L’AI nel lavoro, le linee guida del ministero

Linee guida per l’implementazione dell’intelligenza artificiale (AI) nel mondo del lavoro

Grazie al decreto ministeriale n. 180 del 17 dicembre 2025, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali compie un passo decisivo nel governo della trasformazione digitale del lavoro. Il provvedimento adotta ufficialmente le “Linee guida per l’implementazione dell’Intelligenza Artificiale nel mondo del lavoro”, delineando una strategia nazionale che punta a coniugare innovazione tecnologica, tutela dei diritti e inclusione sociale.

Non si tratta di un semplice documento tecnico, ma di una vera e propria cornice di policy che riconosce l’AI come fattore strutturale di cambiamento del mercato del lavoro e, al tempo stesso, come ambito che richiede regole, responsabilità e visione di lungo periodo.

Le Linee guida offrono alle imprese – con particolare attenzione alle PMI – una roadmap operativa che accompagna l’adozione dell’AI lungo l’intero ciclo di vita: dalla valutazione della maturità digitale (AI readiness), alla sperimentazione, fino all’implementazione su larga scala e al monitoraggio continuo.

L’obiettivo è evitare approcci improvvisati o puramente tecnologici, promuovendo invece un’adozione consapevole, governata e sostenibile.

Formazione, tutele e riduzione del divario digitale

Il Ministero individua tre linee direttrici fondamentali su cui orientare le politiche pubbliche e le scelte organizzative delle aziende:

  1. formazione e sviluppo delle competenze, per sostenere upskilling e reskilling dei lavoratori in un mercato in rapida evoluzione.
  2. tutela dei lavoratori, con particolare attenzione alla prevenzione delle discriminazioni algoritmiche, alla protezione dei dati personali e alla supervisione umana dei sistemi automatizzati.
  3. riduzione del divario digitale, per garantire che l’innovazione non accentui disuguaglianze territoriali, generazionali e sociali.

L’AI non è una scatola nera che decide in autonomia, serve supervisione umana

Uno degli elementi più rilevanti del documento, come sottolineato anche dall’Unione degli Industriali di Torino e dal Consiglio nazionale consulenti del lavoro, è la forte enfasi sulla centralità della persona. Le Linee guida chiariscono che l’AI non può diventare una “scatola nera” che decide in modo opaco su assunzioni, valutazioni, promozioni o licenziamenti. Le decisioni automatizzate devono essere comprensibili, verificabili e contestabili, nel rispetto dei principi di trasparenza, chiarezza e responsabilità.

In questo quadro, il decreto richiama esplicitamente il Regolamento europeo sull’Intelligenza Artificiale (AI Act), che classifica come “ad alto rischio” molti sistemi utilizzati in ambito lavorativo, imponendo obblighi stringenti di governance, audit e supervisione umana.
A ciò si affianca il GDPR, che limita le decisioni esclusivamente automatizzate e rafforza i diritti dei lavoratori sul trattamento dei dati personali.

Il messaggio è chiaro: l’efficienza tecnologica non può prevalere sulla dignità del lavoro. L’AI deve essere uno strumento di supporto, non di controllo o sorveglianza invasiva.

Lavoro autonomo e nuove forme di “precarizzazione algoritmica”

Di particolare interesse è la sezione dedicata al lavoro autonomo. Il Ministero riconosce che l’AI, soprattutto quella generativa, può offrire grandi opportunità a freelance e professionisti, ma evidenzia anche criticità concrete: dalla riduzione delle opportunità in alcuni settori, alla difficoltà di accesso alle tecnologie avanzate, fino alla dipendenza crescente dalle piattaforme digitali.

Le Linee guida forniscono quindi indicazioni operative per integrare l’IA in modo vantaggioso anche nel lavoro autonomo, promuovendo l’accesso a strumenti equi, la formazione continua e la tutela delle condizioni professionali, evitando nuove forme di “precarizzazione algoritmica”.

Con questo termine ci si riferisce all’uso di algoritmi e piattaforme digitali nel mondo del lavoro, con il risultato di aumentare l’instabilità occupazionale, riducendo tutele e prevedibilità per i lavoratori. Un concetto tipico della gig economy, dove sistemi di ranking e management automatico penalizzano flessibilità limitata, carichi familiari o assenze, favorendo una forza lavoro “sempre disponibile”

Incentivi e politiche per una transizione tecnologica equa

Il decreto dedica ampio spazio ai finanziamenti e agli incentivi disponibili per sostenere l’adozione dell’AI, che è ormai rapida e capillare. Le misure sono articolate tra risorse del ministero del Lavoro, incentivi di altri dicasteri e programmi europei, con un’attenzione specifica alla riduzione del divario Nord-Sud.

Fondi per la formazione, crediti d’imposta per la digitalizzazione, programmi europei e strumenti mirati al Mezzogiorno vengono presentati come leve essenziali per garantire che la transizione tecnologica non resti appannaggio di pochi, ma diventi un’opportunità diffusa per il sistema produttivo e occupazionale.

Un documento aperto al futuro del lavoro in Italia

Le Linee guida non hanno carattere statico. Il decreto prevede espressamente che siano aggiornate dall’Osservatorio sull’adozione dei sistemi di AI nel mondo del lavoro, istituito dalla legge n. 132/2025. Una scelta che riconosce la rapidità dell’evoluzione tecnologica e la necessità di un monitoraggio continuo degli impatti su occupazione, diritti e organizzazione del lavoro.

