AI Act, Virkkunen smentisce annacquamenti. Ma salgono i timori per le modifiche al GDPR

Un pacchetto di semplificazione digitale, il cosiddetto “Digital Omnibus”, che verrà presentato la prossima settimana (il 19 novembre) alleggerirà il carico di lavoro per le aziende di intelligenza artificiale, ha detto la Commissaria europea per la tecnologia Henna Virkkunen. In molti temono allentamenti e modifiche sostanziali al GDPR.

La Commissione europea sta pianificando “modifiche mirate” al regolamento sull’intelligenza artificiale dell’Unione per la prossima settimana, ha aggiunto Henna Virkkunen, Commissaria europea per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, alla conferenza tecnologica Web Summit di Lisbona.

Resta da vedere se il Parlamento europeo e il Consiglio decideranno di sostenere le proposte o di modificarle in modo sostanziale.
Nel frattempo, completamente contraria alle modifiche ventilate al GDPR l’associazione in difesa della data protection Noyb, fondata dal paladino della privacy Max Schrems.

AI Act entrata in vigore graduale

L’AI Act – norme che regolamentano gli strumenti di intelligenza artificiale in base ai rischi che rappresentano per la società – ha iniziato ad applicarsi gradualmente lo scorso anno.

Tuttavia, le nuove norme hanno subito pesanti critiche da subito da parte delle Big Tech, così come dall’amministrazione Trump, che le accusano di soffocare l’innovazione.

“La prossima fase importante [dell’entrata in vigore dell’AI Act] sarà il prossimo agosto. E lì ci troviamo di fronte a delle vere e proprie sfide perché non abbiamo ancora gli standard [tecnici], che devono essere pronti un anno prima della fase successiva”, ha detto Virkkunen martedì.

Digital Omnibus, emendamenti al vaglio il 19 novembre

Virkkunen ha aggiunto che gli emendamenti alla legge sull’intelligenza artificiale, che saranno presentati il ​​19 novembre, necessitano ancora dell’approvazione formale del Collegio dei Commissari nel suo complesso.

Non si è soffermata a specificare la portata di tali modifiche e se includeranno una sospensione formale di alcune disposizioni della legge. Virkkunen ha detto che la Commissione rimane “molto impegnata a rispettare i principi fondamentali [della legge]”.

Il cosiddetto pacchetto omnibus digitale, che rappresenta un impegno della Commissione per ridurre la burocrazia e semplificare la vita delle aziende riducendone gli oneri amministrativi, includerà anche modifiche alla politica UE in materia di dati e alle norme sulla sicurezza informatica.

Riforma del GDPR fa parte del “Digital Omnibus”

La riforma del GDPR, scrive la giornalista Barbara Carfagna in un post su Facebook, farebbe parte del cosiddetto “Digital Omnibus”, che avrebbe dovuto apportare solo modifiche mirate per semplificare la conformità per le aziende. Ora, la Commissione sarebbe propensa a proporre modifiche a elementi fondamentali come la definizione di “dati personali” e tutti i diritti degli interessati ai sensi del GDPR. La bozza trapelata suggerisce anche di dare carta bianca alle aziende di intelligenza artificiale (come Google, Meta o OpenAI) per assorbire i dati personali degli europei.

Inoltre, la protezione speciale di dati sensibili come dati sanitari, opinioni politiche o orientamento sessuale sarebbe significativamente ridotta. Inoltre, verrebbe consentito l’accesso remoto ai dati personali su PC o smartphone senza il consenso dell’utente. Molti elementi della riforma prevista ribalterebbero la giurisprudenza della CGUE, violerebbero le Convenzioni europee e la Carta europea dei diritti fondamentali. Se questa bozza estrema diventerà la posizione ufficiale della Commissione Europea, lo si saprà solo il 19 novembre, quando verrà presentato ufficialmente il “Digital Omnibus”.

Pressione sulle modifiche alla legge sull’intelligenza artificiale

Secondo le bozze dei piani in circolazione, il pacchetto di semplificazione potrebbe introdurre un periodo di grazia di un anno, il che significa che le autorità nazionali potranno sanzionare gli abusi solo a partire da agosto 2027.

All’inizio di quest’anno, gli amministratori delegati di oltre 40 aziende europee, tra cui ASML, Philips, Siemens e Mistral AI, hanno chiesto una “sospensione di due anni” della legge sull’intelligenza artificiale prima che gli obblighi chiave entrino in vigore.

La Commissione ha ripetutamente affermato di non cedere ad alcuna pressione esterna riguardante il possibile ritardo di alcune disposizioni.

Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa – la principale organizzazione europea per i diritti umani – ha messo in guardia dalle conseguenze dei piani di semplificazione durante un’intervista con Euronews al Web Summit.

“Facciamo molta attenzione a non scartare gli elementi di protezione fondamentali [delle leggi]”, ha detto O’Flaherty. “Se c’è un modo per unire più normative in modo più efficiente, va bene, ma non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca. Non cediamo alla lobby tecnologica che vuole rendere la vita meno onerosa per la tecnologia e, di conseguenza, più rischiosa per noi”, ha affermato.

AI Act, il portavoce della Commissione smentisce una resa della Ue

Il portavoce della Commissione Ue Thomas Regnier ha detto che la Commissione non avrebbe rilasciato dichiarazioni in merito alle fughe di notizie.

“Per quanto riguarda la possibilità di ritardare l’attuazione di specifiche sezioni della legge sull’intelligenza artificiale, la Commissione sta ancora riflettendo. Si stanno valutando diverse opzioni, ma al momento non è stata presa alcuna decisione formale”, ha detto Regnier, smentendo le voci di una resa della Commissione Ue e di una rinuncia tout court all’AI Act.

I socialdemocratici al Parlamento europeo si ribellano alla volontà della Commissione europea di “semplificare” il GDPR e la legge sull’intelligenza artificiale

I socialdemocratici (S&D) al Parlamento europeo hanno inviato una lettera, resa pubblica martedì 11 novembre, alla Commissaria Henna Virkkunen, per segnalarle “le più gravi incongruenze, omissioni e sviluppi” nel progetto di semplificazione “digital omnibus”. Il gruppo S&D teme che il testo legislativo “omnibus”, alla luce della bozza trapelata, ponga “potenziali rischi” legati alla deregolamentazione e all’indebolimento del quadro normativo digitale attentamente elaborato dall’UE.

La lettera illustra le lacune che ciò creerebbe nella posizione dell’Europa sulla scena mondiale in materia di tutela dei diritti e regolamentazione delle tecnologie digitali.

“La semplificazione non deve avvenire a scapito della certezza del diritto, della capacità di applicazione o della tutela dei diritti fondamentali delle persone”, sostiene. Il gruppo si dichiara contrario a qualsiasi riduzione dell’ambito di applicazione o delle garanzie del GDPR ed è già “molto preoccupato” per le potenziali modifiche all’articolo 4 sulle definizioni di dati personali.

Cosa dice l’articolo 4 del GDPR?

L’articolo 4 del GDPR stabilisce le definizioni dei concetti fondamentali del regolamento, come “dato personale”, “trattamento”, “titolare del trattamento” e “responsabile del trattamento”. È un articolo cruciale perché definisce la portata e i termini della normativa sulla protezione dei dati. 

Il gruppo S&D respinge inoltre qualsiasi indebolimento della protezione dei dati sensibili o la limitazione del diritto di accesso ai dati. Mette inoltre in guardia dall’allentamento degli obblighi di segnalazione nel campo della sicurezza informatica e respinge qualsiasi riapertura, modifica o semplificazione del regolamento sull’intelligenza artificiale prima ancora della sua entrata in vigore. “In un momento in cui emergono gravi problemi dovuti ai sistemi di intelligenza artificiale, sembrerebbe irresponsabile abbassare il livello di protezione previsto dall’AI Act”, scrivono.

