AI, Pichai (CEO Google): “Se la bolla scoppia nessuno immune”. E intanto da SoftBank a Peter Thiel tutti vendono azioni Nvidia

“Se la bolla dell’IA dovesse scoppiare, nessuna azienda sarebbe immune, Google compresa”.

Queste parole sono state dette non da uno qualunque ma dal CEO di Alphabet e Google, Sundar Pichai, in un’intervista esclusiva alla BBC nella sede di Mountain View. Per il capo di Big G. “l’ondata di investimenti nell’intelligenza artificiale è straordinaria, ma è anche segnata da “elementi di irrazionalità”.

Il vero problema che fa paura a tutti? Quello energetico

Pichai sottolinea come l’attuale ciclo di investimenti abbia raggiunto dimensioni senza precedenti. Google, per esempio, è passata da meno di 30 miliardi di dollari di spesa annua a oltre 90 miliardi, mentre l’intero settore ha superato la soglia del trilione di dollari destinati a infrastrutture e sviluppo.

Una corsa alimentata dalla crescente domanda di strumenti come Gemini, dai nuovi superchip proprietari e dalla competizione sempre più serrata con OpenAI e gli altri protagonisti globali.

Il manager mette però in guardia anche sull’enorme fabbisogno energetico dell’AI: secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, i data center rappresentavano già l’1,5% dei consumi globali nel 2023. Una sfida che, secondo Pichai, richiede infrastrutture e fonti rinnovabili più ambiziose per non frenare l’innovazione e la crescita.

Clem Delangue, cofondatore e CEO di Hugging Face: “La bolla? Non è dell’AI, ma degli LLM”

Clem Delangue, cofondatore e CEO di Hugging Face, sostiene che l’attuale euforia nel settore tecnologico non sia una bolla generalizzata sull’AI, bensì una specifica ‘bolla degli LLM’ (large language models).

Durante un evento organizzato da Axios, Delangue ha spiegato che l’interesse eccessivo per modelli linguistici generali, come quelli che alimentano ChatGPT o Gemini, potrebbe ridimensionarsi nel breve termine, mentre l’AI, nella sua interezza, è ancora in una fase iniziale di espansione.

Secondo Delangue, la convinzione che un singolo modello possa risolvere ogni problema è illusoria. A suo avviso, il futuro sarà dominato da una pluralità di modelli più piccoli, specifici e personalizzabili, adatti a contesti aziendali e infrastrutture locali.

Tutti vendono azioni Nvidia: da Softbank a Peter Thiel

Thiel Macro, l’hedge fund di Peter Thiel, ha chiuso venduto completamente la sue azioni in Nvidia nel terzo trimestre del 2025. L’operazione ha riguardato 537.742 azioni, per un controvalore di circa 100 milioni di dollari calcolato sui prezzi di chiusura del 30 settembre. La mossa conferma come alcuni grandi investitori stiano scegliendo di ridurre l’esposizione sui titoli più surriscaldati del settore AI.

La decisione di Thiel Macro arriva a distanza di pochi giorni da un’altra uscita di peso: SoftBank ha infatti liquidato l’intera partecipazione in Nvidia per 5,8 miliardi di dollari. Il gruppo giapponese ha spiegato che le risorse saranno reindirizzate verso nuovi investimenti nell’intelligenza artificiale, confermando una strategia rivolta a rafforzare ulteriormente la sua presenza nei modelli e nelle tecnologie di nuova generazione.

Nonostante l’uscita da Nvidia, il fondo rimane investito in Apple, Microsoft e, in misura più contenuta, in Tesla. Peter Thiel resta una figura centrale nell’ecosistema tech americano: cofondatore di PayPal insieme a Elon Musk, primo grande finanziatore esterno di Facebook, presidente di Palantir Technologies e voce influente nel panorama politico statunitense, dove mantiene rapporti stretti con il presidente Donald Trump.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/ai-pichai-ceo-google-se-la-bolla-scoppia-nessuno-immune-e-intanto-da-softbank-a-peter-thiel-tutti-vendono-azioni-nvidia/556054/




Ue. Digital Omnibus, più rischi che crescita. Meno vincoli sull’AI, ma anche meno diritti

Digital Omnibus: la grande semplificazione Ue che rischia di indebolire la protezione dei dati. Favorite le Big Tech?

Oggi il trilogo europeo — il negoziato tra Consiglio dell’Unione europea, Parlamento europeo e Commissione europea — ha dato il via libera al Digital Omnibus, l’ampio pacchetto di semplificazione normativa con cui Bruxelles promette di rendere l’Europa “più semplice e veloce”.
Si tratta della settima proposta omnibus, che si prefigge di realizzare uno sforzo di semplificazione mirato a ridurre gli oneri amministrativi di almeno il 25 % e di almeno il 35 % per le piccole e medie imprese fino alla fine del 2029.

“Abbiamo tutti gli ingredienti per avere successo nell’UE. Abbiamo talento, infrastrutture, un grande mercato interno unico. Ma le nostre aziende, in particolare le nostre start-up e le piccole imprese, sono spesso trattenute da strati di regole rigide. Riducendo la burocrazia, semplificando le leggi dell’UE, aprendo l’accesso ai dati e introducendo un portafoglio comune europeo per le imprese, diamo spazio all’innovazione affinché avvenga e sia commercializzata in Europa. Ciò avviene in modo europeo: facendo in modo che i diritti fondamentali degli utenti rimangano pienamente tutelati“, ha dichiarato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.

Di fatto, con l’omnibus digitale di oggi, la Commissione fa fare passi in avanti concreti alla sua proposta di semplificare le norme esistenti in materia di intelligenza artificiale (AI), cybersecurity e dati. Il meccanismo verrà inoltre utilizzato, secondo gli intenti di Bruxelles, anche per “pagare le tasse”.

Il pacchetto, come spiegato da Bruxelles in un comunicato ufficiale, “mira a facilitare il rispetto degli sforzi di semplificazione stimati per risparmiare fino a 5 miliardi di euro” in costi amministrativi entro il 2029. Inoltre, i portafogli europei delle imprese potrebbero sbloccare altri 150 miliardi di euro di risparmi ogni anno da reinvestire nel tessuto imprenditoriale continentale.  

Ma dietro questa operazione di “pulizia tecnica” del digital acquis, il corpus legislativo europeo sul digitale, si intravede un cambio di paradigma che potrebbe ridisegnare — secondo molti al ribasso — alcuni tra i più importanti baluardi regolatori degli ultimi anni: GDPR, AI Act, Data Act, Direttiva e-Privacy e Direttiva NIS2.

Più spazio per innovare e crescere? O un indebolimento della tutela dei nostri diritti?

Secondo la Commissione, si tratta di un lavoro puramente tecnico per eliminare ridondanze, allineare definizioni e alleggerire gli oneri per imprese e pubbliche amministrazioni.

“La proposta odierna rappresenta un primo passo importante nella nostra agenda per la semplificazione digitale, volta a creare un contesto imprenditoriale più favorevole per le imprese europee. Semplificando le norme, riducendo gli oneri amministrativi e introducendo norme più flessibili e proporzionate, continueremo a mantenere il nostro impegno di dare alle imprese dell’UE più spazio per innovare e crescere“, ha affermato Valdis Dombrovskis, Commissario per l’Economia e la produttività e per l’Attuazione e la semplificazione.

Tuttavia, una lettura più attenta del pacchetto mostra come questa “semplificazione” rischi di tradursi in un indebolimento delle tutele, un aumento delle incertezze e un vantaggio competitivo soprattutto per le grandi piattaforme tecnologiche.

Un paradosso, se si considera che la narrazione ufficiale punta a “sostenere la crescita e la competitività delle imprese europee”.

Che cos’è il Digital Omnibus

Il Digital Omnibus è l’intervento più ampio mai realizzato sul digital acquis, perchè tocca quasi tutti i grandi atti legislativi del digitale europeo.
L’obiettivo dichiarato è eliminare sovrapposizioni normative e rendere più chiari gli obblighi per imprese e pubbliche amministrazioni, dopo anni in cui le nuove norme — dal GDPR al DMA, dal DSA alla NIS2 — si sono accumulate senza un coordinamento organico.

