Digitale e disinformazione over 65, partito il progetto Seniors United against Misinformation

Il 28 e 29 ottobre si è svolto a Barcellona, presso l’HUB Social della Fundació Bofill, il kick-off meeting di SUM-Seniors United against Misinformation, un nuovo progetto europeo finanziato dal programma Erasmus+ e dedicato al rafforzamento delle competenze digitali degli over 65.

Il coordinatore è Mediawijs, centro delle Fiandre per i media e la digital literacy ospitato all’interno di IMEC, un importante centro europeo di ricerca su nanoelettronica, microchip e tecnologie digitali.

Questa collocazione permette di unire competenze pedagogiche e conoscenze tecniche avanzate, contribuendo alla solidità metodologica del progetto.

SUM nasce dalla consapevolezza che gli adulti più anziani rappresentano oggi un gruppo particolarmente esposto a disinformazione, truffe online e vulnerabilità digitali. Sviluppato in una prima fase nell’ambito del programma CERV, SUM aveva prodotto un toolkit, sperimentato anche in un pilota del progetto URBACT Digi-Inclusion.

L’obiettivo generale è garantire a questa fascia di popolazione gli strumenti per partecipare attivamente alla vita democratica e sociale, rafforzando pensiero critico, inclusione digitale e capacità di valutare l’informazione online.

La seconda fase di SUM, prevede tre obiettivi specifici:

  • costruire una rete europea intersettoriale per co-creare e aggiornare strumenti utilizzabili per combattere la disinformazione;
  • formare volontari senior attraverso programmi di Training of Trainers (ToT);
  • rafforzare le competenze DMIL (Digital, Media and Information Literacy) tramite cicli di laboratori peer-to-peer guidati dai volontari formati.

Durante il kick-off i partner hanno lavorato congiuntamente sul modello SUM originario, condividendo esperienze e buone pratiche e avviando il percorso di adattamento del modello, che sarà aggiornato in più lingue e testato in Belgio, Italia, Repubblica Ceca e Spagna.

Lepida partecipa al progetto portando la propria esperienza nella formazione digitale degli adulti, nella facilitazione di reti territoriali e nella gestione di iniziative di digital inclusion. Lepida supporterà in particolare l’organizzazione delle attività locali, collaborando con le associazioni e i volontari che lavorano con gli anziani.

A partire dal 2026 Lepida parteciperà anche all’attivazione dei laboratori peer-to-peer, con l’obiettivo di raggiungere almeno 150 partecipanti in Emilia-Romagna, sostenendo il modello di apprendimento basato sulla centralità dei volontari senior.

La combinazione di approccio peer-to-peer, volontariato attivo e collaborazione tra organizzazioni sociali e centri tecnologici rappresenta uno degli elementi più innovativi del progetto.

L’incontro di Barcellona ha dato avvio a un percorso che può contribuire a costruire comunità più informate e inclusive, valorizzando il ruolo degli anziani come risorsa fondamentale nella lotta alla disinformazione e nel rafforzamento della partecipazione civica.

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La Silicon Valley avvia la campagna per convincere Trump a regolamentare l’AI

Nel cuore di un acceso dibattito politico, alcuni dei principali leader tecnologici della Silicon Valley stanno cercando di influenzare l’ex presidente Donald Trump affinché limiti l’autonomia normativa degli stati americani in materia di AI.

In un incontro alla Casa Bianca, il CEO di Nvidia Jensen Huang ha avvertito che una frammentazione normativa a livello statale, come quella in California, rischia di compromettere la leadership tecnologica degli Stati Uniti.

Sostenuti da figure come David Sacks e Sriram Krishnan, entrambi strettamente legati all’ambiente tecnologico californiano, questi attori stanno spingendo per un ordine esecutivo federale che impedisca agli stati di legiferare in modo indipendente sull’AI.

Trump, rispondendo a queste pressioni, ha indicato l’intenzione di firmare a breve un ordine esecutivo che potrebbe centralizzare la regolamentazione dell’AI a livello federale.

Tale decisione sta creando fratture all’interno del Partito Repubblicano: mentre alcuni, come il governatore dell’Arkansas, sostengono l’iniziativa, altri — tra cui Ron DeSantis e Steve Bannon — si oppongono con forza, sostenendo che sottrarre agli stati la capacità di regolamentare minaccerebbe la protezione dei consumatori. Il provvedimento rischia di sfociare in un conflitto giuridico, poiché un ordine esecutivo non ha il potere legale di annullare leggi statali.

Inoltre, la Casa Bianca starebbe valutando strategie più aggressive, come il ritiro di fondi federali per gli stati che promulgano leggi sull’AI considerate restrittive.

Mentre la mossa potrebbe rappresentare un vantaggio per le imprese tecnologiche, resta incerto se questa centralizzazione normativa risulterà efficace o politicamente sostenibile in vista delle elezioni di medio termine del 2026.

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Instagram consentirà agli utenti di scegliere cosa visualizzare nei Reels

Instagram introduce una nuova funzione denominata ‘Your Algorithm’ che permetterà agli utenti di influenzare direttamente i contenuti mostrati nei Reels, il feed video curato dall’algoritmo della piattaforma. A partire da oggi, gli utenti statunitensi potranno accedere a una lista di interessi principali individuati recentemente dall’app, con la possibilità di modificare le preferenze per vedere più o meno contenuti relativi a determinati argomenti.

La funzione, in via di implementazione globale per gli utenti anglofoni, si avvale di AI generativa per sintetizzare i temi su cui l’utente si è soffermato, restituendo così un profilo dinamico dei gusti personali.

Questa novità si inserisce nel contesto di una crescente pressione normativa, in particolare da parte dell’Unione Europea, che ha criticato Meta per non offrire un’alternativa realmente libera all’uso dei dati personali per la pubblicità personalizzata.

Attualmente, in Europa, Instagram consente agli utenti di pagare un abbonamento per eliminare le pubblicità, ma tale modello è stato giudicato inadeguato secondo il Digital Markets Act. Si prevede quindi l’introduzione di un’opzione che permetta agli utenti europei di scegliere in modo più granulare quali dati fornire.

Nel frattempo, la battaglia per l’attenzione degli utenti under 30 si intensifica: secondo una ricerca del Pew Research Center del 2025, l’80% degli adulti sotto i 30 anni utilizza Instagram, contro il 63% che si affida a TikTok. Con la funzione ‘Your Algorithm’, Meta mira a rafforzare il coinvolgimento e la personalizzazione, puntando su una maggiore trasparenza e controllo per l’utente.

La personalizzazione, tuttavia, resta vincolata a un sistema ancora fortemente algoritmico, dove la libertà percepita potrebbe essere più illusoria che reale.

