Data center, in Italia la potenza installata passerà da 600MW a 2GW entro il 2030

Arriva anche in Italia il boom dei data center?

L’Italia si prepara a vivere una nuova fase di espansione digitale, guidata dalla crescita dei data center, infrastrutture strategiche per la data economy e per la competitività del Paese.
Oggi nel nostro Paese operano oltre 110.000 imprese data-user, cioè aziende che utilizzano analisi dei dati, Internet of Things, cloud e intelligenza artificiale. Il numero cresce a un ritmo medio del 3,5% l’anno, a conferma di una digitalizzazione sempre più diffusa in ogni settore produttivo.

I data center sono il motore silenzioso di questa trasformazione: garantiscono l’elaborazione e la conservazione sicura dei dati, sostengono i servizi digitali di imprese e pubbliche amministrazioni, e rappresentano la base tecnologica della transizione energetica e digitale.

Secondo le più recenti stime di mercato, entro il 2030 la capacità installata dei data center in Italia passerà dagli attuali 600 MW a circa 2 GW, con un incremento di oltre tre volte rispetto ai livelli attuali. Un salto infrastrutturale che potrà generare oltre 18 miliardi di euro di investimenti cumulati in tecnologie IT e nuove infrastrutture digitali.

Scenario europeo: la corsa verso la data economy da 1.000 miliardi di euro

In Europa, la data economy è in piena espansione. Entro il 2030, il valore complessivo del mercato dei dati raggiungerà i 1.000 miliardi di euro, con oltre 190 miliardi di investimenti in nuovi data center e tecnologie digitali avanzate.

La Germania guida oggi gli investimenti infrastrutturali, seguita da Irlanda, Paesi Bassi e Francia. Tuttavia, questi Paesi mostrano segnali di saturazione delle reti e dei carichi energetici, aprendo nuove opportunità di sviluppo nel Sud Europa, con il Mediterraneo che si candida ad hub della connettività globale.
In questo scenario, Italia e Spagna emergono come le nuove frontiere della crescita dei data center, grazie a un contesto normativo più favorevole, a politiche di attrazione degli investimenti e alla disponibilità di infrastrutture energetiche e digitali moderne.

Lo studio AGICI: prospettive per il sistema energetico e la competitività italiana

A delineare con chiarezza lo scenario italiano è il nuovo Studio AGICI dal titolo “Scenari di mercato dei data center: prospettive per il sistema energetico e la competitività italiana”.
Secondo l’analisi, la crescita del comparto dei data center avrà impatti economici e occupazionali rilevanti: entro il 2030 saranno creati circa 70.000 nuovi posti di lavoro diretti e indiretti, mentre l’effetto complessivo sul PIL nazionale potrà oscillare tra 17 e 28 miliardi di euro, tra investimenti e valore aggiunto generato.

Dal punto di vista energetico, la domanda di elettricità dei data center italiani passerà da 7 TWh nel 2024 a 20 TWh nel 2030, pari a circa il 6% dei consumi nazionali. Un aumento significativo che richiede pianificazione strategica e sostenibilità energetica, soprattutto in relazione alla decarbonizzazione e all’integrazione con le fonti rinnovabili.

Le criticità: concentrazione geografica e pressione sulla rete elettrica

Lo studio AGICI evidenzia anche alcune criticità strutturali che potrebbero frenare la crescita del settore dei data center in Italia.
Ad agosto 2025 le richieste di connessione alla rete hanno raggiunto 342, in aumento del +1600% rispetto al 2020, per un totale di 55 GW di potenza richiesta.
Circa la metà delle richieste proviene dalla Lombardia, con 7 GW concentrati solo nell’area metropolitana di Milano.

Questa concentrazione eccessiva rischia di creare squilibri sulla rete elettrica, aumentare i prezzi zonali dell’energia e compromettere la stabilità del sistema.
Mentre il Nord vede uno scenario in rapida crescita, con significativi numeri nel triangolo Genova-Milano-Bologna, Roma sta vivendo una fase di espansione più bilanciata e il Sud Italia, pur disponendo di landing station dei cavi sottomarini internazionali, mostra ancora un potenziale di crescita non pienamente sfruttato.

Opportunità e sinergie: il ruolo delle utility energetiche e delle politiche industriali

Accanto alle criticità, la crescita dei data center può generare opportunità concrete per l’intera filiera industriale: dal settore ICT all’edilizia, fino alla manutenzione e ai servizi energetici.
Lo studio AGICI sottolinea l’importanza di una collaborazione virtuosa tra operatori digitali e utility energetiche.

Da un lato, le utility possono fornire energia sostenibile e recuperare il calore di scarto dei data center, riducendo l’impronta carbonica. Dall’altro, possono sviluppare nuovi modelli di business integrati tra industria digitale ed energia, contribuendo a rendere il sistema più efficiente e resiliente.

Le direttrici per lo sviluppo dei data center italiani

Per sostenere la crescita del settore e consolidare il ruolo dell’Italia come hub europeo dei data center, AGICI individua tre linee d’intervento strategiche:

  1. Potenziamento delle infrastrutture di connettività – per garantire banda ultralarga e latenza minima.
  2. Diffusione di competenze digitali avanzate – essenziali per gestire data center e infrastrutture critiche.
  3. Promozione della digitalizzazione nelle imprese e nei servizi pubblici locali – con politiche industriali coordinate e processi autorizzativi semplificati.

Solo una governance nazionale integrata, accompagnata da politiche industriali olistiche, potrà favorire la crescita sostenibile di un settore che rappresenta la spina dorsale della nuova economia digitale italiana.

I data center tra innovazione e sostenibilità

I data center sono il cuore tecnologico della società dei dati, ma anche una sfida complessa sul piano regolatorio, energetico e ambientale.
La loro espansione in Italia rappresenta una grande occasione per attrarre investimenti, creare occupazione qualificata e migliorare la competitività del sistema Paese. Tuttavia, per coglierne pienamente i benefici sarà necessario un approccio equilibrato, basato su innovazione, sostenibilità e pianificazione strategica.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/data-center-in-italia-la-potenza-installata-passera-da-600mw-a-2gw-entro-il-2030/553482/




Netflix e Cloudflare hanno fatto ricorso contro la delibera Agcom sulle CDN

Netflix e Cloudflare hanno fatto ricorso contro la delibera Agcom che vuole equiparare i fornitori di CDN (Content Delivery Network) agli operatori di telecomunicazioni tradizionali.

Le CDN (Content Delivery Network – ossia le reti di distribuzione dei contenuti sul web) sono, da ora, equiparate agli operatori di Telecomunicazioni, perché sono reti di comunicazione elettronica che richiedono autorizzazione. È quanto emerge dalla consultazione Agcom i cui esiti sono stati approvati dal Consiglio dell’Autorità.

Così le grandi Big Tech americane del Cloud e dello Streaming video sono equiparate alle Telco nostrane, perché sono ormai operatori a tutti gli effetti, spesso verticalmente integrati.

