi come Quicken possono accedere ai dati per aiutare nella gestione del bilancio. Ma un agente capace di ragionare e agire introduce un livello diverso di rischio. Per questo la sola prudenza degli utenti non basta: servono autorizzazioni limitate, tracciabili e revocabili, con una distinzione chiara tra consultare un conto e muovere denaro.
Un rischio che supera il singolo conto
Se un agente compromesso o mal configurato potesse operare su molti conti, l’impatto potrebbe estendersi oltre il singolo cliente: frodi, trasferimenti indesiderati, investimenti azzardati e difficoltà nel ripristinare rapidamente l’accesso. Per le banche, la sfida è anche mantenere la fiducia in un’infrastruttura essenziale.
C’è poi una questione di responsabilità: se l’agente sbaglia, chi risponde? Il cliente che gli ha dato accesso, la società che lo ha sviluppato o la banca che ha accettato la transazione? Senza regole e registrazioni verificabili, ricostruire i fatti può diventare difficile. In prospettiva, l’uso su larga scala di agenti finanziari potrebbe anche amplificare decisioni automatiche errate e vulnerabilità comuni, con effetti sulla stabilità e sulla fiducia pubblica.
Le banche riconoscono che i clienti vorranno sempre più usare questi strumenti. Il problema è permetterlo senza consegnare loro un potere incontrollato sul denaro. Per ora, la risposta è limitare l’accesso e sperimentare modalità più sicure. La velocità con cui evolvono gli agenti, però, rende insufficiente affidarsi soltanto a blocchi e condizioni d’uso: occorre stabilire in modo verificabile quali azioni possono compiere, per conto di chi e con quali limiti.
Elezioni in Brasile, duello Lula-Bolsonaro a colpi di bot e fake news (in stile Cambridge Analytica)
La campagna elettorale in corso per il secondo turno delle presidenziali, sta rendendo il Brasile un palcoscenico globale dove stanno andando in scena tutte le opzioni possibili che le tecniche di comunicazione oggi disponibili. Un vero catalogo di sottili strategie o trappole beffarde per catturare consensi.
Ma il grande paese sudamericano è diventato anche la vetrina di esibizione per gruppi internazionali che mostrano cosa si possa fare attraverso un account in rete. Lula (nella foto) ha denunciato Bolsonaro per manipolazione algoritmica, una mossa che arriva alla vigilia del ballottaggio di domenica prossima che vede i due contendenti impegnati in un testa a testa al fotofinish.
I più sfuggenti e inafferrabili meccanismi di persuasione occulta sono esplosi in un florilegio di bot agentici e cloud occasionali per sorreggere campagne digitali che mirano a demonizzare l’avversario, ed a nascondere clamorosamente quell’ormai invisibile linea che separa il vero dal falso.
Il web è il vero terreno di scontro
Jorge Amado scriveva che “Il Brasile è la somma meravigliosa di ogni possibile contraddizione”. Oggi potremmo aggiungere è la meravigliosa combinazione di passioni sfrenate ma anche di ciniche e pianificate politiche di interferenza psicologica.
E’ il web il vero terreno di scontro fra il vecchio presidente uscente, Lula, e quel Flavio Bolsonero, figlio dell’ex presidente imprigionato per tentato golpe, che sta guidando la corsa.
E’ una sfida spietata, dove i due contendenti sono sia cacciatore che preda.
Lula, alla ricerca spasmodica del 4° mandato, aveva già messo in conto di essere un presidente assediato: gli Usa di Trump incombono storicamente sul gigante tropicale, ma in queste settimane la Casa Bianca non ha fatto mistero di voler a tutti costi e con tutti i mezzi, favorire il giovane Bolsonero.
Promozioni false dominano la rete
Secondo l’osservatorio Eko, che misura in questi giorni l’andamento della rete, sponsor e inserzionisti americani hanno finanziato circa l’87% di promozioni o pubblicità palesemente false. Ossia che manifestamente affermano contenuti del tutto inventati. L’obiettivo non è farsi credere ma rendere del tutto irrilevante la verità.
Anche Netanyahu in campo con Trump con tecnologie israeliane
Con Trump è sceso in campo anche il premier israeliano Netanyahu, a sua volta impegnato in spinosissime consultazioni, che ha messo a disposizioni le tecnologie di controllo israeliano. E poi ci sono i vicini, in particolare il grande cugino avverso, l’Argentina di Milei che spinge per unificare tutto il cono sudamericano nel segno di un populismo senza avversari.
Inventato il Brazil2026ElectionFilter
Per questo in vista della competizione il governo brasiliano, primo nel mondo, ha allestito un sistema di difesa dalle scorrerie esterne. E’ stato creato il Brazil2026ElectionFilter, un sistema algoritmico che inibisce i social dalle azioni di favoritismo più sfacciate a favore di politici amici. In questo modo si impedisce di indirizzare automaticamente gli utenti nei siti dei candidati amici.
Inoltre è diventata legge la moratoria di ogni messaggio politico sulla rete nelle 72 ore precedenti il voto.
Zuckerberg accusato di servilismo a favore di Bolsonaro
Ma questa rete a maglie strette, che pure rappresenta un esempio per i paesi che andranno al voto nei prossimi mesi, non basta. In Particolare Meta, l’azienda di Facebook, è protagonista nella campagna elettorale invisibile. Il governo centrale ha accusato ripetutamente il gruppo di MarkZuckerberg di un vero e proprio servilismo per lo sfidante, Bolsonaro.
L’uso strumentale dell’algoritmo indirizza il voto
I dati parlano di un indice di ingaggio per i siti dei supporter della destra più radicale doppio rispetto a quello vicini al presidente uscente, benché questi ultimi abbiano il doppio dei followers. Il tema è sempre quello: un uso strumentale degli algoritmi per deformare il mercato. Paradossalmente la stessa accusa sollevata da 14 stati americani che hanno sanzionato per 18 miliardi il social più grande del mondo per lo spregiudicato utilizzo di algoritmi di ingaggio che spingono i minorenni ad una dipendenza patologica.