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Verso l’European Innovation Act: pubblicato il position paper

L’Europa prepara il terreno per una nuova, ambiziosa rivoluzione normativa capace di trasformare il proprio ecosistema dell’innovazione. Il Forum del Consiglio Europeo per l’Innovazione (EIC) ha, infatti, pubblicato il Position Paper and Wishlist for the European Innovation Act, un documento strategico che farà da bussola per l’ European Innovation Act, atteso nel 2026.

Un’Europa che vuole innovare di più e più velocemente

La Commissione Europea punta con decisione a migliorare le condizioni che permettono alle idee innovative di diventare prodotti, servizi e imprese competitive. Oggi, infatti, molte intuizioni nate nei laboratori europei faticano a trasformarsi in successi di mercato. La nuova legge, mira a colmare proprio questo divario, affrontando in particolare, tre nodi fondamentali:

  • le sfide e le difficoltà nella commercializzazione dei risultati della ricerca;
  • la necessità di una collaborazione più stretta tra industria e mondo accademico;
  • una migliore accessibilità a infrastrutture e appalti pubblici per startup e scaleup.

Dieci misure per un ecosistema più forte

Più nel dettaglio, il position paper dell’EIC Forum, che coinvolge rappresentanti degli Stati membri e dei Paesi associati, traduce mesi di discussioni e analisi in dieci priorità operative e una serie di raccomandazioni trasversali. Non un semplice elenco di desideri quindi, ma proposte legislative concrete, pensate per rendere il Mercato Unico più semplice, coerente e accogliente verso l’innovazione, senza però sacrificare la diversità dei sistemi nazionali.

Tra le idee chiave del Documento emergono:

1. Semplificazione, normazione favorevole all’innovazione ed efficienza del Mercato Unico

L’innovazione non può prosperare in un contesto eccessivamente burocratico. I membri dell’EIC Forum sottolineano che complessità amministrativa e tempi decisionali lunghi indeboliscono la competitività europea. La Legge dovrebbe quindi introdurre un test obbligatorio di proporzionalità e compatibilità con l’innovazione sostenibile per tutte le nuove normative UE, basandosi su strumenti orizzontali già esistenti, come la valutazione “do no significant harm”, e supportandosi su pratiche di previsione strategica.

La legge dovrebbe inoltre definire una definizione unica a livello UE di startup e scaleup, coerente con il 28° Regime e con il quadro sugli aiuti di Stato (in particolare i criteri GBER), ma sufficientemente flessibile da adattarsi ai contesti nazionali. Tale definizione dovrebbe essere certificabile e verificabile, per migliorare l’accesso a finanziamenti e supporto R&S e assicurare un trattamento uniforme nel Mercato Unico.

La semplificazione dovrebbe riguardare anche permessi e autorizzazioni nei settori ad alta intensità di innovazione, in particolare quelli legati alle tecnologie abilitanti. Una proposta emersa riguarda l’introduzione di percorsi autorizzativi accelerati e semplificati per favorire l’immissione sul mercato di prodotti innovativi e sostenibili.

La semplificazione è riconosciuta come una priorità trasversale che collega tutti gli altri punti e dovrebbe essere incorporata in ogni parte della Legge Europea sull’Innovazione.

Infine, per aumentare efficienza e prevedibilità dei finanziamenti pubblici, la Legge dovrebbe introdurre standard di servizio vincolanti e tempi massimi di valutazione per bandi R&I, definiti insieme a Stati membri, Paesi EEA/EFTA e Paesi Associati.

2. Regime societario UE (28° Regime)

Una proposta centrale riguarda l’introduzione di una forma societaria europea opzionale per startup e scaleup, completamente digitale, riconosciuta in tutto il Mercato Unico e con oneri amministrativi minimi, nel solco delle direttive sulla digitalizzazione del diritto societario. L’obiettivo è rendere la crescita transfrontaliera il più fluida possibile, standardizzando passaggi chiave come costituzione, emissione di quote e aggiornamento dei soci.

Alcuni membri propongono un approccio graduale, con una fase pilota; altri suggeriscono due status complementari:

  • una forma societaria europea semplificata per tutte le imprese;
  • uno status specifico per le giovani imprese innovative.

Molti sottolineano che il 28° Regime dovrebbe essere attuato tramite regolamento, non direttiva, per garantire piena armonizzazione.

3. Accesso al capitale e incentivi agli investimenti

Garantire l’accesso a capitali di rischio resta prioritario. I membri chiedono una migliore integrazione tra EIC Fund, Scale-Up Fund, strumenti nazionali, EIB/EIF, evitando distorsioni competitive per i Paesi Associati nei programmi FP10.

La Legge dovrebbe sostenere l’avanzamento della Capital Markets Union e della Savings & Investment Union, facilitando investimenti transfrontalieri e capitale paziente. Serve inoltre una modernizzazione degli strumenti finanziari attraverso template UE standardizzati per SAFEs, CLA e venture debt, riducendo incertezza e costi.

Un approccio armonizzato alla valutazione della proprietà intellettuale e alla sua contabilizzazione faciliterebbe l’uso dell’IP come collaterale, pur tenendo conto dei rischi legati alla possibile escussione da parte delle banche.

I limiti di supporto nei bandi Horizon Europe vanno aggiornati per riflettere i bisogni delle scaleup R&D–intensive, con maggiore flessibilità e intensità di finanziamento.

4. Appalti pubblici e privati orientati all’innovazione

Gli appalti pubblici sono uno strumento ancora sottoutilizzato. I membri sostengono una revisione delle direttive UE per privilegiare qualità e innovazione rispetto al prezzo più basso, e per ampliare l’uso di pre-commercial procurement e test preliminari.

Servono indicatori chiari e standard minimi per guidare le amministrazioni pubbliche, insieme a linee guida UE sulla gestione dell’IP negli appalti.

La Legge dovrebbe anche rafforzare i collegamenti tra imprese innovative e clienti privati, promuovendo, fra l’altro, l’attuazione della European Corporate Network Initiative.

Alcuni Paesi propongono l’introduzione di un principio di preferenza europea e di una definizione UE di “acquisto innovativo”, pur mantenendo compatibilità con la concorrenza internazionale.

Le opinioni divergono sull’introduzione di quote (5–10%) per appalti innovativi; molti raccomandano di abbinarle a misure di supporto come formazione, linee guida e meccanismi di condivisione del rischio.

5. Regulatory sandboxes e apprendimento regolatorio

C’è ampio consenso sulla necessità di un quadro giuridico orizzontale per i regulatory sandbox, con principi comuni per sperimentazione, trasparenza e mutuo riconoscimento tra gli Stati membri.

