Tecnologie Quantistiche, Crosetto: “Innovare ora per non farci rubare tutti i dati del Paese. Putin? Non mi fido” 

La videointervista a Guido Crosetto, ministro della Difesa, a margine degli Stati Generali sull’attuazione della Strategia nazionale per le tecnologie quantistiche.

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Meloni: “L’approccio italiano è sempre fermo sul principio di neutralità tecnologica”

Innovazione e cooperazione: Meloni porta in Europa il Mediterraneo come snodo tecnologico

In vista del Consiglio europeo del 18 e 19 dicembre, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha delineato nelle sue dichiarazioni alla Camera dei Deputati una cornice strategica nella quale l’Italia punta a rafforzare il proprio ruolo nelle principali partite europee su industria, transizione verde e innovazione tecnologica. Il filo conduttore è la ricerca di un equilibrio tra sostenibilità ambientale, competitività industriale e autonomia strategica.

Uno degli elementi centrali della visione italiana, anche se non sarà tema del Consiglio, è il rafforzamento del dialogo con i Paesi del Golfo, considerati partner chiave non solo sul piano energetico, ma anche su quello delle infrastrutture e delle connessioni digitali. È un passaggio importante, perchè va inserito nella più ampia strategia energetica e geopolitica europea, con il nostro Paese che ovviamente si candida a primo interlocutore con i Paesi oltre la frontiera meridionale dell’Unione.
L’idea di creare un nuovo foro di cooperazione tra Mediterraneo e Golfo nasce dalla consapevolezza che queste due aree, insieme, presidiano alcuni dei principali snodi del commercio globale e delle reti energetiche e digitali.

In questo quadro, l’Italia intende proporsi come piattaforma di interconnessione: diplomatica, logistica e infrastrutturale. Una funzione che, nelle intenzioni del Governo, può tradursi in opportunità per lo sviluppo di corridoi digitali, reti energetiche integrate e progetti comuni su innovazione industriale e tecnologie strategiche.

“Nell’Italia il Golfo vede sempre di più una porta verso l’Europa, una porta diplomatica, fisica e geografica per le grandi interconnessioni infrastrutturali, logistiche, digitali ed energetiche, ma anche una porta politica per costruire uno spazio di cooperazione orientato allo sviluppo economico e tecnologico“, ha dichiarato Meloni.

Transizione verde e neutralità tecnologica

Sul fronte green, la posizione italiana si articola attorno al principio di neutralità tecnologica, considerato essenziale per accompagnare il percorso di decarbonizzazione senza compromettere la base industriale europea.

“L’approccio italiano continua a fondarsi sul principio di neutralità tecnologica e su una visione pragmatica. Posizioni che cominciano a farsi spazio, a partire dalle proposte presentate ieri dalla Commissione europea nell’ambito del nuovo pacchetto automotive, fortemente richiesto dall’Italia“, ha detto Meloni.

L’obiettivo dichiarato è rendere la transizione compatibile con la struttura produttiva dei diversi Stati membri, evitando approcci uniformi in settori caratterizzati da forte eterogeneità tecnologica.

Nel settore automotive, questa impostazione si traduce nel sostegno a un mix di soluzioni: elettrico, batterie di nuova generazione, biocarburanti avanzati e altre tecnologie a basse emissioni.

“Ben venga il superamento del tutto elettrico per auto e furgoni al 2035“, ha sottolineato la Premier italiana.

L’Italia ha lavorato in sede europea per introdurre maggiore flessibilità normativa, in particolare per i veicoli pesanti, le piccole e medie imprese e le flotte aziendali, contribuendo al dibattito che ha portato la Commissione europea a rivedere alcuni elementi del quadro regolatorio.

“È proprio sul pieno recepimento di questi principi che si concentreranno i nostri sforzi negoziali nei prossimi mesi – ha chiarito Meloni – a partire da una piena attuazione della neutralità tecnologica senza appesantimenti burocratici eccessivi e senza limiti sproporzionati per i biocarburanti, che devono poter rappresentare una concreta prospettiva industriale anche oltre il 2035 e non soltanto un piccolo correttivo al precedente impianto normativo“.

Competitività industriale e politica europea

Il tema della competitività attraversa trasversalmente la strategia italiana. Il Governo sottolinea la necessità di evitare che la transizione verde si traduca in una perdita di capacità produttiva o in una riduzione degli investimenti industriali sul territorio europeo. Da qui l’attenzione per strumenti come l’alleanza europea sulle batterie e per politiche industriali che rafforzino le filiere tecnologiche interne all’Unione.

In parallelo, l’Italia si è impegnata nei negoziati europei per semplificare alcuni obblighi amministrativi legati alle politiche climatiche, con l’obiettivo di ridurre il carico burocratico sulle imprese e favorire investimenti in innovazione e ricerca, piuttosto che in adempimenti procedurali.

La leva strategica del digitale e delle infrastrutture

Nel discorso della Presidente emerge anche il tema delle connessioni digitali come fattore abilitante della competitività europea. L’attenzione è rivolta alle infrastrutture, alla logistica digitale e alle reti che collegano Europa, Mediterraneo e Golfo, in un contesto in cui la sovranità tecnologica e la resilienza delle catene del valore stanno diventando priorità strategiche per l’Unione.

L’Italia intende inserirsi in questo percorso valorizzando la propria posizione geografica e il ruolo nelle grandi interconnessioni, con l’obiettivo di contribuire alla costruzione di uno spazio economico e tecnologico più integrato.

Nel complesso, la linea italiana si colloca all’interno di un dibattito europeo in rapida evoluzione, nel quale digitale, transizione verde e politica industriale sono sempre più interconnessi. La sfida sarà tradurre i principi enunciati — neutralità tecnologica, semplificazione, cooperazione internazionale — in politiche capaci di sostenere l’innovazione e rafforzare la competitività europea nel medio-lungo periodo.

Una svolta conservativa sempre più evidente, un’occasione persa per dare voce alle generazioni future

L’Europa sta effettivamente ricalibrando in senso più “conservativo” la transizione verde, con una serie di allentamenti e rinvii su norme chiave, spesso giustificati come “semplificazione” e riduzione degli oneri per le imprese. In vista del Consiglio europeo del 18‑19 dicembre, questo avviene in parallelo a nuove priorità su sicurezza energetica, Difesa e competitività, che stanno ribilanciando l’agenda rispetto alla stagione del Green Deal puro.

