“La tecnologia è politica aumentata nella guerra ibrida”. Il nuovo saggio di Michele Mezza

Un libro di un giornalista per il mondo dell’informazione nell’attuale contesto geopolitico. L’autore è uno degli analisti di Key4Biz che proprio sulle nostre pagine ha anticipato passaggi importanti della sua opera.

Michele Mezza, come molti sanno, è stato lungo tempo in RAI dove ha fatto prima l’inviato su scacchieri esteri importanti come l’Urss di Gorbaciov e la Cina di Tienanmen, poi è passato ad occuparsi di questioni tecnologiche del giornalismo ed ha ideato e sviluppato il progetto editoriale di RaiNews24, il primo canale digitale All news italiano.

Proprio la cosiddetta geopolitica delle tecnologie lo vede impegnato da molti anni.

Il suo nuovo libro “Guerre in Codice – come le intelligenze artificiali resettano la democrazia”, pubblicato proprio in questi giorni da Donzelli editore, chiude una trilogia sulla cosiddetta Guerra ibrida, quella forma del conflitto su cui molto insiste Mezza, in cui si combatte “interferendo sulle opinioni pubbliche dei paesi avversari”.

Nel 2022 uscì sempre per Donzelli Netwar: “in Ucraina come il giornalismo cambia la guerra”; e due anni dopo “Connessi a Morte, Guerra, media e democrazia nella società della Cybersecurity”.
Due testi che affrontavano appunto il nuovo conflitto comunicativo, diciamo così, attraverso quanto stava accadendo in Ucraina e a Gaza.

Key4Biz. Oggi nel nuovo testo il baricentro del ragionamento dell’autore non è un teatro di combattimento ma quello che viene definito il Peter Thiel’s Switch, di cosa si tratta?

Michele Mezza. Uso giornalisticamente questa espressione per sintetizzare quello che io ritengo una vera nuova strategia politica, prima che tecnologica, che vede l’intera Silicon Valley ora rivelarsi come un apparato di controllo e presidio della sicurezza nazionale americana.

Peter Thiel con quell’allarmante senso di impunità lo scriveva nel suo saggio Momento Straussiano già più di 20 anni fa, in cui sosteneva che la libertà è solo sicurezza e la sicurezza è assicurata da un uso centralizzato e monopolistico della tecnologia che non può escludere la leva della violenza. Altro che ragazzini nei garage, come la retorica per decenni ci ha raccontato le origini dei grandi proprietari digitali. In questi giorni vediamo concretamente cosa intendesse Thiel che per farsi chiaramente comprendere da tutti mentre scriveva saggi fondava società come Palantir, diventata la principale impresa di data minig a scopi militari del mondo. Con questa esperienza Thiel oggi ci dice, ed è questo lo Switch di cui parlo nel libro che “la tecnologia deve governare direttamente e la politica, cioè le istituzioni, deve solo comunicare”. Un salto non da poco.

Key4Biz. Nel libro parli di presidenza Vance, e non è un refuso?

Michele Mezza. Infatti io penso che la differenza fra la prima e la seconda presidenza Trump sia proprio il fattore V, ossia il vice presidente Vance, uomo creato e difeso da Thiel. Si tratta di una singolare figura che sembra costruita in laboratorio per una missione specifica, come lui stesso ha dichiarato in un celebre intervista radiofonica del 2022, prima di entrare nell’orbita Trump, “per cambiare le cose dobbiamo fare scelte che nemmeno i conservatori hanno mai pensato di poter fare”. Si intravvede qui un orizzonte che va al di là del tradizionale contrasto fra destra e sinistra. Il nodo che pongono con sfrontata evidenza sia Thiel che Vance è che la potenza digitale con la sua capacità di sostituire i dati alle regole non deve avere più limiti e vincoli pubblici: è lo stato come sistema di pesi e contrappesi che deve essere superato da un’elite che dispone di tutte le informazioni per sapere cosa pensa il mondo. Ora questa strategia ha fretta di realizzarsi, non può cincischiare. Per questo vediamo mosse che sembrano pacchiane, quasi gaffe, come la Groenlandia, e in realtà sono anticipazioni di un nuovo stile di governo. Persino Trump sta invecchiando e qualcuno spinge alle sue spalle. Bisogna fare largo alla potenza del calcolo intollerante di qualsiasi costrizione. Quest

Key4Biz. Nel libro tu richiami il dibattito militare, parli di una fase, circa 10 anni fa, in cui non cogliemmo l’attenzione con cui gli Stati maggiori delle super potenze si confrontarono sul nuovo modo di organizzare la difesa e l’attacco

Michele Mezza. Mi riferisco agli anni attorno al 2012, noi li ricordiamo per le sollevazioni digitali, tipo le primavere arabe, mentre furono la fase in cui venne messa a punto la nuova dottrina della guerra ibrida, in cui anche forze limitate possono contrapporsi a grandi apparati alterando le linee di informazione e inquinando direttamente i linguaggi i vocabolari.

Nacque allora Cambridge Analytica, con la capacità di alterare il senso comune di interi gruppi di elettori, nominativamente, uno per uno. E poi il cosiddetto capitale semantico di cui parla Floridi che centra perfettamente il cuore del problema: in una società delle informazioni manomettere le parole significa controllare i cervelli. Ucraina, Gaza e ora Venezuela sono tappe di questa strategia, in cui si spara dopo aver resettato i linguaggi. Anche in Italia si sta ponendo il tema: la cybersecurity è un servizio di vigilanza civile, tipo la polizia postale o una strategia di sovranità militare come ha annunciato il ministro Crosetto?

Key4Biz. Emerge qui il tema molto caro a noi: l’indipendenza digitale

Michele Mezza. Certo questo è la madre di tutte le battaglie. Il nostro non è un Paese depresso. Siamo titolari di una consistente potenza di calcolo, con alcuni fra i maggiori calcolatori del mondo, e abbiamo i giacimenti semantici più pregiati del mondo con archivi e memorie letterarie, artistiche e archeologiche. Dobbiamo cogliere l’opportunità della tendenza al decentramento dei processi informatici per diventare addestratori e riprogrammatori dei vocabolari delle intelligenze artificiali.

Key4Biz. Chiudiamo con il capitolo sul giornalismo, che interessa tutti e due per vicende anche personali: che sta accadendo al mestiere nella guerra ibrida?

