Tim, cambi nei manager: Mischiatti alla guida dell’Enterprise, Ongaro nuovo CTO. Il messaggio di Del Fante e Labriola

Cambi nella prima linea di manager di Tim dopo l’OPAS di Poste. Elio Schiavo e Leonardo de Carvalho Capdeville lasceranno “volontariamente il gruppo per nuove sfide professionali” entro il 2026. Tim ha subito predisposto nuovi assetti organizzativi per le divisioni Enterprise and innovative solutions e Technology office a partire dal 19 ottobre.

Come Chief Enterprise & Innovative Solutions Officer arriva Mirko Mischiatti, responsabile della funzione digital, technology & operations di Poste dal 2020. Mischiatti lascerà il suo ruolo in Poste. Claudio Ongaro, invece, passa da Chief strategy, business development & wholebuy office a Chief technology officer, con le vecchie deleghe Strategy che passano ad interim all’ad Pietro Labriola.

Mirko Mischiatti, Poste

Mischiatti, da Poste alla guida dell’Enterprise

Mirko Mischiatti, nato ad Asti nel 1974, vanta oltre 25 anni di esperienza nella trasformazione tecnologica e digitale di grandi organizzazioni, con competenze maturate nei settori delle telecomunicazioni, della finanza, delle assicurazioni e della logistica.

Laureato in Scienze dell’Informazione presso l’Università del Piemonte Orientale, ha iniziato la carriera come ricercatore allo CSELT di Telecom, per poi lavorare in Hewlett Packard e Accenture, dove ha ricoperto incarichi manageriali nell’innovazione tecnologica e nel cloud computing.

Entrato in Poste Italiane nel 2012, ha assunto responsabilità crescenti nell’area informatica e digitale, fino alla guida, nel maggio 2020, della funzione Digital, Technology & Operations. Da maggio 2026 il suo incarico si è esteso anche al Marketing Strategico di Gruppo, con responsabilità sulla pianificazione industriale e sul coordinamento delle strategie delle business unit.

Nel corso della sua esperienza ha contribuito alla trasformazione tecnologica di Poste Italiane verso un modello di Platform Company, basato su un’infrastruttura digitale integrata al servizio di 46 milioni di clienti, capace di gestire oltre 25 milioni di interazioni quotidiane. Un percorso di innovazione che costituisce uno degli elementi centrali del suo profilo professionale e che porterà ora alla guida delle attività Enterprise e Innovative Solutions di TIM.

Ongaro, una carriera nelle telecomunicazioni tra tecnologia e strategia

Claudio Ongaro, nato a Milano nel 1968, è laureato in Ingegneria Elettronica al Politecnico di Milano e ha conseguito un master in Information Technology presso il Cefriel. Ha sviluppato la propria carriera nel settore delle telecomunicazioni, ricoprendo incarichi manageriali in Italia e all’estero, con esperienze nel Regno Unito, in Sud America, Grecia e Medio Oriente.

Il suo percorso professionale inizia nel 1995 in Omnitel Pronto Italia, dove partecipa alla fase di avvio dell’operatore assumendo responsabilità crescenti nell’ambito delle reti. Nel 2003 passa a Cable & Wireless, prima come Group Technical Director of Mobile e successivamente come Senior Director of Strategy.

Dal 2007 prosegue la carriera nel gruppo Orascom, occupandosi inizialmente di broadband wireless e assumendo poi, nella controllata Wind Hellas, gli incarichi di Chief Strategy Officer e Chief of Fixed Business.

Nel 2010 entra in Wind Telecomunicazioni come responsabile Strategy and M&A. Dopo la fusione con H3G, nel 2016, prosegue in WindTre come direttore del CEO Office, con il compito di coordinare i principali progetti strategici dell’operatore.

Dalla strategia di TIM alla responsabilità tecnologica

Ongaro entra in TIM nel novembre 2019 come responsabile delle operazioni di M&A, occupandosi del coordinamento delle operazioni straordinarie del gruppo. Nell’aprile 2021 assume la responsabilità del Wholesale Market, ampliando il proprio perimetro operativo alle attività rivolte agli operatori di telecomunicazioni.

Nel dicembre dello stesso anno gli viene affidata ad interim la funzione Chief Strategy & Business Development Office, incarico confermato nel febbraio 2022, nell’ambito della riorganizzazione avviata da Pietro Labriola.

Il nuovo incarico di Chief Technology Officer segna quindi il passaggio dalla responsabilità delle strategie e dello sviluppo del business alla guida della funzione tecnologica del gruppo. Una nomina che valorizza un percorso professionale costruito sia nelle attività di rete e infrastruttura sia nella pianificazione strategica e nelle operazioni societarie.

Labriola assume ad interim la funzione Strategy

Con la nomina di Ongaro alla guida del Technology Office, TIM affida temporaneamente a Pietro Labriola la responsabilità della funzione Chief Strategy, Business Development & Wholebuy Office, assicurando la continuità nella gestione delle attività strategiche.

Il riassetto sarà operativo da lunedì 19 ottobre 2026 e completa l’avvicendamento nelle due funzioni interessate dalle uscite di Elio Schiavo e Leonardo de Carvalho Capdeville.

Le nuove nomine ridefiniscono così le responsabilità ai vertici delle attività Enterprise e tecnologiche, due ambiti centrali per lo sviluppo dei servizi digitali, delle infrastrutture e dell’offerta rivolta a imprese e pubbliche amministrazioni.

TIM in Poste Italiane, l’AD Del Fante: “Due identità diverranno un cuore che batte all’unisono”

Nei giorni scorsi, a seguito del primo incontro tra i vertici di Poste Italiane e TIM dopo l’OPAS, gli AD dei due Gruppi, Matteo Del Fante e Pietro Labriola, hanno rivolto un video messaggio congiunto ai propri dipendenti, precisando che i due marchi storici verranno mantenuti all’interno di un unico Gruppo industriale.

Un estratto di questo video messaggio rivolto ai dipendenti delle due società è stato riportato dal TG Poste, il notiziario del portale di informazione di Poste Italiane, nell’edizione del 14 Ottobre 2026.

In questo modo, già dal 30 Settembre 2026, TIM è soggetta alla direzione e al coordinamento da parte del Gruppo Poste Italiane, in quanto TIM e le sue controllate sono diventate società appartenenti al Gruppo facente capo a Poste Italiane.

Pertanto, si è aperta la fase di integrazione con cui TIM è destinata a sbarcare nel perimetro del Gruppo Poste Italiane, con l’obiettivo di mettere a fattor comune infrastrutture, tecnologie e competenze e sviluppare le nuove sinergie industriali tra i due gruppi.

Le conseguenze per il mercato telco

A questo proposito, l’operazione coinvolge anche il mercato telco: secondo quanto traspare, sarebbe prevista una fusione tra le attività telco di Poste, tra cui l’operatore virtuale Poste Mobile, con TIM Consumer, con l’obiettivo di creare il principale operatore di telefonia mobile in Italia.

Inoltre, come illustrato nei mesi scorsi da Poste Italiane, TIM diventerebbe la nuova Business Unit “Connectivity & Technology” di Poste, destinata a riunire le attività legate alla connettività e all’innovazione tecnologica, e in cui potrebbero essere eventualmente conferite le attuali attività telco ed Energia di Poste, in seguito alla fusione di PostePay e BancoPosta.

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Quantum, Butti: “Con Volta B1 governance italiana di tecnologia americana”. Crosetto: “Utile per il dual use”

Al termine dei lavori della 4^ edizione del Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale, è stato inaugurato ufficialmente oggi a Como, a Villa Saporiti, Volta B1, il sistema di quantum annealing più potente installato in Italia. Basato sulla tecnologia D-Wave Advantage2 e dotato di oltre 4.400 qubit, il sistema è progettato per affrontare problemi complessi di ottimizzazione, dalla logistica alla gestione delle reti energetiche, aprendo nuove opportunità per la ricerca scientifica e le applicazioni industriali.

L’inaugurazione dà seguito al percorso promosso dal Sottosegretario Alessio Butti e avviato nell’ottobre 2025, durante il Digital Innovation Forum, con la nascita di Q-Alliance, per rendere le tecnologie quantistiche accessibili a università, imprese e pubbliche amministrazioni.

“Con l’inaugurazione di Volta B1, il sistema di quantum annealing più potente installato in Italia e il secondo in Europa, la nostra Nazione compie un passo concreto nella nuova rivoluzione quantistica”, ha scritto il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel messaggio inviato alla cerimonia, definendo l’inaugurazione “un risultato molto significativo, frutto di un lavoro di squadra coordinato dal Sottosegretario Butti, che ringrazio”. Il Presidente ha inoltre richiamato la possibilità di rendere gratuitamente disponibile una parte della capacità di calcolo per università, enti pubblici di ricerca, strutture dello Stato e progetti innovativi di particolare interesse nazionale.

“Non dobbiamo temere il fatto che questa tecnologia sia statunitense: dobbiamo essere orgogliosi di aver attirato non solo l’attenzione di importanti investitori, studiosi e scienziati stranieri – in questo caso statunitensi – ma di esser stati capaci di attrarre i loro investimenti, la loro tecnologia. Non è un caso se, accanto a questa macchina, oggi inauguriamo anche virtualmente il Centro nazionale di ricerca scientifica Alessandro Volta, che sarà un po’ la governance di questa macchina, ossia il controllo italiano di una tecnologia che noi abbiamo voluto aperta, un concetto che abbiamo scritto e indicato molto chiaramente nel memorandum of understanding che esattamente un anno fa abbiamo presentato. Questa è la responsabilità della politica, che non deve scegliere gli algoritmi, non deve sostituirsi agli scienziati, ma creare delle condizioni“, ha commentato il Sottosegretario all’Innovazione tecnologica Alessio Butti.

Volta B1 rappresenta un nuovo tassello per lo sviluppo di un ecosistema italiano sul quantum e sarà un patrimonio di competenze e opportunità per il territorio.

Il Sottosegretario ha espresso gratitudine verso l’azienda D-Wave e gli altri partner internazionali dell’iniziativa ma anche “ambizione“. “Ora il compito è costruire applicazioni e assicurare di produrre risultati misurabili”, ha concluso, “tra valore generato e competenze create “che facciano parte del futuro tecnologico italiano”.