Cambridge Analytica la madre di tutte le interferenze
Diventa sempre più evidente che in diversi campi, come le elezioni, o i minorenni, oppure le forme di subordinazione a bot da parte di soggetti deboli, o ancora strategie di guerra ibrida, troviamo un sistema automatico di intelligenza artificiale che raccoglie dati individuali, li inserisce in clusters mirati e ne ricava bersagli su cui concentrare la propria potenza operativa.
Il prototipo rimane Cambridge Analytica, la madre di tutte le interferenze, potremmo dire. Ma oggi la potenza di fuoco è enormemente aumentata. Proprio in questi giorni il Premier inglese Burnham ha svelato come dal versante russo siano state tracciate forti interferenze in occasione del referendum sulla Brexit, dove hanno agito per rastrellare elettori contendibili ben 150 mila bot.
In Brasile siamo nell’ordine di oltre un milione.
In campo anche gli influencer evangelici
Il fronte governativo tenta di adeguarsi ma non sembra in grado di adattare le proprie proposte e narrative ai linguaggi digitali. Rilevante risulta anche il network degli influencer evangelici, delle chiese più fondamentalista, che in Brasile da tempo hanno superato per numero di fedeli ed influenza sull’opinione pubblica la comunità cattolica. Delle 10 principali influenze digitali del paese 8 sono delle chiese evangeliste che con un corredo potentissimo di apparati digitali, pompano messaggi specifici e individualizzati, 24 ore su 24.
L’esito di questo scontro sembra del tutto scontato. I sondaggi parlano di una differenza minima fra i due contendenti, ma come è capitato anche nel primo turno parte degli elettori di Bolsonaro non si dichiarano per rendere illusoria la rimonta dell’avversario.
Sarebbe comunque utile per il sistema Italia leggere con attenzione quanto sta accadendo oltre atlantico e ricavarne un proficuo insegnamento.
Engineering, Fitch migliora l’Outlook da stabile a positivo
Engineering comunica che Fitch ha confermato il rating di lungo termine della società a “B” e rivisto l’Outlook da Stabile a Positivo.
La decisione dell’Agenzia riflette le attese che i proventi derivanti dalla cessione di Alfahealth, perfezionata nei primi giorni di ottobre, e dalla cessione del Gruppo Industries eXcellence, il cui closing è previsto entro il 2026, saranno principalmente destinati, subordinatamente alle condizioni di mercato, alla riduzione dell’indebitamento, contribuendo al rafforzamento del profilo finanziario del Gruppo.
A supporto della propria valutazione, Fitch evidenzia la solida posizione di Engineering sul mercato italiano, la resilienza della performance nel primo semestre del 2026 e la maggiore focalizzazione sui Software Products proprietari e sulle attività Digitech e Consulting.
Il 18,3% degli incidenti estivi alle 18 ma a quell’ora d’inverno salgono al 48,4%
Partiamo dal cambio d’ora. Nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre 2026, alle 3, le lancette tornano alle 2: finisce l’ora legale e torna l’ora solare, che l’Italia terrà fino a domenica 28 marzo 2027. Si dorme un’ora in più, e di solito il commento riguarda quanto l’ora legale fa risparmiare in bolletta. Ma l’ora solare sposta anche un’altra cosa: il momento in cui fa buio rispetto al momento in cui milioni di persone sono per strada, in auto, in bici o a piedi, di ritorno dal lavoro e da scuola.
Ora solare 2026, a che ora tramonta il sole nei capoluoghi
Sabato 24 ottobre, ultimo giorno con l’ora legale, il sole tramonta tra le 17:58 di Bari e le 18:32 di Cagliari. Lunedì 26 ottobre, primo giorno lavorativo con l’ora solare, il sole tramonta tra le 16:55 di Bari e le 17:29 di Cagliari: in tutti e venti i capoluoghi di regione prima delle 17:30. A Milano il tramonto arriva alle 17:19, a Roma alle 17:12, a Napoli alle 17:06, a Palermo alle 17:14.
Anche la luce che resta dopo il tramonto, il crepuscolo, si esaurisce in fretta. Lunedì 26 ottobre il cielo è buio prima delle 18 in tutti i capoluoghi di regione: alle 17:24 a Bari, alle 17:41 a Roma, alle 17:50 a Milano, alle 17:56 a Torino, alle 17:57 ad Aosta e a Cagliari. E le giornate continueranno ad accorciarsi fino al 21 dicembre, il giorno più corto dell’anno, quando il sole tramonterà prima delle 17 in diciannove capoluoghi su venti. L’unica eccezione è Cagliari, alle 17:03.
Incidenti stradali, perché le 18 sono l’ora più pericolosa
Il fatto è che le 18 sono l’ora più pericolosa sulle strade italiane. Secondo l’Istat, nei giorni feriali del 2025 gli incidenti con morti o feriti si concentrano tra le 17 e le 19, con il massimo proprio alle 18: 12.691 incidenti in un anno, l’8,2% di tutti quelli avvenuti dal lunedì al venerdì. Il picco del mattino, tra le 8 e le 9, è più basso. Fino a sabato 24 ottobre, alle 18 in quasi tutta Italia c’è ancora il sole, ma da lunedì 26 ottobre, alla stessa ora, è buio in tutti i capoluoghi di regione, come mostra il grafico. Significa che aumenteranno gli incidenti e le vittime? Vediamo.