Chi sono i CDN provider

Stiamo parlando CDN provider globali come: Akamai, Cloudflare, Amazon CloudFront, Microsoft Azure CDN, Google Cloud CDN, Fastly, Edgio.​

E di Content and Application Providers (CAP) con infrastrutture proprie in Italia: Netflix, Amazon Prime Video, YouTube/Google, DAZN, Disney+, Meta (Facebook, Instagram), TikTok.​

Anche AIIP, chiamata in causa da Cloudflare come controparte interessata nell’ambito del ricorso, potrà a dire la sua sul provvedimento Agcom. La posizione di AIIP è nota ed è stata già espressa in fase di consultazione: “Le CDN vanno equiparate alle reti di telecomunicazioni e i grandi Provider che le gestiscono devono essere sottoposti agli stessi obblighi delle telco in termini di assistenza clienti, trasparenza e qualità del servizio”, ha detto Giovanni Zorzoni, vice presidente AIIP. Agcom con la delibera sulle CDN ribadisce quanto già previsto dal codice delle comunicazioni elettroniche sull’obbligo di autorizzazione generale per chi gestisce reti in Italia. In definitiva, in questo modo un domani i provider CDN potranno ricevere un reclamo in caso di malfunzionamento e dovranno prendersene carico. O in caso di disputa con un altro operatore l’Agcom potrà intervenire.

Nessun fair share per le CDN

Di fatto, la delibera sulle CDN l’Agcom, che non introduce alcun fair share sulle Big Tech come ribadito a più riprese dal commissario Agcom Massimiliano Capitanio, ha ribadito un concetto già sancito dall’attività del MIMIT, vale a dire che chiunque operi su reti che trasmettono dati nel nostro paese è soggetto a determinati obblighi.  

Il tema è interessante, perché ad oggi i grandi Provider che gestiscono le CDN (Content Delivery Network), reti di server per il trasporto di enormi quantitativi di dati, non si sono dovuti adeguare alla compliance italiana e non sono muniti di autorizzazione generale compresa la stabile presenza nel nostro paese.

DAZN considerato già come un operatore Tlc

Certo ci sono delle eccezioni, come ad esempio DAZN che dopo l’intervento di Agcom ha migliorato la qualità dello streaming delle sue reti con una rete di CDN, per garantire la trasmissione della Serie A dopo i problemi riscontrati inizialmente.

Sta di fatto, che gli operatori che dispongono di apparati di telecomunicazioni in Italia l’autorizzazione generale ad operare nel nostro paese se la devono prendere e sembra questo il senso “sacrosanto” della delibera Agcom.

Netflix e Cloudflare contro la delibera

Ma non sono d’accordo con questa tesi né Netflix né Cloudflare, che hanno depositato un ricorso alquanto articolato. L’idea di assoggettare le CDN ad un regime di autorizzazioni per Cloudflare non va bene perché viola diverse questioni: in primo luogo, il principio di libera circolazione dei servizi all’interno della Unione Europea. C’è inoltre una estensione indebita del concetto di fornitori di servizi CDN assimilati a una rete di telecomunicazioni che secondo l’azienda non è corretta.

Implicazioni della regolamentazione

L’AGCOM ha deciso di applicare il regime di autorizzazione generale e le aziende coinvolte avranno quindi:​

  • Obblighi amministrativi: notifica di inizio attività all’AGCOM, iscrizione al Registro degli Operatori di Comunicazione (ROC), rispetto di specifici requisiti normativi.​
  • Obblighi contributivi: contributo annuale all’AGCOM, proporzionale al fatturato rilevante in Italia, e possibili altri oneri.​
  • Obblighi operativi: trasparenza e interoperabilità con le reti degli operatori, obblighi di sicurezza delle reti, eventuali obblighi in materia di neutralità della rete.​

Aziende potenzialmente coinvolte

Tra le aziende che potrebbero rientrare in questa regolamentazione vi sono:​

  • CDN provider globali: Akamai, Cloudflare, Amazon CloudFront, Microsoft Azure CDN, Google Cloud CDN, Fastly, Edgio.​
  • Content and Application Providers (CAP) con infrastrutture proprie in Italia: Netflix, Amazon Prime Video, YouTube/Google, DAZN, Disney+, Meta (Facebook, Instagram), TikTok.​

Questi soggetti, se installano cache fisiche all’interno delle reti italiane, potrebbero essere considerati operatori di rete secondo il Codice delle comunicazioni elettroniche.

Sullo sfondo la questione piracy shield: le CDN con una stabile organizzazione in Italia, equiparate agli operatori Tlc, in futuro potrebbero doversi occupare anche degli oscuramenti di siti in ambito piracy shield, cosa che al momento non sarebbero obbligati a fare. Se i provider di CDN saranno equiparati alle telco in Italia, si creerebbe un precedente che potrebbe ripetersi anche in altri paesi europei.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/netflix-e-cloudflare-hanno-fatto-ricorso-contro-la-delibera-agcom-sulle-cdn/553432/




Il CEO di Nvidia: ‘Non perderai il lavoro a causa dell’AI, lo perderai a favore di qualcuno che la usa’

Secondo Jensen Huang, CEO di Nvidia, la vera minaccia occupazionale non deriva direttamente dall’AI, ma da coloro che sapranno sfruttarla con efficacia.

Durante un’intervista rilasciata subito dopo il keynote alla Nvidia GTC, Huang ha ribaltato la classica narrativa sulla sostituzione lavorativa, affermando che chi non integra l’AI nelle proprie competenze rischia di essere soppiantato da chi invece lo fa.

Il messaggio non è tanto un avvertimento apocalittico, quanto un’esortazione all’adattamento.

In un momento in cui grandi aziende come Amazon stanno già licenziando migliaia di dipendenti per investire maggiormente nelle tecnologie intelligenti, Huang invita a un coinvolgimento attivo, anche solo sperimentale, con strumenti come ChatGPT, Claude AI o Sora.

L’AI, secondo il CEO, va capita e gestita, non temuta. Sottolinea che l’interazione tempestiva con queste tecnologie rappresenta una forma di sopravvivenza professionale, oltre che un potenziale arricchimento personale.

Pur riconoscendo le problematiche ambientali connesse allo sviluppo dell’AI, Nvidia afferma di adottare misure sostenibili, come l’uso esclusivo di energia rinnovabile nel 2025, e promuove la visione dell’AI come mezzo per contrastare il cambiamento climatico attraverso sistemi predittivi.

L’approccio pragmatico di Huang evidenzia come il cambiamento sia già in atto e che ignorare l’evoluzione digitale significhi rinunciare alla possibilità di influenzarne la direzione futura.

La conclusione è chiara: non si tratta di evitare l’AI, ma di scegliere se esserne protagonisti o vittime.

Per maggiori informazioni, clicca per l’articolo originale.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/il-ceo-di-nvidia-non-perderai-il-lavoro-a-causa-dellai-lo-perderai-a-favore-di-qualcuno-che-la-usa/553463/




GPT-5 aumenta il rischio di risposte dannose su suicidio e autolesionismo

GPT-5 risulta meno sicuro del suo predecessore, i nuovi test del CCDH

La nuova ricerca dal titolo “The Illusion of AI Safety” del Center for Countering Digital Hate (CCDH) ha condotto dei test di sicurezza su GPT-5, il nuovo modello linguistico multimodale di grandi dimensioni sviluppato da OpenAI, stavolta messo a confronto con il precedente GPT-4o su decine di prompt riguardanti argomenti sensibili e dannosi per la sicurezza mentale e fisica degli utenti.

