Musk, Tesla approva il maxi-compenso da 1000 miliardi di dollari. Un simbolo delle disuguaglianze globali

Alla fine le minacce di Elon Musk hanno funzionato. Il consiglio di amministrazione di Tesla, riunito ieri ad Austin, in Texas, ha approvato il piano di retribuzione record richiesto dal suo amministratore delegato: 1000 miliardi di dollari.

Un pacchetto monstre, approvato da oltre il 75% degli azionisti, che assegna a Musk circa 423 milioni di azioni dell’azienda produttrice di veicoli elettrici. Se venissero raggiunti gli obiettivi fissati dall’accordo, quelle azioni varrebbero quasi mille miliardi di dollari, rendendolo di fatto il primo triliardario della storia.

Musk non riceverà né stipendio né bonus in contanti, ma esclusivamente quote azionarie. In questo modo potrebbe raddoppiare la sua partecipazione in Tesla fino a quasi il 29%, un obiettivo che lo stesso Musk ha definito strategico per mantenere il controllo della compagnia e guidarla nella trasformazione in un gigante della robotica e dell’intelligenza artificiale. Il piano prevede l’assegnazione delle azioni in dodici tranche, subordinate al raggiungimento di specifici traguardi industriali e finanziari.

Tra gli accordi, l’obbligo di Tesla di investire in xAI

Tra gli obiettivi principali fissati dal piano ci sono una capitalizzazione di mercato di 8.500 miliardi di dollari, la consegna di 20 milioni di veicoli elettrici e l’implementazione di 1 milione di robotaxi e 1 milione di robot umanoidi Optimus. Il pacchetto include anche l’autorizzazione per Tesla a investire nella startup di intelligenza artificiale xAI, fondata dallo stesso Musk, in un’operazione che rafforza ulteriormente l’integrazione tra le sue diverse aziende.

Il ricatto di Musk: “O così o me ne vado”

Il via libera al piano è arrivato dopo settimane di tensione e polemiche sulla gestione del miliardario, accusato da più parti di aver danneggiato l’immagine del marchio Tesla con le sue prese di posizione politiche e i suoi post controversi. Ma gli azionisti si sono trovati di fronte a un aut aut: Musk aveva minacciato di abbandonare la guida di Tesla se il pacchetto non fosse stato approvato. Una prospettiva che, secondo molti analisti, avrebbe potuto far precipitare il valore delle azioni in Borsa.

Il consiglio di amministrazione e gli investitori hanno così dovuto scegliere tra due rischi: approvare un piano di compensi considerato eccessivo o perdere l’uomo simbolo dell’azienda. E la maggioranza ha scelto la prima opzione.

Musk e la spaccatura tra gli investitori

La divisione tra i soci è stata netta. A favore del piano si sono schierati i maggiori fondi di investimento internazionali come BlackRock e Vanguard, insieme a molti piccoli azionisti convinti che, nonostante tutto, Musk resti la figura chiave per la visione e la crescita futura dell’azienda. Per loro, il rischio di perdere il CEO superava ogni preoccupazione legata alla diluizione delle azioni o all’eccessiva remunerazione.

Tra i contrari figurano invece il fondo sovrano norvegese, il più grande fondo pensione pubblico statunitense CalPERS e le società di consulenza per gli azionisti Glass Lewis e Institutional Shareholder Services (ISS). Tutti hanno definito il pacchetto “sconsiderato”, sottolineando che una cifra di tale portata non ha precedenti nella storia dell’industria automobilistica e potrebbe addirittura minacciare il valore a lungo termine per gli investitori.

La reputazione in bilico

Le critiche si concentrano anche sulla governance dell’azienda e sulla figura stessa di Musk. La sua crescente polarizzazione politica, con frequenti incursioni nella retorica dell’estrema destra, avrebbe contribuito a danneggiare l’immagine di Tesla in diversi mercati, come dimostra il calo delle vendite in Germania.

Altri temono che il CEO sia troppo distratto dalle sue molteplici attività — da SpaceX a xAI, passando per X (ex Twitter) — per garantire una guida stabile e focalizzata alla casa automobilistica.

Un simbolo delle disuguaglianze globali

Il caso Musk arriva in un momento in cui i dati del 2025 mostrano una disparità economica sempre più profonda. Secondo i rapporti di Oxfam e Caritas, la ricchezza globale continua a concentrarsi nelle mani di pochi, mentre la povertà cresce. Oggi oltre 808 milioni di persone vivono in condizioni di povertà estrema — con meno di 3 dollari al giorno — e 1,1 miliardi si trovano in una situazione di povertà multidimensionale acuta.

Il paradosso è evidente: mentre una singola persona può aspirare a diventare il primo triliardario della storia, centinaia di milioni di individui faticano ad accedere ai beni primari. Una fotografia che racconta, meglio di qualsiasi altro indicatore, la frattura crescente tra la rivoluzione tecnologica dei pochi e la sopravvivenza quotidiana dei molti. a pochi, mentre la povertà assoluta aumenta. Nel 2025 si stima che 808 milioni di persone vivano in condizioni di povertà estrema (con meno di 3 dollari al giorno) e che 1,1 miliardi siano in povertà multidimensionale acuta. 