Incidenti al buio, quasi uno su due a dicembre
L’Istat misura quanti incidenti avvengono tra il tramonto e l’alba, mese per mese. In estate gli incidenti al buio sono meno di uno su cinque: il 18,3% a giugno e a luglio. A ottobre la quota sale al 30,2%. A novembre, il primo mese intero con l’ora solare, arriva al 41,9%. A dicembre tocca il 48,4%: quasi un incidente su due avviene quando è già buio. Perché? Ma perché alle 18 (quando c’è il picco) d’estate c’è luce, d’inverno c’è il buio e anche perché d’inverno ci sono più ore al buio che alla luce.
La quota di incidenti avvenuti di notte in senso stretto, tra le 22 e le 6, resta invece quasi ferma tutto l’anno, tra il 9 e il 14%. Quello che cambia tra l’estate e l’inverno, quindi, non sono le ore piccole. È il tardo pomeriggio, l’ora del rientro a casa, che diventa notte. Sono i dati che mostra il grafico interattivo in apertura.
I pedoni sono quelli più a rischio quando fa buio
Il buio pesa soprattutto su chi va a piedi. Nel 2025 sono morti sulle strade italiane 419 pedoni, il 10,9% in meno rispetto al 2024, su un totale di 2.868 vittime della strada, a loro volta in calo del 5,3%. Meno morti, sì, ma quando un pedone viene investito il rischio di perdere la vita resta altissimo: 2,4 morti ogni 100 incidenti, circa quattro volte quello di chi viaggia in auto, fermo a 0,6. E l’Istat segnala che proprio nelle ore tra il tramonto e l’alba l’indice di mortalità degli incidenti è sempre più alto, in particolare per gli utenti della strada più vulnerabili.
Ora legale tutto l’anno, ancora nessuna novità
Se l’ora legale restasse tutto l’anno, il buio della sera arriverebbe un’ora più tardi anche d’inverno. Il 21 dicembre, con l’ora legale, il sole sorgerebbe alle 9 a Milano e alle 8:34 a Roma. Il cambio d’ora due volte l’anno, del resto, è in discussione da anni. Nel 2018 la Commissione europea ha raccolto 4,6 milioni di risposte a una consultazione pubblica sull’abolizione, e l’84% ha chiesto di smettere di spostare le lancette. La Corte dei conti europea ha poi rilevato che circa il 70% delle risposte veniva dalla sola Germania e che aveva partecipato meno dell’1% dei cittadini europei. Il Parlamento europeo ha votato per abolire il cambio d’ora nel marzo 2019, ma i governi dei Paesi membri non hanno mai trovato un accordo su quale ora tenere.
In Italia, nel marzo 2026 la Commissione Attività produttive della Camera ha avviato un’indagine conoscitiva sull’ora legale permanente. Per ora, però, si cambia ancora due volte l’anno.
Cina, nasce il National Data Group: una società statale per i dati e l’AI
La Cina ha creato una nuova società statale dedicata alla gestione e valorizzazione delle risorse di dati del Paese, con l’obiettivo di accelerare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e rafforzare l’economia digitale.
La società si chiama National Data Group Co e avrà sede nella XionganNewArea, nella provincia settentrionale di Hebei, conosciuta come la “città del futuro” cinese.
Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa statale Xinhua, il gruppo avrà il compito di “sviluppare e utilizzare le risorse di dati, liberare il valore degli elementi di dati, sostenere lo sviluppo dell’AI e promuovere un ecosistema industriale basato sui dati”.
Una scelta strategica per l’AI cinese
Alla cerimonia di lancio della nuova società ha partecipato il vicepremier Ding Xuexiang, che ha definito la creazione del National Data Group una “grande decisione strategica” presa dalla leadership del Partito comunista guidata dal presidente Xi Jinping. Secondo Ding, la nuova struttura sarà importante per consentire alla Cina di “cogliere l’iniziativa nello sviluppo dell’AI, accelerare la costruzione di una Cina digitale e costruire nuovi vantaggi competitivi nazionali”.
La mossa conferma il ruolo sempre più centrale attribuito ai dati nella strategia tecnologica cinese. Pechino considera infatti la disponibilità, l’organizzazione e l’utilizzo dei dati un elemento fondamentale per addestrare i modelli di intelligenza artificiale e sviluppare nuovi servizi digitali.
Xiongan sempre più polo tecnologico
La nuova società nascerà a Xiongan, area urbana creata nell’aprile 2017 nell’ambito di un progetto fortemente sostenuto da Xi Jinping.
Xiongan si estende su tre contee e sulle aree circostanti della provincia di Hebei, circa 100 chilometri a sud-ovest di Pechino, ed è stata concepita anche per ospitare istituzioni e imprese statali trasferite dalla capitale. Negli ultimi anni la città sta cercando di costruire una propria base industriale e di attirare nuove aziende tecnologiche.
Secondo il South China Morning Post, le autorità locali stanno puntando ad attrarre società capaci di raggiungere valutazioni fino a 10 miliardi di yuan, circa 1,5 miliardi di dollari, e potenzialmente quotarsi nei prossimi anni sui principali mercati finanziari, compresa Hong Kong.
Le grandi aziende statali aprono la strada
Le imprese pubbliche hanno rappresentato la prima grande ondata di insediamenti nella nuova area. China Satellite Network Group e China Huaneng, uno dei maggiori gruppi cinesi della produzione energetica, hanno già trasferito a Xiongan le proprie sedi centrali.
Dal 2023, secondo i dati riportati, l’area ha inoltre attirato 157 controllate di secondo e terzo livello appartenenti alle grandi aziende statali centrali. Con l’arrivo del National Data Group, Xiongan assume quindi anche un ruolo nella strategia cinese sui dati e sull’intelligenza artificiale.
La nascita di una società pubblica dedicata specificamente alla gestione dei dati mostra come Pechino consideri queste risorse sempre più alla stregua di un’infrastruttura strategica.
