Data Center, cancellata la norma per favorire i ‘palazzinari’ tecnologici. Le 4 novità

Chi vorrà costruire nuovi data center in Italia non potrà fare qualsiasi cosa in barba alle regole, per via di una “deroga alle norme e agli strumenti urbanistici”. Fortunatamente per il territorio del nostro Paese, la deroga è stata cancellata e sostituita con “semplificazione della normativa urbanistica”. Questa è una delle principali novità contenute negli emendamenti approvati in Commissione Trasporti, Poste e TLC con cui cambia – radicalmente – la legge delega al Governo per normare i data center. 

Per migliorare il testo, chiedendone di cancellare alcune storture e le discriminazioni, Key4Biz nella prima settimana di agosto scorso ha iniziato una campaign con una serie di interviste a partire dal relatore del testo Vincenzo Amich (FDI), poi con i primi firmatari delle altre proposte di legge poi confluite nel testo unico, come Antonino Iaria (M5S) e Giulia Pastorella (Azione), passando poi con Andrea Casu (PD) “Non costruire la scorciatoia per qualcuno” fino ai rappresentanti di AIIP, in primis con il suo presidente Giuliano Peritore “La norma favorisce le Big Tech e dà il colpo di grazia all’ecosistema italiano dell’innovazione” e poi con Antonio Baldassara “La norma un escamotage per favorire i ‘palazzinari’ tecnologici”.

A 4 mesi dalla pubblicazione dei nostri articoli, possiamo dire che i frutti sono stati raccolti.

Data Center, le 4 novità:

  1. Non più “deroga alle norme e agli strumenti urbanistici, ma “semplificazione della normativa urbanistica”.
  2. i data center esistenti non vengono più esclusi dall’ambito di applicazione della legge. Inizialmente, erano stati tagliati fuori. Una follia.
  3. Per cui, se nei decreti attuativi dovesse essere istituito un beneficio questo dovrà essere anche a favore dei data center esistenti, ossia a chi ha già investito in Italia per realizzare i data center.
  4. Sul codice ATECO è stata effettuata una correzione di forma. Prima era esclusivo per la “costruzione e indirettamente potenziamento” ora è esplicito che riguarda anche “ampliamento o gestione”.

I rischi scongiurati

Con questa nuova versione, il testo della legge delega al Governo ora ci sembra davvero migliorato e pronto per raggiungere il suo scopo iniziale: “offrire finalmente”, come ci aveva spiegato l’onorevole Pastorella, “una risposta concreta ai numerosi amministratori locali che, in assenza di iter autorizzativi chiari e uniformi, si sono trovati in seria difficoltà nel gestire le richieste di insediamento di data center nei propri territori. Molti sindaci e assessori si sono rivolti al Legislatore per avere un riferimento normativo certo, e spero che questa legge venga presto approvata per garantire loro una cornice regolatoria chiara e coerente”.

“In assenza di un quadro normativo chiaro”, aveva raccontato a Key4Biz la deputata di Azione, “il rischio è quello di perpetuare l’attuale concentrazione di data center nell’area del Milanese, a scapito di altre zone del Paese – in particolare del Sud – che presentano grandi potenzialità, soprattutto grazie alla disponibilità di energia, anche rinnovabile. Una distribuzione più equa, favorita dalla proposta di legge, rappresenterebbe un’opportunità di sviluppo che non possiamo permetterci di perdere”.

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Editori e Tivù, appello al Governo contro squilibrio pro Big Tech

FIEG, AIE e Confindustria Radio Televisioni in un appello diffuso alla stampa denunciano ancora una volta lo squilibrio creato dalle grandi piattaforme digitali globali, accusate da parte degli editori di sfruttare i contenuti originali creati dai giornalisti senza riconoscere adeguatamente i diritti d’autore e di trattenere la maggior parte dei ricavi pubblicitari grazie all’uso di algoritmi opachi.

Una situazione che mette in forse la sostenibilità economica dell’editoria e mette a rischio pluralismo, cultura e democrazia. L’indebolimento delle imprese editoriali, avvertono le associazioni, non è soltanto un problema economico ma anche un pericolo sistemico per la collettività, con il rischio di desertificazione culturale e riduzione della diversità di opinioni. Con il pericolo ulteriore di fake news e disinformazione galoppante.

Un appello contro lo strapotere delle Big Tech che pochi mesi fa era stato avanzato anche da Marina Berlusconi.

Chiesto intervento urgente

Da qui l’appello al Governo e al Parlamento perché intervengano con urgenza con politiche e normative capaci di riequilibrare il mercato, proteggere i diritti d’autore e garantire un futuro all’informazione libera e indipendente. Il problema della mancanza di un level play field è più che mai sentita nell’industria editoriale tradizionale, come dimostra il recente botta e risposta fra il Sottosegretario all’Informazione e l’Editoria Alberto Barachini e Diego Ciulli, Head of Government di Google ad un convegno sull’AI organizzato la scorsa settimana da AdnKronos. Posizioni diametralmente opposte e di fatto inconciliabili, con Barachini che difende l’originalità del lavoro giornalistico soprattutto in ambito di stampa locale, e Ciulli che al contrario attribuisce ad AI Mode il merito della diffusione e della circolazione dei link di articoli giornalistici che altrimenti non verrebbero letti.

Un tema, quello del copyright, molto sentito soprattutto in relazione al ruolo dell’AI ed oggetto centrale del dibattito che si è tenuto a Eurovisioni ospitato dall’Ambasciata di Francia e organizzato fra gli altri da Agcom.

L’appello degli editori al Governo

Gli editori, garanti del diritto all’informazione e del pluralismo, sono i responsabili della produzione e della diffusione della conoscenza, della cultura e del dibattito civile, valori costituzionalmente garantiti.

Il loro ruolo, oggi, è minato dall’operato delle grandi aziende digitali globali (Big Tech) che hanno alterato profondamente le dinamiche del mercato e i principi base della sana concorrenza.

Contenuti informativi sfruttati

Le Big Tech, infatti, aggregano e sfruttano economicamente i contenuti informativi e creativi prodotti dagli editori senza riconoscere – se non molto marginalmente – i diritti d’autore. Offrono servizi digitali a titolo gratuito in diretta competizione con le fonti originali, ricevendo in cambio dati personali che sfruttano per trattenere la gran parte dei ricavi pubblicitari, indebolendo così la sostenibilità finanziaria di chi si fa carico dei costi della produzione originale. Inoltre, utilizzano algoritmi non trasparenti, che pongono gli editori in una posizione di dipendenza, limitandone la capacità di raggiungere direttamente i cittadini e compromettendo, di fatto, il principio di libertà di impresa nel settore.

Big Tech vogliono l’immunità

Allo stesso tempo, le Big Tech reclamano ampia immunità su quanto avviene nelle loro piattaforme, presentando il furto dell’ingegno altrui, le false notizie e il mascheramento delle fonti come “libertà di espressione”, dimenticando che questa deve sì essere sempre difesa, ma non sfuggendo alle proprie specifiche responsabilità.

Gli editori, al contrario, rispondono legalmente di quanto pubblicano.

Un mercato così fortemente squilibrato non può mai essere equo.

L’indebolimento degli editori non è solo un problema economico, ma un rischio sistemico per la collettività. Un’editoria nazionale fragile si traduce in una ridotta capacità di investire e di innovare, con una progressiva desertificazione culturale e un deterioramento del controllo democratico. Il dominio delle piattaforme tende a standardizzare l’offerta, marginalizzando le voci editoriali minori e riducendo la diversità culturale e di opinioni, essenziale per una società matura.

Rischi per la sovranità culturale?

Affidare la selezione, la distribuzione e la monetizzazione dei contenuti primari a soggetti extra-nazionali rende il Paese più vulnerabile alla disinformazione e meno autonomo nel definire le proprie priorità culturali e informative.

La pervasività del digitale e degli ambiti di azione delle Big Tech richiede un approccio complessivo alle politiche del settore, lavorando in modo coordinato sulla protezione dei diritti d’autore, gli incentivi all’innovazione nel settore, altre misure di sostegno, le politiche della concorrenza, quelle fiscali, la fase applicativa dei regolamenti europei sui servizi e sui mercati digitali (DSA e DMA) e sull’intelligenza artificiale (AI Act).