Non è un punto di arrivo, ma di partenza

«Volta B1 non ha avuto un euro dal PNRR, il che dimostra che si possono ottenere grandissime cose quando le idee si trasformano in azioni», ha dichiarato il Ministro per gli Affari europei, il PNRR e le Politiche di coesione Tommaso Foti, richiamando l’importanza della cooperazione per rafforzare la posizione italiana ed europea nella competizione internazionale sulle tecnologie quantistiche.

«Nel nome di Alessandro Volta, trasformiamo la nostra eredità scientifica in una leva per il futuro, creando nuove opportunità per la ricerca, le imprese e i giovani. Como si candida a essere protagonista della nuova frontiera del calcolo quantistico. Perché l’innovazione genera valore quando diventa crescita per il territorio e progresso per l’intero Paese», ha detto il Presidente della Provincia di Como Fiorenzo Bongiasca.

Le applicazioni potenziali del sistema riguardano la gestione delle reti energetiche, la logistica, i processi industriali e l’ottimizzazione delle risorse. Tre chiavi di accesso al sistema sono state consegnate alla Provincia di Como, all’Università degli Studi dell’Insubria e a Confindustria Como.

«L’impegno dell’Italia nel quantum riflette la consapevolezza che competitività e sovranità tecnologica vanno di pari passo. La leadership di lungo periodo dipenderà non soltanto da chi sviluppa la tecnologia, ma anche da chi la applica per risolvere problemi concreti, costruire competenze, portare nuove applicazioni su larga scala e creare valore economico», ha dichiarato Alan Baratz, CEO di D-Wave Quantum. «L’opportunità che si apre per Como è collegare un’infrastruttura quantistica di livello mondiale al talento e all’ambizione dell’Italia, trasformando l’accesso alla tecnologia in competenze, applicazioni e valore duraturo».

L’inaugurazione di Volta B1 è anche l’evento apripista del programma di iniziative che il Comitato nazionale ha messo a punto per il bicentenario della morte di Alessandro Volta, che ricorrerà nel 2027. Un calendario di celebrazioni che punta a valorizzare l’eredità scientifica dello scienziato comasco e il suo legame con la ricerca e l’innovazione contemporanee.

«L’inaugurazione di Volta B1 è un grande passo per Como, per l’Italia e per la competitività europea. È una scelta solida per il futuro, in una fase in cui l’Europa è chiamata a rafforzare la propria posizione rispetto a USA e Cina. Stiamo lavorando a un grande appuntamento per il 5 marzo 2027. Vorremmo ispirarci al grande convegno di meccanica quantistica organizzato da Guglielmo Marconi cento anni fa, attualizzandone lo spirito», ha dichiarato Vincenzo Vespri, Presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario della morte di Alessandro Volta.

Como entra nella geografia mondiale del quantum computing: inaugurato il sistema D-Wave da 4.400 qubit

Il sistema Advantage2 è la prima installazione italiana di questa classe di computer quantistici ad annealing. L’obiettivo è creare un polo di collaborazione tra ricerca, imprese e istituzioni per sviluppare applicazioni concrete.

Como è entrata nella geografia europea del calcolo quantistico con l’inaugurazione di D-Wave Advantage2, un sistema di ultima generazione dotato di oltre 4.400 qubit superconduttivi, progettato per affrontare problemi complessi di ottimizzazione in ambiti che vanno dall’industria alla sanità, dall’energia alla logistica.

Non un semplice prototipo sperimentale, ma un’infrastruttura progettata per lavorare su problemi reali. Secondo quanto comunicato dai promotori, si tratta del primo sistema quantistico ad annealing di questa classe installato in Italia e di uno dei pochi fisicamente accessibili in Europa.

Dalla ricerca alle applicazioni industriali

La tecnologia Advantage2 è specializzata nell’ottimizzazione: individuare le soluzioni più efficienti tra un numero elevatissimo di combinazioni possibili. Le applicazioni potenziali comprendono la pianificazione industriale, la gestione dei trasporti e delle flotte, le reti energetiche, la finanza, la ricerca di nuovi materiali, l’intelligenza artificiale e l’organizzazione dei servizi sanitari. Altri ambiti d’interesse sono la sicurezza, la difesa e le infrastrutture strategiche.

Il sistema, appartenente alla sesta generazione della tecnologia quantistica di D-Wave, dispone di oltre 4.400 qubit e più di 40.000 connessioni. Tra le caratteristiche dichiarate figurano una coerenza raddoppiata e una riduzione del rumore del 75% rispetto alla generazione precedente.

Un ecosistema per il quantum a Como

L’installazione punta a fare del territorio comasco un centro di collaborazione tra università, centri di ricerca, imprese e pubbliche amministrazioni. La macchina sosterrà le attività della Q-Alliance, con l’obiettivo di favorire la formazione di nuove competenze, lo sviluppo di progetti industriali e il trasferimento della ricerca verso applicazioni concrete.

L’iniziativa si inserisce anche nel percorso di rafforzamento della sovranità tecnologica italiana ed europea, in un settore considerato strategico per la competitività futura.

Le istituzioni all’inaugurazione

La cerimonia si è svolta al termine dei lavori del Digital Innovation Forum, ospitato a Villa Erba, e nell’ambito delle celebrazioni per il bicentenario della morte di Alessandro Volta.

Tra i partecipanti il sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti, il sottosegretario all’Informazione e all’Editoria Alberto Barachini, il presidente della Provincia Fiorenzo Bongiasca, la rettrice dell’Università dell’Insubria Maria Pierro, Vincenzo Vespri, presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni voltiane, e Alan Baratz, CEO di D-Wave. Era inoltre prevista la partecipazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto.

Con Advantage2, Como punta a superare il ruolo di sede di una nuova infrastruttura tecnologica per diventare un luogo in cui ricerca e industria possano sviluppare le applicazioni del calcolo quantistico. La sfida sarà trasformare la capacità di calcolo in progetti, competenze e opportunità per il territorio.

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L’Europa del fare innovazione, dal Digital Innovation Forum il Manifesto con le 10 azioni

A chiusura della terza e ultima giornata della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale, in corso a Villa Erba, sul lago di Como, sono state raccolte le 10 azioni del fare proposte da rappresentanti del mondo delle Istituzioni, della politica, delle imprese, dell’industria, dell’Università e della ricerca, delle forze armate e delle forze dell’ordine.

Di particolare interesse i messaggi lasciati da Papa Leone XIV e dall’astronauta italiano Luca Parmitano.

L’edizione 2026 della conferenza internazionale organizzata da NOW Italia e da Triumph Group, su iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ET, ha avuto come tema centrale “L’Europa del Fare Innovazione”, ponendo l’accento sulla necessità di favorire un contesto normativo e industriale capace di sostenere l’innovazione e accelerare la trasformazione di ricerca e investimenti in valore economico e sociale.

Di seguito il Manifesto con le 10 azioni del fare innovazione in Italia e in Europa:

  1. Papa Leone XIV: «Tutte le parti interessate – dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori – devono essere coinvolte nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile».
  2. Luca Parmitano: «Indispensabile creare un accesso autonomo europeo allo Spazio».
  3. «A 70 anni dai Trattati di Roma, dobbiamo tornare a essere il Continente del fare, del futuro: meno vincoli e più investimenti, regole semplici e una vera politica industriale per l’indipendenza digitale europea».
  4. «L’indipendenza digitale passa necessariamente per quella energetica. E la sicurezza cibernetica europea passa dal governo dei dati e delle infrastrutture».
  5. «Serve capacità tecnologica per la via italiana ed europea sull’intelligenza artificiale».
  6. «Finanziare un programma europeo che porti il trasferimento tecnologico dai laboratori alle fabbriche, con tempi certi e procedure semplici».
  7. «Favorire con politiche ad hoc gli investimenti finanziari in innovazione tecnologica europea».
  8. «Definire una Strategia comune per i data center europei sostenibili: custodi del patrimonio digitale dell’Unione e leva di crescita per le imprese».
  9. «Costruire un CERN europeo dell’Intelligenza artificiale».
  10. «Integrare le tecnologie quantistiche nei percorsi di formazione universitaria, nello sviluppo delle competenze professionali e nelle strategie di investimento delle istituzioni e delle imprese».

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Minori e social, Gelmini: “Oratori, sport e terzo settore alternative al digitale”

“Ho creduto negli ITS quando ancora non si parlava del fatto che le imprese dovessero entrare nelle scuole. Sui social network, questi hanno portato dei rischi. Li dobbiamo dosare, regolamentare e non certo vietare. Sotto i 13 anni i ragazzi non hanno ancora sviluppato autonomia per dosare la tecnologia e siamo restrittivi. Sopra i 13 anni, serve l’educazione per gestirli, affinché non ci siano dipendenze del virtuale. I patti digitali nelle scuole sono ormai un pilastro. Sulla comunità educante, questa la nostra proposta, in Senato abbiamo proposto di dare opportunità ai ragazzi in orario non scolastico mettendo in rete, su base comunale, le associazioni sportive e culturali, in particolare gli oratori, per dare ai ragazzi un nuovo modo di valorizzare il tempo extrascolastico, oltre i social. Siano gli oratori l’alternativa ai social”. La ha detto la senatrice di Noi Moderati Mariastella Gelmini, membro della prima Commissione – Affari Costituzionali, nel suo intervento in occasione della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobre su iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.

Non basta vietare, bisogna offrire alternative

Limitare i rischi legati ai social network è necessario, ma non sufficiente: per proteggere davvero i minori occorre offrire loro opportunità concrete per stare insieme, fare sport, coltivare interessi e costruire relazioni al di fuori dello schermo. È questo il punto centrale della proposta illustrata da Mariastella Gelmini, componente della Commissione Affari costituzionali del Senato, nell’intervista dedicata alla tutela dei più giovani nell’ambiente digitale.

“Dobbiamo dare opportunità diverse ai ragazzi, alternative ai social”, ha sottolineato la senatrice, indicando nella ricchezza dell’offerta educativa e ricreativa una risposta alla dipendenza dal digitale e alla difficoltà, sempre più segnalata, di socializzare nella vita reale.

L’obiettivo è intervenire non soltanto sui rischi della rete, ma anche sulle condizioni che spingono i ragazzi a trascorrere sempre più tempo online. Per Gelmini, la sfida consiste nel costruire una rete di luoghi e attività accessibili, capaci di coinvolgere i giovani anche al di fuori dell’orario scolastico e di sostenere le famiglie che non possono permettersi di pagare sport e iniziative ricreative.

La proposta: rafforzare la comunità educante

È in questa direzione che si muove la proposta sulla comunità educante presentata in Senato. L’idea è mettere in rete Comuni, associazioni sportive e ricreative, biblioteche e realtà del territorio per ampliare le possibilità a disposizione dei ragazzi nel tempo extrascolastico.