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Bonus elettrodomestici. Ecco il sito per fare la domanda. Al via dal 18 novembre?

Il contributo per l’acquisto di elettrodomestici ad alta efficienza energetica, possibile click day il 18 novembre

Per accedere al bonus elettrodomestici si potranno presentare le domande a partire dal 18 novembre 2025. Non è ufficiale, ma in attesa del decreto sembrerebbe quella la data del click day.

Il bonus è destinato ai cittadini che vogliono sostituire gli elettrodomestici obsoleti, con l’obiettivo di promuovere il risparmio energetico e il corretto smaltimento.

Il sito web per fare domanda

Le domande potranno essere presentate tramite l’app IO o dal sito web bonuselettrodomestici.it, accedendo con:

  • SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale);
  • CIE (Carta d’Identità Elettronica). 

Per presentare la richiesta sarà necessario:

  • effettuare l’accesso all’app IO o al sito web dedicato;
  • seguire la procedura guidata;
  • dichiarare di essere in possesso di un Elettrodomestico obsoleto da sostituire con un nuovo Elettrodomestico della stessa categoria commerciale di classe energetica superiore;
  • dichiarare le informazioni relative al valore dell’ISEE 2025 in corso di validità.

Il bonus direttamente nell’app

Al termine delle verifiche si riceve direttamente in app IO l’esito della richiesta.
Una volta approvata la richiesta, l’utente troverà i il bonus nella sezione Portafoglio e sarà disponibile per 15 giorni dall’attivazione.
Come sottolineato dal ministero e sul sito dedicato, fondamentale è tenere aggiornata l’app all’ultima versione disponibile.

Sarà possibile fare richiesta del contributo finché le risorse non saranno completamente esaurite (ad oggi circa 50 milioni di euro): le nuove richieste andranno in lista di attesa e saranno gestite in ordine cronologico.
Il contributo sarà erogato fino all’esaurimento delle risorse disponibili e fino alla conclusione dell’iniziativa.

Cos’è il bonus elettrodomestici?

È un contributo economico pensato per incentivare la sostituzione di un elettrodomestico con un modello ad alta efficienza energetica e promuovere la sostenibilità e la transizione energetica.

Il bonus copre fino al 30% del costo di acquisto, con un massimale di 100 euro per nucleo familiare e 200 euro per nucleo familiare con ISEE inferiore a 25.000 euro annui.

Il contributo, sotto forma di voucher, è concesso all’utente finale maggiorenne ed è spendibile presso il venditore per l’acquisto di un solo elettrodomestico per famiglia anagrafica.
Sono ammessi esclusivamente gli elettrodomestici ad elevata efficienza energetica: lavatrici e lavasciuga, forni, cappe da cucina, lavastoviglie, asciugabiancheria, frigoriferi, congelatori e piani cottura.

Arriva la piattaforma Pari che semplifica l’accesso a bonus e incentivi pubblici

Come si può leggere in fondo al sito Bonus elettrodomestici, è nata anche una nuova piattaforma: “Pari”.

Grazie a questa soluzione, è possibile gestire tutti gli incentivi in un unico posto e di utilizzarli tramite l’app IO e presso i commercianti convenzionati.

Sviluppata da PagoPA, la piattaforma tecnologica permettere ai cittadini di riscattare in modo più semplice e veloce bonus e prestazioni di sostegno.

L’obiettivo dichiarato è rendere più facile l’accesso agli aiuti e alle agevolazioni erogate da Stato ed enti pubblici, come il voucher fino a 200 euro per l’acquisto di un nuovo elettrodomestico promosso dal Ministero per le Imprese e il Made in Italy per il 2025.

“un ulteriore passo in avanti nel percorso di digitalizzazione del rapporto tra Stato e cittadino”, ha spiegato Alessandro Moricca, amministratore unico di PagoPA, in un’intervista rilasciata al Nuovo Quotidiano di Puglia.

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UE pronta ad annacquare l’AI Act su pressione di Trump e delle Big Tech (Financial Times)

L’UE valuta la possibilità di sospendere alcune parti dell’AI Act, la storica legge sull’intelligenza artificiale a fronte delle pressioni degli Stati Uniti e delle Big Tech. Lo scrive il Financial Times, secondo cui Bruxelles è pronta ad annacquare parte del suo regolamento digitale, inclusa la legge sull’intelligenza artificiale entrata in vigore lo scorso anno, in una decisione su un cosiddetto pacchetto di semplificazione del 19 novembre.

Le accuse degli Usa

La bozza di proposta si inserisce in un dibattito più ampio su quanto aggressivamente l’Unione europea debba far rispettare le proprie norme digitali di fronte alla forte reazione delle Big Tech sostenute dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. D’altra parte, il potere della lobby americana a Bruxelles ha raggiunto quota 151 milioni di dollari quest’anno, secondo stime accreditate.

L’Unione europea ha dovuto affrontare forti pressioni da parte del governo statunitense, delle Big Tech e di gruppi europei in merito al suo AI Act, considerato il regime più severo al mondo per regolamentare lo sviluppo di questa tecnologia in rapida evoluzione. Talmente severo da rappresentare secondo alcuni un inutile ostacolo al progresso tecnologico.