In altre parole, Bruxelles ammette che la stratificazione normativa è diventata un problema in sé, generando:

  • costi amministrativi elevati,
  • incertezza giuridica,
  • difficoltà di applicazione,
  • incoerenze tra atti legislativi diversi.

Fin qui, nulla di male: una revisione tecnica era attesa. Il punto è “come” la Commissione ha scelto di risolvere il problema.

Cosa cambia sul GDPR: semplificazione o deregulation mascherata?

Tra le parti più delicate del pacchetto c’è la revisione del GDPR, ancora oggi il regolamento più citato come modello globale di tutela dei dati personali. Il rischio, però, è che la riforma finisca per ridurre proprio quella protezione che ha reso il GDPR uno standard internazionale.

Il problema, come ha spiegato l’avvocato Laura Greco, Studio Legale Giusella Finocchiaro, su Ntplus del Sole 24Ore, sono le “eccezioni”, che vogliono essere introdotte.

Tra gli interventi potenzialmente più problematici emergono:

1. Estensione della categoria dei “dati non personali”

La proposta potrebbe considerare “non personali” dati pseudonimizzati, purché un singolo operatore non sia in grado di reidentificarli. Come ha spiegato Mario Mariniello in un lungo approfondimento su Bruegel.
Ma ciò ignora un fatto elementare: la reidentificazione è spesso possibile tramite correlazione con altre basi dati, anche da parte di attori diversi.

2. Uso di categorie sensibili per l’addestramento dell’AI

Si aprirebbe alla possibilità di usare dati sensibili — come salute, orientamento sessuale o opinioni politiche — purché non vengano “direttamente” rivelati.
Peccato che gli algoritmi possano inferire queste caratteristiche in modo estremamente preciso, anche senza dati dichiarati.
Esempio:

  • il genere può essere dedotto da pattern salariali o cronologia di navigazione;
  • l’orientamento sessuale è stato inferito con alta accuratezza da immagini facciali.

3. Accesso più difficile ai propri dati

Le persone potrebbero vedersi respingere richieste di accesso, portabilità o opposizione alla profilazione se il titolare ritiene che la richiesta “non sia finalizzata alla protezione dei dati personali”.
Un criterio vago che rischia di impedire l’accesso ai dati anche nei contenziosi di lavoro o in caso di discriminazioni algoritmiche.

4. Raccolta diretta di dati dai dispositivi degli utenti

Il Digital Omnibus potrebbe legittimare pratiche invasive, come l’estrazione di dati dagli smartphone per presunte finalità di sicurezza.
Un terreno scivoloso, perché abbassa la soglia di protezione contro la sorveglianza commerciale e tecnica.

Un regalo per Big Tech, non per l’innovazione europea

Uno dei motivi dichiarati dal Digital Omnibus è la necessità di favorire la competitività delle aziende europee. Ma gli effetti potrebbero essere opposti.

Le grandi piattaforme statunitensi — già dominanti nel mercato europeo — dispongono di risorse, infrastrutture e basi dati tali da trarre enormi vantaggi dall’allentamento dei vincoli su utilizzo ed estrazione dei dati.
Le PMI europee, invece, rischiano di non beneficiare affatto della riforma, perché il divario tecnologico non dipende principalmente dalla regolazione, bensì da: mancanza di competenze, difficoltà di accesso ai capitali, frammentazione dei mercati nazionali, scarsità di dataset europei.

Semplificare gli obblighi non risolve queste criticità, semmai favorisce i player che hanno già un vantaggio competitivo consolidato.

Il gruppo dei Verdi al Parlamento europeo ha accusato Ursula von der Leyen di cedere “sotto la pressione dell’amministrazione Trump e delle lobby delle Big Tech. Mettendo in discussione i nostri successi digitali, l’UE rischia di stendere il tappeto rosso per un modello di business basato su dati rubati, clamore e nessuna considerazione per i diritti umani o il pianeta“, ha dichiarato l’eurodeputata olandese Kim van Sparrentak. Secondo l’eurodeputata ceca Markéta Gregorová.

“La fuga di informazioni sul Digital Omnibus rivela che la Commissione sta lavorando a un piano di portata molto più ampia di quanto annunciato e questo senza una valutazione d’impatto. Ciò solleva seri dubbi sulla sua capacità di valutare adeguatamente le implicazioni per l’applicazione dei nostri diritti fondamentali. Sono sorpresa e preoccupata che il GDPR venga riaperto e indebolito nella sua sostanza“, ha sottolineato l’eurodeputata

Tornano in mente le parole di Giovanni Zorzoni, oggi vice presidente dell’AIIP, sulla pericolosità del Cloud Act americano per i dati personali dei cittadini, “perché consente di fatto alle autorità statunitensi di ottenere l’accesso ai dati detenuti da aziende americane anche al di fuori dei confini USA, senza adeguate tutele giuridiche“.

Il vento deregolatorio che tira da Washington e passa per Parigi e Berlino

Il contesto geopolitico spiega bene la direzione intrapresa. Negli Stati Uniti, Donald Trump ha chiesto apertamente un “federal standard per deregolare l’AI”, accusando gli Stati di ostacolare la crescita con troppe norme e con approcci “ideologici”, come ha riportato Maria Curi su Axios.

“Gli investimenti nell’intelligenza artificiale stanno contribuendo a rendere l’economia statunitense la più dinamica al mondo, ma l’eccessiva regolamentazione da parte degli Stati minaccia di indebolire questo motore di crescita“, ha scritto Trump su Truth Social.
“Dobbiamo avere un unico standard federale invece di un mosaico di 50 regimi normativi statali. Possiamo farlo in un modo che protegga i bambini e impedisca la censura!”, ha sottolineato Trump.

L’obiettivo è chiaro: permettere alle aziende americane di innovare più rapidamente e senza vincoli.

In Europa, le due principali economie — Francia e Germania — stanno spingendo per un allentamento delle regole sull’AI. Come raccontato da Maximilian Henning su Euractive, entrambe hanno chiesto un “anno di pausa” nell’applicazione delle norme più stringenti dell’AI Act per i modelli ad alto rischio.
Una posizione sostenuta da Svezia e Cechia, ma osteggiata da Spagna e Paesi Bassi.

Il Digital Omnibus si inserisce quindi in un clima politico in cui la disciplina europea sul digitale viene sempre più percepita come un freno, non come un vantaggio competitivo.

Semplificare sì, indebolire no: cosa servirebbe davvero all’Europa

Il paradosso è evidente: mentre la Commissione parla di “chiarezza normativa”, molte delle misure in discussione rischiano di generare più incertezza e più rischi per i cittadini, senza contribuire realmente a rafforzare l’ecosistema europeo dell’AI.

L’alternativa esiste ed è già stata proposta da diversi esperti:
creare una Digital Enforcement Agency europea, un’autorità indipendente capace di:

  • applicare in modo uniforme le norme digitali,
  • fornire interpretazioni tecniche chiare,
  • coordinare le autorità nazionali,
  • offrire certezza agli operatori economici.

Non servono meno regole, ma regole più chiare, coerenti e applicate con efficienza.

Una semplificazione che complica

Il Digital Omnibus potrebbe rivelarsi un passaggio storico: non perché semplifichi l’Europa digitale, ma perché rischia di dismettere, pezzo dopo pezzo, i principi fondanti della protezione dei dati e della governance dell’AI in Europa.

Mentre si parla di competitività, si rischia di:

  • indebolire il GDPR,
  • rendere opaca la gestione dei dati,
  • favorire l’espansione incontrollata delle Big Tech,
  • aumentare i rischi di discriminazione algoritmica,
  • diminuire la fiducia dei cittadini.

Il trilogo di oggi non è un mero passaggio tecnico:
è una scelta politica sull’identità digitale dell’Europa.
La domanda è: continuerà a essere un modello globale di protezione dei dati e innovazione responsabile, o diventerà il terreno di gioco delle grandi piattaforme?

