AI e droni per la Polizia USA, evitare squilibri tra ordine pubblico e diritti

L’AI nelle forze di Polizia USA: efficienza, controllo e rischio di deriva tecnologica

Negli Stati Uniti, l’intelligenza artificiale (AI) sta rapidamente trasformando il modo in cui viene gestito l’ordine pubblico. Dalla scelta dei quartieri da pattugliare alla redazione dei verbali, dall’analisi delle prove digitali fino all’uso di droni come “primi soccorritori” automatizzati, l’AI è ormai entrata nel cuore operativo delle forze di Polizia.
La promessa è chiara: più velocità, maggiore efficienza, meno carichi burocratici per agenti sempre più sotto organico. Ma dietro l’innovazione tecnologica si nasconde una questione cruciale per le democrazie liberali: chi controlla questi strumenti e quali garanzie esistono per i diritti dei cittadini?

Perché la Polizia punta tanto sull’AI

Il contesto spiega molto. Le forze dell’ordine americane (e forse anche di molti altri Paesi, tra cui l’Italia) affrontano da anni una cronica carenza di personale, mentre cresce la pressione politica e sociale per ridurre la criminalità violenta. Secondo un recente sondaggio riportato da Russell Contreras su Axios, tre agenti su quattro denunciano ritardi nei rinforzi durante le emergenze, mentre oltre la metà afferma di essere più esposta ad interventi e azioni ad alto rischio.

In questo scenario, l’intelligenza artificiale viene presentata come una soluzione quasi inevitabile. Software generativi permettono di trasformare automaticamente l’audio delle bodycam in rapporti di polizia, riducendo ore di lavoro amministrativo. Sistemi di analisi avanzata aiutano investigatori sommersi da enormi quantità di dati digitali — intercettazioni, filmati, messaggi — a individuare rapidamente elementi rilevanti, come confessioni o conversazioni chiave.

Il mercato dell’AI applicata alle forze dell’ordine è in forte espansione. Secondo la società di consulenza Consainsights, si stima che il mercato delle soluzioni di intelligenza artificiale per le forze dell’ordine crescerà da circa 3,5 miliardi di dollari nel 2024 a oltre 6,6 miliardi di dollari entro il 2033. Per molti dipartimenti locali, già alle prese con bilanci limitati, queste tecnologie rappresentano un moltiplicatore di capacità operative.

Efficienza sì, ma a quale prezzo?

Il problema non è l’uso dell’AI in sé, ma il modo in cui viene adottata. La diffusione di questi strumenti sta procedendo molto più rapidamente delle regole pubbliche che dovrebbero disciplinarli. Algoritmi che suggeriscono dove pattugliare o quali dati analizzare rischiano di incorporare pregiudizi storici già presenti nei database di polizia, rafforzando discriminazioni razziali e sociali.

Se un sistema impara dai dati del passato, dagli arresti alle segnalazioni, passando per i controlli e quei dati riflettono pratiche di polizia diciamo “aggressive”, l’AI può amplificare questi bias rendendoli meno visibili e più difficili da contestare. Il rischio è quello di una “oggettività algoritmica” solo apparente, che sposta decisioni sensibili in una zona grigia tra tecnologia e responsabilità umana.

Inoltre, resta aperta una domanda fondamentale: chi possiede e controlla i dati raccolti? Molte piattaforme sono sviluppate da aziende private che collaborano direttamente con le forze dell’ordine, spesso senza un quadro normativo chiaro su conservazione, accesso e riutilizzo delle informazioni.

Droni e nuovi occhi sul territorio, che ne sarà della nostra privacy?

Il cambiamento più visibile già oggi riguarda l’uso di droni dotati di intelligenza artificiale. Negli Stati Uniti oltre 1.500 dipartimenti di polizia utilizzano già questi sistemi per inseguimenti, ricerche di persone scomparse, gestione di scene del crimine e risposta a chiamate di emergenza. In alcuni casi i droni vengono inviati direttamente in risposta a una chiamata al 911, fornendo immagini in tempo reale e persino consegnando farmaci salvavita come il Narcan in caso di overdose da stupefacenti.

Dal punto di vista operativo, i vantaggi sono evidenti: i droni costano molto meno degli elicotteri, riducono l’esposizione fisica degli agenti e offrono una visione aerea immediata della situazione. Grazie all’AI, non si limitano a “guardare”: leggono targhe, analizzano movimenti, ricostruiscono incidenti, monitorano folle e, secondo i produttori, possono persino rilevare parametri biometrici a distanza.

È qui che emergono le preoccupazioni più gravi. La raccolta massiva di immagini e dati biometrici solleva interrogativi profondi sulla privacy, soprattutto quando avviene senza mandato giudiziario. Alcuni casi mostrano come i droni siano stati utilizzati per osservare proprietà private, cortili o interni delle abitazioni, con conseguenze dirette per i cittadini sotto forma di sanzioni o controlli amministrativi.

I limiti necessari in una democrazia

Le democrazie si fondano su un principio essenziale: il potere dello Stato deve essere limitato, controllabile e proporzionato. L’intelligenza artificiale, se applicata alla sicurezza pubblica senza adeguate garanzie, rischia di alterare questo equilibrio.

Servono regole chiare su quando e come l’AI può essere utilizzata, trasparenza sugli algoritmi impiegati, audit indipendenti per verificare discriminazioni e abusi, e soprattutto la certezza che la decisione finale resti in mano a esseri umani responsabili e identificabili. Come ricordano alcuni operatori del settore, l’AI dovrebbe aiutare a trovare le prove, non sostituirsi al giudizio umano in tribunale.

