AI, la vera bolla potrebbe nascondersi nei titoli energetici

L’AI dei profitti reali e dalle prospettive sempre più solide

Negli ultimi mesi molti osservatori si sono interrogati se l’intelligenza artificiale (AI) non stia vivendo la sua “bolla”, con valutazioni azionarie stellari e un entusiasmo che ricorda i giorni della dot-com mania. Ma guardando meglio ai fondamentali, la situazione appare diversa: se c’è un settore dove il rischio di eccessi si sta accumulando, non è la tecnologia, bensì l’energia.

Le grandi aziende dell’intelligenza artificiale – da Nvidia a Microsoft, a Oracle e Google – sono tutt’altro che sogni senza fondamenta. Sono società con ricavi miliardari, margini operativi solidi e una domanda concreta di prodotti e servizi.

Anche se la corsa all’AI dovesse rallentare, queste imprese continuerebbero a generare profitti grazie alle loro attività core: data center, software, servizi cloud.

In altre parole, non stiamo parlando di startup che vivono di promesse, ma di colossi che macinano utili e reinvestono in innovazione, che comunque si sta integrando nel tessuto aziendale e produttivo globale. È per questo che, nonostante le valutazioni elevate, parlare di “bolla AI” è fuorviante: i multipli riflettono crescita reale e una tecnologia che sta già trasformando il modo in cui lavoriamo e produciamo valore.

L’energia è il nuovo terreno della speculazione?

Al contrario, il vero rischio speculativo sembra spostarsi verso l’energia. Un recente articolo del Wall Street Journal firamto da Jinjoo Lee, ha messo in luce un fenomeno poco discusso: una serie di società energetiche senza ricavi che hanno visto le loro capitalizzazioni di mercato esplodere sulla scia dell’entusiasmo per l’AI.

La logica è semplice, ma pericolosa: se l’intelligenza artificiale richiederà quantità enormi di energia per alimentare i data center, allora le aziende che promettono di produrla in futuro dovrebbero valere oro.
Il problema è che molte di queste società non producono ancora nulla.

Il caso Oklo: una startup “nucleare” da 26 miliardi di dollari senza licenza

L’esempio più emblematico è Oklo, startup nucleare sostenuta dal CEO di OpenAI Sam Altman. Le sue azioni sono aumentate di otto volte dall’inizio dell’anno, portando la capitalizzazione a circa 26 miliardi di dollari.

Eppure, l’azienda non ha generato alcun ricavo negli ultimi dodici mesi, non possiede ancora una licenza della U.S. Nuclear Regulatory Commission e non ha firmato contratti vincolanti per la vendita di energia.

Oklo sviluppa piccoli reattori modulari (a loro volta già oggetto di una campagna di comunicazione dal carattere fortemente speculativo) che utilizzano sodio liquido come refrigerante e uranio arricchito in quantità limitata. Ma i primi ricavi significativi non sono attesi prima del 2028. Per ora, è soprattutto una promessa.

Fermi e il sogno da 11 gigawatt

Un’altra società “zero ricavi” è Fermi, valutata 19 miliardi di dollari al debutto in Borsa. Guidata da Toby Neugebauer e sostenuta dall’ex segretario all’Energia Rick Perry, Fermi punta a costruire 11 gigawatt di capacità energetica per alimentare data center — l’equivalente dell’intero fabbisogno del New Mexico.

Il problema? Al momento ha acquistato solo le attrezzature per coprire circa il 5% dell’obiettivo e non ha ancora clienti vincolati da contratti. Nonostante ciò, vale più di 17 miliardi, non troppo distante da Talen Energy, un’azienda che quei 11 gigawatt li produce davvero.

Le mini-nucleari e l’euforia del mercato

Non solo le grandi: anche le micro-startup del settore nucleare godono di valutazioni fuori scala.
Nano Nuclear Energy, che ha debuttato in Borsa lo scorso anno, è oggi valutata oltre 2 miliardi di dollari, mentre Terra Innovatum, nata da una fusione con una SPAC, supera 1 miliardo.

A completare il quadro ci sono società come NuScale Power e Plug Power, che un po’ di ricavi li fanno, ma non prevedono profitti prima del 2030.

Anche qui l’euforia è alimentata dall’AI: il ragionamento degli investitori è che più server servono più energia, e quindi più profitti per chi promette di fornirla.

Se scoppia la bolla AI ci rimetterebbero le società energetiche

Certo, un’ondata di capitale può accelerare l’innovazione e aiutare tecnologie costose – come i reattori modulari o le celle a combustibile – a uscire dai laboratori. Ma la storia recente, dai fallimenti di Nikola, Fisker e Lordstown, insegna che il mercato non perdona chi promette troppo e consegna poco.

Se la bolla dell’AI dovesse mai sgonfiarsi, a soffrire di più sarebbero proprio queste società energetiche senza ricavi, costruite su aspettative più che su fondamentali.

AI e bolla industriale vs bolla finanziaria

A questo punto, diventa necessario fare una distinzione fondamentale tra “bolla finanziaria” e “bolla industriale”.

Una bolla finanziaria si verifica quando il valore di mercato di un’attività (azioni, immobili, criptovalute, ecc.) cresce molto più rapidamente dei suoi fondamentali economici, spinto da aspettative irrazionali di guadagno.

In pratica, gli investitori comprano non perché l’attività valga tanto, ma perché pensano che qualcun altro la comprerà a un prezzo ancora più alto. È un fenomeno speculativo. Vedi i casi storici della bolla dot-com (fine anni ’90 del secolo scorso) e di quella immobiliare (2008).

Una bolla industriale, invece, riguarda il lato reale dell’economia: si verifica quando un settore produttivo attira troppi investimenti e capacità produttiva rispetto alla domanda effettiva o sostenibile nel lungo periodo.
Due casi esemplari sono: la bolla ferroviaria britannica del XIX secolo, con enormi capitali spesi per costruire linee che non avevano traffico sufficiente; la bolla delle rinnovabili in Cina, con troppa produzione di pannelli solari e turbine rispetto alla domanda globale seguita dal crollo dei margini.

In questo caso, non si gonfiano solo i prezzi finanziari, ma si costruiscono fisicamente troppi impianti, fabbriche o infrastrutture che poi rimangono sottoutilizzati.

L’intelligenza artificiale sta cambiando il mondo dell’economia reale: automatizza, ottimizza, crea nuovi modelli di business. L’energia, invece, è un settore che richiede anni di sviluppo, regolamentazione e capitali ingenti prima di produrre ritorni.

