AI mode, botta e risposta Barachini-Google. Butti: “Digital Omnibus? Non preoccupato, un tagliando al Digitale”

Intelligenza artificiale fra rischi e possibilità, soprattutto per aziende. Un tema centrale per il nostro futuro, al centro del dibattito che si è tenuto oggi al Palazzo dell’Informazione di Roma, organizzato dall’AdnKronos nell’ambito dell’evento “Intelligenza umana, supporto artificiale”, il tutto alla luce delle modifiche in corso a Bruxelles su provvedimenti chiave come l’AI Act e il Digital Omnibus. Con una considerazione, “più del 55% delle PMI in Italia ha già utilizzato l’AI dal 2022 con l’introduzione sul mercato di ChatGPT da parte di OpenAI ad oggi”, ha detto Fabio Momola, vice president Engineering. “Inoltre, più o meno il 40% delle amministrazioni pubbliche, hanno iniziato in vari stati di maturità ad utilizzare questa tecnologia nei loro processi produttivi. Quindi in soli tre anni la curva di adozione è stata veramente molto rapida e molto intensa. Che cosa abbiamo imparato in questi tre anni? Che bisogna avere parsimonia, cioè bisogna usare una risorsa che non è una risorsa a basso costo e ad alta diffusione, ma è una risorsa ad alto costo e scarsa, perché abbiamo parlato prima di computing, di tutta l’infrastruttura che serve, nel modo giusto e quando serve. Quindi non l’Ia perché c’è ma ma perché serve, questo è il primo passaggio. E quindi bisogna avere la capacità di andare ad applicarla esattamente dove può portare valore”.

AI, Butti: ‘Digital Omnibus? Non sono preoccupato, l’Europa sta facendo un tagliando al Digitale’

Alessio Butti, Sottosegretario all’Innovazione: “C’è attesa rispetto al Digital Omnibus. La commissari a Virkkunen è venuta a trovarci il 17 luglio, e in quell’occasione abbiamo parlato anche dell’Omnibus, che mi ha soltanto tratteggiato per grandi linee. Sicuramente l’Europa sta facendo un tagliando su quello che è stato organizzato sulla digitalizzazione”.

“Però ci sta un tagliando, perché siamo nel bel mezzo di una evoluzione tecnologica straordinaria”, aggiunge Butti. “Noi abbiamo licenziato una legge a settembre, ma sappiamo che presto la dovremo aggiornare”.

“Non sono preoccupato di fronte all’aggiornamento dell’Europa che va contestualizzato con quello che sta succedendo negli Usa, in Cina e in Asia”.

“Non sono preoccupato, si troverà un accordo anche perché il 2 agosto sono stati firmati i decreti attuativi sull’AI Act. Tutti, a parte Meta, hanno firmato. Anche le Big Tech apprezzano il tentativo di regolazione dell’Europa”, aggiunge.

Sul quantum computing l’Italia si candida a diventare uno dei nuovi hub globali, grazie a una strategia nazionale riconosciuta “a livello mondiale” e alla nascita della Q-Alliance annunciata a Cernobbio durante Comolake. Lo racconta il sottosegretario, che rivendica il ruolo del governo nel mettere insieme tecnologie e aziende che “nemmeno si conoscevano”, aprendo la strada a investimenti senza precedenti nel nostro Paese..

“Abbiamo pubblicato la strategia sul quantum qualche mese fa, e da quel momento siamo diventati oggetto di interesse da parte dei più grandi produttori mondiali di calcolo computazionale: IonQ e D-Wave” spiega Butti. Il governo ha favorito un accordo tra i due colossi, firmato a Cernobbio, che segue precise condizioni italiane: tecnologie aperte per formare ricercatori, assunzione di centinaia di scienziati nel nostro Paese, forte coinvolgimento del sistema universitario e apertura di una sede a Roma. “IonQsta già lavorando per aprire un ufficio nella capitale, un segnale di grande attenzione verso l’Italia” sottolinea il sottosegretario.

L’intersezione tra intelligenza artificiale e quantum computing, per Butti, rappresenta un “loop straordinario” che può trasformare ricerca, industria e sanità. “Se mettiamo insieme l’AI – l’idea – e il quantum – il muscolo – capiamo la portata di ciò che sta nascendo” afferma. L’Italia, inoltre, parte da basi molto solide: “Senza matematica il quantum non esiste. E metà dei migliori matematici europei che lavorano su queste tecnologie sono italiani. È un’occasione che non possiamo perdere” evidenzia Butti, ricordando anche che “il quantum costa meno dell’intelligenza artificiale” e il Paese ha margini enormi per un posizionamento competitivo nella futura economia quantistica.

Desario: ‘AI non potrà mai sostituire l’intelligenza umana’

Davide Desario, direttore Adnkronos: “AI potrà affiancare e mai sostituire quella umana. Si tratta di una rivoluzione culturale che porta con sé dei rischi. Le opportunità riguardano la qualità della vita, basti pensare alla sanità e all’informazione. C’è poi il tema cruciale del lavoro. L’AI richiederà nuove competenze.

C’è poi il quadro normativo. L’Italia ha fatto passi in avanti, l’Europa sembra rallentare. Bisogna trovare un equilibrio”.

AI, Barachini: ‘Serve equilibrio e tutela dell’originalità. Per gli OTT serve un principio di tassazione’

 Alberto Barachini, sottosegretario per l’Informazione e l’Editoria:  “Credo si debba arrivare a un tema di tassazione sugli utili prodotti nel Paese, a beneficio anche degli operatori over-the-top. Penso che questa sia la strada”. “Non credo che la strada sia fermare il processo – come sostiene qualcuno – rallentare, fare i cosiddetti opt-out” – ha proseguito. “Credo che si debba responsabilizzare il sistema e dare le stesse norme etiche, deontologiche e di responsabilità editoriali agli over-the-top. Non è più come prima, dove era solo distribuzione. Oggi la distribuzione è diventata contenuto, in quello che io definisco ‘effetto Amazon’. Se Amazon toglie dal mercato un prodotto, questo non arriva più a casa. Se Google toglie dai loro siti un contenuto di un’agenzia di informazione o di un quotidiano, non arriva più a casa delle persone. Allora questa non è distribuzione: è scelta”.

“In Italia è stato fatto molto, con un allineamento all’AI Act, e in Italia c’è la penalizzazione del deepfake, che è legato strettamente al copyright. Serve un equilibrio sull’AI. In Europa dobbiamo stare insieme nella partita con gli OTT. Paesi come Francia e Germania anche stanno avendo problemi a sostenere l’informazione, sotto minaccia di soverchianti potenze”. Per quanto riguarda il copyright, se il sistema di AI non riceve input di valore, produce output non di valore. “Dobbiamo arrivare ad un principio di tassazione degli OTT sui ricavi prodotti nei vari paesi. E’ un vantaggio anche per gli OTT”.

“L’AI ha grandi possibilità per i contenuti editoriali, ma qual è la forza del giornalista? La creatività e l’originalità. Come nelle realtà locali. Quella forza non si batte. Bisogna ritrovare l’originalità delle realtà locali”, aggiunge Barachini.    

Tripi (Confindustria): ‘Dobbiamo fare da stimolo per le PMI’

Alberto Tripi, Special advisor di Confindustria per l’Intelligenza Artificiale: “Il punto di raccolta sono le Pmi, noi come Confindustria stiamo facendo un’operazione di volontà. Noi siamo un paese molto più tecnologico e capace di altri paesi. Ma non abbiamo fiducia in noi. Non è vero che gli altri sono meglio di noi. Dobbiamo fare da stimolo nelle PMI e per questo abbiamo coinvolto i giovani e poi abbiamo tirato fuori 240 casi di aziende che usano l’AI per il loro processo produttivo e predittivo. Con questi 240 casi insieme con Agid stiamo cercando di fare formazione lavorando insieme alle grandi multinazionali americane. Ma noi abbiamo più fantasia”.

AI, la gente la teme per il lavoro ma è sempre più presente nella loro vita

Roberto Azzi, senior media analist Mimesi, ha analizzato l’evoluzione dell’utilizzo della parola intelligenza artificiale sui social media: si parla di 1,9 milioni di conversazioni sui social in quattro anni su AI e 70 milioni di conversazioni da gennaio 2022 ad oggi.

Nel 2022 il dibattito si è avviato, con ChatGPT lanciato a novembre e le conversazioni schizzano. A maggio 2023 Larry Brien patron di Google si dimette per dubbi su AI. Nel 2024 la nomina di padre Benanti nella Commissione AI fa notizia e fa schizzare le discussioni. Poi, Meloni e Macron si incontrano e parlano di AI, ne parla pure papa Leone XIV. Persone si suicidano dopo aver consultato ChatGPT e anche questo fa notizia. A ottobre, Amazon annuncia 30mila licenziamenti anche perché alcuni saranno sostituiti dall’AI. Grokipiedia.

Tool più citati: ChatGPT, Dall-E, Bard, Oing, Gemini, Sora, Claude, Grok.