Si rischia di di produrre un quadro normativo frammentato e di incertezza per le imprese

L’ENNHRI, la rete europea che riunisce le istituzioni nazionali indipendenti per i diritti umani, avverte che la proposta Omnibus della Commissione — insieme alle posizioni negoziali di Consiglio e Parlamento — si discosta, in diversi punti, dai principali standard internazionali su imprese e diritti umani. Tra questi, i Principi guida ONU su imprese e diritti umani (UNGPs) e le Linee guida OCSE sulla condotta d’impresa responsabile, oltre che dalle buone pratiche che molte aziende europee stanno già adottando in materia di due diligence ambientale e sociale.

Secondo l’organizzazione europea, tali deviazioni rischiano di produrre un quadro normativo frammentato, generando incertezza per le imprese e vanificando l’occasione di colmare le lacune ancora esistenti. Un passo indietro che potrebbe indebolire la capacità dell’Unione europea di prevenire o contrastare in modo efficace violazioni dei diritti umani e danni ambientali lungo le catene globali del valore.

Le proposte legislative sull’omnibus digitale saranno ora presentate al Parlamento europeo e al Consiglio per l’adozione. La Commissione ha inoltre avviato oggi la seconda fase dell’agenda per la semplificazione, con un’ampia consultazione sul controllo dell’adeguatezza digitale aperta fino all’11 marzo 2026. 

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/ue-digital-omnibus-piu-rischi-che-crescita-meno-vincoli-sullai-ma-anche-meno-diritti/556068/




Legge sull’ultra fast fashion: obiettivi, criteri e tempistiche. L’intervista al promotore Sen. Gianluca Cantalamessa

Come sappiamo, ultimamante colossi cinesi dell’e-commerce, come Temu, Shein e Aliexpress, sono finiti nell’occhio del ciclone per via di prodotti non conformi agli standard internazionali, politiche commerciali sleali e marketing fuorviante. Oggetto della recente stretta europea, favorevole ad una tassazione extra su pacchi di piccole dimensioni in entrata (prevalentemente contenenti capi di abbigliamento), il fenomeno dilangante dell’ultra fast fashion preoccupa sotto molti fronti.

Una questione che riguarda la concorrenza, ma anche e soprattutto la tutela dei consumatori, del lavoro e della sostenibilità ambientale. E anche l’Italia si sta muovendo, con una proposta di legge che potrebbe rappresentare un punto di svolta nel contrasto al fenomeno.

Per approfondire il tema, abbiamo parlato direttamente con l’ideatore del provvedimento, il Senatore Gianluca Cantalamessa.

Key4Biz: Senatore, da cosa nasce l’esigenza di proporre una legge per regolamentare l’ultra fast fashion?

Gianluca Cantalamessa: Il fenomeno dell’ultra fast fashion, o moda ef­fimera, sta invadendo il mercato europeo con articoli di abbigliamento, calzature e ac­cessori di bassa qualità e breve durata, ven­duti a prezzi contenuti e soggetti a continuo rinnovo. E allora ho deciso di presentare questa proposta di legge per tre motivi: l’impatto ambientale (settore tessile responsabile 10% emissioni globali, forte consumo d’acqua e microplastiche), le criticità sociali (sfruttamento della manodopera) e la pressione su industria europea, e soprattutto le piccole e medie imprese italiane che sono tantissime nel nostro Paese e non possono subire ancora la concorrenza feroce che arriva dall’Asia, e poi la salute dei consumatori. Il fenomeno è spinto da piattaforme extra-UE (es. Shein, Temu, AliExpress) e da pubblicità aggressive sui social che alimentano acquisti compulsivi. Il sistema moda nazionale perde  così occupazione e competenze. Serve quindi un intervento che coniughi ambizione ambientale, salvaguardia del tessuto industriale interno e tutela dei consumatori.

Key4Biz: Come funzionerà concretamente l’Eco-Score Tessile Nazionale? Chi lo assegnerà e con quali criteri?

Gianluca Cantalamessa: Si istituisce presso il MASE il Sistema nazionale di Eco-Score tessile (SNET). Attribuirà a ogni capo/categoria un punteggio da A (minimo impatto) a E (massimo) sulla base di: luoghi/condizioni di produzione; provenienza/qualità/composizione materiali; logistica e distribuzione; durabilità e riparabilità; condizioni di lavoro e rispetto requisiti sociali di filiera. Le modalità tecniche (criteri, calcolo, comunicazione e pre-qualificazione) saranno fissate con decreto MASE–MIMIT. Ovviamente si tratta di una prima fase di una proposta molto ampia, che verrà ancora analizzata e modificata per trovare la sua applicazione migliore.

Key4Biz: In che modo verranno controllate le piattaforme di e-commerce extra-UE, spesso con sede legale fuori dall’Italia?

Gianluca Cantalamessa: Il DDL equipara le vendite online: produttori/importatori/distributori, anche tramite piattaforme digitali, sono soggetti alla Responsabilità Estesa del Produttore (REP). I marchi senza sede in Italia devono nominare un rappresentante fiscale che risponde in solido. È previsto un contributo ambientale “anticipatorio” per prodotti in classe D/E (0,30 €/kg e 0,50 €/kg), applicato anche alle vendite via piattaforme, indipendentemente dalla sede. Inoltre: misure doganali per tracciabilità e inversione dell’onere della prova all’export extra-UE  e un’imposta ecologica tra 2 e 4 € per pacchi <2 kg provenienti da Paesi non UE sarà definita con decreto MEF-MIMIT entro 60 giorni.

Key4Biz: Quali saranno le sanzioni per chi non rispetta gli obblighi di trasparenza o supera i limiti pubblicitari?

Gianluca Cantalamessa: Per i divieti pubblicitari: sanzione amministrativa fino a 100.000 € irrogata dall’AGCM; l’Autorità definirà con proprio regolamento i criteri applicativi. Per gli obblighi informativi (art. 4), il decreto attuativo MASE–MIMIT entro 90 giorni definirà modalità e soglie, nonché i criteri di esenzione; il DDL rimanda a tali atti anche per i sistemi di controllo e, per il contributo ambientale (art. 6, c.5), alle relative sanzioni in caso di inadempienza.

Key4Biz: In che misura questa proposta si allinea alla strategia europea sui tessili sostenibili?

Gianluca Cantalamessa: Lo SNET è espressamente coordinato con i sistemi UE: etichettatura ambientale, Passaporto Digitale del Prodotto (DPP) e registri nazionali REP, per garantire compatibilità e interoperabilità ed evitare duplicazioni per le imprese conformi alla normativa UE. La pre-qualificazione favorisce chi adotta tracciabilità, certificazioni, REP e DPP.

Key4Biz: Avete già avuto contatti con altri Paesi UE interessati a misure simili o che le hanno già applicate?

Gianluca Cantalamessa: Quando arriverà il momento, senz’altro si provvederà ad un coordinamento con i sistemi europei.

Key4Biz: Se la legge verrà approvata, quali saranno i tempi e le fasi di attuazione?

Gianluca Cantalamessa: Prevediamo un periodo che vada da uno a sei mesi. Ma è difficile azzardare pronostici in un campo così complesso e che prevede una importante sinergia tra Parlamento, Governo e Ue.

Key4Biz: Cosa risponde a chi accusa la legge di essere una misura protezionista più che ecologica?

Gianluca Cantalamessa: La norma non colpisce il “prezzo accessibile” in sé: esclude espressamente dall’ambito d’applicazione le imprese che, pur avendo politiche di prezzo accessibile o modelli distributivi efficienti, rispettano programmazione stagionale, tracciabilità documentata, trasparenza sui materiali e pratiche di sostenibilità in linea con l’UE. Si interviene solo su modelli D/E con impatti elevati, con regole valide anche per vendite online e operatori esteri (rappresentante fiscale, contributo per kg, controlli doganali). È una difesa della concorrenza leale e del lavoro qualificato italiano, non una chiusura corporativa. Inoltre se il Governo italiano si spende per difendere le proprie aziende non credo ci sia nulla di scandaloso.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/legge-sullultra-fast-fashion-obiettivi-criteri-e-tempistiche-lintervista-al-promotore/555681/




Pil Ue stimato a +1,4% nel 2025/2026 nelle ‘Previsioni d’autunno’, ma pesa il fattore tech Usa

Le previsioni d’autunno 2025 di Bruxelles: il ‘repricing’ del rischio tech Usa minaccia fiducia e finanziamenti

Le Previsioni economiche d’autunno della Commissione europea raccontano un’Europa che, nonostante tutto, continua a muoversi nella giusta direzione. L’economia cresce, l’inflazione scende e, almeno sulla carta, il quadro generale appare stabile. Per il 2025 e il 2026 si prevede una crescita del Pil dell’1,4%, che dovrebbe salire leggermente nel 2027. Non sono numeri che rincuorano o tranquillizzano, ma indicano una tenuta importante in un contesto globale ricco di incertezze.