Il punto di partenza è anche sociale: non tutte le famiglie hanno le stesse risorse per garantire ai figli attività sportive, culturali o occasioni di aggregazione. Offrire alternative ai social significa quindi anche ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle opportunità di crescita.

In questo modello, la comunità educante diventa uno strumento per restituire centralità alle relazioni e alla partecipazione. Non soltanto luoghi in cui trascorrere il tempo libero, ma spazi nei quali sperimentare attività condivise, sviluppare capacità e costruire legami con i coetanei e con gli adulti.

Oratori, una rete da 8mila realtà

Tra i protagonisti di questa strategia ci sono gli oratori, una presenza capillare sul territorio italiano che, secondo Gelmini, può svolgere una funzione importante anche nell’educazione e nell’aggregazione delle nuove generazioni.

“Abbiamo pensato di rafforzare gli oratori, dove non si deve andare soltanto a dottrina, ma anche per fare sport e fare comunità”, ha spiegato la senatrice, ricordando la collaborazione con don Stefano Guidi della Conferenza episcopale italiana.

La rete, ha evidenziato, conta circa 8mila oratori in Italia. L’intenzione è valorizzarne le potenzialità, rendendoli luoghi vivi e aperti, in grado di proporre attività sportive, ricreative ed educative. Un’offerta che può rappresentare un’alternativa concreta al tempo trascorso sui social, soprattutto quando mancano altri spazi accessibili di incontro.

Gelmini ha inoltre richiamato lo stanziamento di 6 milioni di euro all’anno per sostenere gli oratori, sottolineando la disponibilità del ministro Andrea Abodi. Al bando, ha riferito, hanno risposto quasi 700 enti tra oratori, parrocchie e associazioni. Il programma, ha aggiunto, proseguirà anche nei prossimi due anni.

Centri estivi e attività sportive: un sostegno anche alle famiglie

La necessità di ampliare l’offerta ricreativa emerge con particolare forza durante l’estate, quando la chiusura delle scuole pone molte famiglie davanti alla difficoltà di conciliare lavoro e cura dei figli.

I centri estivi possono offrire una risposta concreta, garantendo ai ragazzi occasioni di socialità e attività strutturate durante le settimane senza lezioni. Anche in questo caso, il tema dell’accessibilità è centrale: le opportunità non devono dipendere esclusivamente dalla capacità economica delle famiglie.

Sport, attività culturali, biblioteche, oratori e centri estivi compongono così un possibile sistema di alternative al tempo trascorso online. La sfida, nella prospettiva indicata da Gelmini, è rendere queste opportunità sufficientemente varie e attrattive da intercettare gli interessi dei giovani.

Social, una proposta restrittiva sotto i 13 anni

L’investimento nelle alternative educative si affianca alla proposta di regolamentare più severamente l’accesso ai social network. Gelmini ha ricordato che Noi Moderati ha presentato una proposta restrittiva per i minori di 13 anni, ritenendo che a quell’età non vi sia ancora un’autonomia sufficiente per gestire consapevolmente l’utilizzo delle piattaforme.

“Sotto i tredici anni, per noi, i ragazzi non hanno una sufficiente autonomia per dosare la tecnologia”, ha detto. Per la fascia d’età successiva, ha aggiunto, diventano fondamentali l’educazione digitale e il coinvolgimento delle scuole e delle famiglie.

La preoccupazione riguarda soprattutto la confusione tra vita reale e virtuale, il rischio di dipendenza e le conseguenze sull’attenzione e sulle relazioni. “No alla dipendenza dal digitale, no che diventi il solo modo di passare il tempo oltre lo sport”, è il messaggio della senatrice, che richiama anche le difficoltà di concentrazione e socializzazione segnalate dagli insegnanti.

Algoritmi e piattaforme: la responsabilità non può ricadere solo sulle famiglie

La tutela dei minori, secondo Gelmini, richiede anche un intervento sulle piattaforme digitali. Non basta chiedere ai genitori di controllare l’utilizzo dei dispositivi: occorre affrontare il funzionamento degli algoritmi e la diffusione di contenuti dannosi, compresi quelli che promuovono la violenza o espongono i più giovani a materiale pornografico.

In questo quadro si inserisce il confronto europeo sulle regole per la protezione dei minori online. Gelmini ha richiamato l’importanza di coinvolgere direttamente le piattaforme, anche attraverso strumenti come il parental control, senza limitarsi alle misure di controllo individuale.

La regolamentazione, tuttavia, è soltanto una parte della risposta. Perché i ragazzi possano costruire un rapporto più equilibrato con la tecnologia, servono anche educazione, accompagnamento e alternative reali.

La proposta della senatrice punta proprio a tenere insieme questi due livelli: da una parte regole più efficaci per ridurre i rischi dei social, dall’altra investimenti nei luoghi di incontro e nelle attività che permettono ai giovani di coltivare relazioni e interessi fuori dalla rete.

Il messaggio è che la protezione dei minori non può tradursi soltanto in un divieto. Deve passare anche dalla capacità di offrire loro qualcosa di diverso: spazi accessibili, occasioni di partecipazione e una comunità adulta pronta ad accompagnarli nella crescita.

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Dall’intelligenza artificiale alle neurotecnologie: così l’innovazione cambia la sanità

Come portare l’innovazione fuori dai laboratori e renderla uno strumento concreto per la salute delle persone? È la domanda al centro del panel “La Sanità che cura davvero con l’innovazione”, in occasione della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobresu iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.

I partecipanti al panel

 Andrea Di Santo, CEO di Gpi Group, e Silvestro Micera, professore ordinario di Bioelettronica e Ingegneria neurale all’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, grande esperto di bionica. Dall’intelligenza artificiale alla medicina personalizzata, passando per la gestione dei dati sanitari e le neurotecnologie, il confronto ha messo in luce opportunità e criticità di una trasformazione che richiede di coniugare ricerca, applicazioni cliniche e sostenibilità del sistema.

Neurotecnologie, restituire il movimento

Uno degli esempi più significativi di innovazione applicata alla cura arriva dalla ricerca di Silvestro Micera, impegnato nello sviluppo di tecnologie in grado di stimolare il sistema nervoso e recuperare alcune funzioni motorie compromesse.

“Abbiamo capito come ridare il controllo del movimento al paziente”, ha detto il professore, illustrando il funzionamento di un sistema di stimolazione elettrica del midollo spinale. La tecnologia utilizza uno stimolatore simile a un pacemaker, che genera impulsi elettrici capaci di attivare i circuiti nervosi coinvolti nel movimento.

L’obiettivo è consentire alle persone di recuperare gesti e attività quotidiane, anche semplici ma fondamentali per l’autonomia, come salire le scale. Un elemento centrale è la possibilità di modulare la stimolazione attraverso i movimenti del tronco, lasciando al paziente un ruolo attivo nel controllo dell’azione.

La sfida, ora, è passare dai risultati della ricerca a una diffusione più ampia nella pratica clinica. “L’obiettivo è prendere questa tecnologia e renderla disponibile alla maggior parte delle persone”, ha sottolineato Micera. Al San Raffaele di Milano sono stati impiantati circa venti pazienti e sono state avviate collaborazioni con ospedali stranieri per sviluppare ulteriormente queste applicazioni.

Un passaggio importante riguarda la personalizzazione della terapia. L’impiego dell’intelligenza artificiale e la creazione di un digital twin, un gemello digitale del paziente, potrebbero consentire di adattare la stimolazione alle caratteristiche individuali in tempi più rapidi. “Il collo di bottiglia attuale è il tempo di personalizzazione”, ha osservato Micera, ricordando come il percorso possa richiedere oggi una permanenza in ospedale di due o tre mesi.

La prospettiva va oltre il recupero motorio: le stesse logiche di sviluppo delle neurotecnologie potrebbero contribuire, in futuro, a restituire funzioni come la parola a persone che l’hanno perduta.

Intelligenza artificiale, la sfida della sicurezza dei dati

Per Andrea Di Santo, l’innovazione digitale è ormai parte integrante del funzionamento quotidiano degli ospedali. Gpi Group sviluppa soluzioni che supportano processi e attività cliniche essenziali, in un contesto in cui la continuità dei sistemi informatici è strettamente legata a quella dell’assistenza.

“Siamo il sistema nervoso della sanità: se il nostro applicativo si ferma, si ferma il reparto”, ha detto il CEO, sottolineando quanto sia importante introdurre nuove tecnologie senza compromettere affidabilità e sicurezza.

L’intelligenza artificiale generativa offre la possibilità di migliorare le prestazioni degli applicativi sanitari, ma la sua adozione richiede particolare attenzione alla protezione delle informazioni. “Non si sa dove vanno a finire i dati”, ha evidenziato Di Santo, richiamando il problema della gestione delle informazioni cliniche e della necessità di minimizzare i dati trattati.

La risposta illustrata da Gpi si muove su due direttrici: adattare modelli open source alle esigenze specifiche della sanità e garantire il controllo sull’infrastruttura e sulla localizzazione delle informazioni. L’azienda ha lavorato per trasformare un modello linguistico in un modello specializzato per il settore sanitario, con l’obiettivo di ridurre le cosiddette allucinazioni, cioè le risposte generate dall’AI che risultano inesatte o non fondate.

“Abbiamo preso un modello open source e lo abbiamo addomesticato per farlo diventare da LLM a health care model”, ha aggiunto Di Santo. A questo si affianca il tema della sovranità dei dati: “È importante sapere dove sono i dati”. Gpi, ha precisato, li conserva in Trentino, completando una filiera che punta a mantenere in Italia la gestione delle informazioni. I dati sono conservati all’interno di Intacture (“The Natural Home of Data”), si tratta del data center ipogeo realizzato all’interno di una miniera attiva di dolomia dell’azienda Tassullo a Predaia (in Val di Non), a circa 100 metri di profondità nella roccia.

Dalla neonatologia alle liste d’attesa: l’AI nei casi concreti

La tecnologia, secondo Di Santo, deve essere valutata soprattutto sulla base dei risultati che riesce a produrre nella pratica clinica. Un esempio riguarda la neonatologia, dove la prescrizione farmacologica richiede particolare precisione: dosaggi e terapie devono essere adeguati a pazienti molto piccoli, le cui esigenze differiscono profondamente da quelle degli adulti.

