Among the large new rockets Amazon was counting on, only Europe has delivered

Amazon now has hundreds of flight-ready satellites standing idle in Florida, waiting to join the company’s low-Earth orbit Internet constellation, an Amazon official said Tuesday.

“They’re built, and sitting in a payload processing facility waiting for trips to orbit,” said Steve Metayer, vice president of Amazon Leo Production Operations, during a teleconference with reporters. “And we’re currently manufacturing several satellites a day.”

Metayer spoke on the eve of the company’s next mission, during which an Ariane 64 rocket will launch three dozen Amazon Leo satellites into orbit from a spaceport in French Guiana. Liftoff is targeted for 7:53 am ET (11:53 UTC) on Wednesday.

Arianespace steps up

France-based Arianespace has emerged as a critical partner for Amazon, which, to date, has had the majority of its 331 satellites launched on Atlas V rockets. However, Amazon has just one more mission booked on this rocket, which is operated by United Launch Alliance, as the vehicle is slated for retirement.

To launch the majority of its Leo constellation, Amazon booked rides on three large, new rockets four years ago: 18 launches on the Ariane 6 rocket, 12 launches on Blue Origin’s New Glenn rocket, with options for 15 additional launches; and 38 launches of the United Launch Alliance’s Vulcan rocket.

But of these new rockets, only Arianespace has delivered so far, with two launches completed this year, another on Wednesday, and more to come. Neither New Glenn (also owned by Amazon founder Jeff Bezos) nor Vulcan has launched Amazon satellites yet.

“As for Arianespace, they have definitely stepped up,” Metayer said. “They’re very reliable on their manifest dates, and they’re very reliable and safe on their insertions into orbit. So we definitely would continue to look forward to the next 16 launches with them on our existing contract, and we see them being a player long-term beyond that.”

https://arstechnica.com/space/2026/06/amid-launch-bottleneck-amazon-has-hundreds-of-satellites-waiting-to-fly/




Data center, in California la cittadina di Monterey Park vieta la costruzione: è il primo caso negli Usa

I cittadini di Monterey Park, città della California nell’area di Los Angeles, hanno votato contro la costruzione di nuovi data center sul territorio comunale.

Come ha riportato The Guardian, per la prima volta negli Stati Uniti i residenti sono stati chiamati alle urne per decidere su un divieto permanente alla realizzazione di queste infrastrutture. Il risultato è stato netto: oltre l’86% dei voti scrutinati si è espresso a favore del blocco.

“Questo dimostra in modo inequivocabile che i residenti di Monterey Park non vogliono data center nella loro comunità”, ha detto il consigliere comunale Jose Sanchez, parlando di una “vittoria schiacciante”.

La vicenda si era accesa dopo la presentazione, da parte di HMC StratCap, di un progetto per costruire una struttura di quasi 23mila metri quadrati. I residenti avevano contestato il possibile impatto su ambiente, consumo di acqua ed energia, tariffe delle utenze e vicinanza alle abitazioni.

Molte città e contee statunitensi avevano già introdotto moratorie temporanee o a tempo indeterminato sui data center attraverso decisioni dei governi locali. Il caso di Monterey Park è diverso perché il divieto è stato approvato direttamente dagli elettori.

Paura per ambiente e aumento delle bollette per luce e acqua

Il consiglio comunale di Monterey Park aveva già approvato ad aprile una moratoria a tempo indeterminato sui data center, dopo le proteste contro il progetto promosso da HMC StratCap, società di investimento interessata a realizzare una struttura in città.

I residenti temevano effetti negativi sull’ambiente, aumento delle tariffe di acqua ed elettricità e la vicinanza dell’impianto alle abitazioni.

Il quesito sottoposto agli elettori chiedeva di vietare i data center in tutta la città “per proteggere la qualità dell’aria, le risorse di acqua potabile e la salute pubblica” e per prevenire impatti sulle tariffe di elettricità e acqua. Il divieto resterà in vigore fino a eventuale revoca da parte degli stessi elettori.

Una scelta pensata per reggere anche in tribunale

Secondo Sanchez, la strada del voto popolare serve anche a rendere il divieto più solido dal punto di vista legale. HMC StratCap aveva minacciato azioni giudiziarie contro una possibile estensione della moratoria e contro la misura referendaria, anche se gli sviluppatori hanno poi indicato di non voler procedere.

“Poter dire in tribunale che i residenti di Monterey Park hanno votato per vietare i data center è un indicatore molto migliore della posizione della comunità rispetto al fatto che solo cinque consiglieri comunali abbiano approvato un’ordinanza”, ha spiegato Sanchez.

La protesta locale

La campagna per il divieto è stata sostenuta da gruppi locali, tra cui No Data Center in Monterey Park e San Gabriel Valley Progressive Action.

Amy J. Wong, cofondatrice di San Gabriel Valley Progressive Action, ha spiegato al Guardian che il consiglio comunale ha ascoltato le preoccupazioni dei cittadini. “Le hanno prese sul serio, cosa che non molti consigli comunali fanno”, ha detto.

Gli organizzatori hanno lavorato in tempi stretti. Secondo Wong, la campagna ha avuto circa due mesi per informare i residenti. Sono stati stampati 10.000 volantini e inviati materiali in inglese, cinese e spagnolo.

Molti cittadini erano già contrari ai data center, ma non tutti avevano chiaro come votare. Alcuni pensavano che per sostenere il divieto fosse necessario votare “no”. Gli attivisti hanno quindi dovuto spiegare che il voto favorevole alla misura era il “sì”.

Negli Usa cresce la protesta contro i data center per l’AI

Il voto di Monterey Park si inserisce in una protesta più ampia contro i data center per l’AI negli Stati Uniti. Secondo Quartz, la crescita dei consumi energetici sta alimentando un’opposizione politica sempre più organizzata, spinta soprattutto dal timore di bollette più alte.

Un sondaggio Gallup indica che il 70% degli americani non vorrebbe un data center AI nella propria comunità. Il tema è già diventato operativo: secondo i dati di Data Center Watch citati da Fortune, l’opposizione locale ha bloccato o interrotto 48 progetti per oltre 156 miliardi di dollari nell’ultimo anno. Alla base ci sono anche i costi energetici.

Una ricerca pubblicata su Environmental Research Letters stima che la quota di consumo elettrico nazionale dei data center sia passata dall’1,9% al 4,4% nel quinquennio concluso nel 2023, con possibili aumenti dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità tra il 6% e il 29% entro fine decennio. In Virginia, uno dei principali hub del settore, i costi di generazione potrebbero salire fino al 57%.

In Italia abbiamo il caso della Lombardia

Il caso americano trova un primo parallelo anche in Italia, soprattutto in Lombardia. Come abbiamo raccontato la settimana scorsa, la regione concentra una quota rilevante dei data center nazionali e sta discutendo una legge per regolamentarne lo sviluppo, mentre il Governo ha dichiarato di “preminente interesse nazionale” il maxi progetto EdgeConneX tra Milano Sud e Lodigiano.

Nell’area milanese sono già attivi 33 data center sui 49 presenti in Lombardia; altri 10 sono in costruzione e 23 in valutazione. Il nodo è simile a quello emerso negli Stati Uniti: attrarre investimenti e capacità digitale senza lasciare ai territori solo consumo di suolo, pressione energetica, impatto idrico e opposizione locale.

La Regione sostiene che la nuova legge serva proprio a colmare il vuoto normativo, privilegiando aree dismesse, recupero del calore residuo e compensazioni territoriali. Una cinquantina di sindaci ha però chiesto il rinvio del testo, segno che anche in Italia la crescita dei data center sta diventando una questione politica e non solo industriale.