Tuttavia, dietro questo clima di relativa serenità c’è un fattore che potrebbe incrinare la fiducia degli investitori e complicare la situazione finanziaria europea. Una voce messa a latere del documento, a cui si presta un’attenzione minima: la possibile “ridefinizione dei prezzi dei rischi” nel settore tecnologico statunitense. È un concetto che può sembrare tecnico e di secondaria importanza, ma in realtà indica qualcosa di molto semplice, molto concreto e molto rilevante in termini economici.

Che cosa significa “ridefinizione dei prezzi dei rischi”

Per anni, le grandi aziende tecnologiche americane o Big Tech — quelle che tutti conosciamo, da Apple a Nvidia, passando per Google, Meta e Amazon — hanno rappresentato una certezza per i mercati. Sono cresciute a ritmi rapidissimi, hanno accumulato profitti giganteschi e conquistato posizioni dominanti in settori strategici come l’intelligenza artificiale, il cloud, i semiconduttori.

Questa storia di successo ha spinto gli investitori a valutarle spesso a prezzi altissimi, basati più sull’aspettativa di futuri guadagni che sulla realtà economica del momento. Finché tutto va bene, nessuno si preoccupa. Ma basta un segnale di rallentamento — un utile trimestrale deludente, una nuova regolamentazione, costi che aumentano, un mercato che inizia a saturarsi — per far scattare dei dubbi.

Ecco cos’è la “ridefinizione dei prezzi dei rischi”: il mercato che, improvvisamente, si chiede se non abbia pagato troppo per quei titoli. Quando succede, le vendite si moltiplicano, le quotazioni scendono e la volatilità aumenta. È un movimento quasi automatico, che spesso coinvolge non solo le Big Tech ma tutto il settore tecnologico.

Perché questo potrebbe diventare un problema anche per l’Europa

A prima vista, sembra una questione che riguarda Wall Street. In realtà l’effetto domino può arrivare velocemente anche in Europa, per diversi motivi.

Il primo riguarda il clima generale dei mercati. Il settore tecnologico americano è diventato un punto di riferimento globale: se si indebolisce, gli investitori tendono a diventare più prudenti ovunque. Il risultato è un calo della fiducia che può tradursi in minori investimenti, condizioni di finanziamento più rigide e una maggiore incertezza.

A settembre, le sette principali società tecnologiche statunitensi (Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon, Meta e Tesla) avevano una capitalizzazione di mercato totale di 20,8 trilioni di dollari (17.700 miliardi di euro), eclissando la produzione economica totale dell’Ue di 19,4 miliardi di dollari (16.500 miliardi di euro). La sola Nvidia, ora l’azienda di maggior valore al mondo, vanta una valutazione di mercato di circa 4,3 triliardi di dollari (3,9 triliardi di euro), equivalente al Pil della Germania, la più grande economia europea.

Il secondo motivo è più pratico: molti capitali che alimentano l’innovazione in Europa arrivano dagli Stati Uniti. Se i fondi americani entrano in modalità “difensiva”, cioè diventano più cauti, tagliano per primi gli investimenti all’estero. E il settore tecnologico europeo è spesso il più colpito, perché richiede finanziamenti costanti e perché è ancora lontano dai livelli di forza e dimensione del suo omologo statunitense.

Infine, c’è un aspetto ancora più strutturale: l’Europa dipende profondamente dalla tecnologia americana. Usa piattaforme americane, chip progettati negli Usa, infrastrutture digitali controllate da attori Usa. Questo significa che ogni scossone negli Stati Uniti arriva da noi amplificato.

Quando un titolo americano vacilla, l’intero mercato trema

Un esempio recente lo abbiamo visto con le oscillazioni di Nvidia. Pur essendo solo una delle tante aziende quotate negli Stati Uniti, il suo peso sull’indice Nasdaq e sull’S&P 500 è talmente grande che una sua flessione si trasmette immediatamente all’intero mercato. E quando il mercato americano si muove, quello europeo segue quasi sempre a ruota.

Questa concentrazione estrema — pochi titoli che tirano tutto il carro — rende il sistema globale più fragile. Ed è proprio questa fragilità che la Commissione europea segnala come uno dei principali rischi sul breve periodo.

Che cosa significa per la crescita europea

Un repricing del tech americano non porterebbe solo qualche giorno di turbolenza in Borsa. Potrebbe frenare la crescita dell’Europa in diversi modi: riducendo la liquidità disponibile per le aziende europee; rallentando gli investimenti in innovazione, ricerca e sviluppo; pesando sulla domanda internazionale verso i prodotti europei; aumentando l’incertezza per startup e imprese tecnologiche emergenti.

Non è un caso che nel commento alle Previsioni, Valdis Dombrovskis, Commissario per l’Economia e la produttività e per l’Attuazione e la semplificazione, ha dichiarato: “Anche in un contesto sfavorevole, l’economia dell’UE ha continuato a crescere. Ora, dato il difficile contesto esterno, l’UE deve intraprendere un’azione risoluta per sbloccare la crescita interna. Ciò significa accelerare il nostro lavoro sull’agenda per la competitività, anche semplificando la regolamentazione, completando il mercato unico e promuovendo l’innovazione”.

Gli economisti ricordano che l’Europa parte già in svantaggio rispetto agli Stati Uniti in tema di investimenti digitali, capacità produttiva e dinamismo aziendale. Un contesto finanziario più instabile rischierebbe di accentuare ancora di più questo divario.

La Commissione europea dipinge un quadro economico sostanzialmente positivo e questo è un segnale importante. Tuttavia, invita anche a leggere con attenzione i segnali che arrivano da oltreoceano. Il settore tecnologico americano, che negli ultimi anni ha spinto in alto i mercati globali, potrebbe diventare un punto di fragilità. Ciò che manca all’Europa, in maniera sempre più chiara ed evidente è un livello di indipendenza tecnologica più elevato dell’attuale e certo la condizione politica attuale nei rapporti tra Washington e Bruxelles purtroppo non aiuta, spingendo anzi nel verso opposto.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/pil-ue-stimato-a-14-nel-2025-2026-nelle-previsioni-dautunno-ma-pesa-il-fattore-tech-usa/555632/




FiberCop, oltre la connettività. Edge, Cloud, Digital Twin, AI e 6G per le reti del futuro

Laboratorio FiberCop

Il ruolo crescente dell’infrastruttura in fibra non soltanto per la semplice connettività, ma soprattutto come abilitatore di nuovi servizi digitali. E’ questa la vision di FiberCop, l’operatore wholesale only che considera quindi l’infrastruttura di rete come una piattaforma su cui costruire l’offerta di nuovi servizi a valore aggiunto, basati sul valore del dato e delle nuove ondate tecnologiche. E’ su questo tasto che sta spingendo l’azienda controllata da KKR e partecipata dal MEF, che ha avviato diverse collaborazioni con politecnici, università ed enti di ricerca per lo sviluppo delle nuove tecnologie. Dall’intelligenza artificiale applicata alle reti ai Digital Twin, passando per il quantum computing, la quantum key distribution, all’edge cloud, alla sicurezza e alla standardizzazione del 6G.