Il futuro dell’ordine pubblico negli Stati Uniti (e in prospettiva in tutta Europa, in Italia, ad esempio, si è avuto un primo utilizzo massiccio durante la gestione dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia da Covid-19) sarà inevitabilmente più tecnologico. La vera sfida non è fermare l’innovazione, ma governarla. Perché senza solide regole democratiche, l’efficienza promessa dall’intelligenza artificiale rischia di trasformarsi in una sorveglianza pervasiva, difficile da contenere e contestare e ancora di più da controllare. La sicurezza pubblica in una democrazia è fondamentale e le forze di Polizia devono essere messe in condizione di fare al meglio il loro lavoro, ma allo stesso tempo si deve evitare di finire in uno scenario alla “Robocop”. Ad oggi mancano solo i robot umanoidi in divisa, ma a sentire gli annunci delle Big Tech sembra ci siamo quasi.

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La Casa Bianca di Trump emette linee guida federali contro l’AI “woke”

La nuova amministrazione Trump ha messo nero su bianco la propria linea sull’adozione dell’AI nella pubblica amministrazione federale. Con un memorandum diffuso dall’Office of Management and Budget (OMB), la Casa Bianca ha introdotto una serie di criteri vincolanti che le agenzie federali dovranno applicare nella selezione di sistemi di AI, imponendo ai fornitori requisiti stringenti in termini di contenuti e impostazione dei modelli.

Il documento stabilisce due principi fondamentali: la “ricerca della verità” e la “neutralità ideologica”. In base alla direttiva, i sistemi di AI adottati dal governo non dovranno generare output percepiti come ideologicamente orientati o riconducibili a una visione “woke”, termine che compare esplicitamente solo nel titolo dell’ordine esecutivo da cui il memorandum deriva: “Prevenire l’AI woke nel governo federale”.

Richieste di neutralità ideologica

Sul piano operativo, il principio di verità impone che i modelli diano priorità all’accuratezza storica, alla verifica dei fatti, all’indagine scientifica e all’obiettività. È previsto anche che i sistemi siano in grado di dichiarare esplicitamente l’incertezza quando operano su informazioni incomplete o controverse, evitando affermazioni categoriche non supportate da evidenze solide.

La neutralità ideologica, invece, richiede che l’AI non favorisca o promuova dottrine politiche, ideologiche o culturali specifiche, salvo nei casi in cui tali valutazioni siano espressamente richieste dall’utente. Un criterio che, nelle intenzioni dell’amministrazione, dovrebbe ridurre il rischio che i modelli influenzino il dibattito pubblico o le decisioni amministrative attraverso bias impliciti.

Il memorandum chiarisce inoltre che le nuove regole non si applicano esclusivamente ai Large Language Model, ma a tutte le principali forme di AI generativa, incluse quelle per la produzione di immagini, audio e contenuti vocali. Restano formalmente esclusi i sistemi utilizzati in ambito di sicurezza nazionale, anche se la Casa Bianca incoraggia l’adozione volontaria delle stesse linee guida anche in quei contesti.

La silicon valley fa pressioni per regolamentare l’AI

In parallelo, la strategia dell’amministrazione si inserisce in un confronto politico più ampio che coinvolge direttamente la Silicon Valley. Alcuni dei principali leader tecnologici stanno infatti cercando di influenzare Donald Trump affinché limiti l’autonomia normativa dei singoli stati in materia di AI, spingendo verso una centralizzazione della regolazione a livello federale.

Durante un incontro alla Casa Bianca, il CEO di Nvidia Jensen Huang ha avvertito che una frammentazione normativa, come quella che si sta delineando in California, rischia di compromettere la leadership tecnologica degli Stati Uniti. Secondo questa linea, un mosaico di regole statali divergenti potrebbe rallentare l’innovazione e penalizzare le aziende americane nella competizione globale sull’AI.

A sostenere questa posizione ci sono anche figure di primo piano dell’ecosistema tecnologico californiano, come David Sacks e Sriram Krishnan, che starebbero lavorando per favorire un ordine esecutivo federale in grado di impedire agli stati di legiferare autonomamente sull’AI. Trump, rispondendo a queste pressioni, ha lasciato intendere di essere pronto a firmare a breve un provvedimento in questa direzione.

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L’AI sulle auto a guida autonoma come “Supercar”, ma l’Europa è pronta?

Nvidia porta il “ragionamento” nelle auto a guida autonoma: al CES 2026 nasce Alpamayo

Al CES di Las Vegas, il CEO di Nvidia, Jensen Huang, ha annunciato qualcosa di grosso: «Il momento ChatGPT per l’AI fisica è arrivato». Il riferimento è ad Alpamayo, la nuova piattaforma di intelligenza artificiale (AI) per la guida autonoma presentata da Nvidia, che punta a colmare uno dei principali limiti dei sistemi attuali: la gestione degli scenari rari e imprevedibili.

Tutti ci ricordiamo della mitica “Supercar” guidata da David Hasselhoff, che parlava con il computer di bordo “Kitt”, che in fondo era un’AI fisica. Fantascienza pura in una serie TV storica degli anni ’80 del secolo scorso, sempre più realtà in questo 2026 alle prime battute.

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Non più solo “vedere” e reagire, ma capire, ragionare e spiegare le decisioni. È questa l’ambizione dichiarata dal CEO del colosso dei chip, oggi la società quotata più capitalizzata al mondo (intorno ai 4,5 trilioni di dollari), che con Alpamayo segna un’evoluzione strategica: da fornitore di potenza di calcolo a piattaforma di riferimento per l’AI fisica e robotica.

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Che cos’è Alpamayo e perché è diversa

I sistemi di guida autonoma tradizionali separano la percezione (sensori e visione artificiale) dalla pianificazione delle azioni. Un approccio efficace nella maggior parte dei casi, ma fragile nel cosiddetto long tail: eventi improvvisi, rari, ambigui o mai visti prima, che rappresentano la principale fonte di rischio.

Secondo quanto spiegato da Nvidia stessa, Alpamayo introduce un modello di AI “reasoning-based”, capace di descrivere la scena che sta “osservando”, quindi con capacità visiva avanzata e autonoma. Capace anche di spiegare perché prende una determinata decisione, di pianificare verbalmente e logicamente la traiettoria e di adattarsi a situazioni nuove senza affidarsi solo a regole predefinite.