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Indipendenza digitale, la proposta della Commissione scontenta tutti. Critiche incrociate da Europarlamento e Big Tech Usa

Il pacchetto di provvedimenti annunciato dalla Commissione Ue per spingere l’uso di tecnologie europee e allentare la dipendenza dal tech made in Usa, che pesa per l’80% sul totale del parco tecnologico nel Vecchio Continente, è stato accolto da forti critiche interne (da parte dell’Europarlamento) ed esterne (le Big Tech americane, bersaglio per quanto mascherato dell’offensiva).  

Le due proposte legislative, una dedicata alla produzione di microprocessori (Chips Act 2.0) e l’atro con l’obiettivo di sviluppare l’AI per il Cloud a livello europeo (CADA, Cloud and AI Development Act) ha sollevato non poche rimostranze, a partire dall’Europarlamento. Del pacchetto fanno parte anche misure open source, ma anche di efficienza energetica.

Il piano dell’esecutivo UE, ad ogni modo, dovrà incassare il sostegno dei 27 paesi del blocco e del Parlamento europeo nei prossimi mesi.

Pacchetto per favorire digitale made in Europe

Henna Virkkunen, commissaria europea alla Sovranità Digitale, ha presentato il pacchetto che esclude i giganti statunitensi come Amazon, Microsoft e Google dalle gare d’appalto cloud più sensibili, incoraggiando al contempo una rapida realizzazione di data center che utilizzino almeno in parte hardware o software europei. Per quanto riguarda i chip, il piano non si concentra tanto sull’attrarre impianti all’avanguardia, quanto sul sostenere i punti di forza esistenti del principale produttore di apparecchiature per chip ASML, dai materiali al packaging avanzato, sfruttando la domanda pubblica per aiutare le startup a crescere.

Ma con pochi campioni europeo, ridurre la dipendenza non sarà facile. Il blocco non ha una versione europea di Nvidia per la progettazione di chip per l’intelligenza artificiale, nessun concorrente della taiwanese TSMC per la loro produzione, e nessun gigante del software paragonabile ai grandi hyperscaler in grado di guidare la domanda attraverso vaste piattaforme Cloud.

Requisiti di sovranità in settori sensibili come banche, energia e sanità

La spinta verso requisiti di sovranità in settori sensibili come quello bancario, energetico e sanitario è motivata dalle preoccupazioni per il dominio dei giganti tecnologici statunitensi, nonché da timori relativi a leggi come il Cloud Act, che obbliga i fornitori con sede negli Stati Uniti a concedere alle autorità l’accesso ai dati anche se archiviati all’estero.

Criteri di sovranità negli appalti pubblici

La proposta dell’UE, finora inedita e che potrebbe subire modifiche dell’ultimo minuto, introduce anche criteri “non di prezzo” obbligatori per gli appalti pubblici, inclusi requisiti per software e hardware sviluppati all’interno dell’UE, il che svantaggerebbe le grandi aziende tecnologiche statunitensi.

Proposta troppo morbida per l’Europarlamento

La proposta è carente, dice Kim van Sparrentak, eurodeputato dei Verdi, che non considera abbastanza severo il provvedimento per assicurare l’indipendenza digitale dell’Europa a lungo termine.

Secondo i detrattori, scrive Politico.eu, la proposta della Commissione è forte nelle intenzioni ma debole nel confronto diretto con el big tech come Google, Microsoft e Amazon.

“La proposta resta troppo permissiva”, dice Christophe Grudler, europarlamentare centrista già in prima linea nella battaglia contro Starlink e l’invadenza extra Ue nel settore satellitare. Per Grudler il pacchetto lascerebbe ancora spazio alle aziende estere per offrire servizi a fette molto delicate e sensibili dell’economia europea.

L’Europarlamento ha così già manifestato apertamente l’intenzione di tentare di rimodellare la proposta.

Il CADA cuore del pacchetto

Il Cloud and AI Development Act (CADA), che rappresenta di fatto il cuore del pacchetto presentato nell’independence Day, introduce una certificazione su quattro livelli che le autorità pubbliche dovrebbero utilizzare per valutare strumenti digitali in base alla loro vulnerabilità a interferenze straniere. In alcuni casi, gli enti pubblici potrebbero essere costretti a sostituire servizi stranieri con alternative europee nel nome del principio del “Buy European”.

Ma larghe fasce del mercato europeo potrebbero comunque restare aperte ai giganti americani. Anche perché il fatto di bloccarli dipenderebbe dalla volontà dei singoli paesi europei di fare arrabbiare Trump.

“Avrei voluto sentire più chiaramente dalla Commissione che gli Stati Uniti non sono più un partner affidabile per il settore pubblico europeo, così come non lo è la Cina”, ha detto Aura Salla, membro del Parlamento europeo di centro-destra, alla commissaria europea per la tecnologia, Henna Virkkunen, durante un’audizione in commissione dopo la presentazione del pacchetto.

Big Tech sulle barricate: un danno per le organizzazioni Ue

Sul fronte opposto delle Big Tech è già partita la protesta, nonostante il tentativo di Bruxelles di depurare al massimo l’idea che il pacchetto sia specificamente anti-americano.

“L’attenzione della proposta su criteri geografici e di nazionalità non favorisce risultati efficaci in termini di sovranità”, ha detto Guido Lobrano, direttore generale per l’Europa dell’Information Technology Industry Council, un’associazione di categoria che annovera tra i suoi membri Amazon, Meta, Google e Microsoft.

Lobrano è stato raggiunto dalle parole di Harry Staight, portavoce di Amazon: “Le organizzazioni europee meritano di avere accesso alla migliore tecnologia disponibile da fornitori affidabili, scelti in base a sicurezza, prestazioni, controlli verificabili e rapporto qualità-prezzo”.

Insomma, il tentativo di Henna Virkkunen, commissario Ue alla Sovranità Digitale, di togliere l’etichetta di protezionismo anti-americano al pacchetto appena predentato è fallito sul nascere.

Mentre Virkkunen presentava il piano mercoledì, racconta Politico che gli ambasciatori dell’UE, riuniti dall’altra parte della strada, stavano approvando una proposta della Commissione per l’adesione dell’UE a Pax Silica, un nuovo club guidato dagli Stati Uniti volto a garantire le catene di approvvigionamento dell’intelligenza artificiale in chiave anti cinese.

CCIA attacca: “Carta bianca alle capitali Ue per escludere le Big Tech”

Daniel Friedlaender, responsabile della sede di Bruxelles del gruppo di pressione tecnologico CCIA, tra i cui membri figurano Google, Meta, Uber e Airbnb, ha affermato che la proposta “di fatto concede alle capitali nazionali carta bianca per escludere fornitori globali affidabili provenienti da tutti i principali paesi produttori di tecnologia al di fuori dell’Unione”.

Se la legge diventerà uno strumento per estromettere i giganti tecnologici statunitensi o un trampolino di lancio per i campioni europei dipenderà da quanto Bruxelles e le capitali dell’UE saranno disposte a spingersi oltre i propri poteri. Tuttavia, il percorso attraverso i negoziati tra il Parlamento e i governi nazionali dell’UE potrebbe essere lungo e accidentato.

I ministri del digitale dell’UE dovrebbero esprimere il loro parere durante il loro incontro in Lussemburgo la prossima settimana, e potrebbero reagire negativamente a una proposta che potrebbero considerare un’ingerenza nei loro poteri decisionali e nelle prerogative nazionali.