In definitiva, con il DM 180/2025 l’Italia prova a scrivere una grammatica dell’AI nel lavoro che tenga insieme innovazione, competitività e diritti. Una sfida complessa, che non si gioca solo sul piano normativo, ma anche su quello culturale e sociale. Perché il futuro del lavoro non dipende soltanto dagli algoritmi, ma da come decidiamo di governarli e dalla conoscenza di questi nuovi strumenti tecnologici, che va condivisa e discussa nella maniera più ampia possibile.

Come spiegavano qualche anno fa Antonio Aloisi e Valerio De Stefano nel loro libro dal titolo “Il tuo capo è un algoritmo. Contro il lavoro disumano“, non esistono tecnologie buone e tecnologie cattive: “esistono usi distorti e usi consapevoli delle invenzioni e delle innovazioni“.
La qualità del lavoro presente e futuro dipende da come esso è concepito, contrattato e organizzato, soprattutto alla luce di tecnologie disruptive come l’AI. La trasformazione digitale è di fatto un alleato indispensabile per il nostro lavoro, dalla fabbrica alla scrivania, dal magazzino all’ufficio, ma va messa alla prova sul terreno della convenienza sociale e politica e non solo su quello della convenienza economica.

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Cybersecurity, Andrenacci (RAD): “WINDTRE Business approccio multiplo per grandi aziende e PMI”

La cybersicurezza è oggi una priorità strategica per tutte le imprese. L’evoluzione normativa, con direttive come la NIS2, insieme a un quadro di minacce in continua evoluzione, impongono standard rigorosi per garantire la protezione dei dati e la continuità operativa. Adeguarsi non è semplice: richiede investimenti, competenze e un cambio di mentalità. Se la sfida riguarda tutti, le piccole e medie imprese sono chiaramente più in difficoltà rispetto alle grandi aziende, che già dispongono di strutture dedicate e processi consolidati.

Fra norme e minacce adeguarsi non è facile

“Le medie aziende e PMI che fino ad adesso non hanno affrontato con un piano strutturato il tema cybersecurity si vedranno costrette ad adeguarsi velocemente alle normative in ambito cyber”, spiega Andrea Andrenacci, CEO di RAD, società italiana di cybersecurity acquisita dal Wind Tre nel 2023. Per le grandi imprese si tratta di aggiornare e rafforzare difese già presenti, mentre per le PMI la strada è molto più difficoltosa: servono procedure, tecnologie e soprattutto competenze. Il problema è aggravato dallo skill shortage, “In Italia le lauree STEM sono solo il 24% contro il 40% della media europea, e i laureati ICT appena l’1,5% contro il 4% europeo”, sottolinea Andrenacci. A questo si aggiunge la fuga dei cervelli che spinge i talenti verso aziende estere e senza capitale umano adeguato il rischio è che imprese italiane si facciano trovare impreparate.

Sfida culturale

La sfida, quindi, non è solo normativa, ma culturale: “Le aziende dovranno abbracciare una filosofia che comprenda la cultura della cybersecurity, diffusa a tutti i livelli e non solo tra gli specialisti”, dice Andrenacci. Ma la cultura richiede tempo, e il tempo è la risorsa più scarsa. Per questo, secondo il CEO di RAD, “una buona soluzione può essere quella di servizi gestiti operati da specialisti di settore”, che consentono alle imprese di concentrarsi sul core business delegando la protezione a chi dispone di competenze e strumenti avanzati.

Digitale e cloud aumentano la superficie di attacco

Il contesto rende tutto più complesso. Negli ultimi anni, l’evoluzione digitale e il cloud hanno ampliato la superficie di attacco, che non si limita più ai confini aziendali ma include fornitori e partner. “Questo, pur favorendo la crescita del business, ha fatto sbiadire i confini del perimetro delle aziende stesse”, spiega Andrenacci. “Gli asset strategici sono ormai dati, informazioni, file: elementi effimeri che viaggiano oltre i confini tradizionali”. La superficie di attacco è quindi l’intero ecosistema di un’azienda, che induce a colpire gli anelli più deboli, ovvero i soggetti con minore maturità cyber. “Il monitoraggio delle terze parti riveste così un ruolo sempre più importante”, aggiunge Andrenacci, e la stessa normativa obbliga anche soggetti prima considerati a basso rischio a rientrare nel perimetro di controllo.

WINDTRE Business approccio multiplo

In questo scenario, WINDTRE Business propone un approccio multiplo. “Da un lato affianca le imprese mature con professionisti specializzati che guidano la trasformazione delle pratiche di difesa; dall’altro mette a disposizione di realtà più piccole servizi gestiti che includono il monitoraggio costante degli attacchi, la formazione del personale e la sorveglianza del perimetro esterno”, spiega Andrenacci. Tutto in modalità “as a service”, portando competenze e best practice direttamente alle aziende. “La nostra filosofia ambisce a migliorare la sicurezza di tutti i profili di aziende, dallo small business alle realtà più strutturate, lavorando su un miglioramento complessivo dell’ecosistema”. In un contesto dove le minacce evolvono rapidamente, le imprese sono sempre più interconnesse e il dark web alimenta nuove forme di attacco, la capacità di modulare le soluzioni cyber in base alle esigenze specifiche diventa fondamentale per garantire una protezione efficace e costante.

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Protezione dei dati personali degli enti territoriali, il caso del Comune di Modena

Si è svolto lo scorso 18 novembre un partecipato appuntamento promosso da Lepida nell’ambito del Progetto ER2Digit, in collaborazione con il Comune di Modena e in modalità webinar, intitolato “Verso un Modello Organizzativo operativo per la protezione dei dati personali degli Enti territoriali: il caso del Comune di Modena”.