Oggi, paradossalmente, il mercato sembra premiare le promesse energetiche più delle realizzazioni tecnologiche. Ma se la storia ha una lezione da offrire, è che i giganti dell’AI sopravviveranno anche a una correzione. Le startup senza ricavi, invece, rischiano di evaporare al primo terremoto.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/ai-la-vera-bolla-potrebbe-nascondersi-nei-titoli-energetici/551302/




Ardian, 20 miliardi di dollari per finanziare TLC, trasporti e data center in UE

Al timone di 47 miliardi di dollari in asset infrastrutturali, il gestore patrimoniale francese Ardian ha firmato un nuovo round jumbo da 20 miliardi di dollari (17,1 mld euro). Gli investitori americani hanno sottoscritto i ticket più consistenti, nonostante le turbolenze politiche francesi. Con l’asta SFR appena iniziata, Ardian (secondo azionista di INWIT con una quota del 30,8% alle spalle di Vodafone, tramite Vantage Towers con il 33%) rimane in allerta, dice il suo responsabile in Francia, Mathias Burghardt.

Lo scrive Les Echos, raccontando che i nuovi fondi serviranno per nuove infrastrutture in Europa. Fra i possibili investimenti gli aeroporti, le reti mobili, la fibra, i data center e l’eolico.

Tra l’altro, 20 miliardi sono una cifra sufficiente per avvicinarsi alle dimensioni del più grande fondo infrastrutturale europeo raccolto finora, quello della svedese EQT, con 21,5 miliardi di euro lo scorso marzo. Sulla scia di ciò, Ardian ha annunciato l’acquisizione di una partecipazione in Milione Spa, una piattaforma aeroportuale proprietaria, tra gli altri immobili, dell’Aeroporto di Venezia.

L’interesse degli investitori americani per l’Europa sta crescendo

Circa il 40% del nuovo fondo è già investito. Ardian ha acquisito la società francese Akuo, attiva nelle energie rinnovabili; la società olandese Altero, attiva nella gestione dei rifiuti; Verne, una piattaforma di data center con sede nel Regno Unito; ed Energia Group, uno dei maggiori fornitori di energia in Irlanda.

Alla fine dello scorso anno, il gestore è diventato il maggiore azionista dell’aeroporto di Heathrow, il gateway internazionale del Regno Unito, e quest’anno ha ulteriormente rafforzato la sua posizione. Ardian ha anche detenuto in precedenza partecipazioni nell’aeroporto di Luton in Gran Bretagna e in 2i Aeroporti, che possedeva indirettamente una delle più grandi reti aeroportuali italiane.

La nuova ondata di intelligenza artificiale: “È un settore in forte crescita, ma dobbiamo evitare la bolla della fibra ottica in Gran Bretagna, Germania e Italia. Non dobbiamo sopravvalutare le capacità di sviluppo delle aziende del settore”, sottolinea Mathias Burghardt.

Occhio al caso SFR

E le telecomunicazioni? Ardian non esclude il caso SFR, l’operatore francese controllato da Altice che ha appena respinto un’offerta congiunta di 20 miliardi di euro da parte dei competitor Orange, Bouygues e Iliad che vorrebbero spartirsi la maggior parte degli asset dell’operatore. “Questo caso ha appena superato una prima fase fondamentale con l’offerta presentata dai tre operatori francesi”, commenta il gestore. “Rimaniamo un attore di grande rilevanza con una vasta esperienza nelle telecomunicazioni, con una tesi di investimento focalizzata su asset reali. Altre operazioni di cessione potrebbero verificarsi attorno a questo caso, a seconda delle configurazioni future”.

In passato, Ardian è stata citata come un candidato molto serio per l’acquisizione di XpFibre. Il fondo ha già investito 6 miliardi di euro nelle telecomunicazioni. Vale a dire, per usare il linguaggio di un gestore di infrastrutture, 65.000 km di rete in fibra ottica e oltre 23mila torri di telecomunicazione.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/ardian-raccoglie-20-miliardi-di-dollari-per-finanziare-trasporti-telecomunicazioni-e-data-center-in-europa/551287/




FiberCop, accordo con CNIT per sviluppo congiunto Digital Twin, Edge e 6G

  • Digital Twin, sicurezza delle comunicazioni, edge computing e 6G al centro della collaborazione
  • Al via i primi progetti di ricerca con Scuola Superiore

Sant’Anna di Pisa e WiLab di Bologna

FiberCop, l’azienda che gestisce l’infrastruttura di rete digitale più avanzata, estesa e capillare in Italia, e CNIT (Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Telecomunicazioni), l’ente che riunisce le principali università nazionali attive nel campo delle tecnologie ICT, hanno siglato un accordo di collaborazione con l’obiettivo di promuovere l’innovazione e lo sviluppo di competenze nelle reti di telecomunicazioni.

I progetti

I primi ambiti di collaborazione individuati riguardano due importanti progetti, avviati da FiberCop con l’Unità di ricerca CNIT presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e con WiLab (Laboratorio Nazionale Federato di Comunicazioni Wireless) di Bologna. In particolare, le attività di ricerca con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa sono incentrate sulle tecnologie in fibra ottica e prevedono l’utilizzo di una soluzione di tipo Digital Twin – ovvero un gemello digitale delle infrastrutture fisiche – per il controllo delle reti. Un ulteriore ambito di approfondimento riguarda la sicurezza delle comunicazioni, attraverso l’applicazione della steganografia, una tecnica in grado di nascondere l’esistenza delle informazioni che transitano sulle reti.

Il progetto intrapreso con WiLab di Bologna si focalizza sull’applicazione dell’edge computing in campo industriale, con l’obiettivo di favorire l’evoluzione delle centrali FiberCop in infrastrutture abilitanti per i servizi digitali avanzati dell’industria 4.0.

“La collaborazione con CNIT ci consente di accelerare l’innovazione nelle reti di telecomunicazioni – dichiara il Responsabile Technology & Innovation di FiberCop, Daniele Franceschini – contribuendo allo sviluppo dell’intero settore attraverso la sperimentazione di soluzioni basate su tecnologie chiave come Digital Twin, edge computing e 6G”.

Il contributo nella standardizzazione del 6G

L’accordo siglato da FiberCop e CNIT fa seguito alla collaborazione nata all’interno della Fondazione RESTART – che rappresenta il più importante programma di ricerca e sviluppo pubblico realizzato in Italia nel settore delle Telecomunicazioni – di cui l’azienda è partner dal luglio 2024. In particolare, FiberCop è attiva nel gruppo 3GPP, con l’obiettivo di promuovere un ruolo attivo dell’ecosistema ICT italiano nel percorso di standardizzazione del 6G: la nuova generazione di reti mobili, infatti, rappresenta un’importante evoluzione verso l’integrazione delle reti di telecomunicazioni con il cloud, utilizzando l’intelligenza artificiale e architetture cloud native. Anche in quest’ambito FiberCop sta sviluppando soluzioni “Network Digital Twin” per gestire e coordinare reti fisse, mobili, cloud e satellitari, al fine di rendere disponibili i migliori servizi digitali sul territorio italiano.