In pratica, l’AI non si limita a generare comandi di sterzo o frenata, ma “ragiona come un guidatore umano esperto”, comunicando il processo decisionale. Secondo Huang, è proprio questa capacità di spiegazione e auto-valutazione che consente di affrontare gli scenari più complessi del traffico reale.

Non a caso, Nvidia ha deciso di rendere Alpamayo open source, pubblicando il modello su Hugging Face (una sorta di GitHub dell’intelligenza artificiale), così da permettere a ricercatori e aziende di addestrarlo e adattarlo a contesti specifici.

La collaborazione con Mercedes-Benz e i primi arrivi sul mercato europeo e americano

Il primo costruttore a portare Alpamayo su strada sarà Mercedes-Benz. Nvidia ha annunciato che una nuova generazione di veicoli del marchio tedesco – a partire dalla Mercedes-Benz CLA – utilizzerà la piattaforma per la guida autonoma avanzata.

Le prime versioni sono attese negli Stati Uniti nei prossimi mesi, mentre in Europa nel corso del secondo trimestre 2026, con un’estensione successiva ai mercati asiatici.
Un’Europa che rischia di presentarsi impreparata all’arrivo di queste prime auto a guida autonoma, con una regolamentazione avanzata ancora da sviluppare, un lavoro di squadra fra Stati membri che appare difficile e debole ancora e produttori made in Ue che vanno ognuno per conto suo.

La soluzione adottata da Mercedes prevede due stack di guida in parallelo: Alpamayo come sistema di ragionamento avanzato e un sistema “classico” di backup, per garantire ridondanza e sicurezza.

Un approccio prudente, che riflette lo stato attuale della tecnologia: l’AI può migliorare drasticamente le capacità di guida autonoma, ma non è ancora pronta a operare senza reti di sicurezza.

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Che cosa farà l’AI a bordo dei veicoli

Nei veicoli equipaggiati con Alpamayo, l’intelligenza artificiale analizzerà ambienti urbani complessi, gestirà interazioni imprevedibili con pedoni, ciclisti e altri veicoli, affronterà cantieri, incidenti e deviazioni improvvise e comunicherà le proprie intenzioni, aumentando la trasparenza del sistema.

Secondo Nvidia, questo approccio potrebbe ridurre drasticamente il numero di incidenti legati a decisioni errate in situazioni non standard, uno dei principali ostacoli alla diffusione della guida completamente autonoma.

È davvero fattibile? Limiti e rischi

Nonostante l’entusiasmo, restano criticità importanti.

Il problema del 99% evocato anche da Elon Musk è reale: raggiungere prestazioni elevate è relativamente semplice, ma gestire l’ultimo 1% degli scenari è estremamente complesso. Inoltre:

  • il “ragionamento” dell’AI resta probabilistico, non deterministico;
  • una maggiore capacità di rendere comprensibili agli esseri umani le proprie decisioni (explainability) non equivale a infallibilità;
  • servono enormi quantità di dati reali per validare il sistema;
  • le normative sulla responsabilità restano poco chiare.

Esiste poi il rischio di ‘overconfidence’ tecnologica: un’AI che “spiega” le proprie azioni può indurre una fiducia eccessiva nel sistema, soprattutto nei conducenti umani chiamati a supervisionarlo.

Jen-Hsun Huang, co-fondatore, presidente e CEO della società di processori grafici NVIDIA

Nvidia corre sui robotaxi e punta sutto sui nuovi chip Rubin

L’annuncio di Alpamayo si inserisce in una strategia più ampia. Nvidia ha confermato l’intenzione di lanciare un servizio di robotaxi già dal 2027, in collaborazione con partner (tra cui Uber), puntando inizialmente a veicoli di Livello 4, capaci di guidare senza intervento umano in aree predefinite.

Parallelamente, al CES 2026 è stata presentata la nuova piattaforma hardware NVIDIA Rubin, una famiglia di chip progettata per ridurre drasticamente i costi di addestramento e inferenza dell’AI. Grazie a un’estrema co-progettazione tra CPU, GPU, networking e storage, Rubin promette:

  • fino a 10 volte meno costi per token di inferenza;
  • maggiore efficienza energetica;
  • prestazioni fondamentali per l’AI agentica e la robotica.

È su questa infrastruttura che poggerà l’AI della guida autonoma del prossimo decennio.

Una scommessa strategica, che farà lievitare ulteriormente il valore di Nvidia

Oggi il settore automotive pesa ancora solo per circa l’1% del fatturato Nvidia. Ma per Huang la robotica – auto comprese – è la seconda direttrice di crescita più importante dopo l’AI generativa.
Ma nel frattempo questi annunci non faranno altro che far lievitare ancora di più il valore di capitalizzazione del mercato di Nvidia.

L’obiettivo dichiarato è ambizioso: “Un miliardo di veicoli autonomi sulle strade”. Alpamayo è il primo passo concreto verso questa visione. Resta da capire se il mondo reale, con le sue infinite variabili, sarà pronto ad accoglierla.

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Max Tegmark, chi è il fisico del MIT che vuole fermare l’AI

Max Tegmark è oggi una delle figure più visibili nel dibattito internazionale sulla sicurezza dell’AI. Fisico del MIT e fondatore del Future of Life Institute, negli ultimi mesi ha assunto una posizione sempre più netta a favore di una moratoria sullo sviluppo dei sistemi di AI avanzata, sostenendo la necessità di fermare la corsa ai modelli più potenti finché non saranno disponibili garanzie adeguate sul loro controllo e sulla loro sicurezza.

Secondo Tegmark, lo sviluppo di sistemi sempre più autonomi sta procedendo più rapidamente della capacità di governi e istituzioni di comprenderne e governarne gli effetti. In questo contesto individua nell’AGI, l’intelligenza artificiale generale, un punto di svolta: una tecnologia che, se raggiunta, avrebbe implicazioni che vanno oltre il perimetro tecnico e investono direttamente economia, lavoro e assetti sociali.