I due modelli di intelligenza artificiale (AI) sviluppati da OpenAI sono stati messi a confronto su 120 prompt riguardanti autolesionismo, suicidio, disturbi alimentari e abuso di sostanze stupefacenti.
I risultati sono stati tutt’altro che rassicuranti.

GPT-5 ha prodotto contenuti nocivi in ​​63 delle 120 risposte (53%), rispetto alle 52 (43%) di GPT-4o. Inoltre, i risultati del test hanno evidenziato che GPT-5 ha incoraggiato il follow-up da parte degli utenti in 119 risposte su 120 (99%), rispetto a 11 su 120 (9%) per GPT-4o. Il nuovo modello ha anche risposto a richieste pericolose che GPT-4o aveva rifiutato, offrendo spesso informazioni dettagliate su metodi di autolesionismo, comportamenti alimentari disordinati e accesso a sostanze illegali.

Insomma, ChatGPT-5 potrebbe aumentare il rischio di risposte dannose, secondo i ricercatori del CCDH, nonostante le rassicurazioni dell’azienda in merito alle maggiori misure di sicurezza prese nel tempo, soprattutto dopo alcuni eventi drammatici che hanno visto l’AI avere un ruolo chiave in casi di suicidio. 

Servono nuove regole per aumentare la sicurezza di ChatGPT

“OpenAI ha promesso agli utenti maggiore sicurezza, ma ha invece fornito un ‘aggiornamento’ che genera ancora più potenziali danni. Nel caso del sedicenne Adam Raine, morto suicida dopo aver ricevuto, a quanto pare, risposte dannose da ChatGPT, abbiamo visto come l’inazione abbia conseguenze tragiche. Le deboli affermazioni fatte da OpenAI in merito al lancio di GPT-5 dimostrano che, in assenza di regolamentazione, le aziende di intelligenza artificiale continueranno a barattare la sicurezza con le promesse di un impegno maggiore. Quante altre vite dovranno essere messe a rischio prima che si agisca responsabilmente?”, si chiede Imran Ahmed, CEO del Center for Countering Digital Hate. 

Nel tragico caso dell’adolescente californiano Adam Raine, sembra che ChatGPT abbia ricevuto dal giovane qualcosa come 377 messaggi catalogati “autolesionisti”, senza nessun intervento decisivo da parte di OpenAI.
Cosa che lascia inevitabilmente pensare che sì sarebbe potuto evitare il peggio se ci fosse stato un sistema di allarme e sicurezza più efficace.

GPT-5 massimizza l’utilità: “Sei a rischio, ma andiamo avanti”

L’azienda, per sua natura, tende a perseguire la massima utilità e lo dimostrano i risultati dei test condotti dal CCDH, secondo cui il modello di GPT-5 incoraggia in maniera costante e massiva gli utenti “a continuare a interagire con la piattaforma”, anche in contesti che coinvolgono argomenti sensibili o potenzialmente dannosi. 

Il sistema, stressato dai ricercatori durante i test, ha avvertito l’utente che si stava addentrando in un terreno “delicato”, forse inadatto alla sua età o più in generale “rischioso”, ma senza mai scoraggiare davvero nel proseguire.

L’analisi proposta dal CCDH segue quella dello scorso agosto, dal titolo enigmatico “Fake Friend”, che ha rivelato come lo stesso GPT-4o producesse contenuti non sicuri per account registrati da tredicenni già dopo appena pochi minuti d’interazione.
Nel documento si evidenziava, inoltre, il ruolo dell’AI nel favorire comportamenti pericolosi e la dipendenza emotiva che questi sistemi possono favorire negli utenti più vulnerabili, come spesso lo sono i ragazzini e gli adolescenti. 

Su ChatGPT 1,2 milioni di conversazioni legate a potenziali intenzioni di suicidio

Questa settimana, OpenAI ha condiviso i risultati di una ricerca condotta in collaborazione con oltre 170 esperti di salute mentale per aiutare ChatGPT a riconoscere in modo più chiaro e affidabile i segnali di disagio da parte dell’utente, rispondere con attenzione e guidare le persone verso un supporto concreto, riducendo del 65-80% le risposte dannose o non utili ad un corretto rapporto di interazione.

Circa lo 0,07% degli utenti di ChatGPT attivi in ​​una determinata settimana ha mostrato segnali di disagio, aggiungendo che il suo chatbot AI è stato in grado di riconosce e rispondere neo modo corretto a queste conversazioni delicate.

Sebbene OpenAI sostenga che questi casi siano “estremamente rari”, stiamo comunque parlando di centinaia di migliaia di persone (circa 560.000), dato che ChatGPT ha recentemente raggiunto il record di 800 milioni di utenti attivi settimanali.

L’azienda stima inoltre che lo 0,15% degli utenti di ChatGPT abbia conversazioni che includono “indicatori espliciti di potenziali intenzioni di suicidi o piani di suicidi”. Anche qui, facendo due calcoli, siamo a 1,2 milioni di utenti settimanali.

Con la volontà di intensificare i controlli, l’azienda ha dichiarato di aver creato una rete di esperti in tutto il mondo per fornire consulenza: oltre 170 psichiatri, psicologi e medici di base che hanno esercitato in 60 Paesi.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/gpt-5-aumenta-il-rischio-di-risposte-dannose-su-suicidio-e-autolesionismo/553360/




L’italiana Bending Spoons vale 11 miliardi, come TIM

Dopo aver annunciato l’acquisizione di AOL da Yahoo! Bending Spoons ha annunciato una nuova raccolta di capitale da 710 milioni di dollari in equity, che porta la valutazione pre-money a 11 miliardi di dollari. Vale come TIM a Piazza Affari, scambiata oltre 50 centesimi per azione.

Il round è stato guidato da T. Rowe Price Investment Management, con la partecipazione di Baillie Gifford, Cox Enterprises, Durable Capital Partners, Fidelity, Foxhaven Asset Management e Radcliff.

Clifford Chance ha curato la consulenza legale, Goldman Sachs ha agito come placement agent e ZNR Notai si è occupata dei servizi notarili.

“Questo momento rappresenta la conferma di dieci anni di lavoro”, ha commentato il ceo e cofondatore Luca Ferrari, sottolineando l’intenzione di proseguire con “piani ambiziosi per continuare a investire e crescere”.

Il round include 270 milioni di dollari di capitale primario e 440 milioni di secondario. Parallelamente, l’azienda ha ottenuto un pacchetto di finanziamento da 2,8 miliardi di dollari da alcune delle principali banche globali, destinato a potenziare le tecnologie proprietarie e le capacità di intelligenza artificiale, oltre a sostenere nuove acquisizioni.

Bending Spoons: le recenti acquisizioni

Fondata nel 2013 e con sede a Milano, Bending Spoons ha costruito un modello particolare nel panorama europeo: acquisire prodotti digitali già affermati per rilanciarli, rinnovandone la tecnologia e l’esperienza utente.

Nel tempo ha raccolto un portafoglio di marchi che include Evernote, WeTransfer, Meetup, komoot, Remini, StreamYard e Brightcove. Secondo i dati diffusi dall’azienda, i suoi servizi raggiungono oltre 300 milioni di utenti attivi mensili e più di 10 milioni di clienti paganti, tra cui molte grandi aziende Fortune 500.