Già quest’estate, il timore di indurre Trump a interrompere le forniture di intelligence o armi all’Ucraina o a scatenare una guerra commerciale transatlantica con l’Ue ha spinto Ursula von der Leyen ad accettare un accordo commerciale al ribasso per la Ue ad agosto. E ora non è finita, perché i funzionari dell’UE sono diffidenti nei confronti di qualsiasi mossa che possa indurre la Casa Bianca ad adottare misure di ritorsione.

L’UE si è “impegnata” con l’amministrazione Trump per apportare modifiche all’AI Act e ad altre normative digitali nell’ambito del suo più ampio processo di semplificazione, ha detto un alto funzionario dell’UE al Financial Times.

Molte disposizioni dell’AI Act sono ancora ferme ai box

Per quanto la legislazione sia entrata in vigore nell’agosto 2024, molte delle sue disposizioni entreranno in vigore soltanto nei prossimi anni. La maggior parte delle disposizioni relative ai sistemi di AI ad alto rischio, che possono rappresentare “gravi rischi” per la salute, la sicurezza o i diritti fondamentali dei cittadini, entreranno in vigore nell’agosto 2026.

La Ue valuta un anno di grazia per le aziende che violano l’AI Act

Nella bozza di proposta, visionata dal Financial Times, la Commissione sta valutando la possibilità di concedere alle aziende che violano le norme sull’utilizzo dell’AI a più alto rischio un “periodo di grazia” di un anno. La bozza di proposta è ancora oggetto di discussioni informali all’interno della Commissione e con le capitali europee e potrebbe ancora essere modificata prima della sua adozione il 19 novembre, hanno detto i funzionari.

Una volta che la Commissione presenterà la sua proposta, questa dovrà comunque essere approvata dalla maggioranza dei paesi dell’UE e dal Parlamento europeo.

I fornitori di sistemi di AI generativa che hanno già immesso i loro sistemi sul mercato prima della data di attuazione potrebbero quindi ottenere una sospensione di un anno dall’applicazione delle leggi “per fornire tempo sufficiente […] per adattare le proprie pratiche entro un termine ragionevole senza perturbare il mercato”.

Nella bozza la proposta di rimandare al 2027 le sanzioni

Bruxelles suggerisce inoltre di rinviare l’imposizione di sanzioni per violazioni delle sue nuove norme sulla trasparenza in materia di AI fino ad agosto 2027, per “fornire tempo sufficiente ai fornitori e agli utilizzatori di sistemi di AI” per adeguarsi agli obblighi.

La bozza mira inoltre a semplificare l’onere di conformità per le aziende e a centralizzare l’applicazione delle norme attraverso un proprio ufficio dedicato all’AI.

Diverse aziende, tra cui Meta, proprietaria di Facebook e Instagram, hanno avvertito che l’approccio dell’UE alla regolamentazione dell’AI rischia di impedire al continente di accedere a servizi all’avanguardia.

Un portavoce ha detto che sono ancora in corso colloqui all’interno della Commissione in merito a potenziali ritardi nell’“attuazione di parti mirate della legge sull’AI” e che “si stanno valutando diverse opzioni”. Il portavoce ha aggiunto che l’Unione rimane “pienamente favorevole alla legge sull’AI e ai suoi obiettivi”.

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Licenziamenti, ottobre mese nero negli Usa: tagliati 153mila posti di lavoro. Il livello più alto degli ultimi vent’anni

Secondo i dati di Challenger, Gray & Christmas Inc., nel mese di ottobre 2025 le aziende statunitensi hanno annunciato 153.074 tagli di posti di lavoro, quasi il triplo rispetto allo stesso mese del 2024. Il dato segna il livello più alto degli ultimi vent’anni per questo periodo dell’anno.

Le cause principali, spiega Bloomberg in un lungo articolo, risiedono nell’adozione crescente dell’AI, nell’aumento dei costi operativi e nel calo della spesa di consumatori e imprese.

Settore tech e logistica i settori più colpiti dai licenziamenti

I settori più colpiti sono stati tecnologia e logistica, già al centro di una profonda trasformazione legata all’automazione e alla razionalizzazione delle risorse. Il trend conferma una transizione critica del mercato del lavoro: molte aziende, dopo il boom di assunzioni durante la pandemia, stanno ora ristrutturando la propria forza lavoro, tagliando figure considerate “sostituibili” e investendo su competenze legate all’AI.

Giganti come Amazon, Target, Paramount Skydance, Starbucks e UPS hanno annunciato riduzioni significative di personale, giustificando i tagli con la necessità di proteggere i margini e incrementare la produttività grazie all’automazione.

Parallelamente, le assunzioni stagionali hanno toccato i minimi dal 2012, segnalando un raffreddamento generale dell’economia del lavoro.

Nonostante una leggera ripresa complessiva, con un aumento di 42.000 posti secondo ADP Research, il clima resta incerto. L’aumento delle notifiche di licenziamento e le difficoltà dei disoccupati nel trovare nuove opportunità confermano che l’AI, pur creando nuove professioni, sta accelerando un ridimensionamento strutturale delle risorse umane.