I sandbox devono essere semplici, accessibili, non burocratici e con procedure trasparenti. Devono inoltre favorire l’apprendimento normativo e trasferire evidenze ai decisori politici.

È essenziale evitare frammentazione e arbitraggio normativo. Le lezioni dell’AI Act – che ha introdotto requisiti minimi comuni – dovrebbero ispirare questo processo, senza aumentare la burocrazia.

Il quadro UE dovrebbe riconoscere gli schemi nazionali esistenti e incentivare l’uso sistematico di clausole di sperimentazione nella legislazione europea.

6. Aiuti di Stato e regola “Impresa in difficoltà” (UiD)

Una revisione del quadro sugli aiuti di Stato, in particolare del GBER, è ritenuta indispensabile. L’attuale definizione di UiD non rispecchia la realtà delle startup deep-tech e R&D–intensive, che operano spesso in perdita nei primi anni.

Molte forme di finanziamento ibride (quasi-equity, prestiti subordinati, convertibili) non sono considerate “capitali propri”, portando a classificazioni erronee.

I membri propongono di estendere da 3 a 7–10 anni il periodo in cui startup e scaleup possono beneficiare di esenzioni UiD, semplificare le procedure di notifica e consentire maggiore flessibilità nella combinazione degli strumenti di supporto.

7. Mobilità dei talenti e regimi di partecipazione azionaria

L’accesso ai talenti è una sfida cruciale. La Legge dovrebbe favorire un’armonizzazione dei piani di partecipazione azionaria dei dipendenti (ESOP), garantendo una tassazione equa al momento della liquidità.

Sono avanzate anche proposte per Startup & Digital Nomad Visa, l’estensione della Blue Card e criteri misurabili per l’ingresso di talenti extra-UE.

È inoltre essenziale semplificare gli obblighi fiscali e previdenziali per i team transfrontalieri.

8. Trasferimento di conoscenza, IP e commercializzazione della ricerca

Restare leader nella ricerca non basta: servono risultati sul mercato. Molti membri auspicano quadri più armonizzati su spin-off e licensing, e una professionalizzazione degli uffici di trasferimento tecnologico (TTO).

Indipendentemente dai sistemi nazionali – incluso il modello svedese della professor’s privilege – una maggiore convergenza di pratiche e modelli contrattuali sarebbe benefica.

Si propone inoltre di:

  • semplificare la registrazione IP,
  • adottare i Certificati Supplementari di Protezione Unitari,
  • creare un quadro comune per l’IP universitaria,
  • introdurre voucher per test e dimostrazioni.

Una rete europea dei TTO rafforzerebbe competenze e capacità, insieme alla promozione dell’imprenditorialità negli atenei.

9. Accesso alle infrastrutture di ricerca e tecnologiche

L’accesso equo e transnazionale alle infrastrutture è fondamentale. La Legge dovrebbe favorire portali unificati, regole armonizzate, termini commerciali chiari e condizioni di accesso trasparenti per startup e PMI.

Si raccomanda anche una migliore allocazione delle risorse europee verso infrastrutture critiche, evitando duplicazioni.

10. Coordinamento delle politiche

La mancanza di coordinamento tra politiche nazionali ed europee emerge come un problema trasversale.

Molti membri propongono un meccanismo strutturato di coordinamento tra Commissione e Stati membri, con mandate chiaro e stabilità nel tempo. Altri chiedono cautela e una definizione condivisa di obiettivi, governance e ruolo.

L’EIC Forum può svolgere un ruolo centrale come piattaforma di dialogo, benchmarking e apprendimento reciproco, purché dotato di risorse adeguate e senza aggiungere complessità inutile.

Le prossime tappe

Il position paper dell’EIC Forum rappresenta un ulteriore passo verso un obiettivo ambizioso, che ora la Commissione potrà tradurre in una proposta legislativa capace di mettere l’innovazione al centro del prossimo capitolo europeo.

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Meta punta sull’AI, spesa tagliata del 30% nel Metaverso

Meta taglia i fondi al Metaverso e scommette tutto sull’AI

Meta Platforms sta ufficialmente ridimensionando l’ambizioso progetto del Metaverso. Dopo anni di investimenti faraonici e perdite operative record, l’azienda di Mark Zuckerberg sta per voltare pagina, spostando drasticamente il proprio focus e le proprie risorse finanziarie verso l’intelligenza artificiale (AI). Quella che era stata presentata come la “prossima piattaforma di computing” e il “nord magnetico” dell’azienda si sta trasformando in una voce di R&D con budget ridotto, mentre l’AI si prende la scena come priorità assoluta.

Come si legge nel documento finanziario appena pubblicato e relativo ai risultati del terzo trimestre 2025: “Abbiamo l’opportunità di creare nuove esperienze e servizi basati sull’intelligenza artificiale che trasformeranno il modo in cui le persone interagiscono con i nostri prodotti in futuro. Prevediamo che gli investimenti che stiamo effettuando nelle nostre campagne pubblicitarie e nelle iniziative di coinvolgimento organico il prossimo anno ci consentiranno di continuare a registrare una forte crescita del fatturato nel 2026, mentre i nostri progressi nei modelli e nei prodotti di intelligenza artificiale ci consentiranno di capitalizzare su nuove opportunità di fatturato negli anni a venire”.

La scure dei tagli sul Metaverso

Secondo quanto riportato da diverse fonti stampa, Meta starebbe valutando un taglio potenziale delle risorse per il gruppo Metaverso che potrebbe arrivare fino al 30% nel 2026. Sebbene i piani non siano ancora definitivi, questa mossa riflette un drastico cambio di rotta.

Le sforbiciate colpirebbero in particolare il prodotto di mondi virtuali Meta Horizon Worlds e l’unità Quest virtual reality, che rappresenta la maggior parte della spesa legata al Metaverso. La ragione principale? La mancanza di trazione e di concorrenza attesa nel settore. Zuckerberg ha chiesto in generale ai dirigenti di Meta di cercare tagli del 10% in tutte le divisioni per il ciclo di bilancio 2026, ma il gruppo Metaverso è stato invitato a fare tagli più profondi.

Le conseguenze potrebbero manifestarsi rapidamente, con possibili licenziamenti già a partire da gennaio. Un portavoce di Meta ha confermato il riorientamento degli investimenti: “All’interno del nostro portafoglio complessivo di Reality Labs, stiamo spostando parte dei nostri investimenti dal Metaverso verso gli occhiali AI e i dispositivi indossabili, dato il momento favorevole in quel settore”.