Negli ultimi mesi ONG e think tank hanno denunciato una vera e propria ondata di deregolazione che sta “annacquando” il Green Deal, con un’accelerazione dalla primavera 2025. Si parla di una strategia di “semplificazione” che, nei fatti, riduce obblighi ambientali e di sostenibilità lungo le catene del valore.

Un fronte cruciale è la legge UE sulla deforestazione (EUDR), approvata nel 2023 per garantire che i prodotti venduti in Europa non provengano da aree deforestate. Il Parlamento europeo ha appena votato un accordo politico che ne “semplifica” vari elementi e ne posticipa l’applicazione per le imprese, rallentando di fatto l’impatto della norma. La palla ora passa al Consiglio per l’adozione formale.
Il nostro Governo è ovviamente a favore di questa strada, che si traduce in un posticipare azioni chiave per tutelare risorse ambientali fondamentali per il benessere delle prossime generazioni.

Parallelamente, la Commissione ha annunciato il ritiro della Green Claims Directive (direttiva sul greenwashing), altro pilastro del Green Deal, proprio a ridosso di un’intesa finale con Consiglio e Parlamento. Analisi politiche leggono in questa scelta la risposta alle pressioni dei gruppi industriali e di una maggioranza più conservatrice nel nuovo Parlamento.

WWF, ClientEarth e altre ONG interpretano questo approccio come una saldatura fra PPE, conservatori e talvolta estrema destra, con una convergenza su narrativa “pro‑competitività” che mette in secondo piano la scienza climatica e gli obiettivi di lungo periodo. La retorica è simile a quella vista in Francia (richiesta di “pausa regolatoria” di Macron) e, a livello globale, al clima di allentamento regolatorio rafforzato anche dal disimpegno ambientale dell’amministrazione Trump negli USA.

I prossimi due giorni del Consiglio si propongono infine di ridisegnare la strategia europea su vari punti chiave, tra cui quello climatico e ambientale: meno norme climatiche ambiziose, più enfasi su competitività, sicurezza energetica e difesa, con un Green Deal “ridimensionato” e reso compatibile con le priorità di una maggioranza europea più conservatrice. Una visione molto più ristretta ed egoistica della precedente, che sembra prendere sempre meno in considerazione le nuove generazione, accontentando quelle vecchie.

Il “declino” di cui parla Meloni non si affronta difendendo posizioni di privilegio acquisite nel tempo, da chi oggi è al vertice di settori chiave della nostra economia e della politica, ma favorendo la crescita ed il benessere di chi viene dopo, lavorando ad inserire l’Europa nei nuovi scenari e nei nuovi equilibri globali che si stanno stabilendo proprio in questo momento.

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Manovra: agevolazioni alle imprese estese a robot, software, AI, WiFi e reti private 5G

Ampio spazio alle tecnologie e alla connettività nella riformulazione del Governo all’articolo 94, a firma Parolin, della Manovra sulle Misure in favore delle imprese (Maggiorazione dell’ammortamento per gli investimenti in beni strumentali). In particolare nell’emendamento 94.47,spunta una nutrita serie di prodotti e servizi digitali che entrano di diritto nel novero delle agevolazioni, alla stregua dei beni strumentali.

Robot e sensori fra i prodotti agevolabili

Nel novero degli agevolabili, spuntano anche i robot e i sistemi multi-robot, sistemi dotati di RFID, visori e sistemi di visione meccanotronici. E ancora, magazzini automatizzati interconnessi ai sistemi gestionali di fabbrica, sistemi di telemanutenzione e/o telediagnosi e/o controllo in remoto.

Sensori per il monitoraggio delle condizioni di lavoro, sistemi basati sull’acquisizione di immagini e/o di altri strumenti diagnostici, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, per l’identificazione automatica della non conformità rispetto alle specifiche di prodotto o di processo.

Wearable e realtà aumentata

E ancora, dispositivi wearable, apparecchiature di comunicazione fra operatore/operatori e sistema produttivo, dispositivi di realtà estesa (AR/VR/MR/XR). Interfacce uomo-macchina. Sistemi intelligenti per l’interazione con il cliente come totem interattivi, camerini digitali, sistemi di check out e vetrine interconnesse.

Infrastrutture per l’addestramento dell’AI

Infrastrutture di calcolo per l’addestramento e la simulazione dell’intelligenza artificiale.  HPC inclusi cluster di calcolo, GPU e sistemi di hardware dedicati.

Dispositivi e sistemi edge computing industriale per l’elaborazione locale dei dati, gateway IoT intelligenti, edge server, sistemi di storage enterprise per la gestione di big data industriali, unità radio RAN compatibili con gli standard 3GPP.

Reti 5G private

Infrastrutture di connettività industriale, fra cui reti private 5G. Infrastrutture WiFi di classe industriale (WiFi 6/6E/7). Infrastrutture di sicurezza.

Altre misure aprono all’agevolazione di visori e di fatto, per quanto non venga nominato esplicitamente, fra i destinatari delle misure di facilitazione c’è anche il metaverso, mentre i digital twin vengono espressamente annoverati.

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AI, raddoppia l’uso nelle imprese italiane: dall’8,2% del 2024 al 16,4% del 2025. I dati ISTAT

Nel 2025 l’intelligenza artificiale entra con maggiore decisione nelle imprese italiane, ma lo fa in modo ancora diseguale. I dati ISTAT su Imprese e Ict mostrano un’accelerazione netta nell’adozione dell’AI, accompagnata però da divari strutturali che continuano a penalizzare soprattutto le PMI.

In un solo anno, la quota di imprese con almeno 10 addetti che utilizza tecnologie di AI è raddoppiata, passando dall’8,2% del 2024 al 16,4% del 2025, dopo il 5% registrato nel 2023. La crescita è evidente, ma resta limitata se si guarda all’insieme del sistema produttivo: oltre l’83% delle imprese non adotta ancora alcuna soluzione di intelligenza artificiale.

Il salto più marcato riguarda le grandi imprese. Quelle con oltre 250 addetti arrivano a un tasso di utilizzo del 53,1%, in forte aumento rispetto al 32,5% dell’anno precedente. Le PMI, pur raddoppiando la propria quota, si fermano al 15,7%. Il risultato è un ampliamento del divario dimensionale: la differenza nell’intensità di utilizzo dell’AI tra grandi imprese e PMI passa da circa 20 punti percentuali nel 2023 a 37 punti nel 2025, andando in controtendenza rispetto a quanto avviene per altri indicatori di digitalizzazione.