Il passaggio in Vaticano

Negli ultimi mesi Tegmark ha cercato di ampliare il raggio del confronto, portando il tema fuori dagli ambienti accademici. Ha partecipato a un incontro organizzato dal Vaticano per contribuire alla stesura di un appello sulla sicurezza dell’AI destinato al Papa, con l’obiettivo di collocare la questione su un piano etico e globale, al di là delle singole politiche nazionali o delle strategie industriali.

Max Tegmark: la campagna e le 130 mila firme

Parallelamente è stata promossa una campagna pubblica che ha raccolto oltre 130 mila firme. Tra i firmatari figurano ricercatori e dirigenti del settore tecnologico, ma anche personalità del mondo politico e pubblico con posizioni molto diverse tra loro. L’iniziativa punta a rafforzare la richiesta di una pausa nello sviluppo dell’AI avanzata e a rendere il tema oggetto di attenzione pubblica più ampia.

Cosa dice Max Tegmark sull’impatto sul lavoro e mercato occupazionale

Uno degli aspetti più ricorrenti nel discorso di Tegmark riguarda l’impatto dell’AI sul lavoro. Il timore che l’automazione possa sostituire intere categorie professionali e modificare in modo significativo il mercato occupazionale è diventato uno degli elementi centrali del dibattito. In questa prospettiva, la superintelligenza viene presentata come un possibile fattore di accelerazione di dinamiche già in atto, con conseguenze economiche e sociali difficili da prevedere.

Per rendere più visibile questo messaggio, Tegmark ha sostenuto anche iniziative di comunicazione non convenzionali, come la campagna satirica “Replacement AI” a San Francisco, pensata per attirare l’attenzione sul tema della sostituzione del lavoro umano e sull’adozione dell’AI nelle imprese.

Tegmark distingue tra sistemi di AI sviluppati per scopi specifici e l’AGI. Nel primo caso riconosce potenziali benefici, in particolare in ambiti come la medicina e la ricerca scientifica. Nel secondo caso esprime una forte contrarietà, sostenendo che sistemi generalisti e sempre più autonomi rappresentino un rischio difficilmente gestibile.

Una frattura nella AI safety

Questa posizione lo colloca al centro di un confronto interno allo stesso campo della AI safety. Da una parte ci sono ricercatori e organizzazioni che lavorano per rendere sicuro lo sviluppo dell’AGI, dall’altra chi ritiene preferibile evitarne del tutto la realizzazione. Una divergenza che riflette approcci diversi alla gestione del rischio tecnologico.

Sul piano dei finanziamenti, il Future of Life Institute ha ricevuto nel tempo il sostegno di figure di primo piano del mondo tecnologico e imprenditoriale, tra cui Vitalik Buterin e, in passato, Elon Musk. Allo stesso tempo, la crescente polarizzazione del dibattito ha portato a posizioni più caute da parte di alcune fondazioni e aziende del settore.

Il confronto sul futuro dell’AI avanzata è destinato a intensificarsi. La questione centrale resta aperta: se l’AGI debba essere considerata un obiettivo da perseguire con adeguate misure di sicurezza o una soglia da non oltrepassare. In questo scenario, la posizione di Tegmark rappresenta una delle linee più restrittive oggi presenti nel dibattito pubblico.

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I robot umanoidi pronti per essere messi sul mercato nel 2026. Prezzo di partenza 20mila dollari

L’anno 2026 segna un punto di svolta nell’automazione domestica con l’arrivo imminente sul mercato di robot umanoidi capaci di svolgere attività quotidiane.

Aziende come Tesla, 1X Technologies, Agility Robotics e persino Disney stanno guidando l’innovazione in questo settore, proponendo soluzioni avanzate a costi relativamente accessibili, con prezzi a partire da circa 20.000 dollari.

Il robot Optimus di Tesla, dotato di intelligenza Grok e capace di trasportare fino a 45 libbre a 8 km/h, è stato recentemente testato al pubblico in un diner di Los Angeles.

Elon Musk ne prevede un impatto rivoluzionario, promettendo che contribuirà a ridurre il crimine, eliminare la povertà e persino eseguire interventi chirurgici. Parallelamente, NEO Gamma della 1X Technologies, già ordinabile da “early adopters”, è progettato per gestire una vasta gamma di compiti domestici, migliorando progressivamente attraverso il machine learning applicato in ambito reale.

Nel settore industriale, Digit v4 di Agility Robotics è già operativo in magazzini di grandi aziende come Amazon, movimentando contenitori e alleggerendo il carico di lavoro umano.

Il suo design antropomorfo consente l’integrazione in ambienti esistenti senza modifiche strutturali. Olaf, infine, è un esempio ludico ma sofisticato, sviluppato da Walt Disney Imagineering: un robot interattivo ispirato al personaggio di ‘Frozen’, capace di conversare e replicare movimenti realistici grazie al reinforcement learning.

Questi robot rappresentano un salto qualitativo nella robotica applicata alla vita quotidiana, ma sollevano anche interrogativi sull’etica, sull’impatto sociale e sull’autonomia umana.

Mentre ci avviciniamo a una quotidianità condivisa con androidi, si apre una nuova era di coesistenza uomo-macchina, in cui l’intelligenza artificiale non solo assiste, ma potenzialmente ridefinisce i confini del lavoro e delle relazioni.

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Hyundai pianifica 30.000 robot umanoidi all’anno per l’automazione industriale

Hyundai ha annunciato l’ambizioso progetto di produrre 30.000 robot umanoidi all’anno entro il 2030, con l’obiettivo di iniziare l’integrazione di questi co-worker automatizzati già nel 2028.