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Carta d’identità per over 70, dal 2026 non va più rinnovata. Ma non per chi va all’estero

Sembra che i 70 anni siano diventati la nuova “soglia” per essere esonerati da alcune incombenze burocratiche. A confermarlo l’abolizione, dal 2026, dell’obbligo di rinnovo della Carta d’identità, cartacea ed elettronica, per gli over 70, annunciata a Giornale Radio dal Ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo.

In arrivo il primo Decreto “Semplificazioni”

“La digitalizzazione e la semplificazione affondano sempre di più le proprie radici nella Costituzione”. È da queste parole, pronunciate in audizione già la scorsa primavera, che sta prendendo forma il pacchetto semplificazioni, una riforma ampia, soprattutto per dimensioni, che verrà articolata in ben due provvedimenti distinti. Il primo decreto, già approvato in Senato e ad oggi in seconda lettura alla Camera, introduce comunicazioni elettroniche digitalizzate (tra cui denunce di furto), procedure più semplici per l’installazione di impianti fotovoltaici, semplificazioni in materia farmaceutica e sanitaria, certificati di stato civile e di invalidità online, e un rafforzamento dell’ identità digitale. 

Carta d’identità over 70: cosa cambia dal 2026

Lo stop al rinnovo – dai 70 anni – del documento d’identità, rientra invece tra le misure contemplate nel secondo testo legislativo, dedicato principalmente alle Imprese e al mondo del lavoro, ancora in lavorazione ed atteso in Parlamento entro fine anno. Verosimilmente, quindi, la novità che riguarderebbe il popolo dei settantenni, una fetta di oltre 7 milioni di persone in Italia, avrà valore effettivo a partire dal 2026.

Entrando nel merito della misura, va ricordato che quest’ultima risponde all’obiettivo di semplificare la vita dei cittadini liberandoli da pratiche amministrative spesso onerose, come, appunto, le lunghe file agli sportelli degli Uffici anagrafe dei Comuni. 

Come funziona la validità illimitata

Si prevede quindi, che la Carta d’identità scaduta, dopo i 70 anni acquisisca in automatico validità a tempo indeterminato. In pratica, il cittadino non è più chiamato a presentarsi per il rinnovo del documento.

L’unico adempimento richiesto sarà mostrare, quando necessario, il vecchio documento insieme a una lettera cartacea che verrà consegnata direttamente a casa.

Per votare, ritirare la pensione, chiedere sussidi, basterà quello.

Rinnovo automatico? Sì, ma per viaggiare serve la Carta d’identità elettronica

Un bel cambiamento, senza dubbio, che però apre alcuni interrogativi sulla fruibilità del documento all’estero. Sebbene non sia più necessario esibire la carta d’identità per i voli nazionali o per viaggiare nei Paesi dell’area Schengen, un documento formalmente scaduto potrebbe comunque creare qualche difficoltà, in particolare per la verifica delle impronte digitali. Per questo motivo verrebbe richiesto, in ogni caso, di rinnovare la CIE.

E, diciamolo, viene da porsi qualche domanda anche dal punto di vista pratico: considerando i dieci anni di validità previsti attualmente per la carta d’identità di un maggiorenne, è davvero probabile che i tratti di un sessantacinquenne corrispondano ancora a quelli di un ottantenne?

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Ragazzi italiani in difficoltà, il 42% chiede aiuto all’AI. Terragni (Garante per l’infanzia e l’adolescenza): “Adulti parte del problema”

I nostri figli sempre più fragili, l’AI “falso” salvagente in mezzo a un mare di solitudine e minacce fisiche e virtuali

In Italia, oltre il 92% dei ragazzi e delle ragazze tra i 15 e i 19 anni utilizza strumenti di intelligenza artificiale (AI) e il 41,8% li ha usati per cercare aiuto quando si sentiva triste, solo o ansioso. Una percentuale simile, oltre il 42%, li ha consultati per ricevere consigli su scelte importanti da fare.

Sono i dati contenuti nel XVI Atlante dell’Infanzia in Italia di Save the Children, dal titolo “Senza Filtri“, che accende i riflettori sull’adolescenza, tra iperconnessione, isolamento e disuguaglianze sociali.
Un’infanzia sempre più a rischio, che sembra peggiorare per tutto il percorso dell’adolescenza, visto che secondo lo studio: “Meno della metà degli adolescenti intervistati (49,6%) dichiara di avere un buon livello di benessere psicologico, con un divario di genere particolarmente marcato: solo il 34% delle ragazze mostra un buon equilibrio psicologico, contro il 66% dei ragazzi. Quasi uno su dieci si è isolato volontariamente per problemi psicologici e il 12% ha fatto uso di psicofarmaci senza prescrizione”.

Adolescenti a rischio povertà e isolamento

La vita dei cosiddetti nativi digitali si svolge in una dimensione “onlife”, in cui non ci sono più barriere tra mondo fisico e virtuale. E i problemi del mondo fisico e quello virtuale si sovrappongono sempre di più, minacciando proprio quel benessere psicologico e fisico dei minori che secondo l’Atlante è sempre più vulnerabile.

Gli adolescenti in Italia sono sempre di meno: poco più di 4 milioni di 13-19enni, pari al 6,86% della popolazione (uno su 15). Nel 1983 erano 6,5 milioni (11,6%). Oltre un adolescente su quattro (26,1%) tra 11 e 15 anni è a rischio povertà o esclusione sociale.

Il 5,2% dei 12-15enni in povertà alimentare; 8,2% sotto i 16 anni in povertà energetica.

I rischi dell’iperconnessione, del cyberbullismo e delle relazioni intime stravolte dall’eccessiva esposizione a internet

Il 13% degli adolescenti mostra un uso problematico di internet (iperconnessione). Il 38% pratica il “phubbing”, controllando spesso il cellulare anche in presenza di amici o familiari. Il 27% si sente nervoso quando non ha il telefono a portata di mano.

Il 47,1% dei 15-19enni è stato/a vittima di cyberbullismo, con un aumento di 16 punti percentuali rispetto al 2018; quasi il 20% dei 14-19enni ha subito episodi offensivi più volte in un mese. Tra gli studenti stranieri, la quota di vittime ripetute di atti intimidatori è più alta (26,8%) rispetto ai coetanei italiani (20,4%).

Le stesse relazioni intime e sessualità passano sempre più per a rete: il 30% ha praticato ghosting; il 37% dei 15-19enni visita siti porno per adulti (54,5% ragazzi, 19,1% ragazze); l’8,2% usa app di incontri.

Terragni (Autorità garante per l’infanzia): “Quando parliamo degli adolescenti iperconnessi si dovrebbero attenzionare gli adulti”

Richiamando alla memoria il docufilm “The Social Dilemma” e il saggio di Shoshana Zuboff “Il capitalismo della sorveglianza”, in cui si rivela il progetto di “ricablare il mondo” e di sostituirsi alla democrazia, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, ha inserito anche la variabile “adulti” in questo ragionamento sul rapporto estremamente delicato tra minori e tecnologie digitali.

Nel parere trasmesso al Presidente della 8ª Commissione del Senato, Claudio Fazzone, sul disegno di legge n. 1136, contenente disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale, ha dichiarato: “Quando parliamo degli adolescenti iperconnessi si dovrebbero dunque attenzionare gli adulti o “adultescenti” di riferimento: i padroni delle piattaforme, da un lato, che si assicurano enormi profitti coltivando la dipendenza dopaminergica fin dalla più tenera età degli utenti, e gli adulti di riferimento, genitori ed educatori iperconnessi, che offrono il cattivo esempio e che non potendo essere fatti oggetto di normative proibizionistiche vanno coinvolti e responsabilizzati con un ampio lavoro di informazione finalizzato a una crescita di consapevolezza. Diversamente la scena domestica vedrebbe i genitori intenti sui loro smartphone e i figli a cui è “punitivamente” interdetto l’accesso”.