Bitcom (Confindustria digitale tedesca), passare dalle parole ai fatti

“È fondamentale che questi sforzi non si fermino a semplici annunci. L’Europa deve agire rapidamente”, sostiene dal canto suo Bitcom, la Confindustria digitale tedesca. Henna Virkkunen, commissaria europea per la tecnologia, ha presentato il pacchetto che esclude i giganti statunitensi come Amazon, Microsoft e Google dalle gare d’appalto cloud più sensibili, incoraggiando al contempo una rapida realizzazione di data center che utilizzino almeno in parte hardware o software europei. Per quanto riguarda i chip, il piano non si concentra tanto sull’attrarre impianti all’avanguardia, quanto sul sostenere i punti di forza esistenti del principale produttore di apparecchiature per chip ASML, dai materiali al packaging avanzato, sfruttando la domanda pubblica per aiutare le startup a crescere.

Ma con pochi campioni regionali, ridurre la dipendenza non avverrà rapidamente. Il blocco non ha una versione europea di Nvidia per la progettazione di chip per l’intelligenza artificiale, nessun concorrente della taiwanese TSMC per la loro produzione, e nessun gigante del software paragonabile alle grandi aziende statunitensi in grado di guidare la domanda attraverso vaste piattaforme cloud.

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Indipendenza digitale. Chi è Jim Hagemann Snabe, l’inviato speciale Ue per l’AI industriale

Jim Hagemann Snabe sarà consigliere di Ursula von der Leyen e Henna Virkkunen per tutto quello che riguarda l’AI industriale europea

La Commissione europea ha nominato Jim Hagemann Snabe inviato speciale per l’intelligenza artificiale (AI) industriale, affidandogli un ruolo che segnala un cambio di passo nella strategia digitale di Bruxelles. L’obiettivo non è solo regolamentare l’AI, ma accelerarne l’adozione nelle filiere produttive europee, rafforzando al tempo stesso la sovranità tecnologica dell’Unione.

A seguito della presentazione della proposta di strategia per la sovranità tecnologica europea, Snabe dovrà consigliare direttamente la presidente Ursula von der Leyen e la vicepresidente con delega alla sovranità tecnologica, Henna Virkkunen, su tutto ciò che riguarda l’intelligenza artificiale industriale. Il suo compito sarà quello di massimizzare il potenziale trasformativo dell’AI nell’Ue, mettendo a fuoco le condizioni concrete per la diffusione della tecnologia: infrastrutture, potenza di calcolo, semiconduttori, cloud e applicazioni industriali.

Come specificato nel comunicato di nomina, la Commissione gli affida anche la redazione di una relazione basata su dati concreti e orientata al futuro. Il rapporto dovrà coprire l’intero ecosistema dell’AI industriale, con particolare attenzione ai data center, al calcolo ad alte prestazioni, alle catene di approvvigionamento dei chip e alle tecnologie fondamentali dell’AI, dai modelli linguistici di grandi dimensioni all’AI generativa.

Entra in scena la dimensione industriale dell’AI e dell’autonomia tecnologica

Il punto politico è rilevante. Finora il dibattito europeo sull’intelligenza artificiale è stato dominato soprattutto dalla dimensione regolatoria. Con Snabe, Bruxelles prova a mettere in primo piano anche la dimensione industriale, cioè la capacità dell’Europa di non limitarsi a fissare regole, ma di costruire un’infrastruttura tecnologica e produttiva in grado di sostenere competitività, autonomia e sicurezza economica.

La scelta cade su un profilo con una lunga esperienza nel settore IT e in ruoli apicali legati ad AI, manifattura avanzata e tecnologie pulite. Fino a oggi Snabe ha lavorato in SAPIBM Danimarca e ha ricoperto diversi ruoli di vertice in grandi società europee tra cui SiemensA.P. Møller-MærskAllianzNorthvolt.

La Commissione sottolinea che la sua competenza non è facilmente disponibile nella stessa misura all’interno dell’istituzione, ed è proprio questa combinazione di leadership strategica e conoscenza industriale ad aver reso la nomina particolarmente attraente per Bruxelles.

Snabe seguirà anche data center, cloud, software avanzati, l’introduzione e l’uso di tecnologie avanzate in tutte le industrie Ue

Il mandato di Snabe è ampio. Dovrà seguire l’intero ecosistema dell’AI industriale, con attenzione non solo alle infrastrutture, ma anche ai servizi cloud, ai software avanzati per l’IA e all’uso della tecnologia nei diversi settori industriali europei.
In pratica, dovrà contribuire a collegare innovazione tecnologica, bisogni produttivi e impostazione regolatoria, aiutando la Commissione a evitare che l’Europa resti intrappolata in una strategia solo normativa.

La sua figura assume importanza proprio nel più ampio tentativo dell’Ue di costruire una strategia per la sovranità tecnologica più credibile e concreta. Dopo anni di dipendenza da pochi grandi fornitori globali, la Commissione cerca ora di rafforzare l’intera catena del valore digitale, dal calcolo ai chip, dai data center alla distribuzione industriale dell’AI. Snabe dovrà essere uno dei ponti tra questa ambizione politica e la sua traduzione pratica.

L’incarico durerà fino al 31 marzo 2027 e, come sottolineato nel documento di nomina della Commissione, sarà non retribuito. Bruxelles ha precisato di aver svolto una verifica preventiva per escludere conflitti di interesse e ha chiesto al nuovo inviato speciale di sospendere, per tutta la durata del mandato, la partecipazione al comitato consultivo di Google Cloud e al consiglio di amministrazione di C3.ai.

Non solo regole, anche una concreta capacità di innovare infrastrutture e produzione

È un passaggio delicato, ma anche inevitabile: per guidare l’Europa in una fase in cui la competizione sull’IA si gioca su infrastrutture, capitale e capacità industriale, la Commissione ha bisogno di una figura con esperienza vera nel settore privato. Al tempo stesso, però, deve dimostrare di saper governare i rischi di commistione tra interesse pubblico e legami con i grandi player tecnologici.

La nomina di Snabe va letta così: come il tentativo di dare all’Europa una voce industriale forte sull’AI, in una fase in cui la sovranità tecnologica non si misura più solo sulla capacità di scrivere norme, ma sulla possibilità di costruire sistemi, infrastrutture e capacità produttive all’altezza della sfida globale.

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Google consentirà ai siti web di escludersi dai risultati di ricerca AI Overviews e AI Mode

Google permetterà ai siti web di escludersi dai risultati generati dall’intelligenza artificiale in Search. La novità riguarda AI Overviews e AI Mode, le funzioni che sintetizzano contenuti e rispondono alle query degli utenti usando sistemi generativi.

La società lo ha annunciato in un post sul suo blog ieri. L’avvio dei test, ha spiegato, consentirà ai proprietari dei siti di decidere se le proprie pagine potranno apparire nelle risposte AI e contribuire a fondarle. Il test partirà inizialmente con un piccolo gruppo di proprietari di domini nel Regno Unito, prima di un’estensione globale.

“Siti che scelgono l’opt-out non riceveranno traffico o impression dalle nostre funzionalità di AI generativa”, ha spiegato Google. La società ha precisato anche che questa scelta “non sarà usata come segnale di ranking per i risultati di ricerca al di fuori di queste funzionalità generative di Google Search”.

Il nodo del traffico agli editori

La novità di Google annunciata ieri arriva dopo le pressioni e le preoccupazioni dell’editoria internazionale. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, le funzionalità AI di Google, come AI Overviews e gli strumenti conversazionali basati sull’intelligenza artificiale, stanno incidendo in modo significativo sul traffico dei siti di notizie.

Secondo i dati Similarweb citati dal Journal, per il New York Times la quota di traffico da ricerca organica verso i siti desktop e mobile è scesa al 36,5% nell’aprile 2025, rispetto al 44% di tre anni prima.