Questa emergenza deve essere compresa e risolta immediatamente. Invitiamo il Governo e il Parlamento a delineare con urgenza politiche e normative per riequilibrare il mercato e garantire un futuro al valore economico, sociale e culturale dell’impresa editoriale italiana, presidio insostituibile della nostra democrazia e della libertà di informazione.

Leggi anche: Audiovisivo e copyright alla prova dell’AI, Viola (DG Connect Ue): ‘Più vantaggi che svantaggi’

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AI Gigafactory, Deutsche Telekom verso la candidatura in Germania. E in Italia?

Deutsche Telekom, insieme con Schwartz Group (il retailer multinazionale a conduzione familiare che gestisce negozi di alimentari fra cui i marchi Lidl e Kaufland) sarebbe sul punto di proporre alla Commissione Ue un’offerta congiunta per realizzare un’AI Gigafactory che contribuirebbe alla sovranità digitale tedesca. Lo scrive il quotidiano Handelsblatt.

Il piano d’azione della Ue

Ad aprile di quest’anno, la Commissione Europea ha presentato il suo Piano d’Azione per l’AI Continent, che prevede lo sviluppo di cinque gigafactory di AI su larga scala che beneficeranno di 20 miliardi di euro di finanziamenti europei attraverso il programma InvestAI della Commissione, oltre a investimenti privati.

Mentre in Germania le cose vanno avanti, in Italia tutto tace almeno dal punto di vista ufficiale.

Se in un primo tempo era emersa la possibile candidatura di Genova, con Leonardo e IIT potenziali player per una Gigafactory AI del Mediterraneo in concorrenza con Marsiglia e Barcellona, adesso le cose sembrano cambiate. E’ probabile che Genova non sarà della partita.  

E in Italia?

Non c’è nulla di ufficiale, ma secondo alcune indiscrezioni rilanciate da Fortune ENI e Leonardo sarebbero invece entrambi coinvolti nella candidatura italiana, che potrebbe annoverare anche la presenza di FiberCop. La candidatura italiana sarebbe “diffusa” sul territorio, con una presenza in Lombardia con ENI ma anche nel Sud Italia e in particolare a Grottaglie in Puglia, grazie a Leonardo.

Vedremo.

Quel che è certo è che il ministro del Mimit Adolfo Urso ci crede e ci punta anche molto.

Asse Polonia – Paesi baltici

Nel frattempo, secondo una dichiarazione del Ministero polacco per la Digitalizzazione, la Baltic AI Gigafactory – un’iniziativa congiunta di Polonia e Stati baltici – e la Repubblica Ceca stanno iniziando a lavorare per combinare i loro progetti presentati alla Commissione Europea a giugno per il progetto AI Gigafactory nell’ambito dell’iniziativa europea EuroHPC. Si prevede che questa cooperazione rafforzerà la posizione della regione nell’attrarre il sostegno dell’UE, sviluppando al contempo tecnologie di intelligenza artificiale avanzate e consolidando la sovranità digitale dell’Europa.

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“AI settore sopravvalutato, prudenza”, nuovo avvertimento della Banca d’Inghilterra

La Banca d’Inghilterra avverte: “Mercato AI sopravvalutato, si leggono gli stessi segnali della bolla dot-com”

La corsa all’intelligenza artificiale (AI) sta riscrivendo l’economia globale, ma anche ripronendo rischi finanziari a noi già noti. È ciò che emerge con forza dall’ultimo Financial Stability Report della Banca d’Inghilterra (BoE), che invita gli investitori a guardare oltre l’entusiasmo del mercato e a riconoscere le fragilità che si stanno accumulando sotto la superficie.

Secondo la BoE, “il mix di valutazioni elevate, aspettative di crescita quasi perfette e un crescente ricorso all’indebitamento” riporta alla memoria dinamiche osservate alla vigilia dello scoppio della bolla delle dot-com nel 2000. Oggi il settore non è lo stesso di allora, ma alcuni meccanismi finanziari mostrano sorprendenti analogie.

Valutazioni tirate: il mercato prezza l’AI come se nulla potesse andare storto

La banca centrale britannica dedica particolare attenzione alle valutazioni delle aziende legate all’AI. Il grafico incluso nel report – che rappresenta i titoli dell’S&P 500 per prezzo e rapporto prezzo/utili attesi – mostra chiaramente come molte società tecnologiche si trovino su multipli decisamente più alti rispetto al resto del mercato.

In sostanza, il mercato sta pagando oggi utili che forse arriveranno domani. Forse.

La BoE sottolinea infatti che il premio al rischio azionario negli Stati Uniti è vicino ai livelli più bassi dai tempi della bolla Internet, mentre anche i premi calcolati sugli utili attesi a tre anni sono ai minimi da due decenni.

Significa che gli investitori stanno accettando rendimenti potenziali molto bassi, pur di esporsi sull’AI, come se la crescita futura fosse garantita. Una dinamica pericolosa, perché basta una revisione degli utili per far scattare correzioni anche molto rapide.

La nuova variabile e un boom del debito per costruire l’AI del futuro

Se la bolla Internet si era nutrita soprattutto di equity, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale ha un’altra caratteristica: vive anche (e sempre più) di debito.

Le stime citate dalla BoE parlano chiaro: nei prossimi cinque anni l’infrastruttura globale dell’AI – data center, chip specializzati, reti energetiche – potrebbe richiedere oltre 5.000 miliardi di dollari di investimenti. E circa la metà verrebbe finanziata non tramite ricavi, ma attraverso emissioni obbligazionarie.

Un esempio è Oracle, protagonista di un forte aumento del debito per sostenere la costruzione dei propri data center dedicati all’AI: il costo della sua assicurazione contro il default (CDS) è triplicato dall’estate, pur in un contesto in cui i CDS del resto del mercato investment grade sono rimasti fermi.

Per la BoE, questo è un segnale da non ignorare: se il mercato del credito inizia a distinguere tra “vincitori” e “ritardatari” dell’AI, il repricing può diventare molto rapido.

Un rischio sistemico: equity e credito ora viaggiano agganciati

La grande interconnessione tra azioni, obbligazioni e derivati creditizi del settore tecnologico crea un potenziale effetto domino, secondo la BoE.

Se le valutazioni azionarie dovessero scendere, molte aziende diventerebbero più vulnerabili anche sul fronte del debito, proprio mentre stanno investendo somme colossali e difficilmente rinviabili.

La Banca d’Inghilterra avverte che:

  • una correzione sui titoli AI potrebbe estendersi al credito corporate,
  • gli spread obbligazionari sono “pericolosamente compressi”,
  • fondi, ETF e banche potrebbero trovarsi esposti allo stesso shock su più fronti contemporaneamente.

Una situazione che amplifica i rischi e può innescare movimenti pro-ciclici difficili da controllare.

Cosa potrebbe succedere, gli scenari possibili

La Banca d’Inghilterra non parla di un imminente scoppio della bolla dell’IA, ma disegna alcuni scenari che il mercato non può permettersi di ignorare:

1. Correzione dei multipli

Basta una revisione anche modesta delle aspettative di crescita per far scendere i multipli di molte società AI, soprattutto quelle meno redditizie e più indebitate.

2. Allargamento improvviso degli spread

Il credito legato all’IA potrebbe subire un repricing improvviso, con effetti a catena su tutto il mercato corporate globale.

3. Pressione su fondi, ETF e banche

Una correzione simultanea su equity e obbligazioni potrebbe costringere gli intermediari a vendere per rispettare requisiti di rischio, amplificando le tensioni.

4. Rallentamento degli investimenti nell’IA

Se il costo del capitale sale, molte infrastrutture oggi considerate indispensabili potrebbero essere rinviate o ridimensionate, con ripercussioni sull’intero ecosistema tecnologico.

Il messaggio finale della Banca centrale inglese è avanti con l’AI, ma con prudenza

La banca centrale riconosce il potenziale enorme dell’intelligenza artificiale per la crescita economica di lungo periodo, ma avverte che la finanza sta correndo più veloce della tecnologia stessa.

Il punto non è mettere in discussione l’AI, ma ricordare che i mercati stanno prezzando scenari troppo ottimistici, il debito del settore sta crescendo in modo significativo, un eventuale shock potrebbe generare una correzione disordinata, con ricadute sui mercati globali.