La difficoltà principale resta la mancanza di competenze. Quasi il 60% delle imprese che ha valutato investimenti in AI senza poi realizzarli indica proprio l’assenza di skill adeguate come principale freno. Seguono la scarsa chiarezza normativa, segnalata dal 47,3%, i problemi legati alla disponibilità e qualità dei dati, le preoccupazioni su privacy e protezione delle informazioni e i costi elevati delle soluzioni. Una quota non trascurabile, pari al 14,8%, continua inoltre a ritenere l’AI non utile per le proprie attività, segno di una resistenza culturale ancora diffusa.

Accanto all’AI, prosegue il rafforzamento delle basi digitali. Nel 2025 il 56% delle imprese con almeno 10 addetti utilizza software gestionali, con un incremento di circa sette punti percentuali rispetto al 2023. Cresce anche il ricorso al cloud computing: il 68,1% delle imprese acquista servizi di livello intermedio o avanzato. Nell’arco di due anni aumenta in modo significativo anche l’analisi dei dati, che passa dal 26,6% al 42,7% delle imprese, grazie sia a competenze interne sia al supporto di soggetti esterni.

Sul fronte delle politiche europee, migliorano i livelli di raggiungimento degli obiettivi del Decennio Digitale. Il Digital Intensity Index mostra una riduzione, seppur lieve, del divario tra PMI e grandi imprese per molte attività digitali, in particolare quelle più mature. Restano però differenze marcate nelle aree che richiedono competenze avanzate e strutture organizzative complesse, come l’analisi dei dati, l’uso di ERP e CRM. Proprio sull’AI, come già evidenziato, il gap dimensionale continua ad allargarsi.

I settori

Guardando ai settori, l’adozione di AI e analisi dei dati è più frequente nell’energia, nei servizi di informazione e nelle professioni tecniche. Le tecnologie più legate alle relazioni di mercato, come social media ed e-commerce, risultano invece più diffuse nel commercio e nell’alloggio e ristorazione. Nel complesso, quasi l’80% delle imprese con almeno 10 addetti raggiunge un livello base di digitalizzazione, mentre il 38,1% si colloca su livelli almeno alti. Tra le grandi imprese queste percentuali salgono rispettivamente al 96,4% e all’81,4%.

Rispetto agli obiettivi UE al 2030, l’Italia mostra progressi rilevanti. La quota di PMI con un livello base di digitalizzazione sale all’88,3%, avvicinandosi al target del 90%. Anche cloud computing, analisi dei dati e AI registrano avanzamenti significativi, sebbene l’AI resti l’ambito più distante dall’obiettivo del 75% fissato per le imprese con almeno 10 addetti.

Tra chi utilizza l’AI, oltre la metà sperimenta soluzioni di AI generativa. Le applicazioni più diffuse riguardano l’estrazione di informazioni da testi, la generazione di contenuti testuali, visivi e audio e il riconoscimento vocale. Cresce anche l’uso combinato di più tecnologie di AI, segnale di una maggiore maturità in una parte del tessuto produttivo. I livelli più elevati di adozione si registrano nei servizi IT, nella produzione audiovisiva e nelle telecomunicazioni.

L’AI trova spazio soprattutto nel marketing e nelle vendite, nell’organizzazione dei processi amministrativi e nella ricerca e sviluppo, ambiti che mostrano anche gli incrementi più rapidi rispetto all’anno precedente. Nelle grandi imprese e in settori come telecomunicazioni ed energia emerge un uso più strutturato anche nell’ambito della sicurezza ICT. Accanto a queste realtà, cresce però anche la quota di imprese che dichiara di utilizzare AI senza riuscire a ricondurla a un ambito aziendale specifico, soprattutto tra le più piccole. Un segnale di diffusione crescente, ma ancora in larga parte sperimentale.

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Amazon e OpenAI verso un accordo da 10 miliardi di dollari

Un possibile deal strategico tra OpenAI e Amazon Web Services per lo sviluppo dell’infrastruttura AI americana

OpenAI e Amazon sarebbero in trattative avanzate per un accordo strategico che potrebbe includere un investimento superiore ai 10 miliardi di dollari e l’utilizzo dei chip proprietari di intelligenza artificiale (AI) sviluppati da Amazon Web Services (AWS).

La notizia, confermata da CNBC e anticipata da The Information, arriva in una fase di profonda riorganizzazione dell’ecosistema globale dell’AI e segna un ulteriore passo nella trasformazione di OpenAI da laboratorio di ricerca a infrastruttura centrale dell’economia digitale.
Non è un caso che il CEO di OpenAI, Sam Altman, è finito sulla copertina del TIME “Persona dell’anno” tra gli “architetti dell’AI” che stanno cambiando il mondo.

I dettagli dell’intesa, come spesso accade in questi casi, restano vaghi e “confidenziali”, ma la logica industriale è chiara: OpenAI cerca capacità computazionale, diversificazione dei fornitori e accesso diretto a hardware AI avanzato, mentre Amazon mira a rafforzare il proprio ruolo nella corsa globale all’intelligenza artificiale generativa, andando oltre il già consistente investimento (oltre 8 miliardi di dollari) nel competitor Anthropic.

In cosa consiste l’accordo: capitale, cloud e chip AI

L’eventuale accordo tra Amazon e OpenAI si articolerebbe su tre dimensioni chiave. La prima consiste in un investimento diretto in OpenAI, potenzialmente superiore ai 10 miliardi di dollari, che rafforzerebbe ulteriormente una valutazione ormai stimata tra i 500 e i 750 miliardi di dollari sui mercati privati.

Continuare a garantire accordi di fornitura cloud di lungo periodo. OpenAI ha già firmato un contratto settennale da 38 miliardi di dollari con AWS, il primo grande accordo cloud dopo la ristrutturazione che ha ridimensionato l’esclusività storica con Microsoft.

Terzo, favorire l’utilizzo dei chip AI proprietari di Amazon, in particolare le nuove generazioni di Trainium e Inferentia, progettate per l’addestramento e l’inferenza di modelli di grandi dimensioni, in alternativa (o integrazione) alle GPU Nvidia.