Google sostiene invece che AI Overviews abbia aumentato il traffico complessivo sulla piattaforma, ma per molti editori il punto resta la distribuzione di quel traffico e il rischio che i contenuti giornalistici vengano usati per generare risposte senza produrre visite equivalenti ai siti originali.

Pressione dei regolatori britannici

Anche le autorità britanniche hanno fatto pressioni a Google. La Competition and Markets Authority, CMA, ha imposto all’azienda una nuova regola legata al suo potere di mercato, dopo averla qualificata come società con “strategic market status”.

Secondo la CMA, il nuovo controllo darà agli editori, incluse le organizzazioni giornalistiche, una posizione più forte nella negoziazione degli accordi sui contenuti con Google.

Già a gennaio il governo britannico aveva annunciato l’intenzione di obbligare Google a introdurre un meccanismo di opt-out per offrire “un accordo più equo” agli editori, in particolare alle testate giornalistiche. A marzo Google aveva risposto spiegando di voler sviluppare aggiornamenti per consentire ai siti di escludersi in modo specifico dalle funzioni generative nella ricerca.

In Italia si è mossa anche l’Agcom

In Italia il tema è già arrivato sul tavolo dell’Agcom. Dopo una segnalazione della FIEG, l’Autorità ha deciso di trasmettere alla Commissione europea una richiesta di valutazione sui servizi AI Overviews e AI Mode di Google Ireland, alla luce degli articoli 27, 34 e 35 del Digital Services Act.

Secondo gli editori, l’introduzione dei riepiloghi AI rischia di ridurre visibilità e reperibilità dei contenuti giornalistici, con effetti sulla sostenibilità economica delle testate, soprattutto più piccole e indipendenti, e sul pluralismo dell’informazione. Agcom ha inoltre deciso di istituire un tavolo permanente tra Google, piattaforme interessate ed editori sui temi di copyright, intelligenza artificiale ed equo compenso.

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Indipendenza digitale, come creare il Fondo europeo per partire

Cloud e AI, la strategia europea c’è. Ma ora Bruxelles deve trovare i soldi

La Commissione europea ha presentato la sua strategia per rafforzare la sovranità tecnologica dell’Unione nel cloud e nell’intelligenza artificiale (AI). L’obiettivo politico è chiaro: ridurre la dipendenza da un numero ristretto di fornitori extraeuropei (in particolare quelli americani) e costruire capacità proprie in infrastrutture, calcolo, data center e servizi AI. La vera questione, adesso, è come finanziare questa ambizione.

Qualcosa su questo si trova nei documenti allegati alla proposta di Cloud and AI Development Act, o CADA, in cui Bruxelles non propone un fondo sovrano già pronto all’uso, perchè non c’è e va costruito. Disegna invece un modello di finanziamento ibrido da cui partire, che combina programmi europei esistenti, contributi degli Stati membri e investimenti privati, rinviando la piena scala industriale al prossimo quadro finanziario pluriennale. E qui si giocherà la vera partita della futura autonomia finanziaria dell’istituzione europea.

Il regolamento è esplicito: le iniziative per il cloud e l’AI “may be supported by funding from Union programmes and other instruments”, in particolare Horizon Europe, il Digital Europe Programme e InvestEU. La Commissione aggiunge che le stesse iniziative “may be supported by Member States” e anche da “private-sector investments”. In altre parole, non un unico fondo centrale, per il momento, ma una costruzione graduale di risorse pubbliche e private coordinate tra loro.

Virkkunen (Ue): “Creare capacità di investimento europea per sostenere le nostre migliori imprese nella competizione globale

Il percorso l’ha ben illustrato la Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, Henna Virkkunen, nel suo discorso in occasione della presentazione della strategia europea: “L’Europa sta perdendo terreno nella corsa tecnologica globale perché ha bisogno di più investimenti ad alto rischio nel settore dell’innovazione. Mentre i principali competitor internazionali stanno mobilitando ingenti capitali, il continente si trova ad affrontare un crescente deficit di investimenti strategici.
I finanziamenti pubblici rappresentano un punto di partenza importante, ma non possono essere i contribuenti a sostenere da soli questo sforzo. Se l’Europa vuole rafforzare la propria sovranità tecnologica e mantenere il controllo del proprio futuro digitale, è indispensabile che anche il capitale privato aumenti il proprio impegno, sostenendo i progetti più ambiziosi e strategici
”.

Per colmare questo divario, la Commissione europea avvierà con effetto immediato una consultazione con gli Stati membri, il Gruppo Banca europea per gli investimenti (BEI) e i principali attori del settore finanziario.
L’obiettivo è chiaro: creare una capacità europea di investimento in capitale di rischio su larga scala, in grado di garantire alle migliori imprese tecnologiche europee le risorse necessarie per competere e affermarsi sui mercati globali
”, ha sottolineato la Vicepresidente della Commissione.

È qui che molti hanno letto tra le righe il richiamo ad un “fondo sovrano europeo” che poi sarebbe chiamato ad investire direttamente nelle società tecnologiche (ma anche energetiche e di altri settori strategici) con maggiori possibilità di competere a livello globale. Una sfida significativa, ma che probabilmente è nelle corde della Commissione e dell’Unione tutta.

Un modello ‘ibrido’ a tre livelli

Tornando al modello di finanziamento ibrido al momento individuato dalla Commissione, c’è già un primo livello di risorse europee disponibili. La Commissione punta su programmi esistenti per finanziare ricerca, sviluppo, infrastrutture e prima adozione industriale delle tecnologie cloud e AI. È un passaggio importante, perché mostra che Bruxelles non parte da zero, ma prova a riallocare strumenti già in essere verso gli obiettivi di sovranità tecnologica.

Il secondo livello è quello nazionale. Il testo prevede che gli Stati membri possano sostenere la strategia con misure di ricerca, sviluppo e innovazione, nel rispetto delle regole sugli aiuti di Stato. Questo significa che la Commissione immagina un cofinanziamento pubblico distribuito, in cui i governi nazionali restano parte attiva del processo, soprattutto nei progetti infrastrutturali e nei poli strategici.

Il terzo livello è quello del capitale privato. La Commissione chiede agli operatori industriali e finanziari di tenere conto della strategia nelle loro decisioni di investimento. Qui il messaggio è chiaro: l’obiettivo non è soltanto attrarre capitali, ma orientarli dentro un quadro coerente con le priorità europee, evitando frammentazione e duplicazioni.

Il ruolo del futuro fondo sovrano e un meccanismo di priorità nei finanziamenti

La parte più interessante del testo è però quella che collega la strategia al futuro European Competitiveness Fund. Nel considerando 43 si legge che i “data centre strategic projects” dovrebbero ricevere sostegno da programmi, fondi e strumenti finanziari dell’Unione, in linea con gli obiettivi dei singoli strumenti e senza pregiudicare il prossimo bilancio pluriennale 2028-2034.

Il passaggio più rilevante è quello in cui si afferma che questi progetti dovrebbero ottenere il “competitiveness seal” se soddisfano le condizioni previste dal futuro European Competitiveness Fund, cioè se sono considerati progetti di alta qualità che contribuiscono agli obiettivi del fondo.
Di fatto, si sta ragionando su un marchio di qualità da attribuire a progetti considerati validi e strategici, così da facilitarne il finanziamento con altre risorse pubbliche o private anche se non (ri)entrano direttamente nel programma UE originario.

In sostanza, la Commissione sta creando un meccanismo di priorità per far entrare i progetti cloud e data center nel perimetro dei futuri finanziamenti europei.

Questo non significa che il fondo sovrano esista già in forma pienamente operativa. Significa però che la Commissione ne sta preparando la funzione: selezionare, premiare e indirizzare i progetti industriali ritenuti strategici per la competitività europea. È un tassello fondamentale della strategia, perché lega la sovranità tecnologica non solo alla regolazione, ma anche alla futura architettura finanziaria dell’Unione.