Il messaggio base è che bisogna superare lo scontro tra “proibizionisti” e “antiproibizionisti” tecnologici: “ovvero tra chi ritiene che l’unico rimedio possibile per arginare la pandemia di disturbi neuropsichiatrici, cognitivi e di personalità correlati a un accesso precoce a internet e in particolare ai social network sia imporre un limite d’età e una rigorosa age verification da parte delle piattaforme; e chi invece è dell’opinione che si tratti piuttosto di far crescere il livello di consapevolezza critica tra i giovanissimi utenti”.

La vera “cura” rimane sempre la possibilità di poter contare certamente su una norma “efficace”, come quella in discussione in Italia e su su cui si vigila in Europa, ma che deve essere inserita “in un orizzonte politico che tenga al suo centro le relazioni tra il mondo adulto e quello di bambini e adolescenti, sempre nella logica del superiore interesse del minore”, ha precisato Terragni.

Che ci fanno gli adolescenti con l’AI?

Secondo lo studio pubblicato da Save the Children, praticamente quasi tutti gli adolescenti usano l’AI: il 92,5% (contro il 46,7% degli adulti).

Il 30,9% dei ragazzi – quasi uno/a su tre – tutti i giorni, il 43,3% qualche volta a settimana. Solo il 7,5% non la utilizza mai.

Nonostante si tratti di strumenti con impatti molto diversi, i chatbot (Chat GPT, Claude, Dixit) sono di gran lunga gli strumenti più utilizzati dagli adolescenti (68,3%), seguiti da strumenti di traduzione automatica (42,5%) e assistenti vocali (33,3%). Il 9,3% usa chatbot ‘relazionali’ come Character IA e Anima.

Tra chi utilizza l’AI, i motivi principali sono:

  • la ricerca di informazioni (35,7%);
  • l’aiuto nello studio e nei compiti (35,2%);
  • traduzioni (19,8%), scrittura di testi (18,7%);
  • prevalentemente per scopo ludico (21,4%);
  • per consigli utili per la vita quotidiana (15%);
  • il 7,1% degli utilizzatori di IA lo fa per aumentare il proprio benessere;
  • il 4,2% per trovare compagnia.

La minaccia della “AI amica”

La caratteristica più apprezzata dell’AI tra gli adolescenti è il fatto che ‘è sempre disponibile’ (28,8%), ma anche (14,5%) che ‘mi capisce e mi tratta bene’ e ‘che non mi giudica’ (12,4%).

Il 58,1% degli utilizzatori dell’IA ha chiesto consigli su qualcosa di serio e di importante per la propria vita (il 14,3% spesso, il 43,8% qualche volta), il 63,5% ha trovato più soddisfacente confrontarsi con l’AI che con una persona reale (il 20,8% spesso, il 42,7% qualche volta), il 48,4% ha condiviso informazioni della sua vita reale.

Un’interazione eccessivamente intima, che segnala la confusone psicologica ed emotiva che caratterizza l’utilizzo di questa tecnologia da parte degli utenti minori, troppo esposti in termini relazionali a qualsiasi minaccia psicologica e fisica, proprio per la fragilità che caratterizza la mente di un ragazzino.

Negli Stati Uniti sono numerose, ormai, le cause conto i chabot, in particolare ChatGPT di OpenAI, proprio per gli effetti estremamente negativi sui minori, che purtroppo in alcuni casi si sono trasformati in veri e proprio casi si suicidio.

AI: psicosi, manie e suicidio, un milione gli utenti a rischio nel mondo

Secondo i querelanti, GPT-4o è stato rilasciato con “funzionalità manipolative” progettate per massimizzare il coinvolgimento: memoria persistente, risposte empatiche e comportamento “compiacente”. Tutti elementi che avrebbero portato alcuni utenti a sviluppare rapidamente dipendenza psicologica, isolamento e nei casi estremi suicidio.

Secondo un’analisi interna della stessa OpenAI, circa lo 0,07% degli utenti settimanali mostra segni di psicosi o mania, e 0,15% discute di suicidio — percentuali che, su 800 milioni di utenti, equivalgono a oltre un milione di conversazioni a rischio.

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Teams dirà al tuo capo se lavori dall’ufficio o da remoto (e basta)

No, Microsoft Teams non mostrerà al datore di lavoro la posizione precisa del dipendente in ogni momento. Non è così.

Dal 2026 l’app di lavoro di Microsoft potrà mostrare ai propri datori di lavoro se un dipendente è fisicamente in ufficio oppure no, basandosi sulla connessione alla rete Wi-Fi aziendale. Non serve GPS, localizzazione continua o sistemi invasivi: basta essere collegati al Wi-Fi registrato dall’azienda e l’app mostrerà un’etichetta del “in sede” o “da casa”.

Microsoft insiste sul fatto che la funzione servirà solo a facilitare la pianificazione delle riunioni e la gestione dei gruppi di lavoro. La feature sarà disattivata di default e saranno le aziende a decidere se abilitarla o meno, in base alle loro policy interne.

Nessuna rilevazione continua, nessuna traccia di geolocalizzazione secondaria, solo il riconoscimento della rete Wi-Fi. L’aggiornamento arriverà su Windows e macOS, ma al momento non c’è una data ufficiale di rilascio.

Sapere in modo preciso dove lavora il dipendente? Non si può fare

Negli ultimi anni l’accelerazione del lavoro da remoto ha spinto molte aziende a dotarsi di strumenti di monitoraggio sempre più avanzati. In alcuni casi si è superato il limite, come dimostrano le sanzioni arrivate a colossi internazionali ma anche in Italia con il caso del software di proctoring usato dalla Bocconi durante il Covid. Amazon France, per esempio, è stata multata per aver raccolto dati e metriche minuziose sui ritmi di lavoro dei magazzinieri, mentre la filiale tedesca di H&M si è trovata a dover pagare milioni per aver archiviato informazioni sensibili sulla vita privata dei dipendenti.

Il mercato del cosiddetto bossware, i software che tracciano ogni attività digitale del dipendente, è in crescita. Dal movimento del mouse agli screenshot automatici dello schermo, fino alle analisi dei metadati generate dagli strumenti di AI integrati in piattaforme come Slack o Workspace, la linea tra “ottimizzazione” e “vigilanza perenne” si sta assottigliando.

La novità presentata da Teams è una semplice funzione logistica che non supera nessun limite. Sapere da dove lavori (ufficio o remoto) è legale, perché è un’informazione minima e funzionale all’organizzazione interna. Non equivale a conoscere la tua posizione geografica. Ma il confine è sottile: se l’azienda usa questo dato per controllarti, incrocia altre informazioni o ne abusa, allora scatta la violazione.

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News online. Ue: “Google penalizza i piccoli giornali”

Perché l’UE ha avviato un’indagine su Google Search per possibile violazione del DMA

La Commissione europea ha aperto un procedimento formale per verificare se Google stia rispettando la Legge sui Mercati Digitali (Digital Markets Act – DMA), il nuovo regolamento europeo che impone obblighi molto severi alle grandi piattaforme digitali considerate gatekeeper, ossia soggetti con un ruolo dominante nell’intermediazione tra imprese e utenti.

Al centro dell’indagine c’è la “politica di abuso della reputazione del sito” (site reputation abuse policy) applicata da Google nella gestione dei risultati del motore di ricerca. La Commissione sospetta che, in base a tale politica, Google stia retrocedendo nei risultati di ricerca i contenuti di editori e media che pubblicano sul proprio sito articoli o materiali prodotti da partner commerciali.

Secondo Bruxelles, questa pratica potrebbe violare gli obblighi del DMA che impongono a Google di garantire ai contenuti degli editori un trattamento equo, ragionevole e non discriminatorio su Google Search.

Virkkunen: “La nostra indagine mira a proteggere i finanziamenti degli editori, la libertà d’impresa, il pluralismo dei media e la democrazia“

“La legge sui mercati digitali garantisce mercati più equi e innovazione nell’UE, per le imprese e i consumatori. Alphabet deve rispettare gli obblighi di fornire agli editori condizioni generali di accesso a Google Search eque, ragionevoli e non discriminatorie. La nostra indagine mira a proteggere i finanziamenti degli editori, la loro libertà d’impresa e, in ultima analisi, il pluralismo dei media e la nostra democrazia”, ha dichiarato in una nota Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.