Michele Mezza. Il capitolo su questo argomento non a caso l’ho titolato “Giornalismo di sicurezza”.

Dopo aver fatto grande fatica a metabolizzare il salto digitale e soprattutto l’irruzione nelle redazioni degli utenti che diventano co autori dei nostri articoli mediante la rete, oggi dobbiamo ancora fare una capriola culturale e professionale riconoscendo che il giornalismo da attività inerente alla libertà è diventata una funzione della sicurezza nazionale, un modo per fronteggiare la guerra ibrida e neutralizzare attacchi e manipolazioni. Una mediamorfosi, dico nel libro, che ci impone di mutare radicalmente esperienze, tradizioni e corredi etici. Dobbiamo preservare la nostra autonomia mediante competenze e saperi che ci consentono di non rimanere sudditi degli algoritmi che ormai leggono e scrivono per noi. Parafrasando un grande sindacalista del passato possiamo dire che dobbiamo sapere un bit più dei padroni delle piattaforme.

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Deepfake mettono a rischio diritti e libertà: il Garante Privacy su Grok, ChatGPT e Clothoff

Il Garante per la protezione dei dati personali ha adottato un provvedimento di avvertimento nei confronti degli utilizzatori di servizi basati sull’intelligenza artificiale, come Grok, ChatGPT e Clothoff – quest’ultima piattaforma già destinataria di un provvedimento di blocco nell’ottobre scorso – e altri servizi analoghi disponibili online, che consentono di generare e condividere contenuti a partire da immagini o voci reali, arrivando anche a “spogliare” persone senza il loro consenso.

L’Autorità ricorda che l’utilizzo di tali strumenti e la diffusione dei contenuti così generati, tramite social media o altri servizi digitali e applicazioni di messaggistica, possono determinare, oltre a possibili fattispecie di reato, in assenza del consenso degli interessati, gravi violazioni dei diritti e delle libertà fondamentali delle persone coinvolte, con tutte le conseguenze, anche sanzionatorie, previste dalla normativa europea in materia di protezione dei dati personali.

Con lo stesso provvedimento, il Garante ha inoltre richiamato i fornitori di tali servizi alla necessità di progettare, sviluppare e rendere disponibili applicazioni e piattaforme in modo tale da garantire che gli utenti possano utilizzarle nel rispetto della disciplina privacy.

Dall’istruttoria avviata d’ufficio è infatti emerso che questi servizi, in molti casi, rendono estremamente agevole l’uso illecito di immagini e voci di terze persone, in assenza di qualsiasi titolo giuridico.

L’Autorità, che per quanto riguarda i servizi resi disponibili da X è già al lavoro con l’omologa Autorità irlandese, competente in quanto stabilimento principale della società in Europa, si riserva di adottare ulteriori iniziative.

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Spazio, l’Europa lancerà 65 satelliti e 12 nuove missioni nel 2026

Il programma spaziale dell’Esa per il 2026

La corsa allo Spazio è risultato di una rinnovata rivalità multipolare tra USA, Cina, Russia e attori privati per controllo di orbite, satelliti e risorse lunari, con implicazioni su sicurezza, economia e geopolitica. Per l’Europa, la Space Economy rappresenta l’opportunità di ridurre dipendenze tecnologiche, promuovere autonomia strategica e garantire crescita economica.

Tutti temi a cui direttamente o indirettamente ha fatto cenno il Direttore Generale dell’Agenzia spaziale europea (Esa), Josef Aschbacher, in occasione della conferenza stampa di inizio anno presso la sede dell’Esa a Parigi.

Dopo aver ricordato il nuovo di budget per l’Agenzia di 22,3 miliardi di euro (per il triennio 2026-2028), stanziato all’ultima ministeriale Esa di novembre a Brema, in aumento del 31% rispetto all’anno scorso, Aschbacher ha annunciato per il 2026 il lancio di 65 nuovi satelliti contro i 46 del 2025: “un record assoluto rispetto agli anni precedenti”.

Secondo i programmi presentati a Parigi, l’Esa lavorerà a cinque obiettivi cruciali per l’anno in corso e riguardano: la protezione della Terra e lo studio del clima, con ben 48 satelliti per l’osservazione della Terra contro i 22 del 2025, e poi l’esplorazione con 12 nuove missioni, il rafforzamento dell’autonomia europea nell’accesso allo spazio con il debutto del nuovo lanciatore Ariane 64, all’accelerazione della crescita e della competitività in Europa e la capacità di ispirare le giovani generazioni.

Riguardo al settore Earth Observation, come ci ha ricordato l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti intervenuta alla seconda edizione della conferenza internazionale “Space & Underwater 2026“ di Roma, promossa dalla testata Cybersecurity Italia del nostro Gruppo editoriale, questo è uno dei pochi ambiti in cui l’Europa non deve inseguire i grandi player globali, ma può partire da una posizione di forza: “Abbiamo una flotta di satelliti per l’osservazione della Terra che sicuramente è world class e continueremo a migliorare, perché l’osservazione della Terra ha avuto diversi miliardi di budget”.

Il programma spaziale europeo per il 2026

Centrale l’autonomia strategica per l’accesso europeo allo Spazio

Per l’anno in corso, Aschbacher ha dichiarato che l’Agenzia potrà contare su un budget di 8,26 miliardi di euro: circa il 30%, pari a 2,4 miliardi di euro, sarà destinato ai programmi di osservazione della Terra, in particolare attraverso il lancio di 48 nuovi satelliti; oltre 1,2 mld di euro saranno dedicati alla navigazione; 996 mln alle comunicazioni e 818 milioni di euro ai programmi di esplorazione umana e robotica.

Per quanto riguarda i lanciatori e quindi parliamo di autonomia strategica di accesso dell’Europa allo Spazio: “siamo sulla buona strada per accelerare ulteriormente i lanci di Ariane 6 e Vega-C” e per “raggiungere la cadenza prevista nei prossimi anni“, ha detto Aschbacher.

Sul fronte dei programmi di esplorazione e di scienza spaziale, sono attualmente in corso 15 missioni e 12 in fase di preparazione, ha ricordato il direttore generale.

Verso la Luna e la ISS

Ad aprire gli avvenimenti spaziali europei del nuovo anno ci sarà la missione dell’astronauta Sophie Adenot, che fa parte dell’equipaggio della missione Crew 12, il cui lancio è in programma non prima del 15 febbraio e porterà quattro nuovi membri di equipaggio verso la Stazione spaziale internazionale (ISS).