Una strategia ancora da finanziare

Il punto politico resta lo stesso: la Commissione ha definito l’orizzonte, ma non ha ancora chiuso il capitolo delle risorse. Il documento mostra una scelta precisa: utilizzare i fondi UE esistenti nel breve periodo, coinvolgere gli Stati membri e il capitale privato nel medio periodo, e agganciare la piena scala industriale al prossimo quadro finanziario pluriennale.

È una costruzione pragmatica, ma anche una prova di forza. Perché la sovranità tecnologica non dipende solo dagli obiettivi industriali o dalle regole sul mercato, ma dalla capacità di mettere insieme risorse sufficienti per sostenere data center, cloud e infrastrutture AI su scala continentale.

In questo senso, il Cloud and AI Development Act è insieme una strategia industriale e una promessa finanziaria ancora da completare, che peraltro dovrà fare i conti con le solite divergenze interne ai 27 Stati dell’Unione. Accetteranno di contribuire a livello finanziario? Condivideranno l’impostazione generale di questa architettura finanziaria? Saranno favorevoli ad aumentare la dote finanziaria dell’Unione? C’è anche da chiedersi se condividono a pieno gli obiettivi della strategia. La Commissione ha aperto il cantiere; ora deve trovare il modo di finanziarlo davvero e di convincere tutti e 27 a mettersi a lavorare.

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Nasce chatMinerva, il modello dell’Università Sapienza allenato con l’italiano

L’Italia non sta a guardare sull’intelligenza artificiale e presenta ChatMinerva, prima famiglia di Large Language Model sviluppata principalmente per la lingua italiana e addestrata da zero anche su testi italiani.

Da oggi infatti l’ateneo ha reso disponibile ChatMinerva, assistente Ai multimodale capace di leggere testi, interpretare immagini, analizzare documenti e navigare il web in tempo reale, il tutto dialogando in italiano con un livello di affidabilità inedito per un modello sviluppato interamente nel nostro Paese.

“Vogliamo dimostrare che è possibile costruire tecnologia IA di frontiera anche in Europa e in Italia – afferma Roberto Navigli, professore della Sapienza e responsabile del progetto – con un approccio aperto, scientificamente rigoroso e indipendente. ChatMinerva è stato costruito con molta più passione che budget, grazie al lavoro incessante di decine di ricercatori, dottorandi, studenti e collaboratori che credono nella possibilità di creare tecnologia IA italiana da cui partire per costruire prodotti competitivi – conclude Navigli – pur nascendo in un contesto molto diverso da quello dei grandi colossi globali”.

“Il lancio di ChatMinerva segna una nuova tappa nel percorso di innovazione del nostro Ateneo nel campo dell’intelligenza artificiale”, ha dichiarato la rettrice Antonella Polimeni. “L’evoluzione del progetto Minerva verso assistenti AI multimodali e interattivi conferma la capacità della Sapienza di trasformare la ricerca di frontiera in innovazione concreta, al servizio della conoscenza e della società”.

Il punto di forza? L’addestramento in lingua italiana

Minerva nasce invece con l’italiano come focus principale fin dall’inizio. Molti LLM oggi disponibili sono addestrati soprattutto su dati in inglese e solo in parte su altre lingue. Questo può incidere sulla qualità delle risposte in italiano, sulla fluidità, sulla comprensione delle sfumature culturali e sui tempi di generazione.

Secondo il gruppo di ricerca, questa impostazione permette al modello di gestire meglio vocabolario, sintassi e specificità culturali della lingua italiana, riducendo alcuni limiti tipici dei modelli addestrati principalmente in inglese.

Attenzione a non fare confusione: si tratta di un progetto di ricerca non un chatbot commerciale

Gli sviluppatori precisano che Minerva resta un progetto di ricerca. I modelli possono produrre risposte utili, ma non sono perfetti: possono contenere bias, generare informazioni errate o inappropriate e mostrare limiti su alcuni compiti.

Il confronto con chatbot commerciali come ChatGPT o Claude va quindi fatto con cautela. Quei sistemi sono addestrati su quantità di dati molto più ampie, spesso non documentate, e dispongono di centinaia di miliardi di parametri. Minerva punta invece su un approccio più trasparente, con dati e processo di addestramento descritti pubblicamente.

Perché un modello pensato per l’italiano

Il motivo principale riguarda il modo in cui gli LLM trattano le lingue. Nei modelli centrati sull’inglese, il vocabolario interno è ottimizzato soprattutto per quella lingua. Quando devono elaborare parole italiane, spesso le spezzano in più unità rispetto alle parole inglesi. Questo può aumentare i tempi di inferenza e ridurre la naturalezza del testo generato.

Nel progetto Minerva è stato sviluppato un tokenizer più adatto all’italiano. I dati tecnici pubblicati mostrano una migliore “fertility” rispetto a modelli come Mistral-7B-v0.1, cioè una minore frammentazione delle parole italiane in token. Questo può contribuire a risposte più efficienti e più naturali.

Come sono stati sviluppati i modelli base

La famiglia Minerva comprende modelli di dimensioni diverse, da 350 milioni a 7 miliardi di parametri. I modelli base sono stati addestrati su un insieme ampio di testi italiani e inglesi.

Le fonti includono Wikipedia, articoli di notizie, libri, documenti legali, contenuti web, Gazzetta Ufficiale, EurLex, Gutenberg, Wikisource e dataset aperti come RedPajama v2 e CulturaX. Il modello da 7 miliardi di parametri è stato addestrato su 2,48 trilioni di token, con una composizione bilanciata tra italiano e inglese e una quota di codice.

L’obiettivo è stato esporre il modello a registri linguistici diversi: testi enciclopedici, documenti normativi, contenuti web, linguaggio tecnico, testi conversazionali e materiale scientifico.

Il focus sulla sicurezza

La sicurezza è una parte rilevante del progetto Minerva. Il gruppo ha lavorato sulla base di ALERT, una tassonomia sviluppata da Babelscape per classificare contenuti rischiosi o dannosi.

È stato costruito un dataset di 21mila istruzioni in italiano con risposte desiderate, coprendo sei macro-categorie: hate speech e discriminazione, pianificazione criminale, sostanze regolamentate, contenuti sessuali, suicidio e autolesionismo, armi e strumenti illegali.

Nella demo chat viene inoltre usata una versione di LlamaGuard fine-tuned su questi dati, per identificare prompt e risposte che potrebbero violare le salvaguardie previste.

Addestramento con il supercomputer Leonardo

L’addestramento di Minerva ha richiesto una forte capacità di calcolo. Per questo il progetto si è appoggiato a CINECA e al supercomputer Leonardo.

Il modello da 7 miliardi di parametri è stato addestrato usando 128 GPU in parallelo. Il processo ha richiesto diverse settimane, confermando la complessità tecnica ed economica dell’addestramento di modelli linguistici di grandi dimensioni.

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Come fare brand nella PA

  • Di Francesco Giorgino, Luca Giannantoni e Lucio Lussi
  • Prefazione di Paolo Zangrillo
  • Editore: Rubbettino
  • Data di pubblicazione: maggio 2026
  • Pagine: 296Italiano
  • ISBN: 9788849888829

Si può applicare il marketing nella Pubblica Amministrazione? Qual è il salto culturale che le PA devono compiere? In un tempo in cui cittadini, imprese e territori chiedono alla Pubblica Amministrazione efficienza, ascolto, chiarezza, prossimità e capacità di generare fiducia, la comunicazione pubblica non può più essere considerata una funzione accessoria. È una componente essenziale dell’azione amministrativa: contribuisce alla qualità dei servizi, alla reputazione delle istituzioni, alla trasparenza delle decisioni e alla costruzione di valore pubblico.