Presentato durante il CES 2026, questo piano rientra nella visione strategica dell’azienda sudcoreana di trasformare il settore manifatturiero attraverso la cosiddetta ‘AI Fisica’, una convergenza tra intelligenza artificiale e robotica applicata alla produzione industriale.

Il modello sviluppato, chiamato DAL-e, è progettato per collaborare fianco a fianco con gli operatori umani in ambienti di fabbrica, svolgendo compiti ripetitivi e fisicamente impegnativi, migliorando così sia l’efficienza che la sicurezza operativa.

L’intento di Hyundai è non solo quello di automatizzare i propri impianti, ma anche di rendere la propria piattaforma robotica un prodotto commerciale destinato ad altri attori industriali.

Il gruppo prevede che questi robot, alimentati da sofisticati algoritmi AI, possano apprendere e adattarsi ai contesti produttivi, contribuendo a ridurre i costi di manodopera e a risolvere il problema della carenza di lavoratori specializzati.

La compagnia mira anche a posizionarsi come leader globale nel settore della robotica umanoide, sfidando concorrenti come Tesla e Boston Dynamics, di cui peraltro Hyundai è già azionista di maggioranza.

Questo annuncio segna un passo importante nella direzione di una produzione intelligente e robotizzata su larga scala, sollevando allo stesso tempo interrogativi etici e regolatori riguardo all’interazione tra esseri umani e macchine autonome nei luoghi di lavoro.

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L’ondata di robot umanoidi in Cina mette in luce il ritardo degli Usa

In un magazzino di Shanghai, in piena luce, si possono vedere file di robot umanoidi che piegano magliette, preparano panini e aprono porte, ripetendo il processo per 17 ore al giorno. Non si tratta di un espediente pubblicitario, ma di una macchina generatrice di informazioni che alimenterà i “cervelli” dell’intelligenza artificiale che guideranno il prossimo ciclo di automazione industriale in Cina.

Robot umanoidi made in China

E mentre la maggior parte del lavoro sui robot negli Stati Uniti è ancora in fase sperimentale, aziende cinesi come UBTech, Unitree, XPeng e Xiaomi stanno già spedendo robot umanoidi in grandi quantità, a dimostrazione di un crescente divario nella commercializzazione dell’intelligenza artificiale incarnata.

Il vantaggio della Cina è la possibilità di combinare potenti modelli di intelligenza artificiale e hardware su larga scala nella produzione di massa. L’esempio di UBTech è il walker S2, che può sostituire la batteria in modo indipendente, consentendogli di funzionare 24 ore su 24 in fabbrica. Questa funzionalità è abilitata grazie all’ausilio di paradigmi di ragionamento multimodale come DeepSeek R1, che integra visione, tatto e controllo del movimento per adattarsi a un ambiente complesso.

Robot umanoidi, in Cina produzione di massa

Sei grandi produttori cinesi di umanoidi intendono produrre più di 1000 unità umanoidi all’anno entro il 2025, portando il valore della produzione nazionale a circa 4,5 miliardi di yuan (616 milioni di dollari). A titolo di confronto, l’Optimus Gen 2 di Tesla, dotato di 11 gradi di libertà nelle mani, sensori tattili e una batteria da 2,3 kWh, è stato anch’esso sottoposto a test su piccola scala, ma non è ancora stato presentato ai consumatori; Elon Musk ha dichiarato di voler testare 5000 unità internamente nel suo stabilimento entro il 2025.

Bolla robotica in arrivo?

Tuttavia, permangono delle sfide. Le autorità di regolamentazione cinesi affermano che una possibile “bolla robotica” è sul punto di scoppiare, e oltre 150 aziende di robot umanoidi hanno creato prodotti simili, mentre alcune aziende ne hanno esagerato la capacità applicativa. L’ulteriore applicazione è ancora limitata da sfide tecniche come la capacità di raggiungere livelli di destrezza umani nelle mani robotiche e la stabilità in condizioni incontrollabili. Gli sviluppatori statunitensi sono meno aggressivi dal punto di vista commerciale, sebbene godano ancora di vantaggi nell’autonomia dell’IA di fascia alta, negli algoritmi avanzati e negli approcci di integrazione verticale che potrebbero offrire una maggiore sicurezza e protezione della proprietà intellettuale.

Robot incarnati piattaforma strategica

Le implicazioni strategiche sono di vasta portata. L’IA incarnata non è semplicemente uno strumento di produzione, ma una piattaforma di vantaggio economico, potenziale militare e, forse, una porta d’accesso all’intelligenza artificiale generale. Ciò potrebbe portare la Cina a controllare il numero di sistemi umanoidi forniti a tutti i settori del mondo, poiché il loro ritmo potrebbe non essere controllato e concorrenti come gli Stati Uniti dovrebbero accelerare le loro politiche e la loro produzione per superare la dipendenza a lungo termine.

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Spid di Poste a pagamento, Barbagallo (PD): “Ennesima tassa di Meloni: rimanga gratuito”

Alla scelta, inaspettata, di Poste italiane di rendere SPID a pagamento a 6 euro l’anno dal secondo anno di utilizzo, con alcune eccezioni, è arrivata la forte reazione del Partito Democratico.

“Di male in peggio. Con l’anno nuovo arriva una nuova ‘tassa’ da parte del governo Meloni: parlo dello Spid di Poste, finora gratuito, che diventa a pagamento dal 1 gennaio 2026. Più volte in questi mesi con diversi atti parlamentari abbiamo chiesto al governo di fermare un accanimento a dir poco ingiustificato”, ha dichiarato in una nota il capogruppo Pd in Commissione Trasporti, Poste e Comunicazioni, Anthony Barbagallo.

“Come Pd – ha aggiunto il parlamentare dem – abbiamo anche chiesto di tutelare le famiglie meno abbienti con Isee sotto i 30 mila euro per conservare la gratuità dello Spid. Continueremo ad incalzare il governo in tutte le sedi anche in ordine al mancato o ritardato trasferimento delle risorse del Pnrr ai gestori dell’identità digitale che inevitabilmente sta generando un aumento dei costi per l’utente finale e, quindi, il cittadino”.