Un disegno di legge per monitorare l’impatto dell’AI sul lavoro

Per reagire a questa tendenza, gli Stati Uniti stanno valutando una misura senza precedenti. Il Congresso ha infatti presentato l’AI-Related Job Impacts Clarity Act, un disegno di legge bipartisan firmato dal repubblicano Josh Hawley e dal democratico Mark Warner, che mira a garantire trasparenza sui cambiamenti occupazionali legati all’automazione e all’intelligenza artificiale.

L’obiettivo è obbligare le grandi aziende a comunicare regolarmente quanti posti di lavoro vengono persi, creati o trasformati a causa dell’uso dell’AI. Entro 30 giorni dalla fine di ogni trimestre, le imprese quotate e le agenzie federali dovranno fornire al Dipartimento del Lavoro dati dettagliati sul numero di dipendenti licenziati per automazione, sulle nuove assunzioni legate all’AI, sui ruoli eliminati o riconvertiti e sui programmi di riqualificazione avviati.

Il Segretario del Lavoro, insieme agli uffici federali competenti, dovrà poi elaborare report trimestrali e semestrali sull’impatto dell’AI, pubblicandoli sul sito del **Bureau of Labor Statistics** e trasmettendoli al Congresso entro 60 giorni. L’obiettivo è costruire una base dati pubblica e trasparente che consenta di monitorare come l’automazione stia trasformando il lavoro americano e di orientare le future politiche di formazione e compensazione.

Anche le aziende non quotate potrebbero rientrare nei controlli

Entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, il Dipartimento del Lavoro dovrà stabilire — insieme alla SEC e al Dipartimento del Tesoro — se e come includere anche le aziende non quotate tra gli obblighi di comunicazione. Tra i criteri valutati ci saranno la dimensione della forza lavoro, il fatturato e l’impatto occupazionale su scala nazionale o regionale, con particolare attenzione alla tutela dei dati sensibili.

Oltre 60 mila licenziamenti nel 2025 tra i giganti del tech

Il 2025 è stato finora un anno di drastici ridimensionamenti. Amazon, Microsoft, Salesforce e Meta hanno tagliato complessivamente oltre 60 mila posti di lavoro, ufficialmente per “recuperare agilità operativa” dopo anni di crescita. UPS ha eliminato 14 mila ruoli manageriali in meno di due anni, mentre Target ha ridotto di 1.800 unità il personale d’ufficio. Anche GM, Rivian e Booz Allen Hamilton hanno avviato importanti piani di riduzione.

Dietro la retorica dell’efficienza si nasconde una ristrutturazione profonda: le aziende stanno riallocando risorse dai reparti tradizionali ai team che lavorano su modelli generativi, cloud e automazione, riducendo le figure più facilmente rimpiazzabili come junior, amministrativi e risorse umane.

Durante la call sugli utili, il CEO di Amazon Andy Jassy ha difeso la scelta spiegando che si tratta di “recuperare l’agilità operativa perduta nel corso di una crescita eccessivamente stratificata”. Ma al di là delle parole, il dato di fondo è chiaro: la rivoluzione dell’AI sta cambiando la cultura aziendale, privilegiando la produttività tecnologica rispetto al capitale umano. Meno persone, più ricavi — questa sembra essere la nuova equazione del lavoro americano.

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Data Center, ecco la Strategia del Mimit. Urso: “Diventare hub del Mediterraneo”. Mezza: “Italia come B&B digitale”

Mimit: la nuova strategia per attrarre investimenti esteri nei data center italiani

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) ha pubblicato la “Strategia per l’attrazione degli investimenti esteri nei data center”, un documento che punta a trasformare l’Italia in un hub digitale europeo e mediterraneo, capace di ospitare infrastrutture avanzate per la gestione e l’archiviazione dei dati.
Un progetto ambizioso, che nasce dal confronto con amministrazioni centrali e locali, associazioni di categoria e operatori industriali, e che si inserisce in una più ampia visione di competitività tecnologica e sicurezza nazionale.

Urso: “Italia hub digitale del Mediterraneo”

“Attrarre investimenti esteri nei data center è essenziale per rendere l’Italia un hub strategico nella gestione, innovazione e sicurezza dei dati europei e globali. Una rete tecnologica solida e resiliente è determinante per la competitività delle nostre imprese. Come Mimit, favoriamo le migliori condizioni attraverso incentivi normativi e semplificazioni procedurali, affinché il nostro Paese diventi la prima scelta per gli investitori internazionali”, ha dichiarato in una nota il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso.

Mezza: “Non trasformiamo questo Paese in un B&B digitale”

“L’Italia, che si presenta come un global player nella potenza di calcolo garanzie ai suoi calcolatori che sono fra i più potenti del mondo, si offre come affittacamere tecnologico. La nuova normativa del ministero del made in Italy propone siti italiani per attrarre investimenti esteri in data center. Invece di sviluppare soluzioni e combinazioni con imprese nazionali avanzate, cerchiamo come un paese del terzo mondo di svendere la nostra energia e acqua per sostenere impianti che lavoreranno per imprese estere, con una ricaduta irrilevante sul territorio. L’opposizione deve contestare questa logica da B&B digitale”, ci ha detto Michele Mezza, Docente di Epidemiologia sociale dei dati e degli algoritmi all’Università Federico II Napoli.