Come ha affermato Teresa Ribera, Vicepresidente esecutiva per una Transizione pulita, giusta e competitiva: “Stiamo adottando misure per garantire che i gatekeeper digitali non limitino ingiustamente le imprese che si affidano a loro dalla promozione dei propri prodotti e servizi. Siamo preoccupati che le politiche di Google non consentano agli editori di notizie di essere trattati in modo equo, ragionevole e non discriminatorio nei risultati di ricerca. Indagheremo per garantire che gli editori di notizie non perdano entrate importanti in un momento difficile per il settore e per garantire che Google rispetti il Digital Markets Act”.

Barachini: “Importante verificare se gli OTT diano il corretto spazio all’informazione giornalistica e di interesse pubblico”

Anche il Governo italiano ha commentato la notizia, con il sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini, che al Corriere della Sera ha detto: “Ritengo importante che l’Europa abbia aperto un procedimento per verificare se gli over-the-top diano il corretto spazio all’informazione professionale, giornalistica e di interesse pubblico. È un’istanza che abbiamo portato come governo italiano anche all’ultimo vertice di Copenaghen con i ministri dei media e della cultura europea“.

“Siamo sempre stati, dall’inizio del nostro mandato, dalla parte degli editori dell’informazione e dei giornalisti. Lo siamo adesso e lo saremo nel prosieguo della nostra attività di governo — ha spiegato il sottosegretario — perché abbiamo varato molti interventi per il sostegno alle copie distribuite, i contributi diretti per le fondazioni e per le edicole“.

Immediata la replica di Google che ha bollato l’indagine come “fuorviante” e “infondata” ed è tornata ad attaccare il Dma per aver reso “Search meno utile per le aziende e gli utenti europei“. L’indagine “rischia di danneggiare milioni di utenti europei” ha avvertito il colosso americano, ricordando che “un tribunale tedesco ha già respinto un ricorso simile, stabilendo che la nostra politica anti-spam era valida, ragionevole e applicata in modo coerente“.

Perché la Commissione europea è intervenuta

1. Possibile discriminazione nel ranking dei risultati di ricerca

Google afferma che la propria policy contro l’“abuso della reputazione del sito” serve a contrastare pratiche manipolative, come la pubblicazione di contenuti di bassa qualità con l’obiettivo artificiale di scalare le posizioni nella SERP (Search Engine Results Page).

La Commissione ritiene invece che tale politica possa colpire forme legittime di monetizzazione usate da tanti editori, come:

  • la pubblicazione di contenuti sponsorizzati;
  • l’uso di materiale prodotto in collaborazione con terzi;
  • la collaborazione con piattaforme commerciali o provider di contenuti.

Se i siti degli editori vengono automaticamente retrocessi, ciò potrebbe limitare la loro capacità di:

  • sviluppare modelli economici sostenibili;
  • innovare;
  • collaborare con partner esterni;
  • raggiungere il pubblico tramite Google, che resta una porta d’accesso quasi obbligata all’informazione online.

2. Possibile violazione di due obblighi centrali del DMA

L’indagine riguarda in particolare:

  • Art. 6(12) DMA – obbligo di garantire condizioni trasparenti, eque e non discriminatorie nei servizi di intermediazione;
  • Art. 6(5) DMA – obbligo di non favorire i propri servizi o contenuti a scapito di quelli degli altri operatori.

La Commissione vuole verificare se le retrocessioni effettuate da Google rientrino in una forma di trattamento discriminatorio non consentito.

3. Impatto sul pluralismo e sull’ecosistema dei media

Se i contenuti degli editori vengono penalizzati o resi meno visibili, l’effetto economico può essere rilevante:

  • minori ricavi pubblicitari per le testate;
  • minore visibilità di notizie verificate;
  • indebolimento del pluralismo informativo.

Il DMA nasce proprio per evitare che i gatekeeper possano utilizzare la propria posizione dominante per influenzare in modo distorsivo l’accesso alle informazioni.

Che cos’è e come funziona Google Search

Google Search è un motore di ricerca avanzato e automatizzato, che permette agli utenti di effettuare ricerche online trovando informazioni su miliardi di pagine web tramite un sistema di web crawler che esplora internet e indicizza i contenuti. È il motore di ricerca più utilizzato al mondo e funziona in tre fasi principali: scansione, indicizzazione e pubblicazione dei risultati di ricerca.

Google è accusato di discriminare altri editori di media perché, tramite le sue pratiche di mercato, favorisce i propri contenuti e riduce la visibilità dei siti d’informazione esterni. In particolare, Google integra nelle risposte AI sintetiche basate sui contenuti di altri siti, senza che gli utenti debbano cliccare sulle fonti originali, comportando una riduzione del traffico e della visibilità per gli editori.

Lo scorso mese, la Federazione Italiana Editori Giornali ha presentato all’Agcom, in qualità di Coordinatore nazionale dei Servizi Digitali, un reclamo formale contro AI Overview, il nuovo sistema di risposte generate dall’intelligenza artificiale di Google.

Inoltre, Google avrebbe imposto agli editori di scegliere tra far usare i propri contenuti per l’addestramento e i riassunti dell’IA o rischiare di essere esclusi dai risultati di ricerca. Queste pratiche sono viste come abuso di posizione dominante e cause legali sono state avviate da gruppi editoriali e autorità antitrust negli USA e in Europa.

Come procede l’indagine

L’apertura dell’indagine della Commissione, nello specifico, non implica che vi sia già una violazione accertata. È un passo formale che permette alla Commissione di:

  1. raccogliere prove e analizzare documenti, dati e criteri usati da Google;
  2. intervistare editori, esperti e stakeholder per valutare l’impatto della policy;
  3. valutare il funzionamento tecnico dell’algoritmo di ranking in relazione alla policy contestata.

La Commissione si è impegnata a concludere entro 12 mesi.
Se emergeranno elementi di non conformità, Bruxelles invierà ad Alphabet/Google una comunicazione formale con le “constatazioni preliminari”, cioè le accuse specifiche e le misure che Google dovrebbe adottare.

Quali conseguenze rischia Google

Se la Commissione dovesse accertare una violazione del DMA, le sanzioni possono essere molto severe: multe fino al 10% del fatturato globale, che per Google, significherebbe potenzialmente decine di miliardi di euro; multe fino al 20% in caso di recidiva e se la violazione venisse ripetuta, la sanzione potrebbe raddoppiare.

In caso di violazioni sistematiche, la Commissione può imporre misure drastiche, come l’obbligo di cedere parti dell’attività e il divieto di acquisire nuovi servizi collegati alla violazione.

Si tratta delle misure più severe previste dal DMA, pensate per impedire ai gatekeeper di aggirare le regole.

Perché questa indagine è importante

Questa è una delle indagini più rilevanti da quando il DMA è entrato in vigore. Dimostra che la Commissione europea vuole far rispettare rigorosamente il DMA, soprattutto nel settore della ricerca online, cruciale per l’accesso all’informazione.

Ma anche che punta a tutelare il pluralismo e la sostenibilità economica degli editori, spesso penalizzati dal potere di mercato delle piattaforme digitali, e che intende impedire che Google usi criteri opachi nel ranking, soprattutto quando questi hanno un impatto diretto sul mercato dei media.

Se l’indagine confermerà le violazioni, potrebbe rappresentare uno dei casi più significativi nella storia dell’Antitrust europeo in ambito digitale.

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Anas, l’AD Gemme: “Contro il rischio idrogeologico mille interventi ad alta priorità”

Anas gestisce circa 5.200 km di strade a rischio potenziale di fenomeni franosi e 6.400 km di strade a rischio di potenziali alluvioni”. Lo ha dichiarato l’Amministratore delegato Claudio Andrea Gemme al convegno di Ansfisa “Conoscenza, supervisione e sicurezza. Priorità e sviluppo sul territorio: prevenzione del rischio idrogeologico, autorizzazioni, attività di vigilanza e controllo” in corso oggi a Napoli.