“Lo Spid è di interesse pubblico e un compagno di viaggio indispensabile per la vita quotidiana delle persone. Per questo deve restare gratuito”, ha concluso Barbagallo.

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Sanità USA in crisi, 40 milioni di americani si rivolgono ogni giorno (pericolosamente) a ChatGPT

ChatGPT il dottore più richiesto dai cittadini americani, non solo per le cure

È facile, è diretto, sempre a portata di mano, soprattutto gratuito (e forse confortante), ChagtGPT è il dottore più richiesto d’America. Secondo un report che OpenAI ha condiviso in esclusiva con Axios, oltre 40 milioni di americani, ogni giorno, utilizzano il celebre chatbot di intelligenza artificiale (AI) sviluppato dalla società di Sam Altman per ottenere informazioni legate alla salute.

Un dato che racconta molto più di una semplice curiosità tecnologica, perchè descrive un cambiamento strutturale nel modo in cui i cittadini (forse non solo americani) cercano risposte in un sistema sanitario percepito come complesso, costoso e spesso inaccessibile.

I numeri sono significativi. Più del 5% di tutti i messaggi scambiati su ChatGPT a livello globale riguarda temi sanitari. Negli Stati Uniti, OpenAI rileva tra 1,6 e 1,9 milioni di domande a settimana sull’assicurazione sanitaria, che spaziano dal confronto tra piani assicurativi alla gestione delle pratiche, dalle richieste di rimborso alle contestazioni sulle fatture mediche.

Sanità negli Stati Uniti

Nelle aree rurali e meno servite dal sistema sanitario, dove l’accesso a medici e strutture sanitarie è più limitato, gli utenti inviano quasi 600.000 messaggi ogni settimana sul tema salute. Inoltre, sette conversazioni sanitarie su dieci avvengono fuori dagli orari di ricevimento medico, segno che ChatGPT viene spesso utilizzato quando il sistema tradizionale non è disponibile.

Come viene usato ChatGPT

Per molti pazienti ChatGPT è diventato un vero e proprio “alleato”. Secondo l’analisi delle interazioni anonime e un sondaggio condotto da Knit, società specializzata in AI, gli utenti lo utilizzano per:

  • decifrare fatture/ricevute mediche complesse;
  • individuare errori, doppi addebiti o codifiche scorrette;
  • contestare il rifiuto di copertura da parte delle assicurazioni;
  • confrontare piani assicurativi e comprendere cosa è incluso o meno;
  • valutare sintomi o indicazioni mediche sul proprio stato di salute, soprattutto quando non è possibile consultare rapidamente un medico.

In alcuni casi, le persone caricano fatture dettagliate su ChatGPT e riescono a scoprire irregolarità, come violazioni delle regole Medicare (il programma assicurativo sanitario federale degli Stati Uniti) o addebiti impropri.

Sempre più spesso, invece, si caricano sull’AI referti clinici per avere delle indicazioni. Un fenomeno che anche il Garante italiano per la Protezione dei Dati Personali ha denunciato, lanciando l’allarme sull’abuso delle piattaforme di AI in ambito sanitario per il nostro Pese. 

Queste storie sono diventate virali, alimentando ulteriormente l’uso dell’AI come strumento di autodifesa del paziente.

Perché sta succedendo

Alla base di questo fenomeno c’è una crisi di accesso alle cure. Il sistema sanitario statunitense è notoriamente costoso e frammentato e la situazione rischia di peggiorare. La possibile fine dei sussidi rafforzati dell’Affordable Care Act (ACA) rappresenta un punto di svolta: milioni di persone potrebbero trovarsi non assicurate o malamente assicurate, con premi più alti e coperture ridotte.

L’Affordable Care Act, noto anche come Obamacare, è una legge sanitaria statunitense che ha introdotto sussidi per l’assicurazione e regolamentato il mercato, ma sta subendo pressioni e potenziali modifiche, specie per volontà dell’amministrazione Trump, con discussioni su tagli ai sussidi (si parla di 1.000 miliardi di dollari entro i prossimi dieci anni) e impatti sui costi sanitari, soprattutto nelle aree rurali (saranno chiusi tantissimi ospedali e presidi medici di provincia) e per le famiglie a basso reddito, con l’inflazione che aggrava la situazione e rende la sanità una questione chiave anche in vista delle elezioni di medio termine di novembre 2026.

In questo contesto, i chatbot di intelligenza artificiale diventano una soluzione di ultima istanza. Non sostituiscono il medico, ma offrono informazioni immediate, gratuite e disponibili 24 ore su 24. È qualcosa di pericolosissimo e di sbagliato, ma che sta accadendo con sempre maggiore frequenza.
Per chi non può permettersi visite frequenti o deve attendere settimane per un appuntamento, con tutti i rischi del caso, ChatGPT può aiutare a capire se un problema può aspettare o se è necessario ricorrere al pronto soccorso.

I rischi altissimi di questo fenomeno

OpenAI riconosce che l’affidabilità migliora quando le risposte sono basate su contesto specifico, come documenti assicurativi, istruzioni cliniche o dati dei portali sanitari. Tuttavia, esiste anche un lato oscuro. ChatGPT può fornire informazioni errate o potenzialmente pericolose, soprattutto in ambito di salute mentale.

Non a caso, OpenAI è coinvolta in diverse cause legali intentate da familiari di persone che si sarebbero fatte del male o tolte la vita dopo interazioni con chatbot. Alcuni Stati americani hanno già reagito approvando leggi che vietano ai chatbot di offrire servizi di supporto psicologico o decisioni terapeutiche.

Assicurazione sanitaria, Stati Uniti

Dietro le quinte, OpenAI afferma di lavorare per rafforzare le risposte in ambito sanitario, collaborando con clinici e valutando costantemente i modelli per ridurre i rischi. Secondo l’azienda, i modelli GPT-5 sono più inclini a fare domande di chiarimento; a usare un linguaggio più prudente; a indirizzare gli utenti verso professionisti sanitari quando necessario; a consultare fonti aggiornate per le informazioni mediche.