La strategia, dichiaratamente di lungo periodo, punta a mantenere le società acquisite e migliorarne le performance con investimenti continui. Un approccio che si discosta dal modello tipico delle startup europee, più orientato alla vendita, e che posiziona Bending Spoons come un aggregatore di piattaforme globali.

Negli ultimi mesi la società ha accelerato la politica di acquisizioni. A settembre ha annunciato l’acquisto di Vimeo per circa 1,38 miliardi di dollari, offrendo agli azionisti 7,85 dollari per azione, con un premio del 91 per cento rispetto alla media degli ultimi sessanta giorni. L’operazione, ancora soggetta ad approvazione, dovrebbe chiudersi entro fine anno.

Tra le aziende private più preziose d’Europa

Poche settimane dopo è arrivata la notizia di un accordo preliminare per rilevare AOL da Apollo Global Management e Yahoo per circa 1,4 miliardi di dollari. Un’acquisizione simbolica, che segna il passaggio di un marchio storico dell’era Internet sotto la guida di una società italiana. Entrambe le operazioni saranno sostenute dal nuovo pacchetto di debito da 2,8 miliardi di dollari, destinato in parte a finanziare acquisizioni e in parte a rafforzare le infrastrutture tecnologiche.

La valutazione da 11 miliardi di dollari colloca Bending Spoons tra le aziende private più preziose d’Europa, ma solleva anche interrogativi sulla sostenibilità di una crescita così rapida. La società ha chiuso il 2024 con ricavi per circa 620 milioni di euro e un EBITDA rettificato di 315 milioni, ma il forte ricorso al debito e la sfida di integrare società complesse come Vimeo e AOL rappresentano rischi non trascurabili.

La sostenibilità è la vera incognita

La vera incognita riguarda la sostenibilità del modello Bending Spoons. L’azienda è cresciuta rapidamente grazie a un mix di acquisizioni, debito e forte capacità di execution, ma questo equilibrio richiede risultati costanti. I 2,8 miliardi di dollari di finanziamenti bancari e il ritmo serrato delle operazioni rendono il gruppo vulnerabile a eventuali rallentamenti o integrazioni difficili.

Le piattaforme appena acquisite, come Vimeo e AOL, sono realtà complesse, con infrastrutture costose e margini limitati. Per mantenere solidità finanziaria, Bending Spoons dovrà riuscire a trasformarle in business efficienti, sfruttando le proprie tecnologie e l’intelligenza artificiale per ridurre costi e migliorare i ricavi.

Oggi la società appare solida, ma la sua sostenibilità di lungo periodo dipenderà dalla capacità di integrare senza perdere redditività. In un contesto di tassi alti e concorrenza globale, è una sfida da non sottovalutare.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/litaliana-bending-spoons-vale-11-miliardi-come-tim/553301/




Mercato RAN, crescita piatta nei prossimi dieci anni nonostante il 6G

Il mercato globale delle attrezzature e software RAN (Radio Access Network) è visto piatto nel prossimo decennio, nonostante l’avvento del 6G. Lo scrive Dell’Oro Group, società di analisi specializzata secondo cui c’è il rischio di una diminuzione seria nel breve termine, in particolare legata ad  un rallentamento previsto nel traffico dati destinato a ridurre la domanda di capacità RAN aggiuntiva.

Il 6G non è la panacea

Questa previsione alquanto conservativa giunge al netto delle attese di accelerazione del capex a partire dal 2030 dovuto alla realizzazione del 6G, anche se si dovrà tenere conto delle sfide di utilizzo dell’infrastruttura mobile esistente.

Dell’Oro prevede che la spesa per il 6G seguirà i sistemi MIMO di massa nelle frequenze inferiori a 7 GHz e nelle onde centimetriche, utilizzando il più possibile le macro reti esistenti. Si prevede che il capex totale per la RAN 6G dal 2029 al 2034 raggiungerà il 55-60% degli investimenti complessivi in ​​RAN.

Diverso consumo di dati

Dell’Oro ammette che il suo scenario di base è soltanto uno dei possibili esiti, con previsioni di livello superiore e inferiore fornite anche per riflettere le diverse possibilità di consumo dei dati, in particolare in relazione a casi d’uso aggiuntivi come la telefonia cellulare privata e l’FWA. Le previsioni di una crescita lenta nel prossimo decennio completano una valutazione piuttosto pessimistica che mostra anche che il fatturato globale della RAN è cresciuto a un CAGR nominale di appena l’1% negli ultimi 25 anni, senza aggiustamento per l’inflazione.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/mercato-ran-crescita-piatta-nei-prossimi-dieci-anni-nonostante-il-6g/553214/




La bomba Nexperia e la crisi della Germania fanno scattare l’allarme chip in Europa

Chip nervo scoperto dell’industria europea, intanto c’è l’intesa sui dazi tra USA e Cina (reggerà?)

Le catene di approvvigionamento di chip sono il nervo scoperto dell’industria europea contemporanea. Se qualcuno volesse mettere in difficoltà l’economia dell’Unione europea (Ue) saprebbe bene dove colpire. Ad esempio, nelle forniture delle ormai celebri terre rare, che sono fondamentali sia nel processo di produzione (attrezzature), sia nella composizione stessa dei chip.

Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, con il suo viaggio in Asia di questi giorni, sembrerebbe essere riuscito a superare lo “stallo” nei rapporti con la Cina, allentando la tensione legata agli annunci di “dazi reciproci” tra le due superpotenze, che avrebbero determinato una stretta pesantissima sulle forniture globali di terre rare e quindi di chip.

L’intesa annunciata da Busan, in Corea del Sud, per quanto preliminare e sancita più che altro da una semplice stretta di mano, sospenderebbe tra le atre cose lo stop alle esportazioni di minerali essenziali per un anno, ma non è chiaro se questo riguarderà anche le forniture all’Unione europea.

A quanto si apprende da fonti stampa, i controlli e l’eventuale stretta sulle forniture di chip “su scala mondiale” sarebbero rimandati di un anno. Se ne deduce che questo varrebbe anche per l’Europa: “I due team dovrebbero perfezionare e finalizzare il lavoro di follow-up il prima possibile (…), tranquillizzare gli animi sulle economie di Cina, Stati Uniti e del mondo“, riporta l’agenzia cinese Xinhua.

La situazione europea sulle terre rare è estremamente critica proprio per la forte dipendenza dalla Cina, che controlla circa il 70% della produzione globale e l’80% della raffinazione. L’Unione europea sta lavorando attivamente per ridurre questa dipendenza con il piano “RESourceEU“, che prevede la diversificazione delle fonti, l’incremento della produzione interna e la creazione di un centro congiunto di acquisto e stoccaggio strategico.

Venerdì incontro “ad alto livello” tra Ue e Cina sulle terre rare

Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha espresso al premier cinese Li Qiang: “forte preoccupazione per l’espansione dei controlli sulle esportazioni di materie prime critiche e di beni e tecnologie correlati da parte della Cina“, dopo la stretta di Pechino all’export delle terre rare.
“L’ho esortato a ripristinare il prima possibile catene di approvvigionamento fluide, affidabili e prevedibili“, ha sottolineato Costa a Kuala Lumpur, a margine del summit Asean.