I numeri imbarazzanti di Reality Labs

Gli investitori hanno a lungo criticato gli sprechi della divisione Reality Labs – il braccio di Meta che sviluppa cuffie Quest, Horizon Worlds e gli occhiali Ray-Ban Meta – che ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari di perdite operative dall’inizio del 2021.

  • 2021: Perdite annuali di 10.2 miliardi di dollari.
  • 2022: Perdite annuali di 13.7 miliardi di dollari.
  • 2023: Perdite annuali di 16.1 miliardi di dollari.
  • 2024: Perdite annuali stimate di 17.7 miliardi di dollari.

Nell’ultimo trimestre analizzato, Reality Labs ha registrato una perdita di ben 4.4 miliardi di dollari a fronte di entrate per soli 470 milioni di dollari.

Il contrasto con le app core di Meta è lampante: Facebook, Instagram e WhatsApp continuano a generare profitti consistenti attraverso la vendita di annunci pubblicitari, fungendo da “miniere di contanti” per l’azienda. È evidente che il P&L (Conto Economico) di Meta è stato reso “spettacolarmente sbilanciato” dal progetto Metaverso. Il problema di fondo? Come riassunto nell’articolo, sembra che “a nessuno piacesse” l’idea di lavorare, fare shopping o socializzare come “torsoli fluttuanti” in ambienti virtuali poco convincenti.

L’AI è la nuova Stella Polare di Zuckerberg

Il “vecchio racconto” del Metaverso come nuova realtà onnicomprensiva sta svanendo dai deck per gli investitori. la narrazione che lo sta sostituendo è molto più “2025”: AI, AI, e ancora AI.

Zuckerberg ha trascorso l’ultimo anno a ridefinire Meta come una “società AI-first“. Il piano prevede ingenti investimenti in infrastrutture e sviluppo:

  • spese in conto capitale 2025: L’azienda prevede di spendere 70–72 miliardi di dollari per data center, chip personalizzati e lo sviluppo della famiglia di modelli Llama.
  • infrastruttura AI: Meta ha lanciato un “Superintelligence Lab” e ha investito 14.3 miliardi di dollari in Scale AI per una partecipazione del 49%, una mossa che rientra nella roadmap AI a lungo termine.

Riguardo allo spostamento di risorse verso le infrastrutture strategiche per Meta, sempre nel documento finanziario è scritto: “Un requisito fondamentale per concretizzare queste opportunità è la capacità infrastrutturale. Mentre iniziavamo a pianificare per il prossimo anno, è diventato chiaro che le nostre esigenze di elaborazione hanno continuato ad aumentare in modo significativo, anche rispetto alle aspettative del trimestre scorso. Stiamo ancora lavorando ai nostri piani di capacità per il prossimo anno, ma prevediamo di investire in modo aggressivo per soddisfare queste esigenze, sia costruendo la nostra infrastruttura sia stipulando contratti con fornitori di cloud terzi. Prevediamo che ciò eserciterà un’ulteriore pressione al rialzo sulle nostre spese in conto capitale e sui piani di spesa per il prossimo anno”.

Mentre il Metaverso presentava un “problema di economia per unità” dovuto a headset ingombranti e contenuti scarsi, l’infrastruttura AI offre partnership (con nomi come Nvidia, AMD), clienti (inserzionisti, sviluppatori) e modelli di entrate che Wall Street accoglie con favore. L’AI, in sostanza, è entrata nella stessa sala riunioni con un pitch più pulito e un modello di ricavo che non richiede agli utenti di abbandonare il mondo reale per Horizon Worlds.

L’hardware resiste, ma con un nuovo scopo

È cruciale notare che Meta non sta abbandonando l’hardware in toto. Le cuffie Quest e gli occhiali Ray-Ban Meta continueranno a esistere. Tuttavia, anche questi prodotti vengono ridefiniti in chiave AI.
ufficialmente, “la prevista riduzione del fatturato di Reality Labs è dovuta al fatto che abbiamo anticipato l’introduzione di Quest 3S nel quarto trimestre dello scorso anno, nonché all’acquisto di visori Quest da parte dei partner commerciali nel terzo trimestre di quest’anno per prepararsi alle festività natalizie, che sono stati registrati come fatturato nel terzo trimestre”.

Gli occhiali Ray-Ban, che continuano a vendere bene, vengono sempre più inquadrati come hardware AI prima che come esperimenti di moda AR. La visione è quella di farli diventare il punto di accesso ideale per la “superintelligenza personale” di Meta. La recente assunzione dell’ex dirigente di design di Apple, Alan Dye, per guidare uno studio creativo in Reality Labs, sottolinea l’impegno nel continuare a sviluppare hardware di consumo, anche se il branding del Metaverso scompare.

In conclusione, sebbene il Metaverso non sia stato “ucciso” solo dall’AI – avendo faticato a trovare una raison d’être per conto suo – l’AI ha fornito a Meta una via d’uscita più promettente e finanziariamente sana. Il “villaggio fantasma” del Metaverso rimane sulla mappa, ma è l’infrastruttura che alimenta feed e chatbot a ricevere tutti i nuovi investimenti.

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Bonus elettrodomestici: sì riaprono le liste, spazio agli esclusi. Chi ci rientra

Riapre la finestra per il bonus elettrodomestici

Una buona notizia per i cittadini in attesa: a 15 giorni dall’emissione dei primi voucher per il bonus elettrodomestici, è iniziato lo scorrimento delle liste. Le risorse non utilizzate, derivanti dai voucher emessi e non spesi entro il termine di 15 giorni, sono tornate disponibili e verranno ora assegnate in ordine cronologico a chi era rimasto in lista d’attesa.

Questo significa che molti utenti che avevano presentato domanda, ma non avevano ricevuto subito il voucher a causa dell’esaurimento iniziale dei fondi, riceveranno in questi giorni la comunicazione di avvenuta assegnazione.

Cosa succede adesso con le liste di attesa

L’ondata di domande iniziale è stata eccezionale: quasi un milione di richieste presentate. Questo ha portato rapidamente all’esaurimento delle risorse disponibili (48,1 milioni di euro per il 2025).

Come previsto, i fondi sono stati ricalcolati in seguito alla scadenza dei primi voucher. Chi si trovava in lista d’attesa può ora ricevere il proprio buono residuo. La comunicazione arriverà tramite messaggio sull’app IO o tramite e-mail, a seconda del canale utilizzato per la domanda.

È comunque possibile controllare lo stato della tua domanda in qualsiasi momento sull’app IO o sul sito dedicato bonuselettrodomestici.it.