I pilastri della strategia Mimit: aree brownfield, energia e connettività

Tra i punti chiave individuati dal documento emergono tre assi portanti:

  • Aree industriali dismesse (“siti brownfield”): il Mimit punta sulla mappatura e riqualificazione di aree già urbanizzate e immediatamente disponibili per nuovi insediamenti produttivi. Questa scelta riduce il consumo di suolo e favorisce un utilizzo sostenibile delle risorse territoriali, velocizzando al contempo i tempi di realizzazione dei nuovi data center.
  • Rete energetica stabile e sostenibile: l’Italia può contare su una rete capillare e affidabile, con un accesso crescente all’energia da fonti rinnovabili. La strategia enfatizza l’efficienza energetica, il riuso delle acque e il recupero del calore prodotto, per minimizzare l’impatto ambientale delle infrastrutture digitali.
  • Connettività digitale ad altissima velocità: la diffusione della fibra ottica, delle reti ultra-broadband e la presenza di numerosi cavi sottomarini che collegano il Paese all’Europa e al mondo rappresentano un vantaggio competitivo decisivo. Un’infrastruttura digitale che pone l’Italia in una posizione ideale per attrarre operatori globali del cloud e dei servizi dati.

Innovazione e capitale umano

La strategia dedica ampio spazio anche al tema delle competenze, promuovendo investimenti in formazione nelle discipline STEM e rafforzando i legami tra università, centri di ricerca e industria.

L’obiettivo è formare figure altamente qualificate, capaci di sostenere lo sviluppo del settore digitale nazionale e attrarre talenti dall’estero.

Tra opportunità e interrogativi

Pur rappresentando un passo importante verso la digitalizzazione del Paese, la strategia solleva alcuni interrogativi: si tratta davvero di un piano per rendere l’Italia protagonista del futuro tecnologico europeo, o di una politica che rischia di aprire eccessivamente le porte al capitale straniero, a scapito delle imprese nazionali?

Il confine tra attrazione degli investimenti e cessione di sovranità industriale è sottile. La sfida per il governo sarà quella di bilanciare l’apertura al mercato globale con la tutela dell’interesse strategico nazionale, affinché i data center del futuro diventino davvero una risorsa per il sistema Paese e non soltanto il frutto di allineamenti geopolitici.

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Huang (CEO Nvidia): “La Cina vincerà la corsa all’AI con gli Usa”

Nel corso di un intervento riportato dal Financial Times, il CEO di Nvidia, Jensen Huang, ha espresso una posizione netta sull’evoluzione globale dell’AI, sostenendo che la Cina è destinata a prevalere sugli Stati Uniti nella competizione per la leadership tecnologica.

Huang attribuisce questo vantaggio a tre fattori principali: la disponibilità di energia a basso costo, un quadro regolatorio più permissivo e la rapidità con cui Pechino sta incentivando lo sviluppo dei data center e delle infrastrutture per l’elaborazione avanzata.

A suo giudizio, mentre gli Stati Uniti si trovano a gestire un mosaico di normative che frammentano il mercato e rallentano l’innovazione, la Cina ha intrapreso una strategia coerente di sostegno all’AI, riducendo vincoli e promuovendo la cooperazione tra imprese, università e autorità locali.

Huang critica inoltre il ‘cinismo occidentale’ che spesso accompagna le discussioni sull’espansione tecnologica cinese, sottolineando come l’esclusione del mercato asiatico possa danneggiare la stessa industria americana, in particolare nel settore dei semiconduttori e dei chip per l’AI.

Il dirigente invita Washington a riconsiderare le restrizioni sull’export di GPU verso la Cina, avvertendo che un eccesso di protezionismo potrebbe accelerare la nascita di un ecosistema tecnologico alternativo e indipendente.

Pur restando fiducioso nelle capacità d’innovazione statunitensi, Huang ribadisce che solo un approccio più pragmatico, focalizzato su energia, regolazione e cooperazione internazionale, potrà evitare un effettivo sorpasso da parte di Pechino.

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Chi ha ragione sull’AI: economisti o tecnologi?

Il dibattito tra economisti e tecnologi sull’impatto dell’AI sulla crescita economica si concentra su una frattura netta: prudenza analitica contro ottimismo tecnologico.

Alcuni istituti, come la Federal Reserve Bank di Dallas, hanno delineato scenari che spaziano da un aumento moderato del PIL pro capite fino a possibilità estreme di ‘singolarità’, con esiti che vanno dalla prosperità esponenziale alla scomparsa della specie umana. Tuttavia, tali modelli restano esercizi teorici e non previsioni reali.

Gli economisti, facendo leva su dati empirici e modelli previsionali, sostengono che gli effetti dell’AI si manifesteranno gradualmente, poiché l’integrazione delle nuove tecnologie nei processi produttivi richiede tempo, formazione e capitale complementare.

I tecnologi, al contrario, leggono l’AI come un acceleratore epocale, capace di trasformare il lavoro umano in capitale cognitivo e di generare un salto di produttività paragonabile alle rivoluzioni industriali precedenti.