Butti: “Il futuro della PEC deve rimanere italiano nelle competenze e diventare europeo nella dimensione”
L’evento Aruba per il ventennale della PEC in Italia: un’eccellenza nazionale proiettata verso l’Europa
A vent’anni dalla sua introduzione, la Posta Elettronica Certificata (PEC) rappresenta una delle esperienze più mature della trasformazione digitale italiana. Presso il Tempio di Vibia Sabina e Adriano a Roma, il convegno dal titolo “PEC. Eccellenza italiana, futuro europeo”, promosso da Aruba, ne illustra in numeri il successo nell’utilizzo quotidiano nei rapporti tra Pubblica Amministrazione (PA), imprese, professionisti e cittadini.
Oltre 20 milioni di caselle stimate nel 2026 e circa 3,5 miliardi di messaggi scambiati. Da una ricerca condotta da IDC Italia nel primo trimestre del 2026, sì conferma quanto la PEC sia percepita, in modo trasversale, come un’infrastruttura di processo strategica per le operazioni che richiedono certezza giuridica. Il valore legale delle comunicazioni emerge come beneficio principale, citato dal 61% delle organizzazioni e dal 62% dei cittadini, seguito dalla sicurezza dello strumento (56% e 43% rispettivamente) e dalla semplificazione dei processi amministrativi (52% e 41% rispettivamente).
“La PEC risulta chiaramente essere uno dei prodotti italiani che più di altri ha contribuito al miglioramento dei rapporti tra Pubblica Amministrazione, imprese e cittadini”, ha affermato nei saluti istituzionali Lorenzo Tagliavanti, Presidente della Camera di Commercio di Roma.
Per Antonio Aurigemma, Presidente del Consiglio regionale del Lazio, in questi venti anni, “grazie alla PEC si è semplificato e accelerato l’iter di numerose attività relative al mondo imprenditoriale e della Pubblica Amministrazione. Serve però una maggiore attenzione ai percorsi formativi e all’acquisizione delle competenze necessarie per poter continuare a sfruttare le opportunità offerte dalle tecnologie digitali in ogni settore economico”.
Butti: “Il futuro della PEC deve rimanere italiano nelle competenze e diventare europeo nella dimensione”
Il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’innovazione tecnologica, Alessio Butti, ha poi spiegato in un video messaggio che “le vere innovazioni sono quelle che durano nel tempo, perché modificano stabilmente i nostri comportamenti e si integrano nel quotidiano. La PEC è una di queste, perché è entrata in profondità nell’infrastruttura economica e amministrativa del Paese”. “PEC significa meno carta, meno attese, meno costi per imprese, cittadini, professionisti e Pubblica Amministrazione. Una tecnologia che ha quindi risposto ad un problema reale del nostro tempo – ha aggiunto Butti – e che oggi deve guardare avanti e confrontarsi con nuove sfide. In venti anni sono cambiate le tecnologie, aumentate le minacce informatiche e le stesse aspettative degli utenti. Bisogna trasferire questa nostra esperienza nel sistema europeo dei servizi fiduciari, unendo semplicità d’uso e sicurezza”.
Nel garantire continuità nella transizione, bisogna assicurare maggiore interoperabilità, identificazione sicura dei titolari e piena tutela del valore giuridico delle comunicazioni, mentre nuove sfide si aggiungono, rappresentate soprattutto dall’intelligenza artificiale. “Il futuro della PEC deve rimanere italiano nelle competenze e diventare europeo nella dimensione – ha precisato il Sottosegretario – continuando però a svolgere il ruolo chiave di pilastro della fiducia digitale e a dimostrarsi strumento concretamente utile nella vita delle persone e nel quotidiano delle imprese”.
“Abbiamo nelle nostre mani un’infrastruttura di successo che opera diffusamente nel quotidiano, tanto che neanche ce ne accorgiamo più. Questo è un ecosistema tecnologico che serve milioni di imprese e cittadini nel rapporto con le amministrazioni pubbliche, tanto da definire oggi uno standard europeo. La proposta di regolamento dell’Unione europea sul Business Wallet, una sorta di “identità digitale aziendale” che consentirà di dimostrare in modo sicuro e verificabile chi è l’impresa, chi può rappresentarla e quali certificati o attributi possiede, sarà un valido alleato anche nell’uso di servizi di intelligenza artificiale. Attualmente è in corso un confronto aperto sulle soluzioni da adottare e l’Italia porta un contributo prezioso proprio con la PEC”, ha invece spiegato Roberto Viola, Direttore Generale per le politiche digitali della Commissione Europea (DG Connect).
“La PEC è lo strumento che ha cambiato il nostro modo di comunicare con le istituzioni rendendo le procedure più semplici, rapide e trasparenti. L’innovazione ha valore quanto migliora la vita delle persone. Dietro ogni comunicazione c’è un’esigenza reale e semplificare i passaggi significa restituire tempo alle persone, ridurre i costi e rendere le Istituzioni vicine e accessibili. Un’eccellenza italiana che ha saputo vederci all’avanguardia e che rappresenta un patrimonio da integrare nell’ecosistema europeo. Dobbiamo fare però attenzione a non lasciare indietro nessuno, perché il digital divide esiste ancora e rappresenta un problema. Bisogna aprire le infrastrutture tecnologiche e offrire maggiore connettività di qualità”, ha dichiarato Valeria Baglio, Assessora alle Attività produttive di Roma Capitale.
La nuova ricerca IDC: nel 2026 la PEC ha rappresentato un beneficio economico netto di 650 milioni di euro e ha fatto risparmiare 107.000 tonnellate di CO2
La PEC è oggi utilizzata dal 60% delle amministrazioni pubbliche e dal 78% dei professionisti, si legge nel nuovo White Paper di IDC promosso da Aruba, “PEC: diffusione, casi d’uso e prospettive di interoperabilità nell’ecosistema digitale europeo”, che analizza comportamenti e aspettative di cittadini, imprese, professionisti e Pubbliche Amministrazioni.