Secondo dati di Adnkronos, dati non statistici, basati su un campione di 3mila risposte online, per il 47% delle persone l’AI è presente nella loro vita. Il 22% dice che non c’è. Cresce la consapevolezza nella gente.

Il 45% non usa mai ChatGPT, saltuariamente il 32% e mai il 23%.

Per il 90% delle persone servono limiti all’uso dell’AI. In Italia e in Europa c’è un approccio prudenziale all’uso dell’AI.

L’impatto sul mondo del lavoro, il 53% ha paura che la tecnologia gli tolga il lavoro. La questione non è stata sciolta e il dato è lo stesso dell’anno scorso.

Il grande tema delle competenze. Ma c’è molta confusione sulle conseguenze dell’AI sulla loro vita per il 48% dei rispondenti.

Per il 70% dei rispondenti è necessario aumentare le conseguenze digitali.

AI, Nobile (Agid), ‘usarla per applicazioni concrete, offrire servizi per tutti’

Mario Nobile, direttore generale dell’Agid: “Il tema è che ci sono legittime paure sull’AI, ma il nostro sforzo è usarla per questioni concrete. Se parliamo di agentic AI l’Italia ha numeri alti di ingegneri che da anni usano servizi digitali pubblici. Sono 21 gli eventi della vita in cui usiamo servizi digitali – ha detto –Progettare un servizio digitale lo si fa in una lingua particolare, ma l’agentic AI consente di farlo in tutte le lingue. Il sottosegfretario Butti ha finanziato questo progetto con 20 milioni di euro. La complessità è usare gli agenti per scopi ben precisi, evitando allucinazioni e bias. Stiamo cercando di usare i pezzi giusti per dare servizi che devono essere aperti a tutti e risparmiare”.

L’Italia è in una buona posizione, ma il tema è mondiale perché bisogna cambiare il modo di lavorare.

Basti pensare al procurement, “perché non usiamo gli agenti per comprare servizi e prodotti nella PA? Serve il coraggio di cambiare, pensando a come la tecnologia cambia il lavoro del lavoratore burocratico. Bisogna cambiare il concetto di burocrazia, e questo riguarda tutto il mondo. Bisogna cambiare il modo con cui siamo stati abituati ad operare dal punto di vista amministrativo”, chiude.

Eva Spina (Mimit): ‘Il ministero al fianco delle Pmi’

Eva Spina, Capo Dipartimento digitale connettività e nuove tecnologie del Mimit: “Mimit coinvolto nell’utilizzo dell’AI nelle aziende. Non è più in fase sperimentale. Sosteniamo trasferimento tecnologico e formazione, al primo posto delle richieste delle PMI anche più del sostegno finanziario. Ci sono diverse fondazioni, come l’IIT di Genova, il Chips di Pavia e il tecnopolo di Bologna. L’Italia ha una grande capacità computazionale, si trova al quarto posto dopo Cina, Usa e Giappone. Italia è ben messa. A settembre l’AI factory è stata inaugurata a Bologna. Il prossimo bando europeo sarà a gennaio e febbraio le AI gigafactory. L’Italia sta costituendo un consorzio. Il 14 gennaio il Mimit aprirà uno sportello con 730 milioni di euro per le piccole imprese per implementazione di AI”. ”Il Mimit è molto coinvolto nel supportare il sistema imprenditoriale italiano nelloimplementazione dell’Ia, che non è più una tecnologia sperimentale, ma si può considerare una tecnologia matura. Il Mimit sostiene il trasferimento tecnologico e la formazione specifica. Noi dobbiamo sostenere lo sforzo delle piccole e medie imprese che non hanno le capacità di investimento delle grandi. Le nuove tecnologie dell’Ia possono dare nuovi fattori di sviluppo, anche internazionale”.

AI, Benifei (Pd) ‘Sforzo semplificazione Commissione condivisibile solo in parte’

Brando Benifei, eurodeputato co-relatore dell’AI Act: “Con il Digital omnibus abbiamo in corso un momento di discussione, ma la dichiarazione forte della commissario Teresa Ribera dimostra che non accettiamo ricatti (da parte degli Usa ndr). Io mi occuperò di nuovo di AI Act e dell’Omnibus. Ci sono aspetti condivisibili e altri meno nella revisione dell’AI Act. Le persone si sentono preoccupate. Le persone la regolazione la vogliono. Noi dobbiamo aumentare l’uso dell’AI, ma abbiamo bisogno dell’approvazione delle persone e di un clima fiducia. L’AI Act non va a regolare in tutti i casi d’uso, si concentra su quelli ad alto rischio, come ad esempio le discriminazioni. Bisogna intervenire in modo intelligente e l’AI Act già lo fa, in nome della trasparenza. Ad esempio, rendere trasparenti i contenuti creati con l’AI. Con l’Omnibus alcune semplificazione per le Pmi sono condivisibili, altre no. Sul rinvio sull’alto rischio, è un dato di fatto che siamo in ritardo sui tempi per la messa in sicurezza dei casi d’uso sensibili. Un rinvio è necessario. Però entro fine 2027 sarà semmai la Commissione a indentificare i parametri”. Benifei cita alcuni esempi, tra cui quello di “un sistema che deve selezionare i curriculum”, che “potrebbe avere imparato in base ai dati con cui è stato addestrato a discriminare le donne”. Il tema di “combattere le discriminazioni che verrebbero moltiplicate dalla forza dell’intelligenza artificiale, dovrebbe unirci tutti”, aggiunge Benifei. Tra gli aspetti positivi del Digital Omnibus, Benifei ritiene “le semplificazioni per le Pmi ragionevoli”.

AI, Billet (ACN): ‘Il primo tema è la trasparenza’

Andrea Billet, Capo del Servizio Certificazione e Vigilanza per l’ACN: “La legge 132 promulgata a settembre attribuisce ad ACN il ruolo di autorità di vigilanza sull’AI. Il nostro approccio è pratico. Primo tema è la trasparenza. Il G7 ha condiviso delle linee guida questo è un inizio concreto. Il secondo tema sono le relazioni difficili fra le due parti dell’Atlantico. Usa propongono standard security by design, vale a dire che l’uso dell’applicazione è legato a chi ne fa uso. La responsabilità in questo modo non è in mano a chi ha addestrato gli agenti e non hanno responsabilità su danni a cose o persone. In Europa il risk owner è diversamente concepito, bisogna avere le competenze per capire come funziona l’AI”.

“Abbiamo raggiunto un risultato molto importante; stiamo finalizzando – e probabilmente a febbraio sarà finito e a maggio verrà pubblicato – un documento ‘Sbom (Software bill of materials) for Ia’”, sottolinea Billet aggiungendo che al centro c’è proprio “l’argomento trasparenza declinato in formato tecnico” ossia come garantire, di fronte a un’applicazione Ia, “che gli ingredienti siano genuini”.

Ciò “si ricollega a temi discussi come il deepfake, deviazioni dell applicazioni di Ia per uso malevolo, il tema dell’etica degli algoritmi – conclude – Questo è un risultato tangibile e quelle linee guida sono una prima pietra, concordata da tutti i Paesi del G7, che inizia a costruire un edificio di sicurezza per le applicazioni Ia sotto i profili della trasparenza”.

Sul rinvio dell’AI Act Billet ritiene che “avrà senso se avrà risvolti pratici. Io faccio sempre l’esempio della Barbie che parla, non è fra le applicazioni ad alto rischio, ma ha pur sempre un ruolo”.

AI: Jugel (Ue), semplificazione Ue non è risposta a pressioni Usa ma punta a competitività

“Il 19 novembre la Commissione ha presentato un pacchetto di semplificazione, uno fra quelli proposti nel 2025 per rendere le imprese europee più competitive” che “non è una reazione alle pressioni degli Usa ma un tentativo di capire come possiamo migliorare il settore e rendere più competitive le imprese europee”. Lo sottolinea Laura Jugel, dell’AI Office della Commissione Europea.

“Vogliamo dare loro lo spazio di cui hanno bisogno, anche riducendo i costi amministrativi per permettere innovazione e crescita” osserva, ricordando come “il pacchetto include modifiche legislative e anche un esame della cybersecurity, circa le segnalazioni in caso di incidenti e la perdita di dati”.

“Rendere il settore più competitivo non significa solo rivedere le regole ma proporre una strategia unica per i dati. Stiamo proponendo un portafoglio aziendale europeo che offrirà alle aziende una unica identità digitale. Non è deregulation ma semplificazione, rendendo le nostre regole più efficaci e non allontanandosi da esse”.

Arzarello (Meta): “Regolamento dell’Ue su batterie freno a leadership su dispositivi indossabili”

Flavio Arzarello, Public Policy Manager Meta: “Io penso che ci voglia un livello di ambizione al pari della Commissione Ue. Il semplification omnibus è un inizio. Gli ultimi 5 anni sono stati quelli della iper regolazione in Europa. Per costruire l’Europa per il futuro penso che la consultazione aperta in parallelo. Pensiamo che serva uno sforzo di semplificazione maggior e lo pensano anche 60 Ceo europei e 19 stati di stato fra cui Meloni e Merz hanno sottoscritto una lettera aperta per la semplificazione.  