“In sinergia con Ansfisa – ha detto il numero uno di Anas – abbiamo individuato gli itinerari con elevato fattore di rischio idrogeologico e attribuito all’intera infrastruttura in gestione i diversi livelli di rischio. L’obiettivo è intervenire con azioni pianificate, con l’utilizzo di fondi dell’Unione Europea, attraverso opere di mitigazione e adattamento al rischio idrogeologico e idraulico. Anas è coinvolta – sottolinea l’AD Gemme – in un tavolo per la definizione di un Piano Nazionale di Resilienza delle Reti di Trasporto, promosso dal MIT e dal MASE, che coinvolge i Gestori delle reti di trasporto, le Regioni, le Autorità di Bacino e gli altri enti e istituzioni a presidio del territorio”.

Attenzione al climate change: “L’analisi comprende il cambiamento climatico e i suoi impatti, in particolare l’aumento della frequenza e dell’intensità dei fenomeni estremi. Stiamo lavorando a modelli di azioni mirate e predittive di adattamento delle opere infrastrutturali e del territorio”.

Sulla base di queste riflessioni è “fondamentale – sottolinea Gemme – il Piano di Mitigazione del Rischio Idrogeologico: abbiamo definito circa 980 interventi ad alta priorità; la loro realizzazione è affidata a varie fonti di finanziamento, come il fondo di dissesto idrogeologico del Contratto di Programma 2021-2025”.

Si tratta di “una visione strutturata del contesto territoriale e dei fenomeni di dissesto sulle singole opere e sugli itinerari della rete nazionale con la determinazione della priorità di interventi e l’individuazione delle criticità”.

Il Piano di Mitigazione del Rischio Idrogeologico comprende anche i dati provenienti dagli Enti territoriali come le mappature della pericolosità (PAI, IFFI, ISPRA, etc.), le analisi di vulnerabilità dell’infrastruttura, i dati di traffico e altri dati sulla sensibilità agli impatti sull’infrastruttura.

Le misure di adattamento e mitigazione del rischio idrogeologico sono sia di natura non strutturale, come i sensori che consentono il monitoraggio dell’infrastruttura, sia strutturale, attraverso opere di sostegno, di difesa dalle frane e quelle di protezione dall’erosione fluviale e marina di tutte infrastrutture interessate da fenomeni di dissesto.

FOCUS CAMPANIA

In Campania, Anas ha investimenti di manutenzione programmata per oltre 550 milioni di euro, dei quali 125 milioni in progettazione e circa 170 milioni in corso di esecuzione. Per gli interventi relativi a dissesti idrogeologici sono attivi investimenti per oltre 25 milioni di euro, dei quali oltre 16 milioni in progettazione e 9 milioni in corso di esecuzione.

Tra gli interventi in progettazione c’è la strada statale 166 “degli Alburni” nel Cilento per oltre 10 milioni di euro. Per quelli in corso di esecuzione il principale è lungo la strada statale 18 “Tirrena Inferiore” a Sapri dove, con un investimento complessivo di 4 milioni di euro, il mese scorso ha preso il via un intervento di installazione di reti in aderenza e barriere paramassi sul costone roccioso attiguo alla statale fino al confine regionale con Maratea. Le attività procedono secondo programma e la loro conclusione è fissata entro la prossima primavera.

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AI. Urso: “Fiducioso in una gigafactory Ue in Italia”

Una delle prime AI gigafactory europee potrebbe essere assegnata all’Italia, Urso fiducioso

“Abbiamo supportato un consorzio italiano che ha presentato una richiesta in merito al bando europeo per le gigafactory, che sta per concludersi e riguarda cinque giga factory sull’intelligenza artificiale. Noi siamo stati l’unico Paese ad aver presentato una proposta comune, fatta da grandi imprese italiane, e quindi siamo certi che una delle prime gigafactory europee sarà assegnata al nostro Paese”.

È quanto dichiarato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in un’intervista rilasciata in occasione della 42esima edizione dell’assemblea nazionale di Anci.

Le giga factory sono fondamentali per l’Europa poiché mirano a garantire autonomia tecnologica nel campo dell’intelligenza artificiale (AI), un settore cruciale per la competitività futura. Ospitarne una o addirittura una delle prime è non solo motivo di orgoglio nazionale, ma di concreto vantaggio competitivo per l’intero tessuto economico nazionale.

“I Comuni sono pienamente consapevoli che attraverso la digitalizzazione delle nostre imprese e quel complesso di servizi che arriveranno con la gigafactory sulle intelligenze artificiali si genera lo sviluppo virtuoso dei territori. Il nostro Paese ha un patrimonio di idee e di capacità di utilizzare al meglio i dati e le informazioni che rappresenta da sempre la vera forza del Made in Italy”, ha detto Urso al giornalista Gianluca Semprini.

Candidate Bologna, Genova e Grottaglie (Taranto)

Dove potrebbe sorgere?
Urso non lo dice e certo nessuno può saperlo con certezza, ma si possono ipotizzare alcune destinazioni dei primi eventuali progetti. Sicuramente c’è Bologna e il suo Tecnopolo, la “Data Valley” dell’Emilia-Romagna, un’infrastruttura digitale di eccellenza che riveste un’importanza strategica a livello europeo per il supercalcolo, l’AI, e i big data.
È infatti sede del supercomputer Leonardo, uno dei più potenti in Europa, finanziato dall’UE e dallo Stato italiano con investimenti di centinaia di milioni di euro. Leonardo è parte di una rete di tecnopoli regionali e costituisce un nodo nevralgico per la ricerca, l’innovazione tecnologica e economica, con un focus su AI, cambiamento climatico e calcolo ad alte prestazioni (HPC).

Ci potrebbe essere anche Genova, lo ha detto a Key4Biz il Senatore del Pd Lorenzo Basso, esperto di tecnologie e promotore del DDL sul quantum computing, che chiede al Governo di prendere direttamente in mano il timone della partita europea per una delle 4 o 5 AI Gigafactory da individuare entro dicembre, che la Commissione intende finanziare, movimentando un totale di 20 miliardi di euro, nel quadro dell’AI Continent Action Plan presentato il 9 aprile scorso. Sono state 76 le proposte arrivate da 16 Stati membri, circa 60 siti candidati.

Da non escludere anche una destinazione nel Sud Italia di una possibile AI giga factory.
Secondo quanto affermato dallo stesso Urso, in occasione dell’inaugurazione del nuovo ‘Hub del made in Italy’ a Bari la settimana scorsa, “il sito di Grottaglie è concretamente in corsa nell’assegnazione di una delle gigafactory europee”.

Come riportato in un articolo pubblicato da La Repubblica, seguendo la richiesta avanzata dalla Commissione europea ai singoli Governi di aggregare i vari progetti nazionali, nelle ultime settimane ha preso corpo l’ipotesi che vedrebbe Leonardo ed Eni dividersi l’onere di investimento. La prima lo indirizzerebbe a Pavia, dove già puntava ad espandere il suo polo del supercalcolo ad energia pulita, in quella cintura milanese che concentra gran parte dei data center italiani. La seconda a Grottaglie, in provincia di Taranto, sede di uno dei suoi siti produttivi e area bisognosa di riconversione. Del consorzio farebbero parte anche Fastweb e Sparkle, e sul versante scientifico (ma, parrebbe, senza ospitare nuovi chip) il Cineca di Bologna.