In un contesto di carenza strutturale di capacità computazionale, l’accesso diretto a chip custom diventa un fattore competitivo critico. Un chip custom offre numerosi vantaggi, perchè è un chip progettato specificamente per un’applicazione o un’esigenza unica, a differenza dei chip “off-the-shelf” generici, integrando funzioni su misura per prestazioni, efficienza energetica e sicurezza ottimali, fondamentale per settori come AI, IoT e industriale

Per OpenAI significa ridurre dipendenze, ottimizzare costi e scalare più rapidamente i modelli di nuova generazione. Proprio pochi giorni fa, OpenAI ha rilasciato Gpt-5.2 per arginare l’avanzata di Google, soprattutto dopo il successo del modello “Nano Banana”, dedicato alla modifica delle foto su Gemini.

Gli effetti attesi sullo sviluppo dell’AI

Un’intesa di questa portata avrebbe impatti “sistemici” sullo sviluppo dell’AI, per diversi motivi. Innanzi tutto, comporterebbe una chiara accelerazione del training di modelli sempre più grandi e multimodali, come le famiglie GPT-4.1, GPT-4o e GPT-5.x, già al centro delle strategie enterprise e governative.

Inoltre, promuoverebbe il consolidamento di OpenAI come “anchor tenant” della computing economy, capace di orientare investimenti in data center, semiconduttori e infrastrutture energetiche, con un rafforzamento dell’approccio multi-cloud e multi-vendor, che segna la fine dell’era dell’esclusività tra hyperscaler e foundation model provider.

Tutto questo, infine, porterebbe ad una maggiore pressione competitiva su Nvidia, AMD e sugli altri produttori di hardware AI, spingendo verso una diversificazione tecnologica del mercato.

In prospettiva, l’accordo contribuirebbe a definire l’AI come infrastruttura generale (general-purpose infrastructure), al pari di elettricità, telecomunicazioni e cloud computing.
Su questo principio si incentra il super contratto da 300 miliardi di dollari in cinque anni, firmato da Oracle e OpenAI a settembre, che ha davvero impresso una svolta storica nel mercato del cloud e dei data center, in particolare per l’intelligenza artificiale.

Perché cresce l’interesse di imprese e finanza su OpenAI

L’attrattività di OpenAI per grandi imprese e mercati finanziari si spiega con la convergenza di tre fattori strutturali. OpenAI mantiene un ritmo di innovazione eccezionalmente aggressivo, con modelli che ampliano contesto, multimodalità e capacità AI agentic. Soluzioni come Operator, capaci non solo di rispondere ma di agire autonomamente online, stanno ridefinendo il concetto stesso di software e automazione.

Per aziende e governi, OpenAI rappresenta oggi lo standard de facto su cui immaginare la prossima fase di adozione dell’AI. Non a caso molte risorse pubbliche sono dirottate verso questo settore strategico. Basta guardare a quanto sta già accadendo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e quanto altro potrebbe accadere a breve in altri Stati europei (senza andare in giro per il mondo).

Sul piano finanziario, OpenAI è diventata il simbolo del boom dell’AI: raccolte record (oltre 40 miliardi di dollari nel 2025), valutazioni senza precedenti e un ruolo chiave nella ristrutturazione delle catene globali di investimento in tecnologia. Le cifre in gioco alimentano il dibattito tra chi vede OpenAI come il “nuovo Microsoft dell’AI” e chi teme una bolla. Ma, per il momento la bolla si ipotizza e gli investimenti crescono (ancora si sente l’eco dell’investimento di un miliardo di dollari della Disney proprio in OpenAI), assieme alle applicazioni.

Da non dimenticare che OpenAI è oggi anche un attore geopolitico. La sua adesione ai nuovi codici di condotta europei sull’AI Act e il suo ruolo nelle discussioni globali su sicurezza, trasparenza e governance la rendono un punto di riferimento per regolatori e policymaker.

A questo si aggiunge il rapporto sempre più stretto con l’amministrazione Trump, che vede OpenAI come asset strategico nazionale nella competizione tecnologica con Cina ed Europa. Dalla sicurezza nazionale alla sovranità del compute, l’azienda è ormai parte integrante della politica industriale americana sull’AI.

OpenAI come infrastruttura strategica del XXI secolo?

Il possibile accordo tra Amazon e OpenAI non è solo un’operazione finanziaria, ma un segnale strutturale: l’intelligenza artificiale sta diventando il nuovo strato infrastrutturale dell’economia globale.
In questo scenario, OpenAI si configura sempre meno come una startup e sempre più come un nodo centrale del capitalismo tecnologico contemporaneo, capace di attrarre capitali, ridefinire alleanze industriali e influenzare scelte politiche e regolatorie.

Per imprese, investitori e governi, comprendere questa dinamica non è più opzionale: è una condizione necessaria per interpretare il futuro dell’innovazione, della competitività e del potere economico globale. In questo scenario si inserisce un’ultima riflessione, forse la più importante: cosa sta combinando l’Europa? Come l’Unione europea si porrà di fronte a questa corsa rapidissima e alimentata da investimenti straordinari? La capacità di regolamentare anche settori molto complessi come quelli aperti dalle nuove tecnologie sarà un vantaggio strategico o come molti pensano una zavorra storica?

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Gli ebrei nel mondo, quanti sono e dove vivono

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

In Israele ci sono 7,2 milioni di ebrei, negli Usa 5,7 milioni. In Italia sono 30 mila

L’attacco armato avvenuto a Bondi Beach, a Sydney, durante una celebrazione pubblica per la prima sera di Hanukah, la festa che ricorda la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme e si celebra per otto giorni, si inserisce in una sequenza di episodi che negli ultimi anni hanno riportato al centro dell’attenzione la vulnerabilità delle comunità ebraiche, anche lontano dai grandi teatri di conflitto. La risposta parte da un numero preciso: la popolazione ebraica mondiale è stimata in 15,8 milioni. Nel 2000 erano 13,1 milioni, quindi l’aumento è stato di 2,6 milioni in circa 25 anni. Una crescita reale, ma che non ha ancora colmato il vuoto della storia: nel 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, gli ebrei nel mondo erano 16,6 milioni. Oggi mancano ancora circa 800 mila persone per tornare a quel livello.

Queste stime si basano sui principali studi demografici internazionali sulla popolazione ebraica e fanno riferimento alla core Jewish population, cioè alle persone che si identificano come ebree. I dati sono elaborati da istituzioni di riferimento come The Jewish Agency for Israel e confluiscono nelle analisi pubblicate dall’American Jewish Year Book, una delle fonti più utilizzate per misurare dimensioni, andamento e distribuzione della popolazione ebraica nel mondo.