Nel corso dell’incontro, cui hanno preso parte il DG del Comune di Modena Lorenzo Minganti e il DPO del Comune di Modena Vittorio Colomba, è stato illustrato da Ernesto Belisario (Studio E-Lex), esperto internazionale di diritto e tecnologie, il Modello Organizzativo Privacy (MOP) prodotto per ER2Digit.

Il MOP presentato, che conferma la validità e l’attualità del modello organizzativo generale proposto ai Soci da Lepida sin dal 2018, è un insieme strutturato di procedure, ruoli, responsabilità, misure tecniche e organizzative adottate da un’organizzazione per garantire la conformità al GDPR.

La struttura del MOP prevede:

• L’introduzione (con la ricostruzione del contesto organizzativo dell’Ente, un quadro della normativa applicabile, la definizione dell’ambito di applicazione e dei termini impiegati)

• La definizione di ruoli e responsabilità (Titolare e soggetti designati, Referenti, Autorizzati, ADS, DPO)

• I rapporti con i terzi (Nomina dei Responsabili, Trattamento per conto di altri titolari, Rapporti di

Contitolarità)

• Rapporti con gli Interessati (Informative, Esercizio dei diritti)

• Registro delle attività di trattamento

• Valutazione d’impatto (DPIA)

• Incidenti di sicurezza (Data Breach)

• Misure di sicurezza e monitoraggio

• Gestione delle ispezioni in materia di protezione dei dati

• Sanzioni

Gli Enti Soci possono rivedere la registrazione del webinar richiedendo l’accesso alla piattaforma, inviando una e-mail a formazione@lepida.it, con nome, cognome, e-mail e codice fiscale.

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Come cambia l’identità digitale delle imprese: i nomi di dominio, le estensioni e il ruolo dell’AI

C’è un elemento del digitale che, nonostante trent’anni di trasformazioni, non ha mai perso centralità: la scelta del proprio nome online, sia per la propria identità personale sia per quella professionale o aziendale. Non è un dettaglio tecnico, ma un gesto fondativo, una dichiarazione di identità. È lì che un’azienda, un professionista o un creator decide come vuole essere riconosciuto.

Oggi, tuttavia, questo gesto sta cambiando. Non per effetto di mode passeggere, ma perché il contesto si è fatto più articolato e perché l’intelligenza artificiale è entrata, per la prima volta, nel cuore del processo creativo.

A cambiare non è solo come si sceglie un nome, ma l’intero paradigma che lo sostiene. La scelta del nome di dominio e quella dell’estensione sono infatti due passaggi distinti, che compongono livelli diversi dell’identità digitale, ma che vanno progettati insieme. Il nome è l’essenza dell’identità: unicità, riconoscibilità, coerenza con il posizionamento del brand. L’estensione è la sua cornice strategica: indica territorio, ambizione, mercati e pubblico a cui ci si rivolge.

In Italia questa distinzione è particolarmente evidente. L’estensione .it continua a essere la scelta dominante, rappresentando oltre la metà delle nuove registrazioni. È un fattore identitario forte: comunica prossimità, affidabilità e radicamento sul territorio. Ma proprio la sua diffusione ne evidenzia al contempo il limite: con oltre 3,5 milioni di domini registrati, il .it è un territorio maturo e ormai denso. Le soluzioni immediate scarseggiano, i nomi generici sono spesso occupati e costruire un’identità disponibile richiede oggi più strategia di quanto accadesse in passato.

Sempre più realtà – non solo grandi brand, ma anche PMI, professionisti e creator – hanno iniziato a considerare il proprio indirizzo digitale come un ecosistema, non come un elemento isolato. La scelta di distribuire la propria presenza su più estensioni (.com, .online, .tech, .cloud) risponde a esigenze diverse: ampliare la visibilità, presidiare mercati differenti, oppure rendere immediato il proprio posizionamento grazie a TLD verticali che chiariscono il settore in cui si opera.

A questa evoluzione si affianca una crescente attenzione verso la brand protection, oggi alla base del 15% delle registrazioni. Proteggere il proprio nome online significa infatti garantirsi più estensioni e varianti, evitando ambiguità, imitazioni e utilizzi impropri. È un atteggiamento più maturo e consapevole che non riguarda più solo le aziende strutturate ma si estende anche alle realtà più piccole.

In questo contesto, l’intelligenza artificiale introduce una novità significativa: aiuta a individuare nomi realmente unici e brand-driven, andando oltre i limiti imposti dalla disponibilità sempre più ridotta. L’AI amplia il campo creativo e analitico in modo immediato, rendendo possibile in pochi secondi ciò che un tempo richiedeva esperienza, tempo e ricerche approfondite. Genera combinazioni semantiche nuove e coerenti, interpreta descrizioni formulate in linguaggio naturale, intercetta trend emergenti, individua naming disponibili e solidi e suggerisce anche le varianti utili alla tutela del brand, anticipando potenziali rischi.

Non stupisce che inizino a comparire anche naming legati all’AI stessa: segnale che la tecnologia sta ridefinendo non solo il processo, ma anche l’immaginario di chi oggi costruisce una nuova identità digitale, in un contesto in cui a livello globale l’estensione “.ai” ha registrato un incremento del +482% delle registrazioni nell’ultimo anno.