Da questa riflessione nasce “Brand pubblico. Il futuro della PA tra comunicazione e marketing”, il volume di Francesco Giorgino, Luca Giannantoni e Lucio Lussi, pubblicato da Rubbettino, con prefazione del Ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo.

Il libro propone una lettura innovativa del rapporto tra istituzioni e cittadini: anche la Pubblica Amministrazione deve imparare a immaginarsi, e ad agire, come un brand, non nel senso commerciale o promozionale del termine, ma come promessa pubblica di affidabilità, coerenza, qualità dei servizi, riconoscibilità e responsabilità.

Il brand pubblico rappresenta il modo in cui un’amministrazione viene percepita, ricordata e valutata nel tempo. È la somma delle sue decisioni, dei suoi comportamenti, dei servizi che offre, delle parole che sceglie e della fiducia che riesce a costruire. Il branding, quindi, non è soltanto uno slogan, una campagna di comunicazione o un logo: è un processo continuo che riguarda l’identità dell’istituzione e la qualità della relazione con le persone.

In questa prospettiva, comunicazione e marketing diventano strumenti fondamentali per accompagnare la trasformazione della PA, attraverso le competenze professionali attive nelle istituzioni e al servizio dell’interesse generale. Il marketing pubblico aiuta le amministrazioni a conoscere meglio i bisogni delle persone, a progettare servizi più accessibili, a rendere più comprensibili le politiche pubbliche e a rafforzare il legame tra istituzioni e comunità.

Il volume non si limita a una riflessione teorica, ma racconta anche buone pratiche di comunicazione e marketing pubblico, mostrando come alcune amministrazioni abbiano saputo migliorare la propria capacità di ascolto, semplificare il linguaggio, valorizzare i servizi, costruire relazioni più efficaci con i cittadini e rendere più visibile l’impatto delle politiche pubbliche. Esperienze diverse che dimostrano come la comunicazione e il marketing, quando sono progettati in modo professionale, possano diventare parte integrante della qualità amministrativa.

Uno degli elementi originali del libro è la proposta del modello PBVTJ – Public Brand Value Telling Journey, un percorso che aiuta a leggere e progettare il brand pubblico come un viaggio: si parte dall’identità dell’amministrazione, si passa attraverso il valore generato dai servizi e dalle politiche pubbliche, e si arriva alla fiducia costruita nel tempo con cittadini, imprese e territori. In termini semplici, il modello mostra che la reputazione di una PA non nasce da un singolo messaggio, ma dall’esperienza complessiva che le persone fanno dell’istituzione: ciò che promette, ciò che comunica, ciò che realizza e il modo in cui mantiene coerenza tra parole e azioni.

Il volume affronta temi oggi centrali nel dibattito sulla modernizzazione amministrativa: la reputazione delle istituzioni, la fiducia dei cittadini, il ruolo della comunicazione nei processi decisionali, la qualità della relazione con gli utenti, la semplificazione del linguaggio, la trasformazione digitale, la misurazione dell’impatto comunicativo, il rapporto tra identità pubblica e valore pubblico.

“Brand pubblico” si rivolge a comunicatori, dirigenti pubblici, amministratori, studiosi, giornalisti, professionisti della comunicazione e a tutti coloro che sono interessati a comprendere come cambia la PA in una fase storica in cui non è sufficiente fare bene, ma occorre anche saper rendere visibile, comprensibile e credibile ciò che si fa.

Il libro invita a superare una visione difensiva e burocratica della comunicazione istituzionale per riconoscerla come infrastruttura democratica: uno spazio di ascolto, trasparenza, partecipazione e costruzione di fiducia. La tesi centrale del volume è chiara: una Pubblica Amministrazione che comunica meglio è più utile, più accessibile e più vicina alle persone. E una PA capace di costruire un brand pubblico credibile può contribuire a rafforzare la qualità della democrazia, la coesione sociale e la competitività del Paese.

Gli autori

Francesco Giorgino è un giornalista professionista e docente universitario. In Luiss è titolare degli insegnamenti di Content Marketing e Brand Storytelling, di Marketing Politico e di Newsmaking. Dirige nello stesso ateneo il Master di secondo livello in Comunicazione e Marketing politico-istituzionale. Autore di decine di saggi, è direttore di Rai Ufficio Studi, conduttore e capo autore del programma di Rai 1, XXI Secolo.

Lucio Lussi è giornalista professionista e comunicatore pubblico. Dottore di ricerca (PhD) in Studi Politici, ha oltre 20 anni di esperienza nella comunicazione istituzionale e di politiche pubbliche, con focus su politica di coesione, fondi europei e PNRR, governance e contenuti digitali.

Luca Giannantoni è giornalista professionista esperto in comunicazione pubblica e istituzionale, ufficio stampa e strategie digitali. Da anni cura le relazioni con media ed enti e, dopo aver pubblicato altri libri, presenta la sua prima opera di settore.

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Robot umanoidi, la Cina prepara una nuova ondata di IPO per diventare leader della Physical AI

La Cina prepara una nuova fase industriale per la robotica umanoide. Secondo quanto riportato da Bloomberg, diverse aziende cinesi del settore stanno lavorando alla quotazione in Borsa, in un momento in cui Pechino punta a presentarsi come centro globale della prossima fase dell’intelligenza artificiale: quella fisica, applicata a robot capaci di muoversi e operare nel mondo reale.

Il caso più rilevante è Unitree Robotics, tra i nomi più riconoscibili del settore anche per i video dei suoi robot impegnati in arti marziali. La società ha ottenuto lunedì l’approvazione per la quotazione a Shanghai. La sua IPO sarà uno dei primi test per misurare l’interesse degli investitori verso una possibile ondata di collocamenti nel comparto.

A Hong Kong, scrive Bloomberg, ci sono almeno 46 società legate alla robotica nella pipeline delle quotazioni, pari a oltre il 10% delle domande. Tra le aziende che hanno già presentato richiesta di IPO figurano Leju Robotics e Deep Robotics.

Morgan Stanley: “Umanoidi cinesi più vicini alle IPO”

Secondo Sheng Zhong, responsabile della ricerca industriale sulla Cina di Morgan Stanley, “gli umanoidi cinesi sono un passo più vicini alle IPO, accendendo l’interesse del mercato sugli umanoidi nella seconda metà del 2026”.

I capitali raccolti, spiega l’analista, dovrebbero essere destinati soprattutto alla ricerca e sviluppo, in particolare ai modelli robotici.

La spinta alle quotazioni riflette l’evoluzione dell’ecosistema AI cinese, che negli ultimi mesi ha attirato forte interesse sui mercati finanziari. Ma il tema non riguarda solo la finanza. Si inserisce nella strategia industriale di Pechino, che vuole portare le tecnologie avanzate dalla fase di innovazione alla produzione su larga scala.

La corsa alla Physical AI

La robotica umanoide è uno dei settori più osservati della cosiddetta Physical AI, l’intelligenza artificiale applicata a sistemi capaci di agire nel mondo fisico.

Jensen Huang, Ceo di Nvidia, ha più volte indicato questa area come una delle prossime grandi traiettorie dell’AI. Lunedì Huang ha citato Unitree durante una presentazione dedicata agli sviluppi di Nvidia nella robotica AI.

Unitree e Nvidia hanno collaborato alla realizzazione di macchine umanoidi “di riferimento”, dotate di mani a cinque dita e chip integrati, pensate per sostituire i cosiddetti “Frankenrobots” usati nei laboratori di ricerca. Secondo Huang Jiawei, direttore marketing di Unitree, la società cinese lancerà nella seconda metà dell’anno un nuovo modello alimentato da un chip Nvidia.