Massimo Sarmi: “Reti Tlc sempre più integrate con il mondo del web”

Massimo Sarmi, Presidente e Amministraztore deleagato di FiberCop, ha illustrato il ruolo dell’azienda per l’Economia Digitale Italiana. “La convergenza tra trasporto, archiviazione ed elaborazione dei dati. Le reti di telecomunicazioni stanno oggi entrando in una fase di profonda trasformazione tecnologica, caratterizzata da una sempre maggiore immersività e ubiquità delle nuove applicazioni. Le reti di telecomunicazioni dovranno sempre di più essere in grado di fornire risposte e dovranno essere in grado di fornirle in tempo reale. In questa prospettiva, nel prossimo futuro le reti dovranno farsi carico di svolgere nuovi compiti e acquisiranno nuove funzionalità capaci di integrare al proprio interno trasporto, archiviazione ed elaborazione dell’informazione. Reti che uniscono trasporto, archiviazione ed elaborazione dei dati spingeranno inevitabilmente verso una maggiore integrazione tra il mondo delle telecomunicazioni e quello del web. Non si tratterà soltanto di una sovrapposizione di ruoli, ma verosimilmente di un’evoluzione che porterà ad una ‘pianificazione congiunta’ dei futuri nodi di intelligenza distribuita. In questi sviluppi, grazie alla sua rete capillare, alle centrali distribuite su tutto il territorio nazionale e al suo ruolo di fornitore di infrastrutture e servizi digitali per tutti gli operatori retail, FiberCop si pone come punto di aggregazione naturale delle diverse esigenze dei diversi player dell’ecosistema digitale”.

Le professioni del futuro   

FiberCop si avvale quindi dell’ecosistema delle competenze per lo sviluppo di nuove soluzioni per fare ricerca ma anche formazione, con l’attività di disseminazione nelle università svolta in prima persona dagli esperti dell’azienda per formare le professioni del futuro. Fra le principali collaborazioni in essere con alcune delle eccellenze accademiche del Paese si ricordano quella con il Politecnico di Torino, il Politecnico i Milano e il CNIT (Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Telecomunicazioni). E ancora, sempre nell’ambito del CNIT, i progetti avviati insieme alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa sui Digital Twin applicati alla fibra per il controllo delle reti, e quello sulla steganografia, per la sicurezza delle reti. Inoltre, i progetti avviati con il WiLab di Bologna, che riguarda in particolare l’applicazione dell’Edge computing all’industria 4.0, per far evolvere le centrali di FiberCop verso servizi digitali sempre più avanzati. E ancora, l’accordo siglato da FiberCop e CNIT fa seguito alla collaborazione nata in seno alla Fondazione RESTART, con il più importante programma di ricerca sulle telecomunicazioni finanziato con i fondi del PNRR. FiberCop è protagonista della standardizzazione del 6G in seno al 3 GPP per valorizzare l’ecosistema digitale italiano.   

Di seguito le analisi raccolta da Key4Biz

Maurizio Dècina (Politecnico di Milano): “La rete FiberCop grande opportunità per l’Edge Computing“

Maurizio Dècina

Maurzio Dècina, Ingegnere elettronico e Professore Emerito al Politecnico di Milano, punta sull’Edge Computing. “Nel settore delle telecomunicazioni, l’Edge Computing è un abilitatore tecnologico per migliorare le prestazioni di rete, offrire nuovi servizi e supportare l’evoluzione verso il 5G e il 6G. La rete di FiberCop con circa 4mila centrali locali a regime sparse per tutto il Paese si presenta come una grande opportunità per ospitare piattaforme di Edge Computing”.

I servizi abilitati da queste piattaforme sono numerosi: ne cito qui i principali.

  • Content Delivery & Caching: distribuzione dei contenuti con bassa latenza e alta qualità dell’esperienza.
  • Acceleratori di protocollo: riducono il carico sulla rete e migliorano l’efficienza della trasmissione.
  • Realtà aumentata e virtuale (AR/VR) per esperienze immersive e reattive.
  • Gaming online: riduzione della latenza per una maggiore competitività.
  • Servizi aziendali: gestione centralizzata e sicura dei dati aziendali, con supporto per applicazioni mission-critical.
  • Gateway IoT per gestione e smistamento dei dati in tempo reale: per il monitoraggio ambientale con grandi volumi di dati; per l’industria: automazione e controllo con latenza ultra-bassa; per il controllo di droni: navigazione autonoma e risposta immediata, ecc.”.

Antonio Capone (Politecnico di Milano e RESTART): “FiberCop operatore wholesale only guarda anche al software per le reti”

“Le nuove collaborazioni tra FiberCop e il mondo universitario rappresentano un segnale significativo della vivacità di iniziativa e della spinta verso l’innovazione che si è generata con la nascita di un operatore wholesale only”. Così ci spiega Antonio Capone, Professore del Politecnico di Milano e coordinatore scientifico di RESTART. “Recentemente, FiberCop ha avviato accordi di collaborazione con il CNIT e con il Politecnico di Milano su un ampio spettro di tematiche: non solo lo sviluppo delle tecnologie ottiche, ma anche l’evoluzione delle piattaforme software dell’infrastruttura di rete.

Queste piattaforme costituiscono un elemento di forte discontinuità rispetto al passato, perché espongono un’interfaccia tra rete e servizi che prima era nascosta all’interno dell’operatore verticalmente integrato. Oggi, invece, diventano uno strumento che abilita nuovi servizi da parte dei gestori dell’infrastruttura.

Si va dai digital twin per il monitoraggio e l’ottimizzazione del funzionamento della rete, alle interfacce programmabili che consentono di offrire servizi su misura per diverse service company, fino a sistemi di monitoraggio dell’infrastruttura utili alle autorità pubbliche per orientare le politiche di sviluppo territoriale”.

La collaborazione con il CNIT

FiberCop, come detto, collabora attivamente con il CNIT, il Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Telecomunicazioni, su diversi filoni di ricerca. Le attività rientrano sia in iniziative nazionali, come il programma RESTART, sia in progetti europei come SEASON e ALLEGRO.

L’obiettivo è sviluppare soluzioni innovative per l’evoluzione delle infrastrutture di rete e per le tecnologie che caratterizzeranno le reti del futuro legate al 6G. Ne parla per la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa Filippo Cugini, che in CNIT a Pisa è Responsabile di Settore di Ricerca (Head of Research Sector). È anche affiliate researcher con la Scuola Superiore Sant’Anna.

Filippo Cugini (Scuola Superiore Sant’Anna): ‘Gemello Digitale della rete FiberCop per simulare scenari complessi e manutenzione predittiva’

“Le attività svolte nell’ambito di SEASON hanno generato idee e soluzioni prototipali che hanno portato all’avvio di un progetto dedicato al Gemello Digitale della rete di telecomunicazioni. Questo Gemello Digitale è una replica virtuale molto accurata della rete e dei principali apparati che la compongono, come router, sistemi di trasporto e nodi di commutazione ottica. Attraverso questa replica digitale è possibile simulare scenari complessi, prevedere il comportamento della rete reale e analizzare in anticipo l’impatto di nuove configurazioni, in un ambiente sicuro e controllato”, ci ha spiegato il Prof. Cugini.

“Nel progetto, coordinato dal Prof. Andrea Sgambelluri, il Gemello Digitale integra strumenti di intelligenza artificiale in grado di interpretare i dati raccolti dalla rete, riconoscere situazioni ricorrenti, individuare tempestivamente eventuali anomalie e formulare previsioni sull’evoluzione del traffico e sul funzionamento degli apparati. Questa capacità permette di ridurre i tempi necessari per attivare nuovi servizi e di valutare configurazioni che migliorano l’efficienza energetica, identificando le soluzioni che consentono un impiego più razionale delle risorse della rete”, prosegue Cugini.

“L’attività comprende la progettazione dell’architettura del modello digitale, la definizione dei dati necessari per mantenerlo aggiornato, la realizzazione progressiva dei componenti software e la loro validazione in scenari di rete sperimentali. Questo approccio permette di esplorare applicazioni molto rilevanti per FiberCop, che vanno dalla più rapida attivazione di servizi innovativi ad alte prestazioni alla manutenzione predittiva, dalla gestione ottimizzata del traffico fino alla valutazione preventiva di possibili modifiche o ampliamenti dell’infrastruttura”.