L’articolo mette in luce la posizione intermedia di studiosi come Erik Brynjolfsson, secondo cui i benefici concreti emergeranno solo attraverso investimenti in infrastrutture, dati di qualità e riorganizzazione aziendale.

In sintesi, l’AI è destinata a influenzare profondamente il ciclo economico, ma con una curva di adozione lenta e non lineare. La fase attuale appare dominata da un’espansione degli investimenti e da un entusiasmo finanziario che precede gli effetti misurabili sulla produttività totale dei fattori.

La prospettiva equilibrata del Financial Times invita dunque a superare l’hype e ad ancorare le strategie economiche a metriche di valore reale, evitando illusioni di crescita immediata.

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Dati dei funzionari Ue in vendita online, facile spiare Bruxelles. L’indagine

Quanto i dati “anonimi” possono mettere in pericolo la sicurezza nazionale? Tracciati alti funzionari europei nei loro spostamenti e luoghi di lavoro. L’indagine

Lisa vive in un quartiere a Sud di Bruxelles. Percorre una precisa strada per accompagnare i figli a scuola, che si trova a pochi isolati da casa sua. Poi si reca al posto di lavoro e conclude la giornata al ristorante. Lisa è un nome di fantasia, ma la storia è reale e potrebbe riguardare migliaia di cittadini europei, i cui dati relativi ad abitazioni, spostamenti e luoghi frequentati, sono accessibili tramite smartphone.

Un’inchiesta congiunta di L’Echo, Le Monde, BR/ARD, Netzpolitik.org, BNR Nieuwsradio e riportata da Politico ha sollevato un caso di portata internazionale: i dati di localizzazione di centinaia di migliaia di telefoni in Belgio, inclusi quelli di funzionari dell’Unione europea (Ue) e della NATO, sono in vendita sul mercato dei dati.

Tre alti funzionari europei sono stati identificati attraverso dati GPS teoricamente anonimi, che rivelavano le loro abitazioni, i luoghi di lavoro e gli spostamenti quotidiani. L’inchiesta mette in discussione il concetto stesso di “anonimizzazione” e mostra quanto sia facile, con pochi punti di tracciamento, ricostruire la vita privata di una persona.

Il mercato invisibile dei dati personali

I giornalisti che hanno lavorato all’indagine si sono finti membri di un’agenzia di marketing per accedere ai database di data broker, società che raccolgono informazioni da app mobili e web tracker e le rivendono per scopi pubblicitari o analitici.

Sebbene i dati non contengano nomi o numeri di telefono, ogni dispositivo è identificato da un codice univoco, che consente di riconoscere un individuo incrociando orari e luoghi.

Un singolo campione gratuito conteneva oltre un milione di telefoni tracciati in due settimane.
I prezzi per ottenere dati aggiornati sul Belgio oscillano tra 24.000 e 60.000 dollari l’anno.

Secondo l’inchiesta, alcune società americane hanno confermato la vendita, sostenendo che “gli utenti hanno dato il consenso” al tracciamento, nonostante le app in molti casi non dichiarino la raccolta di dati sensibili come la posizione.

Dati raccolti in luoghi sensibili: dalla NATO alle centrali nucleari

Le mappe analizzate nell’inchiesta rivelano tracce di telefoni attivi nei luoghi più delicati d’Europa:

  • Quartier generale della NATO a Evere e comando SHAPE a Mons;
  • Centrali nucleari di Doel e Tihange;
  • Commissione Europea e altre sedi istituzionali;
  • Basi militari belghe, come Kleine-Brogel, che ospiterebbe armamenti nucleari USA.

La società di sicurezza informatica Nviso spiega che l’unione di dati “anonimi” provenienti da più app consente di profilare comportamenti, abitudini e identità, trasformando informazioni innocue in potenziali strumenti di spionaggio.

Reazioni e misure dell’Unione Europea

La Commissione europea ha definito “preoccupanti” le conclusioni dell’inchiesta e ha annunciato nuove linee guida per i propri dipendenti, invitandoli a disattivare il tracciamento pubblicitario sui dispositivi personali e di lavoro.

Il Ministero della Difesa belga ha ricordato che l’uso di smartphone è vietato nelle aree sensibili, ma le evidenze raccolte nell’indagine indicano centinaia di telefoni attivi nelle basi militari. Anche Engie, gestore delle centrali nucleari, ha confermato restrizioni sull’uso di dispositivi connessi, ma con eccezioni operative.

Una minaccia per la sicurezza nazionale

Non si tratta solo di privacy, ma di sicurezza nazionale.
Conoscere gli spostamenti di funzionari pubblici, militari o tecnici che operano in siti critici può esporre l’Unione Europea a gravi rischi di spionaggio o sabotaggio.

In un’epoca di tensione geopolitica crescente e cyber-attacchi frequenti, la disponibilità di dati “anonimi” di alta precisione diventa un vettore d’attacco invisibile ma reale e quindi alquanto pericoloso.

Il limite del consenso e la falla del sistema GDPR

Il GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati) europeo prevede che la raccolta dei dati sia legale solo con consenso esplicito e informato, ma la pratica dimostra che la trasparenza delle app è ancora insufficiente.