“Questa collaborazione tra FiberCop e CNIT rappresenta un passo importante verso l’integrazione tra ricerca accademica e innovazione industriale, uno degli obiettivi centrali del programma RESTART”, sottolinea il Professor Nicola Blefari Melazzi, Presidente del CNIT e della Fondazione RESTART.

Il Professor Francesco De Natale, Direttore del CNIT, esprime “grande apprezzamento e soddisfazione per questo accordo con FiberCop, ispirato dalla collaborazione nell’ambito dei progetti del programma RESTART; i primi obiettivi stabiliti permetteranno ai due enti di avviare un percorso di collaborazione di lungo termine sicuramente utile per il Paese”.

Formazione per le professionalità di domani

Accanto alle attività di ricerca, la collaborazione tra FiberCop e CNIT prevede anche lo sviluppo di programmi di formazione dedicati alle persone di FiberCop. L’obiettivo è trasferire conoscenze e competenze su tecnologie chiave creando così un ponte tra mondo accademico e impresa.

“L’accordo tra FiberCop e CNIT – spiega Maria Lamelas Godinez, Chief Human Resources Officer di FiberCop– ci consente di preparare le professionalità necessarie per guidare la trasformazione digitale valorizzando il capitale umano. Le collaborazioni con il mondo accademico e universitario ci permettono di creare un ecosistema dinamico e inclusivo, e di rendere FiberCop un luogo di crescita e sperimentazione per contribuire concretamente alla trasformazione digitale del Paese”.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/fibercop-accordo-con-cnit-per-sviluppo-congiunto-digital-twin-edge-e-6g/551252/




L’accelerazione tecnologica sta riscrivendo le regole della guerra moderna. L’analisi ASviS

“Ci avviciniamo agli Shahed a 150 o 200 metri. Se li colpisci troppo vicino, l’onda d’urto ti travolge. Se ti trovi un po’ più lontano, diciamo a 500 metri, puoi sparare al motore, la parte più vulnerabile”. Sidehi (nome di fantasia) è un artigliere ucraino che ha raccontato a DW di aver abbattuto recentemente tre droni kamikaze russi nel giro di mezz’ora. Per farlo ha utilizzato un piccolo Yak-52, un aereo d’addestramento. Ma l’innovazione corre veloce, e la Russia sta individuando modi per intercettarli. Nel frattempo si dichiara pronta a produrre fino a 2.700 droni Shahed al mese da lanciare su Kiev: di brevetto iraniano, queste armi, che fino a pochi anni fa non esistevano, costano relativamente poco (tra i 20mila e i 60mila dollari) e garantiscono una gittata lunga, all’incirca 1.600 chilometri.

In questi tre anni e mezzo la guerra in Ucraina è diventata un laboratorio accelerato di tecnologia militare: l’esplosione dei droni, passati da poche centinaia a milioni; l’uso incrociato di droni marittimi, terrestri e aerei (come nel caso della battaglia di Lyptsi o del Mar Nero); la combinazione di intelligenza artificiale e sensori civili per individuare i bersagli; l’adattamento rapido e centralizzato delle tattiche, grazie agli update quotidiani di software e algoritmi.

“Apprendimento e adattamento sono sempre stati parte integrante della guerra”, ha scritto su Foreign Affairs Mick Ryan, stratega militare ed ex alto ufficiale dell’esercito australiano, “ma il ritmo sta accelerando. Ci sono voluti anni all’esercito statunitense per adattarsi alle esigenze fisiche e intellettuali delle operazioni di contro-insurrezione in Afghanistan e Iraq, ma solo pochi mesi all’Ucraina per sviluppare la sua flotta di droni da attacco marittimo”. Per questo, secondo Ryan, i cambiamenti in Ucraina influenzeranno ogni istituzione militare nel prossimo decennio.

Muro di droni

Lo spiega bene il think tank americano Atlantic Council, che al fattore droni attribuisce una funzione che va ben al di là del conflitto in corso: “Se questo muro di droni ucraini riuscirà a dimostrare la sua efficacia nei prossimi mesi e a smorzare la grande offensiva di Putin, ciò probabilmente plasmerà la futura dottrina difensiva nelle accademie militari in Europa e oltre”. Nel conflitto in Ucraina entrambe le parti hanno sfruttato ampiamente le armi a pilotaggio remoto. Ma l’uso sistemico da parte di Kiev, con capacità sempre più autonome di comunicazione e decisione (si veda il progetto “The Drone Line”), sta già attirando molta attenzione tra i partner europei. Anche perché le violazioni dello spazio aereo in Polonia, Estonia, Romania e Danimarca, spesso attribuite alla Russia in un contesto di guerra ibrida, hanno creato grande incertezza. Non a caso a inizio ottobre i leader dell’Ue riuniti a Copenaghen si sono schierati a favore della creazione di un “muro di droni” su scala europea. Solo Slovacchia e Ungheria sono rimaste tiepide, per via dei loro rapporti con Mosca. A quanto si apprende, il progetto dovrebbe prevedere una rete di sensori, software di intelligenza artificiale, jammer (strumento chiave nell’attacco elettronico), missili economici e altro ancora per contrastare sciami nemici.

Il conflitto in Ucraina ha anche stravolto i tradizionali calcoli costi-benefici nelle operazioni militari. Come osserva in un paper il Center for strategic and international studies (Csis), “la tradizionale enfasi su forze costose e ad alta potenza di fuoco – carri armati, navi da guerra e aerei avanzati – è messa in discussione dall’efficacia di risorse a basso costo come i droni. E si tratta di sviluppi che si estenderanno oltre l’Ucraina”.

La Nato ha molto da lavorare su questi fronti. Un anno fa un rapporto del Csis si chiedeva se l’Alleanza fosse pronta per la guerra. La risposta è stata che, se un conflitto durasse, emergerebbero “gap critici”: la Nato deve potenziare la capacità industriale, la resilienza e coprire deficit di capacità tecnologica per sostenere guerre prolungate.

La velocità della guerra

La rapidità dell’innovazione è un altro punto chiave. Il vicedirettore di Repubblica Gianluca Di Feo, ospite di un incontro organizzato a Roma dalla Fondazione Ugo La Malfa, ha sottolineato che in Ucraina qualunque arma o contromisura “diventa obsoleta dopo sei mesi”. Ogni volta che uno dei due eserciti introduce una novità (un nuovo protocollo di guida, un filtro anti-jam, un profilo di volo), l’avversario trova presto un antidoto. Fanno eccezione alcuni sistemi, come certi droni “a filo” guidati in fibra ottica (con cavi lunghi anche 40 chilometri), che sfuggono al jamming radio, ma anche lì la partita resta aperta. Questa velocità ha effetti sistemici: i cicli d’acquisto europei, impostati su tempi lunghi e capitolati rigidi, non stanno dietro al ritmo del conflitto. Secondo gli esperti, l’Europa (se vuole contare) deve accettare che la tecnologia cambia in pochi mesi e che quindi servono filiere più corte, standard comuni e procedure più snelle. Per l’ex generale Vincenzo Camporini bisogna cambiare velocemente mentalità su procurement, standard comuni e integrazione industriale, perché la tecnologia “non aiuta soltanto”, ma “ridefinisce la tattica”.