Israele e diaspora: dove vivono gli ebrei

Oggi il mondo ebraico è diviso quasi a metà tra Israele e il resto del pianeta, ma l’equilibrio non è fermo. In Israele vivono 7,2 milioni di ebrei, pari al 46% del totale mondiale, mentre fuori da Israele se ne contano 8,6 milioni, cioè il 54%. Israele continua a crescere e a rafforzare il proprio peso demografico, ma la maggioranza della popolazione ebraica vive ancora nella diaspora, distribuita in molti Paesi e spesso in comunità numericamente ridotte. È questo dato che aiuta a leggere anche episodi come la strage avvenuta in Australia durante Hanukah: non un fatto isolato, ma un’azione che si inserisce in un clima di ritorsione ideologica, in cui comunità lontane dal conflitto in Palestina diventano bersagli simbolici.

Dal punto di vista demografico, però, la direzione è chiara. Israele è oggi il principale motore di crescita e ospita più ebrei di Europa e America Latina messe insieme. La crescita è sostenuta da una natalità più alta e da flussi migratori continui, mentre nella diaspora le comunità risultano stabili o in lieve calo, soprattutto in Europa occidentale. Una dinamica che, nel tempo, sta ridisegnando la geografia del mondo ebraico.

Ebrei nel mondo, concentrati in pochi Paesi

Come si può ben vedere dal grafico, se si guarda a dove vivono gli ebrei nel mondo, la mappa è molto meno dispersa di quanto sembri. In cima alla classifica c’è Israele, con 7.200.000 persone, seguito dagli Stati Uniti, che ne ospitano 5.700.000. Già qui emerge il dato centrale: questi due Paesi da soli concentrano tra l’81 e l’82% dell’intera popolazione ebraica mondiale. Tutto il resto del pianeta si divide la quota rimanente. A distanza vengono poi la Francia con 500.000 ebrei, il Canada con 390.000 e il Regno Unito con 290.000, che rappresentano i principali poli europei e nordamericani fuori da Israele e Stati Uniti.

Scendendo ancora, i numeri diventano più piccoli ma restano significativi. In Argentina vivono 180.000 ebrei, in Russia 165.000. Australia e Brasile sono entrambe a quota 120.000, mentre la Germania chiude questa top ten con 118.000 persone. Subito sotto c’è anche l’Italia, con 30.000 ebrei, una comunità numericamente contenuta ma storicamente radicata. Anche qui il dato da tenere a mente è uno: al di fuori dei primi due Paesi, nessun altro supera il mezzo milione. Il mondo ebraico, nei numeri assoluti, resta quindi fortemente concentrato, con pochi grandi centri e una lunga serie di comunità medio-piccole distribuite nel resto del mondo.

Gli ebrei e il peso demografico

Guardare ai numeri assoluti dice dove vivono più ebrei, ma per capire il loro peso reale bisogna confrontarli con la popolazione totale dei singoli Paesi. In Israele gli ebrei rappresentano il 46% della popolazione, quasi una persona su due. Negli Stati Uniti la quota scende al 2,2%, in Canada all’1%, in Francia allo 0,75%. In Regno Unito e Argentina gli ebrei sono lo 0,4% della popolazione, mentre in Germania, Russia e Brasile si arriva allo 0,1%. Numeri che mostrano come, fuori da Israele, anche le comunità più numerose restino una parte molto piccola della popolazione nazionale.

Dove la presenza ebraica è minima

Se nei grandi Paesi i numeri sono nell’ordine dei milioni o delle centinaia di migliaia, in altre parti del mondo la presenza ebraica diventa molto ridotta. In Sudafrica si contano 70.000 ebrei, un numero che può sembrare significativo, ma che va letto alla luce della popolazione complessiva del Paese, che si attesta sui 65 milioni di abitanti: una quota quindi molto piccola. In Cile gli ebrei sono 20.000. Poi si scende rapidamente: Nuova Zelanda 7.000, India 5.000. In Giappone il dato è 1.000, lo stesso valore indicato per Tanzania e Portogallo (1.000 ciascuno). In Kenya si arriva a 200 persone. E in Indonesia e Malaysia si parla di comunità minuscole, con meno di 100 ebrei. Numeri che mostrano quanto, fuori dai grandi centri, la presenza ebraica sia spesso numericamente marginale.

La popolazione ebraica nel tempo

Per capire quanti sono oggi gli ebrei nel mondo serve fare un passo indietro e guardare i numeri nel lungo periodo. Il dato più recente, da solo, dice poco se non viene messo in relazione con quello che è successo prima. La demografia, in questo caso, è fatta di fasi molto diverse tra loro, con cambiamenti bruschi e recuperi lenti che aiutano a leggere meglio la situazione attuale.

All’inizio del Novecento, nel 1900, gli ebrei nel mondo erano 10 milioni. La crescita è rapida fino alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando nel 1939 si arriva a 16,6 milioni. Poi il crollo: nel 1945 il totale scende a 11 milioni, cioè 5,6 milioni in meno in appena sei anni. Da quel punto la risalita è graduale: 12 milioni nel 1960, 13 milioni nel 1980, 13,1 milioni nel 2000. Negli ultimi anni la crescita diventa più continua, con 14,8 milioni nel 2020 e 15,7 milioni nel 2024. Anche oggi, però, il livello resta sotto il massimo toccato nel 1939, un riferimento che continua a pesare quando si leggono i numeri di oggi.

Oltre gli ebrei, la cittadinanza israeliana

C’è poi un numero che cambia prospettiva, perché non parla solo di quanti ebrei ci sono oggi, ma di quante persone potrebbero ottenere la cittadinanza israeliana. Le stime indicano 25,5 milioni di persone eleggibili, un dato che deriva dalla Legge del Ritorno, approvata nel 1950, che riconosce Israele come patria del popolo ebraico e garantisce il diritto alla cittadinanza non solo a chi si identifica come ebreo, ma anche ai figli, ai nipoti e ai coniugi di persone ebree. È un perimetro più ampio rispetto a quello usato nelle statistiche demografiche. A confronto, la popolazione ebraica “core”, cioè le persone che si identificano come ebree, è stimata in 15,8 milioni. La distanza tra i due numeri è di 9,7 milioni di persone, un divario che aiuta a capire quanto il bacino legato a Israele sia più esteso rispetto alla popolazione ebraica attuale.