L’art. 6 e l’art. 7 del GDPR stabiliscono che il trattamento dei dati personali deve avvenire solo con il consenso esplicito, libero e informato dell’utente.
Nella pratica, quasi nessuno sa davvero a cosa sta acconsentendo.
Le app mobili ottengono il consenso con schermate generiche o linguaggi ambigui (“per migliorare la tua esperienza”), senza spiegare che i dati di geolocalizzazione possono essere rivenduti a terzi.

Molti utenti concedono i permessi senza comprendere la portata delle conseguenze, alimentando un sistema che trasforma la geolocalizzazione in merce.

Il consenso, così com’è oggi, non protegge realmente la privacy. In base a quanto emerso dall’indagine è chiaro che serve una revisione profonda del modello di business che sembra sempre più basato sulla sorveglianza digitale.

L’illusione dell’anonimato

L’inchiesta sui dati “anonimi” dei funzionari Ue dimostra, infine, che nessun dato di posizione è davvero anonimo e che chiunque potrebbe, con una piccola spesa, mettersi a spiare Bruxelles e non solo.

Ogni punto GPS, se combinato, può svelare identità, abitudini e relazioni personali, minando la fiducia dei cittadini e la sicurezza delle istituzioni europee.

L’Europa deve ora affrontare una verità scomoda: la privacy è una questione geopolitica e difenderla significa proteggere la democrazia e la sicurezza comune.

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Microsoft punta tutto sull’AI: operazione da 9,7 miliardi con IREN per i chip Nvidia

Aumentare la capacità di calcolo per cavalcare il boom dell’intelligenza artificiale: è questo il cuore dell’ultima mossa miliardaria di Microsoft, che con un accordo da 9,7 miliardi di dollari con l’operatore di data center IREN rafforza la sua corsa all’AI.
Un’intesa che conferma la linea annunciata da Donald Trump, che lascia intendere un possibile inasprimento delle restrizioni all’export sulle tecnologie di intelligenza artificiale più avanzate: i chip di Nvidia non finiranno in mani straniere, ma resteranno a disposizione delle imprese americane. Non sorprende, dunque, che tra le clausole chiave dell’accordo Microsoft-IREN ci sia proprio l’accesso ai chip di nuova generazione del colosso californiano.

Il contesto in cui si inserisce l’accordo Microsoft-IREN

L’intesa, della durata di cinque anni, arriva a ridosso della pubblicazione dei risultati trimestrali delle Big Tech, che hanno messo in luce un dato inequivocabile: l’industria dell’AI è sempre più affamata di potenza di calcolo per sostenere applicazioni come ChatGPT, ma le infrastrutture attuali non bastano. È in questo vuoto che si stanno inserendo le cosiddette “neocloud companies”, come CoreWeave (CRWV.O) e Nebius Group (NBIS.O), nuove protagoniste del cloud computing basato sui processori Nvidia.

Grazie alla partnership con IREN, che gestisce data center in Nord America con una capacità complessiva di 2.910 megawatt, Microsoft potrà espandere la propria potenza computazionale senza costruire nuovi impianti né dover accedere a ulteriori forniture energetiche, due dei principali ostacoli che rallentano la crescita dell’intelligenza artificiale.
In più, l’accordo consentirà al gruppo di evitare investimenti diretti in chip destinati a svalutarsi rapidamente, man mano che sul mercato arrivano processori più potenti e performanti.

La risposta del mercato

La notizia ha subito acceso l’interesse degli investitori: le azioni di IREN (IREN.O) sono schizzate fino al +24,7%, toccando un massimo storico lunedì, per poi chiudere comunque con un rialzo di quasi il 10%. Anche Dell, che fornirà a IREN i chip GB300 di Nvidia e altra componentistica per un valore di circa 5,8 miliardi di dollari, ha visto il titolo crescere di circa l’1%.

Secondo quanto comunicato da IREN, i processori Nvidia verranno installati progressivamente entro il 2026 nel campus di Childress, in Texas, una struttura da 750 megawatt che ospiterà anche nuovi data center a raffreddamento liquido, progettati per offrire 200 megawatt di capacità IT critica.

Il prepagamento di Microsoft servirà inoltre a finanziare parte dell’accordo con Dell, ma l’intesa resta vincolata al rispetto delle tempistiche di consegna: in caso contrario, il contratto potrebbe essere annullato.

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Nadella (Microsoft): “Non abbiamo abbastanza elettricità per tutte le GPU AI in magazzino”

Durante un’intervista condotta da Brad Gerstner per il podcast Bg2, il CEO di Microsoft Satya Nadella ha rivelato una problematica sorprendente legata all’espansione dell’infrastruttura AI: la scarsità di energia elettrica necessaria per alimentare tutte le GPU AI attualmente in inventario.

In dialogo con Sam Altman, CEO di OpenAI, Nadella ha spiegato che il vero ostacolo non è la carenza di chip, ma l’impossibilità di alimentarli adeguatamente, a causa della limitata disponibilità di infrastrutture elettriche adeguate (‘warm shells’).