“La tecnologia attuale permette di abbattere il 16% al 2%” degli errori di prescrizione, ha detto il CEO, riferendosi ai risultati ottenuti con soluzioni che consentono di personalizzare le prescrizioni per i bambini. Un caso che mostra come l’AI possa contribuire a migliorare la sicurezza delle cure quando viene applicata a un problema ben definito.

Un secondo ambito riguarda l’organizzazione dei servizi e la gestione delle liste d’attesa. In questo contesto si inserisce PrediCup, una soluzione avanzata basata sull’Intelligenza Artificiale pensata appositamente per ottimizzare la sanità pubblica e la gestione delle liste d’attesa attraverso due attività principali. L’applicazione è pensata per mettere in relazione i sintomi riferiti telefonicamente dal paziente con la diagnosi effettiva, così da contribuire a una migliore comprensione dei bisogni assistenziali.

L’intelligenza artificiale può quindi agire su due livelli: da una parte, supportare le decisioni cliniche e ridurre il rischio di errore; dall’altra, fornire ai gestori sanitari informazioni più precise sui fabbisogni reali dei pazienti. L’obiettivo è migliorare l’appropriatezza delle prestazioni e utilizzare meglio le risorse disponibili.

Interoperabilità e dati, le condizioni per una sanità più efficiente

Perché queste applicazioni possano esprimere pienamente il loro potenziale, è necessario che i dati siano accessibili in modo sicuro e interoperabile. Il Fascicolo Sanitario Elettronico, la telemedicina e il futuro spazio europeo dei dati sanitari (EHDS) rappresentano tasselli importanti di un percorso che punta a rendere le informazioni utili alla continuità assistenziale, alla prevenzione e alla personalizzazione delle cure.

La disponibilità di dati di qualità può favorire sia lo sviluppo di strumenti di AI più affidabili sia una programmazione sanitaria più aderente alle necessità della popolazione. Restano però centrali le questioni della protezione dei dati, della governance e della capacità di integrare sistemi informatici diversi.

La stessa personalizzazione delle neurotecnologie descritta da Micera mostra quanto la qualità delle informazioni sia decisiva: raccogliere e interpretare correttamente i dati del singolo paziente può accelerare la messa a punto del trattamento e renderlo più efficace.

Investimenti e regole, serve una visione di lungo periodo

La trasformazione digitale della sanità richiede infine risorse, competenze e modelli di acquisto adeguati. Per Di Santo, uno dei nodi è la capacità di investire in innovazione con una prospettiva coerente con la velocità del cambiamento tecnologico.

“L’effetto scala è fondamentale”, ha detto, ricordando che il 25% dei ricavi di Gpi proviene dall’estero. La crescita e la diffusione delle soluzioni, ha spiegato, sono elementi importanti per sostenerne lo sviluppo e consolidare le competenze.

Il CEO ha richiamato anche la necessità di ripensare gli strumenti di procurement pubblico: “Se facciamo delle gare pubbliche con una prospettiva del passato, non va bene”. Il rischio è che procedure e criteri di acquisto non riescano a tenere il passo con tecnologie che evolvono rapidamente e richiedono aggiornamenti continui.

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Quantum computing, Baratz (D-Wave): “L’Italia trasformi l’accesso a tecnologie quantistiche in valore industriale”

Quantum computing, il test italiano di D-Wave: “Ora bisogna trasformare la tecnologia in valore industriale”

Dalla partecipazione al Digital Innovation Forum dello scorso anno all’impegno nella Q-Alliance, con un investimento annunciato da 10 milioni di euro per un sistema quantistico destinato all’Italia: il gruppo americano indica la strada per passare dalla ricerca alle applicazioni. Nel frattempo il Governo ha adottato la Strategia nazionale per le tecnologie quantistiche. La sfida, adesso, è misurare i risultati.

Baratz (D-Wave), il quantum aiuterà le imprese italiane a ottimizzare

Le imprese italiane affrontano ogni giorno problemi computazionali complessi, fuori dalla portata del calcolo classico, e il computer quantistico può aiutarle a risolverli più rapidamente. Lo ha detto Alan Baratz, CEO di D-Wave Quantum, a margine della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobre su iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.

Interpellato sui possibili vantaggi della tecnologia quantistica per l’Italia, Baratz ha richiamato in particolare i settori della logistica, della spedizione e della produzione. “L’Italia ha aziende che ogni giorno devono risolvere problemi computazionali molto complessi: problemi di logistica, di spedizione, di produzione”, ha detto. “Sono problemi che in genere vanno oltre la portata del calcolo classico”.

Per questo, ha osservato il ceo, le aziende finiscono per semplificarli: “Cercano di ridurre la complessità per ottenere quelle che sperano siano soluzioni abbastanza buone, usando computer classici”.

Con i computer quantistici, in particolare con il sistema D-Wave a ricottura quantistica (quantum annealing) che sarà installato proprio a Como, lo scenario cambia: “Potranno risolvere questi problemi molto più velocemente, con soluzioni, se non ottimali, che migliorano le loro attività”. 

Q-Alliance, il polo quantistico italiano: bilancio di un anno

D-Wave torna al Digital Innovation Forum, a un anno dalla partecipazione che aveva segnato il suo ingresso nel progetto italiano di sviluppo del quantum computing. Nell’edizione dello scorso anno, la società americana specializzata in sistemi, software e servizi di calcolo quantistico aveva aderito alla nascita di Q-Alliance, l’iniziativa promossa insieme a IonQ per costruire un polo quantistico in Italia, mettendo sul tavolo anche un impegno economico concreto attraverso un accordo da 10 milioni di euro per la realizzazione di un’infrastruttura sul territorio nazionale.

Punto della situazione su Q-Alliance

Dodici mesi dopo, il ritorno di Alan Baratz, CEO e presidente di D-Wave, offre l’occasione per fare il punto sulle ambizioni del progetto e sul percorso dell’Italia nel mercato delle tecnologie quantistiche. Il messaggio che emerge dal suo intervento è chiaro: la disponibilità di computer quantistici e la qualità della ricerca non bastano. Perché il settore possa diventare un motore di crescita, occorre costruire un ecosistema capace di trasformare le potenzialità scientifiche in applicazioni operative, competenze industriali e ritorni economici misurabili.

La domanda, quindi, è se il primo anno di Q-Alliance abbia già prodotto risultati sufficienti per avvicinare questo obiettivo.

Q-Alliance, dall’accordo all’infrastruttura

Il punto di partenza è l’annuncio del 15 ottobre 2025, al Digital Innovation Forum – ComoLake, dell’accordo tra D-Wave e Swiss Quantum Technology (SQT) per l’installazione in Europa di un sistema quantistico Advantage2. L’intesa, del valore di 10 milioni di euro e con un’opzione di acquisto, è stata presentata come un investimento funzionale anche agli obiettivi di Q-Alliance e allo sviluppo di un’infrastruttura avanzata accessibile a università, centri di ricerca e imprese attraverso il cloud.

Il sistema Advantage2 è basato sulla tecnologia di quantum annealing di D-Wave, progettata per affrontare specifiche classi di problemi di ottimizzazione. Non va quindi confuso con un computer quantistico universale: si tratta di un approccio tecnologico con caratteristiche e ambiti applicativi propri, particolarmente rilevanti per problemi industriali complessi.

Passaggio concreto

L’annuncio ha rappresentato un passaggio concreto sul fronte degli investimenti e dell’accesso alle infrastrutture. Ma l’impegno economico e la disponibilità di un sistema non coincidono automaticamente con la sua piena operatività né, tantomeno, con la diffusione di applicazioni commerciali. Per valutare il bilancio del primo anno sarà importante capire quali progetti siano stati avviati, quante imprese abbiano utilizzato la tecnologia e quali risultati siano stati raggiunti sul piano industriale.

La Strategia nazionale è stata approvata: ora servono risultati

Nel frattempo, il quadro italiano è cambiato anche sul fronte istituzionale. Nel luglio 2025 il Comitato interministeriale per la transizione digitale ha adottato la Strategia italiana per le tecnologie quantistiche, successivamente pubblicata dal Ministero dell’Università e della Ricerca.

Il piano individua quattro priorità: sviluppo scientifico e industriale nei diversi ambiti quantistici; costruzione di un ecosistema integrato tra ricerca, trasferimento tecnologico, industria e formazione; rafforzamento della presenza italiana nei programmi europei e internazionali, con attenzione alla sicurezza delle tecnologie strategiche; governance e misurazione dei risultati.

Non basta investire in ricerca, bisogna trasformare il quantum in capacità produttive

È un quadro che coincide in larga parte con la visione espressa da Baratz. La questione non è soltanto investire nella ricerca o attrarre infrastrutture dall’estero, ma fare in modo che queste risorse generino capacità produttive, proprietà intellettuale, nuove imprese e occupazione qualificata.

Per il Governo, Q-Alliance rappresenta una delle iniziative chiamate a contribuire a questo percorso. Al momento del lancio, il sottosegretario Alessio Butti aveva indicato tre condizioni per la collaborazione: coerenza con la Strategia nazionale, coinvolgimento di 100 ricercatori, in maggioranza italiani, e utilizzo del quantum computing esclusivamente per applicazioni civili.

“Il valore di una scoperta si misura nelle applicazioni”

Per introdurre il suo intervento, Baratz sceglie un riferimento storico particolarmente significativo per il territorio che ospita il Forum: Alessandro Volta, nato a Como, e l’invenzione della pila voltaica nel 1800.

Il parallelo serve al CEO per spiegare come una scoperta scientifica raggiunga il suo pieno potenziale soltanto quando diventa uno strumento per risolvere problemi concreti e sviluppare nuove capacità. È il passaggio che, secondo Baratz, anche le tecnologie quantistiche stanno cominciando ad affrontare.

La scienza alla base del quantum computing è straordinaria, sostiene il manager, ma il suo impatto dipenderà dalla capacità di portare la tecnologia nei processi economici e industriali. L’Italia, in questa prospettiva, dispone di due risorse importanti: una tradizione scientifica riconosciuta e un tessuto industriale che può offrire casi d’uso concreti.

La sfida consiste nel collegare queste competenze a infrastrutture, investimenti e progetti applicativi. «Il pieno impatto di una scoperta scientifica si realizza quando essa viene impiegata per risolvere problemi significativi e sviluppare nuove capacità», è il principio che sintetizza il ragionamento del CEO.