Barclays: “Questo è il decennio dei robot e appartiene alla Cina”

Gli analisti di Barclays, tra cui Zornitsa Todorova, hanno scritto in una nota che “questo è il decennio del robot, e appartiene alla Cina”. Secondo la banca, la leadership cinese deriva da una spinta guidata dallo Stato durata circa dieci anni. Il Paese rappresenterebbe già il 50% dei robot industriali globali e l’85% degli umanoidi nel 2025.

L’isituto stima inoltre che, grazie a politiche industriali coordinate e al controllo delle supply chain, gli umanoidi potrebbero arrivare a coprire circa il 3,8% della capacità lavorativa cinese entro il 2035.

Il ruolo della politica industriale

La Cina ha costruito negli anni una filiera estesa nella robotica: componenti, attuatori, sensori, sistemi di controllo, batterie, software e capacità produttiva. Questo permette alle aziende cinesi di muoversi più rapidamente verso applicazioni commerciali.

Il vantaggio non riguarda solo i singoli robot, ma l’intero ecosistema industriale. La disponibilità di fornitori locali, capitali pubblici e privati, mercati interni ampi e politiche di sostegno consente di accelerare il passaggio dai prototipi alla produzione.

È lo stesso modello già visto in altri settori strategici, dalle batterie ai veicoli elettrici: prima sostegno pubblico e scala industriale, poi competizione sui costi e sulle esportazioni.

Robot umanoidi, un mercato destinato a moltiplicarsi per 34 volte entro il 2034

La corsa cinese alle IPO arriva mentre il mercato degli umanoidi si prepara al passaggio dalla ricerca alla fase industriale. Secondo Fortune Business Insights, il settore valeva 4,89 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 6,24 miliardi nel 2026 e potrebbe raggiungere 165,13 miliardi nel 2034, con un CAGR del 50,60%.

A trainare la crescita sono AI, sensori avanzati, batterie, potenza di calcolo e riduzione dei costi hardware. L’Asia-Pacifico resta il principale polo di sviluppo, con il 42,6% del mercato nel 2025, mentre la domanda cresce anche in Europa per la carenza di lavoratori qualificati. Le prime applicazioni commerciali si concentrano su logistica, magazzini, manifattura e stabilimenti automobilistici, dove il ritorno economico è più misurabile e l’integrazione con i processi esistenti appare più immediata.

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Indipendenza digitale europea, la Commissione presenta 4 misure. Von der Leyen: “Non possiamo dipendere da altri”

Von der Leyen (Ue): “Non possiamo permetterci di dipendere da altri”. Il pacchetto per la sovranità tecnologica

Presentato il tanto atteso pacchetto europeo sulla sovranità tecnologica, con le misure volte a rafforzare la capacità dell’Unione europea in materia di semiconduttori, intelligenza artificiale (AI), cloud e open source, ma anche di efficienza energetica.

Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono in funzione i nostri ospedali, le nostre reti energetiche stabili e i nostri servizi sicuri. Si tratta di proteggere i nostri cittadini, difendere i nostri interessi e fare le nostre scelte. L’Europa ha il talento, l’eccellenza della ricerca, la base industriale e il mercato unico. Insieme, dobbiamo trasformare questi punti di forza in sovranità tecnologica”. Ha dichiarato la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

I punti chiave del pacchetto comprendono: la legge sui chip 2.0 e la legge sullo sviluppo del cloud e dell’IA, la strategia open source e una tabella di marcia strategica per la digitalizzazione e l’AI nel settore dell’energia.

Il cloud computing è uno dei settori in cui la dipendenza europea è più evidente. Attualmente, le piattaforme statunitensi dominano il mercato. I tre principali fornitori (Microsoft, Amazon Web Services e Google) detengono circa il 70% del mercato europeo.
Secondo un rapporto del 2025 della società di consulenza francese Asteres, l’Unione europea spende circa 264 miliardi di euro all’anno per l’acquisto di software per il cloud computing che è sviluppato negli Stati Uniti.

Si rilancia e si torna di fatto il tema ineludibile dell’indipendenza digitale. Come ha spiegato il nostro direttore Luigi Garofalo nei giorni scorsi: “La Commissione Europea ha capito che dal punto di vista dell’innovazione tecnologica l’Europa deve iniziare ad agire in modo autonomo. Non più solo a normare, ma a fare innovazione – oggi dipende dal punto di vista digitale per l’80% da fornitori extra-UE – e a creare un’offerta tecnologica “made in Europe”, facendo crescere, allo stesso tempo, la domanda di Pubbliche Amministrazioni e aziende verso “uno stack tecnologico europeo completo”, con servizi e infrastrutture realizzati da aziende europee“.

Chip 2.0, serve una produzione made in Eu

Oggi, ha precisato Ursula von der Leyen, “per oltre l’80% dei nostri prodotti, servizi e infrastrutture digitali, ci affidiamo a fornitori extra-UE“. “Chi promuove l’innovazione tecnologica plasmerà il futuro, e noi dobbiamo garantire che l’Europa svolga un ruolo di primo piano in questo processo. La sovranità tecnologica non significa protezionismo. L’Europa rimane fondata sui principi di apertura, partenariato e concorrenza leale – ha aggiunto la Presidente della Commissione – ma vogliamo essere in grado di fare le nostre scelte, evitando di dipendere da fornitori unici e dominanti, soprattutto provenienti da paesi che non condividono la sua stessa visione“.

Il pacchetto odierno ha tre obiettivi fondamentali: trasformare la nostra economia promuovendo l’adozione di nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale; rafforzare la resilienza delle nostre catene di approvvigionamento; promuovere il modello europeo di sovranità tecnologica“, ha precisato von der Leyen.

Obiettivi saranno raggiunti attraverso quattro azioni contenute nel pacchetto sulla sovranità tecnologica: la legge Chips 2.0; la legge sullo sviluppo del cloud e dell’intelligenza artificiale; una strategia europea per l’open source; una tabella di marcia strategica per la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale nel settore energetico.

La normativa sui semiconduttori o Chips Act 2.0 è finalizzata a rispondere prontamente alle vulnerabilità critiche nella catena di approvvigionamento globale dei semiconduttori, dato che l’Europa dipende ancora fortemente dai paesi terzi per la produzione avanzata e la progettazione di chip.

Con la legge Chip 2.0 l’Ue intende accelerare le procedure di autorizzazione, approfondire la cooperazione con i partner che condividono gli stessi principi e introdurre un nuovo marchio di eccellenza per le regioni europee dei semiconduttori.

I chip sono anche un’industria globale cruciale per la crescita in Europa. Sono il terzo prodotto più commercializzato al mondo, subito dopo petrolio e veicoli. Nel 2025 il mercato è stato valutato circa 595 miliardi di euro e si prevede che continuerà a crescere, superando la soglia dei trilioni di euro entro il 2030, con componenti legati all’AI che rappresentano oltre il 70 % del mercato globale dei semiconduttori.

L’intento della Commissione è sia avvicinare i produttori di chip europei ai loro clienti, a partire dalla domanda dei settori in crescita, come i data center, i fornitori di cloud e le Gigafactory di IA, sia sostenere gli investimenti e i progetti strategici, affrontando così le vulnerabilità che potrebbero mettere a rischio l’approvvigionamento.

Promuovere lo sviluppo dell’AI e del cloud

L’obiettivo annunciato oggi è triplicare la capacità dei data center in Europa nei prossimi cinque-sette anni e rafforzare il ruolo della strategia Apply AI per promuoverne l’adozione.