A riguardo, nelle ultime ore e per la prima volta in 25 anni, la NASA ha annunciato che riporterà a casa in anticipo gli astronauti che si trovano a bordo della ISS, dopo che uno dei membri dell’equipaggio della missione Crew-11 è stato interessato da un serio problema di salute.

La Luna, infine, è sempre in primo piano per l’Esa, con la partecipazione alla missione Artemis 2 diretta all’orbita lunare all’insegna di una solida collaborazione con la Nasa, definita “positiva” da Aschbacher: “Lavoriamo quotidianamente sulla Stazione Spaziale Internazionale – ha aggiunto – e poi sull’osservazione della Terra, sulla scienza, sull’esplorazione: abbiamo molti ambiti in cui collaboriamo”.

In programma anche il lancio della missione Smile, che offrirà all’umanità la prima visione completa di come la Terra reagisce ai flussi di particelle e alle esplosioni di radiazioni provenienti dal Sole. Durante il 2026 è atteso infine l’arrivo di BepiColombo in orbita attorno a Mercurio dopo un viaggio di otto anni, dove raccoglierà dati per rispondere a molte domande complesse sul pianeta meno esplorato del Sistema Solare interno.

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Streaming, il CEO di Roku prevede il primo film di successo generato al 100% dall’AI entro tre anni

Anthony Wood, fondatore e CEO di Roku, ha condiviso una visione ambiziosa durante il Variety Entertainment Summit al CES di Las Vegas, delineando un futuro in cui l’AI generativa avrà un impatto profondo sull’industria cinematografica.

Secondo Wood, entro tre anni sarà lanciato il primo film di successo creato interamente tramite AI, evidenziando come questa tecnologia stia già trasformando il panorama della produzione audiovisiva. Wood sottolinea che, sebbene la creatività umana resterà centrale, i costi di produzione crolleranno drasticamente, ridefinendo i modelli di business del settore.

Nel contesto dell’espansione aziendale, Roku ha introdotto Howdy, un nuovo servizio di streaming senza pubblicità al costo mensile di 3 dollari. Pensato come complemento economico piuttosto che sostituto di piattaforme come Netflix o Disney+, Howdy mira a colmare il vuoto lasciato dall’aumento dei prezzi e dalla pubblicità sempre più invasiva degli attuali servizi.

La strategia prevede una crescita sia interna all’ecosistema Roku sia esterna, sfruttando la domanda globale per un’offerta più accessibile.

Wood ha anche illustrato tre ambiti principali in cui Roku integra l’AI: ottimizzazione operativa, personalizzazione tramite raccomandazioni e pubblicità mirata, e un’evoluzione verso tecnologie generative per migliorare l’intera esperienza utente.

L’adozione aggressiva dell’AI viene vista come leva competitiva per ridurre i costi e potenziare l’efficienza, evidenziando una trasformazione inevitabile e già in atto nell’entertainment digitale.

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Come l’X di Elon Musk plasma il boom dell’AI

L’ecosistema dell’AI contemporanea si sta sviluppando in gran parte attraverso X, la piattaforma sociale di proprietà di Elon Musk.

Questo canale, un tempo noto come Twitter, è diventato il cuore pulsante del dibattito sull’AI, ospitando annunci, polemiche, anticipazioni, teorie e controversie tra protagonisti di rilievo come Sam Altman, Demis Hassabis e Yann LeCun.

Su X si concentrano i leader del settore, gli scienziati, gli influencer tecnologici e i critici, trasformando ogni tweet in un nodo cruciale del racconto sul progresso, i rischi e le aspettative legate all’AI.

La diffusione virale di idee, voci e documenti tecnici su questa piattaforma, dove convivono attori industriali e comunità ideologiche, influenza pesantemente la percezione pubblica e mediatica delle tecnologie emergenti.

Il risultato è un panorama discorsivo instabile, polarizzato e vulnerabile all’influenza degli algoritmi e delle dinamiche di engagement. A rendere la situazione ancora più critica è il ruolo di Musk, il quale, pur essendo fondatore di xAI e in aperto contrasto con OpenAI, detiene il controllo dell’infrastruttura informativa primaria del settore.

Questa simbiosi fra AI e X alimenta una cultura iperconnessa e performativa, in cui la reputazione online influenza perfino le gerarchie interne delle aziende.

Ma emergono rischi latenti: la dipendenza da una piattaforma caotica, gestita da un magnate con interessi diretti nel settore, potrebbe compromettere la stabilità narrativa dell’AI e innescare turbolenze economiche.

In ultima analisi, la centralità di X riflette una tensione fra trasparenza apparente e manipolazione, rendendo l’intero comparto vulnerabile a un ‘vibe shift’ improvviso che potrebbe ridefinirne le sorti.

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Francesco Raphael Frieri nuovo Direttore Generale di Lepida

Il Consiglio di Amministrazione di Lepida ha nominato Francesco Raphael Frieri Direttore Generale per il prossimo triennio.

La nomina valorizza un percorso professionale che include oltre dieci anni di esperienza in Regione Emilia-Romagna e una precedente esperienza come Direttore Generale di Enti e Unioni di Comuni, con responsabilità in ambiti contigui alle attività di Lepida.

Tra queste troviamo la trasformazione digitale della PA, infrastrutture e servizi ICT, governance dei dati, sicurezza e innovazione organizzativa, oltre a relazioni istituzionali complesse e programmazione e gestione di fondi europei e nazionali.

Competenze che rafforzano il ruolo di Lepida come infrastruttura pubblica strategica al servizio delle amministrazioni e dei territori.

Francesco Raphael Frieri prende il posto di Gianluca Mazzini, per diciassette anni Direttore Generale di Lepida.

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OpenAI vuole sostituire i medici, ecco ChatGPT Salute. I rischi di errori o interpretazioni fuorvianti

OpenAI apre un nuovo capitolo nell’uso dell’AI per la salute e presenta ChatGPT Salute, un’esperienza dedicata dentro ChatGPT pensata per integrare le informazioni sanitarie. L’obiettivo, nelle parole dell’azienda, è aiutare le persone a sentirsi più informate, preparate e sicure quando devono gestire la propria salute, interpretare dati, prepararsi a una visita o orientarsi tra documenti e app.