E infatti le tattiche cambiano. La linea del fronte “continua”, ha detto ancora Di Feo, non esiste più: al suo posto una fascia porosa e “atomizzata”, dove pattuglie piccolissime (spesso due uomini) si infiltrano guidate da un drone “angelo custode” che le vede dall’alto, le fa avanzare o fermare, gli porta persino acqua, cibo e sigarette con micro-rilasci. Queste squadre indossano tute che riducono l’emissione infrarossa per risultare meno visibili ai sensori dei droni avversari. Quando intercettano un movimento, passano coordinate e scatenano lo strumento più adatto: fuoco d’artiglieria, missili plananti o balistici, lo stesso sciame di droni.

Anche l’impatto sui soccorsi è drammatico. In Ucraina, nelle operazioni di MedEvac (medical evacuation), l’elicottero non si avvicina: troppo vulnerabile a droni e antiaerea. Così la “golden hour”, il soccorso entro un’ora dal trauma, diventa spesso impossibile; i feriti restano ore sul terreno e li si prova a evacuare con piccoli robot terrestri cingolati, bassi, meno visibili ai droni da ricognizione. È un adattamento che prima non esisteva e, secondo gli esperti, scardina la logistica classica.

Laser e robot

Scenari di guerre del futuro che sono già davanti a noi. La corsa a riscrivere dottrine e addestramenti non si ferma a Kiev. Negli Stati Uniti e in Israele, ad esempio, si stanno già testando unità miste uomo-macchina, dove soldati e robot operano insieme come un’unica squadra. A Gaza l’esercito di Netanyahu ha usato sistemi di intelligenza artificiale per la selezione e l’ingaggio dei bersagli, riducendo i tempi di reazione durante le violente operazioni sul campo.

Nel Pacifico, Taiwan sta portando avanti il sistema T-Dome, presentato pochi giorni fa, che unisce radar, software di AI e armi anti-drone in un’unica rete di difesa. È pensato per riconoscere e neutralizzare in pochi secondi sciami di droni o missili in arrivo da più direzioni, coordinando in tempo reale sensori e fuoco difensivo.

Entro dieci anni potremmo assistere a ulteriore salto: armi come laser a energia diretta, sensori quantistici, automazione estesa, robot terrestri potrebbero entrare sul campo. In parallelo, continuerà la guerra informativa e cyber, che si nutre di fake news, pressione sull’opinione pubblica e sabotaggi di infrastrutture energetiche.

Anche lo spazio sarà un dominio sempre più conteso: come evidenzia The Conversation “il potere che domina lo spazio controlla l’accesso alle tecnologie critiche necessarie per operare nei restanti ambiti di conflitto: terra, mare, aria e informazione. Se si mettono fuori uso le comunicazioni satellitari del nemico, questo diventa cieco, sordo, muto e praticamente indifeso”. La Cina ha identificato lo spazio come un ambito strategico di importanza critica: è all’avanguardia in termini di strategia e investimenti. In Occidente la maggior parte della ricerca e dello sviluppo è svolta dai privati. Un tema che pone degli interrogativi: in che misura lo Stato può esercitare un controllo effettivo su questi beni per impedirne l’uso da parte di potenze straniere?

I dilemmi

Nell’evoluzione a cui stiamo assistendo le criticità non mancano. Le regole d’ingaggio, per esempio: chi può abbattere un drone nel proprio spazio aereo, e in che condizioni? Come comportarsi se un drone è “civile” ma utilizzato per scopi “ibridi”? Germania e altri stanno cercando di legiferare su questi temi. Da non trascurare, poi, il tema della dipendenza tecnologica: molti componenti critici (sensori, processori, sistemi a radiofrequenza) vengono da pochi fornitori globali. In un conflitto prolungato, la resilienza industriale diventa tanto importante quanto le prestazioni del drone. Intanto, in Ucraina si sta diffondendo un nuovo disturbo psicologico legato direttamente alla guerra moderna: la “drone‑phobia”, una condizione di ansia persistente e panico acuto provocato dal solo rumore di un drone in volo.

Secondo il futurista Bernard Marr, il rischio è quello di”tecnologizzare” la brutalità della guerra: “La storia ci insegna che qualsiasi regola o principio di fair play spesso si rivela irrilevante in guerra. Mentre, da quanto abbiamo visto, l’intelligenza artificiale in Ucraina sembra non arrivare a uccidere persone, sappiamo che la tecnologia che oltrepassa quella linea rossa è in fase di sviluppo”. Di diverso avviso Zena Assaad, docente di Ingegneria all’Australian national university: “L’idea che l’AI possa cambiare la natura della guerra offusca la realtà del ruolo che gli esseri umani svolgono nel processo decisionale militare. Sebbene questa tecnologia abbia presentato e continuerà a presentare sfide, queste sfide ricadranno sempre sulle persone”.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/laccelerazione-tecnologica-sta-riscrivendo-le-regole-della-guerra-moderna-lanalisi-asvis/551231/




Guida autonoma, von der Leyen cita ancora i 60 sindaci italiani. Maran (PD): l’Italia pronta a fare da apripista in Europa

La Presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen è tornata oggi a parlare della guida autonoma e del ruolo guida che l’Italia potrà ricoprire per lo sviluppo di questa industry. Lo ha fatto in occasione del discorso che ha tenuto alla cerimonia del Patto dei sindaci dell’UE 2025, che si è tenuto oggi a Bruxelles (di seguito il passaggio in cui parla delle self-driving car e dei 60 sindaci italiani).

Guida autonoma, Maran (PD): l’Italia pronta a fare da apripista in Europa. A dicembre nuova iniziativa a Roma con la Comunità della guida autonoma

Non è la prima volta che la Presidente von der Leyen chiama in causa i 60 sindaci italiani, pronti a testare la guida autonoma sul loro territorio.

“Bene le parole della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sulla guida autonoma, ora è il momento di accelerare con i fatti”, così Pierfrancesco Maran, Parlamentare Europeo PD  e promotore della Comunità della guida autonoma, che da mesi lavora per mettere l’Italia in prima fila nello sviluppo di questa tecnologia.