Occhio alla lista dei prodotti ammessi al bonus elettrodomestici

È fondamentale sottolineare un punto critico che, purtroppo, sembra essere la causa principale dei voucher non utilizzati: il bonus è valido solo per una lista ben precisa di grandi elettrodomestici ad alta efficienza energetica.

Molti cittadini si sono recati nei negozi convinti di poter acquistare piccoli elettrodomestici, come un ferro da stiro, un aspirapolvere o un robot da cucina, ma hanno scoperto che questi prodotti non sono ammessi al contributo.

Il bonus è destinato esclusivamente a categorie di grandi elettrodomestici come: lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi, forni o piani cottura.

L’obiettivo è incentivare la sostituzione di elettrodomestici obsoleti con modelli di classe energetica superiore per promuovere il risparmio energetico. Per evitare brutte sorprese e la perdita del contributo, è essenziale consultare l’elenco degli elettrodomestici ammessi e quello dei negozi aderenti sul sito ufficiale bonuselettrodomestici.it.

Come funziona il bonus, quanto vale e chi può presentare domanda

Il contributo elettrodomestici è un aiuto economico per l’acquisto di un solo elettrodomestico ad alta efficienza per famiglia anagrafica, coprendo fino al 30% del costo d’acquisto.

Il massimale varia in base all’ISEE:

  • 100 euro per nucleo familiare.
  • 200 euro per nucleo familiare con ISEE inferiore a 25.000 euro annui.

Possono beneficiare del contributo le persone fisiche, maggiorenni, residenti in Italia.

Come si richiede?

Anche se le risorse attuali derivano dallo scorrimento, è ancora possibile presentare domanda per essere inseriti in lista d’attesa, nell’eventualità di ulteriori scorrimenti futuri.

Le domande vengono gestite in ordine cronologico. Per accedere, è necessario utilizzare l’app IO o il sito web bonuselettrodomestici.it, effettuando l’accesso con SPID o CIE.

Durante la procedura, è necessario dichiarare di possedere un elettrodomestico obsoleto da sostituire con un nuovo modello della stessa categoria e di classe energetica superiore.
Bisognerà inoltre dichiarare le informazioni relative al proprio ISEE 2025 in corso di validità.

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Diritto d’autore e AI, perché Mediaset trascina Perplexity in tribunale

Mediaset contro Perplexity: AI addestrata su contenuti audiovisivi e cinematografici senza licenza

È un’iniziativa storica, la prima nel suo genere in Italia, che accende i riflettori sul complesso rapporto tra intelligenza artificiale (AI) generativa e diritto d’autore. Le società del Gruppo MFE-Mediaset, Reti Televisive Italiane (Rti) e Medusa Film, hanno avviato un’azione legale presso il Tribunale Civile di Roma contro Perplexity AI, colosso americano dell’AI. L’accusa è grave: aver utilizzato “senza permesso e su larga scala numerosi contenuti audiovisivi e cinematografici di loro proprietà” per addestrare i propri sistemi di intelligenza artificiale.

L’azione legale si fonda sulla presunta violazione dei diritti d’autore e di altri diritti connessi. Secondo Mediaset, l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale di Perplexity avrebbe avuto luogo attingendo al loro vasto catalogo di opere protette senza la necessaria licenza o autorizzazione.

Come sottolinea in un post social Giovanni Cocconi dell’Ufficio Studi dell’Agcom, si tratta di una “prima iniziativa legale in Italia che contesta violazioni del diritto d’autore legate all’uso dell’intelligenza artificiale”. L’esperto evidenzia che le due società del gruppo MFE – MediaForEurope chiedono al Tribunale di Roma “di riconoscere l’illiceità della condotta, bloccare qualsiasi ulteriore utilizzo non autorizzato dei loro contenuti e condannare Perplexity AI al risarcimento dei danni“.

È stata inoltre richiesta l’applicazione di “una penale giornaliera in caso di eventuali violazioni future“.

Mediaset porta la prova dell’addestramento

A sostegno delle proprie ragioni, Rti e Medusa Film portano in giudizio prove che sembrerebbero inchiodare la società statunitense. Come riportato da Andrea Biondi su Il Sole 24 Ore, dalle perizie di esperti informatici “emergerebbe che l’AI, interrogata sui programmi e i film ‘studiati’, indica vari titoli del catalogo Mediaset e precisa che le informazioni su quei contenuti sono state apprese durante la fase di addestramento, conclusa prima del rilascio al pubblico”.

Ancora più grave, “nel ricorso si segnala che ‘rispondendo su alcune pellicole Mediaset, Perplexity rimanda a siti di streaming pirata‘“. Questi elementi rafforzano la tesi di un utilizzo massivo e non autorizzato di opere protette.

Il Diritto d’autore di fronte all’AI, con li ‘Text and Data Mining’

Il nodo centrale di questa disputa, e di molte altre simili a livello internazionale, risiede nel concetto di Text and Data Mining (TDM). Le intelligenze artificiali generative, per funzionare, si basano sull’analisi di enormi quantità di dati e contenuti (“corpus di addestramento“). Il problema sorge quando questo “corpus” include opere protette da copyright.

A partire dall’autunno del 2023 e per diversi mesi successivi, le reti Mediaset (Canale5, Italia1 e Rete4), hanno mandato in sovrimpressione un messaggio in rapido scorrimento che recitava: “È severamente vietato ogni utilizzo delle immagini trasmesse atto all’addestramento di sistemi di AI. generativa così come l’utilizzo di mezzi automatizzati di data scraping”.

In linea generale, il diritto d’autore conferisce all’autore o al titolare il diritto esclusivo di utilizzare la propria opera in qualsiasi forma e modo, compresa la riproduzione. Per quanto riguarda il TDM, la normativa europea e italiana (che recepisce la Direttiva Copyright) ha introdotto due specifiche eccezioni:

  1. TDM per scopi di ricerca scientifica: consentito agli organismi di ricerca e istituti culturali senza necessità di autorizzazione.
  2. TDM per altri scopi (inclusi quelli commerciali): consentito, a meno che il titolare dei diritti non abbia espressamente riservato l’uso delle proprie opere (il cosiddetto diritto di opt-out), cioè abbia espresso manifesto dissenso.

La falla della direttiva Ue

Il punto cruciale è stabilire se l’utilizzo di milioni di contenuti per l’addestramento rientri o meno nel perimetro di queste eccezioni e, soprattutto, se il titolare abbia esercitato efficacemente il suo diritto di opt-out. Nel caso di Mediaset vs. Perplexity, la contestazione si concentra sull’uso commerciale e sulla presunta mancanza di licenza o di un valido opt-out da parte di Perplexity.

