Negli Usa il boom dei data center per l’AI potrebbe sottrarre risorse a strade e ponti
Il rapido sviluppo dei data center alimentati dall’AI negli Stati Uniti rischia di compromettere i progetti di manutenzione e rinnovamento delle infrastrutture pubbliche come strade, ponti e fognature.
Secondo Bloomberg, la crescita esponenziale degli investimenti privati, che ha raggiunto un ritmo annualizzato di oltre 41 miliardi di dollari nel 2025, sta assorbendo manodopera e risorse che altrimenti sarebbero destinate a lavori pubblici finanziati tramite il mercato delle obbligazioni municipali, un comparto da 4 trilioni di dollari.
Nel 2025, le vendite di obbligazioni per nuovi progetti infrastrutturali sono aumentate del 14%, superando i 340 miliardi di dollari, con l’82% delle iniziative approvate dagli elettori.
Tuttavia, l’intensificarsi della competizione con i colossi dell’AI — che potrebbero investire fino a 4 trilioni entro il 2030 — sta aggravando la carenza di lavoratori qualificati nel settore delle costruzioni.
Il backlog nei progetti di data center è salito a circa 11 mesi, superando quello delle opere pubbliche. Questo rallenta l’esecuzione dei lavori civili e aumenta la difficoltà di trovare imprese disposte a occuparsi di progetti statali, spesso meno remunerativi.
Secondo Andrew Anagnost, CEO di Autodesk, l’attuale boom infrastrutturale dell’AI potrebbe trasformarsi in una bolla: per sostenere gli investimenti previsti, le aziende dovrebbero generare entrate annue di 2 trilioni di dollari entro il 2030, ma le previsioni indicano un deficit di 800 miliardi.
Il rischio è che la costruzione superi di gran lunga la domanda reale, replicando gli effetti dello scoppio della bolla dot-com. In questo contesto, anche il settore manifatturiero e quello immobiliare statunitense mostrano segnali di debolezza, aggravando le incertezze economiche generali.
Elon Musk collabora con El Salvador per portare il chatbot Grok nelle scuole pubbliche
Elon Musk, attraverso la sua azienda xAI, ha avviato una collaborazione con il governo di El Salvador per introdurre il chatbot Grok in oltre 5.000 scuole pubbliche, raggiungendo circa un milione di studenti. L’iniziativa, descritta come un programma educativo ‘potenziato dall’AI’, mira a integrare strumenti basati sull’intelligenza artificiale nella didattica quotidiana e nello sviluppo dei programmi scolastici.
Il presidente Nayib Bukele ha definito questa partnership come un passo deciso verso la costruzione del futuro, affidando a Grok la creazione dei contenuti didattici in aula. Il progetto si inserisce in un contesto globale in cui vari Paesi stanno testando soluzioni analoghe.
OpenAI, ad esempio, ha stretto un accordo con l’Estonia per personalizzare ChatGPT per il sistema scolastico locale, mentre in Colombia l’adozione degli assistenti AI di Meta ha suscitato critiche da parte degli insegnanti, che li accusano di contribuire al calo del rendimento scolastico.
La proposta di xAI è supportata da posizioni ideologiche che vedono in Grok un’alternativa ‘non progressista’ agli strumenti educativi attuali. Tali visioni sollevano interrogativi sull’indipendenza culturale e sui contenuti che saranno trasmessi agli studenti.
Il coinvolgimento di Musk, noto anche per le sue controverse dichiarazioni online, acuisce il dibattito sul ruolo dell’AI nell’istruzione pubblica e sui potenziali rischi di politicizzazione della tecnologia didattica.
Sebbene l’iniziativa venga promossa come innovativa e accessibile, resta da valutare l’impatto concreto sull’apprendimento, soprattutto nei contesti vulnerabili, e l’effettiva capacità dell’AI di rispondere ai bisogni educativi reali, senza compromettere l’autonomia pedagogica.
CitizER Science in Action: coinvolgere gli adolescenti attraverso co-design e game thinking
Ai Digital Days di Faenza si è conclusa la prima sperimentazione dei laboratori CitizER Science in Action, promossi dalla Regione Emilia-Romagna con ARTER, Lepida e il supporto dell’Università di Bologna.
L’ultima tappa, dedicata al Digital Wellbeing, ha visto quattro classi degli istituti Oriani e Torricelli-Ballardini lavorare con passione, dando vita a idee e mockup di App che spaziavano dal riconoscimento delle fake news al monitoraggio del tempo passato sui device.
Con gli ultimi due laboratori sale a oltre 600 il numero degli studenti coinvolti nell’attività. Attraverso gamification e game thinking, i ragazzi hanno vissuto un vero e proprio viaggio nel mondo della citizen science e nelle sfide dell’Agenda 2030, scoprendo quanto i dati e il digitale possano diventare strumenti potenti per capire e contribuire a migliorare la realtà che li circonda.
Questa prima sperimentazione si conclude qui, ma il progetto CitizER Science si propone di crescere e riservare nuove attività e sorprese per il futuro. Per maggiori informazioni sul progetto CitizER Science: digitale.regione.emilia-romagna.it/progetti/citizer-science.
Cosa sono le Superfici Intelligenti Riconfigurabili (RIS)
Le Superfici Intelligenti Riconfigurabili (Reconfigurable Intelligent Surfaces – RIS) rappresentano una delle principali innovazioni previste per le reti di comunicazione di nuova generazione. Si tratta di un paradigma tecnologico che trasforma l’ambiente radio da elemento passivo a componente attivo e programmabile, capace di modificare dinamicamente le caratteristiche del canale di propagazione.
Questa tecnologia è oggetto di studio e standardizzazione da parte di organismi internazionali, come l’ETSI, che ne riconoscono il potenziale nel ridisegnare l’architettura dei sistemi wireless, le tecniche di accesso e i protocolli di rete.
Principi di funzionamento e tecnologie
Le RIS si basano su un insieme di unità elementari (unit cells), ciascuna progettata per interagire con le onde elettromagnetiche incidenti. L’innovazione risiede nella possibilità di riconfigurare dinamicamente queste unità attraverso segnali di controllo, trasformando la superficie in un nodo di rete programmabile. Ogni unità può essere configurata in modo da modificare parametri quali: riflessione e rifrazione del segnale, focalizzazione e collimazione, modulazione e assorbimento.
Il controllo avviene tramite un RIS controller, che invia segnali di configurazione dinamici o semi-statici. In questo modo la superficie diventa un nodo di rete programmabile, capace di adattare l’ambiente radio alle esigenze del sistema.
Aspetti tecnologici
Metamateriali e metasuperfici: le unit cells sono realizzate con materiali ingegnerizzati che consentono proprietà elettromagnetiche non ottenibili con materiali convenzionali.
Controllo elettronico digitale: la configurazione delle unità può avvenire tramite circuiti integrati, MEMS (Micro-Electro-Mechanical Systems) o semiconduttori, permettendo tempi di risposta rapidi.
Gestione centralizzata e distribuita: il RIS controller può operare in modalità centralizzata (coordinato dalla rete) o distribuita (con logiche locali di adattamento).