Dall’automotive alle telecomunicazioni: i casi d’uso internazionali

Per sostenere la propria tesi, Baratz richiama esempi di applicazione delle tecnologie quantistiche in diversi mercati. Tra i settori citati figurano la produzione automobilistica in Turchia, la chimica avanzata in Germania, l’ottimizzazione delle reti di telecomunicazioni mobili in Giappone e la riduzione delle interruzioni nelle reti di telecomunicazione in Nord America. Vengono menzionate anche applicazioni nel retail e nella ricerca sulle scienze della vita.

Il filo conduttore è l’utilizzo del calcolo quantistico per affrontare problemi di ottimizzazione complessi, nei quali la ricerca di una soluzione più efficiente può tradursi in risparmi di tempo, risorse e costi operativi.

Questi esempi, nel discorso di D-Wave, servono a dimostrare che il quantum computing non deve essere considerato soltanto una prospettiva di lungo periodo. È però importante distinguere tra l’esistenza di applicazioni in specifici contesti e la prova di un ritorno economico replicabile su larga scala: per il mercato italiano sarà decisivo individuare progetti con risultati documentabili, metriche di performance e benefici verificabili rispetto alle soluzioni convenzionali.

Q-Alliance come ponte tra imprese e università

È proprio in questo passaggio che Baratz individua il potenziale strategico di Q-Alliance. Un’infrastruttura quantistica sul territorio, secondo il CEO, può diventare un punto di riferimento non soltanto per la ricerca, ma anche per lo sviluppo di soluzioni industriali, la formazione di specialisti e la creazione di competenze utilizzabili dalle imprese italiane.

L’accesso alla tecnologia, da solo, non genera automaticamente valore. Deve accompagnarsi alla capacità di sviluppare applicazioni, formare talenti e costruire proprietà intellettuale. In questa prospettiva, le università possono contribuire alla preparazione delle competenze, mentre le aziende possono mettere a disposizione problemi reali da affrontare e validare.

Il risultato auspicato è un ecosistema in cui la collaborazione internazionale non si limiti a portare in Italia sistemi e conoscenze sviluppati altrove, ma contribuisca a creare nuove opportunità economiche nel Paese.

È anche il senso del richiamo di Baratz alle indicazioni del Governo: le partnership tecnologiche devono produrre conoscenze, applicazioni e opportunità industriali per l’Italia. Un obiettivo che richiede di valutare non soltanto il valore degli investimenti annunciati, ma anche la ricaduta effettiva sul sistema produttivo nazionale.

Le cinque azioni per trasformare la strategia in business

Nella parte conclusiva dell’intervento, Baratz indica la necessità di costruire un percorso ripetibile che accompagni i progetti dal problema aziendale allo sviluppo della soluzione, fino alla sua messa in produzione.

Il principio è che il quantum computing debba essere adottato per rispondere a esigenze specifiche, anziché essere introdotto come tecnologia fine a sé stessa. La scelta del problema, la progettazione dell’applicazione e la verifica dei risultati diventano così passaggi essenziali per evitare che l’accesso alle infrastrutture rimanga un’iniziativa confinata alla sperimentazione.

Il CEO richiama cinque azioni per aiutare l’Italia a tradurre la strategia in vantaggio industriale, ma nel testo del suo intervento non le presenta come un elenco dettagliato di cinque misure distinte. Il punto centrale è piuttosto la necessità di rendere sistematico il passaggio dalla sperimentazione alla produzione, collegando ricerca, imprese e infrastrutture.

È qui che si misurerà anche il valore di Q-Alliance: nella capacità di favorire progetti replicabili, investimenti, produttività e occupazione qualificata, oltre che nel consolidamento delle competenze scientifiche.

Il bilancio di un anno: la prossima sfida è dimostrare l’impatto

A un anno dal lancio di Q-Alliance, l’Italia può contare su un quadro istituzionale più definito, su un accordo economico per una nuova infrastruttura quantistica e su un progetto di collaborazione internazionale che punta a collegare ricerca e industria. Sono sviluppi significativi, ma non sufficienti, da soli, per stabilire quanto il mercato nazionale del quantum computing sia cresciuto o quale sia già il ritorno economico dell’iniziativa.

Per completare il bilancio servono dati aggiornati sull’effettiva installazione e disponibilità del sistema, sul coinvolgimento dei ricercatori, sui progetti avviati con le imprese e sulle applicazioni eventualmente entrate in produzione. Servono inoltre indicatori che consentano di distinguere gli investimenti annunciati dai risultati conseguiti.

Il messaggio di Baratz, in definitiva, sposta il confronto dalla promessa tecnologica alla capacità di esecuzione. L’Italia ha definito una strategia, avviato collaborazioni internazionali e posto le basi per rafforzare l’accesso alle infrastrutture quantistiche. Il passaggio decisivo sarà ora dimostrare che queste iniziative possono tradursi in soluzioni industriali, competenze nazionali e valore economico duraturo.

Il 16 ottobre: grand challenge “il Manifesto con le 10 azioni per l’Europa del fare Innovazione digitale”

Al termine dei lavori del Digital Innovation Forum, il 16 ottobre si terrà, presso Villa Saporiti, sede della Provincia di Como – e in collegamento con Villa Erba – l’inaugurazione del “Volta B1”, il primo quantum annealer industriale d’Italia con oltre 4.400 qubit superconduttivi: sarà una delle infrastrutture quantistiche più avanzate d’Europa, con l’obiettivo di dar vita a uno degli ecosistemi europei per costruire le applicazioni quantistiche dei prossimi anni. L’iniziativa rientra nelle celebrazioni del bicentenario della morte di Alessandro Volta.

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PA Digitale, Michele Sciscioli, AD IPZS: “In arrivo le deleghe digitali”

App IO e identità digitale, la PA entra in una nuova fase

L’Italia parte da risultati significativi nella digitalizzazione dei servizi pubblici, ma la prossima fase richiede un salto di qualità: passare dall’accesso digitale alle amministrazioni a servizi sempre più semplici, integrati e capaci di dialogare anche con gli agenti di intelligenza artificiale. È questa la direzione indicata da Mario Nobile, direttore generale dell’Agenzia per l’Italia digitale (AgID), che richiama il mandato politico del ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale, Alessio Butti, per rafforzare l’ecosistema pubblico. E’ quanto emerge dal panel PA Digitale, l’Italia un modello in Europa in occasione della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobresu iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.

“Butti ieri ha dato un mandato politico chiaro, di rafforzare l’ecosistema pubblico. Noi scriviamo le regole e il nostro ecosistema è vasto”, dice Nobile.

I numeri confermano la diffusione degli strumenti digitali. “Oggi sull’App IO più di 13 milioni di italiani hanno più di 22 milioni di documenti, dalla carta d’identità alla tessera sanitaria. Numeri che ci portano sul podio europeo”, sottolinea il direttore generale di AgID.

Interazioni con la PA

Se SPID e Carta d’identità elettronica hanno rappresentato un passaggio fondamentale per l’autenticazione, l’evoluzione dei servizi pubblici digitali punta ora a rendere più immediate le interazioni con la PA. “Oggi l’App IO manda delle notifiche, ci riconosce. Il prossimo salto è fare delle azioni semplici per le persone e leggibili per gli agenti”.

L’intelligenza artificiale apre così una nuova prospettiva: servizi progettati per essere utilizzati dalle persone, ma anche accessibili agli agenti digitali, in grado di svolgere attività sulla base di istruzioni e autorizzazioni. Nobile richiama, a questo proposito, uno studio del World Economic Forum che colloca l’Italia al terzo posto a livello mondiale per la readiness nell’utilizzo dell’AI, secondo gli indicatori citati nel suo intervento.

La prospettiva, tuttavia, pone interrogativi regolatori e organizzativi. “Come regolare un’infrastruttura pubblica che deve servire decine di milioni di esseri umani per servire decine di milioni di agenti?”, si chiede Nobile.

Il punto centrale è garantire che l’automazione non comprometta l’accessibilità dei servizi e che l’utilizzo degli agenti sia accompagnato da regole chiare. “Regolare, avere competenze è la prima cosa. Noi umani diamo le regole”, osserva.

Cloud e sovranità digitale, il controllo dei dati al centro

La trasformazione digitale della PA si intreccia inevitabilmente con il tema della sovranità tecnologica. Per Nobile, nessun Paese può oggi contare su un’autonomia assoluta in materia di intelligenza artificiale e data center. La questione, quindi, non è rinunciare alle tecnologie internazionali, ma individuare le soluzioni più adatte in base alla natura dei servizi e alla sensibilità delle informazioni trattate.

“Nessun Paese al mondo ha un’autarchia tecnologica sull’AI e sui data center”, sottolinea il direttore generale di AgID.

La scelta tra cloud pubblico e infrastrutture maggiormente isolate deve essere guidata dai rischi e dalle esigenze di sicurezza. “In questo momento la nostra prospettiva deve essere scegliere, a seconda del caso, dove collocarci: public cloud o sistema disconnesso, che ha una protezione alta e tratta dati e azioni molto delicate”.

Il Polo Strategico Nazionale

In questo quadro, il Polo Strategico Nazionale e il percorso di razionalizzazione delle infrastrutture pubbliche rappresentano strumenti per rafforzare la protezione dei dati e la continuità dei servizi. La sfida è costruire un modello di interdipendenza con gli alleati europei che non rinunci al controllo sulle informazioni dei cittadini.

“Dobbiamo strutturare con i nostri alleati questo tipo di interdipendenza. E questo tipo di controllo va azionato non come un interruttore, ma come protezione dei dati dei nostri cittadini, in ambito sanitario”, aggiunge Nobile.

Una visione condivisa anche da Fabio Ciolino, CEO di Dynamo e Head of Aruba Cloud, che individua nel controllo delle scelte tecnologiche un elemento essenziale per la PA. “Il controllo consiste sostanzialmente nel sapere dove stanno girando i miei dati, chi può accedere e che margini ho per rivedere le mie scelte. Per la PA questo assume ancora più valore, perché la continuità di erogazione dei servizi va garantita sempre”.

Non tutti i carichi di lavoro, sottolinea Ciolino, richiedono lo stesso livello di protezione: occorre differenziare le soluzioni sulla base della criticità dei dati e delle attività svolte. L’obiettivo non è sostituire una dipendenza tecnologica con un’altra, ma preservare la libertà di scelta nel tempo.

“Deve esserci un controllo strategico, non per eliminare la dipendenza da tecnologie non europee, ma per non crearne altre che diventano poi irreversibili”, dice.