“Abbiamo già riunito una coalizione di 60 sindaci pronta a creare una rete europea per la sperimentazione dei primi veicoli a guida autonoma, con priorità a sicurezza, utilità pubblica e innovazione. L’Italia ha imprese, università e start-up in grado di raccogliere la sfida, ma serve che il Governo affianchi i Comuni per rendere subito possibili le sperimentazioni, con regole chiare, infrastrutture omogenee e investimenti mirati, trasformando i progetti in servizi reali per cittadini e imprese”, continua Maran. “Daremo seguito al dibattito sul tema il prossimo 1° dicembre a Roma, dove si terrà una nuova iniziativa con la Comunità della guida autonoma, dove ascolteremo i contributi di città, università e imprese”.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/guida-autonoma-von-der-leyen-cita-ancora-i-60-sindaci-italiani-maran-pd-litalia-pronta-a-fare-da-apripista-in-europa/551059/




Sordi (Aruba): “I vantaggi di un cloud italiano conforme a normative UE e non ad altre” (Cloud Act)

Dalla sovranità all’indipendenza del cloud, come assicurarsi “il controllo dei propri dati”

Uno degli asset industriali più strategici per le nostre imprese è poter contare un’infrastruttura di dati sicura, accessibile, indipendente e sostenibile. È la sfida del nostro tempo, sia in termini geopolitici ed economici, sia di cybersecurity. In un’economia fortemente digitalizzata ed interconnessa, i dati sono considerati il “nuovo petrolio” e un’infrastruttura cloud che li gestisce in modo sicuro, accessibile e autonomo è fondamentale per assicurare crescita e competitività.

Stefano Sordi, Director General di Aruba e Vice President di Aruba PEC, nel suo Special Address al Digital Innovation Forum – ComoLake 2025 in corso a Cernobbio, ha spiegato cosa significa per le aziende, ma anche per le amministrazioni pubbliche, avere “il controllo dei propri dati” rispetto ai grandi provider internazionali.

Un concetto chiave, “che fa parte della strategia dell’Europa, dei governi, delle imprese e della Pubblica Amministrazione. Significa, dal nostro punto di vista, avere il controllo dei propri dati, proteggere il proprio patrimonio informativo. Significa farlo affidandosi a servizi e a infrastrutture che siano affidabili, sicure e conformi, ovviamente, ai regolamenti europei”, ha spiegato Sordi.

Sordi: “Siamo un provider di servizi cloud sul territorio europeo e conforme alle norme europee”

In questo senso, ha proseguito Sordi, “l’Europa ha segnato già un percorso importante perché ha definito una rotta con i suoi regolamenti, come Data Act, Cyber Security Act, NIS2, DORA. Un percorso che definisce un ecosistema di servizi digitali che devono essere sicuri, affidabili e conformi. Qui, come Aruba, pensiamo di giocare il ruolo chiave di provider italiano di datacenter e di servizi cloud, che devono essere su territorio europeo e i nostri sono nel territorio italiano, che devono essere conformi secondo determinati standard e i nostri sono conformi ai massimi standard globali, talvolta li eccedono, così anche come i servizi che operiamo dentro questi datacenter. Altro elemento chiave è la capacità dell’impresa, sia dal lato cliente, sia dal lato partner tecnologico, di essersi conosciuti, di aver definito un rapporto, di aver progettato insieme un modello di servizio e di architettura”.

A destra Stefano Sordi, Director General di Aruba e Vice President di Aruba PEC, nel suo Special Address al Digital Innovation Forum – ComoLake 2025

Poi c’è il tema caldo della sovranità, “che si fa non solo ospitando i dati in un determinato territorio”, ha chiarito Sordi, “questa è una vecchia impostazione, oggi vuol dire molto di più, vuol dire sicuramente scegliere un partner tecnologico che sia conforme alle normative europee e non ad altre, che magari sono in conflitto o addirittura prevalenti”.

Un passaggio, questo dell’intervento del direttore generale di Aruba, di massima importanza per la comprensione del concetto di sovranità del dato, che non può essere ridotta alla semplice geolocalizzazione fisica dei data center, siano essi in Italia o in Europa. Affidarsi a un provider Cloud è solo il primo passo; il fattore determinante è la supremazia normativa.
È fondamentale che il fornitore sia soggetto esclusivamente alle leggi e alle normative europee (come il GDPR), senza essere vincolato da legislazioni extra-UE prioritarie.
Questo principio è cruciale per evitare che società controllate da potenze straniere, come quelle americane o cinesi, debbano rispondere a normative come il Cloud Act statunitense. Tale legge, infatti, consente alle autorità USA di accedere, senza necessità di autorizzazione o notifica, ai dati di cittadini italiani ed europei ospitati sui server di quelle società, anche se i data center si trovano fisicamente nel territorio dell’Unione europea.
Scegliere un fornitore con radici e governance saldamente europee è l’unica vera garanzia per assicurare che la tutela dei dati sia determinata da norme europee e solo da esse.

Questo è un elemento importante, perché, ha precisato il direttore generale di Aruba, “significa scegliere servizi che vengano ideati e sviluppati sul nostro territorio, mantenuti da personale che sta nel nostro territorio, non semplicemente forniti, ma il core del servizio deve essere qua nel nostro territorio, per averne il controllo”.  Altro punto chiave è la disponibilità di una “pluralità di tecnologie”, ha detto Sordi, “tecnologie enterprise grade, aperte, di livello open source e quando ne abbiamo bisogno dobbiamo già averle disponibili, per poterle utilizzare subito”.

Infrastrutture e piattaforme “as a Service” e cybersecurity come valore

Il data center deve avere un livello di sicurezza e affidabilità (Tier) adeguato al livello di criticità e strategicità dei dati che vi sono conservati. Come ha spiegato Sordi: “La nostra è un’offerta cloud IaaS e PaaS, rispettivamente Infrastructure-as-a-Service e Platform-as-a-Service, quindi servizi a livello di infrastruttura e a livello di piattaforma. Si tratta di mettere a disposizione dei nostri clienti una pluralità di servizi che siano conformi agli standard richiesti e i nostri lo sono, perché sono qualificati secondo i criteri ACN, l’Agenzia di Cyber Sicurezza Nazionale, fino a livello 3. Quindi abbiamo una Qualificazione dei Servizi Cloud di livello QC1, QC2, ma anche QC3, così anche come l’infrastruttura che li ospita, che è un’infrastruttura di livello 3.
Quindi siamo in grado di ospitare fino a livello del dato strategico, coprendo quasi la totalità delle esigenze anche in tema di pubblica amministrazione, visto che questo tipo di qualifica riguarda la PA.
È disponibile alla pubblica amministrazione attraverso lo strumento della convenzione CONSIP, il cosiddetto accordo quadro IaaS e PaaS. È la prima volta che un player italiano mette a disposizione i propri servizi attraverso questo strumento, insieme ai lotti degli altri fornitori americani. Quindi c’è anche un fornitore italiano, Aruba, che mette a disposizione questi servizi aderendo a questa convenzione con un’offerta che risulta completa in termini di tipologia di servizi, e qualificata agli standard europei e nazionali
”.