Funzionalità avanzate: oltre a riflessione e rifrazione, le RIS possono implementare beamforming passivo, cancellazione di interferenze, modulazione del segnale e persino funzioni di sicurezza fisica del canale.
Integrazione con AI e edge computing: algoritmi di apprendimento automatico possono ottimizzare la configurazione delle superfici in tempo reale, riducendo latenza e migliorando resilienza.
Questi elementi rendono le RIS una tecnologia flessibile e scalabile, capace di adattarsi a diversi scenari di rete e di evolvere insieme agli standard futuri.
Impatti sul design dei sistemi wireless
L’introduzione delle RIS comporta un cambiamento radicale nei paradigmi di progettazione.
Canale programmabile: il canale non è più un vincolo fisico da subire, ma una risorsa da modellare.
Ottimizzazione delle prestazioni: possibilità di migliorare copertura, capacità e affidabilità senza ricorrere a infrastrutture costose.
Nuove opportunità di innovazione: protocolli di accesso e architetture di rete dovranno integrare la gestione delle RIS come entità di sistema.
Vantaggi tecnologici ed economici
Le RIS si distinguono per una serie di benefici.
Basso costo di implementazione: l’utilizzo prevalente di componenti passivi riduce la necessità di amplificatori e circuiti complessi.
Efficienza energetica: l’assenza di elementi attivi comporta consumi ridotti, favorendo la sostenibilità delle reti.
Compatibilità con la sicurezza elettromagnetica: non essendo sorgenti attive di emissione, le RIS non incrementano l’esposizione ai campi elettromagnetici (EMF).
Scalabilità: possono essere integrate in ambienti urbani, edifici e infrastrutture senza impatti significativi sui costi operativi.
Applicazioni e scenari d’uso
Le RIS aprono prospettive concrete in molteplici ambiti delle telecomunicazioni.
Reti mobili 5G e 6G: estensione della copertura in aree urbane dense e ambienti indoor complessi, riduzione delle zone d’ombra e miglioramento della qualità del segnale, nonché supporto a servizi ad alta capacità come realtà aumentata/virtuale e comunicazioni olografiche.
Internet of Things (IoT): ottimizzazione della connettività per dispositivi a basso consumo energetico, miglioramento dell’affidabilità delle comunicazioni in ambienti industriali, nonché possibilità di gestire reti massive con milioni di sensori distribuiti.
Comunicazioni veicolari (V2X): supporto alla mobilità con canali adattivi e affidabili, miglioramento della sicurezza stradale grazie a collegamenti stabili tra veicoli e infrastrutture, nonché integrazione con sistemi di guida autonoma e smart mobility.
Smart cities e infrastrutture critiche: installazione di RIS su edifici, ponti e gallerie per garantire continuità di servizio, ottimizzazione della connettività in spazi pubblici e aree ad alta densità di utenti, nonché supporto a servizi di pubblica utilità (videosorveglianza, monitoraggio ambientale, gestione energetica).
Ambiti specializzati: ambienti industriali: miglioramento delle comunicazioni wireless in fabbriche e impianti produttivi, sanità digitale: supporto a reti di sensori biomedicali e telemedicina, nonché difesa e sicurezza in scenari tattici per comunicazioni resilienti e sicure.
Sfide e prospettive
Nonostante i vantaggi, l’adozione delle RIS comporta alcune importanti sfide.
Standardizzazione: definizione di interfacce e protocolli comuni per l’integrazione nei sistemi esistenti.
Controllo e gestione: sviluppo di algoritmi efficienti per la configurazione dinamica delle superfici.
Interoperabilità: necessità di garantire compatibilità con diverse tecnologie di accesso radio.
Sicurezza e affidabilità: protezione dei meccanismi di controllo da attacchi e malfunzionamenti.
Le prospettive di ricerca includono l’uso di intelligenza artificiale per la gestione autonoma delle RIS e l’integrazione con architetture di edge computing, al fine di ridurre la latenza e migliorare la resilienza delle reti.
Conclusioni
Le Superfici Intelligenti Riconfigurabili rappresentano una tecnologia abilitante per le reti del futuro. Grazie alla loro capacità di trasformare l’ambiente radio in un attore intelligente e programmabile, esse aprono la strada a nuove soluzioni di connettività, più efficienti, sostenibili e scalabili.
Il loro sviluppo e la loro standardizzazione saranno determinanti per l’evoluzione delle reti 6G e per l’abilitazione di scenari avanzati come le smart cities, l’IoT massivo e le comunicazioni veicolari.
Scenario di utilizzo delle Superfici Intelligenti Riconfigurabili (RIS)
Tassa sui pacchi per tutti? 2 euro extra su ogni acquisto online
In linea con il Regolamento europeo che punta a riformare il quadro doganale del vecchio continente in funzione di una concorrenza più leale, il Governo italiano riformula e conferma l’emendamento sui pacchi inserito in legge di Bilancio 2026. Le ultime modifiche introducono, quindi, i 2 euro di contributo per i beni in entrata, con valore al di sotto dei 150 euro. Tuttavia, mentre inizialmente il contributo era previsto solo per le spedizioni provenienti dai Paesi extra-UE, ad oggi non si esclude la possibilità di applicarlo a tutti i pacchi che, per un motivo o per un altro, transitano nel Bel Paese.
Da dazio a tassa su tutte le spedizioni?
Come avevamo già scritto, la proposta europea è nata per ridurre l’afflusso delle merci low cost provenienti soprattutto dalla Cina, in particolare i piccoli pacchi spediti da piattaforme come Temu e Shein, ed avvantaggiare invece le imprese europee. La misura italiana, però, ha natura più ambigua. Così come formulata originariamente, aveva assunto le sembianze di un vero e proprio dazio, provvedimento che solo l’Unione Europea può implementare. È così che, secondo indiscrezioni, si sarebbe deciso di modificare l’emendamento ed estenderlo a tutte le spedizioni, finendo per colpire sia l’import che l’export nostrano. Ancora non è chiaro chi andrebbe a pagare il sovrapprezzo, se l’utente finale o i gestori, ma sarebbe un duro colpo per chi acquista da portali online come Amazon, Zalando, Ebay ed affini.
Secondo le ultime stime diffuse, il valore complessivo degli effetti finanziari di questa decisione si aggira intorno ai 327 milioni di euro.
Come si è arrivati a questa soluzione
Per stimare l’impatto del nuovo contributo sulle spedizioni, il Governo fa sapere che si è ipotizzata una distribuzione uniforme dei pacchi: 109 milioni con un solo articolo, 55 milioni con due articoli e 36 milioni con tre. In totale, dunque, 200 milioni di spedizioni, per una media di 1,6 articoli per pacco.
La simulazione effettuate considera poi l’effetto dell’aumento di prezzo generato dal contributo, rapportato al valore medio dichiarato di una spedizione (7 euro per articolo) moltiplicato per la media di articoli per pacco. Riportiamo di seguito quanto scritto in una nota:
“A guidare la stima è un’elasticità della domanda pari a 1,2: in pratica, a ogni +1% di prezzo corrisponde un -1,2% di importazioni. Risultato: un crollo del volume a 167 milioni di pacchi, circa il 17% in meno“.