Il Polo Strategico Nazionale come modello per le amministrazioni europee

L’esperienza italiana sul cloud pubblico sta suscitando interesse anche oltre i confini nazionali. Andrea Sinopoli, Country Manager di Oracle Italia, richiama il percorso del Polo Strategico Nazionale come esempio concreto di collaborazione tra istituzioni e operatori tecnologici. “Con il Polo Strategico Nazionale abbiamo dimostrato che si può fare. Il vero interesse che sta suscitando nell’UE è che sia stato una risposta concreta all’esigenza delle nostre PA. Questa cosa è stata realizzata”.

Il modello, dice Sinopoli, combina la definizione delle regole da parte del Governo, la capacità operativa degli operatori e la disponibilità di tecnologie cloud avanzate. “Il Governo decide quali sono le regole e le linee guida. L’attività fatta con TIM è importante, con un operatore sovrano in grado di esercire i servizi e poi la flessibilità di mettere le tecnologie hyperscaler a disposizione”.

Il passaggio successivo riguarda l’interoperabilità: le tecnologie sono disponibili, ma devono essere organizzate secondo standard comuni per semplificare l’utilizzo dei servizi e favorire la collaborazione tra amministrazioni.

“Il tema dell’interoperabilità è importante. Le tecnologie non mancano, ma dobbiamo usarle per renderle più facili e usabili non soltanto in Italia, ma anche fuori, standardizzando”, conclude Sinopoli.

Dall’identità digitale alle deleghe: semplificare la vita dei cittadini

La trasformazione digitale passa anche dall’integrazione tra piattaforme e servizi. Michele Sciscioli, amministratore delegato dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, sottolinea come l’integrazione delle attività e il percorso di acquisizione di PagoPA da parte di Poste Italiane possano contribuire a costruire un sistema più unitario.

“Quello che dobbiamo cercare di fare è semplificare la vita dei cittadini attraverso un’unica identità digitale, anche con gli altri Paesi, per accedere a tutti i servizi digitali perché diventino interoperabili”.

L’obiettivo

L’obiettivo è superare la frammentazione delle procedure e consentire alle persone di utilizzare strumenti di identificazione sempre più semplici e riconosciuti. In questa direzione si inserisce il progetto del Wallet digitale, che punta a rendere disponibili in formato digitale documenti e attestazioni oggi utilizzati anche in forma fisica.

Sciscioli richiama inoltre i progetti sviluppati insieme al Dipartimento per la trasformazione digitale e ad AgID, a partire dalle deleghe digitali. Un’innovazione che può incidere direttamente sul rapporto tra cittadini e amministrazione, soprattutto per chi deve gestire pratiche per conto di familiari o altre persone.

“Oggi, per poter gestire una pratica INPS a distanza, i passaggi burocratici rendono la vita più complessa. Adesso con le deleghe digitali sarà tutto molto più facile“. Dal 15 ottobre 2026 i cittadini potranno delegare l’accesso ai servizi online della Pubblica Amministrazione a una persona di fiducia dotata di identità digitale.

L’interoperabilità assume anche una dimensione europea, in un contesto geopolitico che rende ancora più importante la cooperazione tra Paesi. “Dobbiamo fare capire agli altri partner europei che si deve avere ovunque in Europa accesso agli stessi servizi in sicurezza”, osserva Sciscioli.

L’intelligenza artificiale entra nel welfare: il caso INPS

Un altro fronte di sviluppo è quello dell’intelligenza artificiale applicata ai servizi previdenziali e assistenziali. L’INPS sta lavorando per superare i sistemi basati sulla semplice interazione tramite prompt e sviluppare strumenti capaci di comprendere le esigenze degli utenti facendo leva sulla conoscenza specialistica dell’Istituto.

Massimiliano D’Angelo, direttore centrale della Direzione centrale tecnologia, informatica e innovazione dell’INPS, illustra il percorso di Arianna 2.0, che punta a rendere più efficace l’accesso alle informazioni e ai servizi.

“Per ritrovare la situazione pensionistica serve una base informativa strutturata. Serve una super conoscenza. Serve un modello più piccolo che parli il linguaggio del welfare sui nostri modelli, uno standard per avere un canale comunicativo dalla sede e che ci consenta di portare all’interno del nostro modello la conoscenza dei nostri tecnici”.

La strategia

La strategia non consiste nel competere direttamente con i grandi modelli generalisti, ma nell’adattare modelli disponibili alle esigenze specifiche dell’amministrazione, valorizzando il patrimonio informativo e le competenze interne.

“Noi non possiamo competere con i foundation model, ma abbiamo reso disponibili dei modelli europei aperti e li stiamo addestrando per fare quello che serve a noi. Le nostre informazioni sono un patrimonio interno nostro”, afferma D’Angelo.

Il progetto pone anche il tema della condivisione delle conoscenze tra amministrazioni. L’interoperabilità, infatti, non riguarda soltanto i dati e le piattaforme, ma anche le norme, i processi e il linguaggio utilizzato dalle istituzioni.

“Il tema dell’interoperabilità riguarda i dati, ma anche la normativa a livello europeo. Lo sforzo è tecnologico, ma anche culturale. È questo che abbiamo costruito nel nostro welfare language model: se ogni struttura europea avesse un modello da mettere a fattor comune, avremmo fatto tanta strada”.

Connettività, la sfida è raggiungere tutti

Perché i servizi digitali siano davvero accessibili, occorre però garantire le infrastrutture necessarie anche nelle aree meno servite. Stefano Acanfora, amministratore delegato di Infratel Italia, fa il punto sui risultati raggiunti attraverso gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e sui prossimi obiettivi.

“È stato usato tanto PNRR. Noi ci siamo occupati delle isole minori, ben oltre il target di 18 isole; abbiamo messo su rete sicura 950 strutture sanitarie e, con Italia 1 Giga, abbiamo 2,5 milioni di civici collegabili. Siamo andati oltre i target di connettività”.

La sfida

Il completamento delle infrastrutture, tuttavia, non coincide automaticamente con il loro utilizzo. La sfida consiste nel fare in modo che cittadini, imprese e strutture pubbliche possano beneficiare concretamente della connettività disponibile.

“La frontiera da raggiungere è rendere tutti i servizi accessibili a tutti”, sottolinea Acanfora, evidenziando al tempo stesso il problema del basso tasso di adozione dei servizi nelle aree raggiunte dalle infrastrutture.

Per affrontare le situazioni più difficili si stanno valutando soluzioni alternative nelle cosiddette aree bianchissime, dove la copertura e la domanda di connettività restano particolarmente problematiche. A questo si aggiunge l’avvio del Fondo connettività, che interessa circa 700mila civici, mentre prosegue il lavoro per individuare il fabbisogno ancora da soddisfare.

Sanità digitale, dalla migrazione dei dati alla governance europea

Il governo delle infrastrutture è particolarmente delicato in ambito sanitario, dove la protezione delle informazioni e la continuità operativa rappresentano requisiti essenziali. Lorenzo Gubian, direttore generale di ARIA, la società della Regione Lombardia che si occupa di innovazione e acquisti per il sistema pubblico regionale, richiama l’esperienza lombarda nella costruzione di un ambiente cloud articolato.

“Nel 2018 è stata fatta una gara e aggiudicata nel 2020, in era pre-Covid. Una gara multicloud, con una parte on-premise per gestire i dati dei cittadini e delle aziende sanitarie. Sono arrivati 56 milioni di euro del PNRR per portare a bordo tutti i data center del sistema sanitario regionale”.

La migrazione

La migrazione, tuttavia, non può essere affrontata come un semplice trasferimento tecnologico. Occorre valutare dove collocare i dati, quali applicazioni spostare e quali requisiti debbano essere garantiti per ciascun caso d’uso.

“Gli eventi e la sovranità nazionale ti pongono delle domande”, osserva Gubian, che individua nella governance il vero elemento determinante per il successo dei progetti.

“La maggior parte dei nostri sforzi li mettiamo sulla governance di questi progetti. Il tema del governo è ricorrente, non è un tema di tecnologie”.

La trasformazione digitale della sanità richiede infatti un coordinamento su più livelli, dalla dimensione regionale a quella nazionale ed europea. Un esempio concreto è la condivisione delle ricette farmaceutiche digitali tra Paesi europei, un processo che implica l’allineamento di sistemi informativi, regole e responsabilità.

“Stiamo per mettere a terra la condivisione delle ricette farmaceutiche digitali in tutta Europa, il che sarà un salto a livello di governance multilivello in Europa”, conclude Gubian.

Una strategia europea tra cooperazione e autonomia

Dalle identità digitali all’intelligenza artificiale, dalla connettività al cloud, il percorso della PA digitale mostra come la trasformazione tecnologica non possa essere ridotta alla semplice adozione di nuove piattaforme. Servono infrastrutture adeguate, competenze, regole condivise e capacità di coordinamento tra amministrazioni e operatori.

L’esperienza italiana, dal Polo Strategico Nazionale all’App IO, fino ai progetti di AI applicata al welfare, offre elementi di confronto per gli altri Paesi europei. Il passaggio decisivo sarà trasformare le singole iniziative in un ecosistema interoperabile, capace di garantire servizi accessibili, protezione dei dati e continuità operativa.

La sovranità digitale, in questa prospettiva, non significa isolamento tecnologico, ma capacità di scegliere, governare e, quando necessario, modificare le soluzioni adottate. Una sfida che riguarda tanto la sicurezza delle infrastrutture quanto il diritto dei cittadini ad accedere a servizi pubblici semplici, affidabili e disponibili in tutta Europa.

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Chi sono gli architetti dell’innovazione tecnologica dei prossimi 10 anni?

Chi sono le figure professionali del futuro, in grado di sviluppare le soluzioni e i prodotti tecnologici che serviranno alle aziende un domani non troppo lontano. Quali le competenze richieste e le modalità di formare le nuove leve o riskillare quelle vecchie ancora in attività. Questo il tema del panel Chi saranno gli “architetti” dell’innovazione tecnologica dei prossimi 10 anni? In occasione della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobresu iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.

A parlarne diversi professori ed esperti a partire da Elena Maria Baralis, Prorettore, Politecnico di Torino: “Noi formiamo ingegneri, sono loro gli architetti del futuro – dice Baralis – Cosa fa il Politecnico? Ha messo insieme diverse iniziative per il lavoro di squadra, dell’imprenditorialità e dell’interdisciplinarità dei nostri studenti”.