‘Steganografia per potenziare la sicurezza delle reti ottiche’

Passando al tema sicurezza, il Prof Cugini racconta un altro progetto. “Anche le attività sviluppate nel progetto ALLEGRO hanno generato idee e soluzioni prototipali che vengono ora ulteriormente sviluppate in un progetto dedicato allo studio della steganografia nelle reti ottiche. Le reti ottiche trasportano informazioni ad elevata capacità ed è fondamentale garantirne la sicurezza. La steganografia rappresenta una tecnica avanzata e promettente che consente di nascondere un messaggio sotto al livello del rumore presente nel sistema, rendendo sostanzialmente impossibile individuare e decrittografare l’informazione nascosta. Si tratta di un approccio complementare alla crittografia classica digitale e particolarmente utile nei contesti in cui siano richiesti livelli di sicurezza fisici atti ad incrementare la robustezza dell’intero sistema.

Nel progetto, seguito dal Prof. Luca Potì, l’attività prevede l’analisi del comportamento della steganografia applicata ai segnali ottici, la valutazione dei requisiti tecnici necessari per una possibile applicazione operativa e la progettazione delle caratteristiche di un software di simulazione capace di emulare queste tecniche in scenari realistici”.

Roberto Verdone (WiLab): “Nel 2025 Digital Twin per reti in ambito industriale, nel 2026 sarà la volta dell’edge cloud”

Il Professor Roberto Verdone, PhD, Professore, DEI, Università di Bologna e Direttore del WiLab di Bologna, CNIT, ha parlato della collaborazione con FiberCop in ambito industria 4.0, per far evolvere le centrali dell’operatore verso servizi digitali sempre più avanzati: “Sono felice della collaborazione instaurata tra CNIT/WiLab e FiberCop, che si consoliderà nel 2026 con una ulteriore linea di studio – ha detto a Key4Biz Verdone – Nel 2025, nell’ambito del programma RESTART finanziato dal PNRR, WiLab e FiberCop hanno collaborato definendo con altri partner una architettura di Digital Twin per reti di comunicazione in ambito industriale; l’attività ha prodotto una prima demo calata in un contesto di impianto industriale con robot mobili. Nel 2026, sempre con riferimento ad applicazioni industriali, WiLab supporterà l’azienda nello studio di tecnologie edge, per identificare quali specifici casi d’uso richiedono l’impiego di risorse all’edge e quali possono basarsi su tecnologie centralizzate di cloud. La collaborazione contribuirà allo sviluppo di competenze utili al progresso del Paese ed al rafforzamento della leadership italiana nel settore della manifattura meccanica”.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/fibercop-oltre-la-connettivita-edge-cloud-digital-twin-ai-e-6g-per-le-reti-del-futuro/555505/




Nvidia, addio vendita di singole GPU. L’azienda pronta a vendere server AI assemblati

Nvidia, l’azienda che ha appena sfondato la soglia dei 5 trilioni di dollari di capitalizzazione, non sembra intenzionata a rallentare. Anzi, punta a crescere ancora di più cambiando il proprio modello industriale: non solo GPU e componenti per l’AI, ma server completi progettati e assemblati direttamente in casa.

Secondo JP Morgan, l’azienda guidata da Jensen Huang fornirà server preassemblati con GPU Rubin, CPU Vera, memoria, sistemi di raffreddamento a liquido e interfacce. Una scelta che riduce il ruolo degli ODM, cioè quei produttori che oggi non si limitano ad assemblare, ma progettano fisicamente l’hardware per conto dei grandi marchi.

Anche gli OEM, che tradizionalmente integrano componenti di diversi fornitori per creare server e infrastrutture finite, vedranno il loro peso ridimensionato: resteranno coinvolti soprattutto in installazione, logistica e post-vendita, ma non metteranno più mano al cuore dei sistemi Nvidia.

Server AI Nvidia: obiettivo tagliare i costi e accelerare il time-to-market

L’obiettivo dell’azienda è chiaro: tagliare i costi e accelerare il time-to-market grazie alla produzione in larga scala tramite colossi EMS come Foxconn, Quanta o Wistron. La complessità crescente dei nuovi moduli rende sensata questa integrazione verticale.

Il prototipo del Vera Rubin Superchip mostra quanto sia difficile gestire componenti così densi e potenti, con consumi che arrivano fino a 2,3 kW per GPU. Una potenza che richiede sistemi di raffreddamento avanzati, meglio se progettati e controllati direttamente da Nvidia per garantire efficienza e performance.

Il cambio di passo ridisegna l’intera filiera hardware dell’AI. OEM e ODM non scompaiono, ma perdono la progettazione dell’hardware centrale. Una strategia che punta a standardizzare l’infrastruttura AI e aumentare i margini, spostando sempre più l’equilibrio verso l’ecosistema Nvidia.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/nvidia-addio-vendita-di-singole-gpu-lazienda-pronta-a-vendere-server-ai-assemblati/555572/




Semplificazione del GDPR: riforma o svuotamento?

Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), sin dalla sua applicazione, si è affermato come lo standard di riferimento globale per la protezione dei dati personali, incarnando l’impegno dell’Unione Europea a tutelare i diritti fondamentali delle persone nell’era digitale. 

Tuttavia, questo pilastro normativo è oggi sottoposto a una pressione crescente.

Una spinta politica ed economica verso la “semplificazione”, motivata da esigenze di competitività del mercato unico, sta generando una serie di proposte di modifica che, dietro la facciata della riduzione degli oneri amministrativi, rischiano di erodere le tutele essenziali per i cittadini. 

La centralità della persona emerge chiaramente fin dai primi Considerando del Regolamento. Il Considerando (1) stabilisce che la protezione delle persone fisiche riguardo al trattamento dei dati personali è un diritto fondamentale. 

I Considerando (6) e (7) evidenziano come la rapida evoluzione tecnologica e la globalizzazione abbiano reso necessario un quadro normativo più solido e coerente per dare alle persone fisiche il controllo sui propri dati e rafforzare la certezza giuridica e operativa per cittadini e operatori economici.

Ma il GDPR è davvero cosi complicato?

Contrariamente alla narrazione che lo dipinge come un ostacolo rigido, il GDPR è stato concepito per essere flessibile e proporzionato. Il suo approccio basato sul rischio e la sua neutralità tecnologica consentono di adattare gli obblighi alla natura, al contesto e alle finalità del trattamento, evitando un approccio “taglia unica”.

Inoltre, il legislatore europeo ha tenuto conto fin dall’inizio delle esigenze specifiche delle micro, piccole e medie imprese (PMI). Il Considerando (13) invita esplicitamente le istituzioni a considerare tali esigenze, e l’Articolo 30, paragrafo 5, prevede una deroga specifica dall’obbligo di tenuta dei registri delle attività di trattamento per le organizzazioni con meno di 250 dipendenti, a meno che il trattamento non presenti rischi elevati. Ciò dimostra che il Regolamento contiene già al suo interno sofisticati meccanismi di proporzionalità e graduazione degli obblighi, rendendo ulteriori semplificazioni generalizzate potenzialmente ridondanti o mal concepite.

Cosa si vuole modificare, quindi ?

Nonostante questa flessibilità intrinseca e questo equilibrio attentamente calibrato, un nuovo contesto politico-economico europeo sta mettendo in discussione questi fondamenti, promuovendo una visione del GDPR come un onere da ridurre per stimolare la competitività.

L’attuale agenda politica europea è fortemente orientata al rafforzamento della competitività del mercato unico. In questo contesto, la “riduzione degli oneri amministrativi” è stata identificata come una leva cruciale per liberare il potenziale di crescita delle imprese, in particolare delle PMI. Inevitabilmente, il GDPR, con i suoi obblighi di accountability e trasparenza, è finito nel mirino di questa spinta alla deregolamentazione.

Questa tendenza si è tradotta in precise direttive politiche e proposte a livello sia europeo che nazionale.

A livello europeo, la Commissione si è impegnata a ridurre gli oneri amministrativi del 25%, un obiettivo che è stato successivamente incrementato al 35% per le piccole e medie imprese (PMI). Questo impegno ha portato all’elaborazione di un pacchetto di proposte legislative volte a modificare trasversalmente diverse normative, incluso il GDPR.