Sembra, però, che non tutte le spedizioni finiranno realmente per pagare il contributo: tra strategie di elusione e riorganizzazioni logistiche, si stima che solo il 60% dei pacchi sarà effettivamente assoggettato alla misura, pari a 100,5 milioni di articoli.
245 milioni di euro all’anno
Applicando il contributo di 2 euro a spedizione, il gettito atteso è di 201 milioni di euro l’anno. A questo si aggiunge l’IVA, che per la tipologia di beni più comune (aliquota al 22%) porta altri 44 milioni. Il conto complessivo arriva dunque a 245 milioni di euro annui a regime.
I tempi tecnici, però, pesano. Servono, infatti, circa sei mesi per attivare i sistemi di monitoraggio.
L’AI e i suoi architetti “Persona dell’anno” 2025 per il TIME
Person of the year per il TIME sono l’AI e i suoi architetti: Zuckerberg, Lisa Su, Musk, Huang, Altman, Hassabis, Amodei e Fei-Fei Li
Per la prima volta nella sua lunga storia, TIME ha scelto di mettere in copertina come “persona dell’anno” 2025 non un singolo volto, ma una forza che sta ridisegnando il mondo: l’intelligenza artificiale (AI), insieme ai suoi architetti. L’immagine (realizzata da Jason Seiler e Peter Crowther per il TIME) non rappresenta solo un anno, ma forse un’epoca, in cui l’AI è uscita definitivamente dai laboratori per diventare un motore centrale della politica, dell’economia e dei mercati globali.
La foto ritrae Mark Zuckerberg (Meta), Lisa Su (Advanced Micro Devices), Elon Musk (Tesla e SpaceX), Jensen Huang (Nvidia, che si guadagna anche il titolo di “Persona dell’anno 2025” per il Financial Times), Sam Altman (OpenAI), Demis Hassabis (Google DeepMind), Dario Amodei (Anthropic) e Fei-Fei Li (AI4ALL) su una trave sospesa nel vuoto, come quella storica che immortalava degli operai in pausa pranzo. Una foto, quella del 1932, emblema di un’epoca ormai lontana, a cui questa vuole ‘fare il verso’, come si dice, e forse a ragione.
AI e concentrazione di ricchezza estrema nelle mani di pochi, come 100 anni fa
Più di 100 anni fa una dozzina di operai consumavano il pranzo, appunto, su una trave a 250 metri di altezza (il concetto di sicurezza sul lavoro era a dir poco vago). Il titolo di quella straordinaria foto “Lunch atop a skyscraper” (pranzo su un grattacielo) non si riferiva, come tanti hanno creduto per decenni, all’Empire State Building, edificio più alto del mondo a quel tempo, ma al Rockefeller Center di New York.
Cosa hanno a che fare Zuckerberg, Musk, Huang, Altman e compagni con quegli operai in vesti logore e segnati dal duro lavoro del cantiere (per di più sospesi nel vuoto)? Niente. Ma forse un punto di incontro c’è: quegli operai lavoravano per l’uomo più ricco del mondo al tempo, John D. Rockefeller Sr., che da solo deteneva un patrimonio pari al 2% del PIL USA del 1932 (mentre altri grandi magnati come il patron dell’omonima casa automobilistica Henry Ford e il banchiere e Segretario del Tesoro USA, Andrew Mellon – una costante la presenza di miliardari nella storia dei Governi americani – dominavano settori chiave come petrolio e industria pesante).
La somma totale delle ricchezze nette di Mark Zuckerberg, Lisa Su, Elon Musk, Jensen Huang, Sam Altman, Demis Hassabis, Dario Amodei e Fei-Fei Li, sfiora i 1.000 miliardi di dollari (in crescita ovviamente). Parliamo dell’1% del PIL globale nelle mani di sole 8 persone (il PIL mondiale oggi è calcolato attorno ai 98.000 miliardi di dollari circa).
Perché l’intelligenza artificiale e i suoi ‘architetti’ sono finiti sulla copertina del TIME?
Il 2025, secondo la celebre rivista, è stato l’anno in cui non è stato più possibile ignorare l’AI. Dalla medicina alla finanza, dall’istruzione alla Difesa, ogni grande dibattito pubblico ha avuto l’intelligenza artificiale come risposta, soluzione o problema. “Qualunque fosse la domanda, l’AI era la risposta”, scrive la rivista.
TIME ricorda che questa non è la prima volta che una tecnologia conquista la copertina. Nel 1982 fu il personal computer a essere scelto come Person of the Year; nel 2006 toccò a “You”, simbolo delle comunità digitali. Scelte controverse allora, considerate oggi profetiche. Settantacinque anni fa, nel 1950, TIME dedicò la copertina al computer Mark III, definendolo “the thinking machine”. Oggi, quasi inutile sottolinearlo, quel futuro è diventato presente, oggetto dato per scontato nella nostra quotidianità.
Il racconto simbolico di questa copertina parte comunque da Washington, gennaio di quest’anno: mentre Donald Trump tornava alla Casa Bianca e i leader politici si riunivano per l’inaugurazione presidenziale, i vertici delle Big Tech erano in prima fila. Ma lontano dai riflettori, nello stesso giorno, una società cinese poco conosciuta, DeepSeek, rilasciava un nuovo modello di intelligenza artificiale che scuoteva i mercati finanziari globali, alimentando timori e competizione.
Il giorno dopo, tre nomi-simbolo della nuova economia digitale – Sam Altman (OpenAI), Larry Ellison (Oracle) e Masayoshi Son (SoftBank) – si presentavano alla Casa Bianca annunciando Stargate, un piano da fino a 500 miliardi di dollari per costruire data center dedicati all’AI negli Stati Uniti. Due giorni, due segnali chiarissimi: l’AI è geopolitica, industria, finanza e potere.
Per TIME, sono questi uomini – e i team che guidano – ad aver “immaginato, progettato e costruito” l’età delle macchine pensanti. Da qui il titolo: gli “Architects of AI, Person of the Year 2025”.
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L’AI come motore dell’economia globale
Il motivo profondo della scelta è economico, secondo un’analisi della Nexford University. Secondo il McKinsey Global Institute, se l’adozione dell’AI procederà ai livelli medi stimati dalle simulazioni, l’impatto potrebbe essere di circa 13.000 miliardi di dollari di nuova attività economica globale entro il 2030. Parliamo di un +16% di PIL cumulato rispetto a oggi, ovvero 1,2 punti percentuali di crescita aggiuntiva ogni anno.
Un impatto paragonabile a quello delle grandi tecnologie general purpose del passato, come l’elettricità o il motore a combustione. La crescita arriverebbe soprattutto da due fattori: automazione e sostituzione del lavoro umano; innovazione accelerata di prodotti e servizi.
Entro il 2030, sempre secondo McKinsey, circa il 70% delle aziende nel mondo avrà adottato almeno una tecnologia di AI, anche se meno della metà riuscirà ad assorbirne pienamente tutte le principali categorie.
Non è un caso che Jensen Huang, CEO di Nvidia – oggi la società con la maggiore capitalizzazione al mondo – abbia dichiarato a TIME: “Ogni industria ne ha bisogno, ogni azienda la usa e ogni nazione deve costruirla. Questa è la tecnologia più impattante del nostro tempo”.