Il servizio, per ora disponibile solo con lista d’attesa e fuori da Unione Europea, Regno Unito e Svizzera, consente di collegare cartelle cliniche e app di monitoraggio come Apple Salute o MyFitnessPal, mantenendo le conversazioni separate dal resto dell’esperienza e dichiaratamente escluse dall’addestramento dei modelli.

Ma proprio perché entra in un ambito ad alto rischio, la novità porta con sé una domanda inevitabile: quanto può essere davvero sicuro affidare a un chatbot informazioni sanitarie e decisioni, anche indirette, sulla propria salute?

Rischio di errori o interpretazioni fuorvianti

Anche con una modalità dedicata, ChatGPT resta un sistema probabilistico: può sbagliare, semplificare troppo o dare risposte convincenti ma non corrette. Nel contesto sanitario questo è particolarmente pericoloso, perché l’utente può prendere decisioni basandosi su un’informazione letta “in buona fede”.

Rischio di falsa sicurezza e autodiagnosi

La stessa promessa di “sentirsi più preparati” può trasformarsi in un effetto collaterale: l’utente si affida al chatbot più di quanto dovrebbe, ritarda una visita, cambia terapia senza consulto o interpreta segnali clinici come meno urgenti. È un rischio noto in tutte le tecnologie di supporto alla salute: più l’esperienza è fluida e credibile, più può aumentare la fiducia anche quando non dovrebbe.

Dati personali esposti

Collegare cartelle cliniche e app rende le risposte più pertinenti, ma aumenta la superficie d’attacco. Più dati entrano nel sistema, più diventa delicata la protezione: basta un accesso non autorizzato all’account, una password debole, un dispositivo condiviso o compromesso, per trasformare quell’area “separata” in un bersaglio ad alto valore.

Sicurezza e dipendenza da terze parti

Le integrazioni con EHR e app passano inevitabilmente da soggetti esterni: sistemi sanitari, piattaforme di connessione, provider di app. In pratica, i dati non sono solo “in ChatGPT”, ma viaggiano tra più attori. Ogni attore aggiunge un punto potenziale di vulnerabilità: bug, errori di configurazione, violazioni, o policy non perfettamente allineate. Anche se l’integrazione avviene con consenso esplicito, l’ecosistema è più complesso e quindi più fragile.

Profilazione e usi indiretti

OpenAI dichiara che le conversazioni in Salute non vengono usate per addestrare i modelli di base. È un punto importante. Ma per l’utente medio resta difficile capire la differenza tra training, log, retention tecnica, gestione degli incidenti, controlli interni e analisi aggregate. In generale, ogni volta che una piattaforma gestisce dati sanitari, il rischio non è solo l’abuso diretto, ma anche l’uso indiretto: analytics, trend, segmentazioni, o interazioni con servizi collegati. Per questo la trasparenza sulle policy e la capacità di controllo reale (eliminazione, revoca accessi, gestione delle memorie) diventano centrali.

Bias e mancanza di personalizzazione clinica reale

Anche con dati personali, un chatbot non sostituisce una valutazione clinica: manca l’esame obiettivo, non conosce davvero la storia medica completa, non vede il contesto sociale e familiare, non “misura” i sintomi. Inoltre i modelli possono incorporare bias: ad esempio risposte meno accurate su alcune popolazioni, condizioni rare o casi atipici. Qui il rischio è ricevere indicazioni “standard” su situazioni che standard non sono.

Confini di responsabilità ancora grigi

Quando l’AI entra in un’area come la sanità, la domanda diventa anche: chi risponde se qualcosa va storto? L’azienda specifica che non è un sistema di diagnosi o trattamento, ma nella pratica l’utente può usarlo comunque come se lo fosse. Questa distanza tra “uso dichiarato” e “uso reale” è uno dei punti più delicati e probabilmente sarà oggetto di attenzione regolatoria.

Come può proteggersi un utente (senza demonizzare lo strumento)

  • Usarlo come supporto per capire e preparare domande, non per decidere terapie.
  • Verificare sempre con un medico quando compaiono sintomi nuovi, intensi o persistenti.
  • Non inserire dati identificativi superflui e fare attenzione ai dettagli.
  • Attivare l’autenticazione a più fattori e proteggere l’account.
  • Valutare se collegare davvero cartelle cliniche e app: è utile, ma va fatto sapendo che si sta aumentando l’esposizione.
  • Conservare un’abitudine “critica”: se una risposta sembra troppo netta o rassicurante, è proprio lì che serve il secondo controllo.

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La Cina ordina alle aziende tecnologiche di sospendere gli acquisti dei chip Nvidia H200

Pechino avrebbe chiesto ad alcune tra le principali imprese tecnologiche del Paese di sospendere temporaneamente gli ordini dei chip H200 prodotti da Nvidia, in attesa di una decisione ufficiale sull’autorizzazione all’importazione.

La misura, descritta come cautelativa e non punitiva, riflette la volontà del governo di controllare l’ingresso di semiconduttori avanzati mentre vengono definite le linee guida sull’uso di tali componenti.

Secondo fonti vicine al settore, le autorità cinesi starebbero valutando una strategia volta a contenere la dipendenza dalle tecnologie statunitensi e a favorire la produzione interna di processori destinati all’AI.

Nonostante la sospensione, la domanda di chip Nvidia in Cina resta elevata, come confermato dal CEO Jensen Huang, che avrebbe indicato le manifestazioni d’interesse delle aziende locali come un segnale di approvazione implicita più che come semplice speculazione commerciale.

Parallelamente, gli Stati Uniti avrebbero rivisto le condizioni per l’export dei chip H200, imponendo dazi aggiuntivi ma consentendone la vendita, pur con restrizioni legate al controllo delle tecnologie sensibili.

La vicenda si inserisce in un contesto di forte tensione geopolitica e commerciale tra Washington e Pechino, dove la supremazia tecnologica nel campo dei semiconduttori e dell’AI rappresenta un asse strategico cruciale.

La decisione cinese, secondo analisti di settore, potrebbe anticipare nuove linee guida sull’acquisto e sull’impiego di hardware straniero nei sistemi locali di calcolo ad alte prestazioni. Restano tuttavia non noti i tempi di approvazione e l’elenco delle società coinvolte nella sospensione.