La centralità delle infrastrutture di rete

Serve però molto altro per concretizzare e favorire un’accelerazione della digitalizzazione delle nostre imprese e della nostra economica, a partire dalle infrastrutture di rete. Il ministro ha spiegato nell’intervista: “Il progetto banda ultra-larga BUL entro il prossimo mese sarà completato al 98%, mentre proseguono gli interventi della nuova rete fibra grazie a misure con risorse del Pnrr. La fibra ottica, accanto a quella elettrica, è una delle più performanti al mondo, sono state completate – ha ricordato – le connessioni marine a fibra ottica, mentre l’Italia è sempre più l’hub dei grandi cavi che congiungono l’Europa al sud del mondo ed all’Asia a condizioni favorevoli”.

Dalla disponibilità di una rete avanzata e possibilmente capillare discende anche la possibilità di offrire sevizi digitali di nuova generazione.

Secondo dati diffusi dallo stesso ministero, dall’avvio operativo del Piano BUL sono in totale 6.787 i comuni in commercializzazione, 5.064 i comuni collaudati positivamente, 10.878 i cantieri aperti.

Al 30 settembre 2025 l’importo cumulato dei lavori ordinati al Concessionario da inizio Piano è pari a 2.638.041.335. I comuni completati con CUIR (Completamento e Unificazione Infrastrutture di Rete) sono stati 66.

Al 30 settembre 2025 Infratel Italia ha collaudato positivamente 5.064 comuni FTTH e altri 230 con prescrizioni. Sono stati inoltre collaudati positivamente 2.759 siti FWA ed altri 44 con prescrizioni.

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Euro digitale, Tridico (Parlamento UE) a Key4Biz: “Sì a pagamenti offline e online, serve valuta pubblica e indipendente”

Il dibattito sull’euro digitale continua. Il provvedimento, così come proposto dalla Commissione europea, è infatti fermo nelle aule dell’Europarlamento dove si è arenato in seguito alla relazione del deputato spagnolo Fernando Navarrete. Come raccontato in un precedente articolo, nel suo Rapporto, il deputato del PPE, ha preso le distanze dal Regolamento originario, contestando in particolare la parte che riguarda i pagamenti online in valuta digitale. 

In pratica, secondo Navarrete, la normativa, destinata – a iter concluso – ad entrare in vigore negli Stati membri senza obbligo di recepimento, dovrebbe limitarsi a regolare in una fase iniziale soltanto le transazioni offline, lasciando il resto in mano ad Istituti di credito privati come l’EPI (European Payment Initiative). Una soluzione che fa gola in particolare alle Banche tedesche, francesi e olandesi, già accordatesi in tal senso, ma che non piace a tutti.

Tridico(PE): “La proposta va radicalmente cambiata”

“La proposta del relatore del PPE sull’euro digitale è debole e va radicalmente cambiata. Peggiora la proposta della Commissione europea che abbiamo trovato forte ed equilibrata. Lavoreremo per modificare il testo e rendere l’euro digitale una forma di moneta digitale efficace, accessibile e realmente pubblica” ha dichiarato a Key4Biz Pasquale Tridico, capodelegazione del Movimento 5 Stelle e relatore ombra del provvedimento sull’euro digitale al Parlamento Ue.

L’ex presidente dell’INPS ha evidenziato come le modifiche introdotte da Navarrete andrebbero a snaturare il progetto originario, che mira sostanzialmente a creare un portafoglio digitale garantito dalla BCE, sicuro e indipendente, una soluzione alternativa ai grandi player internazionali dei pagamenti come Visa, Mastercard e PayPal.

“Lavoreremo per modificare il testo – spiega l’europarlamentare pentastellato – e rendere l’euro digitale una forma di moneta digitale efficace, accessibile e realmente pubblica. Il rapporto dell’europarlamentare del PPE Navarrete promuove una narrazione divisiva in cui esiste concorrenza tra l’euro digitale e le soluzioni private, piuttosto che quella in cui privato e pubblico lavorano insieme per il bene comune”. 

Euro digitale “monco”?

Nel sottolineare i difetti del testo illustrato in Parlamento, Tridico ha espresso riserve nei confronti di una versione “monca” dell’ Euro digitale, così come ipotizzata anche da Alessandro Giovannini, advisor del direttorato Euro digitale della Bce. In un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore, l’esperto ha infatti lasciato intendere che le pressioni eserciatate sulla BCE dalle Banche dei diversi Paesi potrebbero condurre ad un rinvio della versione offline, ossia i pagamenti effettuabili in assenza di connessione o di energia elettrica. 

“Escludere i piccoli commercianti, che rappresentano il 95% delle imprese dell’UE, dall’accettazione obbligatoria lascerebbe i pagamenti effettuati nel punto vendita principalmente a schemi di carte internazionali, mantenendo la dipendenza dai provider extraeuropei” avverte l’On.Tridico.

“Serve invece un’infrastruttura europea di pagamenti pubblici, indipendente dalle reti private extra-UE per rafforzare l’autonomia strategica, la sovranità economica e consolida il ruolo internazionale dell’euro. Nell’attuale panorama geopolitico dobbiamo unirci piuttosto che dividerci contro i conglomerati finanziari internazionali. Giganti come Visa e Mastercard investiranno miliardi per ostacolare qualsiasi tentativo da parte delle aziende europee di erodere il loro potere monopolistico, come hanno fatto in passato. Dobbiamo prepararci per una grande lotta” conclude. 

Tuttavia le dichiarazioni di Pasquale Tridico stridono con quanto rivelato ai giornalisti dall’advisor della BCE. Alla domanda su quale potrebbe essere la reazione dei big dei pagamenti digitali, che attualmente detengono il 64% delle transazioni, Giovannini ha, infatti, risposto: “non abbiamo alcuna intenzione di distruggerli o prenderci il 100% del mercato. Vogliamo solo dare la possibilità di scegliere”.

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AI, Cloud e Cyber, Del Fante (Poste italiane): “Con Tim Enterprise puntiamo alla PA”. Ma farà concorrenza al PSN?

“Stiamo accelerando sulle iniziative che valorizzano le sinergie con Tim”. Così l’Amministratore delegato di Poste Italiane Matteo Del Fante, commentando i risultati del gruppo che nei primi nove mesi dell’anno ha registrato ricavi record a 9,6 miliardi di euro (+4,5%) a fronte di un utile di 1,8 miliardi (+11,2%) . “Nel primo trimestre del 2026 Poste Mobile avvierà la migrazione verso l’infrastruttura mobile di Tim, a seguito della firma del contratto Mvno (le sinergie porteranno risparmi annui per 20 milioni ndr). Inoltre, il 29 settembre abbiamo lanciato ‘Tim Energia powered by Poste Italiane’ in oltre 750 punti vendita Tim, con risultati iniziali che mostrano un andamento commerciale solido e promettente”, aggiunge. “Stiamo, inoltre, lavorando attivamente su ulteriori opportunità di cross-selling e iniziative di ottimizzazione dei costi, attraverso attività di procurement congiunto. Comunicheremo gli sviluppi al mercato in modo graduale, man mano che i relativi accordi verranno finalizzati.

Abbiamo, inoltre, compiuto un nuovo passo decisivo verso l’innovazione digitale con la firma di una lettera di intenti, per dare vita a una joint venture con Tim Enterprise, dedicata ai servizi IT basati sul cloud. Ancora una volta, questi eccellenti risultati testimoniano la dedizione e la professionalità di tutti i nostri dipendenti, il cui impegno quotidiano rimane al centro del nostro successo”, conclude.

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Del Fante, ‘La joint venture sul Cloud con Tim Enterprise? Finalmente un Cloud Provider nazionale che dà fiducia alla PA’

Il valore della joint venture con Tim Enteprise risiede soprattutto nella “creazione di un Cloud Provider nazionale” con una valenza in primo luogo “geopolitica” per il segmento della Pubblica Amministrazione, ha detto Del Fante, secondo cui le indicazioni preliminari che giungono dai clienti PA la “joint venture è molto benvenuta, finalmente abbiamo un provider nazionale che garantisce la sovranità”. Si tratta in definitiva di un provider che “dà fiducia alla PA” che al di là della mera migrazione verso il Cloud che sta avanzando grazie al Polo Strategico Nazionale (PSN) “potrà in futuro contare su un crescente volume di servizi aggiuntivi dedicati da parte della forza vendita di Tim Enterprise”.