“L’obiettivo è trovare una rapida soluzione a questo problema che, come giustamente avete sottolineato, è grave e ha suscitato molte preoccupazioni nell’industria europea“, ha detto il portavoce dell’UE Olof Gill.

“Non commentiamo i negoziati commerciali tra paesi terzi. Ma ovviamente, in linea di principio, accogliamo con favore qualsiasi sviluppo che rimuova le barriere ai flussi commerciali globali”, ha detto Gill interpellato nel corso del briefing con la stampa sull’annuncio di sospensione di un anno delle restrizioni all’esportazione di terre rare fatto da Pechino. “L’Ue è pienamente concentrata sul proprio impegno commerciale bilaterale con la Cina, incluso il commercio di terre rare, e domani si terranno a Bruxelles discussioni tecniche ad alto livello e ne parleremo”, ha aggiunto il portavoce europeo.

[embedded content]

Gramaglia: “L’Europa rischia di farsi trovare impreparata”

Sono in corso trattative con India, Filippine, Thailandia, Malesia ed Emirati Arabi Uniti per aprire nuovi mercati. Tuttavia, la dipendenza rimane elevata e la Cina ha irrigidito i controlli sulle esportazioni, mettendo a rischio la competitività industriale europea. La situazione, comunque, è da considerarsi già grave e l’ormai ex locomotiva dell’economia europea, la Germania, inizia a mostrare segni di difficoltà evidenti.

“L’Europa sconta, come tutto l’Occidente, una straordinaria miopia sul fronte dell’approvvigionamento di chip, avendo privilegiato l’economicità sulla sicurezza ed essendosi così resa dipendente invece che autonoma. In questo contesto, la tradizionale lentezza europea, rispetto all’attuale pur disordinata dinamicità americana nei rapporti con la Cina, aggiunge un elemento di penalizzazione: invece di trarre vantaggio dai 90 giorni di stallo tra Washington e Pechino, l’Unione europea rischia di farsi cogliere impreparata dall’intesa Usa-Cina”, ci ha detto  Giampiero Gramaglia, direttore del webzine AffarInternazionali.it dell’Istituto Affari Internazionali.

Pieranni: “Europa rimane mercato rilevante per l’export cinese”

“Credo che questa ‘guerra die chip’ sia assolutamente a lungo termine, soprattutto considerando la rilevanza delle terre rare per le tecnologie digitali e la Difesa. L’Europa, posto che avrebbe dovuto pensarci prima, può ancora trovare un modo di dialogare con Pechino essendo un mercato che interessa molto alla Cina. Ma serve innanzitutto più indipendenza, specie rispetto a Washington. Una cosa al momento impensabile nel breve periodo. Nell’attesa, è necessario trovare un accordo con la Cina in modo autonomo rispetto agli USA. Pechino non considera l’Unione europea importante da un punto di vista geopolitico, ma a causa delle relazioni burrascose con gli Stati Uniti, nonostante adesso ci possa essere un momento di appeasment con Trump, Bruxelles potrebbe tornare fondamentale come destinazione alternativa per compensare la perdita delle esportazioni cinesi verso il mercato americano. Questa per l’Europa è un’opportunità da non sottovalutare”, ci ha spiegato Simone Pieranni, giornalista di Chora Media ed esperto di Cina e geopolitica asiatica.

La crisi industriale della Germania trascinerà tutti in recessione?

La Germania, come principale potenza industriale europea, è particolarmente vulnerabile. Berlino rischia il terzo anno di recessione consecutivo. La produzione industriale tedesca è crollata del 4,3% su base mensile ad agosto, rispetto al +1,3% di luglio. Su base annua è scesa di quasi il 4% (il 15% inferiore al livello pre-pandemico). Il calo della produzione è stato determinato principalmente dall’industria manifatturiera e da quella automobilistica.

Secondo l’ufficio statistico federale, il PIL della Germania è praticamente stagnante. Tolto l’effetto incentivi pompati subito dopo la pandemia da Covid-19, per far riprendere produzione industriale e consumi, il PIL tedesco è passato dal +3,9% del 2021 al +1,8% del 2022, fino al doppio negativo nel 2023 (-0,9%) e nel 2024 (-0,5%), mentre per l’anno in corso è stimato un lieve risultato positivo: +0,2%. Qualcuno parla inevitabilmente di recessione tecnica per il 2025.

Uno studio di Roland Berger per la Federazione delle industrie tedesche evidenzia che la dipendenza dalle materie prime critiche (incluse le terre rare) dalla Cina è in crescita. Le restrizioni cinesi hanno portato a impennate dei prezzi e potenziali danni economici stimati fino a 115 miliardi di euro, pari al 15% del valore aggiunto industriale tedesco. Questo potrebbe compromettere gravemente la competitività delle sue industrie strategiche.

La bomba Nexperia

La Germania non è certo l’unico Paese che rischia di subire gli effetti negativi delle attuali e future strozzature delle forniture di chip per le industrie strategiche (automotive, batterie, motori elettrici, elettronica e digitale, Difesa e Spazio, tecnologie per l’efficienza energetica, fotovoltaico, eolico e clean technologies, solo per citare i settori più critici).

La crisi aperta dall’azienda olandese produttrice di chip Nexperia è un campanello di allarme che sta risuonando in tutta l’Unione europea e anche oltre i suoi confini.

Nexperia è controllata dal colosso cinese Wingtech Technology. I suoi chip sono cruciali, soprattutto per l’industria automobilistica e l’elettronica di consumo in Europa. A settembre 2025, però, il governo dei Paesi Bassi ha deciso di assumerne il controllo, una sorta di commissariamento.

L’Aia, per decisione del Ministro ad interim per gli Affari economici, Vincent Karremans, ha invocato la “Legge sulla Disponibilità di Merci“, citando “segnali recenti e acuti di gravi carenze di governance” in Nexperia. L’obiettivo dichiarato “è garantire la continuità e la salvaguardia sul suolo olandese ed europeo di conoscenze e capacità tecnologiche cruciali” per la sicurezza economica, impedendo che i beni prodotti diventino indisponibili.

A quanto riportato dalla Reuters, l’ex CEO Zhang Xuezheng, fondatore della Wingtech Technology, sembrerebbe abbia praticamente smantellato la sede olandese per trasferire tutto in Cina, licenziando il 40% del personale europeo e chiudendo il centro ricerche avanzate a Monca di Baviera, proprio in Germania.

[embedded content]

La ritorsione cinese

Come risposta all’intervento del Governo olandese, la Cina avrebbe bloccato le forniture di chip prodotti da Nexperia verso l’Europa. Sebbene questi siano prodotti nell’Ue, in realtà il confezionamento avviene in Cina prima della distribuzione europea (altro nodo che prima o poi viene al pettine: non basta produrre in Europa per garantirsi autonomia e indipendenza, bisogna “europeizzare” tutta la filiera dei chip).

La disputa geopolitica sulla società olandese di chip Nexperia ha messo in luce la posizione sempre più precaria dell’Europa: bloccata nel mezzo di un’intensa rivalità tra Stati Uniti e Cina e incapace di trovare accordi soddisfacenti con entrambe le parti contemporaneamente.
L’aspetto più brutto di questa vicenda è che in qualsiasi modo Bruxelles si muoverà ne uscirà perdente.