Tutto nasce da una falla nell’articolo 4 della direttiva europea 70 del 2019, appunto la direttiva copyright (recepita in Italia dal decreto legislativo 177 del 2021). Mediaset dovrà ora dimostrare di aver espresso in maniera chiara il suo dissenso al TDM in quanto titolare dei diritti.

La Commissione si muove per colmare la lacuna, con una consultazione tra le parti interessate

La Commissione europea ha avviato una consultazione con le parti interessate per sostenere l’attuazione dell’obbligo dell’AI Act che richiede ai fornitori di modelli AI a scopo generale di identificare e rispettare le riserve di diritti espresse dai titolari.
C’è tempo fino al 9 gennaio 2026.

La sezione Copyright del General-Purpose AI (GPAI) Code of Practice offre un percorso per dimostrare la conformità a tale obbligo, con un impegno dei firmatari a rispettare protocolli machine-readable, inclusi robots.txt e le sue versioni IETF.

Per facilitare l’attuazione, la Commissione ha avviato un processo, con il supporto dell’EUIPO, per identificare e concordare protocolli di opt-out considerati all’avanguardia, implementabili e ampiamente adottati dai titolari in diversi settori culturali e creativi (Misura 1.3 della sezione Copyright).

La consultazione invita titolari di diritti, fornitori GPAI, società civile e altri attori a esprimere opinioni sulla fattibilità tecnica di varie soluzioni di opt-out per Text and Data Mining (TDM) identificate nello studio EUIPO.

I partecipanti interessati possono anche segnalare il loro interesse per workshop successivi volti a discutere e raggiungere un accordo sui protocolli da rispettare nel contesto dell’AI Act, con invito automatico ai firmatari del Codice GPAI.

Al termine, la Commissione pubblicherà una lista di soluzioni opt-out machine-readable generalmente condivise, aggiornata almeno ogni due anni.

Il 9 dicembre 2025 si terrà una sessione informativa online dedicata ai soggetti interessati per presentare scopi, struttura e soluzioni tecniche identificate nel processo.

Un precedente in Italia

L’esito di questo procedimento giudiziario sarà fondamentale, poiché, come afferma Cocconi, l’iniziativa si inserisce in un quadro internazionale dove “le cause di questo tipo ormai non si contano più” (e Perplexity negli Stati Uniti ne ha già affrontate diverse) e ha l’obiettivo di “definire un perimetro chiaro sull’uso delle opere audiovisive nell’ambito dell’addestramento dei modelli generativi“.

In un contesto normativo in evoluzione, con l’approvazione in Italia di una Legge Quadro sull’Intelligenza Artificiale che tocca anche la materia del diritto d’autore (ad esempio, imponendo maggiore trasparenza sull’uso dei contenuti per l’addestramento, Art. 70-septies L. 633/1941, come modificato da Legge 132/2025), la richiesta di Rti e Medusa rappresenta un forte monito: internet non è un “negozio self-service” e anche i gestori dell’AI generativa sono tenuti a rispettare il copyright.

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Data Center, cancellata la norma per favorire i ‘palazzinari’ tecnologici. Le 4 novità

Chi vorrà costruire nuovi data center in Italia non potrà fare qualsiasi cosa in barba alle regole, per via di una “deroga alle norme e agli strumenti urbanistici”. Fortunatamente per il territorio del nostro Paese, la deroga è stata cancellata e sostituita con “semplificazione della normativa urbanistica”. Questa è una delle principali novità contenute negli emendamenti approvati in Commissione Trasporti, Poste e TLC con cui cambia – radicalmente – la legge delega al Governo per normare i data center. 

Per migliorare il testo, chiedendone di cancellare alcune storture e le discriminazioni, Key4Biz nella prima settimana di agosto scorso ha iniziato una campaign con una serie di interviste a partire dal relatore del testo Vincenzo Amich (FDI), poi con i primi firmatari delle altre proposte di legge poi confluite nel testo unico, come Antonino Iaria (M5S) e Giulia Pastorella (Azione), passando poi con Andrea Casu (PD) “Non costruire la scorciatoia per qualcuno” fino ai rappresentanti di AIIP, in primis con il suo presidente Giuliano Peritore “La norma favorisce le Big Tech e dà il colpo di grazia all’ecosistema italiano dell’innovazione” e poi con Antonio Baldassara “La norma un escamotage per favorire i ‘palazzinari’ tecnologici”.

A 4 mesi dalla pubblicazione dei nostri articoli, possiamo dire che i frutti sono stati raccolti.

Data Center, le 4 novità:

  1. Non più “deroga alle norme e agli strumenti urbanistici, ma “semplificazione della normativa urbanistica”.
  2. i data center esistenti non vengono più esclusi dall’ambito di applicazione della legge. Inizialmente, erano stati tagliati fuori. Una follia.
  3. Per cui, se nei decreti attuativi dovesse essere istituito un beneficio questo dovrà essere anche a favore dei data center esistenti, ossia a chi ha già investito in Italia per realizzare i data center.
  4. Sul codice ATECO è stata effettuata una correzione di forma. Prima era esclusivo per la “costruzione e indirettamente potenziamento” ora è esplicito che riguarda anche “ampliamento o gestione”.

I rischi scongiurati

Con questa nuova versione, il testo della legge delega al Governo ora ci sembra davvero migliorato e pronto per raggiungere il suo scopo iniziale: “offrire finalmente”, come ci aveva spiegato l’onorevole Pastorella, “una risposta concreta ai numerosi amministratori locali che, in assenza di iter autorizzativi chiari e uniformi, si sono trovati in seria difficoltà nel gestire le richieste di insediamento di data center nei propri territori. Molti sindaci e assessori si sono rivolti al Legislatore per avere un riferimento normativo certo, e spero che questa legge venga presto approvata per garantire loro una cornice regolatoria chiara e coerente”.

“In assenza di un quadro normativo chiaro”, aveva raccontato a Key4Biz la deputata di Azione, “il rischio è quello di perpetuare l’attuale concentrazione di data center nell’area del Milanese, a scapito di altre zone del Paese – in particolare del Sud – che presentano grandi potenzialità, soprattutto grazie alla disponibilità di energia, anche rinnovabile. Una distribuzione più equa, favorita dalla proposta di legge, rappresenterebbe un’opportunità di sviluppo che non possiamo permetterci di perdere”.

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Editori e Tivù, appello al Governo contro squilibrio pro Big Tech

FIEG, AIE e Confindustria Radio Televisioni in un appello diffuso alla stampa denunciano ancora una volta lo squilibrio creato dalle grandi piattaforme digitali globali, accusate da parte degli editori di sfruttare i contenuti originali creati dai giornalisti senza riconoscere adeguatamente i diritti d’autore e di trattenere la maggior parte dei ricavi pubblicitari grazie all’uso di algoritmi opachi.