L’AI avanza a una velocità mai vista. Secondo uno studio citato da TIME, le capacità dei sistemi di intelligenza artificiale raddoppiano quasi due volte l’anno. In poche settimane, abbiamo visto l’AI:
contribuire a risolvere un problema matematico irrisolto da 30 anni,
superare i modelli tradizionali di previsione degli uragani,
aprire persino nuove frontiere nella comunicazione con i cetacei.
Compiti che richiedevano ore di lavoro umano vengono svolti in secondi. È questa accelerazione a rendere l’AI così centrale e allo stesso tempo così destabilizzante.
Il lato oscuro: lavoro, disuguaglianze, rischio sistemico
Ma rispetto al TIME, non vogliamo ignorare il prezzo di questa rivoluzione e i suoi potenziali (per alcuni esperti ‘certi’) effetti negativi sulla società nel suo insieme, in particolare il mondo del lavoro. Anzi, lo mettiamo al centro del racconto.
Secondo il World Economic Forum, entro il 2026 l’intelligenza artificiale potrebbe sostituire circa 85 milioni di posti di lavoro. Freethink stima che il 65% dei lavori nel retail potrebbe essere automatizzato già entro quella data.
Guardando più avanti, PwC prevede che entro la metà degli anni 2030 fino al 30% dei posti di lavoro potrebbe essere automatizzabile, con un impatto maggiore sugli uomini nel lungo periodo (trasporti, manifattura, lavori manuali), mentre nelle prime fasi sarebbero le donne a essere più esposte, per la loro maggiore presenza in ruoli amministrativi e clericali.
I primi effetti negativi sull’occupazione già evidenti, altri sono attesi nel 2026
Un rapporto di Goldman Sachs parla di numeri ancora più impressionanti:
300 milioni di posti di lavoro equivalenti a tempo pieno potenzialmente sostituibili a livello globale,
due terzi dei lavori negli Stati Uniti e in Europa esposti in qualche misura all’automazione,
circa un quarto delle mansioni completamente svolgibile dall’AI.
Lo stesso report stima però anche un possibile aumento del valore annuo della produzione globale del 7%, segno di una trasformazione che distrugge e crea allo stesso tempo.
Altri studi rafforzano il quadro:
MIT e Boston University, citati da Forbes, stimano fino a 2 milioni di posti di lavoro manifatturieri persi entro il 2026;
McKinsey Global Institute avverte che almeno il 14% dei lavoratori globali dovrà cambiare carriera entro il 2030 a causa di AI, robotica e digitalizzazione.
Le parole espresse dal presidente della Federal Reserve (la Banca centrale americana), Jerome Powell, suonano come un monito: “Il mercato del lavoro statunitense potrebbe essere ancora più debole di quanto si pensasse in precedenza“, in riferimento ai dati snocciolati dall’amministrazione Trump negli ultimi mesi. L’accusa è che Washington potrebbe sovrastimare la creazione mensile di posti di lavoro per ovvi motivi politici: “è un po’ curioso che i titoli sui licenziamenti di migliaia di dipendenti, da parte di grandi aziende, con l’intelligenza artificiale citata come una delle ragioni principali alla base dei tagli, non si siano finora tradotti in un aumento evidente della disoccupazione“.
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Perché proprio ora l’AI?
Mettere l’intelligenza artificiale – e i suoi architetti – in copertina significa riconoscere che non c’è più ritorno, né possibilità di restare fuori. L’AI sta ridefinendo crescita economica, produttività, lavoro e potere, concentrando enormi risorse nelle mani di pochi leader industriali, in una dinamica che ricorda l’età dei “robber barons”.
TIME non celebra né condanna: racconta una svolta storica. L’AI stupisce, spaventa, promette ricchezza e genera disuguaglianze. Sta trasformando il presente e ampliando i confini del possibile.
Per questo, nel bene e nel male, gli Architects of AI sono la Person of the Year 2025. Non perché abbiano tutte le risposte, ma perché hanno costruito la macchina che ora pone le domande a tutta l’umanità. Pensavano di doverle porre noi all’AI, ma molto probabilmente è la tecnologia a porle a noi, facendole emergere piano piano dall’inconscio collettivo turbato da questa velocità impressa dall’innovazione alla nostra storia.
(Sinistre) Similitudini storiche attorno ad una trave
Tornando all’immagine del 1932, con cui abbiamo aperto questo articolo, fu scattata da autore ancora oggi ignoto nel pieno di quella che è passata alla storia con il nome di Grande Depressione. Una crisi drammatica che mise in ginocchio gli Stati Uniti, togliendo lavoro a più di 15 milion di americani.
Quella foto rappresenta però anche un riscatto, una voglia di cambiare pagina, in una città, New York, che ha sempre avuto il ruolo di motore dell’innovazione e del cambiamento. Di lì a poco il Paese sarebbe ripartito con un nuovo ciclo di crescita e benessere.
Oggi in molti si aspettano dall’AI la stessa impennata, in momento storico di grandi cambiamenti, turbolenze economiche e commerciali, tensioni geopolitiche crescenti e paura per il futuro sempre più incerto e avvolto dalle nebbie della guerra (o delle guerre). Altri, invece, si attendono dall’AI un’onda d’urto finanziaria di portata epocale, visti i pericoli e gli allarmi di una possibile bolla finanziaria legata a questa tecnologia chiave per il nostro tempo.
Sono tanti i punti in comune tra quello che accadeva più di 100 anni fa e oggi, speriamo che davvero la Storia non si ripeta mai (la fine degli anni ’30 portano al capitolo forse più buio della storia dell’umanità), ma sappiamo che presenta però pattern ciclici con grandi similitudini, una di queste è proprio la concentrazione estrema di ricchezza nelle mani di pochi individui.
Da nove scudetti al 7° posto in tre anni, perché la Juventus non vince più
Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da MarcoCobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4bizclicca qui..
Fuori dal mondiale per club ma conti in ripresa: ricavi a 291,6 milioni
Un colpo di testa di Gonzalo García, 1° luglio 2025, Hard Rock Stadium: il Real Madrid elimina la Juventus dal mondiale per club (1-0) e spegne l’ultima illusione dei bianconeri. È l’episodio più recente del declino della Juventus riassunta dal grafico in apertura: dopo nove scudetti consecutivi (2011-2020 record italiano) la Juventus non ha più vinto un campionato, arrivando addirittura al settimo posto nella stagione 2022-23.
Una caduta sportiva che ha travolto anche i conti: il bilancio al 30 giugno 2024 si è chiuso con 199,2 milioni di euro di perdita, la peggior cifra di sempre. Il raffronto con l’era Ronaldo parla da solo: nel 2018-19 i ricavi sfioravano 621 milioni, nel 2023-24 si sono fermati a 394 milioni, il 37% in meno in cinque anni.
Un segnale di risveglio è arrivato nel primo semestre 2024-25: grazie al ritorno in Champions i ricavi sono balzati a 291,6 milioni e il club ha chiuso il periodo con un utile di 16,9 milioni. Fiato corto, quindi, ma non ancora resa: il pareggio di bilancio resta l’obiettivo fissato per il 2026-27. Ma quali sono state le ragioni del declino della Juventus?