Uno sguardo al futuro, tra crisi dei sistemi tradizionali di assistenza sanitaria e l’avanzata dell’AI

L’aumento dell’uso di ChatGPT in sanità non è una moda passeggera, ma il sintomo di un sistema sotto pressione. Se l’Affordable Care Act verrà indebolito e i sussidi verranno ridotti, è probabile che sempre più americani si affidino all’intelligenza artificiale per colmare i vuoti dell’assistenza sanitaria.

La vera sfida è evitare tutto questo e ridare forza, slancio e risorse al sistema sanitario nazionale (che negli USA è notoriamente debole). Il problema è che in mancanza di politiche orientate a questo, in tanti continueranno a usare l’AI. Quindi, un’altra sfida è rappresentare dal tentativo necessario a questo punto di trovare un equilibrio tra accesso, accuratezza, sicurezza e responsabilità, in un contesto in cui milioni di persone cercano risposte mediche senza un medico “in carne e ossa” dall’altra parte.
L’AI non è la soluzione alla crisi sanitaria americana, ma di fatto sta già diventando una delle sue conseguenze più evidenti.

Un problema ovviamente non solamente americano. Il Rapporto FHI 2025 rivela che il 33% dei pazienti ha riscontrato un peggioramento delle condizioni di salute a causa di ritardi nella visita medica e più di 1 su 4 finisce in ospedale a causa dei lunghi tempi di attesa. La carenza prevista di 11 milioni di operatori sanitari entro il 2030 potrebbe lasciare milioni di persone senza cure tempestive. Una sanità di qualità e sicura è un diritto, non un semplice servizio o qualcosa che si acquista a seconda delle necessità, come tale bisogna assicurarlo a tutti, o almeno questo dovrebbe essere l’obiettivo di ogni governo. La tecnologia dovrebbe essere solo uno strumento migliorativo, non sostitutivo.

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Mazzini: “I miei 17 anni di direzione generale di Lepida”

Il 31 dicembre termina la mia Direzione Generale, iniziata nel lontano maggio 2009 e durata 17 anni. È stata un’esperienza professionale particolarmente interessante e ricca, che mi ha permesso di ideare, creare e sviluppare una società oggi solida e pronta per il futuro. Devo innanzitutto ringraziare i Presidenti della Regione e gli Assessori regionali che mi hanno consentito di vivere questa straordinaria esperienza, mettendo a disposizione risorse che, in molte occasioni, hanno permesso di trasformare semplici idee in azioni, infrastrutture e servizi concreti.
Devo ringraziare anche i Presidenti dei Consigli di Amministrazione che si sono succeduti, i quali hanno sostenuto lo sviluppo di queste idee, credendo nella mia capacità di innovazione e supportandomi nelle azioni intraprese per il bene comune.
Ringrazio i Dipendenti di Lepida, che rappresentano nella loro azione collettiva la vera anima della società, senza la quale non sarebbe mai stato possibile realizzare quanto oggi siamo riusciti a fare e che da più parti ci viene riconosciuto: da chi ogni giorno telefona, monta, configura, scrive, programma e rendiconta, fino ad arrivare a chi dirige le singole strutture.
Dopo questi ringraziamenti, assolutamente sentiti e non rituali, voglio soffermarmi, in ordine assolutamente sparso, su alcune idee che hanno rappresentato le innovazioni di cui vado più fiero e che sono state possibili all’interno di Lepida.
Per titoli: sviluppo di un operatore pubblico di telecomunicazioni per garantire connettività a scuole, biblioteche e operatori; contrasto al digital divide; diffusione dello smart working basato su autonomia e rendicontazione dei risultati; realizzazione di WiFi libero e gratuito come servizio pubblico sicuro e aperto. Creazione di filiere di full smart working per rendere attrattivi i territori; sviluppo di infrastrutture di proprietà per garantire qualità, controllo e responsabilità dei servizi; promozione di Comunità Tematiche per la progettazione condivisa. Costruzione di tralicci pubblici per la telefonia mobile nelle aree a fallimento di mercato; proprietà pubblica delle infrastrutture e regole aperte per gli Operatori; supporto alla ricerca e coordinamento dipartimentale con attenzione alla privacy.
Acquisizione di tecnologie avanzate tramite accordi quadro; messa a disposizione gratuita dell’identità digitale; creazione di gateway di interoperabilità con sistemi nazionali. Rafforzamento della governance attraverso rotazione dei dirigenti, certificazioni come strumenti operativi, monitoraggi incrociati e infrastrutture resilienti. Valorizzazione delle persone tramite rotazione dei ruoli, incentivi oggettivi e percorsi di crescita condivisi.
Tutto raccontato nel tempo attraverso una newsletter dedicata al territorio e alle attività svolte.

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Poste mette SPID a 6 € dal 2^ anno (con alcune eccezioni), ma non consente di accedere al suo sito anche con la CIE. Due domande all’Antitrust

All’improvviso, dalla sera alla mattina, ossia dal primo gennaio 2026 Poste italiane ha reso SPID a pagamento. La sua identità digitale SPID rimane gratuita per il primo anno. A partire dal secondo anno è obbligatorio pagare un contributo annuale di 6 euro.

Il servizio, però, rimane gratuito per:

  • minorenni;
  • cittadini con almeno 75 anni di età;
  • residenti all’estero;
  • titolari del servizio PosteID SPID ad uso professionale.

Così ad oggi sono 5 su 12 i provider SPID a pagamento

Poste rende SPID a pagamento a sorpresa. Senza un’adeguata ed esaustiva comunicazione?