Una situazione che mette in forse la sostenibilità economica dell’editoria e mette a rischio pluralismo, cultura e democrazia. L’indebolimento delle imprese editoriali, avvertono le associazioni, non è soltanto un problema economico ma anche un pericolo sistemico per la collettività, con il rischio di desertificazione culturale e riduzione della diversità di opinioni. Con il pericolo ulteriore di fake news e disinformazione galoppante.

Un appello contro lo strapotere delle Big Tech che pochi mesi fa era stato avanzato anche da Marina Berlusconi.

Chiesto intervento urgente

Da qui l’appello al Governo e al Parlamento perché intervengano con urgenza con politiche e normative capaci di riequilibrare il mercato, proteggere i diritti d’autore e garantire un futuro all’informazione libera e indipendente. Il problema della mancanza di un level play field è più che mai sentita nell’industria editoriale tradizionale, come dimostra il recente botta e risposta fra il Sottosegretario all’Informazione e l’Editoria Alberto Barachini e Diego Ciulli, Head of Government di Google ad un convegno sull’AI organizzato la scorsa settimana da AdnKronos. Posizioni diametralmente opposte e di fatto inconciliabili, con Barachini che difende l’originalità del lavoro giornalistico soprattutto in ambito di stampa locale, e Ciulli che al contrario attribuisce ad AI Mode il merito della diffusione e della circolazione dei link di articoli giornalistici che altrimenti non verrebbero letti.

Un tema, quello del copyright, molto sentito soprattutto in relazione al ruolo dell’AI ed oggetto centrale del dibattito che si è tenuto a Eurovisioni ospitato dall’Ambasciata di Francia e organizzato fra gli altri da Agcom.

L’appello degli editori al Governo

Gli editori, garanti del diritto all’informazione e del pluralismo, sono i responsabili della produzione e della diffusione della conoscenza, della cultura e del dibattito civile, valori costituzionalmente garantiti.

Il loro ruolo, oggi, è minato dall’operato delle grandi aziende digitali globali (Big Tech) che hanno alterato profondamente le dinamiche del mercato e i principi base della sana concorrenza.

Contenuti informativi sfruttati

Le Big Tech, infatti, aggregano e sfruttano economicamente i contenuti informativi e creativi prodotti dagli editori senza riconoscere – se non molto marginalmente – i diritti d’autore. Offrono servizi digitali a titolo gratuito in diretta competizione con le fonti originali, ricevendo in cambio dati personali che sfruttano per trattenere la gran parte dei ricavi pubblicitari, indebolendo così la sostenibilità finanziaria di chi si fa carico dei costi della produzione originale. Inoltre, utilizzano algoritmi non trasparenti, che pongono gli editori in una posizione di dipendenza, limitandone la capacità di raggiungere direttamente i cittadini e compromettendo, di fatto, il principio di libertà di impresa nel settore.

Big Tech vogliono l’immunità

Allo stesso tempo, le Big Tech reclamano ampia immunità su quanto avviene nelle loro piattaforme, presentando il furto dell’ingegno altrui, le false notizie e il mascheramento delle fonti come “libertà di espressione”, dimenticando che questa deve sì essere sempre difesa, ma non sfuggendo alle proprie specifiche responsabilità.

Gli editori, al contrario, rispondono legalmente di quanto pubblicano.

Un mercato così fortemente squilibrato non può mai essere equo.

L’indebolimento degli editori non è solo un problema economico, ma un rischio sistemico per la collettività. Un’editoria nazionale fragile si traduce in una ridotta capacità di investire e di innovare, con una progressiva desertificazione culturale e un deterioramento del controllo democratico. Il dominio delle piattaforme tende a standardizzare l’offerta, marginalizzando le voci editoriali minori e riducendo la diversità culturale e di opinioni, essenziale per una società matura.

Rischi per la sovranità culturale?

Affidare la selezione, la distribuzione e la monetizzazione dei contenuti primari a soggetti extra-nazionali rende il Paese più vulnerabile alla disinformazione e meno autonomo nel definire le proprie priorità culturali e informative.

La pervasività del digitale e degli ambiti di azione delle Big Tech richiede un approccio complessivo alle politiche del settore, lavorando in modo coordinato sulla protezione dei diritti d’autore, gli incentivi all’innovazione nel settore, altre misure di sostegno, le politiche della concorrenza, quelle fiscali, la fase applicativa dei regolamenti europei sui servizi e sui mercati digitali (DSA e DMA) e sull’intelligenza artificiale (AI Act).

Questa emergenza deve essere compresa e risolta immediatamente. Invitiamo il Governo e il Parlamento a delineare con urgenza politiche e normative per riequilibrare il mercato e garantire un futuro al valore economico, sociale e culturale dell’impresa editoriale italiana, presidio insostituibile della nostra democrazia e della libertà di informazione.

Leggi anche: Audiovisivo e copyright alla prova dell’AI, Viola (DG Connect Ue): ‘Più vantaggi che svantaggi’

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AI Gigafactory, Deutsche Telekom verso la candidatura in Germania. E in Italia?

Deutsche Telekom, insieme con Schwartz Group (il retailer multinazionale a conduzione familiare che gestisce negozi di alimentari fra cui i marchi Lidl e Kaufland) sarebbe sul punto di proporre alla Commissione Ue un’offerta congiunta per realizzare un’AI Gigafactory che contribuirebbe alla sovranità digitale tedesca. Lo scrive il quotidiano Handelsblatt.

Il piano d’azione della Ue

Ad aprile di quest’anno, la Commissione Europea ha presentato il suo Piano d’Azione per l’AI Continent, che prevede lo sviluppo di cinque gigafactory di AI su larga scala che beneficeranno di 20 miliardi di euro di finanziamenti europei attraverso il programma InvestAI della Commissione, oltre a investimenti privati.

Mentre in Germania le cose vanno avanti, in Italia tutto tace almeno dal punto di vista ufficiale.

Se in un primo tempo era emersa la possibile candidatura di Genova, con Leonardo e IIT potenziali player per una Gigafactory AI del Mediterraneo in concorrenza con Marsiglia e Barcellona, adesso le cose sembrano cambiate. E’ probabile che Genova non sarà della partita.  

E in Italia?