È un messaggio che riecheggia quello formulato più di vent’anni fa alla vigilia della bolla dot-com: l’innovazione può essere rivoluzionaria, ma questo non giustifica valutazioni illimitate né una sottovalutazione del rischio.

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Manovra: arriva il Numero Verde “Digitale Facile” per guidare i cittadini nel mondo dei servizi pubblici online

Un aiuto concreto per chi ancora fatica con il digitale. È questo l’obiettivo del nuovo emendamento alla Manovra di Bilancio presentato dal senatore Claudio Lotito, che propone l’istituzione sperimentale del Numero Verde “Digitale Facile”.

Numero verde dedicato all’utilizzo delle piattaforme

Il servizio che dovrebbe passare con la nuova Legge di Bilancio, è pensato per fornire informazioni, orientamento e assistenza su strumenti e piattaforme della Pubblica Amministrazione, come SPID, CIE, PagoPA, app IO e servizi di welfare digitale. Più nel dettaglio, gli operatori potranno guidare gli utenti anche tramite appuntamenti telefonici o videochiamate, rendendo l’accesso ai servizi pubblici più semplice e inclusivo.

La gestione del Numero Verde, si legge nel testo presentato in Parlamento, sarà affidata a Invitalia, in collaborazione con il Dipartimento per la Trasformazione Digitale e le Regioni, con standard uniformi su tutto il territorio nazionale e percorsi di formazione dedicati agli operatori.

Un finanziamento da 8 milioni di euro

In breve, “Digitale Facile” punta a trasformare l’accesso ai servizi pubblici in un’esperienza semplice, guidata e alla portata di tutti, promuovendo inclusione digitale e autonomia dei cittadini. In particolare, per finalizzare al meglio l’obiettivo, il servizio prevede un finanziamento di 8 milioni di euro per il 2026, destinati a promuovere l’inclusione digitale e migliorare le competenze dei cittadini, riducendo al contempo alcune misure a sostegno dei call center tradizionali.

Decreto direttoriale entro 90 giorni

Dopo l’approvazione della Manovra, con un decreto direttoriale, entro 90 giorni, saranno definiti gli indicatori di risultato, la qualità del servizio e il monitoraggio dell’impatto sociale, per assicurare trasparenza e possibilità di evoluzione del progetto.

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Avevamo la Luna

Se due indizi fanno una prova, tre richiami fanno una bocciatura.
Mario Draghi, già presidente della Banca Centrale Europea e simbolo della solidarietà tra le diverse condizioni dei Paesi membri con il celebre “Whatever it takes”, per la terza volta – l’ultima proprio l’altro giorno al Politecnico di Milano – ha richiamato con forza i vertici dell’Unione Europea a svegliarsi sul fronte dell’intelligenza artificiale.
Il suo monito è chiaro: mentre Stati Uniti e Cina corrono, producendo conoscenza e tecnologia, l’Europa continua a dormire.

In particolare, osserva Draghi, dobbiamo convincere i giovani che anche in Europa si possa fare innovazione, con regole flessibili e adeguate, capaci di adattarsi a un contesto in cui gli algoritmi cambiano più volte nell’arco della stessa giornata.
Serve una politica industriale, non il generico ritornello del “più mercato”: Stati Uniti e Cina vincono proprio grazie a una strategia di sistema — anzi, sarebbe più corretto dire, grazie a una strategia dello Stato.

Qualche anno fa Mariana Mazzucato, con il suo libro Lo Stato Innovatore, ci spiegò quale ruolo avesse avuto nello sviluppo della Silicon Valley lo stato americano concertando investimenti nella ricerca di base, organizzando una domanda di tecnologie avanzate, e ottimizzando la relazione fra ricerca, università e aziende.

Sono questioni che Draghi conosce bene e che da tempo prova a indicare ai vertici europei. Non bisogna rassegnarsi al dominio dei monopoli, avverte, ma occorre superare i limiti dell’attuale mercato con una pressione congiunta di Istituzioni e società: solo così si potranno ridurre le distanze, attenuare l’impatto — che rischia di essere devastante — dell’intelligenza artificiale sul lavoro, e costruire un modello continentale di creatività industriale.
Ma perché, allora, tutto questo ancora non esiste in Europa?

Sarebbe interessante recuperare memoria e ricostruire l’origine di questo buco nero che sta zavorrando lo sviluppo del vecchio continente.

Dovremmo tornare agli anni 50, quando proprio in Europa, accanto alla IBM americana sorgevano grandi realtà informatiche come la Bull francese e la Olivetti Italiana, che aveva in incubazione il progetto del primo personal computer, la mitica Programma 101.

Poi, con i primi successi sovietici nello spazio — lo Sputnik nel 1957 e, soprattutto, il sensazionale volo di Gagarin nel 1961 — arrivò la risposta americana. Nel maggio di quello stesso anno, Kennedy pronunciò un celebre discorso in cui chiamava a una mobilitazione dell’intero Occidente per superare l’URSS nella corsa alla Luna (si veda Avevamo la Luna, M. Mezza, Donzelli).

In breve tempo tutto il comparto tecnologico occidentale si allineò alla nascente NASA. Nel 1964 l’Olivetti, quattro anni dopo la morte di Adriano, fu costretta a cedere la propria divisione informatica alla General Electric, nell’indifferenza generale.
I democristiani erano concentrati sul piano per la casa nel Mezzogiorno; i comunisti consideravano le ambizioni politiche del gruppo di Ivrea come un potenziale concorrente; i socialisti, con Antonio Giolitti, tentarono di nazionalizzare quel patrimonio industriale, ma furono bloccati dal capo della Fiat, Vittorio Valletta.

Fu lui, tramite il suo consulente Bruno Visentini — che, in un caso esemplare di conflitto d’interessi, era al tempo stesso avvocato della Fiat e presidente dell’IRI in quota repubblicana — a recapitare al governo un messaggio che non lasciava spazio a repliche: “L’informatica non è per noi.”

Da quel momento, le ambizioni tecnologiche italiane vennero progressivamente smantellate. Si trovò il modo di neutralizzare il CNEN, l’ente che aveva realizzato la prima centrale elettronucleare d’Europa, attraverso una pretestuosa campagna anticorruzione contro il suo presidente, Felice Ippolito: un’operazione orchestrata — udite udite — dai socialdemocratici vicini all’allora capo dello Stato, Saragat, per accuse tanto fragili quanto grottesche, tra cui un rimborso indebito e un taxi preso a Cortina.

Anche l’Agenzia Spaziale guidata dal comandante Luigi Broglio — l’unica in Europa ad aver già messo in orbita quattro satelliti — venne improvvisamente chiusa.

Così, pochi anni dopo, venne smantellato anche il primo laboratorio di genetica applicata del professor Buzzati-Traverso; e, infine, fu bloccata — tra contorsioni e rivalità dei cacicchi politici dell’epoca — l’espansione dell’industria della plastica, che avevamo contribuito a inventare grazie al Nobel di Giulio Natta nel 1963.

Insomma, davvero avevamo la Luna, come Italia e come Europa. E in pochi anni, nel silenzio generale di quei giganti politici che oggi rimpiangiamo — da Fanfani a Moro, da Togliatti ad Amendola, da Nenni a La Malfa — tutti scelsero di voltarsi dall’altra parte.

Non meglio andava in Francia, con un De Gaulle che proprio non capiva queste frontiere scientifiche o in Germania, alle prese con i problemi della convivenza con il blocco sovietico. Nascevano imprese innovative, ma gli Stati non sostenevano una strategia che non poteva basarsi solo sul mercato. Anzi, le politiche industriali concorsero a fare terra bruciata incentivando con grandi risorse investimenti americani che usavano i capitali europei per acquisire e chiudere le aziende competitive.

In un notissimo saggio dell’epoca, La sfida americana, il direttore del settimanale francese L’Express, J.-J. Servan-Schreiber, scriveva che “gli europei pagavano gli americani perché loro ci comprassero”, denunciando la desertificazione della nascente industria informatica — numérique, in francese.

Da questo cratere senza vita si arriva alle convulsioni del passaggio di secolo. Anche qui emerge uno “Sputnik” che spinge gli Stati Uniti a militarizzare l’intero comparto tecnologico occidentale: l’11 settembre 2001.