Noi pensiamo che sull’AI Act ci voglia una revisione più ampia che includa anche il capo 5, che riguardano le soglie che sono già superate dal punto di vista tecnologico. Tutto questo non serve soltanto alle aziende americane. Un continente AI ready è meglio.

Partnership con ExilorLuxottica sugli indossabili è un plus per l’Europa. La Ue deve stare attenta a non danneggiare la sua leadership con la regolazione ad esempio sulle batterie, che dovrebbero essere removibili. Ma sarebbe un danno per il design se applicato ai glasses.

Attenzione che regolazione eccessiva rischia di fare dei danni. Servono esenzioni per gli smart glasses sul nuovo regolamento batterie in arrivo nel 2027”.

AI, Bosio (Samsung Italia): ‘Stiamo cercando di non lasciare indietro nessuno’

Antonio Bosio, Samsung: “Stiamo cercando di rendere l’AI accessibili a tutti. Attenzione ai bias. Abbiamo lavorato molto sull’AI nel dispositivo. L’esecuzione del codice se sta sul dispositivo ci aiuta. Così ad esempio lo smartphone funziona da anni come traduttore multi lingua in real time. E non bisogna essere online. Anche le immagini medicali sono sullo smartphone. Da 10 anni a questa parte il televisore ha già l’AI a bordo, per fare l’upscaling dell’immagine ad alta risoluzione”.

Ciulli (Google): ‘Le regole non fermino l’innovazione, utenti vogliono risposte rapide’

Diego Ciulli, Head of Government Google: “Se, quando è nato Internet, qualcuno avesse regolamentato Google impedendogli di indirizzare ai contenuti degli editori, le persone non sarebbero comunque tornate in edicola: avrebbero semplicemente cercato quei contenuti altrove. Allo stesso modo, oggi, nell’epoca dei chat bot e dell’intelligenza artificiale, non possiamo pensare che gli utenti vogliano scorrere lunghi articoli solo per ottenere un’informazione”. Lo dice Diego Ciulli, Head of Government Affairs and Public Policy di Google, che ha inoltre replicato al sottosegretario Barachini sulle critiche all’AI Mode: “Il sottosegretario Barachini ha citato esplicitamente AI Mode. E’ uno strumento che c’entra molto poco con il mondo dell’editoria e dell’informazione. Alcune delle risposte hanno un carattere editoriale. In AI Mode ci sono i link che creano traffico, diversamente da come farebbe un chatbot. Stiamo già sperimentando in diversi paesi accordi per allenare l’AI, in Italia non si riesce a farlo per questioni regolatorie. Non è che si può pensare che le persone vogliano leggere dei lunghissimi articoli quando le persone vogliono soltanto delle informazioni fattuali. Sì bisogna mantenere un sistema sano, ma non può essere quello precedente”.

“Fino a pochi anni fa, se cercavo ‘quanto è alta la Torre Eiffel’, Google mi restituiva una decina di link pieni di pubblicità. Era un ecosistema sostenibile per tutti, ma gli utenti si sono stancati: oggi vogliono la risposta subito”, conclude Ciulli.

“Il sottosegretario Barachini ha detto una cosa molto sensata: sarebbe il caso che si pagassero le tasse in Italia per il valore aggiunto prodotto in Italia. Questa è l’idea alla base della lunga discussione a livello OCSE sulla riforma globale della tassazione digitale, che Google ha ufficialmente supportato. Continuo a dire che sarebbe una buona idea se non fosse una cosa discriminatoria su qualche industria, ma che riguardi banalmente tutti”.

“Basta aver chiaro – ha aggiunto – che le norme sulla tassazione devono essere obiettive e astratte, non specifiche su una singola impresa. Da tempo siamo a favore di un accordo internazionale che ridefinisca come si pagano le tasse, in ragione di dove si produce davvero il valore aggiunto. Onestamente, sarebbe utile arrivare alla chiusura di questo accordo, perché in questo modo diamo certezza alle imprese e poniamo anche fine a un dibattito ormai più che decennale”.

AI, Lombardo (TeamSystem), ‘digitalizzare pmi italiane per mantenere competitività‘

Daniele Lombardo, Group Marketing Institutional Relations and Communications Director TeamSystems: “L’AI è un viaggio già cominciato, siamo in mare aperto per le PMI con i primi benefici concreti. E’ una partita che non possiamo permetterci di perdere soprattutto nelle PMI. L’introduzione di una serie di automazioni, ad esempio nella contabilità, è tutta automatizzata. C’è una semplice supervisione. C’è la manutenzione predittiva. Ci sono ormai circa 300 use case per i nostri 3 milioni di clienti, con benefici sistemici e per chi lavora nelle aziende. Sarà la nostra intelligenza a governare questo processo, però abbiamo un problema. Il sistema delle PMI in Italia è purtroppo un po’ indietro. Dobbiamo accelerare nella digitalizzazione delle imprese perché il 70,2% delle PMI hanno una bassa digitalizzazione secondo dati Istat. Il vero patrimonio che abbiamo è la fantasia che c’è nei processi delle nostro PMI. E’ una partita che non possiamo perdere. AI significa introdurre strumenti per gestire processi di automazione, la contabilità o la manutenzione programmata: I vantaggi per la produttività vanno dal minimo del 20% e fino al 60%.Il problema è che il sistema delle Pmi in Italia sono indietro sulla digitalizzazione”.

AI: Signoux (OpenAI) ‘Europa acceleri, servono partnership pubblico-privato’

Per capire “cosa sta succedendo sul fronte dell’intelligenza artificiale dobbiamo considerare i suoi continui, enormi progressi, la velocità di adozione, maggiore di qualsiasi altra tecnologia precedente e gli investimenti massicci per rimuovere le strozzature” che impediscono all’Ia di dispiegare tutto il suo potenziale. Lo segnala Martin Signoux, osservando come “per questo è urgente che l’Europa comprenda cosa sta succedendo e agisca di conseguenza, con una maggiore ambizione sull’adozione di questa tecnologia”.

Signoux ha ricordato come “lunedì scorso la presidente della Bce Lagarde ha lanciato un messaggio, invitando l’Europa a raddoppiare sull’ adozione dell’intelligenza artificiale”. “La strategia della Commissione Ue è un primo passo ma chiaramente insufficiente” aggiunge, invocando una maggiore collaborazione con i governi. “Servono più partnership pubblico-privato” conclude.

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AI, ICT security e networking, si rinnova la collaborazione tra Aruba e Politecnico di Torino

Prosegue la collaborazione tra Aruba – leader italiano nel settore cloud, data center e servizi digitali – e il Politecnico di Torino, che hanno rinnovato l’accordo volto a consolidare e ampliare le sinergie già avviate su quattro principali aree di ricerca: Software Engineering, ICT Security, IT Infrastructure & Networking ed Artificial Intelligence & Machine Learning.

L’intesa punta a promuovere la generazione di nuove idee e progetti condotti da team del Politecnico e di Aruba, con un approccio aperto al trasferimento tecnologico e all’open innovation. Le attività previste dall’accordo quadro si articolano su due grandi ambiti: il primo riguarda la ricerca applicata, coordinata dal dipartimento R&D di Aruba, mentre il secondo è legato alla formazione, affidata ad Aruba Academy, la scuola del Gruppo Aruba dedicata alla formazione specialistica in ambito IT.

“Con il rinnovo di questa collaborazione rafforziamo un modello concreto di sinergia tra università e impresa” – ha commentato Marco Mangiulli, Chief Innovation Officer di Aruba – “Lavoreremo insieme su progetti di ricerca in ambiti strategici come cyber security e intelligenza artificiale, e percorsi formativi che permettano agli studenti di trasformare le competenze acquisite in opportunità professionali reali e ad un’azienda come Aruba di avviare in maniera agile progetti sperimentali. In questo modo continueremo a costruire un ecosistema dell’innovazione che unisce talento, conoscenza e impresa.” 

Antonio Lioy, Professore Ordinario del Dipartimento di Automatica e Informatica del Politecnico di Torino ha così concluso: “La collaborazione con Aruba permetterà al Politecnico di applicare i risultati delle proprie ricerche a casi industriali reali, guadagnando così esperienze fondamentali per migliorare le soluzioni proposte e ricevere input su problemi ancora irrisolti da affrontare. In questo modo si crea un connubio azienda-università che sarà di reciproco beneficio.”

In merito all’ambito ricerca e innovazione, sono state definite specifiche linee di attività per il triennio 2025–2027 focalizzate su progetti ad alto contenuto innovativo, tra cui la gestione della sicurezza dei dati, con particolare riferimento allo sviluppo di tecnologie di crittografia omomorfica e confidential computing, la ricerca applicata nel campo del quantum computing e lo studio della post-quantum cryptography, nonché il supporto alla transizione verso tecnologie PQC anche mediante approcci ibridi.