Fonte: The Jewish Agency for Israel
I dati sono aggiornati al 2025

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Attacco cyber contro l’Asl 1 dell’Aquila, chiesti danni per 2,5 milioni di euro. Eppure il Garante Privacy si era limitato ad un ammonimento

Ritorna in primo piano l’attacco cyber contro l’Asl 1 di Avezzano-Sulmona-L’Aquila del 2023, che aveva causato la violazione di dati sensibili personali di oltre 10mila persone. La vicenda è tornata al centro delle cronache grazie ad una recente inchiesta di Report sul Garante Privacy, oltreché per la richiesta di un risarcimento da 2,5 milioni di euro.

È stato infatti questo, secondo il Centro, “il contenuto della diffida stragiudiziale presentata contro la Asl 1 abruzzese dagli avvocati Marco Colantoni, del foro dell’Aquila, e Pier Luigi D’Amore, del foro di Avezzano“.

“La richiesta“, si legge ancora sul quotidiano abruzzese, “attualmente riguarda solo alcune tra le tante vittime del furto“. Il loro numero potrebbe però aumentare nei prossimi giorni. L’istanza “si muove su un binario parallelo rispetto al procedimento penale, le cui indagini, non concluse, sono seguite dalla Procura di Campobasso“.

Una attacco cyber senza precedenti

L’Asl 1 aveva subìto un attacco ransomware da parte del gruppo hacker criminale Monti, esfiltrando i dati di numerosi dei pazienti. Tra questi, anche gli esami medici di Matteo Messina Denaro, allora in carcere nel capoluogo abruzzese.

Per non divulgarli il gruppo aveva chiesto un riscatto. La richiesta era avvenuta attraverso una lettera pubblicata sul darkweb, rivolta direttamente a Ferdinando Romano, il direttore della Asl 1 e al Presidente della Regione Marco Marsilio.

In realtà, oltre alla lettera si era proceduto a pubblicare su un forum i primi 10 gigabyte esfiltrati dal database della Asl. In quel caso, la platea di potenziali interessati era di circa 300mila cittadini.

Solo un ammonimento

Nonostante l’importanza e la mole dei dati rubati, le conseguenze erano state molto blande. All’epoca, infatti, il Garante Privacy si era limitato ad ammonire “tale titolare del trattamento per aver violato le disposizioni“.

Non era arrivata nessuna sanzione. La scelta di non adottare delle misure più pesanti era avvenuta in ragione della “sua cooperazione, ben oltre gli obblighi previsti dalla legge” della stessa Azienda.

Il tutto, pur accertando una serie di importanti violazioni nel trattamento dei dati. Su tutte, la mancata adozione di misure adeguate. Sia per “rilevare tempestivamente la violazione dei dati personali“, che “a garantire la sicurezza delle reti e di misure organizzative per assicurare la consapevolezza e l’accesso degli incaricati ai sistemi“.

È su questo punto che, secondo D’Amore e Colantoni, si gioca tutta la partita. Questa la loro linea: “Il Garante ha accertato le violazioni. È un fatto pressoché incontrovertibile e il presupposto fondamentale per procedere“.

Secondo Report, al contrario, la volontà di non punire l’Asl 1 doveva ricollegarsi ad un evidente conflitto d’interesse. “Il programma“, ha scritto il Centro, “aveva messo a fuoco in particolare il rapporto tra Guido Scorza, componente del collegio dell’Authority, e lo studio legale E-Lex, che lo stesso Scorza aveva fondato. Studio legale poi assunto dalla Asl aquilana per difendere i propri interessi dalle conseguenze legali del furto di dati.

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Grok al centro delle polemiche per le informazioni false sull’attentato di Sydney

Grok, l’AI sviluppata da xAI e integrata nella piattaforma X, al centro delle polemiche per la diffusione di informazioni errate nelle ore successive alla sparatoria di Bondi Beach, in Australia.

L’attacco, avvenuto durante un festival per l’inizio di Hanukkah a Sydney, ha causato almeno 15 vittime. A colpire l’opinione pubblica è stato anche l’intervento di Ahmed al Ahmed, 43 anni, che ha disarmato uno degli attentatori rimanendo ferito. Proprio attorno a questo episodio Grok ha accumulato una serie di errori significativi.

L’errore sul nome dell’uomo che ha disarmato un attentatore

Secondo quanto segnalato inizialmente da Gizmodo e confermato da altre testate, il chatbot di Elon Musk avrebbe identificato in modo errato al Ahmed dopo l’analisi di immagini e video condivisi dagli utenti. In alcune risposte Grok ha sostenuto che la persona ritratta fosse un ostaggio israeliano catturato da Hamas il 7 ottobre, in altre ha richiamato presunte sparatorie contro civili in Palestina, mescolando contesti e informazioni del tutto non pertinenti. Solo dopo le segnalazioni degli utenti il sistema ha corretto le risposte e ammesso l’errore.

La confusione sembra essere stata accentuata dalla combinazione di elementi sensibili: un attacco contro persone di religione ebraica e il ruolo centrale di un cittadino di origine araba nel fermare l’aggressione. Un mix che avrebbe messo in difficoltà il modello, incapace di separare correttamente dati visivi, riferimenti geopolitici e contesto dell’evento. In rete hanno iniziato a circolare anche contenuti, generati o avallati da Grok, che parlavano di presunte sparatorie di massa avvenute in Italia nell’ultimo anno, mai confermate dalla cronaca.

Gli errori non si sono limitati all’identificazione del protagonista. In diverse risposte Grok ha confuso la strage di Bondi Beach con eventi non correlati, come una sparatoria alla Brown University negli Stati Uniti o presunti video legati al Ciclone Alfred. In alcuni casi il chatbot ha attribuito l’azione di disarmo a un soggetto inesistente, salvo poi giustificare l’errore con il riferimento a post virali o contenuti online fuorvianti.

Mattarella: “La disinformazione mina i Paesi democratici”

L’episodio, come ha evidenziato TechCrunch, solleva interrogativi sulla capacità dei modelli di intelligenza artificiale di gestire correttamente le breaking news. Inoltre alimenta dubbi più ampi sull’uso delle AI come strumenti affidabili per l’informazione e sul ruolo che queste tecnologie possono avere nell’ecosistema dei media digitali.

Sul tema oggi è intervenuto anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della XVIII Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori d’Italia. “Pericolose attività di disinformazione tendono ad accreditare una presunta vulnerabilità delle opinioni pubbliche dei Paesi democratici – ha spiegato il Presidente in un passaggio del suo discorso.