Lo racconta con disarmante sincerità Peter Thiel nel suo saggio del 2004, Il momento straussiano, in cui definisce la nuova missione della Silicon Valley: il combattimento ideologico.

La libertà, scrive il fondatore di PayPal e di Palantir — l’azienda leader nelle tecnologie predittive a uso militare — è innanzitutto sicurezza, e la sicurezza è garantita dalla tecnologia, che deve poter orientare anche la politica, senza escludere, se necessario, la leva della forza.

È questa la matrice di un complesso tecnologico che si è mosso con coerenza lungo il crinale della confisca dei dati, per assicurare agli apparati militari statunitensi una visione completa e preventiva di ciò che accade — e sta per accadere — nel mondo.

Non a caso i vertici delle principali aziende tecnologiche — Google, Facebook, Microsoft, Amazon, Apple — non solo si precipitarono alla cerimonia di insediamento del presidente Trump, ma alcuni di loro arrivarono persino a giurare come ufficiali delle forze armate a stelle e strisce.

Della Cina non parliamo per l’evidenza dei fatti: il capo della commissione di programmazione digitale è direttamente il presidente della repubblica cinese, nonché segretario generale del partito comunista Ji Xi Ping.

Farsi largo in questa compagnia non è affatto semplice, né indolore. Bisogna rischiare, e accettare di farsi anche male, suggerisce Draghi: occorre mettere in campo gli ultimi scampoli di ambizione, autonomia e indipendenza che ancora possediamo, e — ed è questo il passaggio più difficile — concertare una strategia europea capace di individuare modelli e spazi di sviluppo non imitativi.

Già Adriano Olivetti, fin dagli inizi della sua avventura informatica nella prima metà degli anni ’50, intuiva la posta in gioco: “l’informatica è un fenomeno che decentra sul singolo individuo una potenza di calcolo capace di modellare comportamenti e decisioni”.

Questa è la chiave per una politica industriale plurale, dotata di un suo motore interno: semplificare l’accesso alle fasi di addestramento e personalizzazione dei sistemi, che saranno sempre più orientati ai singoli utenti.

La politica e le istituzioni devono creare il contesto per questa fase, definendo — come insiste Draghi — un quadro legislativo flessibile, anzi liquido, in grado di agganciare rapidamente le frontiere dell’innovazione, adattando principi e valori all’evoluzione dei sistemi. E devono sostenere un lavoro “artigiano” di applicazione creativa che indirizzi la straordinaria potenza di calcolo già disponibile in Europa — e in particolare in Italia — verso i nostri grandi giacimenti di linguaggi storici: testi, opere artistiche, reperti archeologici. Sono materiali preziosi per trasferire senso alle macchine.

Come diceva un grande manager americano dell’informatica, “in ogni produzione industriale arriva il momento in cui la potenza di massa deve trasformarsi in eleganza individuale — ed è lì che arrivano gli europei, guidati dagli italiani”.

Whatever it takes.

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Guerra Ucraina–Russia: l’Europa diventa zona rossa

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Ecco quali sono le aree più instabili del mondo secondo l’Inform Annual Report

Negli ultimi giorni il dibattito internazionale si è riacceso attorno all’ipotesi di un nuovo piano di pace per porre fine alla guerra tra Ucraina e Russia, rilanciato dall’amministrazione Trump. Ma mentre sul piano politico si moltiplicano ipotesi e dichiarazioni, i numeri dell’Inform Annual Report 2024, il rapporto elaborato dall’Unione Europea attraverso il suo sistema di analisi dei rischi umanitari, tracciano un quadro molto più concreto: il conflitto resta uno dei principali fattori di instabilità in tutta la regione europea.

L’effetto domino della guerra in Ucraina

L’indice che misura la gravità attuale delle crisi – una scala da 0 a 5 che registra quanto una popolazione sia già esposta a violenze, sfollamenti e carenze nei servizi essenziali – assegna all’Ucraina un valore di 4,3, tra i più alti al mondo. La Russia, colpita soprattutto dal movimento interno di sfollati, si ferma a 2,7, ma l’effetto domino supera da tempo i confini dei due Paesi. Le nazioni vicine mostrano infatti livelli di pressione crescenti: 2,2 per la Polonia, 1,6 per la Moldova, 1,7 per la Romania, 1,6 per la Slovacchia e 1,2 per l’Ungheria. È la dimostrazione numerica di come la guerra abbia ridisegnato l’asse orientale dell’Europa, spostando fragilità e vulnerabilità anche in contesti non direttamente coinvolti nei combattimenti.

A questi dati si affianca un secondo indicatore, anch’esso rilevato dal report, che non misura la crisi così com’è oggi, ma la sua probabilità di peggiorare: il rischio strutturale. Qui la scala cambia – va da 0 a 10 – e fotografa la combinazione tra instabilità politica, capacità dello Stato di rispondere all’emergenza e vulnerabilità della popolazione. Anche su questo fronte, i numeri non sono incoraggianti: l’Ucraina raggiunge un indice di 5,1, mentre la Russia arriva a 4,4, valori che collocano entrambi i Paesi in fascia alta.

L’Africa è l’area del mondo più martoriata

Chi pensa che le grandi emergenze globali nascano solo da terremoti o alluvioni si sbaglia: oggi il fattore più determinante è l’uomo. Oltre il 70% delle crisi registrate dal 2020 dipende da guerra, violenza o instabilità politica, e nei Paesi coinvolti in un conflitto il rischio umanitario è quasi doppio rispetto al resto del mondo. A pesare non sono solo i combattimenti, ma il contesto in cui avvengono: economie fragili, istituzioni deboli e comunità vulnerabili – sfollati, rifugiati, gruppi senza protezione – che hanno minori strumenti per reagire. È l’intreccio tra instabilità e fragilità strutturale a spingere molte aree oltre la soglia d’emergenza, trasformando le guerre in un moltiplicatore che amplifica ogni altra vulnerabilità, dai servizi sanitari che collassano all’accesso ridotto a cibo e acqua.

Negli ultimi dieci anni il rischio medio globale non è diminuito, ma ha fatto l’esatto opposto: è salito, spinto da un mix sempre più stretto tra conflitti, povertà crescente e fragilità politica. La geografia del rischio è cambiata, ma non in meglio. L’area più colpita resta l’Africa, dove instabilità croniche, governi deboli e violenze armate alimentano crisi che si rinnovano continuamente. Ma a sorprendere è l’andamento delle Americhe, che registrano l’aumento più recente e più netto, trainato dall’espansione delle violenze e dai nuovi flussi di sfollati interni. Anche l’Europa mostra una tendenza in crescita: dopo il 2022, l’invasione russa dell’Ucraina ha spinto l’indice verso l’alto, riportando il continente all’interno delle aree in cui il rischio non è più un’ipotesi teorica, ma un dato misurabile.

Nella parte più alta dell’Inform Risk Index si concentrano i Paesi che affrontano le crisi umanitarie più gravi e persistenti. Come si vede anche dal grafico, in testa c’è la Repubblica Centrafricana, che con un punteggio di 8,7 registra il livello di rischio più alto al mondo. A seguire compaiono la Somalia e il Sud Sudan, entrambe ferme a 8,5, mentre l’Afghanistan raggiunge 8,1. Subito dopo si collocano il Ciad con 7,8 e la Repubblica Democratica del Congo con 7,7. Chiudono la top ten tre crisi ormai strutturali: lo Yemen (7,5), il Sudan (7,3) e Haiti (7,2), seguiti dal Myanmar con 7,1.

Appena sotto questa soglia si trovano però Paesi che restano nella fascia di rischio molto alto. Il Burkina Faso e l’Etiopia si attestano entrambi su 7,0, confermando la pressione crescente sul Sahel e sul Corno d’Africa. Subito dopo c’è un gruppo di Stati comunque critici: l’Iraq, il Mozambico e la Papua Nuova Guinea con 6,7; Kenya, Niger e Nigeria con 6,6; e infine il Pakistan, che raggiunge 6,1. È una distribuzione che mostra con chiarezza come i livelli più alti di instabilità si concentrino soprattutto tra Africa, Medio Oriente e Asia, dove conflitti, fragilità politica e vulnerabilità socioeconomica si sommano e alimentano crisi sempre più difficili da contenere.