Il declino della Juventus: da nove scudetti al 7° posto in tre anni
Il primo inciampo della Juve arriva nel campionato 2020-21: quarta posizione e fine del dominio della seria A italiana. A spezzare il filotto ci pensa l’Inter di Antonio Conte, che riporta lo scudetto nella Milano nerazzurra dopo undici anni. In quella stagione la Juventus, abituata a dilagare, prova per la prima volta il brivido – o meglio l’ansia – di dover strappare la qualificazione in Champions all’ultima giornata. Il copione si ripete nel 2021-22: Massimiliano Allegri torna sulla panchina bianconera, ma il verdetto è ancora un quarto posto. Nel 2022-23 la situazione precipita: la penalizzazione di 10 punti per il caso plusvalenze fa scivolare i bianconeri al settimo posto, fuori da tutte le coppe europee. Segue un tenue rimbalzo nel 2023-24, chiuso al terzo posto, prima di un nuovo rallentamento nel 2024-25: quarta posizione con 70 punti, dietro a Napoli, Inter e Atalanta.
E sui tappeti verdi europei la situazione non è migliore. Dal 2017 la Juventus non è mai andata oltre i quarti di Champions: nel 2018 e nel 2019 si è fermata proprio a quel turno, mentre nelle stagioni successive è uscita regolarmente agli ottavi o, in alcuni casi, addirittura prima.
L’ultima batosta è arrivata il 19 febbraio 2025: al Philips Stadion. Il PSV Eindhoven ribalta l’1-0 dell’andata con un 3-1 ai tempi supplementari. Risultato: gli olandesi volano agli ottavi di finale della nuova fase a lega della Champions League, mentre la Juve resta fuori ancora prima dell’accesso alla fase principale del torneo. Una sconfitta pesante non solo per l’orgoglio, ma anche per i conti del club, che sperava nei premi Uefa per risollevare un bilancio in rosso.
A pesare non sono stati solo i mancati incassi europei e le multe, ma soprattutto i salari fuori controllo: nella stagione 2021-22 gli stipendi assorbivano già l’81% dei ricavi, e nel 2022-23 il rapporto è balzato all’84%, ben oltre la soglia di sostenibilità indicata dalla Uefa. Con queste cifre era inevitabile stringere la cinghia. La nuova dirigenza guidata da Gianluca Ferrero ha perciò imboccato la via del ridimensionamento: cessioni mirate, contratti ritoccati verso il basso, lancio dei giovani e un obiettivo chiaro, riportare il costo della rosa sotto il 70% dei ricavi.
Sul campo, intanto, è cominciata un’epoca di rivoluzioni continue: dal 2019 a oggi si sono alternati Sarri, Pirlo, Allegri, Motta e infine Tudor, cinqueallenatori in sei stagioni. Nel frattempo è cambiato anche lo spogliatoio. Il 2022 ha segnato l’addio di tre colonne: Matthijs de Ligt ceduto al Bayern per 67 milioni, Paulo Dybala partito a parametro zero verso la Roma, e Giorgio Chiellini volato a Los Angeles per l’ultimo capitolo da giocatore agonista. L’anno successivo ha salutato anche Leonardo Bonucci: un breve passaggio all’Union Berlin e poi l’ultima stagione da professionista in Turchia con il Fenerbahçe. Oggi l’ex capitano affianca Bernardo Corradi sulla panchina dell’Italia Under 20.
Ogni uscita ha aperto un vuoto che la Juve ha provato a colmare spendendo, ma senza trovare veri eredi. Il caso simbolo è Arthur Melo: acquistato nel 2020 in un’operazione da 72 milioni di euro complessivi, il brasiliano ha pagato infortuni, adattamento lento e cambi di modulo, chiudendo la parentesi bianconera con 63 presenze e un solo gol.
Calciomercato Juventus: Osimhen un sogno da 100 milioni di euro
Sul piano dirigenziale, invece, la data spartiacque è il 28 novembre 2022. La svolta in sala riunioni, sotto il peso delle indagini su plusvalenze e salari gonfiati, l’intero board juventino – con Andrea Agnelli e Pavel Nedvěd in testa – si dimette in blocco. Il giorno successivo Exor indica il commercialista torinese Gianluca Ferrero (classe 1963, oggi 61 anni) come nuovo presidente, rinviando la ratifica all’assemblea dei soci del 18 gennaio 2023, quando Ferrero diventa ufficialmente il numero uno del club. La nuova dirigenza punta su un approccio più prudente, taglio degli ingaggi, valorizzazione del settore giovanile, cessioni mirate, ma i risultati sul campo tardano ad arrivare.
Oggi la Juventus si ritrova nel pieno di un processo di ricostruzione: dei giovani su cui puntare restano Yıldız e Weah, ai quali la dirigenza spera di affiancare profili già chiacchierati sul mercato: l’accordo quasi chiuso con Jonathan David come nuovo centravanti, il pressing su Riccardo Calafiori per la fascia sinistra e il sogno Victor Osimhen. Ma anche se il Napoli fosse disposto a vendere alla Juve il fuoriclasse nigeriano classe 1988, serviranno almeno 100 milioni di euro per infilargli la maglia bianconera.
Fonte: Juventus Football Club S.p.A I dati si riferiscono al: 2011-2025
AI nel rapporto di cura del paziente, presentate alla Camera le linee guida Anitec-Assinform
Si è tenuta oggi presso la Camera dei deputati la presentazione del documento di Linee di indirizzo per l’adozione dell’Intelligenza Artificiale nella relazione tra professionista sanitario e paziente, elaborato da Anitec-Assinform, l’associazione di Confindustria delle imprese ICT, insieme al Tavolo di lavoro multidisciplinare che riunisce istituzioni, clinici, imprese, esperti e stakeholder del settore sanitario.
Il documento definisce le direttrici per integrare l’IA nella cura e nell’assistenza del paziente, con attenzione alla centralità della persona, alla valorizzazione del ruolo del professionista sanitario e alla necessità di un’adozione consapevole, sicura e trasparente delle tecnologie digitali.
Documento nel solco del PNRR
La pubblicazione si inserisce in una fase avanzata del percorso di trasformazione avviato con la Missione 6 Salute del PNRR, che ha accelerato in modo decisivo la digitalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale. Negli ultimi anni sono stati fatti passi avanti notevoli su tutto il territorio nazionale grazie all’avanzamento di progetti chiave del Piano, quali il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, l’Ecosistema Dati Sanitari, la Piattaforma nazionale di telemedicina e la Piattaforma di Intelligenza Artificiale a supporto dell’assistenza primaria.
Sanità digitale, mercato da 2,5 miliardi ma soltanto 62,3 milioni investiti in AI
Il rapporto Il Digitale in Italia 2025 di Anitec-Assinform conferma la crescita della sanità digitale: il mercato pubblico ha raggiunto 2,5 miliardi nel 2024, ma solo 62,3 milioni sono stati investiti in soluzioni di intelligenza artificiale.