I rischi di una forte dipendenza europea dalle forniture estere di chip

Una situazione di stallo, questa di Nexperia, che potrebbe travolgere le principali industrie europee, a partire da quella automobilistica. Secondo l’Associazione europea dei costruttori di automobili (ACEA): “Sebbene l’industria si rifornisca già degli stessi tipi di chip da operatori alternativi sul mercato, l’omologazione di nuovi fornitori per componenti specifici e l’avvio della produzione richiederebbero diversi mesi, mentre si prevede che le attuali scorte di chip Nexperia durino solo poche settimane”. 

“Le interruzioni delle catene di montaggio potrebbero essere a pochi giorni di distanza. Esortiamo tutti i soggetti coinvolti a raddoppiare gli sforzi per trovare una via d’uscita diplomatica da questa situazione critica“, ha dichiarato il direttore generale ACEA, Sigrid de Vries.

La Volkswagen ha già avvertito di non poter garantire la continuità produttiva nei prossimi mesi e in Germania si parla apertamente di cassa integrazione. Toyota e Nissan, dall’altra parte del globo, denunciano difficoltà simili. L’interdipendenza complessa e profonda delle economie post globalizzate è ormai un obiettivo sensibile in caso di scontro tra superpotenze e ora ci si rende conto, troppo tardi, di questo nodo critico.

Altri Paesi europei esposti sono quelli con industrie manifatturiere, tecnologiche e di Difesa sensibili alle forniture di terre rare, come Francia e Italia, con produzioni elettroniche avanzate. L’Ue nel suo insieme potrebbe soffrire effetti negativi significativi se l’accordo raggiunto oggi tra Washington e Pechino non dovesse reggere al tempo e al lavoro dei ‘falchi’ in entrambi i Paesi, con la possibilità sempre dietro l’angolo di un giro di vite sulle forniture e quindi di possibili colli di bottiglia nelle supply chain e potenziali interruzioni nei settori chiave dell’economia europea.

Anche l’Italia dovrebbe rendere più resilienti le catene di approvvigionamento

In Italia, le materie prime critiche, tra cui litio, rame e terre rare, contribuiscono alla produzione industriale delle imprese tecnologiche per oltre 60 miliardi di euro, rendendo il sistema manifatturiero particolarmente esposto ai rischi geopolitici, secondo un’indagine realizzata da The European House – Ambrosetti e ANIE Confindustria.

“Non possiamo più permetterci di dipendere da filiere fragili concentrate in poche aree del mondo – ha dichiarato Filippo Girardi, Presidente ANIE Confindustria – il settore elettrotecnico ed elettronico è pronto a fare la sua parte e accogliamo con favore l’approvazione del Programma nazionale di esplorazione mineraria come primo passo importante. Ma è fondamentale che le istituzioni sostengano questo sforzo con politiche industriali coraggiose, investimenti nella transizione circolare e strumenti concreti per rafforzare l’autonomia tecnologica del Paese”.

Se l’accordo con gli Stati Uniti non dovesse tenere e la Cina decidesse di inasprire ulteriormente la stretta sugli approvvigionamenti, le catene di fornitura europee potrebbero subire gravi contraccolpi in termini di costi, disponibilità di materiali e rallentamenti produttivi, con impatti diretti sulle catene del valore di tutte le industrie sopra citate.

Bruxelles sta cercando di rispondere con politiche di de-risking, reshoring e accordi strategici per favorita l’autonomia e sicurezza di approvvigionamento, ma la situazione geopolitica è sempre più instabile e anche il ruolo degli Stati Uniti si fa ambiguo e poco confortante per l’Europa.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/la-bomba-nexperia-e-la-crisi-della-germania-fanno-scattare-lallarme-chip-in-europa/553185/




AI, in Italia +56% di produttività per le imprese. Ma PMI e PA restano indietro

L’intelligenza artificiale sta già spingendo in alto la produttività di molte imprese europee, mediorientali e africane. Nel complesso, due terzi delle aziende dell’area EMEA dichiarano di aver registrato un aumento significativo dell’efficienza grazie all’adozione dell’AI.

In Italia, il 56% dei senior leader afferma di aver ottenuto miglioramenti operativi concreti, anche se solo il 13% parla di una vera trasformazione del modello di business.

Lo rivela il report intitolato The Race for ROI e realizzato da IBM in collaborazione con Censuswide, ha coinvolto 3.500 dirigenti in dieci Paesi. I risultati indicano che, nell’area EMEA, un’azienda su cinque ha già raggiunto il ritorno sull’investimento (ROI) derivante dall’AI, mentre il 41% prevede di farlo entro 12 mesi. Gli impatti più frequenti riguardano risparmio di tempo (45%), riduzione dei costi (41%), aumento dei ricavi (37%) e soddisfazione dei dipendenti (42%).

L’introduzione degli agenti di AI viene vista come la prossima grande leva: il 92% dei leader prevede un ROI misurabile entro due anni. I settori dove l’impatto sarà maggiore sono IT e sviluppo software, customer service e procurement. I benefici citati più spesso riguardano l’efficienza operativa, il miglioramento dei processi decisionali e l’automazione delle attività ripetitive.

In Italia +56% di produttività

In Italia i risultati sono particolarmente evidenti nella logistica, dove il 75% delle imprese dichiara un incremento di produttività, seguita da automotive e trasporti (67%), energia e servizi pubblici (60%), manifatturiero e informatica. Tuttavia, restano forti divari: il 72% delle grandi aziende ha migliorato la produttività con l’AI, contro il 55% delle PMI. Anche la pubblica amministrazione è ancora all’inizio del percorso, con solo il 55% che segnala benefici concreti.

Secondo Alessandro La Volpe, amministratore delegato di IBM Italia, “l’intelligenza artificiale sta diventando un fattore strategico per le imprese, a partire da un aumento significativo della produttività, ma anche oltre. In Italia l’AI sta già facendo la differenza: +56% di produttività, +75% di efficienza nella logistica e trasformazione del business per il 13% delle aziende. Più tempo per innovare, collaborare e crescere.”

IBM sottolinea anche l’importanza di sistemi aperti e interoperabili: l’85% dei leader considera la trasparenza dei modelli AI essenziale per garantire un uso etico e responsabile, e una quota analoga ritiene cruciale poter scegliere soluzioni diverse ed evitare il rischio di lock-in tecnologico.

Restano però preoccupazioni legate a sicurezza, privacy e governance. Due terzi degli intervistati indicano la gestione del rischio come l’ostacolo principale alla scalabilità dei progetti di AI, seguita dalla complessità dei sistemi IT esistenti.

Per approfondire

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/ai-in-italia-56-di-produttivita-per-le-imprese-ma-pmi-e-pa-restano-indietro/553081/




Bce: “Avanti con l’Euro digitale, prime operazioni nel 2027”

La BCE accelera sul progetto dell’Euro digitale: prime transazioni possibili nel 2027, emissione nel 2029

La Banca Centrale Europea (BCE) compie un passo decisivo verso l’Euro digitale, annunciando il passaggio alla fase successiva del progetto. La decisione del Consiglio direttivo, riunito oggi a Firenze presso la Banca d’Italia, segna la conclusione della fase preparatoria avviata nel novembre 2023 e l’avvio dei lavori tecnici e operativi che porteranno, entro il 2029, alla possibile emissione della nuova forma di moneta elettronica europea.