L’intelligenza artificiale amplia lo spettro delle possibilità, supportando il futuro dell’identità digitale. Ne nasce una dinamica fondata sull’equilibrio tra creatività e tecnologia, tra dati e visione, tra rapidità decisionale e profondità strategica. Sarà la capacità di aziende e professionisti di muoversi dentro questo nuovo contesto a determinare la solidità e il riconoscimento del proprio posizionamento nell’ecosistema digitale.

Per ulteriori dettagli: https://www.aruba.it/magazine/hosting/domini-ai-il-boom-dei-domini-legati-all-intelligenza-artificiale.aspx

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COMTem Cybersecurity, i risultati del Gruppo di Lavoro sanità sulla continuità operativa

Il Gruppo di Lavoro sanità “Standard condivisi per i servizi di Business Continuity & Disaster Recovery” ha consolidato indicazioni per rafforzare la continuità operativa dei servizi digitali su cloud Lepida, partendo dalla centralità dell’analisi del rischio come prerequisito tecnico-organizzativo.

Per le infrastrutture e servizi cloud occorre potenziare tre livelli di implementazione: soluzioni in alta affidabilità e Business Continuity (BC); scenari di Disaster Recovery (DR) con replica asincrona e ripristino rapido; misure di DR per eventi catastrofali.

Il Gruppo considera prioritario che le Aziende sanitarie e Lepida si concentrino sul primo e secondo livello, mantenendo sempre attive le misure del terzo tipo come rete di sicurezza.

Un punto critico evidenziato è la distanza geografica tra i Datacenter, non compatibile con la BC per sistemi applicativi con scritture intensive: a questo fine si dà indicazione di valutare come superare i limiti infrastrutturali nel medio periodo.

Oltre alla rilevanza di accrescere anche la resilienza e ridondanza della rete, viene infine ribadita l’importanza dei backup: retention adeguata, protezione da cancellazioni indesiderate e capacità di risposta ai ransomware restano pilastri della continuità operativa, in linea con le nuove soluzioni presentate da Lepida nel webinar tecnico dello scorso 6 novembre.

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Data center. Milano come Londra e Francoforte, Roma più indietro. Avanzano Bari e la Sicilia

Data center in Italia: un’opportunità da 165 miliardi di euro tra AI e transizione digitale

Di fronte a un’accelerazione tecnologica senza precedenti, l’Italia si trova oggi davanti a una finestra di opportunità rara: diventare uno dei mercati di riferimento in Europa per i data center. Non si tratta più di semplici infrastrutture “invisibili”, ma di veri e propri pilastri fisici dell’economia digitale e asset strategici per l’autonomia digitale e infrastrutturale (per quello che sarà possibile fare) del Sistema-Paese e dell’Europa tutta.

Secondo il Rapporto della “Community Data Center” di TEHA Group, l’impatto economico di questo settore è destinato a esplodere. Le stime per il periodo 2025-2030, in uno scenario di “alta attrattività”, vedono il mercato italiano generare un valore potenziale compreso tra i 12 e i 30 miliardi di euro.

Se allarghiamo l’orizzonte temporale al decennio 2030-2040, la cifra potrebbe oscillare tra i 38 e i 165 miliardi di euro.

L’ampiezza di queste stime non dipende dal mercato in sé, ma dalla capacità dell’Italia di attirare investimenti, gestire le autorizzazioni e sviluppare una filiera industriale solida. Un discorso certamente molto più ampio e non semplice da sviluppare, che potrebbe abbracciare fattori chiave di natura politica, geopolitica, geostrategica e finanziaria.

Data center, Italia, geopolitica e Mediterraneo

Il nostro Paese potrebbe aspirare a diventare un hub europeo per i data center grazie alla sua posizione strategica nel Mediterraneo, che favorisce la connettività via cavi sottomarini con Africa, Medio Oriente ed Europa, e ad altri fattori come incentivi governativi e disponibilità energetica.

La posizione geografica centrale nel Mediterraneo posiziona l’Italia come snodo per rotte dati globali, evitando la saturazione di hub come Amsterdam o Dublino, e attrae giganti tech con progetti da miliardi di euro. Disponibilità di energia non satura e transizione verso rinnovabili, unita agli incentivi previsti dal PNRR, supera sfide non trascurabili, come i costi elevati che si devono sostenere in altri paesi europei. Lombardia, Liguria (Genova) e Sud Italia (Palermo) beneficiano di collegamenti elettrici cresciuti 40 volte e cavi sottomarini in espansione decuplicata.

Poi c’è certamente il sempre nominato “Piano Mattei”, che potrebbe contribuire indirettamente, promuovendo partnership digitali con l’Africa che rafforzano il ruolo italiano come gateway per l’AI e le infrastrutture digitali. La crescita è trainata da investimenti per oltre 20 miliardi di euro entro il 2028, con Milano in testa.
Questo rafforza la connettività mediterranea, favorendo investimenti in infrastrutture digitali sostenibili verso l’Africa, che ha solo il 2% dei data center globali. Non è il driver primario, ma amplia l’ecosistema italiano come ponte Europa-Africa

AI, IoT, connessioni digitali e sovranità dei dati: cosa spinge la crescita dei data center in Italia

La domanda digitale in Italia, come negli altri Paesi europei, è alimentata da trend strutturali che stanno rimodellando i modelli infrastrutturali.

Al primo posto, come tutti sappiamo, c’è l’AI: la crescita dell’AI generativa (sia nelle fasi di training che di inference) è il driver principale. A questa si aggiungono l’espansione dell’Internet of Things e il costante aumento del traffico dati richiedono maggiore capacità computazionale.