L’Inform Risk Index è un ranking internazionale con una scala da 0 a 10. Misura il rischio di crisi umanitarie combinando tre elementi: l’esposizione a conflitti o disastri, la vulnerabilità socio-economica della popolazione e la capacità dello Stato di reagire. Un punteggio alto indica una maggiore probabilità di una crisi intensa e duratura. Superare la soglia del 7 significa entrare nella categoria “molto alto”, dove guerre attive, istituzioni fragili e povertà elevata si sommano e generano instabilità. I dati mostrano un punto chiave: l’area più instabile del mondo non è l’Europa, ma un gruppo di Paesi africani, mediorientali e asiatici che da anni occupano la parte più alta della scala.

Ecco dove la violenza raggiunge i livelli più alti

L’Inform Severity Index, come già detto, è una scala da 0 a 5 che misura quanto è grave, in questo momento, una crisi umanitaria. Quando un Paese supera quota 4, significa che è alle prese con un livello di violenza, instabilità e sofferenza civile già nella fascia più alta possibile. In pratica: sono i fronti di guerra – o di violenza estrema – più pesanti del mondo oggi.

In cima compare il Sudan, che raggiunge un valore di 4,8, in ulteriore aumento. Subito sotto ci sono due conflitti storici e irrisolti: la Somalia e lo Yemen, entrambe ferme a 4,7. A quota 4,6 si collocano la Siria e il Myanmar, mentre tre Paesi condividono un indice di 4,4: il Sud Sudan, l’Afghanistan e la Repubblica Democratica del Congo. Seguono due crisi che continuano a peggiorare: il Venezuela con 4,3, in aumento, e il Ciad con lo stesso livello. L’elenco include poi la Repubblica Centrafricana e Haiti, entrambe a 4,2, e prosegue con Paesi che restano comunque nella fascia di gravità più elevata: la Nigeria con 4,1, la Palestina con 4,1, in aumento, e il Bangladesh, anch’esso a 4,1.

Mezzo secolo di intese per chiudere conflitti

Abbiamo visto quali sono i Paesi più a rischio di guerra. Ma negli ultimi 50 anni sono stati decine gli accordi di pace firmati per porre fine a conflitti sanguinosi e, spesso, civili. Naturalmente non tutti gli accordi sono stati rispettati: alcuni sono falliti del tutto, altri hanno retto solo per periodi limitati. Restano però la prova che quando una guerra inizia è comunque possibile sedersi a un tavolo e tentare di fermarla. Un tema tornato al centro anche in questi giorni, con Donald Trump che, dopo essere intervenuto nel conflitto in Medio Oriente tra Israele e Hamas, sta provando a rilanciare un piano per porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina. Ecco, allora, un elenco – non esaustivo – degli accordi di pace firmati negli ultimi anni.

Gli accordi di pace

•Accordo di pace di Nouakchott (1992) – Mauritania e Fronte Polisario

•Accordo di pace di Oslo (1993) – Israele e Palestina

•Accordo di pace di Dayton (1995) – Bosnia-Erzegovina

•Accordo di pace di Good Friday (1998) – Irlanda del Nord

•Accordo di pace di Lomé (1999) – Sierra Leone

•Accordo di pace di Cotonou (2000) – Costa d’Avorio

•Accordo di pace di Pretoria (2002) – Zimbabwe/Congo

•Accordo di pace di Nairobi (2002) – Repubblica Democratica del Congo

•Accordo di pace di Comprehensive Peace Agreement (2005) – Sudan/Sud Sudan

•Accordo di pace di Jeddah (2005) – Yemen

•Accordo di pace di Libreville (2007) – Gabon/Repubblica del Congo

•Accordo di pace di Doha (2012) – Afghanistan/Talebani

•Accordo di pace di Bamako (2015) – Mali

•Accordo di pace di Colombia (2016) – Governo colombiano e Farc

•Accordo di pace di Khartoum (2018) – Sud Sudan

•Accordo di pace di Bougainville (2019) – Papua Nuova Guinea

•Accordo di Doha tra Stati Uniti e Talebani (2020) – Accordo per l’uscita delle truppe americane e l’avvio del processo di pace in Afghanistan

•Accordo di normalizzazione Serbia–Kosovo (2020) – Intesa per la normalizzazione dei rapporti economici mediata dagli Stati Uniti

•Accordi di Abramo (2020) – Accordi di normalizzazione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein

•Accordo di normalizzazione Israele–Sudan (2020) – Avvio delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi

•Accordo di normalizzazione Israele–Marocco (2020) – Ripresa e piena normalizzazione dei rapporti diplomatici

•Accordo di cessate il fuoco del Nagorno-Karabakh (2020) – Dichiarazione di fine della Seconda guerra del Nagorno-Karabakh tra Azerbaigian, Armenia e Russia

•Accordo di pace di Pretoria / Ethiopia–Tigray Peace Agreement (2022) – Accordo tra governo etiope e TPLF per la cessazione delle ostilità nel Tigray

•Accordo di pace con il Dimasa National Liberation Army (2023) – Accordo firmato in Assam tra governo indiano e gruppi armati DNLA/DPSC

Fonte: Area Studi Mediobanca
I dati sono aggiornati al 2024

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Guida autonoma, l’Italia spinge la Ue. Ma serve il GPS e regole comuni in Europa

La guida autonoma è una partita miliardaria, che l’Europa rischia di perdere se non si darà una mossa sul fronte della regolazione e del lavoro di squadra fra Stati membri e produttori made in Ue. Usa e Cina sono già molto avanti e per non perdere il treno sarà necessario correre a Bruxelles. Ma a che punto siamo in Italia e in Europa? Questo il tema dell’evento organizzato oggi a Roma, allo spazio Esperienza Europa, con ‘Guida autonoma: capire per guidare dall’Italia il futuro’.  Si tratta del primo di una serie di appuntamenti che entro il primo semestre del 2026 coinvolgerà tutte le amministrazioni del Lazio.  

L’iniziativa promossa da Zingaretti e Maran

L’iniziativa, organizzata dagli europarlamentari Nicola Zingaretti, capodelegazione Pd al Parlamento europeo, e Pierfrancesco Maran, membro del gruppo dei Socialisti & Democratici, ha riunito istituzioni europee e italiane, università, industria e lavoratori per discutere insieme come l’Italia può essere protagonista della mobilità del futuro. Il dibattito ha riguardato il quadro tecnologico, le implicazioni industriali, i progetti universitari più avanzati e a un grande nodo politico: chi guida chi? Con una premessa: senza GPS il sistema non può funzionare e in Italia soltanto il 19% della rete autostradale è coperta. Un problema tecnico non secondario per il nostro paese. Ma non insormontabile, anche se la strada è ancora lunga.

Guida autonoma, Zingaretti (Pd): “Cambierà tutto, ma c’è poca Europa”

“Il primo obiettivo è chiamare a raccolta tutti gli operatori che si occupano di questa rivoluzione – ha detto Nicola Zingaretti – Stiamo parlando di presente e non di futuro, quello che è in ritardo oggi è la consapevolezza della portata rivoluzionaria della guida autonoma, che rivoluzionerà tutta la filiera ma anche l’intero modello industriale”. Ma mentre Usa (con Vaymo) e Cina sono già avanti, l’Europa è indietro.  

Guida autonoma, Patanè (Roma Capitale): “Servono regole per sperimentare in città”

“Entro il 2027 tutti i comuni dovranno presentare i piani urbani di mobilità sostenibile – ha detto Eugenio Patanè (Pd), Assessore alla Mobilità, Comune di Roma – Le priorità sono la riduzione dell’inquinamento, la sicurezza e la sostenibilità. La guida autonoma potrebbe aiutare molto contro la piaga degli incidenti, a Roma nel 2024 sono stati 134 i morti sulle strade, la tecnologia ci deve aiutare a risolvere questo problema”. Tanto più che il 94% degli incidenti è dovuto a violazioni del codice della strada e ad errori umani, a fronte di un 5% dovuto a problemi meccanici della vettura. Il costo sciale degli incidenti è di 17 miliardi di euro, comprensivo di costi assicurativi, a fronte di un miliardo nella sola città di Roma. “La guida autonoma consentirebbe di migliorare i flussi del traffico privato e pubblico, di linea e non di linea, nonché la logistica delle merci. Si consideri che l’80% della logistica ormai è B2C da acquisti di eCommerce. La guida autonoma potrebbe abbattere i costi fino al 60%”, aggiunge Patanè. A Roma si potrebbe ad esempio sperimentare la guida autonoma all’Eur, ma la sperimentazione oggi è limitata in Italia dalla mancanza di regole condivise.  