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Anthropic raccoglie 10 miliardi di dollari con una valutazione di 350 miliardi

Anthropic, azienda creatrice del chatbot Claude, sta preparando un nuovo round di finanziamento da 10 miliardi di dollari che porterebbe la sua valutazione pre-investimento a 350 miliardi, quasi il doppio rispetto a soli quattro mesi fa.

Secondo fonti vicine all’operazione, tra i principali investitori figurano GIC, fondo sovrano di Singapore, e Coatue Management.

Questa mossa rappresenta il terzo mega-deal dell’ultimo anno e segue un precedente investimento di 13 miliardi, che nel settembre 2025 aveva valutato l’azienda 183 miliardi.

Il completamento del round è previsto nelle prossime settimane, sebbene le cifre definitive possano variare.

Il 2025 ha segnato un anno record per i finanziamenti alle startup AI, con 222 miliardi raccolti, più del doppio rispetto al 2024. Il 2026 si preannuncia altrettanto importante, anche sul fronte delle IPO: sia Anthropic che SpaceX potrebbero sbarcare in borsa.

Fondata nel 2021 da Dario e Daniela Amodei, l’azienda ha attirato investimenti colossali da nomi come Lightspeed, Fidelity e Iconiq Capital. Inoltre, si parla di ulteriori iniezioni di capitale da parte di Microsoft e Nvidia, fino a 15 miliardi, con Anthropic che si sarebbe impegnata ad acquistare 30 miliardi in capacità computazionale su Azure alimentata da sistemi Nvidia.

Secondo il Wall Street Journal, Anthropic punta a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2028, un obiettivo che potrebbe renderla redditizia prima di OpenAI, che a sua volta sta negoziando un nuovo round da 100 miliardi a una valutazione di 750 miliardi.

Questo scenario sottolinea come la competizione tra colossi dell’AI stia accelerando, alimentata da cifre da capogiro e da una corsa alla supremazia tecnologica che non mostra segni di rallentamento.

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Iperammortamento per la transizione digitale ed energetica, ma che fine farà la clausola “compra europeo”?

Transizione 5.0 e iperammortamento, il nuovo Piano del Mimit per accelerare lo sviluppo digitale e green

Il Nuovo Piano Transizione 5.0 entra nella sua fase operativa. Il ministero delle Imprese e del Made in Italy, su indicazione del ministro Adolfo Urso, ha trasmesso al ministero dell’Economia e delle finanze la bozza di decreto interministeriale che definisce le modalità attuative della misura prevista dalla Legge di Bilancio 2026. L’obiettivo è chiaro: accompagnare le imprese nella doppia transizione digitale ed energetica, offrendo un quadro di regole stabile e pluriennale per programmare gli investimenti e la leva scelta è quella dell’iperammortamento.

Una scelta che, almeno nelle intenzioni, va nella direzione di una forte integrazione tra innovazione tecnologica, autoproduzione energetica e rafforzamento delle filiere industriali europee.
Ma c’è una nota dolente rinvenibile proprio nella manovra votata a fine anno scorso, in un ordine del giorno di Forza Italia.

Il vincolo “made in Europe” che si vorrebbe far saltare

Uno degli elementi più qualificanti del decreto è il requisito di origine europea dei beni agevolabili. I beni strumentali e gli impianti per le rinnovabili devono essere prodotti in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in Paesi aderenti allo Spazio economico europeo.

Ma sulla manovra si legge: “sull’ordine del giorno n. 9/2750/110 Nevi, il parere è favorevole con la seguente riformulazione: “a valutare l’opportunità di promuovere, nell’ambito delle politiche industriali e fiscali, un approccio equilibrato che coniughi le esigenze di sicurezza economica e strategica con l’apertura agli scambi commerciali, alla cooperazione tecnologica internazionale e al rafforzamento delle relazioni economiche e diplomatiche dell’Italia coi propri alleati storici e in tale ambito a riconsiderare la clausola di esclusione di cui al comma 427 dell’articolo 1 del provvedimento in esame nel senso di ristabilire i benefici dell’iperammortamento anche per i beni prodotti nei Paesi dell’EFTA e del G7”.

Come spiegato da Luca Monticelli su La Stampa, l’obiettivo sembra essere quello di cambiare la misura e presentarla in Parlamento in uno dei prossimi provvedimenti economici.

Per i beni materiali, per il momento, è richiesto un certificato di origine della Camera di Commercio o una dichiarazione del produttore che attesti che il bene è stato integralmente ottenuto o ha subito l’ultima trasformazione sostanziale in Europa. Per i software, il decreto entra nel dettaglio: almeno il 50% del valore delle attività di sviluppo deve essere riconducibile a soggetti operanti stabilmente nell’UE o nel SEE, con indicazioni puntuali su architettura, codice sorgente, testing e debugging.

Si guarda anche a Stati Uniti e Giappone?

Con l’indicazione Paesi EFTA ci si riferisce a Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera, ma considerando che l’ordine del giorno prende in considerazione anche i Paesi del G7 ecco che la platea si allargherebbe anche a Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Canada.

È una scelta che va oltre la tecnica fiscale e va a cercare di favorire produttori extra-europei, in particolare si pensa agli Stati Uniti, ovviamente, anche in relazione alle minacce (chiamiamole per quello che sono ormai) fatte da Trump negli ultimi mesi, che ci vuole semplici consumatori di tecnologie made in USA.

Il Piano Transizione 5.0 dovrebbe rappresentare (anche) uno strumento di politica industriale europea, volto a rafforzare le catene del valore continentali e a ridurre le dipendenze strategiche da fornitori extra-Ue, in particolare nei settori chiave dell’industria digitale ed energetica. Il testo inviato dal Mimit al Mef va in questa direzione e si spera rimanga tale.

Beni strumentali e autoproduzione rinnovabile: il perimetro dell’iperammortamento

Tornando al testo inviato al Mef, il cuore del decreto riguarda i beni strumentali nuovi funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale delle imprese, individuati negli allegati IV e V alla legge n. 199 del 2025, insieme agli investimenti per l’autoproduzione e l’autoconsumo di energia da fonti rinnovabili. La finestra temporale è ampia: sono agevolabili gli investimenti effettuati dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028.