La necessità di allinearsi a standard elevati (come la Direttiva NIS2) e la domanda di sovranità dei dati spingono verso nuove infrastrutture sicure, mentre la trasformazione della Pubblica Amministrazione sta portando a un consolidamento dei data center verso strutture più efficienti e integrate.

La geografia regionale dei data center: Milano hub di livello europeo, in fase di emersione Roma e il Mezzogiorno

L’Italia sta accelerando per colmare il gap con i mercati maturi (come Londra e Francoforte). In questo, al Lombardia con Milano capofila è l’unica “region” italiana con caratteristiche paragonabili ai grandi hub europei: Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino.

Grazie a un’elevata interconnessione e alla vicinanza ai poli economici, Milano traina la crescita nazionale con una capacità IT che punta a superare il GW entro il 2028. Il PIL della Lombardia nel 2023 ha raggiunto il 530 miliardi di dollari, quello della Virginia – il più grande mercato data center americano – si è attestato sui 720 miliardi di dollari, tanto per capire il trend di crescita in cui la regione italiana si è inserita.

Più indietro e di molto si pone il Lazio con Roma, che comunque sta acquisendo un’importanza crescente, con una capacità IT in espansione a un tasso annuo del 45%.

Il Rapporto, però, pone in evidenza la fase di slancio che al Sud stanno prendendo anche la Sicilia e in particolare la Puglia, trainata da Bari. Queste aree si stanno posizionando strategicamente grazie alla presenza di cavi sottomarini internazionali e a un minor costo dell’energia. Il Sud può diventare una nuova “regione digitale” nel Mediterraneo, favorita anche dalle sinergie con il Piano Mattei.

Una capacità IT nazionale in rapida crescita

Crescere oltre Milano rimane oggi una sfida, a causa della disponibilità limitata di potenza elettrica, della complessità dei processi autorizzativi e della scarsa visibilità sui piani di sviluppo della rete.

La capacità IT installata in Italia ha continuato a crescere anche nel 2024, raggiungendo i 287 MW, pari a un incremento del 6% rispetto all’anno precedente. Sebbene positivo, questo ritmo risulta inferiore alle previsioni iniziali, si legge nello studio, principalmente a causa dei tempi necessari per l’entrata in operatività delle nuove strutture. Le prospettive indicano tuttavia un’accelerazione significativa: la pipeline attuale suggerisce un aumento di oltre 110 MW nel 2025 e di circa 250 MW nel 2026.

Fattori di crescita e opportunità sistemiche

Il successo di questa roadmap poggia su alcune innovazioni chiave. Una di queste è il modello “Data & Energy Hub”: trasformare i data center da fonti di pressione sulla rete a risorse di flessibilità, capaci di autoproduzione e accumulo energetico.

Inoltre, la valorizzazione dei siti brownfield (aree industriali dismesse) rappresenta una grande opportunità territoriale. TEHA ha individuato circa 3,7 milioni di m² di superfici potenzialmente adatte: rigenerare queste aree permetterebbe di realizzare rapidamente circa 600 MW di capacità, preservando al contempo suolo agricolo equivalente a 84 campi da calcio.

In sintesi, i data center non sono in alternativa alla transizione ecologica, ma ne sono un fattore di supporto. Se l’Italia saprà superare la frammentazione della filiera e le lungaggini burocratiche, potrà consolidarsi come uno degli hub digitali più competitivi al mondo.

Europa e America, due mercati diversi

Fin qui l’analisi TEHA e uno scenario che certamente è in crescita, seppur frenato da una serie di problematiche di varia natura, da zavorre burocratiche a limiti normativi, fino alla questione ambientale e paesaggistica.

Chi vorrebbe una crescita più rapida e meno barriere alla corsa nazionale ai data center chiede di guardare agli Stati Uniti, ma c’è da chiedersi: ne vale veramente la pena?

Negli Stati Uniti la corsa ai data center è diventata uno dei segnali più evidenti della trasformazione in atto nell’economia digitale, spinta dall’esplosione dell’intelligenza artificiale. L’abbiamo visto soprattutto in questo ultimo anno: l’AI generativa ha introdotto uno shock di domanda senza precedenti per la capacità computazionale: addestrare modelli sempre più grandi e gestire volumi crescenti di query richiede enormi quantità di GPU, server, energia e infrastrutture fisiche. In questo contesto, il data center non è più un semplice asset immobiliare tecnologico, ma un vero e proprio fattore produttivo strategico, paragonabile per importanza a una rete elettrica o a un’infrastruttura di telecomunicazioni.

Dall’altra parte dell’Oceano, questa domanda nasce “in casa”. I grandi sviluppatori di modelli e i principali hyperscaler coincidono o sono strettamente integrati, creando un circuito virtuoso – e potentissimo – tra innovazione software e infrastruttura hardware. Microsoft, Google, Meta e gli altri investono sapendo di avere già una domanda interna solida, continua e scalabile. Da qui la logica del pre-affitto e degli investimenti anticipati: la capacità computazionale viene costruita prima che i ricavi si manifestino pienamente, perché è considerata indispensabile per sostenere la crescita futura dell’AI. È una dinamica tipica dell’economia americana dell’innovazione, dove la velocità e la conquista della scala contano più della perfetta sincronizzazione tra costi e ricavi.