Guida autonoma, Maran (Pd): ‘Riduzione dal 70% al 95% degli incidenti. Ma in Europa siamo ancora a livello di flotte prototipali”

“La guida autonoma può garantire una riduzione del 70%-95% degli incidenti – ha detto Pierfrancesco Maran, europarlamentare Pd membro del gruppo dei Socialisti & Democratici – “la guida autonoma rappresenta la vera rivoluzione urbana e industriale dei prossimi anni. Negli Stati Uniti e in Cina il futuro dell’auto è già realtà e parte della vita quotidiana. È arrivato dunque il momento di accelerare coi fatti. Sulle auto a guida autonoma l’Italia può fare da apripista in Europa. Abbiamo le intelligenze, le università e le start-up per accogliere questa sfida. Ora serve affiancare i Comuni per rendere subito possibili le sperimentazioni e fare in modo che l’Italia possa diventare leader nel guidare questa transizione”.

La guida autonoma potrebbe offrire una alternativa forte anche agli over 75, che sono in aumento in tutta Europa e continuano a guidare ma con maggiori rischi di incidenti vista l’età. Un altro vantaggio sarebbe certamente una mobilità più pulita.  “Ma in Europa siamo ancora a livello di flotte prototipali, mentre a San Francisco Vaymo (Google) fa lo stesso numero di corse dei taxi”, aggiunge Maran, che ha citato anche Zoox, l’azienda di Aamzon che produce robotaxi.

“La Ue si deve svegliare in fretta“

Per non perdere il treno, la Ue deve svegliarsi velocemente a partire dalla rimozione delle restrizioni per veicoli prodotti in piccole serie, rendendo flessibile l’omologazione e lavorando nel contesto Onu per raggiungere una maturità tecnologica e lavorare insieme con Usa e Cina. “Nella Ue dobbiamo avviare sperimentazione su larga scala per avere a inizio 2027 migliaia di veicoli autonomi in circolazione”, aggiunge Maran.

Non è soltanto una questione di regole

Prima di immettere in circolazione la guida autonoma, bisogna fare tesoro delle ultime novità in tema di mobilità. Basti pensare ai problemi e al mezzo flop dei monopattini, che ora in alcune città come Firenze sono stati aboliti. Per questo, è necessario coinvolgere prima del lancio commerciale nel dibattito la cittadinanza, concentrando i finanziamenti in poche grandi iniziative. L’obiettivo in Europa è creare 3,4,5 soggetti per mettere le risorse come leva pubblica su pochi progetti. “E’ per questo che l’Italia deve esserci”, ha aggiunto Maran.

A livello europeo, nei prossimi mesi dovranno essere indicati di test bed (zone di sperimentazione libera) e favorire lo sviluppo della European Connected and Automated Vheicles Alliance tanto più che la stessa Presidente dell’Esecutivo Ursula von der Leyen spinge per la diffusione della guida autonoma, e pochi mesi fa ad un evento a Torino ha chiamato a raccolta l’iniziativa dei 60 sindaci italiani che si sono detti disponibili ad accogliere la sperimentazione.    

Guida autonoma: Casu (Pd): “Italia ed Europa devono essere protagoniste non spettatori paganti: da Parlamento segnale importante adesso Governo coinvolga sindacati“

Andrea Casu Deputato Pd e Vice Presidente della Commissione Trasporti, ha ringraziato “Nicola Zingaretti e Pierfrancesco Maran per l’occasione di condividere i risultati del lavoro che stiamo portando avanti anche alla Camera dei Deputati per rendere l’Italia protagonista e non solo spettatore pagante della rivoluzione della guida autonoma. Senza scelte e investimenti che ci consentano di costruire al più presto campioni europei in grado di sviluppare progetti su larga scala in questo settore cruciale per il futuro della mobilità, della sicurezza, del lavoro e delle politiche industriali l’Italia e l’Europa saranno condannati alla totale dipendenza dai colossi che negli Stati Uniti e in Cina stanno facendo passi da gigante. Dopo l’iniziativa avviata a Milano lo scorso giugno e la sottoscrizione dell’appello firmato da oltre 60 sindaci la scorsa settimana è arrivato un segnale importante e unitario anche dal Parlamento con l’approvazione all’unanimità di 4 risoluzioni di differenti forze politiche di maggioranza e opposizioni. Come partito democratico ci siamo battuti perché al fianco degli impegni condivisi per la modifica degli aspetti anacronistici del codice della strada e la costruzione del “Piano nazionale” in linea con gli orientamenti europei insieme alle imprese del settore tecnologico, della mobilità collettiva e dell’automotive vengano subito coinvolti anche tutti i sindacati comparativamente più rappresentativi delle lavoratrici e lavoratori in tutti gli ambiti coinvolti dalle possibili applicazioni della guida autonoma per orientare

l’evoluzione di questa tecnologia nell’orizzonte della valorizzazione del fattore umano in tutte le fasi dei nuovi processi e della salvaguardia dei posti di lavoro. Adesso chiediamo al Governo di dare seguito al più presto a tutti questi impegni fondamentali: L’Italia deve essere locomotiva delle scelte necessarie a garantire che le innovazioni nella mobilità e nella logistica restino sempre al servizio delle persone, ma per farlo non possiamo limitarci ad aprire la porta per comprare da altri le tecnologie dobbiamo costruire in Europa un mercato unico che abbia le dimensioni e la forza per indirizzarne lo sviluppo”.

La guida autonoma in Italia

Rossi (Movyon): “Senza GPS in autostrada guida autonoma non è possibile”

Come portare la guida autonoma in Italia? “”L’infrastruttura gioca un ruolo importante – ha detto Lorenzo Rossi, amministratore delegato di Movyon, hub tecnologico di Autostrade – In Italia c’è un asse di 3mila km di autostrade, ma c’è il maggior numero di gallerie d’Europa (col 50% del totale continentale, con un 25% concentrato in Liguria) all’interno delle quali il GPS non c’è”. Il GPS però è fondamentale per la guida autonoma, e soltanto il 19% della rete autostradale è coperto, impedendo così (al momento) il livello 3 di guida autonoma (“automazione condizionale”, permette all’auto di gestire completamente accelerazione, frenata, sterzata e cambi di corsia in determinate condizioni (come traffico in coda o autostrade). “O si adegua l’infrastruttura, oppure la guida autonoma è utilizzabile soltanto parzialmente in autostrada”, aggiunge Rossi, ricordando che quotidianamente sono 4,5 milioni le auto che circolano sulla rete.

“Guida assistita e livelli intermedi sono fondamentali per arrivare alla guida autonoma – ha detto Quang Ngo Dinh, amministratore delegato di Olivetti – IoT e 5G in questo senso sono fondamentali per il dialogo fra veicolo e città, intese come semafori e pedoni e tutto il resto”.

Senza dimenticare un altro aspetto delicato, quello della cybersecurity e della privacy che vanno sempre garantiti.

Ma per fare in modo che la guida autonoma decolli è necessario considerarla come collegata alla guida elettrica. “la mobilità elettrica migliora e semplifica il servizio”, ha detto Fabio Pressi, amministratore delegato di A2A E-Mobility. “Servono investimenti milionari, non è una questione di cabina di regia. Serve l’autorizzazione a sperimentare”.

In questo senso, “sono importanti le tempistiche, ci abbiamo messo un anno e mezzo a modificare il codice della strada – ha detto Fabrizia Vigo, Direttrice Rapporti Istituzionali e Affari Legali ANFIA – Francia e Germania hanno già approvato l’ecosistema della mobilità autonoma per facilitare le sperimentazioni. Anche l’Europa deve fare velocemente delle scelte per restare al passo di Usa e Cina. Servono pochi campion europei e dobbiamo fare squadra, partecipando ai tavoli Onu dove si affrontano le questioni etiche”.   