L’art. 1, comma 427, della Legge 30.12.2025, n. 199, introduce la maxideduzione delle quote di ammortamento per gli investimenti fatti nel periodo indicato, in sostituzione dei crediti di imposta Transizione 4.0 e 5.0, la norma prevede, ai fini fiscali, una maggiorazione del costo di acquisto con l’aliquota massima del 180% subordinatamente (almeno per il momento) ai beni nuovi prodotti in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo.

Si tratta di macchinari, impianti e software avanzati – materiali e immateriali (software, sistemi, piattaforme, applicazioni, algoritmi e modelli digitali) – che consentono alle imprese di compiere un salto di qualità in termini di automazione, digitalizzazione dei processi produttivi e integrazione dei sistemi. Accanto a questi, il decreto valorizza in modo esplicito gli investimenti energetici: impianti fotovoltaici, eolici, geotermici, idraulici e a biomassa, sistemi di accumulo, impianti per la produzione di calore di processo e infrastrutture strettamente funzionali all’autoconsumo.

Un punto centrale è il dimensionamento degli impianti: la producibilità massima non può superare il 105% del fabbisogno energetico della struttura produttiva. L’agevolazione, dunque, non incentiva la produzione speculativa di energia, ma sostiene l’autonomia energetica delle imprese in un’ottica di efficienza e sostenibilità.

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Data center e AI, in arrivo un superciclo di investimenti globali da 3 trilioni di dollari entro il 2030

L’AI alimenta la corsa ai data center ridisegnando infrastrutture, energia e mercati dei capitali, il Report JLL

Entro il 2030 i data center potrebbero quasi raddoppiare la loro potenza installata globale: da circa 103 GW oggi a 200 GW. È la fotografia scattata da JLL nel Global Data Center Outlook 2026, che parla apertamente di un “superciclo” di investimenti fino a 3 trilioni di dollari trainato soprattutto dall’intelligenza artificiale (AI): una corsa che non riguarda solo l’IT, ma sta già ridisegnando infrastrutture, energia e mercati dei capitali.

Il punto chiave è che l’AI non “aggiunge” semplicemente domanda: la trasforma. Secondo i ricercatori, i carichi di lavoro AI arriveranno a rappresentare circa metà dei workload dei data center entro fine decennio, rispetto al 25% raggiunto nel 2025.

Dietro questa crescita ci sono due fasi molto diverse. Per prima cosa c’è il “training”: il momento dell’addestramento dei grandi modelli, che richiede cluster concentrati, altissima potenza e infrastrutture specialistiche.
Poi c’è la fase detta della “inference”: far “girare” quei modelli per milioni di utenti e aziende richiede capacità più distribuita (per ridurre latenza e costi) e una presenza più capillare, anche vicino a utenti e imprese.

Il Report indica un punto di svolta nel 2027, quando l’inference è attesa superare il training come principale driver.

Quanto (e dove) si spenderà di più: i numeri del “superciclo” e il costo per MW

Il documento, di cui offre un’ampia sintesi Saf Malik su capacityglobal.com, mette insieme tre grandi “blocchi” di spesa, perché un data center non è solo un edificio. Abbiamo, ad esempio, la domanda di nuova capacità e real estate.

Tra il 2026 e il 2030 dovrebbero arrivare circa 100 GW di nuova capacità. Tradotto in valore immobiliare, si parla di circa 1,2 trilioni di dollari di creazione di valore sugli asset.

Poi c’è il finanziamento a debito, perché per costruire a questo ritmo servirà anche leva finanziaria: la ricerca stima circa 870 miliardi di dollari di nuovo debito. Quindi il “fit-out” tecnologico (la parte più costosa), una voce spesso sottovalutata, che sta dentro l’edificio: GPU, rete, storage, alimentazione e raffreddamento avanzato. Per questo settore si stima che i tenant spenderanno altri 1–2 trilioni di dollari solo per attrezzare gli spazi.

In pratica, lo studio ci dice chiaramente che l’edificio è solo l’inizio.

Si calcola che il costo medio globale di costruzione (shell & core) sia passato da 7,7 a 10,7 milioni di dollari per MW tra 2020 e 2025 (+7% CAGR) e che nel 2026 salga a circa11,3 milioni di dollari/MW.

Poi arriva l’AI: il fit-out per infrastrutture AI può arrivare fino a ~25 milioni di dollari/MW.

Chi guiderà la spesa: hyperscaler, cloud e “fabbriche di AI”

I ricercatori indicano gli hyperscaler come motore strutturale della crescita, con una strategia doppia: affittare capacità (colocation/wholesale) e costruire in proprio.

Nel quadro che emerge, i “soliti noti” sono quelli che già oggi sostengono l’infrastruttura cloud e AI: Amazon (AWS), Microsoft (Azure), Alphabet/Google, Meta (oltre a player come Oracle). Il livello di capex è tale che, in molte analisi, la spesa delle Big Tech sull’AI e sull’infrastruttura associata vale diversi trilioni di dollari cumulati entro fine decennio.

Accanto ai cloud provider, beneficia la filiera dei semiconduttori e dell’hardware: dalle GPU (con nomi come Nvidia) ai produttori e fornitori di memoria e componenti critici (ad esempio TSMC e Micron sono citati frequentemente nelle letture di mercato legate al boom dei data center).

I mercati più caldi: America leader, APAC cresce con la colocation, EMEA tra hub storici e ricerca di “sovranità”

Sul “dove” tutto questo accade e accadrà, la mappa è chiara: il Nord America restano la prima regione, circa 50% della capacità globale, e anche la crescita più rapida, con circa il 17% di CAGR (Compound Annual Growth Rate, cioè la percentuale media di crescita di un investimento, di ricavi o fatturati, in un determinato periodo, in questo caso anno dopo anno) dell’offerta fino al 2030. Gli Stati Uniti fanno quasi tutto: quasi il 90% della capacità dell’intera regione.

L’Asia-Pacifico registrerà una crescita da 32 GW a 57 GW entro il 2030 (circa 12% CAGR). Qui spinge soprattutto la colocation (+19%), mentre l’on-premise aziendale scende (stimato -6%) perché la migrazione al cloud continua.

Per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa, la crescita è attesa intorno al 10% CAGR, con +13 GW di nuova capacità. La spinta arriva anche da politiche pubbliche e dalla richiesta di “sovereign AI cloud” (cloud “sovrani” per esigenze di data residency e compliance, ma anche di cybersecurity). La crescita si concentra negli hub europei consolidati come Londra, Francoforte e Parigi, e in mercati del Medio Oriente che stanno accelerando sulla trasformazione digitale.