“Cercano di affermarsi inediti ma opachi centri di potere – di fatto sottratti alla capacità normativa e giurisdizionale degli Stati sovrani e degli organismi sovranazionali. Centri di potere dotati di vaste capacità di influenza sui cittadini e, con esse, sulle scelte politiche, tanto sul piano interno ai singoli Stati quanto su quello internazionale. Ne viene interpellata anche la diplomazia, chiamata, ha concluso Mattarella, assieme alle altre articolazioni dello Stato, a concorrere, nel nostro Paese, alla salvaguardia del sistema di libertà e democrazia della Repubblica”.

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Chi vuole entrare negli USA deve rendere pubblici i profili social

Giro di vite USA sugli ingressi, si parte dalle identità digitali e i social. Il confine sottile tra sicurezza e controllo

Negli ultimi giorni un messaggio pubblicato dall’Ambasciata degli Stati Uniti nel Regno Unito ha attirato l’attenzione di osservatori, giuristi e difensori dei diritti digitali. Il contenuto, apparentemente tecnico, in realtà segna un passaggio delicato nel rapporto tra Stati, individui e identità digitale, partendo dalle piattaforme social.

A partire dal 15 dicembre, il Dipartimento di Stato statunitense estende l’“online presence review” – il controllo della presenza online – non solo a studenti e visitatori di programmi di scambio (visti F, M e J), ma anche a tutti i richiedenti visti H-1B e ai loro familiari (H-4). Fin qui, si potrebbe dire, si tratta di un rafforzamento dei controlli di sicurezza.

Il punto critico, però, è un altro: i richiedenti sono invitati a modificare le impostazioni di privacy di tutti i loro profili social, rendendoli pubblici.
La notizia segue la proposta avanzata pochi giorni fa dalla US Customs and Border Protection, in cui si voleva imporre ai visitatori in entrata negli Stati Uniti di rendere accessibili un mucchio di dati personali, anche relativi a famigliari e posto di lavoro.

Non si tratta più solo di fornire informazioni a un’autorità consolare. Si tratta di ripubblicare la propria vita digitale per il mondo intero, su richiesta di un governo straniero, come condizione per poter viaggiare.

Commentando il post social dell’Ambasciata USA in Gran Bretagna, un’utente ha scritto ironico: “Scusate, questa è l’ambasciata americana o quella russa? Ultimamente sembra facile confonderle“.
Un altro ha scritto: “Pensavo si trattasse della Corea del Nord“.

Che cosa sta chiedendo concretamente il governo americano

In termini pratici, la richiesta implica che chi desidera entrare negli Stati Uniti debba: rendere accessibili a chiunque i propri profili social (Facebook, X, Instagram, LinkedIn, ecc.); accettare che tali contenuti siano analizzati non solo dalle autorità consolari, ma da qualunque soggetto terzo; esporre la propria storia digitale a sistemi automatici di analisi, archiviazione e profilazione.

Non viene chiesto di consegnare dati in un perimetro chiuso e regolato, ma di trasformare l’intero assetto della propria identità digitale, rendendola pubblica, indicizzabile, copiabile. Questa distinzione è fondamentale dal punto di vista giuridico.

Perché rendere pubblici i social è un problema serio

Dal punto di vista del diritto alla privacy e alla protezione dei dati personali, questa richiesta solleva diverse criticità strutturali. Una volta che un profilo diventa pubblico: i contenuti possono essere copiati, archiviati, correlati; sono esposti a data broker; possono essere utilizzati da sistemi di intelligenza artificiale per addestramento e scoring.

Rendere pubblici i propri profili espone l’individuo a molestie e harassment online; valutazioni da parte di datori di lavoro; profiling politico o ideologico; utilizzo dei dati da parte di attori ostili, inclusi servizi di intelligence di Paesi terzi.

Dal punto di vista giuridico, il consenso è valido solo se: è libero e quindi non condizionato.
Qui siamo di fronte a un consenso sotto pressione: o modifichi la tua identità digitale, o rinunci alla mobilità internazionale. È una forma di coercizione indiretta che svuota il concetto stesso di consenso.

La comunicazione è avvenuta tramite Facebook, una piattaforma commerciale che già effettua tracciamento su larga scala. Questo crea una sovrapposizione inquietante tra potere statale, infrastruttura privata e “sorveglianza” commerciale.

Non è una policy pubblicata in un atto normativo, ma un messaggio in cui si chiede di modificare la propria identità attraverso “una piattaforma privata“.

Dalla sicurezza alla riscrittura dell’identità digitale

Qui emerge il vero cambio di paradigma. Il visto non è più solo uno strumento di controllo delle frontiere.
Diventa uno strumento di intervento sull’identità digitale del viaggiatore, che non è un accessorio: è la proiezione online della persona, delle sue relazioni, delle sue opinioni, della sua storia.

Chiedere di renderla pubblica equivale a ridefinire come una persona deve apparire nello spazio digitale globale, ma anche imporre “uno standard di visibilità” come condizione di accesso a un diritto (la mobilità).

Una questione che va oltre i visti

La domanda centrale non è se uno Stato abbia il diritto di controllare chi entra nel proprio territorio, per motivi di sicurezza nazionale.
La domanda è un’altra: fino a che punto uno Stato può riscrivere/riprogrammare/ridefinire l’identità digitale di una persona, che ricordiamocelo non è un proprio cittadino, come condizione necesssaria per esercitare un diritto legittimo come lo è il viaggio?

Quando il controllo non riguarda più i documenti, ma la forma stessa della nostra presenza online, siamo davanti a un mutamento strutturale del rapporto tra individuo e potere. La sicurezza è una funzione dello Stato. L’identità digitale è una dimensione dell’essere umano. Confondere le due cose significa aprire una strada che, una volta percorsa, sarà molto difficile richiudere.

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Dalla colonizzazione dello Spazio all’oro cinese, le previsioni “oltraggiose” di Saxo per il 2026. L’analisi ASVIS

Il futuro è fatto di segnali forti e deboli. Se i primi riguardano quei trend di cui si possono vedere già oggi le tracce, i secondi sono i jolly, o in gergo wild card, che fanno saltare il banco. Proprio di questa seconda categoria si occupa “Outrageous prediction 2026”, il rapporto di Saxo, piattaforma di trading online, che stila una serie di ipotesi provocatorie per il prossimo anno. “Non sono una visione d’insieme o una previsione; sono esperimenti mentali a bassa probabilità e ad alto impatto”, scrive Saxo, “progettati per stimolare l’immaginazione e acuire il dibattito su cosa potrebbe accadere se le cose facessero un balzo in avanti in modo inaspettato”.