Sebbene la riduzione della burocrazia sia un obiettivo legittimo, queste iniziative creano un ambiente politico in cui le tutele fondamentali della privacy vengono progressivamente reinterpretate come meri “costi di compliance”, suscettibili di essere sacrificati sull’altare della competitività economica, spostando il paradigma da un approccio basato sui diritti a uno di puro calcolo costi-benefici.

Le proposte di modifica al GDPR, pur essendo presentate come semplici “semplificazioni”, toccano in realtà il cuore dei principi di responsabilità (accountability) e trasparenza, che sono i pilastri su cui si fonda la fiducia degli interessati. Queste proposte, pertanto, non sono meri aggiustamenti tecnici, ma tentativi di ri-allineare la ratio legis del Regolamento, subordinando un diritto fondamentale a logiche di pura efficienza economica. È fondamentale decostruire queste proposte per comprenderne l’impatto reale sulla protezione dei diritti dei cittadini, al di là della retorica della competitività.

Una delle proposte più significative, contenuta nel pacchetto di semplificazione della Commissione Europea, riguarda la modifica dell’Articolo 30, paragrafo 5, del GDPR.

La proposta e’ quella di stendere la deroga dall’obbligo di tenuta dei registri delle attività di trattamento, attualmente prevista per le imprese con meno di 250 dipendenti, a quelle con meno di 750 dipendenti.

Questo non è un aggiustamento tecnico, ma una modifica che svuota di contenuto operativo il principio di accountability sancito dall’Art. 5(2), rendendo la conformità un’obbligazione non più dimostrabile in modo oggettivo per un’ampia fascia di imprese. Il registro dei trattamenti è lo strumento primario attraverso cui un’organizzazione mappa, comprende e dimostra la propria conformità. Esentare una fascia così ampia di imprese significa ridurre drasticamente la trasparenza interna ed esterna e limitare la capacità delle Autorità di controllo di effettuare verifiche efficaci.

Una proposta avanzata dalla Germania mira invece a modificare i termini per la notifica di una violazione dei dati personali all’autorità di controllo.

La proposta è quella di modificare l’Articolo 33, paragrafo 1, cambiando il termine di notifica da “72 ore” a “tre (3) giorni lavorativi”.

La modifica, apparentemente minima, ha conseguenze pratiche rilevanti. In caso di violazioni che si verificano a ridosso di un fine settimana o di festività, questo cambiamento concederebbe alle organizzazioni un tempo significativamente maggiore (potenzialmente fino a cinque o più giorni) prima di notificare l’incidente. Questo ritardo va a diretto discapito degli interessati, che hanno bisogno di essere informati tempestivamente per poter adottare misure a propria tutela, come cambiare password o monitorare i propri conti bancari. La trasparenza tempestiva è un cardine della protezione, non un lusso.

Un’altra proposta della Commissione Europea mira ad ampliare la platea delle imprese che beneficiano di un trattamento di favore.

Si tratta, in pratica, di emendare gli Articoli 40 (Codici di condotta) e 42 (Certificazione) per estendere la presa in considerazione delle “esigenze specifiche” dalle PMI anche alle cosiddette “small mid-cap enterprises” (SMC).

Questa estensione crea un precedente pericoloso e offusca il principio di proporzionalità. Mentre la deroga per le micro e piccole imprese è giustificata da una chiara disparità di risorse, l’inclusione di una categoria più ampia e meno definita come le SMC rischia di creare classificazioni arbitrarie. Tale modifica sposta il fulcro della normativa, legando il livello di tutela alle dimensioni aziendali piuttosto che al rischio presentato dalle attività di trattamento dei dati, che costituisce invece la logica fondamentale del GDPR. Si apre così la porta a un’erosione progressiva dell’applicazione uniforme del Regolamento.

Difendiamo il GDPR per difendere i diritti dei cittadini europei

Il Regolamento è già semplificato per le PMI. Probabilmente ancora non lo abbiamo pienamente compreso. O forse l’obiettivo è diverso.

Le proposte di “semplificazione” del GDPR, sebbene ammantate di una legittima retorica sulla competitività, rappresentano in realtà un tentativo di ri-orientare un Regolamento nato per proteggere le persone verso uno strumento a servizio degli interessi economici delle organizzazioni. È il tentativo di sostituire un impianto basato sui diritti con una logica di mero calcolo costi-benefici. Indebolire obblighi fondamentali come la tenuta dei registri, la notifica tempestiva delle violazioni e l’applicazione uniforme delle norme non è una semplificazione, ma uno svuotamento.

Il futuro di una protezione dei dati efficace e moderna non risiede nell’indebolire le sue fondamenta, ma nel rafforzare i meccanismi di applicazione – come l’efficienza del meccanismo One-Stop-Shop –, nel promuovere una legislazione complementare coerente che confermi la primazia dei diritti fondamentali e nel rispettare il ruolo evolutivo della giurisprudenza.

Difendere l’integrità del GDPR oggi significa difendere uno dei pilastri della democrazia digitale europea e riaffermare che, nel mercato unico, la competitività non può e non deve prevalere sui diritti fondamentali dei cittadini.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/semplificazione-del-gdpr-riforma-o-svuotamento/555542/




Colossi cinesi dell’e-commerce sotto attacco con la legge UE sui “mini” pacchi. Giorgetti “Dazi in arrivo già dal 2026”

Avevamo già parlato della proposta di legge, tutta italiana, che mira a colpire il fenomeno del fast fashion e quindi, indirettamente, colossi cinesi dell’e-commerce come Temu, Shein e Alìexpress. Nella stessa direzione va anche l’ultimo provvedimento dell’Unione Europea che sembra voler colpire questo trend, ormai dilagante, sotto un altro aspetto: quello dei pacchi in entrata.  

Dai dati riportati durante il Consiglio europeo Ecofin, risulta infatti che solo nel 2024 sono stati importati 4,6 miliardi di articoli sotto i 150 euro, il 91% dei quali provenienti dalla Cina. Un flusso che colpisce soprattutto i piccoli commercianti e che il Vecchio Continente vorrebbe arginare. 

La nuova misura, approvata come Regolamento dalla Commissione, ma che dovrebbe entrare in vigore non prima del 2028, andrà a sanzionare soltanto i “mini pacchi”, attualmente esenti dalle tariffe doganali.

pacchi

Riforma del quadro doganale

Nel dettaglio, il provvedimento, che s’inserisce nel contesto della riforma del quadro doganale, prevede l’introduzione entro un paio d’anni di una piattaforma centrale per la gestione delle importazioni, necessaria anche per rafforzare i controlli. Tuttavia, l’obiettivo riferito dai delegati europei sarebbe quello di anticipare le restrizioni al 2026, in modo da ridurre l’impatto sia ambientale, sia sociale ed economico della merce in questione, in prevalenza moda usa e getta.

“È un passo fondamentale per gestire al meglio l’aumento dei piccoli pacchi, in particolare provenienti dalla Cina“, ha sottolineato la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.

Anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è detto “soddisfatto” definendo il Regolamento una misura in linea con la discussione sulla concorrenza sleale.

“È un fenomeno che sta distruggendo il commercio al dettaglio“, ha segnalato il Ministro italiano a Bruxelles, aggiungendo: “Molto bene anche l’accordo che abbiamo trovato in sede Ecofin che consente di anticipare l’applicazione della norma già dal 2026 per i paesi che vorranno farlo”.

Le incognite ancora aperte

Nel concreto, però, resta ancora molto da chiarire su come sarà strutturato l’anticipo dei dazi sui pacchetti extra-Ue più piccoli già dal prossimo anno. Probabilmente si punterà a introdurre tariffe medie approssimative, visto che il Data Hub doganale non è ancora pronto per gestire i valori precisi su cui calcolare i dazi. La Commissione europea dovrà inoltre verificare il rispetto delle regole WTO.

Restano aperte anche le questioni su come saranno ripartite le entrate delle misure transitorie: attualmente, il 75% dei dazi va al Bilancio Ue e il 25% a compensazione dei costi per lo Stato che li riscuote. Durante il confronto all’Ecofin, gli Stati si sono detti comunque pronti ad anticipare la misura a livello nazionale. In particolare, Romania e Polonia sembrano valutare l’introduzione di una sorta di “tassa di gestione”.