Data center campus “aperti alle imprese e alle università” per creare fiducia, progettati “green by design”

In termini di rapporto tra infrastrutture e i luoghi in cui sorgono, Sordi ha descritto i data center di Aruba come “campus”: “oltre al data center esistono altre strutture, quindi auditorium, uffici, spazi di co-working che permettono alle aziende, ma anche al mondo accademico e alle università, di entrare dentro questi campus, di visitarli e poi di svolgervi la loro attività.
Si tratta di un altro elemento molto importante secondo me per il tema della sovranità, perché ci vuole fiducia nei servizi e nelle infrastrutture. Per me fiducia significa poterle toccare con mano, visitarle, conoscerle direttamente. Tante infrastrutture su cui sono posizionati i vostri dati, non sapete dove sono. Le nostre sono visibili, sono aperte, è possibile toccarle, è possibile capire il livello di innovazione e sicurezza”.

E poi c’è il tema della sostenibilità ambientale, che è sempre più centrale in ogni strategia aziendale. Si tratta, infatti, di “infrastrutture compatibili con il contesto ambientale in cui sorgono – ha detto Sordi – perché i nostri data center sono progettati green by design, è un principio fondante della nostra strategia. Oltre quello delle prestazioni, dell’affidabilità, della sovranità digitale, c’è il tema dell’impatto ambientale e questo per la comunità residente è molto importante. Sono strutture silenziose, sono strutture, quelle di Aruba, che fanno uso di energie provenienti da fonti rinnovabili e alcune addirittura autoprodotte. Noi gestiamo un network di centrali idroelettriche, di impianti fotovoltaici che alimentano i nostri data center”.

[embedded content]
[embedded content]

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/stefano-sordi-aruba-il-vantaggio-di-scegliere-un-cloud-provider-italiano-che-sia-conforme-alle-normative-ue-e-non-ad-altre/550952/




Moricca (PagoPA): ‘Digitale chiave per una PA più trasparente ed efficiente’

“In Pago PA viviamo ogni giorno la sfida di rendere i servizi pubblici sempre più semplici, accessibili e vicini alle persone. Il digitale per noi è la chiave per creare una PA più trasparente, efficiente e capace di rispondere in tempo reale ai bisogni della società”. Lo ha detto Alessandro Moricca, Amministratore Unico di PagoPA nel suo intervento all’edizione 2025 del Digital Innovation Forum – ComoLake2025 in corso a Cernobbio. Key4Biz è media partner.

Digitale effetti concreti

In questi anni “abbiamo dimostrato che la digitalizzazione può produrre degli effetti concreti positivi” attraverso le principali piattaforme che compongono l’ecosistema digitale della PA, “per digitalizzare l’intero ciclo di vita di un servizio pubblico”, dice Moricca. Dalla comunicazione, alle notifiche, ai pagamenti al welfare e alla gestione dei dati.

Le diverse piattaforme della PA hanno tutte gli stessi standard, per garantire l’interoperabilità dei dati e la stessa esperienza a tutti i cittadini, in tutto il territorio nazionale.

PagoPA e App IO

Le più mature e utilizzate sono PagoPA, la piattaforma per i pagamenti e degli incassi degli enti di pubblico servizio, e l’app IO, l’app mobile per l’accesso a tutti i servizi digitali della PA. “Servono tutti i giorni milioni d cittadini e decine di migliaia di enti”, dice Moricca.    

Ma sono due i progetti al centro dell’attenzione al momento: “L’App IO come scelta di IT Wallet pubblico, i primi servizi sono ormai attivi, è usata dal 50% della popolazione adulta italiana e con essa presidiamo i tavoli europei per l’identità digitale”, aggiunge ricordando che in un anno sono stati rilasciati 11 milioni di documenti tramite la piattaforma, a fronte di 6 milioni di funzionalità.

Piattaforma SEND

Il secondo progetto di punta è SEND, il servizio di notifiche digitali lanciato nel luglio del 2023, grazie al quale la notifica degli atti amministrativi a valore legale diventa un processo totalmente digitale. Con SEND ad oggi sono state inviate più di 22 milioni di notifiche per conto di 6mila enti centrali e locali che sono attivi sulla piattaforma.

McKinsey, risparmi per 135 milioni con le piattaforme PagoPA

Secondo uno studio realizzato da McKinsey, c’è un risparmio di 135 milioni di euro grazie alla gestione centralizzata di convenzioni con i Psp e servizi di postalizzazioni, all’invio digitale di comunicazioni e notifiche, alla riduzione die costi del contante, contenzioso e interrogazione di banche dati. Anche grazie a questi dati, 9 enti su 10 riconoscono il contributo delle piattaforme pubbliche in termini di stimolo e promozione all’innovazione. Il 75% degli utenti attribuisce alle piattaforme della PA un miglioramento della propensione all’utilizzo di servizi digitali per i pagamenti, con un aumento del 22% dei pagamenti digitali al Sud e nelle isole nel periodo dal 2020 al 2024.       

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/moricca-pagopa-digitale-chiave-per-una-pa-piu-trasparente-ed-efficiente/550955/




FIEG contro Google: “AI Overview è un traffic killer”. Chiesto l’intervento dell’Agcom per violazione del DSA

La Federazione Italiana Editori Giornali ha presentato all’Agcom, in qualità di Coordinatore nazionale dei Servizi Digitali, un reclamo formale contro AI Overview, il nuovo sistema di risposte generate dall’intelligenza artificiale di Google.

L’iniziativa, coordinata con l’ENPA (European Newspaper Publishers’ Association), punta a ottenere dalla Commissione Europea l’apertura di un’istruttoria ai sensi del Digital Services Act (DSA).

Secondo la FIEG, con l’introduzione di AI Overview in Italia – e ancor più con la recente estensione della modalità AI Mode – Google violerebbe diverse disposizioni fondamentali del regolamento europeo, “con effetti pregiudizievoli sugli utenti, i consumatori e le imprese editoriali”.

Un traffic killer che riduce la visibilità delle fonti

Nel documento tecnico depositato all’Autorità, gli editori accusano Google di essersi trasformato in un vero e proprio traffic killer in quanto le risposte generate da Google Overview vengono visualizzate direttamente nella pagina dei risultati, spesso in cima, senza che l’utente debba cliccare sui link delle testate da cui quei contenuti provengono.

“Un prodotto che si pone in diretta concorrenza con i contenuti prodotti dalle aziende editoriali”, scrive la FIEG, “determinando una riduzione della loro visibilità e reperibilità, e quindi dei relativi introiti pubblicitari”.