La ricerca, illustrata da Massimiliano Claps, Research Director di IDC, mostra come la PEC abbia ormai assunto un ruolo consolidato nei diversi ambiti della vita digitale del Paese, con modalità che cambiano a seconda degli utenti. Nel mondo delle imprese e dei professionisti è sempre più parte dei processi di lavoro: il 63% delle organizzazioni gestisce tra due e cinque caselle, il 52% indica la semplificazione dei processi tra i principali benefici e il 64% delle aziende la utilizza per partecipare a bandi e gare. Tra i professionisti l’impiego è ancora più frequente, con il 78% che utilizza la PEC quotidianamente o settimanalmente nei rapporti con PA, aziende e altri professionisti.
Nella Pubblica Amministrazione, invece, lo strumento è già pienamente integrato nell’operatività quotidiana: come detto, il 60% delle PA lo utilizza ogni giorno per comunicare con altre amministrazioni, in particolare per trasmettere atti, pareri e autorizzazioni e per il coordinamento tra enti. Un livello di adozione destinato a rimanere solido: oltre il 95% di PA, aziende e professionisti prevede un utilizzo stabile o in crescita nei prossimi dodici mesi. Infine, tra i cittadini, il 45% degli utenti utilizza la PEC ogni settimana o almeno una volta al mese, pur non essendo soggetto ad alcun obbligo, per gestire pratiche legate al fisco, alla previdenza, alla scuola, alla sanità e al condominio. A conferma di questa adozione spontanea, quasi 3 milioni di cittadini hanno scelto di eleggere la propria PEC a domicilio digitale, registrandola sull’Indice Nazionale dei Domicili Digitali (INAD), per ricevere comunicazioni ufficiali dalla Pubblica Amministrazione direttamente nella propria casella.
“I dati restituiscono un utilizzo della PEC sempre più articolato, con differenze interessanti tra cittadini, imprese, professionisti e Pubbliche Amministrazioni. Accanto agli impieghi più consolidati emergono nuovi ambiti di utilizzo, una propensione a mantenerne o aumentarne l’uso nei prossimi dodici mesi ed un marcato interesse verso la sua estensione in ambito europeo. È un’indicazione importante perché mostra non solo quanto la PEC sia presente oggi, ma anche quale spazio continuerà ad avere nell’evoluzione dei processi digitali” ha commentato Claps.
La PEC ha rappresentato anche un beneficio economico netto di 650 milioni di euro e ha fatto risparmiare 107.000 tonnellate di CO2 e 71.000 alberi, ha ricordato il ricercatore IDC, ricordando che certamente rimangono aperte anche delle sfide, soprattutto nella proiezione verso l’Europa, tra cui: interoperabilità (55%), spazio di archiviazione (55%), integrazione con sistemai aziendali (49%).
Stefano Sordi, Direttore Generale di Aruba
Sordi (Aruba): “La sfida, oggi, è fare in modo che questa esperienza possa evolvere nel nuovo quadro europeo”
Il 67% delle organizzazioni ritiene, inoltre, che l’estensione interoperabile della comunicazione certificata in Europa possa migliorare la certezza legale e la compliance negli scambi internazionali. In questo scenario, il quadro europeo eIDAS 2 apre la strada a una nuova fase in cui l’esperienza maturata dall’Italia può contribuire alla costruzione di un sistema di recapito certificato interoperabile tra gli Stati membri, estendendo oltre i confini nazionali i benefici già sperimentati sul mercato italiano.
“I dati IDC mostrano quanto la PEC sia ormai parte integrante dei processi digitali del Paese” – commenta Stefano Sordi, Direttore Generale di Aruba. “La sfida, oggi, è fare in modo che questa esperienza possa evolvere nel nuovo quadro europeo, preservando semplicità, sicurezza e continuità per gli utenti e rendendo possibile una reale interoperabilità transfrontaliera. È su questo terreno che il modello italiano può esprimere pienamente il proprio valore e offrire un contributo concreto alla costruzione dei nuovi servizi digitali europei”.
Semplificazione, interoperabilità e sostenibilità: la PEC italiana un modello per l’Europa
Mario Nobile, Direttore generale dell’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), ha poi aperto la tavola rotonda dal titolo “PEC: diffusione e casi d’uso”, Mario Nobile, evidenziando uno degli aspetti centrali dell’evoluzione di questa tecnologia: “La crescente varietà di casi d’uso testimonia come la PEC abbia ormai superato la dimensione del mero adempimento per integrarsi stabilmente nei processi amministrativi, professionali e d’impresa”.
In riferimento alle nuove sfide tecnologiche che ci attendono, ad esempio l’AI, Nobile ha affermato che è fondamentale “il controllo e la gestione dello stack tecnologico”, mentre per potenziare il sistema di impresa “vanno individuate le giuste leve pubbliche da utilizzare”. Il Direttore dell’AgID ne individua tre: leva culturale, leva per innovare, leva degli investimenti. La prima è fondamentale, perché identifica la tecnologia e il suo funzionamento, poi c’è l’aspetto regolatorio, che deve affrontare la proliferazione delle norme, quindi c’è la figura dell’investitore che richiede semplificazione regolatoria.