In questo quadro si inserisce il lavoro coordinato da Anitec-Assinform, che ha portato alla redazione di linee di indirizzo contenenti proposte concrete per accelerare sull’adozione sicura dell’IA da parte dei professionisti sanitari.
Contraenti e vantaggi dell’AI in Sanità
Il documento è stato sottoscritto da alcune delle più rappresentative associazioni e società scientifiche del mondo sanitario: FIMP, FNOPI, SID, SIIAM, SIMIG e SNAMI, nonché da Confcooperative Sanità e da Cittadinanzattiva. Il lavoro evidenzia come l’IA possa diventare un alleato del professionista sanitario, capace di ridurre il carico amministrativo, migliorare l’organizzazione delle informazioni cliniche, anche attraverso la compilazione assistita del patient summary e supportare il processo decisionale senza mai sostituire il giudizio clinico. Viene inoltre sottolineata l’importanza di strumenti trasparenti e spiegabili, affinché pazienti e operatori possano comprendere le logiche alla base delle raccomandazioni automatiche e mantenere un elevato livello di fiducia nel percorso di cura.
Tra le priorità emergono anche interoperabilità dei sistemi, qualità dei dati, riduzione della frammentazione digitale, formazione continua dei professionisti, percorsi di valutazione e validazione delle tecnologie, protezione della privacy e governance partecipata che coinvolga tutti gli attori del sistema sanitario. Le Linee di indirizzo sottolineano inoltre come l’IA possa contribuire a ridurre le disuguaglianze territoriali, ampliando l’accesso ai servizi digitali anche nelle aree interne e meno infrastrutturate.
Il Decalogo dell’AI nel rapporto fra medico e paziente
Insieme al documento, è stato prodotto un Decalogo per l’adozione dell’IA nella relazione tra professionista sanitario e paziente, che sintetizza in dieci principi i capisaldi della proposta: centralità della relazione terapeutica, equità territoriale, responsabilità e sicurezza, trasparenza, ruolo del professionista come decisore ultimo, interoperabilità dei dati, co-progettazione multi-stakeholder, tutela della privacy e del consenso, appropriatezza e valutazione d’impatto.
Massimo Dal Checco, Presidente di Anitec-Assinform, ha detto: “L’esperienza ci insegna che la tecnologia realizza a pieno il suo potenziale quando è compresa, accettata e utilizzata in modo consapevole dai suoi utenti. Per questo le linee di indirizzo che presentiamo oggi nascono da un dialogo continuo tra imprese, istituzioni e terze parti rappresentative di medici, professionisti sanitari e pazienti. L’IA può sostenere l’evoluzione del Servizio Sanitario Nazionale, ma solo se inserita in processi chiari, affidabili e realmente orientati ai bisogni delle persone e delle strutture”.
Le linee di indirizzo e il Decalogo rappresentano un passo importante verso una sanità più moderna, interoperabile e centrata sulla relazione tra professionista e paziente, offrendo una guida concreta alle istituzioni, alle strutture sanitarie, ai professionisti e alle imprese nella fase cruciale di transizione digitale che il Paese sta attraversando.
Data center, il mercato globale delle infrastrutture volerà verso i 497 miliardi di dollari entro il 2035
Cresce il valore mondiale del mercato infrastrutture data center
Il mercato delle infrastrutture legate ai data center è in piena fase di trasformazione e accelerazione, agendo da catalizzatore per l’economia digitale globale. La domanda in crescita esponenziale per il cloud computing, l’intelligenza artificiale (AI) e la data analytics sta forzando un’onda di investimenti senza precedenti in sistemi modulari, scalabili ed estremamente efficienti dal punto di vista energetico.
Le dimensioni del mercato globale delle infrastrutture dei data center sono state stimate raggiungere i 160 miliardi di dollari di valore entro la fine di quest’anno, ma per il 2035, secondo un Report pubblicato da DC Market Insights, si attende un ulteriore crescita a circa 497 miliardi di dollari.
Di fatto, gli analisti stanno osservando che l’infrastruttura di un data center non è più solo un costo operativo, ma un vero e proprio asset strategico che abilita la resilienza operativa e la trasformazione digitale a livello aziendale e governativo. Un elemento chiave della trasformazione digitale aziendale e non solo.
L’infrastruttura dei data center abilita il cloud computing e indica l’insieme di componenti fisici e tecnologici che supportano il funzionamento di un data center, ovvero la struttura che ospita server, storage e reti per elaborare, archiviare e distribuire dati e applicazioni. Parliamo di hardware IT come server, sistemi di storage (DAS, NAS, SAN), switch, router e firewall per la connettività, oltre a cablaggio e topologie di rete varie.
Trend globale e proiezioni finanziarie
Il trend è caratterizzato da una crescita robusta, guidata dalla necessità di gestire volumi di dati sempre maggiori con latenze minime, si legge nel documento.
Il mercato è chiaramente dominato dal Nord America, che detiene una quota significativa. Tuttavia, la regione Asia-Pacifico si distingue come l’area con la crescita più rapida (CAGR del 13,2% ), segno di una digitalizzazione massiva e di ingenti investimenti in paesi chiave come Cina e India.
Gli USA rimangono l’asse portante della transizione digitale. Il dominio dell’hyperscale e dell’AI
Il Nord America è il pioniere e il leader indiscusso del mercato, con un valore stimato di circa 59,76 miliardi di dollari nel 2025. La regione beneficia di una presenza schiacciante di operatori hyperscale e di una rapida espansione dei carichi di lavoro guidati dall’Intelligenza Artificiale.
Tra i driver principali, troviamo: adattamento massiccio al cloud, forte infrastruttura Internet e investimenti continui in strutture Tier 3 e Tier 4.
La Northern Virginia, il più grande hub di data center negli Stati Uniti, ha registrato un aumento dell’80\% della capacità in costruzione nella prima metà del 2025, raggiungendo 2,078.2 megawatt, evidenziando la leadership della regione nello sviluppo su larga scala.
Sostenibilità e colocation rigorosa in Europa
Il mercato europeo, con un valore di circa 41,79 miliardi di dollari nel 2025, è guidato da una forte enfasi sulla sostenibilità e sulla conformità normativa, in particolare il GDPR per la localizzazione dei dati. Entro il 2035 potrebbe valere 122,2 miliardi di dollari stando al Report.
Regno Unito, Germania e Paesi Bassi Read rimangono gli hub digitale.
I fattori chiave sono gli obiettivi di efficienza energetica, le politiche di localizzazione dei dati e lo sviluppo di grandi poli di colocation. Tra i pilastri del settore e delle politiche comunitarie troviamo: l’infrastruttura verde, il raffreddamento efficiente e l’uso di energia rinnovabile come standard. I centri Tier 3 e Tier 4, inoltre, sono in espansione nei principali hub (Regno Unito, Germania, Paesi Bassi) per garantire resilienza digitale e sovranità dei dati.
Asia-Pacifico e il futuro del digitale a trazione veloce
L’Asia-Pacifico è il motore di crescita più veloce a livello regionale, raggiungendo circa 42,97 miliardi di dollari nel 2025 e proiettato a quasi 149,84 miliardi di dollari entro il 2035. La regione è un punto caldo per gli investimenti grazie alla rapida digitalizzazione e all’adozione del cloud.