Non c’è nulla di ufficiale, ma secondo alcune indiscrezioni rilanciate da Fortune ENI e Leonardo sarebbero invece entrambi coinvolti nella candidatura italiana, che potrebbe annoverare anche la presenza di FiberCop. La candidatura italiana sarebbe “diffusa” sul territorio, con una presenza in Lombardia con ENI ma anche nel Sud Italia e in particolare a Grottaglie in Puglia, grazie a Leonardo.

Vedremo.

Quel che è certo è che il ministro del Mimit Adolfo Urso ci crede e ci punta anche molto.

Asse Polonia – Paesi baltici

Nel frattempo, secondo una dichiarazione del Ministero polacco per la Digitalizzazione, la Baltic AI Gigafactory – un’iniziativa congiunta di Polonia e Stati baltici – e la Repubblica Ceca stanno iniziando a lavorare per combinare i loro progetti presentati alla Commissione Europea a giugno per il progetto AI Gigafactory nell’ambito dell’iniziativa europea EuroHPC. Si prevede che questa cooperazione rafforzerà la posizione della regione nell’attrarre il sostegno dell’UE, sviluppando al contempo tecnologie di intelligenza artificiale avanzate e consolidando la sovranità digitale dell’Europa.

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“AI settore sopravvalutato, prudenza”, nuovo avvertimento della Banca d’Inghilterra

La Banca d’Inghilterra avverte: “Mercato AI sopravvalutato, si leggono gli stessi segnali della bolla dot-com”

La corsa all’intelligenza artificiale (AI) sta riscrivendo l’economia globale, ma anche ripronendo rischi finanziari a noi già noti. È ciò che emerge con forza dall’ultimo Financial Stability Report della Banca d’Inghilterra (BoE), che invita gli investitori a guardare oltre l’entusiasmo del mercato e a riconoscere le fragilità che si stanno accumulando sotto la superficie.

Secondo la BoE, “il mix di valutazioni elevate, aspettative di crescita quasi perfette e un crescente ricorso all’indebitamento” riporta alla memoria dinamiche osservate alla vigilia dello scoppio della bolla delle dot-com nel 2000. Oggi il settore non è lo stesso di allora, ma alcuni meccanismi finanziari mostrano sorprendenti analogie.

Valutazioni tirate: il mercato prezza l’AI come se nulla potesse andare storto

La banca centrale britannica dedica particolare attenzione alle valutazioni delle aziende legate all’AI. Il grafico incluso nel report – che rappresenta i titoli dell’S&P 500 per prezzo e rapporto prezzo/utili attesi – mostra chiaramente come molte società tecnologiche si trovino su multipli decisamente più alti rispetto al resto del mercato.

In sostanza, il mercato sta pagando oggi utili che forse arriveranno domani. Forse.

La BoE sottolinea infatti che il premio al rischio azionario negli Stati Uniti è vicino ai livelli più bassi dai tempi della bolla Internet, mentre anche i premi calcolati sugli utili attesi a tre anni sono ai minimi da due decenni.

Significa che gli investitori stanno accettando rendimenti potenziali molto bassi, pur di esporsi sull’AI, come se la crescita futura fosse garantita. Una dinamica pericolosa, perché basta una revisione degli utili per far scattare correzioni anche molto rapide.

La nuova variabile e un boom del debito per costruire l’AI del futuro

Se la bolla Internet si era nutrita soprattutto di equity, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale ha un’altra caratteristica: vive anche (e sempre più) di debito.

Le stime citate dalla BoE parlano chiaro: nei prossimi cinque anni l’infrastruttura globale dell’AI – data center, chip specializzati, reti energetiche – potrebbe richiedere oltre 5.000 miliardi di dollari di investimenti. E circa la metà verrebbe finanziata non tramite ricavi, ma attraverso emissioni obbligazionarie.

Un esempio è Oracle, protagonista di un forte aumento del debito per sostenere la costruzione dei propri data center dedicati all’AI: il costo della sua assicurazione contro il default (CDS) è triplicato dall’estate, pur in un contesto in cui i CDS del resto del mercato investment grade sono rimasti fermi.

Per la BoE, questo è un segnale da non ignorare: se il mercato del credito inizia a distinguere tra “vincitori” e “ritardatari” dell’AI, il repricing può diventare molto rapido.

Un rischio sistemico: equity e credito ora viaggiano agganciati

La grande interconnessione tra azioni, obbligazioni e derivati creditizi del settore tecnologico crea un potenziale effetto domino, secondo la BoE.

Se le valutazioni azionarie dovessero scendere, molte aziende diventerebbero più vulnerabili anche sul fronte del debito, proprio mentre stanno investendo somme colossali e difficilmente rinviabili.

La Banca d’Inghilterra avverte che:

  • una correzione sui titoli AI potrebbe estendersi al credito corporate,
  • gli spread obbligazionari sono “pericolosamente compressi”,
  • fondi, ETF e banche potrebbero trovarsi esposti allo stesso shock su più fronti contemporaneamente.

Una situazione che amplifica i rischi e può innescare movimenti pro-ciclici difficili da controllare.

Cosa potrebbe succedere, gli scenari possibili

La Banca d’Inghilterra non parla di un imminente scoppio della bolla dell’IA, ma disegna alcuni scenari che il mercato non può permettersi di ignorare:

1. Correzione dei multipli

Basta una revisione anche modesta delle aspettative di crescita per far scendere i multipli di molte società AI, soprattutto quelle meno redditizie e più indebitate.

2. Allargamento improvviso degli spread

Il credito legato all’IA potrebbe subire un repricing improvviso, con effetti a catena su tutto il mercato corporate globale.

3. Pressione su fondi, ETF e banche

Una correzione simultanea su equity e obbligazioni potrebbe costringere gli intermediari a vendere per rispettare requisiti di rischio, amplificando le tensioni.

4. Rallentamento degli investimenti nell’IA

Se il costo del capitale sale, molte infrastrutture oggi considerate indispensabili potrebbero essere rinviate o ridimensionate, con ripercussioni sull’intero ecosistema tecnologico.

Il messaggio finale della Banca centrale inglese è avanti con l’AI, ma con prudenza

La banca centrale riconosce il potenziale enorme dell’intelligenza artificiale per la crescita economica di lungo periodo, ma avverte che la finanza sta correndo più veloce della tecnologia stessa.

Il punto non è mettere in discussione l’AI, ma ricordare che i mercati stanno prezzando scenari troppo ottimistici, il debito del settore sta crescendo in modo significativo, un eventuale shock potrebbe generare una correzione disordinata, con ricadute sui mercati globali.

È un messaggio che riecheggia quello formulato più di vent’anni fa alla vigilia della bolla dot-com: l’innovazione può essere rivoluzionaria, ma questo non giustifica valutazioni illimitate né una sottovalutazione del rischio.

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