In Europa “non ci sono ancora veicoli omologati, l’impegno è un piano d’azione entro marzo – ha detto Maria Cristina Galassi, Team Leader -Automated/Connected Vehicles and Safety, DG Grow, Commissione Ue – Digitalizzazione e automazione sono i primi pilastri. Dobbiamo rimuovere la limitazione delle piccole serie e costruire un Single Market della guida autonoma. Ma ci vorrà tempo per aggiornare i codici della strada di 27 stati membri. Per quanto riguarda i test bed, abbiamo ricevuto una quindicina di manifestazioni di interesse, di cui 5 o 6 (fra cui anche l’Italia) sono al vaglio”.   

Per quanto riguarda il coinvolgimento dei comuni, Riccardo Varone, vice presidente di Anci Lazio e sindaco di Monterotondo, ha dato la disponibilità alla sperimentazione. “Giusto coinvolgere i 378 comuni del Lazio, di cui 271 con meno di 5mila abitanti – ha detto – La guida autonoma può essere una grande opportunità per collegare i comuni non raggiunti dal Cotral. Ma i Comuni ci devono arrivare pronti dal punto di vista delle infrastrutture e ricordo le difficoltà che abbiamo avuto con lo sviluppo delle antenne 5G”.

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Draghi: “L’Ue rischia la stagnazione se non corre sull’AI”

Mario Draghi torna a puntare il dito sui ritardi europei relativi all’AI. Il suo celebre Rapporto sulla competitività è sempre attuale

L’Unione europea sta correndo un grave rischio nella corsa mondiale all’intelligenza artificiale (AI). “Se non colmiamo il divario che sti sta creando con gli altri Paesi e non adottiamo queste tecnologie su larga scala”, ha spiegato Mario Draghi all’inaugurazione del 163° anno accademico del Politecnico di Milano, “l’Europa rischia un futuro di stagnazione”.

In poche parole, ha detto l’ex Premier italiano e già Presidente della Banca centrale europea, “l’Unione europea rischia di perdere il treno per l’AI, anche a causa della legislazione che ha imposto per regolamentarne lo sviluppo”.

Un fatto questo, che secondo l’ex numero uno della Bce può compromettere seriamente il futuro economico dell’Unione.

Un argomento caro a Draghi, che aveva già affrontato nel suo celebre Rapporto sul futuro della competitività europea, ormai presentato più di un anno fa.
A settembre 2024 sottolineava infatti che per frenare il declino e tornare a essere produttivi serviva un’accelerazione significativa della rivoluzione digitale innescata proprio dall’intelligenza artificiale.

L’intera Europa è in ritardo nelle tecnologie innovative che guideranno la crescita futura. A partire dall’intelligenza artificiale: a partire dal 2017, il 73% dei modelli fondativi è stato sviluppato negli Stati Uniti. Se si prendono in considerazione le principali startup AI a livello mondiale, si nota come il 61% dei finanziamenti globali vada ad aziende americane, il 17% a quelle cinesi e solo il 6% a quelle europee.

È sulla regolamentazione dell’AI che l’Ue si è arenata: “Abbiamo trattato valutazioni iniziali e provvisorie come se fossero dottrina consolidata”

Ogni ondata di innovazioni tecnologiche, ha sempre determinato un concreto miglioramento del tenore di vita. In particolare questo è stato vero per gli ultimi due secoli circa.

A frenare lo sviluppo dell’AI in Europa, ha detto oggi a Milano l’ex Premier, è la regolamentazione di questa tecnologia strategica per la crescita economica futura: “In condizioni di incertezza, una politica efficace richiede adattabilità, ovvero rivedere le ipotesi e adeguare rapidamente le regole man mano che emergono prove concrete sui rischi e sui benefici”.

“È qui che l’Europa si è arenata”, ha aggiunto Draghi, riferendosi sempre alla normativa sull’intelligenza artificiale: “Abbiamo trattato le valutazioni iniziali e provvisorie come se fossero dottrina consolidata, arrivando ad adottare leggi estremamente difficili da modificare”.

Se l’Ue adottasse le nuove tecnologie, nello specifico l’AI, “ciò potrebbe fornire un significativo impulso economico”. “Se si muovesse lungo le stesse linee del precedente sviluppo digitale negli Stati Uniti, si potrebbe registrare un incremento di poco inferiore allo 0,8% (del PIL) all’anno – ha precisato Draghi – mentre se si raggiungessero i livelli di elettrificazione degli anni ’20 del secolo scorso, la crescita potrebbe essere superiore dell’1% all’anno”.

Il ruolo dei giovani

C’è poi l’appello ai giovani, che secondo Draghi devono essere più attivi e soprattutto protagonisti del cambiamento: “Dovete pretendere le stesse condizioni che permettono ai vostri coetanei di avere successo in altre parti del mondo”.

Pensando poi ai giovani italiani, per Draghi non c’è niente di male ad andare in altri Paesi a vivere e lavorare, “la tecnologia è globale e i talenti vanno dove ci sono le migliori opportunità”, ma, ha precisato, è altrettanto fondamentale che i giovani siano anche invitati e spinti a costruire qualcosa anche a casa propria.

Tra le considerazioni che l’ex Premier ha fatto, immancabile (quante volte nei decenni l’abbiamo sentita?) quella che vede i giovani motore del cambiamento. I successi dei giovani, ha sostenuto, “cambieranno la politica più di qualunque discorso o rapporto”, costringendo istituzioni e regole ad adattarsi a un mondo in rapida trasformazione.

E la crescita è fondamentale per poter anche solo pensare di rimanere competitivi in uno scenario come quello attuale, in cui gli attori in campo sono diversi e agguerriti, anche grazie all’adozione rapida di sempre nuove tecnologie e allo sviluppo di applicazioni vincenti.

Draghi: “Un’illusione pensare che la crescita economica non sia più essenziale”

“Esiste un’illusione seducente secondo la quale la crescita sarebbe meno essenziale una volta raggiunto un alto livello di sviluppo e che il calo della popolazione potrebbe consentire un aumento del benessere anche se l’economia ristagna. Ma questo non è vero in generale e in particolare per i Paesi che si trascinano un alto livello di debito: ciò che conta per la sostenibilità del debito è la dimensione complessiva dell’economia”, ha affermato l’ex Premier italiano.

“Se l’economia smette di crescere mentre gli interessi continuano a maturare, il rapporto tra debito e prodotto aumenterà fino a diventare insostenibile. A quel punto i governi sono costretti a scelte dolorose tra le loro ambizioni fondamentali, tra pensioni e difesa, tra preservare il modello sociale e finanziare la transizione verde. Inoltre la crescita è essenziale per affrontare le nuove esigenze sociali, politiche, economiche di sicurezza che si presentano continuamente”, ha dichiarato Draghi.

Regolamentazione, serve o non serve?

Non c’è dubbio che l’innovazione tecnologica genera progresso e sviluppo, crescita e benessere, ma è altrettanto vero che questi risultati si ottengono anche con regole chiare e trasparenti. Senza la definizione di un quadro normativo preciso di riferimento non c’è progresso e chi ci guadagna sono solo le grandi imprese tecnologiche.

Vanno comunque ricordati gli obiettivi principali del legislatore europeo con l’AI Act (Regolamento UE 2024/1689), che sono: creare un quadro normativo armonizzato per lo sviluppo, la commercializzazione e l’uso dell’intelligenza artificiale, garantendo sicurezza, trasparenza, privacy e rispetto dei diritti fondamentali come il controllo umano e la non discriminazione. In linea di massima, la legge classifica i sistemi di IA in base ai rischi legati non alla tecnologia, ma al loro utilizzo.

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Tecnologie, investimenti e terre rare: come la Cina punta alla leadership climatica. L’analisi ASviS

“La Cina è diventata la paladina della cooperazione internazionale sui cambiamenti climatici, lavorando a stretto contatto con altri Paesi per promuovere un’azione collettiva” ha scritto il Global Times, il tabloid legato al quotidiano ufficiale del Partito comunista cinese, alla vigilia della trentesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Cop 30), che si è svolta dal 10 al 22 novembre a Belém, in Brasile.

L’immagine di una Cina leader nella diplomazia climatica contrasta con l’esito della Conferenza che si è conclusa con l’impegno dei Paesi partecipanti a triplicare i finanziamenti per l’adattamento alle conseguenze della crisi climatica entro il 2035, senza però definire una tabella di marcia per eliminare i combustibili fossili, la principale causa del riscaldamento globale. Un risultato segnato anche dal ritiro degli Stati Uniti, che per la prima volta non hanno partecipato ai negoziati sul clima con una delegazione ufficiale, e dalle difficoltà dell’Unione europea di mantenere la leadership climatica ottenuta nel 2019 con l’approvazione del Green Deal. In questo contesto, il ruolo di guida passerà davvero alla Cina?