È inoltre prevista l’esplorazione di tecniche di intelligenza artificiale per l’ottimizzazione delle infrastrutture IT con applicazioni che possono riguardare la manutenzione predittiva, l’orchestrazione guidata da AI, il green cloud computing e la verticalizzazione dei modelli transformer; in aggiunta, l’impiego dell’AI per la sicurezza e la compliance attraverso soluzioni di cybersecurity basate su AI, privacy-preserving AI, federated learning ed edge AI; l’analisi e lo sviluppo di tecnologie di NLP specifiche e l’applicazione dell’AI generativa al web design, in termini  di usabilità e accessibilità.

Queste attività saranno condotte dai professionisti del Politecnico, collaboratori, assegnisti, dottorandi, borsisti e tesisti e tramite iniziative congiunte con il personale Aruba, prevedendo l’utilizzo di attrezzature sperimentali e infrastrutture informatiche condivise.

In merito all’ambito formazione, invece, Aruba Academy favorirà la crescita di giovani talenti STEM e il dialogo tra università e impresa, anche attraverso tesi, stage, dottorati, borse di studio e programmi di alta formazione.

In questo contesto è inoltre prevista la collaborazione con il Career Service del Politecnico di Torino per iniziative di recruiting ed employer branding, la realizzazione congiunta di eventi, challenge studentesche e progetti di respiro internazionale, tutte iniziative che mirano a rafforzare il legame tra mondo accademico e industriale.

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Famiglia nel bosco: 42.000 i bambini via dai genitori in Italia

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Affidi, nel 2023 sono stati 15.992: al Nord più fuori famiglia, al Sud ai parenti

La vicenda della “famiglia nel bosco” di Palmoli, in Abruzzo, ha riportato al centro del dibattito un tema che esplode ogni volta che un tribunale decide di allontanare dei bambini dai genitori. Tre figli trasferiti in una struttura protetta insieme alla madre, il padre in attesa del ricorso, un casolare isolato senza energia elettrica né acqua corrente, l’istruzione gestita a casa e un precedente ricovero in ospedale per intossicazione da funghi: sono gli elementi che hanno preceduto la sospensione della responsabilità genitoriale decisa dal tribunale dei minori dell’Aquila. Un caso che ha fatto rumore e di cui tutta Italia parla, ma che vive dentro un fenomeno molto più ampio di cui esistono numeri precisi.

Secondo il report I minorenni in affidamento familiare e nei servizi residenziali attraverso i dati SIOSS – Anno 2023, pubblicato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel 2023 i minorenni fuori dalla famiglia d’origine sono 42.002. Al netto dei minori stranieri non accompagnati diventano 33.310. Considerando solo gli affidi e gli inserimenti in comunità per almeno cinque notti a settimana, i ragazzi allontanati dalle loro famiglie sono 30.936, con un incremento dell’1% rispetto al 2022.

Dove vivono i minori fuori dalla famiglia

Quando si parla di affido si parla di un bambino che viene collocato in un’altra famiglia per garantirgli sicurezza e continuità affettiva, perché i genitori non possono occuparsene. Ma l’affido è solo una parte del fenomeno. Nel 2023 i minorenni fuori dalla famiglia d’origine sono 42.002: non tutti vivono in una famiglia affidataria. Di questi, 15.992 sono stati inseriti in affido, mentre gli altri 26.010 sono accolti in comunità residenziali o in altre strutture educative. L’affido è dunque una misura più mirata, perché sposta il minore da una famiglia a un’altra famiglia, e non in una comunità.

Tra questi, quelli che non hanno un percorso di protezione internazionale e che rientrano nei casi di affido attivati per ragioni familiari sono 15.006. Se si guarda agli affidi più stabili, quelli con permanenza per almeno cinque notti a settimana, i bambini coinvolti sono 12.632. La distribuzione territoriale mostra numeri molto diversi: nel 2023 la Lombardia registra 2.361 affidi stabili, il Piemonte 1.362, l’Emilia-Romagna 966 e la Sicilia 1.164. Sono i territori con il ricorso più alto all’accoglienza familiare, una misura che continua a rappresentare uno strumento centrale della protezione dei minori.

Quando interviene il tribunale negli affidi

Quando un tribunale arriva a togliere a un genitore la possibilità di decidere per un figlio, non lo fa per un dettaglio. Che cosa porta davvero un giudice a sospendere o limitare la responsabilità genitoriale? È la domanda che ritorna ogni volta che un caso diventa pubblico e che si intreccia sempre con una valutazione precisa: la presenza di un rischio concreto per il minore. Maltrattamenti, trascuratezza significativa, incapacità genitoriale stabile, conflitti così intensi da compromettere la crescita: sono questi gli elementi che possono trasformare la segnalazione dei servizi sociali in un provvedimento. E nel 2023, un provvedimento di questo tipo riguarda tre affidi su quattro.

Come si può vedere anche dal grfico negli ultimi dati disponibili gli affidi decisi dal tribunale rappresentano il 75% del totale, con un aumento di quasi 10 punti percentuali rispetto all’anno precedente. In alcune regioni il ricorso al giudice diventa la via quasi esclusiva: la Basilicata registra una quota del 99,1%, la Sicilia del 92,4% e la Calabria del 93,7% di affidi decisi dal tribunale. Percentuali che raccontano come, nella maggior parte dei casi, l’intervento non sia frutto di un accordo con la famiglia, ma di una decisione presa per proteggere il minore da un pregiudizio già accertato. Al contrario, le quote di affidi consensuali restano marginali, con picchi più visibili in pochi territori: le percentuali più elevate di affidi consensuali si registrano in Friuli-Venezia Giulia (34,7%), Trentino (32,2%), Campania (31,4%) e Valle d’Aosta (25%).

Le diverse forme di affido familiare

Che cosa significa, nella pratica, “andare in affido”? Non tutte le accoglienze sono uguali: un bambino può essere ospitato da parenti, oppure da una famiglia che non ha alcun legame con lui. Ma quanto pesa una scelta rispetto all’altra? È una domanda centrale, perché il tipo di affido racconta molto del modo in cui i territori intervengono quando una famiglia non funziona.

Nei dati disponibili emerge una divisione netta: l’affido eterofamiliare, quello in cui il minore viene collocato in una famiglia senza legami parentali, rappresenta il 61,8% dei casi. L’affido intrafamiliare, cioè presso nonni, zii o altri parenti, si ferma al 38,2%. Se si guarda alla stabilità, gli affidi con permanenza per almeno cinque notti arrivano all’84,2% del totale. Le differenze territoriali sono marcate: in Liguria la quota di affidi eterofamiliari raggiunge il 70,1%, in Lombardia il 63%, mentre nel Lazio gli affidi intrafamiliari arrivano al 75,5%. Significa che al Nord prevale la scelta di collocare i bambini in famiglie senza legami parentali, mentre in diversi territori del Centro-Sud si preferisce affidarli a parenti stretti. Due approcci opposti che mostrano modelli di intervento molto diversi.

Chi sono i minori accolti in affido

Chi sono davvero i bambini che finiscono in affido? È un universo omogeneo o esistono differenze marcate per età, genere o condizioni personali? Domande importanti, perché raccontano quali minori vengono intercettati dai servizi sociali e quali situazioni familiari richiedono una tutela esterna. I dati mostrano che l’affido non riguarda una sola fascia d’età né un unico profilo: è un fenomeno distribuito lungo tutta l’infanzia e l’adolescenza.

Nel dettaglio, i maschi rappresentano il 53,4% dei bambini in affido, mentre le femmine sono il 46,6%. La distribuzione per età indica che i più piccoli, cioè i bambini tra 0 e 2 anni, sono il 4,4%, quelli tra 3 e 5 anni il 9,7%. La fascia 6-10 anni raggiunge il 27,1%, mentre quella tra 11 e 14 anni arriva al 28,4%. I ragazzi tra 15 e 17 anni costituiscono il 29,4%, la quota più alta. Tra i bambini in affido, il 13,8% presenta una disabilità, un disturbo certificato o un bisogno educativo speciale. Un profilo composito, che conferma quanto l’affido coinvolga minori con esigenze molto diverse tra loro.

Quando i minori vengono accolti in comunità

Che cosa succede quando l’affido non è possibile? Dove vengono accolti i bambini per cui non esiste una famiglia disponibile o quando la valutazione dei servizi richiede una tutela più strutturata? È una domanda che spesso resta sullo sfondo, ma che permette di capire quanto pesi la rete delle comunità residenziali nel sistema di protezione. L’allontanamento non significa sempre ingresso in un nucleo familiare: migliaia di minori vivono in strutture educative distribuite su tutto il territorio.