La nuova jv farà concorrenza al PSN?

Resta da capire in che modo questo Cloud sarà effettivamente sovrano dal punto di vista delle tecnologie.

La domanda non è secondaria e sta a cuore anche alla Ue.

Un aggiornamento più dettagliato dell’attività della nuova società si avrà a febbraio del 2026, in occasione della presentazione del piano industriale di Tim 2026-2028.

Ma resta anche da capire se la nuova joint venture sul Cloud farà concorrenza al PSN, che ad oggi ha garantito la migrazione al Cloud di 563 enti pubblici. Si ricorda che la società è partecipata sempre da TIM, Leonardo, Cassa Depositi e Prestiti (CDP, attraverso la controllata CDP Equity) e Sogei. 

L’obiettivo è quello di dotare la Pubblica Amministrazione di un’infrastruttura ad alta affidabilità, resiliente e indipendente, mettendo in campo tecnologie d’avanguardia. Fra i fornitori chiave il PSN annovera Microsoft Azure, Google, AWS e Oracle.

Del Fante ‘Investimento in TIM sta già fruttando’

Durante la conference call, Del Fante ha aggiunto che il valore dell’investimento in Tim per rilevare il 24,8% della quota è quasi raddoppiato dalla fine di marzo, quando il gruppo ha rilevato il 15% di Tim da Vivendi per 0,29 euro. Il valore complessivo dell’operazione è stato di 684 milioni di euro. Oggi il titolo di Tim ha raggiunto quota 0,50 euro.

Bisognerà attendere il prossimo anno per capire quali nuove sinergie si concretizzeranno fra Poste e Tim. Un ambito potrebbe essere quello delle assicurazioni e dei pagamenti, ha detto Del Fante.

“SPID ha un enorme potenziale”

Durante la conference call, Matteo del Fante ha detto che il gruppo crede molto in SPID. “Il sistema è diventato uno standard per i public service provider e sta crescendo anche per l’accesso a servizi privati”. Per il numero uno di Poste, “SPID ha un enorme potenziale di sviluppo”, ha aggiunto Del Fante. “Da alcuni mesi diversi identity provider hanno cominciato a chiedere un prezzo minimo di 7-8 euro all’anno per SPID. Stiamo osservando il mercato e l’anno prossimo con il nuovo piano decideremo il da farsi”. Poste ancora offre SPID gratuitamente ma da tempo si parla di un possibile cambio di policy.  

Poste: in primi 9 mesi ricavi record a 9,6 mld (+4,5%), utile netto a 1,8 mld (+11,2%)

In generale a livello di gruppo, nei primi nove mesi del 2025 Poste ha conseguito ricavi record a 9,6 mld (+ 4,5%) e un utile netto a 1,8 mld (+ 11,2%). Nel terzo trimestre il gruppo ha registrato ricavi di 3,2 miliardi (+4%), grazie al contributo di tutte le divisioni di business. Nel terzo trimestre inoltre, l’utile netto è stato di 603 milioni nel terzo trimestre, +6,1% anno su anno.

Corrispondenza

In particolare, nel segmento corrispondenza, pacchi e distribuzione, i ricavi nei primi nove mesi del 2025 raggiungono 2,8 miliardi di euro, con una crescita dell’1,6% anno su anno (934 milioni di euro nel terzo trimestre del 2025, con una crescita del 2,7% anno su anno). I ricavi dei servizi finanziari nei primi nove mesi del 2025 ammontano a 4,2 miliardi di euro, con una crescita del 4,6% anno su anno (1,4 miliardi di euro nel terzo trimestre del 2025, con una crescita del 2,6% anno su anno).

Servizi assicurativi

I ricavi dei servizi assicurativi nei primi nove mesi del 2025 si attestano a 1,4 miliardi di euro, con una crescita del 10,2% anno su anno (446 milioni nel terzo trimestre del 2025, con una crescita dell’ 11,7% anno su anno). I ricavi dei servizi Postepay nei primi nove mesi del 2025 ammontano a 1,2 miliardi di euro, con una crescita del 4,7% anno su anno (409 milioni di euro nel terzo trimestre del 2025, con una crescita del 3,4% anno su anno).

Nei primi nove mesi del 2025, i costi totali di Poste ammontano a 7,8 miliardi di euro, in crescita del 3,3% anno su anno (2,5 miliardi di euro nel terzo trimestre del 2025, in crescita del 2,2% anno su anno). I costi ordinari del personale nei primi nove mesi del 2025 si attestano a 4,2 miliardi di euro, in crescita del 2,4% anno su anno (1,3 miliardi di euro nel terzo trimestre del 2025, in crescita dell’1,1% anno su anno), riflettendo un più alto numero di fte e una maggiore retribuzione variabile. I costi non-hr5, ammontano a 3,4 miliardi di euro, in crescita del 5,2% anno su anno, nei primi nove mesi del 2025, (1,1 miliardi di euro nel terzo trimestre del 2025, in crescita del 4,4% anno su anno), a sostegno della crescita del business e della trasformazione.

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Cloud, il 60% delle imprese europee sceglierà provider regionali per proteggere dati e infrastrutture

Cloud Transformation in Europa: tra sovranità digitale, geopolitica e nuovi equilibri nelle strategie di adozione

L’Europa sta vivendo una fase di profonda trasformazione nella gestione delle proprie infrastrutture digitali. Dopo oltre un decennio in cui il modello cloud first ha guidato l’evoluzione dei sistemi informativi aziendali, oggi le imprese europee si trovano a ripensare non solo il dove collocare i dati, ma soprattutto chi debba custodirli.
Un cambiamento motivato non più soltanto da criteri tecnici o economici, ma da esigenze che incrociano geopolitica, sovranità digitale, sicurezza e compliance.

Entro il 2030, più del 75% di tutte le imprese al di fuori degli Stati Uniti adotterà una strategia di sovranità digitale. I dati provengono da un sondaggio Gartner condotto tra maggio e luglio 2025 tra 241 CIO e leader IT dell’Europa occidentale, una regione in cui l’adozione del cloud rimane forte, ma in cui le realtà politiche stanno obbligando a un ripensamento strategico.

La ricerca conferma che il cloud rimane una tecnologia strategica e imprescindibile per la competitività delle imprese. Tuttavia, emerge un approccio più prudente, selettivo e strutturato nella scelta dei provider e dei modelli di adozione, spinto dalla necessità di riconquistare controllo e autonomia sul patrimonio informativo.

Che cosa di intende con geopatriation e repatriation e perchè gli hyperscaler non saranno abbandonati

Due concetti stanno definendo la nuova geografia del cloud europeo: geopatriation e repatriation.

La geopatriation descrive la tendenza delle imprese europee a ricollocare dati e workload da hyperscaler globali verso provider locali o regionali, per ridurre l’esposizione a normative extraterritoriali — come il CLOUD Act statunitense — e per rafforzare il presidio sui dati sensibili o critici.
Non si tratta di un rifiuto dell’innovazione o di un ritorno nostalgico al passato, ma di un’esigenza concreta: il contesto internazionale mutevole e le tensioni geopolitiche rendono vulnerabile chi dipende esclusivamente da infrastrutture lontane, soggette a giurisdizioni esterne alla sfera europea.

La repatriation, invece, riguarda il ritorno verso infrastrutture on-premise o private cloud per i sistemi più critici, spesso legati al legacy o a funzioni core che richiedono un controllo totale.

In entrambi i casi, è importante chiarire che gli hyperscaler non vengono abbandonati. Rimangono protagonisti nella crescita dell’AI, nell’elaborazione ad alte prestazioni, nello sviluppo di servizi scalabili e nella capacità di innovazione.
La tendenza in atto non è di contrapposizione, ma di ridefinizione: il cloud globale e quello locale iniziano a convivere in modo più equilibrato, in architetture ibride e multicloud orientate alla resilienza.