La prima osservazione sulla scelta di Poste ed è dal punto di vista comunicativo: sono 30 milioni gli italiani che hanno SPID con Poste Italiane, oltre il 72% di quelli erogati, e il Gruppo guidato da Matteo Del Fante introduce questa novità che ha un impatto su milioni e milioni di cittadini senza una adeguata ed esaustiva comunicazione istituzionale?

A 5 giorni dall’introduzione della novità, nessun comunicato stampa, nessuno spot televisivo neanche un post sui social.

La comunicazione è arrivata da Poste via email ai primi utenti che hanno in scadenza lo SPID dal mese successivo ed è stata inserita nelle Condizioni di utilizzo.

Per tutti altri interessati a conoscere i dettagli della novità e a capire quando il proprio SPID è in scadenza occorre andare a cercare le relative informazioni accedendo nell’area personale di Poste italiane, alla sezione SPID, o dall’App PosteID: da qui è possibile sapere anche quando scade il tuo SPID.

Cosa succede se dimentichi di effettuare il pagamento?

Se dimentichi di rinnovare la funzionalità di accesso ai servizi SPID, la tua Identità Digitale PosteID rimarrà comunque “attiva” per 24 mesi dall’ultimo accesso, in conformità con quanto previsto dalle Condizioni Generali di Servizio, ma durante questo periodo, non potrai accedere ai servizi SPID, poiché la funzionalità di accesso risulterà temporaneamente sospesa.

Sul sito ufficiale di SPID per scoprire questa novità devi avere la curiosità di andare in fondo in fondo alla pagina di Poste e cliccare su “scopri di più”.

L’ultima dichiarazione dell’AD Matteo Del Fante su SPID è del 13 novembre scorso:

 “SPID ha un enorme potenziale di sviluppo. Da alcuni mesi diversi identity provider hanno cominciato a chiedere un prezzo minimo di 7-8 euro all’anno per SPID. Stiamo osservando il mercato e l’anno prossimo con il nuovo piano decideremo il da farsi”. 

Prima domanda all’Antitrust?

Se un’azienda che opera in un altro settore dovesse introdurre nuove tariffe dalla sera alla mattina potrebbe farlo con questa modalità? Oppure la comunicazione ai consumatori va fatta con un certo tempo di anticipo e in modo adeguato ed esaustivo?

Poste mette SPID a pagamento ma non consente di accedere al suo sito con CIE. Al consumatore sono offerte tutte le modalità di accesso con l’identità digitale?

Poste mette SPID a pagamento ma non consente di accedere al suo sito con CIE. Ossia con il login tramite la carta d’identità elettronica.

Le 3 uniche modalità per accedere all’area personale del sito Poste.it

Pensate, in Italia sono oltre 1.000 i service provider pubblici e privati dei gestori di pubblico servizio e dei soggetti aggregatori pubblici e privati che consentono ai cittadini e clienti di accedere ai propri siti web con CIE.
L’ultimo a farlo è l’Ordine dei periti industriali e dei periti industriali laureati della provincia di Nuoro.

Da qui la seconda domanda per l’Antitrust guidata da Roberto Rustichelli. È consentito a Poste, che eroga il servizio universale postale in Italia, non implementare l’accesso con CIE?
Chi ha lo SPID di Poste in scadenza e preferisce sempre accedere al sito Poste.it con questa modalità perché più facile, perché l’ha sempre fatto così – e non vedendo sul sito stesso di Poste l’altra modalità di accesso con l’identità digitale CIE – è portato a pagare il rinnovo a 6 euro? Se, invece, ci fosse anche la possibilità di accedere con la carta d’identità elettronica il consumatore sarebbe più libero di scegliere con quale identità digitale accedere al sito di Poste italiane?

Dal sito dell’INPS all’Agenzia delle Entrate e per oltre 1.000 siti web, come già detto, di service provider pubblici e privati dei gestori di pubblico servizio e dei soggetti aggregatori pubblici e privati è possibile accedere anche con CIE.

SPID andrà a morire? Ecco l’alternativa senza costi annuali: è la carta d’identità elettronica. Si usa online con la stessa semplicità, ma con più sicurezza di SPID

Mostriamo come usare online, con la stessa facilità di SPID, l’alternativa senza costi annuali: ossia la carta d’identità elettronica (CIE), che, dopo la mossa di Poste, potrebbe decretare, nei prossimi anni, la morte di SPID.

La CIE è già una grande realtà. Le carte di identità elettroniche emesse sono di gran lunga superiori agli SPID erogati. Ad oggi hanno la CIE oltre 57,5 milioni di italiani.

La carta d’identità elettronica, rilasciata dal Comune, ha un costo fisso di 16,79 euro, che può essere maggiore in alcuni Comuni che prevedono specifici costi di segreteria e diritti fissi.

Ormai non uso SPID da fine 2023…

Per accedere ai servizi online della Pubblica Amministrazione e dei privati – da Inps al Comune, dall’Anagrafe unica all’Agenzia delle Entrate – utilizzo CIE, la carta d’identità elettronica: la vera identità digitale di Stato. E lo faccio attraverso la sua app CieID, che consente di utilizzare la Carta d’Identità Elettronica online in modo facile come Spid, ma con maggiore sicurezza. Inoltre, CIE sarà sempre più fondamentale per usufruire dei servizi pubblici sull’IT Wallet, il portafoglio elettronico sull’app IO.

Ecco come si fa ad usare CIE come SPID, per esempio, inquadrando solo un QR code e digitare sempre e solo una password (senza stare lì a cercarla tra le mille che abbiamo) o al posto della password usare l’impronta digitale o il volto. Scarica da qui l’app CieID.

Il videotutorial di Key4Biz: come attivare online CIE per accedere sul web in alternativa a SPID: con la stessa semplicità, ma con più sicurezza. La Carta d’identità elettronica non ha un costo annuale

Per saperne di più come abilitare l’app CIE online, andare su: www.cartaidentita.interno.gov.it

Per sapere tutte le info utili su SPID a pagamento di Poste italiane, cliccare qui

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