Un progetto strategico per l’Europa

Il Governing Council della BCE, guidato da Christine Lagarde, che proprio ieri girava per i banchi del mercato a Firenze, in particolare al mercato di Sant’Ambrogio, sorprendendosi degli elevati prezzi dei beni alimentari in vendita (“più alti dell’inflazione media che abbiamo adesso, che si attesta sul 2%”), ha approvato il passaggio alla fase operativa dopo il completamento con successo dei test e delle analisi preliminari.

L’obiettivo è chiaro, si legge nella nota stampa odierna: preservare la sovranità monetaria europea, rafforzare la sicurezza economica dell’Unione e garantire ai cittadini e alle imprese una forma di pagamento digitale pubblica, complementare al contante.

Secondo la BCE, l’Euro digitale non sostituirà le banconote ma ne rappresenterà l’equivalente elettronico, mantenendo i principi di semplicità, privacy e affidabilità propri del denaro fisico. Sarà disponibile in tutta l’area euro e utilizzabile per i pagamenti quotidiani, online e offline, assicurando un accesso universale ai mezzi di pagamento dell’Eurosistema.

Tempistiche e prossime tappe

Il calendario è ambizioso. Se il Parlamento europeo e il Consiglio UE approveranno la Regolamentazione sull’Euro digitale nel corso del 2026, la BCE prevede di avviare un programma pilota a partire dalla metà del 2027. L’intero Eurosistema dovrebbe poi essere pronto per una prima emissione nel 2029.

I lavori si concentreranno su tre aree principali:

  1. Prontezza tecnica – sviluppo delle infrastrutture digitali, test di sistema e selezione dei fornitori;
  2. Coinvolgimento del mercato – collaborazione con banche, esercenti e consumatori per definire il rulebook e sperimentare le soluzioni;
  3. Supporto legislativo – assistenza tecnica alle istituzioni europee nel processo normativo.

Un investimento per la competitività e la sicurezza europea

Il progetto avrà un costo complessivo stimato in circa 1,3 miliardi di euro fino alla prima emissione, con costi operativi annui pari a circa 320 milioni di euro dal 2029 in poi. Come per la stampa delle banconote, anche l’euro digitale sarà considerato un bene pubblico, i cui costi saranno compensati dai ricavi di signoraggio.

Christine Lagarde ha definito l’iniziativa “un passo storico per rendere l’Euro, la nostra moneta comune, adatto al futuro”. Con l’adozione dell’Euro digitale, l’Europa punta a rafforzare la propria autonomia strategica nel campo dei pagamenti, oggi dominato da grandi player extraeuropei e a ridurre la dipendenza dalle piattaforme private internazionali.

L’utilizzo dell’euro digitale per i pagamenti giornalieri, si legge nella documentazione che è pubblicata sul sito della Bce, non metterà a repentaglio la stabilità finanziaria e “con un limite ipotetico di 3.000 euro” a testa questo non avverrà nell’Euro zona, anche in uno scenario di crisi, “altamente improbabile ed estremamente conservativo”, è sottolineato.

Perché l’Euro digitale è cruciale per l’economia europea

Negli ultimi anni, l’aumento dei pagamenti elettronici e il calo dell’uso del contante hanno evidenziato la necessità di una forma di moneta pubblica digitale, sicura e accessibile. L’euro digitale risponde a tre esigenze strategiche:

  • Sovranità e sicurezza: garantisce che i cittadini possano continuare a usare una moneta emessa dalla banca centrale anche nell’era digitale;
  • Competitività e innovazione: crea un’infrastruttura europea per i pagamenti che stimolerà la concorrenza e ridurrà i costi per imprese e consumatori;
  • Inclusione finanziaria: assicura accesso ai pagamenti digitali anche a categorie vulnerabili o in aree meno servite.

Come ha sottolineato Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della BCE e presidente della Task Force sull’euro digitale, “questo non è solo un progetto tecnico, ma un impegno collettivo per rendere il sistema monetario europeo più resiliente e innovativo”.

L’Euro digitale rappresenta una svolta epocale nella storia della moneta unica. Non si tratta solo di un’evoluzione tecnologica, ma di una scelta politica e strategica per il futuro dell’Europa: un passo verso una finanza più sicura, trasparente e indipendente, capace di affrontare le sfide di un’economia sempre più digitale e globale.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/bce-avanti-con-leuro-digitale-prime-operazioni-nel-2027/553106/




Innovazione tecnologica, i punti di forza dell’Italia. Calabrò(AGCM): “Innovazione e concorrenza si rafforzano a vicenda”

In un contesto globale in cui la Cina emerge come leader indiscusso del mondo dell’innovazione, superando di gran lunga vecchi antagonisti occidentali, competenze e formazione giocano un ruolo cruciale.

La principale debolezza del tessuto produttivo italiano? A differenza del gigante asiatico, ci distinguiamo per l’incapacità di convertire a pieno la creatività e l’efficienza delle eccellenze nostrane, in prodotti ad alto contenuto tecnologico. Di scienza, innovazione e made in Italy si è discusso durante il Convegno “Innovazione, concorrenza e proprietà intellettuale. Italia ed Europa nella sfida globale della competitività” svoltosi ieri a Roma, nella prestigiosa cornice della Biblioteca del Senato in Piazza della Minerva.

Un appuntamento che ha offerto l’occasione per riflettere sulle sfide imposte dalla transizione digitale e dal progresso tecnologico, con un obiettivo ambizioso: portare nelle Aule parlamentari proposte di legge concrete per permettere all’Italia di restare al passo con le grandi trasformazioni internazionali. Anche e soprattutto in settori, come quello delle telecomunicazioni, in cui un tempo sapevamo distinguerci per visione e capacità innovativa.

L’Italia può invertire la rotta sull’innovazione. La Cina punto di riferimento

L’evento, promosso dal senatore Antonio Trevisi (FI), membro della Commissione Finanze e Tesoro, ha riunito eminenti rappresentanti del mondo istituzionale, accademico e industriale.
Tra i partecipanti: Valentino Valentini, sottosegretario al MIMIT; i senatori di Forza Italia Claudio Lotito e Dario Damiani; Giovanni Calabrò, Capo di Gabinetto dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM); Paolo Catallozzi, giudice della Corte di Cassazione e componente del Tribunale Unificato dei Brevetti – Divisione Centrale di Parigi; Antonio Lirosi, Direttore dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM); Giovanni Napolitano, esperto di Intellectual Property & Competition Policy – Global Challenges and Partnerships Sector presso la World Intellectual Property Organization (WIPO); Luigi Licciardi, Amministratore Delegato di Prospettiva Digitale; Antonio Sfameli, Director Government & Policy Advocacy di Ericsson; e Matteo Sabattini, Executive Advisor Government Affairs di Sisvel.