I principali driver di questa crescita sono: il rollout del 5G, l’adozione massiccia dell’AI e gli ingenti investimenti governativi in Cina, India e Sud-est asiatico.
La modernizzazione delle infrastrutture per supportare l’edge computing e la crescita degli hyperscaler locali rappresentano le maggiori opportunità di sviluppo delle infrastrutture. Il Report prospetta che la capacità elettrica per i data center in Cina crescerà significativamente quest’anno per soddisfare l’aumento della domanda di AI.
Confidential Computing: Aruba e CanaryBit per la sicurezza dei dati “in uso”
Il Confidential Computing e la sfida di proteggere i dati “in uso”
Quando si parla di protezione dei dati, la vera sfida non è più solo crittografarli quando sono archiviati o in transito, ma soprattutto blindarli “in uso”, cioè mentre vengono elaborati da un processore. Questo è il cuore del Confidential Computing, una tecnologia fondamentale per permettere alle organizzazioni di collaborare su asset digitali sensibili, come quelli utilizzati nei settori aerospaziale, difesa ed energia, senza mai rinunciare alla riservatezza.
È su questo terreno, che comprende ambiti di ricerca avanzata come l’Homomorphic Encryption e il Post-Quantum Computing, che opera CanaryBit, un’azienda svedese fondata nel 2020 con una forte impronta europea. L’obiettivo della società è chiaro: fornire soluzioni zero-trust e garantire la piena conformità normativa in contesti dove i vincoli di policy e regolamentari sono massimi.
Il nodo infrastrutturale: dalla nuvola al bare metal
Per sviluppare le sue soluzioni di sicurezza end-to-end, CanaryBit si è trovata di fronte a un problema infrastrutturale comune: la necessità di affiancare agli ambienti cloud la disponibilità di macchine fisiche (on-premise).
Il bare metal definisce un server fisico completamente dedicato a un singolo cliente, senza alcuno strato di virtualizzazione. Una soluzione ottimale quando la pura potenza dell’hardware e il controllo totale sono prioritari, distinguendosi nettamente dal Cloud tradizionale (macchine virtuali).
Nel caso di CanaryBit, la necessità di sperimentare su configurazioni fisiche diverse e la volontà di essere indipendenti dai grandi cloud provider ha reso il provisioning di server bare metal (macchine fisiche) la soluzione ideale.
Inizialmente, l’azienda si era affidata a un provider estero per acquistare i server fisici necessari a testare i meccanismi di sicurezza del Confidential Computing. Questa soluzione, però, ha presto mostrato i suoi limiti. Come ha spiegato Stefano Cucchiella, CTO & co-fondatore di CanaryBit: “Man mano che crescevamo, la necessità di configurare frequentemente le macchine fisiche, unita all’aumento del nostro personale, ha condotto a difficoltà operative con interferenze reciproche tra i membri del team“.
La scarsa disponibilità di macchine, la difficoltà nella configurazione frequente e, non ultimo, un supporto clienti poco soddisfacente, hanno reso improrogabile la ricerca di un nuovo partner.
disponibilità hardware, con un ventaglio di opzioni più ampio per il provisioning di server bare metal, con la disponibilità di modelli più nuovi e tecnologicamente avanzati rispetto al fornitore precedente;
supporto e affidabilità, con un livello di supporto tecnico ritenuto “competente e super disponibile”, essenziale per la serenità operativa di un’azienda in forte crescita.
La scelta ha permesso a CanaryBit di consolidare l’approvvigionamento su di un provider affidabile e di fiducia e, soprattutto, di creare un completo “pool di setup“. Questo laboratorio distribuito è cruciale per testare l’intera suite di prodotti Confidential Cloud e replicare fedelmente gli ambienti on-premise richiesti dai clienti.
Aruba e la governance “made for Europe“
Oltre la performance e il supporto tecnico, il vero allineamento strategico risiede nella governance europea. CanaryBit si identifica come una realtà “made for Europe“, guidata e influenzata dalle normative Ue per posizionarsi come soluzione Eu compliant.
La partnership con Aruba, le cui infrastrutture sono soggette a certificazioni a livello europeo, ha rafforzato questo posizionamento, garantendo trasparenza della filiera tecnologica e solidità dell’ambiente.
“Ci siamo impegnati a creare un’azienda interamente europea, dagli investitori fino ai dipendenti, promuovendo il concetto di sovranità europea a livello tecnologico e di business“, ha sottolineato Stefano Cucchiella, CTO e co-fondatore di CanaryBit.
Questa coerenza strategica non è solo un dettaglio normativo, ma un fattore competitivo tangibile nei settori altamente sensibili serviti da CanaryBit.
Le prossime sfide: Confidential AI e Trusted IO
La collaborazione guarda già al futuro. CanaryBit prevede di potenziare ulteriormente il parco server per creare un’offerta dedicata al Confidential AI, realizzando ambienti sicuri per l’intelligenza artificiale (AI), che richiederanno l’implementazione di GPU server di nuova generazione.
Un altro fronte d’innovazione è rappresentato dal Trusted IO: una nuova tecnologia che estenderà la protezione del Confidential Computing anche alle interfacce di rete, garantendo la sicurezza end-to-end sull’intero percorso di comunicazione. È in questi ambiti emergenti che CanaryBit intende coinvolgere attivamente Aruba come partner.
Viaggio negli USA? Per entrare vogliono i tuoi social, dati biometrici e il telefono dei tuoi familiari
Per viaggiare negli USA bisognerà “mettersi a nudo”, ecco tutti i dati personali richiesti in nome della sicurezza nazionale
È solo una proposta, quella avanzata dalla US Customs and Border Protection, la più importante tra le forze dell’ordine impiegate dagli Stati Uniti alla sicurezza delle frontiere, ma fa già discutere e molto. Come si legge nel documento ufficiale, pubblicato sul Federal Register del dipartimento della Sicurezza interna, ai viaggiatori provenienti un po’ da tutto il mondo si chiedono una montagna di documenti, tra cui “i propri profili social degli ultimi 5 anni”.
Oltre ai nostri account social e molti di noi ne hanno diversi attivi su varie piattaforme, l’Agenzia per la Protezione delle dogane e delle frontiere degli Stati Uniti, su suggerimento dell’Homeland Security, vuole per ogni turista in entrata sul suolo americano anche i seguenti dati personali: i numeri di telefono utilizzati negli ultimi cinque anni; gli indirizzi email utilizzati negli ultimi dieci anni; gli indirizzi IP e i metadati provenienti da foto inviate elettronicamente; i nomi dei membri della famiglia (genitori, coniuge, fratelli, figli); i numeri di telefono dei familiari utilizzati negli ultimi cinque anni; le date e i luoghi di nascita dei membri della famiglia, residenza compresa; i dati biometrici, che comprendono volto, impronte digitali, DNA e iride; i numeri di telefono aziendali utilizzati negli ultimi cinque anni e gli indirizzi email aziendali utilizzati negli ultimi dieci anni. Oltre alla foto del passaporto, verrà richiesto anche “un selfie recente”.