Un effetto che, secondo gli editori, “minaccia la sostenibilità economica del settore, la pluralità dell’informazione e la qualità del dibattito democratico”.

A causa di Google Overview calo medio del traffico editoriale tra il 10% e il 15%

Come abbiamo scritto nel nostro approfondimento di settembre, “Calano gli accessi ai siti (anche in Italia) per colpa dell’AI Overview di Google. I dati”, l’effetto di AI Overview si è già fatto sentire sui numeri. Secondo le analisi di piattaforme di monitoraggio SEO e di diversi centri media, il traffico organico proveniente da Google verso i siti editoriali ha subito un calo medio tra il 10% e il 15%, con punte che in alcuni casi raggiungono il 25%.

I primi a risentirne sono stati i portali di informazione generalista, ma anche i siti verticali di tecnologia, salute e cultura hanno registrato flessioni importanti nelle visite provenienti da ricerca.

Le pagine che prima comparivano tra i primi risultati, oggi si trovano sotto i blocchi di risposte AI: snippet, box esplicativi e, sempre più spesso, un riassunto generato automaticamente che ingloba le informazioni principali prese dalle fonti originali.

In pratica, l’utente ottiene la risposta senza bisogno di visitare il sito: un cambiamento che – come confermano i dati – sta alterando la struttura stessa del traffico online.

La questione regolatoria e il DSA

La mossa della FIEG segna una svolta sul piano istituzionale. Il reclamo richiama direttamente il Digital Services Act, che impone alle grandi piattaforme obblighi di trasparenza, correttezza e non discriminazione verso i fornitori di contenuti.

Secondo gli editori, AI Overview viola questi principi, privilegiando un sistema chiuso che sfrutta contenuti di terzi senza adeguata visibilità o compensazione.

In parallelo, azioni simili sono in corso anche in altri Paesi dell’Unione, coordinate da ENPA, con l’obiettivo di spingere la Commissione a intervenire a livello comunitario. L’argomento è tutt’altro che tecnico: si tratta di stabilire se un prodotto come AI Overview debba essere considerato motore di ricerca o intermediario di contenuti, con tutte le conseguenze normative che questo comporta.

Un equilibrio sempre più fragile

Il reclamo della FIEG arriva in un momento cruciale per il rapporto tra AI e informazione. Gli editori denunciano che la combinazione di Overview e AI Mode rischia di “chiudere” il web dentro l’ecosistema Google, riducendo la libera circolazione dei contenuti e spostando l’attenzione su risposte sintetiche, spesso decontestualizzate.

Il rischio, dicono, è duplice: da un lato la perdita di entrate pubblicitarie e traffico qualificato; dall’altro, la diffusione di informazioni parziali o errate, perché la sintesi dell’AI non sempre restituisce la complessità delle notizie.

Un tema che si intreccia con la disinformazione, la mancanza di trasparenza sugli algoritmi e la necessità di regole condivise sull’uso dei contenuti generati da modelli di intelligenza artificiale.

Verso un “caso Google” europeo

Se la Commissione Europea dovesse accogliere la richiesta di istruttoria, si aprirebbe un precedente simile a quello che anni fa portò al negoziato su Google News Showcase e sulla remunerazione dei contenuti giornalistici. Ma questa volta la posta in gioco è più alta: non si parla solo di diritti economici, ma del modo stesso in cui l’informazione viene generata, distribuita e letta.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/fieg-contro-google-ai-overview-e-un-traffic-killer-chiesto-lintervento-dellagcom-per-violazione-del-dsa/550920/




Francesco Carpentieri (Open Fiber): ‘La nostra rete esistente è già quantum ready’

Open Fiber, in collaborazione con Cisco e ThinkQuantum, hanno concluso con successo la sperimentazione di servizi Quantum-Safe sulla rete FTTH di Roma. Un test su 42 chilometri di fibra, che hanno permesso di abilitare comunicazioni sicure a prova di minaccia quantistica. Il tutto sulla rete e la componentistica esistente di Open Fiber. Ne abbiamo parlato con Francesco Carpentieri, Responsabile Ingegneria del Trasporto di Open Fiber.

Key4biz. Può contestualizzare la sperimentazione e l’accordo con Cisco e ThinkQuantum sulla minaccia quantistica? Perché è stato importante farla?

Francesco Carpentieri. L’ultimo Premio Nobel della Fisica di qualche giorno fa è John Martinis, che arriva da Google, uno dei primi che nel 2019 ha sottolineato l’importanza e l’hype del primo computer quantistico. Idealmente la minaccia quantistica nasce appunto nel 2019, quando Google annuncia la supremazia quantistica con il processore Sycamore, sviluppato dal team guidato punto da John Martinis, oggi Premio Nobel per la Fisica 2025. È lo stesso ecosistema Google da cui proviene anche Geoffrey Hinton, Nobel 2024, pioniere del deep learning e già ricercatore di Google Brain, dove sono nate molte delle basi dell’intelligenza artificiale moderna. Anche il LLM di ChatGPT nasce da un articolo scientifico di Google.

Key4biz. Quindi, l’hype che stiamo vivendo tanto per quanto riguarda il quantum processing quanto per l’Intelligenza Artificiale provengono in origine entrambe da Google?

Francesco Carpentieri. Sì, sono entrambe ‘Google made’. C’è da dire che il processore Sycamore è stato lanciato in periodo di Covid e quindi per questo è passato un po’ in sordina.

Key4biz. Come si incrociano queste due traiettorie – l’IA e il calcolo quantistico – che poi sono significative per la sperimentazione di Open Fiber con Cisco e ThinkQuantum?

Francesco Carpentieri. Queste due traiettorie — l’IA e il calcolo quantistico — si sono intrecciate in Google, segnando un punto di svolta nella potenza computazionale: basti ricordare il caso AlphaGo, la prima IA capace di sconfiggere un campione mondiale di Go (un gioco cinese, una sorta di scacchi), simbolo di una nuova forma di intelligenza capace di apprendere e superare i limiti dell’intuizione umana.

Key4biz. Ma cosa significa?

Francesco Carpentieri. Con il Go ti sei spinto oltre la parte semplicemente razionale, visto che questo gioco cinese antichissimo prevede anche una componente marcata di fantasia, arrivando a sfidare e sconfiggere anche la componente intuitiva e dando così il via al concetto di quantum threat, la consapevolezza che i computer quantistici potranno in futuro compromettere gli attuali sistemi di cifratura. AlphaGo è stato poi portato anche in Cina, dove ha sconfitto il campione cinese di Go. Una svolta per la quantum threat.

Key4biz. Cosa c’entra tutto questo con la sperimentazione di Open Fiber, Cisco e ThinkQuantum?