“Questo convegno rappresenta un appuntamento importante perché parla del nostro futuro, di innovazione tecnologica e della capacità del Paese di recuperare il terreno perduto.
Per troppo tempo l’Italia è rimasta indietro, complice una storica instabilità politica e l’assenza di una visione di lungo periodo. Abbiamo avuto governi di breve durata, incapaci di portare avanti strategie strutturate di crescita
” ha affermato Trevisi introducendo il dibattito.

Innovazione, i punti di forza dell’Italia

Come ha ricordato Giovanni Napolitano (WIPO), citando i dati del Global Innovation Index 2025, il vero punto di forza dell’Italia resta la competenza delle sue menti.

“L’Italia è oggi il Paese che produce di più con il minor numero di risorse. Grazie a ricercatori di altissimo livello, il Bel Paese è fortemente presente nella produzione scientifica e si distingue per un’elevata efficienza nel settore produttivo, con output innovativi di qualità”, ha spiegato Napolitano.

Resta però aperta la ferita della fuga dei cervelli: circa il 60% dei brevetti italiani è registrato da connazionali che vivono all’estero.

Un altro punto di forza è poi la diversificazione del sistema: l’Italia è attiva in numerosi settori, con centri di eccellenza regionali che rappresentano un terreno fertile per la ricerca e l’innovazione.
Le criticità, tuttavia, restano quelle di sempre: infrastrutture carenti, scarsi investimenti, poco capitale di rischio, un’eccessiva burocrazia e una limitata capacità di attrarre capitali stranieri.

Calabrò (AGCM):”Innovazione e concorrenza si rafforzano a vicenda”

A illustrare il ruolo dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nel complesso panorama nazionale è stato invece Giovanni Calabrò. “Innovazione e concorrenza non sono in antitesi ma due forze che si rafforzano reciprocamente” ha precisato, soffermandosi sui temi che l’Autorità ha affrontato in materia di innovazione e concorrenza, nell’ambito dell’applicazione della normativa antitrust.

“L’Autorità – ha spiegato – è chiamata a trovare un equilibrio tra la tutela della proprietà intellettuale e la promozione della competitività, intervenendo solo quando i diritti esclusivi diventano un ostacolo all’innovazione“.

Calabrò ha ricordato che l’attività dell’Antitrust si inserisce pienamente nel quadro europeo, soprattutto nell’analisi delle operazioni di concentrazione, che possono incidere sull’accesso ai mercati e sulla capacità innovativa delle imprese. Emblematico, in questo senso, il caso Luxottica–Barberini, in cui l’Autorità è intervenuta per ristabilire un corretto equilibrio competitivo.

Tra le novità più recenti, ha segnalato la modifica della legge n. 287/1990, che consente oggi di esaminare anche operazioni riguardanti imprese con fatturato limitato ma attive in settori altamente innovativi, attraverso il cosiddetto meccanismo di call-in.

“Un’evoluzione normativa importante è intervenuta con la modifica della legge n. 287/1990, che oggi consente all’Autorità di esaminare anche operazioni di concentrazione che coinvolgono imprese con fatturati ridotti, qualora si tratti di mercati innovativi.

Si tratta del cosiddetto meccanismo di “call-in”, che permette di richiedere informazioni e valutare operazioni potenzialmente rilevanti dal punto di vista concorrenziale anche se non superano le soglie di notifica.

Un caso recente, ad esempio, riguarda un’importante operazione nel settore CIP e GPU per datacenter, che ha avuto un impatto rilevante ed è stata successivamente rinviata alla Commissione Europea” ha dichiarato il Capo di Gabinetto.

Il rapporto tra potere di mercato e innovazione

Sul fronte dell’enforcement, Calabrò ha richiamato casi emblematici come Google–Enel X, relativo al rifiuto di interoperabilità di un’app per la ricarica dei veicoli elettrici, e l’indagine in corso su Meta AI, che pone il tema della libertà di scelta dei consumatori negli ecosistemi digitali chiusi.

“Enel X aveva sviluppato un’app dedicata alla gestione dei pagamenti per la ricarica dei veicoli elettrici, ma l’integrazione con Android Auto era stata bloccata.

Questo impediva agli utenti Android di accedere al servizio in modo pienamente funzionale, limitando la libertà di scelta e la qualità del servizio.

L’intervento dell’Autorità si è basato sul principio che il rifiuto di interoperabilità da parte di un operatore dominante può costituire abuso, non solo quando è tecnicamente indispensabile, ma anche quando restringe in modo ingiustificato le opzioni del consumatore.” ha avvertito Calabrò.
“Con riguardo a Meta, l’indagine riguarda l’integrazione automatica di funzioni di intelligenza artificiale all’interno dei servizi del gruppo, senza un consenso esplicito degli utenti” ha continuato.

“In questo contesto, il tema centrale è la contenibilità degli ecosistemi digitali: quando un soggetto dominante integra forzatamente nuovi servizi all’interno di un ambiente chiuso, rischia di ridurre la libertà di scelta del consumatore e di limitare lo sviluppo di innovazioni concorrenti.

Il procedimento è tuttora in corso, ma rappresenta un punto di riflessione cruciale sul rapporto tra potere di mercato e innovazione.“

Necessaria una strategia strutturale

Nel suo intervento, Antonio Sfameli (Ericsson) ha quindi sottolineato come innovazione e competitività debbano diventare centrali nelle politiche economiche italiane, richiamando la necessità di una strategia strutturale per la crescita. Evidenziando il ruolo trainante del 5G e delle tecnologie digitali, che stanno rivoluzionando il mercato globale, il Direttore ha denunciato la carenza di strumenti fiscali adeguati per sostenere la ricerca e lo sviluppo in Italia, nonostante l’eccellenza dei centri scientifici nazionali. Sfameli ha poi ricordato il traguardo dei 1.000 brevetti sviluppati in un anno, ma ha lamentato che il sistema Paese non valorizzi abbastanza le proprie competenze, favorendo la fuga di cervelli.

“Dobbiamo spostare l’attenzione dal singolo brevetto alla valorizzazione del capitale umano — ha detto — perché è la forza del lavoro qualificato che può rimettere l’Italia sul treno della crescita”.

Innovazione, Licciardi “aprire l’Europa alla cooperazione globale”

Sulla stessa linea, Luigi Licciardi (Prospettiva Digitale) ha offerto una riflessione di respiro internazionale, richiamando la necessità di aprire l’Europa alla cooperazione globale. Forte di un’esperienza trentennale nel settore delle telecomunicazioni, l’AD ha messo in luce come Paesi come la Cina abbiano costruito un modello d’innovazione basato su collaborazione e condivisione, diventando leader nelle tecnologie più avanzate.

“Non dobbiamo temere il mondo globale, ma imparare a competere collaborando”, ha affermato, invitando l’Italia a superare la logica difensiva e a creare un ecosistema capace di trattenere i talenti. Per Licciardi, il vero nodo non è solo la mancanza di investimenti, ma la scarsa affidabilità del sistema Paese, che spinge i giovani più qualificati a emigrare. Solo valorizzando le persone e garantendo condizioni competitive di lavoro e ricerca, ha concluso, “l’Italia potrà tornare a essere un modello di eccellenza”.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/innovazione-tecnologica-i-punti-di-forza-dellitalia-calabro-innovazione-e-concorrenza-si-rafforzano-a-vicenda/553046/