Effetti collaterali

Questo approccio è reso possibile anche da mercati finanziari profondi e molto propensi al rischio. I data center vengono finanziati come asset infrastrutturali ad alto potenziale, sostenuti da capitali abbondanti e da aspettative di lungo periodo sull’AI. In questa corsa c’è inevitabilmente una componente speculativa: il capex (investimenti effettuati da un’impresa per acquistare, costruire o migliorare beni durevoli destinati a generare valore nel medio-lungo periodo) cresce più rapidamente dei ricavi e una parte degli investimenti scommette su scenari di domanda futura che potrebbero rivelarsi eccessivamente ottimistici. Ma si tratta di una speculazione “razionale”, coerente con un sistema che storicamente accetta il rischio di overbuild come prezzo da pagare per mantenere la leadership tecnologica.

Permessi relativamente rapidi, normative ambientali meno stringenti e una gestione energetica più flessibile consentono di avviare progetti in tempi brevi. Questo accelera l’offerta di nuova capacità, ma produce anche effetti collaterali: forte pressione sulle reti elettriche, concentrazione geografica degli impianti e un consumo energetico destinato a crescere rapidamente. In sostanza, una parte dei costi ambientali e sistemici viene rinviata o esternalizzata (cioè trasferita a noi, alla collettività, o direttamente all’ambiente, quindi sulle generazioni future).

Il modello europeo, chi va piano va sano e va lontano?

Il modello europeo privilegia una crescita meno spettacolare ma più ordinata. L’attenzione all’efficienza energetica, all’uso di rinnovabili e all’impatto sul territorio riduce il rischio di bolle infrastrutturali e rende l’ecosistema più resiliente nel lungo periodo. Paesi come il Lussemburgo o alcune regioni del Nord Europa dimostrano che i data center possono diventare parte di una strategia industriale sostenibile, se inseriti in una pianificazione coerente.

L’Italia si colloca in questa dinamica come un mercato complessivamente in ritardo, ma non marginale. La burocrazia e l’incertezza autorizzativa frenano gli investimenti, ma la posizione geografica, il ruolo nei cavi sottomarini e il potenziale per soluzioni edge e green rappresentano un’opportunità concreta. La sfida non è replicare la corsa americana, bensì costruire un ecosistema in cui regole chiare, norme ambientali e tempi certi diventino un fattore di attrazione per capitali di lungo periodo. È così che si costruisce una crescita strutturale, vera e concreta, sui cui rilanciare un’idea stessa di economia e di Paese (e di Europa).

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Manovra, le novità sul digitale: dalla fibra alla telemedicina fino all’editoria. Ma quando un fondo per il giornalismo online di qualità?

Finalmente, la Commissione Bilancio del Senato ha licenziato il testo della Manovra, dopo i alcuni errori e stop&go.

Alle 9.30 di questa mattina la quarta legge di Bilancio del governo Meloni è arrivata nell’Aula al Senato per la prima lettura: si voterà sul testo proposto dalla 5a Commissione Bilancio e licenziato sabato scorso 20 dicembre con mandato ai relatori Guido Liris (FdI), Dario Damiani (FI), Claudio Borghi (Lega) e Mario Borghese (Noi moderati).

La Manovra deve essere approvata da Palazzo Madama prima di Natale, poi provvedimento è atteso all’Aula della Camera dei Deputati il prossimo 28 dicembre alle ore 16:00 e il via livera definitivo dovrebbe arrivare il 30 dicembre, al massimo entro il 31.

Analizziamo il testo della Manovra sui cui le Aule del Senato e della Camera sono chiamate a votare con gli occhi di Key4Biz, quindi andiamo a vedere quanto digital è la Manovra 2026.

Fibra. Piano Italia 1 Giga: a Invitalia i 700 milioni del Fondo connettività

Il Piano Italia 1 Giga, per le sue evidenti difficoltà, alcune dovute per l’aumento dei costi e in parte alla mancanza di mano d’opera, non potrà essere completato entro il 2026. Così il Governo ha dirottato una parte di risorse, circa 733 milioni di euro, in uno strumento finanziario proprio per provare a raggiungere l’obiettivo: questo Fondo Nazionale di Connettività è entrato nella Legge di Bilancio ed è stato affidato a Invitalia con l’obiettivo, quindi, di completare il Piano Italia 1 Giga e portare la banda ultra-larga (almeno 300 Mbit/s in download nell’ora di picco del traffico) nelle aree grigie del Paese.

Telemedicina: 20 milioni di euro per il 2026 

Sono stati assegnati all’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), in qualità di Agenzia nazionale per la sanità digitale, per garantire l’omogeneità a livello nazionale e l’efficienza dei servizi erogati con la telemedicina.

Ma quali sono le tipologie di prestazioni sanitarie attuabili con il supporto della Telemedicina? Sono:

  • Televisita: è un atto medico in cui il professionista interagisce a distanza in tempo reale con il paziente.
  • Teleconsulto medico: è un atto medico in cui il professionista interagisce a distanza con uno o più medici per dialogare e confrontarsi, anche tramite una videochiamata.
  • Teleconsulenza medico-sanitaria: un’attività sanitaria non specificatamente medica che si svolge a distanza.
  • Teleassistenza da parte di professioni sanitarie: è effettuata sull’interazione tra più professionisti sanitari e il paziente, mediante videochiamata, con la possibilità di condivisione di immagini, referti e dati.
  • Telerefertazione: è una relazione rilasciata dal medico che ha sottoposto un paziente a un esame clinico o strumentale, l’attività di telerefertazione si può svolgere laddove vi sia già stata una visita in presenza, oltre a rivolgersi a pazienti già diagnosticati n presenza, è necessaria l’adesione preventiva del paziente e un sicuro accesso da remoto.