Due esempi dal Politecnico di Torino

I team studenteschi, sono formati da gruppi di studenti che si uniscono per una competizione con un supervisore e affrontano lo studio e la progettazione di un prototipo. Si tratta di esperienze che toccano tutti gli ambiti della progettazione industriale, che vanno dal concept alla realizzazione e all’assemblaggio e il testing. C’è poi la fase di ricerca di sponsor e acquisizione di nuovi membri del team e tutta la parte di comunicazione. Questi sono gruppi di 60-80 studenti per un team.

“La realizzazione di un prodotto innovativo è l’obiettivo – dice Baralis – Una competizione ad esempio riguarda la macchina che consuma il meno possibile”.

Un secondo ambito sono le challanges per accompagnare un gruppo di studenti fino alla formazione di una startup. Formazione e mentoring durante il percorso e a volte viene fuori una idea solida. Un esempio di successo è Oris (Orbital Recharge in Space che nel 2027 farà la sua prima, vera prova spaziale) che invia energia a satelliti con un laser a satelliti.

Silvia Conforto, Prorettrice per le politiche relative al trasferimento tecnologico, Università degli Studi Roma Tre: “Roma Tre è una università generalista, si tratta di una cosa diversa rispetto ai politecnici. Nell’idea classica del trasferimento tecnologico, soltanto il 30% dell’università è dedicato alle mateeire STEM e il trasferimento tecnologico è valorizzato. Avere in house delle competenze ad ampio spettro diventa fondamentale per il trasferimento tecnologico. Stiamo cercando di mappare le competenze e i rapporti con le aziende e al PA all’università e sediamoci ad un tavolo”.

Le competenze tecnologiche non bastano

Mario Carpentieri, Professore Ordinario di Elettrotecnica e Prorettore alla Ricerca del Politecnico di Bari: “Chi sarà l’architetto del futuro dovrà avere una professionalità ben chiara, stiamo lavorando sulle competenze tecnologiche. Le competenze tecnologiche non bastano. La firgura professionale che vogliamo creare deve avere creatività e deve saper affrontare problemi complessi. Per questo puntiamo su didattica esperienziale e di laboratorio e sulla creazione di modelli matematici e fisici che richiedono più impegno nella ricerca”.

La distanza fra università e imprese è notevole nel trasferimento tecnologico. Ma se la ricerca resta confinata all’interno dell’università non va bene, dobbiamo avvicinare le imprese al mondo accademico.

Serve una contaminazione

Maria Pierro, Rettrice, Università dell’Insubria: “Domani per la nostra università e per il nostro territorio di Como è un giornata importante, con l’inaugurazione del computer Volta B1, 4400 qubit. Si tratta di una infrastruttura scientifica fondamentale per il trasferimento di competenze chimiche, fisiche, matematiche per risolvere problemi molto complicati. La scelta di collocarla nella città di Como è fondamentale per il rapporto con il territorio economico e sociale, che si sta adeguando sempre di più a questa immissione a sistema delle nuove tecnologie come l’AI”.

L’intento è di favorire la crescita di dottorandi e ricercatori in sinergia con le aziende.

“Noi abbiamo costituito all’interno del nostro centro del Centro Volta, peri individuare nuovi ricercatori e per offrire formazione e creare specialisti a favore del territorio, di nuove tecnologie di imprese e nuove professionalità”, aggiunge.

Il supercomputer Volta B1 servirà alle aziende, ad esempio, nella farmaceutica, per l’individuazione di farmaci ad una velocità esponenziale per rispondere a crisi e problemi.

ITS Academy e forze dell’ordine: formazione a stretto contatto con il mondo del lavoro

La formazione in ambito ICT e cybersecurity richiede un collegamento sempre più diretto tra competenze teoriche, applicazioni pratiche e necessità delle imprese. Un modello che, secondo Euclide Della Vista, Coordinatore nazionale della filiera ICT degli ITS Academy, trova nella collaborazione con le forze dell’ordine e con l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN) un elemento fondamentale.

“Grazie alla Polizia riusciamo a formare subito persone molto competenti”, sottolinea Della Vista, evidenziando l’importanza di accompagnare gli studenti anche nei moduli universitari e di coinvolgere direttamente gli specialisti delle istituzioni nei percorsi didattici.

“Gli specialisti delle forze dell’ordine e dell’ACN coordinano con noi i percorsi formativi ed entrano in aula per la formazione. Grazie agli ITS Academy, gestiscono i laboratori e mettono a disposizione la possibilità di creare subito prototipi”.

Un approccio che punta a ridurre la distanza tra formazione e applicazione concreta delle competenze, rafforzando il trasferimento tecnologico e il rapporto con le aziende. «Abbiamo dei SOC e degli HPC potenti che rendono più intenso il rapporto immediato con le aziende», aggiunge Della Vista, richiamando il ruolo delle infrastrutture tecnologiche nel sostenere attività formative avanzate e sperimentazioni.

Reskilling e intelligenza artificiale: le aziende devono ripartire dalle competenze

La trasformazione del lavoro imposta dall’intelligenza artificiale rende necessario ripensare non soltanto la formazione dei giovani, ma anche quella di chi è già occupato. È la prospettiva indicata da Davide Dattoli, Founder ed Executive Chairman di Talent Garden, che mette al centro il reskilling, ovvero l’acquisizione di nuove competenze per affrontare mansioni e ruoli in evoluzione.

“Il lavoro sta cambiando tantissimo. Oggi anche chi lavora ha bisogno di reimparare a lavorare. In molti casi stiamo inserendo gli agenti AI nelle aziende per creare nuove competenze nei team”.

L’intelligenza artificiale, spiega Dattoli, può accelerare numerose attività professionali, ma il suo utilizzo richiede preparazione e un cambiamento nell’organizzazione del lavoro. “Abbiamo AI per i diversi segmenti di lavoro, dobbiamo insegnare alle aziende come utilizzare l’AI”.

Una sfida che non può essere rimandata in attesa di un intervento del sistema pubblico o delle università. “Questa purtroppo è una sfida di tutte le aziende, non possiamo aspettare il pubblico e le università. Tanti lavori possono essere accelerati con l’AI. Molti lavori non ci saranno più”.

La riqualificazione professionale assume così anche una dimensione sociale, soprattutto per i lavoratori più esposti alle trasformazioni del mercato. “Abbiamo lavorato 500 over 50 negli ultimi anni con il reskilling. Questo è un tema di welfare fondamentale dal lato welfare”, osserva Dattoli, richiamando l’attenzione sulla necessità di accompagnare le persone nei cambiamenti professionali.

Percorsi personalizzati, dalle 60 alle 400 ore

Ma quanto tempo serve per riqualificare un lavoratore? La risposta dipende dalle competenze di partenza e dagli obiettivi del percorso. “Si va dalle 60 alle 400 ore, con tool di assesment preliminare sull’AI e sulla loro propensione al cambiamento, con percorsi formativi personalizzati”, spiega Dattoli.

L’obiettivo è costruire interventi mirati, capaci di rispondere alle esigenze delle singole persone e delle organizzazioni. In questo scenario, Talent Garden lavora anche a stretto contatto con l’ecosistema dell’innovazione e delle startup.

“Abbiamo 1.500 startup. Soluzioni iperverticali sul mondo dell’AI”, afferma Dattoli, sottolineando inoltre l’importanza di una formazione vicina alle applicazioni reali: “Tutti i nostri corsi sono fatti da persone che lavorano con l’AI”.

La rapidità dell’evoluzione tecnologica impone, tuttavia, un aggiornamento continuo anche ai soggetti che si occupano di formazione tecnica. Della Vista conferma che la questione riguarda direttamente gli ITS Academy: “Tante aziende ci stanno interpellando per poter fare reskilling, perché c’è questa velocità di cambiamenti delle esigenze delle aziende. Con l’avvento dell’AI anche noi dobbiamo essere pronti a trasformare i contenuti didattici”.

La capacità di aggiornare rapidamente programmi, laboratori e metodologie didattiche diventa quindi una condizione essenziale per mantenere la formazione allineata alle richieste del mercato.

Ricerca biomedica e intelligenza artificiale: l’importanza di attrarre talenti

Il rapporto tra competenze, innovazione e intelligenza artificiale riguarda anche la ricerca scientifica. Fabio Petroni, Group Leader presso la sede romana dell’European Molecular Biology Laboratory (EMBL), porta l’attenzione sulle condizioni necessarie per sviluppare attività di ricerca di livello internazionale e rafforzare il sistema italiano.

«Io guido un gruppo di ricerca nel mondo di EMBL, finanziato da 30 Stati e con diverse sedi. Sono tornato in Italia perché si fa ricerca al top nel mondo, soprattutto in campo biomedico».

Tra gli elementi che rendono possibile questo livello di attività, Petroni individua l’autonomia scientifica, la stabilità delle risorse e la capacità di attrarre professionisti qualificati da altri Paesi. “Fondamentale: l’autonomia di lavorare su quello che mi interessa, fondi stabili e la capacità di attrarre talenti da tutto il mondo”.

Un aspetto particolarmente rilevante per un settore nel quale le competenze specialistiche sono determinanti. “La maggior parte delle persone vengono da fuori”, osserva Petroni, evidenziando il peso dei talenti internazionali nella composizione dei gruppi di ricerca.

Superare la frammentazione e rafforzare la collaborazione europea

Secondo Petroni, in Italia resta necessario raggiungere una massa critica sufficiente per sviluppare competenze e iniziative strutturate nell’ambito dell’intelligenza artificiale. “In Italia manca la massa critica per parlare di AI, per questo stiamo creando una branca interna EMBL per ampliare”.

La prospettiva è quella di consolidare le attività esistenti e favorire un maggiore coordinamento tra istituzioni, ricercatori e centri di eccellenza, anche su scala europea. «Serve un coordinamento a livello europeo», sottolinea.

Il tema della cosiddetta fuga dei cervelli, in questa prospettiva, può essere affrontato anche attraverso la capacità di attrarre competenze dall’estero e creare flussi di mobilità in entrambe le direzioni. “Si parla spesso di fuga dei cervelli in Italia, però [bisogna] creare un flusso contrario da Germania, India ecc.”.

Formazione continua, riqualificazione professionale, collaborazione tra imprese e istituzioni e attrazione dei talenti emergono così come dimensioni strettamente connesse. In un contesto in cui l’intelligenza artificiale modifica rapidamente processi produttivi e attività scientifiche, la sfida non riguarda soltanto l’adozione delle nuove tecnologie, ma anche la capacità di preparare le persone a utilizzarle, aggiornare le competenze e costruire un ecosistema dell’innovazione competitivo a livello internazionale.