Secondo Nadella, questa crisi energetica rischia di compromettere la scalabilità dell’intero ecosistema AI, con GPU pronte all’uso che restano inutilizzate nei magazzini. Il problema ha già ricadute tangibili, come l’aumento delle bollette per i consumatori, e pone interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine della corsa globale all’AI.

Altman ha aggiunto che OpenAI ha proposto al governo degli Stati Uniti la costruzione di 100 gigawatt di nuova capacità energetica all’anno, riconoscendo l’energia come risorsa strategica nella competizione tecnologica con la Cina, che gode di un vantaggio grazie agli investimenti in energia idroelettrica e nucleare.

Il confronto ha inoltre toccato l’ipotesi futura di dispositivi consumer capaci di eseguire modelli AI avanzati localmente, riducendo la dipendenza da grandi data center.

Un simile scenario potrebbe cambiare radicalmente l’equilibrio del mercato e accelerare una potenziale ‘bolla AI’, mettendo a rischio investimenti miliardari e capitalizzazioni di mercato che coinvolgono anche aziende non tecnologiche.

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Lo stato dell’AI: la Cina è sul punto di vincere la corsa?

Nel contesto della collaborazione editoriale tra MIT Technology Review e Financial Times, l’articolo analizza l’evoluzione del confronto strategico tra Stati Uniti e Cina nella competizione globale sull’AI.

Il contributo evidenzia come, pur mantenendo gli Stati Uniti una posizione dominante nei modelli di frontiera e nell’ecosistema del capitale di rischio, la Cina stia rapidamente colmando il divario attraverso politiche industriali mirate, forte capacità di implementazione e una scala di adozione senza precedenti.

L’approccio cinese, sostenuto da un’integrazione strutturata tra governo, industria e ricerca, ha permesso di accelerare la diffusione dell’AI nei settori manifatturiero, educativo e pubblico.

Il pezzo sottolinea inoltre che le restrizioni statunitensi sui semiconduttori e sulle infrastrutture di calcolo non hanno frenato la spinta cinese, grazie a innovazioni nell’efficienza dei modelli e nello sviluppo di chip domestici.

Esempi come ‘DeepSeek’ dimostrano la rapidità con cui l’ecosistema cinese riesce a ridurre i cicli di sviluppo e rilascio, alimentando un dinamismo competitivo capace di influenzare anche il mercato occidentale.

Parallelamente, la popolazione cinese mostra un ottimismo crescente verso l’AI, con una penetrazione capillare nelle applicazioni quotidiane.

L’analisi suggerisce che la sfida non si limita più alla supremazia tecnologica, ma riguarda la capacità di tradurre la ricerca in vantaggi economici concreti e in leadership applicativa.

La corsa all’AI è quindi descritta come una battaglia tra modelli di innovazione: quello statunitense, fondato sulla libertà imprenditoriale, e quello cinese, basato sulla pianificazione centralizzata e sulla velocità di esecuzione.

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Poste e Tim, nuova società per il cloud alle imprese. In che modo sarà sovrano?

Poste Italiane, che da pochi giorni ha scelto Amazon Web Services (AWS) come partner per l’offerta di Postel a imprese e PA, è pronta a creare una joint venture con Tim per servizi cloud e AI generativa basata su piattaforme open source e sovrane. Lo scrivono il Corriere della Sera, ma anche il Sole 24 Ore e il Messaggero aggiungendo che la nuova società partirà nel 2026. Tim avrà una quota del 51% a fronte del 49% di Poste. L’intesa potrebbe portare sinergie fino a un miliardo secondo gli analisti.

Un aggiornamento più dettagliato dell’attività della nuova società si avrà a febbraio del 2026, in occasione della presentazione del piano industriale di Tim 2026-2028.

Sarà Cloud sovrano?

Resta da capire se si tratterà di un Cloud sovrano oppure semplicemente Cloud realizzato con tecnologie americane rivenduto da venditori italiani? La domanda non è secondaria e sta a cuore anche alla Ue.

Poste abbandonerà AWS come fornitore di servizi Cloud?

Al di là di questo, si tratta di fatto del debutto delle sinergie del nuovo sodalizio fra Tim e Poste sul mercato Corporate dopo l’ingresso della società guidata da Matteo Del Fante come primo azionista di Tim con il 24,81%. L’obiettivo è creare un punto di riferimento del settore digitale in nome della filiera italiana della sovranità digitale italiana.

La mossa è volta a rafforzare il ruolo di Tim Enterprise come principale piattaforma digitale italiana.

Di questa nuova iniziativa si saprà presumibilmente di più domani, in occasione del cda di Tim per la presentazione della trimestrale al 30 settembre 2025.

Le altre alleanze nell’Energia e con Poste Mobile

L’alleanza si aggiunge al progetto TIM Energia Powered by Poste Italiane, lanciato a settembre, e consolida il fronte tecnologico di TIM, già partner di Google e Intesa Sanpaolo per lo sviluppo di due Google Cloud Region a Torino e Milano.

Sempre domani, secondo quanto anticipato dal Messaggero, si dovrebbe formalizzare l’accordo fra Poste Mobile e Tim per la migrazione del Mvno di Poste dalla rete Vodafone sulla rete Tim senza cambio sim per i clienti.

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