Il paradosso delle politiche energetiche cinesi

A settembre 2025, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato che la Cina ridurrà le emissioni di gas serra del 7%-10% entro il prossimo decennio e aumenterà di sei volte, rispetto ai livelli del 2020, la produzione di energia solare ed eolica. Si tratta di impegni importanti, ma non sufficienti a mantenere l’aumento della temperatura media globale annua sotto la soglia di 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale. L’annuncio è comunque in forte contrasto con la posizione degli Stati Uniti: solo il giorno prima, infatti, davanti alla stessa Assemblea generale, il presidente statunitense Donald Trump aveva definito il cambiamento climatico una “bufala” e le pale eoliche “patetiche”.

La Cina è il Paese che genera più emissioni di C02 al mondo in termini assoluti, mentre a livello pro-capite è superata da molti altri Paesi, tra cui gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia. Nel 2020 il presidente Xi Jinping aveva annunciato l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2060. Secondo l’analisi di CarbonBrief, negli ultimi 18 mesi le emissioni della Cinasono rimaste stabili o sono calate, grazie soprattutto alla diffusione dei veicoli elettrici che ha permesso una riduzione anno su anno del 5% delle emissioni del settore dei trasporti.

La Cina, inoltre, sta investendo nelle fonti di energia rinnovabile più di qualsiasi altro Paese.  Il centro studi Ember ha rilevato che, nella prima metà del 2025, la Cina ha installato 250 gigawatt di nuovi pannelli solari, tanto quanto il resto del mondo. Dieci degli impianti solari più grandi al mondo si trovano in Cina. E sta ccelerando anche sull’energia nucleare: con oltre 30 reattori attualmente in costruzione, entro il 2030 la Cina sorpasserà gli Stati Uniti per capacità installata.

Questi impegni, seppure significativi, rivelano una contraddizione strutturale delle politiche energetiche cinesi: la Cina è il principale Paese consumatore di carbone, la fonte fossile più inquinante e responsabile di gran parte dell’aumento delle missioni globali degli ultimi vent’anni. Solo nel 2024 ha avviato i lavori per costruire nuove centrali a carbone in grado di generare oltre 100 GigaWatt. In molti casi è proprio il carbone a essere utilizzato come fonte di elettricità a basso costo per produrre tecnologie necessarie alla transizione energetica, come pannelli solari, pale eoliche e veicoli elettrici.

I motivi principali per questa svolta ecologica sono due: la sicurezza energetica e le conseguenze del cambiamento climatico. A differenza degli Stati Uniti che sono il primo Paese per produzione di petrolio e per esportazione di gas naturale, la Cina ha disponibilità di risorse fossili limitate e punta a ridurre la dipendenza dalle importazioni sviluppando le rinnovabili.

La seconda motivazione, forse ancora più urgente è l’esposizione del Paese all’innalzamento del livello del mare, alle ondate di calore e alla siccità, con pesanti conseguenze sull’economia nazionale. Come riporta l’Economist, una ricerca finanziata dal Ministero dell’agricoltura ha dimostrato che la siccità potrebbe ridurre le rese di mais, grano e riso dell’8% entro il 2030, con effetti anche sugli allevamenti di maiali, mucche e polli. Un rischio che il Partito comunista cinese, tradizionalmente ossessionato dalla sicurezza alimentare, non sembra disposto a correre. A questo si aggiunge un cambiamento nell’opinione pubblica: nel 2010 solo il 6% della popolazione riteneva le questioni ambientali come una priorità nazionale, una percentuale salita al 23% nel 2023.

Tecnologie verdi e terre rare: il potere commerciale

La Cina produce tra il 60% e l’80% dei pannelli solari, delle turbine eoliche, delle batterie e dei veicoli elettrici, dominando questi settori a livello globale. Detiene oltre 700mila brevetti per l’energia pulita, più della metà del totale globale. E la tecnologia migliora sempre di più: a giugno 2025, ad esempio, l’azienda cinese Contemporary amperex technology (Catl) ha lanciato la tecnologia Choco-Seb (Swapping electric block), un sistema di batterie intercambiabili installate nei veicoli elettrici e progettate per essere rimosse e sostituite in pochi minuti presso apposite stazioni, eliminando così la necessità di attendere una ricarica tradizionale.

Grazie alla concorrenza delle aziende cinesi (finanziate anche con sussidi pubblici), i costi di produzione delle energie rinnovabili si sono abbassati, diventando accessibili anche per i Paesi più poveri. Attraverso le esportazioni di tecnologie a basso costo e ingenti investimenti green, la Cina sta rafforzando le relazioni economiche e politiche con gli altri Paesi, contribuendo, più o meno direttamente, alla transizione energetica nei Paesi del Sud globale.

In Pakistan la Cina sta costruendo quella che sarà la centrale nucleare più grande del Paese, in Brasile installa turbine eoliche, in Indonesia vende veicoli elettrici e in Kenya ha realizzato il più importante parco eolico dell’Africa. Questi investimenti riflettono la strategia “piccolo, ma bello” (小而美项目 xiǎo ér měi xiàngmù), annunciata nel 2023, che prevede investimenti in progetti ridotti in termini di dimensione e di rischio e volti a favorire la transizione energetica dei partner internazionali. Anche nel 2024, durante il nono vertice sulla cooperazione sino-africana, il presidente Xi Jinping aveva rilanciato l’impegno della Cina nell’investire in settori green, come l’estrazione mineraria e lo sviluppo di energie rinnovabili.

Oltre al vantaggio tecnologico, la Cina ha una posizione quasi di monopolio nel mercato globale delle terre rare, un gruppo di 17 metalli fondamentali per la transizione ecologica e digitale. In un’automobile elettrica, ad esempio, ci sono circa 500 grammi di terre rari. In Cina viene lavorato e raffinato all’incirca il 90% delle terre rare, oltre al 60% del litio e del cobalto. Un vantaggio competitivo che aumenta il potere commerciale del Paese: a ottobre del 2025 la Cina ha introdotto nuove limitazioni, dopo quelle di aprile, per l’esportazione e la lavorazione delle terre rare, con profonde conseguenze sulle attività industriali di tutto il mondo. Per ridurre la dipendenza dalle importazioni, l’Unione europea si sta muovendo verso l’apertura di nuove e vecchie miniere e verso una nuova cultura del riciclo dei rifiuti elettronici che permetta di recuperare i metalli preziosi contenuti in beni tecnologici. Questi cambiamenti, però, potrebbero impiegare anni: ripristinare l’industria mineraria richiede molti investimenti, l’estrazione delle terre rari è complicata e la tecnologia cinese è così avanzata da rendere difficile una reale concorrenza.

E l’Europa?

Con l’introduzione del Green deal nel 2019, l’Unione europea aveva assunto un ruolo di leader nel contrasto al cambiamento climatico, fissando l’obiettivo della neutralità climatica al 2050 e spingendo altri Paesi, tra cui Giappone, Corea del Sud, Sudafrica, India e Cina, a stabilire i propri impegni per la decarbonizzazione.

In questi anni, però, la transizione è stata percepita come un percorso costoso e complesso, alimentando resistenze sociali e politiche che hanno trovato espressione nelle elezioni europee del 2024 e nella crescita del consenso per i partiti di estrema destra. Sei anni dopo l’idea che la transizione energetica possa essere una leva per la crescita, la competitività e l’innovazione del continente sembra essersi affievolita, almeno in parte.

Non è un cambiamento solo retorico: l’Ue ha indebolito significativamente i suoi piano per ridurre le emissioni di gas serra entro il 2040, inserendo clausole di revisione in caso di crisi economica e introduce la possibilità di utilizzare i crediti di carbonio, e posticipato l’espansione del sistema di scambio delle emissioni (emission trading system) all’edilizia e ai trasporti. Nathalie Tocci sul Guardian l’ha definito un “atto di autodistruzione” per l’Europa. Un avvertimento che riassume bene il rischio di perdere la leadership climatica costruita negli ultimi anni, proprio a favore della Cina.

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