Francesco Carpentieri. La sperimentazione condotta da ThinkQuantum, Cisco e Open Fiber nasce da questa sfida: dimostrare che tecnologia e infrastruttura sono già pronte per l’era della sicurezza quantistica. Grazie alla rete in fibra pervasiva di Open Fiber, capace di raggiungere in modo capillare territori e data center, è stato possibile testare la coesistenza di canali quantistici e i segnali ottici classici ad altissima capacità. Questo l’obiettivo del nostro test.

Key4biz. In altre parole, avete dimostrato che i canali quantistici possono coesistere con i canali classici della vostra rete.

Francesco Carpentieri. Esatto, abbiamo dimostrato che l’Italia dispone già della base fisica necessaria per evolvere verso reti quantum ready, dove la sicurezza dei dati è garantita dalle leggi della fisica, non solo dalla matematica.

Key4biz. Cosa significa “Quantum Safe”?

Francesco Carpentieri. Il termine quantum safe non indica un semplice aggiornamento software o un algoritmo più sofisticato, ma un vero cambio di paradigma. Le tecnologie quantum safe sono intrinsecamente protette, perché basano la loro sicurezza sulle leggi della fisica quantistica, non sulla complessità di calcoli matematici che un computer quantistico, un domani, potrebbe violare.

Key4biz. Si tratta di una minaccia che riguarda soltanto le comunicazioni sensibili dei Governi, delle agenzie della Difesa e delle grandi Istituzioni finanziarie?

Francesco Carpentieri. No. Quando si parla di rischio quantistico, non si tratta di un problema confinato a difesa e finanza: se le chiavi RSA e gli algoritmi tradizionali venissero superati, l’impatto sarebbe globale, toccando comunicazioni, sanità, imprese e cittadini. La paura è questa. Si parte chiaramente dai settori sensibili: difendi prima la Difesa, prima le applicazioni mission critical. Però con l’arrivo imminente dei nuovi device la minaccia sarà globale. Per questo il paradigma quantum safe rappresenta una necessità sistemica: costruire un’infrastruttura digitale che resti sicura anche di fronte alle rivoluzioni computazionali che stanno maturando nei laboratori.

Per affrontare questa minaccia futura, Open Fiber ha lavorato a livello fisico sulla sua rete.

Key4biz. Come si è svolta la sperimentazione?

Francesco Carpentieri. La sperimentazione è stata condotta utilizzando apparati commerciali, con l’obiettivo di verificare la propagazione di canali quantistici per la distribuzione di chiavi (QKD) affiancati a segnali ottici classici ad altissima capacità, tipici delle reti backbone moderne. Aggiungendo la complessità dei canali quantici, la rete Open Fiber e tutto l’ecosistema ha reagito positivamente. La trasmissione delle chiavi quantistiche è avvenuta senza interferenze con il traffico dati tradizionale, garantendo comunicazioni stabili e affidabili.
Questo dimostra che la rete in fibra pervasiva di Open Fiber è tecnologicamente predisposta a ospitare e coesistere con la futura infrastruttura quantistica nazionale, a livello di fibra e di apparati commerciali.

Leggi anche: Fibra antisismica, Carpentieri (Open Fiber): ‘Esternalità positiva della rete OF’ (videointervista)

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/francesco-carpentieri-open-fiber-la-nostra-rete-esistente-e-gia-quantum-ready/550808/




Aldo Bisio (Engineering): “L’Italia deve puntare sugli SLM. Con EngGPT portiamo l’AI al servizio della crescita e della competitività”

Al Digital Innovation Forum di Cernobbio, Aldo Bisio, nuovo CEO di Engineering, ha presentato la visione del gruppo sull’evoluzione dell’intelligenza artificiale e sul ruolo dell’Italia in questa trasformazione. “Stiamo vivendo una grande accelerazione su tutto il tema dell’AI – ha detto – e in Engineering abbiamo deciso di spingere con decisione su questo fronte”. Bisio, alla guida dell’azienda da pochi mesi, ha sottolineato come abbia potuto costruire su una base solida grazie agli investimenti dei suoi predecessori.

“Abbiamo investito in modo importante per creare EngGPT, uno small language model caratterizzato sulla lingua italiana”, ha spiegato. “Crediamo che l’evoluzione dai frontier model agli small language model sia la strada giusta per i prossimi anni, soprattutto per l’Italia, che ha una struttura industriale più frammentata rispetto ai grandi concorrenti europei”.

Il futuro? Gli Small Language Model

Tra i motivi che spingono Engineering verso questa direzione, Bisio ha indicato la sostenibilità: “I modelli small consumano da 30 a 100 volte meno energia rispetto ai large. Un cervello umano, per risolvere un problema mediamente complesso, consuma un joule. Un Large Language Model (LLM) ne consuma un milione di volte di più. L’efficienza energetica è un tema centrale, e gli SLM rappresentano un primo passo verso sistemi più sostenibili, anche in Italia, dove il training dei grandi modelli richiede sforzi e risorse di diversi ordini di grandezza superiori”.

“L’Intelligenza Artificiale sta vivendo una nuova evoluzione: i Large Language Model continuano a rappresentare il cuore pulsante dell’AI generativa, ma nel frattempo gli Small Language Model stanno rendendo più accessibile l’AI e aprendo la strada agli Agentic AI. Quest’ultimi sono sistemi capaci di pianificare, agire e adattarsi in tempo reale, segnando il passaggio verso forme di Intelligenza Artificiale realmente autonome. È una trasformazione profonda, che crea ecosistemi digitali più efficienti, multimodali e sostenibili.

Con EngGPT aiutiamo aziende e PA a trasformare l’AI in un motore di crescita e competitività”

 A conclusione del suo intervento al ComoLake 2025, il CEO di Engineering Aldo Bisio ha spiegato: “In Engineering crediamo che l’Intelligenza Artificiale debba essere un motore di progresso, accessibile, etico e al servizio delle persone. La nostra vision è “AI First”: abbiamo reso questa tecnologia un elemento strutturale dei processi industriali, dei servizi pubblici e della vita quotidiana. Usiamo l’AI e la Generative AI in tutti i settori strategici – industria, energia, sanità, finanza, pubblica amministrazione – per trasformare dati in conoscenza e conoscenza in valore reale.

Con EngGPT, la nostra piattaforma di Private GenAI conforme all’AI Act, diamo alle organizzazioni strumenti per sviluppare la propria intelligenza digitale in modo sicuro e personalizzato. Il nostro obiettivo è accompagnare imprese e istituzioni verso un futuro in cui l’AI non sostituisce, ma amplifica le capacità umane, costruendo un’economia più competitiva, sostenibile e inclusiva.”

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/aldo-bisio-engineering-litalia-deve-puntare-sugli-slm-con-enggpt-portiamo-lai-al-servizio-della-crescita-e-della-competitivita/550761/