E proprio su questo fronte, va ricordato che nell’ambito di un altro pacchetto europeo si sta valutando una tassa di gestione sui piccoli pacchetti extra-Ue, inizialmente stimata dalla Commissione in 2 euro per pacchetto. Il dibattito, però, è ancora aperto, essendo legato alle nuove risorse del Bilancio Ue di medio periodo.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/colossi-cinesi-delle-commerce-sotto-attacco-con-la-legge-ue-sui-mini-pacchi-giorgetti-dazi-in-arrivo-gia-dal-2026/555413/




L’economia sommersa in Italia vale 217,5 miliardi di euro

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Tutti i dati in crescita. Il valore generato dai contratti di lavoro irregolari: +11,3% 

L’economia non osservata, quella che non emerge dalle statistiche ufficiali fatta di lavoro in nero e attività illegali, vale 217,5 miliardi di euro, il 10,2% del Pil. In altre parole più di un euro su dieci, prodotto in Italia, non passa dai canali regolari. Il dato – l’ultimo aggiornamento Istat è del 2023 – è in aumento del 7,5% rispetto al 2022, quando era 202,4 miliardi. Dentro questo perimetro convivono due mondi. Il primo è il sommerso “legale”: bar, ristoranti, negozi, artigiani, servizi alla famiglia e cantieri dove una porzione di ricavi o di ore di lavoro non viene registrata. Qui si concentra quasi tutto il fenomeno: 197,6 miliardi, in crescita di 14,9 miliardi rispetto all’anno precedente.

Il secondo è l’illegale vero e proprio – droghe, prostituzione, contrabbando di tabacco – che vale 19,9 miliardi, in crescita dell’1% rispetto al 2023. Tradotto: la crescita del “non osservato” non arriva dai mercati criminali, ma da comportamenti elusivi dentro l’economia normale. Ma qual è l’attività economica che produce più valore in nero? Lo vediamo nel grafico in apertura.

Economia non osservata in Italia: 217 miliardi “spariti”

Il settore dove il peso del sommerso economico è maggiore sono gli “altri servizi alle persone”, dove il non dichiarato costituisce il 32,4% del valore aggiunto del comparto. In questa categoria rientrano i collaboratori domestici, come le babysitter e le badanti; estetisti e parrucchieri, ma anche attività come calzolai, orologiai e riparatori di elettrodomestici. Segue il macro-settore “commercio, trasporti, alloggio e ristorazione”, con il 18,8%. Poco più in basso troviamo il settore delle Costruzioni, con il 16,5%.

Lavoro in nero: attività domestiche e agricoltura in cima alla classifica

Interessante anche vedere come è composto il “nero” di questi settori, ossia quanto incidono lavoro irregolare e omessa dichiarazione. Lo vediamo nel grafico qui in basso, con l’incidenza del lavoro in nero per ogni settore. 

Il valore più elevato si registra nel comparto degli “Altri servizi alle persone” (19,7%), seguito dal settore agricolo (14,9%), che conferma la storica presenza di lavoro irregolare nelle attività stagionali e a bassa qualificazione, spesso soggette al fenomeno del caporalato. Valori intermedi si osservano nel commercio, trasporti e ristorazione (6,4%) e nelle costruzioni (6,2%), comparti caratterizzati da elevata mobilità della manodopera e frequente ricorso a forme di lavoro temporaneo.

I livelli più contenuti si riscontrano invece nei servizi professionali (3,7%), nell’istruzione e sanità (3,7%) e nella produzione industriale (tra 0,9% e 2,8%), dove la presenza di strutture più organizzate riduce le opportunità di lavoro irregolare. Rispetto all’anno precedente il valore generato dal lavoro in nero ha segnato una crescita dell’11,3%.

Non dichiarato: servizi, commercio e costruzioni i più a rischio

Nel successivo grafico, invece, troviamo la classifica dei settori produttivi per sottodichiarazione, ossia ovvero il deliberato occultamento da parte delle imprese di una parte dei profitti. I livelli più alti si osservano negli “altri servizi alle persone” (12,2%) e nel commercio, trasporti e ristorazione (11,1%), dove è più frequente la presenza di attività di piccole dimensioni e rapporti di lavoro meno stabili. Anche le costruzioni (10,3%) e i servizi professionali (10,0%) presentano valori significativi, seguiti dal settore della produzione di beni alimentari e di consumo (7,1%). Nei comparti più strutturati, come istruzione, sanità, industria e pubblica amministrazione, la sottodichiarazione è molto più contenuta.

Rispetto all’anno precedente, il valore aggiunto dovuto alla sottodichiarazione ha registrato un incremento del 6,6%, si tratta di 4,7 punti percentuali in meno rispetto al lavoro irregolare.

Economia illegale in Italia: 20 miliardi da droga e prostituzione

Accanto al sommerso “legale”, fatto di redditi non dichiarati e lavoro irregolare, esiste una parte dell’economia che si muove completamente fuori dai confini della legalità. Nel 2023, le attività illegali hanno generato un valore aggiunto di circa 20 miliardi di euro, pari allo 0,9% del Pil, un dato pressoché stabile rispetto all’anno precedente. Si tratta di una fetta consistente, ma minoritaria, del complesso della “economia non osservata”.

Le componenti principali dell’economia illegale sono il traffico di stupefacenti, la prostituzione e il contrabbando di tabacco. Il traffico di droga continua a rappresentare la quota più rilevante: 15,3 miliardi di euro (+0,2 miliardi rispetto al 2022), mentre la spesa per consumi si è attestata a 17,2 miliardi di euro. Nello stesso periodo si è registrata anche una moderata crescita dei servizi di prostituzione. In particolare, nel 2023 il valore aggiunto e i consumi finali sono aumentati, rispettivamente, del 2,8% e del 2,9% (portandosi a 4,1 e 4,8 miliardi di euro). Infine, il contrabbando di sigarette, ormai fenomeno residuale, incide per appena 0,5 miliardi. Anche l’illegalità genera indotto – principalmente riconducibile al settore dei trasporti e del magazzinaggio – stimato in 1,4 miliardi di euro.

Fonte: Istat
I dati si riferiscono al 2023

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/leconomia-sommersa-in-italia-vale-2175-miliardi-di-euro/555436/




Roma sempre più digitale, al via il “gemello virtuale” per gli alberi

Roma sempre più digitalizzata e all’avanguardia. Sembra che la Capitale si stia preparando a diventare un vero e proprio laboratorio europeo di smart city e gestione digitale del verde. Arriva, infatti, il Digital Twin per gli alberi, un modello virtuale che, scannerizzando e riproducendo fedelmente ogni pianta sul territorio, permette di effettuare simulazioni e verificarne la stabilità.

Copie digitali perfette degli alberi

La nuova tecnologia presentata dal sindaco Gualtieri, ha lo scopo di prevenire incidenti, purtroppo frequenti a Roma e molto spesso fatali, provocati dalla caduta degli alberi in seguito ad eventi meteorologici estremi, come alluvioni ed episodi di vento forte, anche oltre i 170 km orari. 

Si tratta di una macchina avanzatissima che, grazie all’impiego dell’intelligenza artificiale, sfrutta i dati raccolti per digitalizzare e creare una copia esatta dell’albero. In tal modo è possibile monitorare la situazione a distanza, consentendo la chiusura anticipata di strade “ a rischio” o programmando potature mirate.    

Il progetto coinvolgerà 83.500 alberi

“Ce ne sono solo tre in Europa in questo momento“spiega Gualtieri in un video.

[embedded content]

Il macchinario che realizza il gemello digitale è composto da tre elementi fondamentali: 6 telecamere ad altissima definizione (72mila mega pixel ogni 5 metri), due scanner laser che rilevano 3,2 milioni di punti al secondo e, infine, il gps che rileva la posizione. 

Il progetto coinvolgerà 83.500 alberi, dalle strade principali alle vie secondarie con presenza significativa di verde, fino a parchi e ville storiche.

Tutti i dati confluiranno poi su GreenSpaces, la piattaforma digitale per la gestione del verde urbano utilizzata quotidianamente dai tecnici e dai giardinieri.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/roma-sempre-piu-digitale-al-via-il-gemello-virtuale-per-gli-alberi/555380/