Rischi quantistici

Nel 2026 secondo Saxo potrebbe arrivare il “Q-Day”, il momento in cui un computer quantistico dimostrerà di poter infrangere tutti gli standard di sicurezza digitale. Email, bonifici, portafogli di criptovalute, sistemi aziendali, saranno tutti esposti a un enorme rischio. E con il rischio arriverà la sfiducia. Le criptovalute saranno il settore più colpito. I vecchi indirizzi Bitcoin inizieranno a sembrare vulnerabili, spingendo verso una fuga precipitosa che farà crollare le cripto a zero. Discorso simile varrà per la finanza tradizionale. L’oro schizzerà verso i 10mila dollari, in quanto asset “senza password” per eccellenza. La ricostruzione dei sistemi di sicurezza avverrà, ma con molta fatica, e ci sarà sempre la minaccia di un attacco ad aleggiare nell’aria.

Baby swifties

A giugno 2026 la popstar Taylor Swift e il giocatore di football Travis Kelce si sposeranno nella villa Holiday House di Watch Hill, comprata da lei oltre dieci anni fa. Il matrimonio sarà tra gli eventi glamour dell’anno, anche se molto ristretto. La previsione di Saxo è questa: la coppia, una volta sposata, avrà un figlio o una figlia. Per preservare l’integrità della prole, i genitori decideranno di vivere un’esistenza ritirata, lontana dalle luci dei riflettori e dai social. Il loro stile di vita da digital detox ispirerà frotte di giovani swifties (fan di Taylor Swift), millennial e membri della Generazione Z, generando un boom delle nascite e una vita spostata sempre più offline.

Oltre il populismo

Le elezioni di medio termine degli Usa di novembre 2026 saranno il peggio che la politica americana potrà offrire: alla Camera vinceranno i democratici, anche se con un margine ridotto, mentre al Senato i Repubblicani. Tutti però utilizzeranno senza remore deepfake, intelligenza artificiale, fake news per scagliarsi gli uni contro gli altri. Una massiccia campagna guidata da elettori indipendenti richiederà voci più equilibrate e ragionevoli, e si registrerà un rilancio di valori come unità e civiltà, per preservare l’integrità delle istituzioni americane e del dibattito civile.

Animali a dieta

Perdere peso coinvolgerà tutti, persino gli animali. Entro la fine del 2026 un’azienda lancerà nuovi trattamenti a base di GLP-1 (ormone per la perdita di peso) in pillole, invece che tramite iniezione. Questo ne accelererà la diffusione, e le persone useranno il farmaco anche solo per tenersi in forma. Gli effetti per la salute saranno positivi, e dopo aver debellato l’obesità tra gli esseri umani si passerà agli animali domestici. Gli attivisti denunceranno l’eccesso di potere delle aziende farmaceutiche, mentre i veterinari elogeranno il miglioramento della salute degli animali. Il successo del farmaco scuoterà l’industria alimentare, della ristorazione e del pet food, dove un consumo ipocalorico minaccerà i profitti.

Colonizzare lo spazio

Dopo diversi lanci di successo dei razzi Starship di SpaceX, l’azienda verrà quotata in borsa (attualmente non lo è), ottenendo la valutazione all’ingresso più alta di sempre, ben oltre i mille miliardi di dollari. Elon Musk annuncerà un programma di lanci aggressivo, aprendo le prenotazioni per spedizioni sulla Luna e su Marte per gli anni a venire, raggiungendo presto migliaia di miliardi di dollari di prenotazioni. Tra i piani di SpaceX anche il lancio e lo stazionamento di navi cisterna per il rifornimento di astronavi in ​​orbita terrestre, che consentiranno massicce consegne di carichi utili sulla Luna nel 2027 e su Marte negli anni successivi, con l’obiettivo di costruire basi lunari e marziane su larga scala. Musk dichiarerà di volersi unire alla pionieristica missione con equipaggio su Marte nella finestra di lancio di gennaio 2029. Molte industrie valuteranno di trasferire sedi sulla Luna, per sfruttare i vantaggi dell’assenza di gravità, ma poi ci ripenseranno per il costo esagerato.

Ceo per AI

Secondo Saxo, nel 2026 un’azienda “blue chip”, quotata cioè in borsa con valore di mercato elevato, potrebbe stupire il mondo nominando un’intelligenza artificiale come amministratore delegato. Il consiglio conferirà all’AI l’autorità di firma seguendo tre direttive: profitto, soddisfazione dei clienti e dei dipendenti. Un Ceo umano co-firmerà tutte le documentazioni, il presidente del consiglio di amministrazione manterrà il diritto di veto e un team di esperti controllerà che l’AI non faccia errori. L’intelligenza artificiale apparirà come avatar in tutte le riunioni, rispondendo alle domande degli analisti con dashboard in tempo reale. Si registreranno netti miglioramenti: tempi di consegna ridotti, sprechi diminuiti e margini in aumento. Inizialmente, sindacati e autorità di regolamentazione dimostreranno reticenza. Poi, quando il posto di lavoro resisterà agli scossoni, altre aziende imiteranno, seguendo lo slogan “Visione umana, esecuzione artificiale”.

Oro colato

La Cina sorprenderà il mondo annunciando riserve auree molto più vaste di quelle dichiarate fino al 2025, sufficienti a superare quelle degli Stati Uniti. Poco dopo, Pechino compirà una mossa ancora più dirompente, dichiarando che lo yuan offshore (quello che gira fuori dalla Cina) sarà parzialmente coperto dall’oro, rafforzando la valuta cinese. Questo “yuan dorato” trasformerà i caveau di Shanghai, Shenzhen e Hong Kong nell’epicentro di un nuovo sistema monetario globale.

Cattive vibe

L’era dell’intelligenza artificiale “vibe-coded” (quando i programmatori non scrivono più il linguaggio di codice ma danno istruzioni all’AI) arriverà a una fine brusca e caotica. Le aziende scopriranno a poco a poco che i codici che le intelligenze artificiali hanno prodotto sono di pessima qualità. Una manciata di piccoli problemi si trasformerà in crisi vere e proprie: algoritmi malfunzionanti innescheranno un crollo improvviso del mercato, e le società realizzeranno che gran parte della loro infrastruttura digitale è stata costruita da sistemi che nessuno comprende appieno. Ci sarà quindi bisogno di una nuova professione, gli “addetti alle pulizie AI” o disinfestatori, programmatori e revisori umani incaricati di tracciare, neutralizzare e ricostruire sistemi difettosi.

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