“Le banche si muovono in un sistema in cui la PEC ha un utilizzo massivo. Tra i casi d’uso principali abbiamo: il domicilio digitale degli amministratori, il mandato di pagamento nelle procedure processuali, le comunicazioni con la clientela nell’ambito della trasparenza bancaria, la verifica delle garanzie negli appalti pubblici. Il tema centrale è la semplificazione delle regole, che significa averle proporzionate e adatte allo scopo, magari anche semplici da applicare. L’obiettivo è cercare implementazioni che possano salvaguardare gli investimenti già fatti. La fiducia dei clienti è il bene più prezioso per le banche, qualunque soluzione tecnologica deve essere gestibile anche nei confronti di utenti che hanno bisogno di maggiori tutele, quindi deve essere accessibile e comprensibile a tutti”, ha dichiarato Francesca Palisi, Responsabile Servizio consulenza legale e tributaria di ABI.
Per Riccardo Corbucci, consigliere dell’Assemblea Capitolina di Roma e Presidente della Commissione Roma Capitale, Statuto e Innovazione Tecnologica, “la PEC è un’infrastruttura che consente alle persone di far transitare le informazioni in maniera rapida, efficace e sicura. Ha cambiato la modalità di comunicare e il modo di lavorare, ma ha messo in condizione di avere la certezza che l’invio di una comunicazione avvenga in tempi utili e certi, ad esempio per partecipare ad un bando pubblico. Non solo semplificazione, ma miglioramento dei profili dei bandi e degli avvisi, anche per la richiesta e l’invio di documenti aggiuntivi. In aggiunta, grazie alla PEC è aumentata la fiducia nelle Istituzioni”.
Francesco Torselli, Deputato del Parlamento europeo, ha quindi spiegato cosa sta facendo l’Europa per rendere interoperabili i sistemi di delivery simili alla PEC, sottolineando che c’è ancora molto da fare tra i partner dell’Unione: “La PEC è un modello da valorizzare in Europa, che ci rende orgogliosi per essere stati i primi ad individuare un sistema di certificazione garantita delle comunicazioni e nella trasmissione dei documenti. Sarebbe sbagliato investire ulteriori risorse finanziarie per superare questo modello e crearne un altro. Altro tema è la sovrapposizione normativa, sia per la tutela dello strumento, la PEC c’è già, non va duplicata con altri sistemi, sarebbe uno spreco di risorse; sia in termini normativi appunto, perché moltiplicare i regolamenti potrebbe creare contraddizioni interne. Le imprese si scontrano spesso con 27 impianti regolatori differenti, che creano barriere e vincoli alla crescita, per questo è sempre più urgente creare un mercato unico. Altro punto chiave è favorire la competitività per promuovere competenze e qualità e non penalizzarle a favore di altri soggetti extra-europei”.
“Dematerializzare e digitalizzare sono due processi che contribuiscono enormemente alla sostenibilità ambientale e nell’uso efficiente delle risorse. Guardando ai casi d’uso il ministero dell’Ambiente impiega diffusamente queste tecnologie in diversi procedimenti amministrativi, risparmiando tempo e costi nei confronti di cittadini e imprese. La PEC integrata nelle comunicazioni sui procedimenti amministrativi e nella comunicazione dei progetti è stato un passo fondamentale. Bisogna lavorare sull’integrazione verticalmente all’interno delle piattaforme digitali ministeriali, ma soprattutto raggiungere l’interoperabilità tra i sistemi a livello nazionale e europeo”, ha commentato Laura D’Aprile, capo del dipartimento dello sviluppo sostenibile del MASE.
“L’uso della PEC risulta ormai essenziale per le aziende per partecipare a bandi e gare, risolvendo il problema degli invii. Dietro alle partecipazioni nascono spesso contenziosi e la PEC ha risolto questo problema per l’invio di documentazione ulteriore. Tutto è stato facilitato e velocizzato. È usata per le richieste e invio di informazioni, non solo pubbliche ma anche private. Siamo favorevoli per questo all’estensione anche in altri campi”, ha affermato Francesco Marcolini, Presidente di Lazio Innova.
Andrea Sassetti
Sassetti (AssoCertificatori – Aruba PEC): “Dobbiamo accompagnare la transizione dalla PEC alla PEC-Q, con regole chiare e tempi sostenibili”
Si è quindi affrontato il tema della PEC-Q, ovvero la Posta Elettronica Certificata Qualificata. Si tratta dell’evoluzione europea della PEC italiana, conforme ai requisiti più stringenti del regolamento eIDAS per il servizio elettronico di recapito certificato qualificato (SERCQ). In pratica, certificherebbe non solo invio e consegna del messaggio, ma anche in modo certo l’identità di mittente e destinatario.
“Tutti aspettiamo la PEC-Q – ha spiegato Claps – ma ci sono da fare molti passi ancora in avanti. Si tratta di costruire per intero un nuovo ecosistema e l’esperienza italiana sarà fondamentale per implementare i processi di identificazione”.
Nella seconda tavola rotonda dal titolo “PEC: nata in Italia, pronta per l’Europa”, Andrea Sassetti, Presidente AssoCertificatori e AD di Aruba PEC, la PEC è un asset del Paese ed è parte del funzionamento quotidiano di PA, aziende e società: “Attività concrete, tempi risparmiati e costi ridotti, certezza delle comunicazioni digitali. Per accompagnare questa esperienza nel futuro europeo non dobbiamo dimenticare il percorso fatto fin qui. La PEC è un ottimo esempio di partenariato pubblico-privato. Ha creato un sistema che ha fatto da traino per la digitalizzazione del Paese e attorno a questo si è fatto sistema. I fornitori e i gestori di servizi hanno ciascuno per conto proprio contribuito all’innovazione in ogni passaggio del processo. L’interoperabilità è l’elemento centrale. Per noi è normale attivare una PEC con qualunque gestore, ma uscendo dal contesto italiano non ritroviamo questa libertà in Europa. Oggi abbiamo l’opportunità di portare la nostra esperienza nell’Unione con la PEC-Q e questo è un passaggio centrale per rafforzare le garanzie del servizio e sviluppare nuove possibilità della comunicazione transfrontaliera. I gestori italiani in questo devono giocare un ruolo importante grazie a 20 anni di esperienza nella gestione di milioni di utenti e miliardi di messaggi, andando incontro alle peculiarità dei vari utilizzi. Abbiamo lavorato per 4 anni all’evoluzione di questo modello, non vogliamo disperdere competenze e tecniche accumulate. L’interoperabilità rappresenta la base e per costruire il mercato unico, dobbiamo lavorare ad un ecosistema aperto e capace di integrarsi con i servizi fiduciari. Il business wallet prevede l’utilizzo di sistema di recapito qualificato per garantire la validità delle gare e delle comunicazioni tra aziende. Dobbiamo accompagnare la transizione italiana dalla PEC alla PEC-Q, con regole chiare e tempi sostenibili che consentano alle imprese di investire”.