Carta Valore con bonus elettronico per i neodiplomati, al via dal 2027

La Carta Valore per i neodiplomati o Bonus Valore Cultura, che sostituirà dal 2027 le precedenti 18App, Carte Cultura e Merito, assegnerà un credito elettronico (stabilito annualmente con decreto ministeriale del Ministero della Cultura, Istruzione, Economia) e l’assegnazione sarà automatica, senza necessità di domanda. 

Chi sono i beneficiari del Bonus Valore Cultura? Chi riesce a diplomarsi entro i 19 anni

Così a decorrere dall’anno 2027 sarà assegnato, nell’anno successivo a quello del conseguimento del diploma, il bonus elettronico denominato Bonus Valore Cultura ai soggetti che, a decorrere dall’anno 2026, hanno conseguito, non oltre l’anno di compimento del 19esimo anno di età, il diploma finale presso istituti di istruzione secondaria superiore o equiparati.

Il Bonus Valore Cultura sarà utilizzabile nell’anno successivo a quello del conseguimento del diploma per di consentire l’acquisto di: 

  • biglietti per rappresentazioni teatrali e cinematografiche e spettacoli dal vivo, libri, abbonamenti a quotidiani e periodici anche in formato digitale, musica registrata, strumenti musicali, prodotti dell’editoria audiovisiva, titoli di accesso a musei, mostre ed eventi culturali, monumenti, gallerie, aree archeologiche e parchi naturali, nonché per sostenere i costi relativi a corsi di musica, di teatro, di danza o di lingua straniera.

La Carta Valore, stabilisce il testo della Manovra, è concessa nel rispetto del limite massimo di spesa di 180 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2027. Le somme assegnate con la Carta Valore non costituiscono reddito imponibile del beneficiario e non rilevano ai fini del computo del valore dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE). 

Editoria, 60 milioni dalla Presidenza del Consiglio dei ministri sempre e solo alla stampa cartacea. Quando un fondo anche per il giornalismo di qualità online?

È stato rifinanziato il Fondo unico per il pluralismo e l’innovazione digitale dell’informazione e dell’editoria con 60 milioni di euro per l’anno 2026, da destinare per le diverse finalità di competenza della Presidenza del Consiglio dei ministri: di solito, sono fondi destinati al sostegno delle imprese editrici di quotidiani e periodici cartacei. Ma perché questa discriminazione verso i giornali online? Perché non esiste un fondo anche per sostenere il giornalismo di qualità online, visto che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani si informa online e non compra più la carta stampata?

Un fondo ad hoc per la stampa online di qualità andrebbe a soddisfare il diritto costituzionale (articolo 21) dei cittadini ad essere informati, mentre oggi sono costretti a barcamenarsi sul Far Web, tra fake news e disinformazione ad arte, per cercare news e analisi. Oggi in questo nuovo scenario mondiale, caratterizzato da guerre fisiche e ibride, dove queste ultime si combattono anche nel dominio cognitivo (ossia è diventato un target la nostra testa e i nostri valori democratici) diventa essenziale la resilienza informativa di noi cittadini italiani ed europei.

Poi si sa che “in guerra la prima vittima è la verità”, per cui anche essere protagonista di un giornalismo rigoroso e basato solo sui fatti – all’interno di un ecosistema informativo resiliente alle fake news veicolate ad arte nel nostro dominio cognitivo – contribuisce, fortemente, a difendere i confini delle nostre democrazie.

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Oltre la Notizia, scarica l’eBook di Key4Biz

Ormai quasi tutte le nuove tecnologie sono sviluppate in modo dual use: per un uso civile e per un uso militare (c’è chi preferisce dire per la Difesa), perché ormai da diversi anni viviamo in una guerra ibrida.

E sapete qual è il nuovo target? È la nostra mente. La guerra si combatte anche nel dominio cognitivo: gli Stati che ci considerano ostili vogliano arrivare alla nostra testa per farci cambiare la percezione del contesto geopolitico e geoeconomico fino a portare sempre più italiani a pensare che chi dichiara guerra e la porta avanti da anni sia dalla parte della ragione.

L’obiettivo è creare crepe all’interno dei Paesi Occidentali e tra di loro, mettendo in discussione le politiche governative e sovranazionali, i princìpi democratici e i diritti e le libertà fondamentali.

Dunque, in questo nuovo scenario mondiale diventa essenziale la resilienza cognitiva, democratica e informativa di noi cittadini italiani ed europei.

Poi si sa che “in guerra la prima vittima è la verità”, per cui essere protagonisti di un giornalismo rigoroso e basato solo sui fatti, sugli approfondimenti con le voci di autorevoli esperti, come fa Key4Biz in questo eBook (qui la preview) – andando oltre la notizia, collocandola nel contesto giusto per farci capire in che mondo siamo e dove stiamo andando – contribuisce oggi, fortemente, a difendere i confini delle nostre democrazie. E a non farci decidere il nostro futuro né da Stati extra-UE né dalle piattaforme tecnologiche AI-driven.

Con la pubblicazione dei seguenti approfondimenti, scritti insieme ai colleghi di Key4Biz, dimostriamo che è possibile non essere dei tecno-fan e, di conseguenza, raccontare le nuove tecnologie e i loro padroni in modo critico per creare una cittadinanza attiva e consapevole; per alimentare la cultura digital e cyber su innovazioni che hanno un impatto notevole sulle nostre vite personali e professionali, ridisegnando la società in cui i dati sono il nuovo inchiostro con cui si scrive la storia attuale e futura; e per stimolare, infine, gli investitori ad investire sulle tecnologie italiane ed europee e a dare fiducia ai nostri talenti.