Secondo i dati disponibili, sommando affido stabile e comunità i bambini fuori casa sono 30.936, ma una parte consistente vive proprio nei servizi residenziali. Il peso delle comunità cambia molto tra le regioni. I tassi di allontanamento più alti si registrano in Liguria, con 6,1 bambini ogni mille residenti 0-17 anni, seguita da Sardegna e Provincia autonoma di Trento con 4,3, e da Lombardia e Sicilia entrambe con 4,1. I valori più bassi sono in Campania, con 2,2 bambini ogni mille, nel Lazio con 2,7, nella Provincia autonoma di Bolzano con 2,7 e nel Veneto con 2,5. Una mappa che mostra quanto il ricorso alle comunità non sia uniforme: in alcune aree rappresenta uno strumento centrale, in altre è molto più residuale.

L’impatto dei minori stranieri sugli affidi

La presenza dei minori stranieri arrivati in Italia senza un adulto incide in modo significativo sui numeri complessivi dell’affido. Si tratta di bambini e ragazzi che non vengono allontanati da una famiglia, ma che richiedono un’accoglienza immediata perché non hanno un genitore sul territorio. Nel 2023 quelli inseriti in affido sono 953, un dato che da solo spiega perché in alcune regioni il peso dell’accoglienza familiare risulti più alto rispetto ad altre.

Le differenze territoriali sono molto ampie. In Basilicata i minori stranieri senza famiglia rappresentano il 45,1% degli affidi totali. Nelle Marche la quota è del 14,6%, in Molise del 13,3% e in Calabria dell’1,3%. Questi valori modificano in modo rilevante la lettura dei dati: nelle regioni con percentuali elevate, l’affido rispecchia più l’accoglienza di minori senza famiglia che l’allontanamento deciso da un tribunale; nelle altre, il fenomeno è quasi interamente legato a situazioni familiari critiche.

Fonte: Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali
I dati sono aggiornati al 2023

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Uno studio del MIT rileva che l’AI può già sostituire l’11,7% della forza lavoro statunitense

Secondo una ricerca condotta dal MIT in collaborazione con l’Oak Ridge National Laboratory, l’AI è oggi in grado di svolgere mansioni equivalenti a quelle di circa l’11,7% della forza lavoro americana, corrispondenti a circa 1,2 trilioni di dollari in salari.

Lo studio si è avvalso dell’Iceberg Index, un innovativo simulatore che modella l’interazione tra 151 milioni di lavoratori statunitensi e l’impatto potenziale dell’AI sulle loro mansioni.

Questo strumento consente ai policymaker di esplorare scenari futuri prima di attuare interventi concreti, fornendo una mappa dettagliata della vulnerabilità occupazionale fino al livello dei codici postali. Contrariamente alle previsioni tradizionali che limitavano l’automazione ai settori tecnologici delle coste, l’analisi rivela che le attività più esposte sono diffuse in tutti gli stati, comprese aree rurali e interne.

Tra le funzioni maggiormente a rischio figurano compiti routinari in ambiti come amministrazione, logistica, finanza e risorse umane. Il cosiddetto ‘iceberg’ dell’automazione mostra che solo una piccola parte delle trasformazioni è visibile oggi attraverso licenziamenti o cambi di ruolo, mentre la maggior parte del cambiamento è ancora sommersa ma già attuabile tramite gli strumenti disponibili.

Stati come Tennessee, Utah e North Carolina stanno già utilizzando l’Iceberg Index per pianificare politiche mirate alla riqualificazione e alla gestione dell’impatto economico. Il sistema permette di simulare politiche formative, investimenti infrastrutturali e scenari tecnologici alternativi, supportando strategie più efficaci.

Il MIT propone l’Iceberg Index non come prodotto definitivo, ma come ambiente interattivo per testare e anticipare l’effetto dell’AI sul mercato del lavoro, puntando a un’adozione responsabile e consapevole di queste tecnologie.

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La Cina si sta lentamente ma decisamente emancipando da Nvidia

Il governo cinese ha recentemente imposto restrizioni significative all’utilizzo dei chip Nvidia, anche in assenza di un divieto statunitense specifico che lo giustifichi.

Questa scelta non è casuale, bensì rappresenta un tassello all’interno di una strategia molto più ampia volta a garantire l’autonomia nazionale nel campo dell’AI.

L’articolo approfondisce come aziende cinesi di primo piano, tra cui ByteDance, si siano viste costrette ad accantonare GPU già acquistate a causa delle nuove direttive, perdendo l’accesso a risorse chiave come gli acceleratori H800 e A800. Parallelamente, viene incentivato l’utilizzo di chip locali sviluppati da attori come Huawei e Cambricon.

Questa manovra regolatoria va interpretata come una risposta pragmatica alle restrizioni imposte dagli Stati Uniti sull’export di semiconduttori avanzati, ma soprattutto come un atto volontario di disaccoppiamento tecnologico.

Il governo centrale sta infatti promuovendo attivamente l’impiego di hardware domestico, finanziando data center e infrastrutture compatibili unicamente con prodotti nazionali. Si tratta di una strategia a lungo termine che mira non solo all’indipendenza hardware, ma anche alla creazione di un ecosistema AI interamente “made in China”, dalla progettazione dei chip fino all’ottimizzazione dei modelli.

L’analisi sottolinea infine come questo processo di transizione non sia privo di ostacoli: i chip locali non raggiungono ancora le prestazioni di quelli Nvidia, e l’ecosistema software richiederà ulteriori investimenti per maturare.

Tuttavia, l’orientamento della leadership cinese appare chiaro: ridurre il più possibile la dipendenza tecnologica esterna per rafforzare la propria resilienza strategica nel lungo periodo.

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Digital Omnibus, la società civile europea è contraria. La Lettera dei 127

La Lettera congiunta di 127 organizzazioni civili contro il pacchetto Omnibus Digitale della Commissione europea

Il pacchetto Digital Omnibus approvato nei giorni scorsi continua a far discutere e 127 organizzazioni della società civile, insieme a sindacati e gruppi impegnati nella difesa dei diritti dei cittadini, hanno pubblicato una Lettera congiunta in cui spiegano i motivi della loro contrarietà alla proposta della Commissione europea.

Abbiamo seguito da vicino il percorso del pacchetto Omnibus, in particolare questa settima proposta di semplificazione, che riguarda il mondo delle tecnologie e dei servizi digitali, mirata a ridurre gli oneri amministrativi di almeno il 25 % e di almeno il 35 % per le piccole e medie imprese fino alla fine del 2029.

Ma dietro questa operazione di “pulizia tecnica” del digital acquis, il corpus legislativo europeo sul digitale, si intravede un cambio di paradigma che potrebbe ridisegnare — secondo molti al ribasso — alcuni tra i più importanti baluardi regolatori degli ultimi anni: GDPR, AI Act, Data Act, Direttiva e-Privacy e Direttiva NIS2.

Un rischio denunciato anche dai gruppi firmatari la Lettera in questione, attraverso cui hanno lanciato un appello pubblico per chiedere l’immediato stop di una misura che va investire leggi di massima rilevanza per la difesa dei diritti del cittadino.
Secondo le 127 organizzazioni, ciò che è ancora descritto come un intervento tecnico di “semplificazione normativa” è in realtà un tentativo di smantellare alcune delle protezioni digitali più avanzate al mondo.

Omnibus Digitale e strategia di “deregolamentazione mascherata”

La lettera denuncia come la Commissione stia portando avanti una strategia di deregolamentazione mascherata, destinata a trasformare radicalmente le principali leggi europee su privacy, diritti digitali, intelligenza artificiale e governance delle piattaforme.

Il Digital Omnibus, infatti, riapre contemporaneamente testi legislativi fondamentali come il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), la normativa europea che regola la privacy e la riservatezza nelle comunicazioni elettroniche, come l’uso dei cookie, il marketing via email e il tracciamento online (direttiva ePrivacy), la normativa europea sull’intelligenza artificiale, peraltro la prima al mondo (l’AI Act recentemente approvato), il Digital Services Act (DSA), il Digital Markets Act (DMA) e lo storico regolamento sulla neutralità della rete. Per la società civile si trattava della più ampia revisione al ribasso mai proposta nell’Unione europea in materia di diritti fondamentali.

Indebolimento del quadro normativo ePrivacy

Uno dei punti più contestati riguarda il rischio di indebolire il quadro ePrivacy, che negli ultimi anni era rimasto l’unico argine normativo a impedire che governi e aziende potessero tracciare costantemente ciò che avviene sui dispositivi personali degli utenti.

Le modifiche previste dall’Omnibus, secondo l’interpretazione proposta nella Lettera, potrebbero aprire la strada a forme di sorveglianza diffusa e potenzialmente legittimata, in un momento in cui varie indagini giornalistiche hanno già dimostrato come dati di localizzazione venduti sul mercato possono essere usati per spiare funzionari europei e semplici cittadini, rivelando perfino visite a luoghi sensibili come ospedali, cliniche e luoghi di culto.
Indebolire le regole proprio in questo contesto, sostengono le ONG, rappresenta un passo indietro gravissimo per la protezione della vita privata.

Toccando l’AI Act si riducono le garanzie di sicurezza pensate per i sistemi più rischiosi

Preoccupazioni altrettanto forti riguardano l’impatto del pacchetto sull’AI Act. Il Digital Omnibus introduce, secondo i firmatari, modifiche capaci di ridurre le garanzie di sicurezza e trasparenza pensate per i sistemi di intelligenza artificiale più rischiosi.