Manipolazione algoritmica di Meta e X: Lula chiede l’annullamento della candidatura di Bolsonaro
La denuncia di Lula
Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha presentato una denuncia alla Corte Elettorale Superiore (TSE) per chiedere l’annullamento della candidatura di Flávio Bolsonaro (nella foto), esponente dell’estrema destra, accusando Meta (Facebook, Instagram e WhatsApp) e X di aver favorito il suo avversario in vista del ballottaggio presidenziale del 25 ottobre.
Le accuse contro le piattaforme digitali
Secondo la campagna di Lula, gli algoritmi di raccomandazione, gli strumenti di intelligenza artificiale e i sistemi di gestione delle pubblicità avrebbero favorito ripetutamente Bolsonaro, limitando la visibilità dei contenuti del presidente uscente.
La denuncia segnala che il profilo di Bolsonaro avrebbe ottenuto 2,96 volte più interazioni per pubblicazione rispetto a quello di Lula, nonostante avesse il 17,2% di follower in meno. Vengono inoltre contestate presunte restrizioni all’account pubblicitario di Lula e differenze nel trattamento dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale.
La campagna chiede alle piattaforme di fornire spiegazioni entro 48 ore e di correggere le presunte disparità. Meta ha dichiarato di aver rispettato le indicazioni della Corte e di trattare entrambi i candidati in modo equo.
La richiesta di ineleggibilità
Lula accusa le piattaforme di aver contribuito a un possibile abuso dei social media e del potere economico. Per questo, chiede l’annullamento della candidatura di Bolsonaro e la sua ineleggibilità per otto anni, misura richiesta anche per il candidato alla vicepresidenza Alfredo Gaspar de Mendonça. Le sanzioni dipenderanno dalle valutazioni della giustizia elettorale.
La controdenuncia di Bolsonaro
Anche la campagna di Flávio Bolsonaro ha chiesto l’annullamento della candidatura di Lula, accusando il governo di utilizzare risorse pubbliche e dati personali per diffondere messaggi elettorali personalizzati. Tra gli elementi contestati figura un contratto pubblico che prevede fino a 170 milioni di notifiche digitali al mese.
Uno scontro decisivo per la democrazia brasiliana
Le accuse reciproche arrivano alla vigilia di un ballottaggio molto combattuto. Al centro dello scontro ci sono il possibile uso improprio delle risorse digitali, la trasparenza degli algoritmi e il ruolo delle grandi piattaforme tecnologiche nella competizione elettorale brasiliana.
Generative Bionics costruirà in Italia una Physical AI Data Factory da 5mila metri quadrati
Generative Bionics annuncia un nuovo piano industriale per realizzare una rete di Physical AI Data Factory dedicata all’addestramento e alla validazione di robot umanoidi per applicazioni industriali.
Il primo hub sorgerà in Italia, avrà una superficie di 5.000 metri quadrati e dovrebbe diventare operativo entro il quarto trimestre del 2027. A questo seguiranno una seconda struttura in un’altra area d’Europa e una terza destinata a servire i mercati globali. L’obiettivo dichiarato dall’azienda italiana è costruire un’infrastruttura capace di collegare apprendimento nel mondo reale, simulazione tramite digital twin e capacità di calcolo ad alte prestazioni, mantenendo in Europa dati, modelli e know-how legati allo sviluppo della robotica umanoide.
Una fabbrica di dati per addestrare i robot
La logica alla base della Physical AI Data Factory parte da una differenza fondamentale rispetto ai modelli linguistici. Gli LLM possono essere addestrati su enormi quantità di testi, immagini e altri contenuti già disponibili online. Per i robot umanoidi, invece, non esiste una quantità paragonabile di dati relativi alle azioni da compiere nel mondo fisico.
Nella struttura, flotte di GENE.01 eseguiranno attività industriali in ambienti progettati per riprodurre condizioni operative reali. I robot raccoglieranno dati su movimento, contatto, forza, prossimità, temperatura, attività svolte e interazione con le persone.
Dal mondo reale ai digital twin
Ogni ambiente fisico e ogni configurazione del robot saranno riprodotti anche digitalmente. Grazie ai gemelli digitali, Generative Bionics potrà ripetere le stesse attività in migliaia di varianti, modificando layout, oggetti, materiali, condizioni operative e possibili guasti.
Si crea così un ciclo continuo: i robot raccolgono dati durante il lavoro reale, le esperienze vengono ampliate attraverso la simulazione, i modelli vengono addestrati e testati e successivamente riportati sui robot per una nuova fase di validazione. Secondo l’azienda, questo processo dovrebbe consentire di configurare GENE.01 per specifici ambienti industriali prima ancora dell’installazione presso i clienti. Una volta entrate in funzione, le flotte operative continueranno a produrre nuovi dati che alimenteranno i successivi cicli di addestramento.
AMD Helios al centro dell’infrastruttura
AMD sarà il partner tecnologico di Generative Bionics per l’infrastruttura AI.