Domanda altissima, fondamentali solidi (e prezzi che salgono)

Nonostante l’accelerazione, lo studio non vede la fatidica “bolla” nei fondamentali immobiliari: parla di occupancy globale al 97% e di un pipeline di cantieri già molto “coperto”, con circa un 77% di pre-committed, di accordi preventivi già nel cassetto.

Riguardo ai canoni di affitto: JLL stima una crescita dei costi periodici per l’utilizzo di un bene (tasso di leasing) al 5% CAGR fino al 2030, con le Americhe in testa al 7% per via dei vincoli di offerta (terra, permessi, soprattutto potenza).

Il vero collo di bottiglia: l’energia (non i server)

Se c’è un limite che può rallentare tutto, è la disponibilità di energia elettrica, ormai risorsa da considerarsi “scarsa”. In molti mercati “prime” i tempi medi per una connessione alla rete superano quattro anni.

Da qui il cambio di paradigma: non basta trovare terreno e fibra, bisogna trovare (o creare) energia.

I ricercatori descrivono tre direzioni principali: “Bring your own power”, diversificare le strategie a seconda dei luoghi, moltiplicare i sistemi di storage, il ricorso al solare e le batterie.

Partiamo dalla prima, “Bring your own power”: situazioni come l’Irlanda (Dublino) e il Texas rappresentano un tipo di mercato in cui l’operatore deve arrivare con soluzioni energetiche “proprie” o al limite completamente dedicate.

Strategie diverse per regione: negli USA cresce il ruolo del gas naturale come “ponte” e, sempre più spesso, come generazione di energia elettrica on-site; in EMEA pesano di più mix rinnovabili + infrastrutture dedicate (private wire), che possono ridurre il costo dell’energia fino al 40% rispetto alla rete tradizionale.

Storage e solare + batterie: i sistemi di accumulo di energia tramite batterie (Battery Energy Storage System – BESS) aiutano nei casi di micro-interruzioni e possono velocizzare i tempi di interconnessione; mentre il solar-plus-storage è indicato come componente chiave delle prossime strategie energetiche entro il 2030.

L’AI sta trasformando i data center da “mattoni per il cloud” a infrastruttura energetico-industriale: si costruiscono più siti, più grandi, più densi, e soprattutto si riprogetta la filiera—dalla rete elettrica al debito—per sostenere una domanda che non è episodica (training), ma continua e diffusa (inference).

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Perché Donald Trump vuole prendersi la Groenlandia

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Nell’isola l’8% dell’acqua dolce globale e 43 minerali critici per la sicurezza Usa

Dopo il Venezuela, la Groenlandia. Le parole di Donald Trump non lasciano spazio alle interpretazioni: l’isola “ci serve” ed è una “necessità assoluta” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, così ha detto il Presidente degli Stati Uniti. Un messaggio esplicito che ha spinto l’Europa a reagire. E la risposta è arrivata con una dichiarazione congiunta firmata da Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna, Regno Unito e Danimarca, che ribadisce come la sicurezza dell’Artico sia una priorità condivisa, da garantire nel quadro dell’Alleanza Atlantica e nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale. Il passaggio più netto è stato poi  l’ultimo: la Groenlandia appartiene al suo popolo e solo Danimarca e Groenlandia possono decidere sul suo futuro. Basterà con Trump?

Groenlandia, l’interesse storico degli Stati Uniti

Le mire degli Stati Uniti sulla Groenlandia non sono una novità: a cambiare è il linguaggio, oggi più diretto e aggressivo. La priorità resta esplicita ed è sempre la stessa: sicurezza nazionale e controllo militare. Durante il suo primo mandato, nell’agosto 2019, Donald Trump espresse pubblicamente interesse per l’acquisto dell’isola, definendolo strategico per risorse naturali, posizione artica e sicurezza nazionale, senza però indicare alcuna cifra. L’idea fu respinta dal governo della Danimarca come “assurda” e portò Trump ad annullare una visita ufficiale a Copenaghen. Tentativi simili erano già emersi nel 1867, nel 1910, nel 1946 (il Presidente Truman offrì 100 milioni di dollari) e nel 1955.

Dal 1951 Washington ha trasformato questa attenzione in presenza permanente grazie a un accordo di difesa con la Danimarca, inserito nel quadro dell’Alleanza Atlantica. Il perno resta la Pituffik Space Base, operativa dallo stesso anno e oggi sotto il controllo della Forza Spaziale degli Stati Uniti, con circa 200 soldati. È da qui che passa una parte decisiva della sorveglianza e della difesa dell’Atlantico settentrionale e dell’Artico.

Groenlandia, perché Trump insiste

Dal punto di vista degli Stati Uniti, la Groenlandia concentra in uno spazio solo una serie di vantaggi che altrove sarebbero difficili da replicare. L’isola si estende su 2.166.000 chilometri quadrati, conta 57.000 abitanti e si colloca lungo la rotta più breve tra Nord America ed Europa e tra Stati Uniti e Russia. Una posizione che vale quanto un’infrastruttura strategica, perché consente di controllare movimenti militari, traffici e comunicazioni in un’area sempre più centrale. Da qui operano sistemi di allerta missilistica, difesa antimissile e sorveglianza spaziale, con satelliti in orbita polare utilizzati per comunicazioni, osservazione e intelligence.

Su questo stesso spazio insistono anche risorse naturali ed energetiche ancora in gran parte inutilizzate, che aumentano il peso strategico dell’isola. È in questa combinazione di geografia, sicurezza e potenziale economico che si annida una parte decisiva della risposta alla domanda: perché Washington guarda alla Groenlandia non come a un’isola remota, ma come a un moltiplicatore di potenza.

Minerali critici e sicurezza nazionale

Per capire perché la Groenlandia pesi così tanto negli equilibri globali basta partire dai numeri. La sua calotta glaciale copre circa 1,7 milioni di chilometri quadrati e contiene circa 2,9 milioni di chilometri cubi di ghiaccio, pari a circa l’8% dell’acqua dolce globale. È una massa accumulata nel corso di centinaia di migliaia di anni e, se si sciogliesse completamente, corrisponderebbe a 7,4 metri di innalzamento del livello dei mari. In un mondo segnato da un fabbisogno idrico crescente, anche negli Stati Uniti, questa riserva va oltre la dimensione ambientale e tocca la sicurezza di lungo periodo. L’acqua sta diventando una variabile strategica al pari dell’energia e delle materie prime.