Oggi vince la sfida per la supremazia tecnologica non più chi ha le migliori tecnologie, ma chi ha il miglior mix di talenti, dati e applicazioni.

AI Factories, Supercomputer, Data Center e Computer Quantistici: sono potenze dormienti se non c’è chi le guida.

Dopo la dichiarazione politica di guerra degli Stati Uniti contro l’Unione Europea, attraverso la Strategia di Sicurezza Nazionale, l’Indipendenza digitale europea emergerà, nei prossimi mesi e anni, come un imperativo strategico, politico ed economico.

Come Key4Biz abbiamo indicato questo orizzonte già da maggio scorso, organizzando la 1^ Conferenza per l’Indipendenza Digitale, perché crediamo che il futuro non dipenda solo dalle migliori tecnologie, ma è anche e soprattutto una questione geopolitica e di una lungimirante e coraggiosa governance delle trasformazioni digitali.

Luigi Garofalo, Direttore Key4Biz

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Scuola, online il “Fascicolo digitale del personale scolastico”

Al via il “Fascicolo digitale del personale scolastico”, la nuova piattaforma del Ministero dell’Istruzione e del Merito che consente di consultare in modo semplice e sicuro le informazioni relative al proprio percorso professionale, attraverso i dati presenti nel sistema informativo dell’istruzione.

Il Fascicolo è accessibile dalla sezione Servizi del sito del MIM ed è rivolto al personale docente, al personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA), agli insegnanti di religione cattolica e al personale educativo che abbiano prestato servizio presso istituzioni scolastiche.

“La scuola ha bisogno di strumenti semplici e moderni, pensati per chi vi lavora ogni giorno. Il Fascicolo digitale va in questa direzione. È un punto di partenza che ci consentirà di migliorare progressivamente i servizi e di semplificare procedure fondamentali, come quelle sulla mobilità dei docenti”, ha dichiarato il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara.

Il servizio, avviato in fase sperimentale, si pone l’obiettivo di entrare pienamente a regime entro giugno 2026. Consente di effettuare la consultazione dei dati anagrafici e delle informazioni relative al ruolo, alla titolarità e al servizio prestato. In questa prima fase, il personale docente può inoltre accedere ai titoli conseguiti e autodichiarati nei concorsi banditi a partire dal 2020.

Entro marzo 2026 la sezione titoli sarà integrata con le informazioni in possesso dell’Amministrazione, estendendo la consultazione anche alle altre tipologie di personale. La piattaforma sarà progressivamente arricchita con nuove funzionalità e servizi a supporto dei lavoratori della scuola.

Il Fascicolo digitale si inserisce nel più ampio percorso di semplificazione avviato dal Ministero, sviluppato anche grazie alla collaborazione con le organizzazioni sindacali nell’ambito di gruppi di lavoro dedicati.

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Antitrust, multa di 98 milioni di euro ad Apple per abuso di posizione dominante

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha irrogato alle società Apple Inc., Apple Distribution International Ltd e Apple Italia S.r.l. una sanzione di 98.635.416,67 euro per abuso di posizione dominante. Apple ha violato l’articolo 102 del TFUE per quanto riguarda il mercato della fornitura agli sviluppatori di piattaforme per la distribuzione online di app per utenti del sistema operativo iOS.  In tale mercato, Apple è in posizione di assoluta dominanza tramite il suo App Store.

Restrittività dell’App Tracking Transparency policy

Al termine di una complessa istruttoria, condotta anche in coordinamento con la Commissione europea, con altre Autorità nazionali della concorrenza e con il Garante per la Protezione dei Dati Personali, l’AGCM ha accertato la restrittività – sotto il profilo concorrenziale – dell’App Tracking Transparency policy, ossia delle regole sulla privacy imposte da Apple, a partire da aprile 2021, nell’ambito del proprio sistema operativo mobile iOS, agli sviluppatori terzi di app distribuite tramite l’App Store.

Richiesta di consenso duplicata

In particolare, gli sviluppatori terzi sono obbligati ad acquisire uno specifico consenso per la raccolta e il collegamento dei dati a fini pubblicitari tramite una schermata imposta da Apple, il c.d. ATT prompt che, tuttavia, non risulta sufficiente a soddisfare i requisiti previsti dalla normativa in materia di privacy, costringendo quindi gli sviluppatori a duplicare la richiesta di consenso per lo stesso fine.

Condizioni dell’ATT policy imposte unilateralmente

L’Antitrust ha accertato che le condizioni dell’ATT policy sono imposte unilateralmente, sono lesive degli interessi dei partner commerciali di Apple e non sono proporzionate per raggiungere l’obiettivo di privacy, così come asserito dalla società. Infatti, dal momento che i dati degli utenti sono un elemento fondamentale su cui si basa la capacità di fare pubblicità online personalizzata, l’inevitabile duplicazione delle richieste di consenso indotta dalle modalità di implementazione dell’ATT policy – che restringe le possibilità di raccolta, collegamento e utilizzo di tali dati – causa un pregiudizio all’attività degli sviluppatori, che basano il proprio modello di business sulla vendita di spazi pubblicitari, e anche a quella degli inserzionisti e delle piattaforme di intermediazione pubblicitaria.

Duplicazione di richieste sproporzionata

Questa duplicazione produce un’assenza di proporzionalità delle regole dell’ATT policy, considerato che Apple avrebbe dovuto garantire lo stesso livello di privacy degli utenti prevedendo la possibilità, per gli sviluppatori, di ottenere il consenso alla profilazione in un’unica soluzione.  

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