Uno degli aspetti più problematici su cui è si chiede attenzione è la possibilità per gli sviluppatori di auto-esentarsi dalle regole: dichiarando unilateralmente che i loro sistemi non rientrano nelle categorie ad alto rischio si da loro la possibilità di sottrarsi alle verifiche obbligatorie.

Questo renderebbe molto più difficile per cittadini e autorità comprendere quali sistemi vengono usati per decisioni cruciali, come l’accesso a servizi sociali, prestiti o opportunità lavorative. Anche la riduzione degli obblighi di registrazione dei sistemi ad alto impatto è considerata un attacco alla trasparenza e alla tracciabilità dell’AI.

La protezione dei dati personali a rischio?

Non meno grave è l’attacco al GDPR, si legge nel documento. Il regolamento europeo sulla protezione dei dati, considerato uno standard globale, rischia di essere svuotato dall’interno attraverso modifiche che permetterebbero alle aziende di valutare autonomamente la propria conformità, senza un controllo efficace delle autorità garanti.

Ciò potrebbe compromettere uno degli strumenti che permette ai cittadini – compresi categorie vulnerabili come lavoratori, minori e persone senza documenti – di contestare abusi da parte di imprese e amministrazioni pubbliche. La deregolamentazione, denunciano i firmatari, non porterebbe maggiore efficienza o chiarezza, ma più potere nelle mani degli attori più grandi del mercato digitale.

L’impatto ambientale dell’AI

La lettera richiama anche il tema dell’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale, evidenziando come i sistemi di ultima generazione richiedano quantità enormi di energia, acqua e risorse naturali. Invece di rafforzare i controlli e incentivare pratiche sostenibili, l’Omnibus rende ancora più semplice per le aziende addestrare modelli sempre più grandi, senza valutazioni adeguate sugli effetti per il pianeta e senza prove chiare del reale beneficio sociale di tecnologie così dispendiose.

Gli strumenti Omnibus aggirano il confronto democratico

Un altro nodo critico riguardava il metodo politico utilizzato dalla Commissione. Le organizzazioni denunciano un processo decisionale opaco, accelerato e strutturato per aggirare il normale confronto democratico con Parlamento europeo, società civile e comunità scientifica.
Gli strumenti Omnibus, nati per armonizzazioni tecniche, vengono così usati per interventi strutturali su norme fondamentali, rischiando di creare un precedente pericoloso.

Nonostante il Digital Omnibus sia stato nel frattempo approvato, le osservazioni avanzate nella lettera restano pienamente attuali. I timori di una progressiva erosione delle tutele, di una maggiore concentrazione di potere nelle mani delle grandi piattaforme e di un indebolimento del controllo democratico continuano a essere al centro del dibattito europeo sulla governance tecnologica.

Semplificare non può significare deregolamentare

Il messaggio della Lettera è chiaro: semplificare non può significare deregolamentare e l’innovazione non può essere costruita sacrificando privacy, sicurezza e trasparenza.

La speranza, condivisa da molte delle organizzazioni che hanno lanciato l’allarme, è che le istituzioni europee tornino a considerare i diritti digitali non come ostacoli burocratici, ma come condizioni essenziali per uno sviluppo tecnologico realmente rispettoso delle persone e dell’ambiente. In gioco non c’è solo il futuro della regolamentazione digitale, ma la credibilità stessa del modello europeo basato sulla tutela dei diritti fondamentali.

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Chat Control, salta l’obbligo per WhatsApp&Co. di scansionare i messaggi a sfondo pedopornografico?

Gli Stati europei, dopo mesi di stallo, hanno iniziato a lavorare al Regolamento che dovrebbe aiutare a prevenire e a combattere online gli abusi sessuali sui minori. Oggi, i 27 Paesi membri, riuniti in Consiglio Ue, hanno deciso, in maggioranza, di aprire infatti il dialogo sul tema con il Parlamento, proponendo una posizione negoziale definitiva. A sorpresa, però, l’Italia si è astenuta. 

Il nodo più controverso: il “chat control”

Nella sua versione originaria, la proposta di legge aveva acceso un dibattito infuocato in Europa, in quanto obbligava app di messaggistica come WhatsApp, Signal e Telegram a scansionare automaticamente tutti i contenuti delle chat, anche se protette da crittografia end-to-end, alla ricerca di materiale pedopornografico. Era il cosiddetto meccanismo del Chat Control.

Una misura percepita da molti – Italia compresa – come una forma di sorveglianza di massa.

Secondo quanto riportato da ANSA, però, nella posizione finale del Consiglio il cosiddetto chat control viene di fatto smontato: le analisi dei messaggi potranno continuare solo su base volontaria da parte dei fornitori, come prevede la misura temporanea vigente, senza nessun obbligo generalizzato.

Com’è noto, infatti, grazie a una deroga temporanea alle norme sulle comunicazioni elettroniche, le piattaforme digitali possono già oggi effettuare controlli volontari per individuare e rimuovere materiale pedopornografico. Questa deroga scade nel 2026, ma secondo la linea del Consiglio sarà mantenuta, rendendo quindi  permanente la possibilità per i servizi di messaggistica di monitorare i contenuti su base facoltativa.

Ma allora perché l’Italia si è astenuta?

Roma ribadisce che, pur condividendo l’esigenza di rafforzare gli strumenti di contrasto agli abusi sessuali online, non è pronta ad accettare forme di controllo massivo di chat e dati personali, né da parte dello Stato né da parte dei privati. Comprensibile, se non fosse che l’unico obbligo veramente invasivo in questo senso sia saltato. 

Cosa prevede il Regolamento

Il provvedimento punta a creare un quadro più rigoroso e uniforme per prevenire la diffusione di contenuti pedopornografici e l’adescamento online. La responsabilità di vigilare spetterà alle autorità nazionali competenti, che, nello specifico, potranno ordinare:

  • la rimozione immediata dei contenuti illeciti;
  • il blocco dell’accesso a determinati materiali;
  • l’eliminazione di risultati nei motori di ricerca.

Le aziende che non si adegueranno rischiano di incorrere in pesanti sanzioni economiche.

Più nel dettaglio – si legge in una nota del Consiglio Ue – i fornitori di servizi online saranno tenuti a valutare il rischio che i loro servizi possano essere utilizzati in modo improprio per la diffusione di materiale pedopornografico o per l’adescamento di minori. Sulla base di tale valutazione, dovranno attuare misure di mitigazione per contrastare tale rischio. 

Nasce il Centro Ue contro gli abusi sessuali sui minori

Il regolamento istituisce inoltre una nuova agenzia dell’Ue, il Centro dell’Ue contro gli abusi sessuali sui minori, con il compito di sostenere gli Stati membri e i fornitori di servizi online nell’attuazione della legge. Il Centro è inoltre responsabile della condivisione delle informazioni delle aziende con Europol e le autorità nazionali di contrasto. Sempre quest’ultimo istituirà una banca dati degli indicatori di abusi sessuali sui minori, che le aziende potranno utilizzare per le loro attività volontarie.

Tre categorie di rischio

Il Consiglio Ue ha introdotto un sistema di classificazione dei servizi online in tre categorie di rischio – alto, medio e basso – basato su criteri oggettivi come la natura del servizio e il suo potenziale di abuso. Per quelli giudicati ad alto rischio, le autorità potranno imporre ai fornitori l’obbligo di contribuire allo sviluppo di tecnologie specifiche per ridurre le vulnerabilità delle loro piattaforme.

Le aziende digitali saranno inoltre tenute a supportare le vittime, aiutandole a rimuovere o disabilitare l’accesso a materiale pedopornografico che le riguarda. In questo percorso, le vittime potranno contare anche sul nuovo Centro Ue, incaricato di verificare che le piattaforme abbiano effettivamente eliminato i contenuti segnalati e garantito la piena tutela richiesta.

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Stablecoin: come Tether sta cambiando il mercato dell’oro, rischio bolla?

Oro e criptovalute: la nuova bolla che nessuno si aspettava? Tether tra i maggiori compratori di lingotti

Per decenni l’oro è stato considerato “l’ancora di salvezza” nei momenti di incertezza finanziaria. Un bene rifugio per eccellenza, immune alle mode speculative e distante anni luce dal mondo iper-volatile delle criptovalute. Ma il 2025 potrebbe aver segnato un punto di svolta storico.

L’oro sta infatti diventando sempre più intrecciato all’ecosistema crypto e il protagonista di questa trasformazione è Tether, la maggiore emittente della stablecoin USDT, la più usata al mondo.

Secondo l’analisi finanziaria di Mike Dolan, editorialista della Reuters, Tether è diventato uno dei maggiori acquirenti globali di oro nel 2024–2025, arrivando a superare, in alcuni trimestri, persino gli acquisti ufficiali delle banche centrali.