Per fare questo è necessario però tenere alto il principio della sostenibilità e quindi rispettare la tabella della transizione energetica: “bilanciando nel contempo le ambizioni in materia di AI con gli impegni in materia di clima”.

La legge sullo sviluppo dell’AI e il cloud l’introduzione di un quadro unico a livello “la sovranità del cloud e dell’AI”, mantenendo comunque “un mercato aperto ai partner che condividono gli stessi principi”. Viene da chiedersi, tra questi ci saranno o no le Big Tech?

Viviamo in un mondo in cui geopolitica e tecnologia sono inseparabili. Coloro che promuovono l’innovazione tecnologica daranno forma al futuro e dobbiamo garantire che l’Europa svolga un ruolo guida in questo senso. Il pacchetto odierno segna un importante cambiamento nel modo in cui l’Europa si avvicina alla sovranità tecnologica. È tempo che l’Europa abbia il controllo dei suoi dati, delle sue catene di approvvigionamento e del suo futuro in modo pulito e sostenibile. Stiamo rafforzando l’autonomia e la resilienza digitali dell’Europa, mantenendo nel contempo la nostra economia aperta ai partner di tutto il mondo”, ha commentato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.

Henna Virkkunen

Il mercato europeo del cloud e dell’AI sta crescendo rapidamente, passando da 70 miliardi di euro nel 2022 a 200 miliardi previsti entro il 2028. Queste tecnologie aumentano la produttività, migliorano i servizi pubblici e cambiano la vita quotidiana. Ad oggi, però, il loro pieno potenziale non è ancora pienamente realizzato in Europa.

La sovranità tecnologica passa per l’open source

Il pacchetto punta dritto all’open source per rafforzare l’autonomia digitale del continente: “Abbiamo oltre tre milioni di contributor open source. Forniscono soluzioni digitali realizzate in Europa, per l’Europa, sulla base di principi e valori europei”.

Seguendo questo principio, si capisce che l’Europa porterà avanti una strategia mirata a sviluppare e sostenere alternative open source in settori prioritari quali il cloud, l’AI, le tecnologie internet, la cibersicurezza e i semiconduttori.

Per ottenere un ecosistema open source più forte bisogna investire nelle competenze, sostenendo le startup open source e migliorando la manutenzione e la sicurezza a lungo termine dell’infrastruttura digitale open source europea. Altro punto chiave è il maggiore utilizzo dell’open source nelle pubbliche amministrazioni, da promuovere secondo quanto riportato nel documento ufficiale attraverso orientamenti chiari e più specifici in materia di appalti e best practice.

Dan Jørgensen

Jørgensen (Ue): “Non può esserci sovranità digitale senza sovranità energetica

Altro problema non da poco, come abbiamo sperimentato sulla nostra pelle da qualche anno a questa parte è l’elevato costo dell’energia. Qui la Commissione vede come unica strada maestra la digitalizzazione del settore energetico dell’Unione.

Le guerre e le tensioni geopolitiche sempre più profonde ci obbligano ad agire con fermezza e rapidità, anche in considerazione dell’aumento della domanda di energia legato all’esplosione delle infrastrutture digitali necessarie a cloud e AI.

La strategia presentata oggi, è spiegato nel comunicato, stabilisce in che modo l’AI e altre soluzioni digitali possono garantire l’integrazione sostenibile dell’infrastruttura digitale critica nel nostro sistema energetico, contribuendo nel contempo a rendere più efficiente il sistema energetico dell’Unione.

Dobbiamo integrare le infrastrutture digitali nel nostro sistema energetico in modo sostenibile. Perché non può esserci sovranità digitale senza sovranità energetica“, ha dichiarato secco Dan Jørgensen, Commissario per l’Energia e l’edilizia abitativa.

La digitalizzazione del sistema energetico è la possibilità per l’Europa di ottenere di più dalle stesse infrastrutture di cui disponiamo e di ridurre le bollette per i consumatori. Questo pacchetto coglie questa opportunità e garantisce che la crescente domanda dei centri dati funzioni con la rete, non contro di essa, quindi l’ambizione digitale dell’Europa alimenta la transizione energetica piuttosto che competere con essa”, ha affermato Teresa Ribera, Vicepresidente esecutiva per una Transizione pulita, giusta e competitiva.

A tal fine, la tabella di marcia dovrebbe garantire che i data center siano integrati nel nostro sistema energetico “in modo sostenibile e trasparente”.
Nel 2024, i data center europei hanno consumato energia elettrica sufficiente ad alimentare quasi 20 milioni di famiglie. Entro il 2030, l’Ue stima che questa domanda raddoppierà.

Introdurremo a breve un sistema di classificazione europeo per i data center. Promuoveremo inoltre un modello di accordo tra autorità pubbliche, gestori di data center e operatori del settore energetico. La nostra attenzione si concentrerà sull’integrazione nella rete elettrica, sulla fornitura di energia pulita, sulla flessibilità e sull’efficienza energetica, unitamente alla tutela delle risorse idriche e al rispetto degli standard ambientali“, ha aggiunto il Commissario per l’Energia.

La Commissione, di suo, lavorerà per facilitare “la cooperazione tra i settori dell’energia e del digitale” per garantire l’integrazione efficiente nella rete di queste infrastrutture e il necessario approvvigionamento di energia pulita per aliimentarle, salvaguardando nel contempo le risorse idriche ed energetiche.

Come più volte è stato detto, le stesse tecnologie digitali, in primis l’AI, saranno fondamentali per migliorare i livelli di efficienza energetica in generale e di efficienza della rete elettrica europea. A tal fine è considerata di primaria importanza la diffusione dei contatori di nuova generazione per il migliore controllo sui consumi dell’energia e quindi sui costi in bolletta.

In ultima analisi, la digitalizzazione dell’energia contribuirà a costruire modelli AI sovrani e sicuri per il settore energetico, formati sui dati europei e sviluppati dalle imprese europee: “Vogliamo creare un nuovo modello di intelligenza artificiale per il settore energetico, addestrato su dati europei e sviluppato da aziende europee. Si tratta di una questione di sovranità tecnologica europea e di autonomia strategica. Per questo motivo, svilupperemo modelli di intelligenza artificiale lungo tutta la catena del valore e istituiremo un quadro normativo a livello UE per semplificare lo scambio transfrontaliero di dati energetici“.

Stiamo vivendo una rivoluzione digitale globale e una corsa mondiale per plasmare il futuro dell’intelligenza artificiale. Queste tecnologie stanno trasformando il nostro modo di vivere, lavorare e alimentare le nostre economie. L’Europa non deve semplicemente partecipare a questa trasformazione, deve guidarla. Ma leadership significa farlo in un modo che rifletta i nostri valori: responsabile, sostenibile e a beneficio di tutti i consumatori e di tutti i settori. Il nostro compito è chiaro: gestire le crescenti esigenze energetiche della digitalizzazione, liberando nel contempo le immense opportunità che l’innovazione pone alla nostra portata”, ha spiegato Jørgensen.

Da migliorare, infine, la sicurezza informatica dei dispositivi critici, come gli impianti solari, contestualmente ad un utilizzo più sicuro dell’intelligenza artificiale.

In arrivo il bando per le gigafactory AI

A questo punto si attende per luglio l’invito a presentare proposte per la rete di gigafactory AI europee.

La Commissione avvierà inoltre una consultazione con gli Stati membri, la Banca europea per gli investimenti e altre parti interessate per raccogliere le risorse necessarie a finanziare le ambizioni europee in materia di sovranità tecnologica.

Tutte le proposte legislative presentate oggi dovranno comunque essere negoziate dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione europea nelle prossime settimane.

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