La vera novità, in molti casi, è che prima era facoltativo fornire queste informazioni, ora si vuole renderlo obbligatorio. La proposta fa seguito all’ordine esecutivo firmato dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a gennaio 2025, teso a proteggere gli americani, vigilando proprio sul processo di rilascio del visto “per garantire che gli stranieri ammessi negli Stati Uniti non intendano danneggiare gli americani o i nostri interessi nazionali“. E questo lo si fa identificando la minaccia proprio all’ingresso delle persone sul suolo americano, a quanto pare con ogni mezzo.
La sicurezza nazionale viene prima della sicurezza dei nostri dati personali?
Un mucchio di dati, come detto, ma soprattutto un’invasione eclatante di quella che chiamiamo privacy, senza contare informazioni sensibili relative alle aziende per cui lavoriamo.
I nostri dati personali vengono prima o dopo la sicurezza nazionale di un Paese che vogliamo solo visitare a Capodanno o Pasqua? Un vecchio quesito a cui non è mai stata data una risposta definitiva, a quanto pare, visto che ne stiamo ancora parlando a partire dall’11 settembre 2001 (ma si è sempre cercato un bilanciamento tra diritti fondamentali e sicurezza nazionale).
Vale la pena riproporre una riflessione che offriva l’avvocato cassazionista Nicola Fabiano: “Quale valore attribuiamo alla vita umana? Riteniamo che la vita sia un valore assoluto e inviolabile perché è la sua stessa natura che ci permette di affermarlo. Si tratta di un elemento ontologico, la vita è un valore. Allo stesso modo il dato si riferisce a informazioni personalissime di una persona fisica e va considerato un valore ontologicamente assoluto“.
C’è poi sempre una preoccupazione che in molti non vogliono sottovalutare: che fine faranno i nostri dati? E poi, che succede se i nostri familiari o le aziende per cui lavoriamo non fossero d’accordo a fornire numeri di telefono privati/di lavoro? Il diritto alla privacy, soprattutto per i dati personali/familiari, come verrà considerato da un Paese che ha fatto della sicurezza nazionale un’ossessione? Per dare l’illusione della massima sicurezza al popolo americano, noi saremo (forse) costretti, come turisti, a mettere a nudo informazioni estremamente personali, in qualche modo, e a ridurre di fatto la nostra di sicurezza.
Che fine fanno i dati personali dei turisti europei che entrano negli USA?
Alla frontiera USA i dati personali dei turisti europei vengono raccolti, conservati e condivisi all’interno dell’apparato di sicurezza statunitense con garanzie molto più deboli rispetto agli standard UE, soprattutto per chi non è cittadino o residente permanente. In sintesi: finiscono nei database di DHS/CBP per controlli di sicurezza, possono essere incrociati con altre banche dati e condivisi con altre agenzie, con tutele limitate e margini ridotti di opposizione o cancellazione per gli stranieri.
I dati confluiscono principalmente nei sistemi informativi del Department of Homeland Security (DHS) e del Customs and Border Protection (CBP), che li utilizzano per controlli automatizzati e manuali su watchlist, database di intelligence, precedenti di immigrazione e sicurezza, e condivisione con altre agenzie federali (es. FBI, altre componenti di DHS) e, in determinati casi, con partner esteri, nell’ambito di accordi di cooperazione.
La conservazione può durare anni: storicamente, i record ESTA e PNR (dati di prenotazione) vengono trattenuti a lungo per analisi retrospettive, prevenzione terrorismo e investigazioni, con possibilità di riutilizzo a fini diversi da quelli “strettamente” dichiarati al momento della raccolta.
Libertà civili calpestate?
Sophia Cope, avvocato senior presso la Electronic Frontier Foundation, un famoso gruppo per i diritti digitali, ha dichiarato in un comunicato che “la divulgazione obbligatoria dei dati provenienti dai social media dei turisti e la sorveglianza rappresentano un serio danno per le libertà civili”.
Un sistema estremamente invasivo, ha commentato Cope, che non si dimostra a priori efficace nello scovare terroristi e criminali di ogni sorta, ma che colpisce chiaramente ogni diritto di esprimere le proprie idee (tramite i social), che pone un serio pregiudizio negativo verso ogni idea politica e viola palesemente la privacy dei viaggiatori, che in questa proposta sono considerati quasi dei pregiudicati e con loro tutti i familiari.
Il cambiamento proposto dall’Agenzia USA, in caso di via libera dopo i 60 giorni di consultazione pubblica, interesserebbe i visitatori ad oggi idonei al programma di esenzione dal visto (Visa waiver program), che consente ai cittadini di 42 paesi (Italia compresa) di viaggiare negli Stati Uniti per un massimo di 90 giorni senza visto, purché ottengano prima un’autorizzazione elettronica di viaggio.
L’industria del turismo USA sul piede di guerra
Ovviamente, se proprio non vogliamo considerare di massima rilevanza la tutela dei nostri dati personali e decidiamo di sottostimare l’escalation delle attività di controllo sulle persone, di sicuro c’è da valutare e a fondo l’impatto che questa misura potrebbe avere sull’industria turistica americana.
Il turismo in entrata negli Stati Uniti, noto come “travel exports”, ha generato una spesa record di 127 miliardi di dollari, da parte dei visitatori internazionali nei primi sei mesi del 2025. Per l’intero 2024 è stata stimata una spesa complessiva di 254 miliardi di dollari, con proiezioni iniziali per l’anno in corso riviste al ribasso a 169 miliardi a causa di fattori geopolitici e variabili economiche negative.
In molti si sono subito preoccupati negli Stati Uniti, gli operatori turistici locali hanno ben capito che questa operazione potrebbe avere effetti seri sugli affari. Secondo quanto riportato dal New York Times, “l’aumento della raccolta di dati da parte del Governo americano potrebbe comportare tempi di attesa più lunghi per i viaggiatori per ottenere l’autorizzazione a visitare gli Stati Uniti, oltre a una maggiore probabilità di essere segnalati per un esame più attento”.
La US Travel Association prevede che il 2025 di chiuderà con un calo degli arrivi di stranieri del 6,3% rispetto al 2024. Il mese scorso, l’amministrazione Trump aveva già aumentato il prezzo d’ingresso dei parchi nazionali per i turisti stranieri, per dare “la priorità agli americani”.
La proposta, inoltre, arriva mentre gli Stati Uniti si preparano ad accogliere, insieme a Canada e Messico, la Coppa del mondo di calcio del 2026, che dovrebbe attirare centinaia di migliaia di tifosi da tutto il mondo. Un’occasione ghiotta per gli operatori turistici americani. Che effetti avranno queste misure estreme sui flussi turistici alimentati dagli appassionati di calcio?
Ronan Evain, direttore esecutivo di Football Supporters Europe, ha dichiarato: “I piani annunciati dal governo degli Stati Uniti sono profondamente inaccettabili. La libertà di espressione e il diritto alla privacy sono diritti umani universali“. Aggiungendo che “questa politica introduce un’atmosfera agghiacciante di sorveglianza che contraddice direttamente lo spirito accogliente e aperto che la Coppa del Mondo dovrebbe incarnare e deve essere ritirata immediatamente“.