Una dinamica che solleva interrogativi profondi sulla stabilità dell’oro, fino a ieri percepito come rifugio “puro”. Secondo Moody’s, entro il 2030 il mercato delle stablecoin supererà i 500 miliardi di dollari, con il 20% garantito da asset reali.

Oro a +56% nel 2025: un rally storico

Il prezzo dell’oro ha registrato un’impennata eccezionale: +56% dall’inizio del 2025, record storico a 4.381 $/oncia il 20 ottobre, +50% nella sola prima parte dell’anno.

La narrativa dominante attribuisce la corsa dell’oro a fattori classici, dai timori di fiscal dominance e debito pubblico elevato alle politiche monetarie accomodanti, dalla sfiducia nelle grandi valute alle tensioni geopolitiche, fino alle ondate di “FOMO” (fear of missing out).
Una lettura è corretta, ma incompleta.

Domanda globale di oro in forte crescita

Secondo il World Gold Council, nel terzo trimestre 2025 la domanda globale di oro è salita del 3%, raggiungendo 1.313 tonnellate, un record storico trimestrale.

La domanda di lingotti e monete è cresciuta del 17%, trainata da India e Cina, gli ETF oro fisico hanno registrato un’impennata del +134% negli afflussi, mentre la gioielleria, al contrario, è crollata del -23%, frenata da prezzi troppo alti.

Seguendo sempre i dati del WGC, le banche centrali hanno acquistato circa 220 tonnellate sia nel secondo che nel terzo trimestre (+10%).
Eppure il vero elemento di novità è un altro.

L’ascesa delle stablecoin

Una stablecoin è una criptovaluta progettata per mantenere un valore stabile ancorando il suo prezzo a un altro asset, come una valuta fiat (ad esempio il dollaro statunitense) o un bene reale come l’oro.

Questo ancoraggio serve a ridurre la volatilità tipica delle criptovalute tradizionali, rendendo le stablecoin più adatte per l’uso in transazioni quotidiane e come riserva di valore stabile.

Le stablecoin possono essere utilizzate in vari servizi finanziari basati su blockchain e persino per pagare beni e servizi. Aziende a livello mondiale come Uber, stanno valutando l’uso di stablecoin per ridurre i costi dei trasferimenti di denaro internazionali e accelerare i pagamenti globali. Il 29% delle aziende Fortune 500 ha mostrato interesse o piani concreti sull’adozione di stablecoin nei propri processi finanziari.

Banche e istituti finanziari europei, come ING, UniCredit e Banca Sella, hanno unito le forze per lanciare una stablecoin in euro regolamentata dal MiCAR, con l’obiettivo di creare uno standard europeo affidabile per i pagamenti digitali corporate e retail.

Molte organizzazioni, infine, stanno integrando le stablecoin nei loro sistemi per pagamenti, liquidità, riduzione dei costi e innovazione digitale, segnando un’importante evoluzione nel modo di gestire e trasferire valore a livello globale. Un esempio pratico è quanto fatto dalla società israeliana di biotecnologia Enlivex, di cui Matteo Renzi è membro del consiglio di amministrazione.

Tether, il compratore inatteso che cambia gli equilibri

Tra aprile e ottobre, mentre l’oro attraversava la seconda grande fase di rialzo, un attore insospettabile è entrato in scena: Tether.

I numeri parlano chiaro:

  • 26 tonnellate acquistate nel terzo trimestre, pari al 2% della domanda globale.
  • Circa 12–14% degli acquisti delle banche centrali negli ultimi due trimestri.
  • 116 tonnellate detenute al 30 settembre 2025, equivalenti a 14 miliardi di dollari.
  • È ora il maggiore detentore privato di lingotti al mondo, escludendo le grandi banche centrali.

Una posizione paragonabile alle riserve ufficiali di paesi come Corea del Sud, Ungheria e Grecia.

Secondo la banca d’investimento Jefferies, nei trimestri centrali del 2025 Tether ha comprato più oro di tutte le banche centrali del mondo messe insieme.

Gli acquisti rispondono a diverse esigenze, ma in particolare a rafforzare le riserve della stablecoin USDT, che ha superato 184 miliardi di dollari in circolazione e sostenere Tether Gold (XAUt), la stablecoin agganciata direttamente ai lingotti. Ma qui nasce il problema.

Stablecoin e nuovo quadro normativo USA: il GENIUS Act vieta l’oro come riserva

A luglio 2025 gli Stati Uniti hanno approvato il GENIUS Act, il nuovo quadro normativo per le stablecoin.

Una delle clausole più discusse è chiarissima: le stablecoin regolamentate non possono essere garantite da oro fisico.

Chi vuole operare negli USA deve usare solo contante, T-bills e strumenti altamente liquidi.

Tether, pur non essendo ancora soggetta a tale regime, ha annunciato la creazione di una nuova stablecoin conforme: USAT, senza oro nelle riserve.

E allora la domanda nasce spontanea: perché, dopo l’approvazione della legge, Tether ha continuato ad accumulare oro per USDT, aumentando le riserve in lingotti?

L’azienda non ha fornito risposte dettagliate.
Gli analisti ipotizzano tre possibili motivi: diversificazione delle riserve prima dell’entrata in vigore effettiva del regime USA, sfruttare la narrativa dell’oro come super-bene rifugio in un contesto di incertezza monetaria, o una possibile strategia commerciale per rafforzare la fiducia nell’USDT, soprattutto nei paesi emergenti dove l’oro è percepito come garanzia reale.

Quali rischi porta questa nuova interdipendenza oro–crypto?

L’ingresso massiccio di Tether nel mercato dell’oro introduce risiko mai visti prima.

1. L’oro potrebbe diventare più volatile

Se la domanda di stablecoin dovesse calare — a causa di crisi crypto, fughe di capitale o problemi normativi — Tether potrebbe essere costretta a liquidare parte delle sue riserve.

Con oltre 14 miliardi in lingotti, un sell-off non sarebbe indolore.

2. Il “bene rifugio” rischia di diventare pro-ciclico

L’oro è sempre stato visto come anti-speculativo.
Ma se grandi acquirenti come Tether guidano i rialzi, il prezzo rischia di essere influenzato: da dinamiche tipiche del mondo crypto, da ondate di FOMO, da logiche speculative, non più soltanto macroeconomiche.

3. Più correlazione tra oro e rischi crypto

Finora oro e bitcoin si muovevano in mondi opposti.
Ora entra in gioco una nuova correlazione: se il settore crypto entra in stress, anche l’oro potrebbe subirne gli effetti.

Una prospettiva che contraddice la natura stessa del metallo giallo come porto sicuro.

Siamo di fronte a una nuova bolla, stavolta dell’oro?

Molti analisti iniziano a chiederselo.
La spinta di Tether, unita alla domanda speculativa e alle tensioni globali, potrebbe aver generato una bolla “da intreccio”: metà finanziaria, metà crypto.

Il timore è che il “nuovo oro” non sia più solo rifugio, ma possa trasformarsi in un prodotto finanziario, un asset speculativo o strumento usato da player opachi o poco regolamentati.

In altre parole: l’oro è ancora oro, o sta diventando qualcos’altro?
L’ingresso di Tether nel mercato dell’oro è un segnale chiaro: nel 2025, la linea che separa la finanza tradizionale dal mondo crypto è sempre più sottile.

Per gli investitori questo significa una cosa soltanto, che il prezzo dell’oro potrebbe non essere più guidato solo dai fondamentali economici, ma anche dalle dinamiche speculative del settore crypto.

Un nuovo scenario che tutti — investitori, regolatori, osservatori — dovranno tenere d’occhio molto da vicino.

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Piattaforma digitale nazionale dati, Emilia-Romagna prima per candidature in Italia

Proseguono gli incontri del tavolo tecnico PNRR nel mese di ottobre. In relazione alla Misura 1.3.1 “Piattaforma Digitale Nazionale Dati” ANNCSU, sono pervenute complessivamente 298 candidature: la Regione Emilia-Romagna si è confermata prima in Italia per numero di adesioni, a testimonianza dell’impegno del territorio nel percorso di transizione digitale.

Si evidenzia inoltre il positivo andamento delle Misure 1.4.1 e 1.2, con numerosi progetti in fase di completamento o liquidazione.

È proseguita la raccolta dei dati tramite il questionario “Mappa dei Comuni Digitali”, iniziativa nazionale di grande valore strategico anche per le politiche post-PNRR, che ha visto la partecipazione attiva dei Comuni del territorio.

In merito al tema del BIM, sono stati avviati i primi incontri del gruppo di lavoro, finalizzati alla redazione di un capitolato tecnico condiviso che potrà fungere da riferimento per tutti gli Enti.

Infine, si invitano gli Enti a compilare il questionario promosso dalla COMTem Cybersecurity e Cloud sugli applicativi da candidare alla sperimentazione delle soluzioni di Business Continuity e Disaster Recovery.

Si ricorda che gli incontri si tengono ogni venerdì, dalle 11:30 alle 12:20, in modalità remota collegandosi all’indirizzo incontripnrr.lepida.it.