La rete delle Physical AI Data Factory utilizzerà AMD Helios, un’architettura rack-scale destinata a fornire la capacità di calcolo necessaria per elaborare dati reali e sintetici, addestrare modelli di Physical AI ed eseguire contemporaneamente migliaia di simulazioni.
L’infrastruttura sarà affiancata dai team di robotica, AI e data engineering di Generative Bionics, che gestiranno l’intero percorso: dai dati grezzi raccolti dai robot fino alla creazione dei dataset, all’addestramento dei modelli e alla loro implementazione nelle flotte.
“Stiamo replicando il mondo, fisicamente e digitalmente, per addestrare robot umanoidi su larga scala prima ancora che vi entrino”, ha spiegato DanielePucci, CEO di Generative Bionics. Secondo Pucci, l’obiettivo è permettere alle flotte di GENE.01 di apprendere dalle attività industriali reali, testare poi queste capacità attraverso migliaia di varianti simulate e riportare infine sui robot i World Action Models validati.
Obiettivo: robot umanoidi pronti per l’industria
Il primo hub italiano sarà progettato per riprodurre ambienti selezionati insieme ai partner industriali e permettere alle flotte di GENE.01 di lavorare continuamente in condizioni controllate ma realistiche.
I dati serviranno non soltanto per addestrare i modelli, ma anche per validare l’intero sistema robotico prima dell’impiego negli stabilimenti dei clienti: percezione dell’ambiente, controllo, comportamento di sicurezza ed esecuzione dei compiti.
Generative Bionics presenta il progetto anche come uno strumento per rafforzare la sovranità tecnologica europea nella robotica umanoide, mantenendo nel continente lo sviluppo dell’infrastruttura, dei dati e dei modelli utilizzati dai robot.
Keith Strier, SVP Global AI Markets di AMD, ha definito la Physical AI “un’opportunità per portare la potenza dell’AI nel mondo reale”, sottolineando il ruolo dell’infrastruttura di calcolo nella nuova generazione di automazione industriale.
La sfida europea sulla Physical AI
Il progetto di Generative Bionics si inserisce in un momento in cui l’Europa prova a trasformare la propria eccellenza nella ricerca robotica in una vera capacità industriale. Al Parlamento europeo, una recente dimostrazione organizzata da euROBIN e dal DLR ha mostrato quattro robot collaborare in attività di manipolazione e coordinamento, accompagnando la richiesta di una strategia europea più ambiziosa sulla robotica basata sull’AI.
Tra gli obiettivi indicati dai ricercatori c’è quello di raggiungere entro il 2035 il 33% del mercato globale della robotica general-purpose e favorire la nascita di cinque-dieci grandi produttori europei.
Banda ultralarga e Cloud, Zorzoni (AIIP): “La crisi delle telco un’occasione per i piccoli operatori”
La crisi finanziaria in cui versano le grandi telco rappresenta un’occasione di business per i piccoli operatori. “La crisi delle grandi telco e la mancanza di un sostengo pubblico per sovvenzionare il 5G dà la possibilità di essere tutti sullo stesso piano, grandi e piccoli operatori, e questa mancanza di fondi pubblici premierà i piccoli operatori di AIIP nel cercato dell’ultrabroadband, del Cloud e dei data center”. Lo ha detto Giovanni Zorzoni, vice presidente dell’AIIP (Associazione Italiana Internet Provider) analizzando la situazione di mercato attuale, che vede i grandi operatori alle prese con gravi problemi economici a fronte della necessità di finanziare le nuove reti ultrabroadband.
Piccoli operatori che sul mercato lavorano a livello locale mantenendo un rapporto diretto con il cliente, un vantaggio non da poco che favorisce così il subentro ai grandi player nazionali che stanno perdendo clienti soprattutto nel segmento della banda ultralarga fissa. “I grandi operatori hanno problemi con i conti che non tornano mai”, aggiunge Zorzoni. “Anche nel Cloud si doveva fare la rivoluzione, ma c’è sempre lo stesso mezzo gigawatt di base installata nei data center preesistenti, che sono quelli che crescono di più, portando avanti i dati delle aziende italiane”, aggiunge.
Nel ranking dell’Osservatorio Agcom sui clienti ultrabroadband i piccoli operatori sono cresciuti in un anno dell’1%, arrivando al 10,5% del totale, collocandosi al quarto posto nazionale fra i provider di servizi ultrabroadband fissi. “Un totale del 10,5% nell’ultrabroadband dei nostri soci, al netto di Tiscali, che è entrata in AIIP da pochi mesi e che incrementa ulteriormente questa quota tanto che di fatto potremmo già essere al terzo posto nella classifica nazionale”, dice Zorzoni.
Sul fronte del CUP (Canone Unico Patrimoniale) richiesto dai Comuni italiani agli operatori di telecomunicazioni per l’occupazione del suolo pubblico, l’associazione ha raccolto il favore dell’ANCI nella protesta ed eventualmente, se fosse confermata, per allargare l’applicazione del provvedimento anche agli operatori 4G, 5G e FWA. “Se la tassa sull’occupazione sulle infrastrutture in fibra ottica dovrà valere per gli operatori in fibra, allora è giusto che la stessa norma valga anche per i player mobili che con l’uso mediato dei cavi in fibra su suolo pubblico lo fanno esattamente come gli operatori puri di rete fissa. Senza la fibra, il 4-5G oggi non può funzionare”, dice Zorzoni.
Sul tema delle frequenze, secondo l’AIIP il rinnovo non può essere fatto gratuitamente. “Non sarebbe compatibile con le regole europee. Il rinnovo deve essere oneroso e vanno riservate delle frequenze per le case sparse, per formare degli operatori di prossimità. Inoltre bisogna liberalizzare definitivamente le frequenze del 5G privato, in maniera che chiunque possa costruire quelle reti”.