Sotto quel ghiaccio c’è un secondo dato che spiega l’interesse di Washington. Secondo analisi statunitensi, nel sottosuolo della Groenlandia sono presenti 43 dei 50 minerali considerati critici per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, tra cui grafite, litio e terre rare. Come si vede dal grafico, la Groenlandia dispone di 1,5 milioni di tonnellate di riserve note di ossidi di terre rare: decisamente meno dei 44 milioni della Cina, che guida la classifica mondiale, ma quasi quanto gli Stati Uniti, fermi a 1,9 milioni di tonnellate. È questo confronto a rendere l’isola strategica: ridurre la dipendenza da Pechino in filiere decisive per industria militare, tecnologie avanzate e transizione energetica.

I ghiacci si sciolgono, si aprono nuove rotte

Lo scioglimento dei ghiacci non fa emergere solo preziose risorse energetiche, ma sta cambiando la geografia strategica dell’Artico. Dal 1978 l’estensione dei ghiacci marini artici diminuisce di oltre il 12% ogni dieci anni e tra 1979 e 2018 il ghiaccio pluriennale con più di cinque anni si è ridotto di circa il 90% con la prospettiva di un primo giorno artico senza ghiaccio prima del 2030. Questo processo rende progressivamente accessibili nuove aree del sottosuolo e apre rotte marittime prima impraticabili, con effetti diretti su navigazione, logistica e sfruttamento delle risorse.

In questo scenario la Groenlandia occupa una posizione chiave lungo il corridoio marittimo tra Nord America ed Europa che passa tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito. Un passaggio centrale per il monitoraggio dei movimenti navali, il controllo dei sottomarini e il rapido dispiegamento di forze transatlantiche. È l’intreccio tra dati climatici, nuove rotte e accesso alle risorse a spiegare perché l’isola sia entrata stabilmente nelle priorità strategiche degli Stati Uniti.

La Groenlandia è della Danimarca (in un certo senso)

Sul piano giuridico, la Groenlandia resta parte del Regno danese, pur con ampi spazi di autogoverno. Dopo l’uscita dalla Comunità Economica Europea il 1 gennaio 1985, l’isola è oggi un Territorio d’Oltremare associato tramite Copenaghen e tutti i groenlandesi restano cittadini danesi e quindi cittadini dell’Unione Europea. Dal 2009 il governo locale gestisce la maggior parte delle politiche interne, mentre difesa e politica estera restano competenze esclusive dello Stato danese.

Accanto alla cornice istituzionale, il legame tra Danimarca e Groenlandia si misura soprattutto nei numeri dell’economia reale. Ogni anno Copenaghen trasferisce all’isola 1 miliardo di dollari, pari a 17.500 dollari per abitante, una cifra che sostiene servizi pubblici, welfare e funzionamento dello Stato in un territorio con un’economia dipendente per il 95% dalle esportazioni di pesca. Nel 2024 la Danimarca ha assorbito l’86 per cento delle esportazioni groenlandesi ed è stata l’origine del 62% delle importazioni.

Il rapporto tra Groenlandia e Unione Europea

Attenta alle risorse quanto Washington, anche l’Unione Europea – facendo sponda con Copenaghen – guarda con crescente interesse alla Groenlandia. Nel campo delle materie prime strategiche, il rapporto ha preso una forma più strutturata nel novembre 2023, con la firma di un Memorandum di cooperazione dedicato allo sviluppo di catene del valore sostenibili. Il punto di partenza sono i numeri: nel sottosuolo groenlandese si trovano 25 dei 34 minerali critici individuati dall’Unione Europea, tra cui grafite, litio e terre rare, materiali centrali per l’industria, la difesa e la transizione energetica. L’obiettivo dichiarato di Bruxelles è ridurre la dipendenza da fornitori extraeuropei, diversificando le fonti di approvvigionamento e rafforzando la propria autonomia strategica in un contesto di competizione globale sempre più intensa.

Anche l’Unione Europea finanzia la Groenlandia

Che l’Unione Europea punti molto sul rapporto con la Groenlandia lo si capisce anche da come sceglie di spendere soldi in investimenti diretti sul benessere e sulla stabilità dell’isola. Nel periodo 2021–2027, Bruxelles ha stanziato 225 milioni di euro per la Groenlandia, una delle cifre più alte in rapporto alla popolazione tra tutti i Territori d’Oltremare. Per il ciclo successivo, 2028–2034, la Commissione europea ha proposto di raddoppiare l’importo.

Nel periodo 2021–2027, Bruxelles ha stanziato 202,5 milioni di euro per l’istruzione, pari al 90 per cento dei fondi complessivi destinati all’isola. L’obiettivo è rafforzare un sistema educativo messo alla prova da dispersione territoriale, bassa densità abitativa e carenza di personale qualificato, intervenendo su qualità dell’offerta, equità nell’accesso ed efficienza organizzativa. Il restante 10 per cento delle risorse europee, 22,5 milioni di euro, è invece rivolto alla crescita verde e alla sostenibilità, con investimenti in energie rinnovabili, produzione di idrogeno, tutela della biodiversità e turismo sostenibile.

Quanto paga l’Europa per pescare in Groenlandia

Accanto ai capitoli su istruzione e sostenibilità, il rapporto tra Unione Europea e Groenlandia si misura soprattutto su un terreno molto concreto: la pesca. Bruxelles versa 17,29 milioni di euro all’anno alla Groenlandia in cambio del permesso a una parte della flotta europea di pescare nella Zona Economica Esclusiva groenlandese, secondo quote e specie stabilite dagli accordi. Il protocollo 2025–2030, approvato nel dicembre 2024, definisce nel dettaglio la ripartizione delle risorse. 14,09 milioni di euro sono destinati all’accesso alle acque. 3,2 milioni di euro finanziano direttamente la politica ittica locale. Un meccanismo che lega in modo diretto risorse europee e sfruttamento regolato delle acque artiche.

Fonte: European Parliamentary Research Service, Greenland: Caught in the Arctic geopolitical contest – United States Geological Survey
I dati sono aggiornati al 2025

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