Sovranità digitale, l’Europa accelera

Il dibattito sulla digital sovereignty ha accelerato le iniziative dell’Unione Europea, determinate a ridurre la dipendenza tecnologica da provider non europei.
Investimenti in data spaces, AI factories, supercalcolo, cybersecurity e nuovi atti normativi puntano a rafforzare l’autonomia del continente in settori strategici come l’intelligenza artificiale, i dati e le infrastrutture critiche.

Secondo Gartner, il 61% dei CIO dell’Europa occidentale prevede che i fattori geopolitici aumenteranno la loro dipendenza da provider cloud locali o regionali. Parallelamente, il 53% ritiene che la geopolitica limiterà l’uso futuro della propria organizzazione degli hyperscaler globali come AWS, Microsoft Azure e Google Cloud.

Parlando sul palco del Gartner IT Symposium/Xpo di Barcellona, René Buest, Senior Director Analyst di Gartner, ha sottolineato la tensione tra la flessibilità del cloud globale e i requisiti di sovranità regionale: “Molte organizzazioni dell’Europa occidentale non possono eseguire tutti i loro workload o sistemi core in un ambiente cloud non europeo. Ciò avviene o perché sono soggette a specifiche normative, o perché i loro clienti lo richiedono, o perché sono considerate parte dell’infrastruttura critica di un paese”.

In settori come finanza, sanità, pubblica amministrazione ed energia, la sovranità è passata da un dibattito tecnico a un imperativo strategico. Gli sforzi normativi dell’UE — in particolare in materia di cybersicurezza, protezione dei dati e difesa delle infrastrutture critiche — stanno amplificando questa urgenza.

La sovranità si misura

In Europa, comunque, per i cloud provider non basterà più dire “garantiamo la sovranità digitale perché abbiamo i data center in Europea”. Servirà infatti la calcolatrice alla mano per dimostrare, finalmente, attraverso “il Sovereignty Score” i livelli di garanzia dell’efficacia della sovranità, che vanno dal livello 0 (nessuna sovranità) a SEAL-4 (piena sovranità digitale sotto il controllo dell’UE).

Il punteggio della Sovranità per i Cloud è contenuto nel Cloud Sovereignty Framework pubblicato dalla Commissione Europea: si tratta di un documento agile di sole 8 pagine, con il quale la sovranità digitale, in tempi di sovereignty-washing, diventa misurabile.

Un ecosistema cloud di infrastrutture e applicazioni critiche sicure e affidabili

Va però sottolineato un punto essenziale: l’obiettivo europeo non è colmare in modo integrale il gap con i grandi player globali, si legge nella ricerca, bensì valorizzare le competenze e le infrastrutture già presenti nel continente, creando un ecosistema in grado di competere sulle applicazioni critiche e garantire maggiore sicurezza e resilienza alle imprese.

Questo approccio si concentra su: infrastrutture affidabili e sovrane; standard condivisi; competenze diffuse; modelli di governance dei dati conformi al quadro normativo europeo.

Il risultato atteso è un mercato digitale più equilibrato, meno dipendente da pochi attori globali e più capace di sostenere la crescita dell’AI e delle applicazioni avanzate.

Il mercato cloud in Italia nel 2025: crescita, maturità e nuove priorità

L’Italia conferma un’evoluzione in linea con il trend europeo, pur mantenendo alcune peculiarità.
Nel 2025 il mercato cloud italiano cresce del +20%, raggiungendo un valore complessivo di 8,13 miliardi di euro.
Si tratta di una crescita leggermente più contenuta rispetto al +23% del 2024, ma sufficiente a confermare il cloud come pilastro delle strategie digitali del Paese.

I segmenti in maggiore espansione sono tre:

  • Public & Hybrid Cloud: +21%, trainato dall’esigenza di flessibilità e innovazione.
  • Private Cloud: +23%, un balzo significativo, alimentato dalla richiesta di maggiore controllo, sicurezza e sovranità sul dato.
  • Pubblica Amministrazione, prosegue la migrazione prevista dalla Strategia Cloud Italia, realizzata dal Dipartimento per la trasformazione digitale e dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN), e dal Polo Strategico Nazionale, con un ruolo crescente nella definizione degli standard di sicurezza e governance.

Le strategie delle imprese italiane: approccio ibrido nella gestione legacy e più selettività

Le imprese italiane entrano nel 2025 con una nuova consapevolezza: il cloud è indispensabile, ma va governato con rigore.

Dalla ricerca emergono tre tendenze chiare:

È un cambio di paradigma: il cloud non è più un fine, ma un mezzo all’interno di strategie di governance, risk management e compliance.

Sicurezza e compliance diventano prioritarie

Nel 2025 la sicurezza torna al centro dell’agenda dei CIO.
Il 72% delle organizzazioni ha avviato progetti di cybersecurity e gestione del rischio, mentre il 39% è impegnato nell’adeguamento alle normative europee, tra cui NIS2, DORA e AI Act.

Un dato che riflette una caratteristica del mercato europeo: la regolazione avanza spesso più velocemente dell’innovazione, imponendo alle imprese un ritmo di adattamento elevato.

Cloud e AI: tante opportunità, ma servono nuove regole

Il rapporto tra cloud e intelligenza artificiale rimane decisivo, ma le imprese italiane adottano modelli differenziati per la gestione dei dati di training e produzione AI:

  • 20% mantiene i dati on-premises
  • 28% utilizza un Private Cloud con aperture selettive
  • 22% si affida a provider di Private Cloud gestito
  • Solo il 30% colloca i dati completamente in Public Cloud

D’altro canto cresce l’adozione dei servizi di AI-as-a-Service offerti dagli hyperscaler: API (25%), applicazioni pronte all’uso (23%) e piattaforme per sviluppatori (16%). Scelte che puntano alla rapidità di implementazione e alla scalabilità dei modelli.

Il nodo critico

Il 59% delle imprese non ha ancora definito policy interne sull’uso della generative AI.
Un vuoto normativo interno che, in un contesto di crescente automazione, può esporre le organizzazioni a rischi significativi di sicurezza e fuga di dati.

Nonostante ciò, il 52% delle aziende indica l’AI come priorità strategica per il 2026, a conferma che la spinta all’innovazione resta fortissima.

I dati esposti sono stati elaborati dall’Osservatorio Cloud Transformation 2025, che ha analizzato oltre 200 grandi imprese italiane e 1.000 aziende in otto Paesi europei, fotografa con precisione questo cambiamento culturale.
Il ruolo del cloud rimane indiscusso, ma cresce la cautela nelle decisioni, guidata principalmente da sicurezza, conformità normativa e controllo dei dati.

Alla ricerca ha contribuito anche Aruba Cloud, tra gli attori europei che più stanno investendo nella costruzione di ecosistemi cloud sovrani e nella promozione di soluzioni conformi alle normative UE. Il contributo di operatori come Aruba evidenzia un trend ormai consolidato: le imprese cercano partner affidabili, con data center sul territorio europeo e garanzie di totale giurisdizione europea sui dati.

Verso un cloud europeo più maturo, sovrano e resiliente

La Cloud Transformation europea non si ferma: cambia direzione.
Sovranità digitale, sicurezza e controllo dei dati sono diventati i driver principali delle strategie cloud, spingendo le imprese verso architetture ibride, multicloud e modellate sul rischio geopolitico.

Il cloud globale rimane un acceleratore imprescindibile, ma viene integrato con soluzioni locali e sovrane che rispondono alle esigenze normative e di protezione dei dati.

L’obiettivo non è abbandonare l’innovazione, ma governarla.
Il cloud del futuro sarà inevitabilmente: ibrido, multigiurisdizionale, sovrano dove serve, globale dove conviene e soprattutto più resiliente.

Per i CIO europei è il momento di costruire architetture cloud consapevoli, orientate alla sicurezza e capaci di sostenere la crescita dell’AI e dei servizi digitali nei prossimi anni

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