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Antitrust contro Meta per abuso di posizione dominante, nel mirino AI e WhatsApp

Procedimento cautelare contro Meta: perché l’Antitrust italiana accusa il colosso USA di abuso di posizione dominante

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm), anche nota come Antitrust, ha ampliato il “procedimento istruttorio avviato nei confronti di Meta Platforms Inc., Meta Platforms Ireland Limited, Whatsapp Ireland Limited e Facebook Italy S.r.l. – indicate come Meta”, avviato a luglio, con riferimento alle “condizioni contrattuali WhatsApp Business Solution Terms”.

Tali condizioni, secondo il giudizio dell’Agcm, “escludono dalla piattaforma Whatsapp, a decorrere dal 15 ottobre 2025, le imprese concorrenti di Meta AI nel mercato dei servizi di AI Chatbot”.

Inizia così la comunicazione dell’Antitrust sull’avvio del procedimento cautelare nei confronti di Meta – il gruppo che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp – per presunto abuso di posizione dominante nel mercato dei servizi di intelligenza artificiale (AI) Chatbot.

Una decisione che segna un passaggio cruciale nel difficile rapporto tra Big Tech e concorrenza, non solo in Italia, ma anche nel resto d’Europa: secondo l’Antitrust, le nuove condizioni contrattuali imposte dal Gruppo di Mark Zuckerberg potrebbero danneggiare lo sviluppo del mercato dell’intelligenza artificiale conversazionale, con effetti negativi su imprese e consumatori.

Il testo del provvedimento

Cosa ha fatto l’Antitrust: ampliato il procedimento e avviata la fase cautelare

L’Agcm ha deciso di ampliare l’istruttoria già aperta nei confronti di Meta includendo le nuove condizioni dei WhatsApp Business Solution Terms, introdotte il 15 ottobre 2025.

Parallelamente, si legge nel testo del provvedimento, l’Autorità ha avviato un procedimento cautelare (ex art. 14-bis della legge 287/1990), uno strumento utilizzato quando si ritiene che un comportamento possa causare un danno imminente e irreparabile alla concorrenza.
Questa fase serve a intervenire rapidamente, anche prima di una decisione definitiva.

Era stato il Codacons, con un esposto presentato lo scorso marzo, a portare a luglio all’apertura di un procedimento da parte dell’Autorità per la concorrenza per presunto abuso di posizione dominante nei confronti di Meta.

Nell’esposto si metteva nel mirino l’introduzione automatica dell’assistente virtuale “Meta AI” all’interno dell’applicazione WhatsApp, senza il preventivo consenso espresso degli utenti e con possibili ripercussioni sul fronte della concorrenza e danni per altre imprese che operano nel settore dell’IA, escluse dall’applicazione.

Una vicenda quella delle funzioni di AI legate a WhatsApp che coinvolge ad oggi 37 milioni di utenti italiani che utilizzano l’app di messaggistica (oltre 2 miliardi nel mondo) e che rischia di avere ricadute negative dirette per gli stessi consumatori.
La condotta di Meta, infatti, secondo l’associazione dei consumatori, potrebbe impedirebbe del tutto ad altre imprese che forniscono servizi di AI Chatbot di utilizzare la piattaforma di messaggistica, facendo venir meno per gli utenti ogni possibilità di avvalersi di servizi di intelligenza artificiale alternativi a Meta AI.

Oggetto del procedimento: le nuove condizioni imposte da Meta su Whatsapp Business

Il punto centrale dell’istruttoria riguarda il fatto che, dal 15 ottobre 2025, le nuove condizioni contrattuali di WhatsApp prevedono l’esclusione dalla piattaforma delle imprese concorrenti di Meta nel settore degli AI chatbot.

In altre parole: i chatbot di aziende rivali non potranno più operare sulla piattaforma, mentre gli strumenti di Meta AI verranno integrati nativamente nella piattaforma, aumentando ulteriormente la diffusione dei servizi di Meta.

Una scelta che, secondo l’Autorità, potrebbe alterare in modo significativo l’equilibrio competitivo.

Perché l’Agcm accusa Meta di abuso di posizione dominante

Secondo l’Antitrust, la condotta di Meta sarebbe idonea a limitare la produzione, gli sbocchi commerciali o lo sviluppo tecnologico nel mercato degli AI chatbot.
Ciò rappresenterebbe una possibile violazione dell’articolo 102 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), che vieta l’abuso di posizione dominante.

In particolare, l’Agcm teme che:

  • WhatsApp è largamente dominante nel mercato della messaggistica, soprattutto in Italia.
  • Ridurre o impedire l’accesso ai concorrenti di Meta AI significherebbe tagliare fuori dal mercato molti operatori, ostacolando lo sviluppo di soluzioni innovative alternative.
  • L’integrazione dei servizi Meta AI all’interno di WhatsApp rafforza ulteriormente il potere del gruppo, creando un ecosistema chiuso che non lascia spazio alla concorrenza.

AI su Whatsapp, la gravità del danno ai consumatori

Secondo l’Antitrust, la violazione potrebbe produrre effetti immediati e difficili da eliminare in seguito.
Il motivo principale è il comportamento dei consumatori: gli utenti tendono ad essere poco propensi a cambiare piattaforma, soprattutto quando si parla di servizi di messaggistica.

Questo significa che:

  • una volta esclusi i chatbot concorrenti, recuperare terreno diventa quasi impossibile;
  • Meta potrebbe consolidare un controllo quasi totale del mercato degli AI chatbot su WhatsApp prima ancora che l’Autorità riesca a decidere sull’istruttoria principale.

La gravità delle accuse

Il cuore dell’accusa è l’abuso della posizione dominante: un comportamento attraverso il quale un’impresa che già domina un mercato utilizza il proprio potere per escludere i concorrenti, non per competere con la qualità del proprio prodotto, ma attraverso vincoli contrattuali o barriere tecniche.

In termini semplici: Meta non verrebbe contestata per avere servizi migliori, ma per impedire agli altri di competere su un canale essenziale come WhatsApp.

Se confermata, questa condotta potrebbe costituire una delle violazioni antitrust più rilevanti degli ultimi anni in Europa nel settore dell’intelligenza artificiale.

L’avvio del procedimento cautelare contro Meta conferma l’attenzione crescente dell’Antitrust verso le Big Tech e i nuovi mercati generati dall’AI.
L’esito dell’istruttoria sarà determinante non solo per Meta, ma per l’intero ecosistema dell’intelligenza artificiale conversazionale.

Se l’Autorità dovesse accertare l’abuso, potrebbe imporre misure immediate per riaprire il mercato, garantendo pari opportunità alle imprese concorrenti e tutelando gli utenti da un possibile monopolio digitale.

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Pandoro-gate, la Procura affonda il colpo: Ferragni verso la condanna a 1 anno e 8 mesi

È un momento difficile per la prima influencer d’Italia. La richiesta della Procura sembra non voler lasciare scampo a fraintendimenti: Chiara Ferragni deve essere condannata in quanto colpevole di aver raggirato i consumatori con il suo Pandoro Pink Christmas e le uova di Pasqua brandizzate. 

E così, l’icona della “self-made woman” italiana viene attaccata proprio su un terreno per lei identitario: la beneficenza. Una condanna pesante, a 1 anno e 8 mesi, che riguarda profitti titenuti illeciti per 2,2 milioni di euro. Soldi sottratti ai consumatori convinti di spendere per una giusta causa. 

Il nodo della donazione

A rendere la vicenda ancora più spinosa è il nodo della donazione.

Alla vendita del dolciume griffato era, infatti, associata un’iniziativa benefica a favore dell’impresa sociale “I Bambini delle Fate”, ma in realtà le donazioni non erano incluse nel prezzo di vendita, bensì già predeterminate e scollegate dall’acquisto.  

La proposta dei pm Eugenio Fusco e Cristian Barilli formulata durante il rito abbreviato, tenutosi presso il Tribunale di Milano, riflette tutta la gravità di una vicenda, che al di là dei personaggi coinvolti, evidenzia l’enorme potere e i rischi, che una campagna di marketing ingannevole, anche e soprattutto online, può avere oggi.

Tuttavia, l’influencer ha sempre respinto le accuse e l’iter giudiziario non si è ancora concluso, per cui la difesa ha ancora la possibilità di cambiare l’esito, o attenuare la pena, della sentenza finale. 

Gli accordi con le Associazioni di consumatori

Intanto, però, le Associazioni di consumatori hanno già incassato. Tra queste risulta l’Associazione per la Difesa dei Consumatori e degli Utenti (ADICU), costituitasi parte civile e poi ritiratasi grazie ad accordi extragiudiziali. Avrebbe infatti ricevuto un lauto risarcimento danni prima dell’udienza. 

Dal canto suo, Chiara Ferragni in Aula ha ribadito: 

“Tutto quello che abbiamo fatto, lo abbiamo fatto in buona fede, nessuno di noi ha lucrato“.

Resta ora da capire cosa accadrà se la condanna verrà confermata: a chi saranno destinati i fondi? E soprattutto, come verranno impiegati?

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