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Ucraina, Trump spegne Starlink e ferma i droni di Kiev. Ricci (Celeste Technologies): “Nazionalità societaria è la sola ed unica vera padrona dei dati”

Elon Musk ‘spegne’ il sistema satellitare Starlink su ordine di Donald Trump e crea problemi all’Ucraina, che fa affidamento sulla tecnologia per coordinare le azioni militari nella guerra con la Russia. Nelle ultime 24 ore, Kiev ha dovuto fare i conti con un rallentamento nel funzionamento del sistema satellitare, strumento essenziale nel conflitto. Il presidente Volodymyr Zelensky si è rivolto direttamente a Musk dopo gli ultimi episodi: “Spero che sia un errore, magari un grosso problema tecnico. Non lo so, ma chiediamo che venga riattivato”, dice il presidente ucraino in un’intervista al giornalista britannico Piers Morgan.

Remo Ricci (Celeste Technoogies): “Nazionalità societaria è la sola padrona dei dati”

Come dimostra il caso Ucraina, “La nazionalità societaria è la sola ed unica vera padrona dei dati, come regola anche il cloud act americano. Fare discorsi fumosi sulle tecniche di protezione e sulle probabilità di tenuta delle attuali alleanze geopolitiche non rispecchia i fatti e ritarda l’indipendenza con la vera e necessaria sovranità europea”. Lo ha detto Remo Ricci, Ceo di Celeste Technologies, giovane azienda italiana nata a gennaio 2025 con già 35 dipendenti italiani, che sviluppa tecnologia critica e  sovrana per telefonia satellitare 5G NTN, critica e sovrana , abilitante alternative a Starlink , Amazon LEO e altri player extra europei.

Una decisione di Trump

Musk, in un post su X, fornisce una spiegazione che chiama in causa i vertici militari americani e il presidente Trump. I limiti di velocità e di utilizzo di Starshield – la versione militare della costellazione satellitare – sono decisi dall’esercito e, in ultima istanza, dal presidente Donald Trump. Musk si esprime rispondendo all’ex ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov, che ringrazia il miliardario per il ripristino della connettività Starlink fino a 160 chilometri orari e chiesto di eliminare i limiti imposti a Starshield, considerati cruciali per la difesa dell’Ucraina. “I sistemi Starshield sono di proprietà e sotto il controllo del governo americano. Qualsiasi limite alla velocità o all’utilizzo è deciso dall’esercito Usa e, in ultima istanza, dal presidente”, scrive Musk, distinguendo Starshield da Starlink, precisando che quest’ultimo è un servizio commerciale di proprietà e sotto il controllo della sua azienda. “L’utilizzo di Starlink è limitato ad attività civili o difensive e non può essere impiegato per azioni militari offensive, perché sarebbe inappropriato per un’azienda commerciale”, chiarisce Musk.

Satelliti a scartamento ridotto

Starlink ha iniziato a funzionare a velocità ridotta nella notte, dopo che Trump ha ripetutamente chiesto una pausa negli attacchi alle infrastrutture energetiche. “SpaceX ha introdotto un limite di velocità per i terminali Starlink in movimento”, il rilievo del consigliere del presidente Zelensky, Sergiy Beskrestnov. “Le nostre forze di difesa non erano state avvertite di questa restrizione, il che ha portato all’interruzione di diverse missioni. Ovviamente – sottolinea – questa azione non può essere una coincidenza ed è legata all’attuale situazione politica”.

Lanci falliti in seguito all’oscuramento

Le restrizioni introdotte nelle ultime ore al sistema Starshield riguardano i terminal per le comunicazioni usati al fronte, spiegano fonti ucraine, precisando che diversi lanci sono falliti in seguito all’oscuramento. Il video di due droni in ascesa con la connessione in calo, quindi non più in grado di proseguire sulla loro traiettoria, è stato inviato da un comandante delle forze ucraine a Ukrainskaya Pravda. I terminal standard installati sui droni operano a una velocità di 160 chilometri l’ora. Una velocità insufficiente per alcune missioni per cui Kiev usa Starshield.

Piattarfome più vulnerabili

Alcuni droni già in missione hanno perso la connessione per circa 20 secondi a una velocità bassa, di 110-120 chilometri orari, al limite dei 10-20 secondi tollerati dal sistema. Ridurre la velocità dei droni per mantenere la connettività rende le piattaforme più vulnerabili agli attacchi delle forze russe. I droni più veloci non sono in grado di completare la loro missione in condizioni di connessione o velocità ridotte, vale a dire soprattutto per i droni a media e lunga gittata che devono accelerare rapidamente durante la fase di lancio. Unità ucraine dispiegate nel settore di Huliaipole della regione di Zaporizhzhia hanno iniziato ad avere problemi di connettività nella notte. Nella notte, i terminal Starshield non hanno funzionato a velocità superiori ai 160 chilometri orari.

Musk, è ora che Zelensky se ne vada

“Questo massacro continuerà. È ora che Zelensky se ne vada”. Lo scrive su X Elon Musk. Il fondatore di SpaceX ritiene che sia giunto il momento per il leader ucraino di dimettersi, in un contesto di crescenti tensioni legate alla guerra e all’uso del servizio Starlink. La dichiarazione di Musk giunge in risposta a un post su X che commentava un’intervista rilasciata da Zelensky al giornalista britannico Piers Morgan. Il post suggeriva che la sua principale preoccupazione fosse la fine della guerra e lo svolgimento delle presidenziali. Musk ha risposto direttamente: “Questo massacro continuerà. È ora che Zelensky se ne vada”.

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Sicurezza dell’AI, 400 ricercatori da tutto il mondo chiedono sandbox più robuste e trasparenza sugli incidenti

Intelligenza artificiale e sicurezza, la lettera aperta di 415 ricercatori: “Servono più ricerca e contenimenti robusti”

Le falle nei sistemi di contenimento dell’intelligenza artificiale (AI) possono essere lette in due modi: come un segnale dei limiti dell’allineamento dei modelli oppure come il risultato di pratiche di sicurezza informatica insufficienti. La lettera aperta firmata da 415 ricercatori e accademici non sceglie una sola spiegazione. Indica entrambe come dimensioni del problema e sostiene che per ridurre i rischi servano sia modelli dal comportamento più prevedibile sia ambienti di test e procedure più rigorosi.

Tra i firmatari ci sono alcuni nomi di spicco, a livello internazionale come Yoshua Bengio (Université de Montréal), Stuart J. Russell (Università della California, Berkeley), Yejin Choi (Università di Stanford), Toby Walsh (UNSW Sydney), Michael Wooldridge (Università di Oxford), Ron Deibert (Citizen Lab, Università di Toronto).
Nel documento risultano, inoltre, 11 firmatari italiani, tra cui Giorgio Giacinto (Università di Cagliari), Stefano Zanero (Politecnico di Milano), Battista Biggio, (Università di Cagliari), Fabio Roli, (Università di Genova).

Il documento parte da un punto preciso: alcuni modelli di AI avrebbero aggirato ambienti di test non adeguatamente protetti, compromettendo sistemi appartenenti a organizzazioni esterne. La lettera non descrive i singoli episodi, ma ne ricava una preoccupazione più ampia: se le pratiche di sviluppo e implementazione non cambiano, incidenti simili potrebbero ripetersi e produrre conseguenze più gravi per infrastrutture critiche esposte.

Allineamento e sicurezza informatica, due fronti complementari

Per i firmatari, l’allineamento dell’AI è rilevante perché mira a far sì che i modelli agiscano in modo prevedibile. La possibilità, però, che un modello superi i confini di un ambiente di test non può essere affrontata solo intervenendo sul suo comportamento. La lettera richiama anche la responsabilità delle organizzazioni: sistemi di contenimento poco solidi e procedure inadeguate possono esporre reti e sistemi esterni.

Il nodo è particolarmente delicato per i modelli dotati di capacità informatiche e connessi a Internet. Secondo i ricercatori, la quantità di azioni consentite all’interno di una sandbox deve essere commisurata alla capacità, ancora limitata, di prevedere se le azioni del modello possano causare un fallimento della sicurezza, per esempio in presenza di obiettivi non allineati. Più ampio è l’accesso concesso al modello, maggiore diventa l’importanza di controllare ciò che può fare e di valutare i rischi associati.

La prima raccomandazione: isolamento (airgapping) e contenimento ad alta affidabilità

La proposta più immediata riguarda le organizzazioni che sviluppano, testano o implementano modelli di AI con capacità informatiche. La lettera chiede loro di adottare subito sistemi di contenimento ad alta affidabilità e di procedere con cautela. Nella fase iniziale, la misura indicata è l’isolamento fisico dei modelli, tramite airgapping, cioè la disconnessione da Internet.

La raccomandazione riflette un principio prudenziale: finché non è possibile prevedere con sufficiente affidabilità il comportamento del modello, è necessario limitarne l’accesso all’esterno. L’airgapping viene presentato come una misura iniziale di sicurezza, non come l’unico possibile assetto per ogni sistema.
Il documento invita infatti a sviluppare e standardizzare approcci di allineamento e contenimento che possano consentire, in condizioni adeguate, un accesso più ampio fuori dalla sandbox.

Un organismo internazionale per standard e incidenti

Per affrontare questa sfida, i firmatari propongono di istituire un organismo internazionale, in consultazione con i governi e con esperti di AI e cybersicurezza. Il suo compito sarebbe definire, nell’interesse pubblico, le migliori pratiche per l’allineamento e il contenimento dei modelli, comprese le soluzioni che permettono una maggiore connettività rispetto all’isolamento fisico.

All’organismo dovrebbe inoltre essere affidato il compito di registrare e monitorare i fallimenti dei sistemi di contenimento. La lettera considera la condivisione delle informazioni una condizione per imparare dagli errori: quando un incidente si verifica perché il contenimento non ha funzionato, l’evento dovrebbe essere segnalato all’organismo competente e, in prospettiva, reso pubblico.

La trasparenza avrebbe una doppia funzione, secondo i firmatari: favorire la ricerca e l’apprendimento dagli incidenti, ma anche rendere le organizzazioni responsabili delle proprie pratiche. Il documento non presenta una soluzione tecnica già definita. Delinea invece un’agenda che combina contenimento più rigoroso, ricerca sulla sicurezza dell’AI, standard condivisi e segnalazione degli incidenti. La sfida è a dir poco storica, riconoscono i ricercatori, e richiederà una reale collaborazione tra le comunità dell’intelligenza artificiale e quelle della sicurezza informatica.

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