Sicurezza del Quantum Computing nelle reti 6G

Sicurezza del Quantum Computing nelle reti 6G: prospettive regolatorie ed etiche

L’avvento delle reti 6G, previsto attorno al 2030, coincide con l’accelerazione della corsa globale alle tecnologie quantistiche, destinate a costituire il nucleo del prossimo salto digitale. La sfida, tuttavia, non è esclusivamente tecnologica: essa riguarda la fiducia degli utenti, l’autonomia strategica degli Stati e l’adesione a criteri etici condivisi.

Lo studio “The Security of Quantum Computing in 6G: From Technical Perspectives to Ethical Implications” firmato da Luca Barbieri (Università degli Studi di Genova) e Abdelkrim Menina, Riccardo Bassoli e Frank HP Fitzek (Technische Universität Dresden) propone un primo quadro interdisciplinare che coniuga regolazione giuridica e soluzioni tecniche per garantire l’affidabilità del calcolo quantistico nelle future reti 6G. L’approccio mira a delineare una cornice normativa complementare alle strategie già adottate da diversi Paesi (dalla Quantum Strategy britannica, alla normativa statunitense sul Quantum Computing Cybersecurity Preparedness Act, fino alla proposta italiana presentata dal senatore Lorenzo Basso).

Ecosistema 6G, quantistica e fornitori di servizi: l’affidabilità come presupposto di fiducia

Un punto nevralgico riguarda l’affidabilità dei fornitori di servizi quantistici. Attualmente, l’accesso al calcolo quantistico avviene prevalentemente tramite cloud, il che implica la totale dipendenza dell’utente dalla governance del provider e l’assenza di garanzie dirette sul trattamento dei dati. In un ecosistema 6G, caratterizzato da miliardi di sensori e applicazioni critiche, un simile rischio appare incompatibile con le esigenze di sicurezza nazionale ed europea.

Etica, sostenibilità e il bilanciamento tra accessibilità e sovranità

Barbieri e colleghi evidenziano la tensione tra l’accessibilità offerta dal cloud quantistico e la tutela della sovranità digitale. L’accesso diffuso a tali risorse contribuisce infatti agli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) dell’Agenda 2030 dell’ONU – in particolare l’Obiettivo 9 (innovazione e industria) e l’Obiettivo 10 (riduzione delle disuguaglianze). Tuttavia, questa democratizzazione si accompagna al rischio di perdita di controllo infrastrutturale e decisionale.

In questo contesto si inserisce il tema dell’autonomia digitale, intesa non solo come protezione dei dati, ma come possibilità di esercitare un controllo effettivo sul proprio destino tecnologico. Il World Economic Forum ha sottolineato come, senza fornitori affidabili e regole certe, i Paesi rischino di delegare potere strategico a pochi attori globali, con conseguenze rilevanti sulla sovranità digitale.

L’esempio delle simulazioni quantistiche utilizzate a Seattle da Ford e Microsoft, in grado di ridurre fino al 73% la congestione urbana, mostra chiaramente il potenziale di tali tecnologie. Ma pone al contempo la questione etica: fino a che punto è accettabile perseguire finalità di sostenibilità sacrificando sovranità e controllo sui dati?

Proposte e strumenti di tutela

Tra le misure tecniche e normative suggerite emergono:

  • Blind quantum computing, già esplorato dalla Quantum Internet Alliance, per impedire al server di accedere ai dati dell’utente;
  • Quantum Physical Unclonable Functions (QuPUFs), meccanismi crittografici idonei a garantire integrità e autenticità hardware;
  • un’estensione del disegno di legge italiano in materia di quantum computing per includere obblighi specifici di tutela contro fornitori potenzialmente malevoli.

Il modello “3C”: cooperazione, collaborazione e coordinamento

Lo studio propone un ecosistema quantistico affidabile, etico ed inclusivo, fondato sul modello 3C:

  1. Cooperazione – accordi internazionali tra Paesi alleati per consolidare la sovranità digitale;
  2. Collaborazione – partenariati pubblico-privati per promuovere innovazione e industrializzazione;
  3. Coordinamento – strutture di governance condivise a livello internazionale per evitare frammentazioni normative e tecnologiche.

Questo approccio è coerente con la strategia NATO sulle tecnologie quantistiche e con i lavori del NIST statunitense in tema di crittografia post-quantum.

Il ruolo dell’Italia e la dimensione europea, in attesa dello European Quantum Act del 2026

Il Governo italiano, con la Strategia nazionale per le tecnologie quantistiche adottata nel 2025, ha già tracciato una roadmap che mira a colmare il divario con i Paesi più avanzati, rafforzare l’autonomia strategica nazionale e stimolare nuove filiere industriali ed occupazionali.

Tuttavia, come ci ha detto Barbieri (Dottorando in “Security, Risk and Vulnerability” – Università degli Studi di Genova), “il vero terreno di confronto è l’Unione Europea. Attualmente manca un regolamento specifico sulle tecnologie quantistiche: la Commissione ha annunciato l’intenzione di presentare un European Quantum Act entro il 2026”.

In tale prospettiva, aggiunge “l’Italia, in quanto Stato membro, può assumere un ruolo propositivo elaborando documenti di lavoro da presentare in sede di Consiglio, COREPER o direttamente alla Commissione, nonché promuovendo alleanze tematiche con altri Stati interessati”. Più precisamente, l’autore evidenzia che un possibile contributo italiano potrebbe essere un modello regolatorio basato su due pilastri:

  • regolazione basata sul rischio (sul modello dell’AI Act);
  • politica industriale e di sicurezza (sul modello del Chips Act).

Tecnologie quantum e 6G: “Il rischio è generare nuove dipendenze tecnologiche”

Senza un quadro regolatorio affidabile e senza fiducia nei fornitori, osservano gli autori, “il rischio è quello di generare nuove dipendenze tecnologiche, compromettendo tanto la sicurezza nazionale quanto gli obiettivi dell’Agenda 2030”.

Le tecnologie quantistiche e le reti 6G possono costituire un potente strumento di sviluppo sostenibile e sicurezza globale, ma solo se integrate in una cornice giuridica che garantisca indipendenza tecnologica, tutela dei diritti fondamentali e governance etica condivisa.

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Secondo Goldman Sachs l’AI ha già esaurito i dati di addestramento

Secondo Neema Raphael, Chief Data Officer di Goldman Sachs, l’ecosistema AI ha già raggiunto un punto critico: i dati di addestramento disponibili sono esauriti.

Questa affermazione, rilasciata durante un episodio del podcast ‘Exchanges’ della banca, evidenzia una crescente crisi nella disponibilità di contenuti utili per alimentare modelli linguistici sempre più sofisticati. La scarsità di dati freschi sta costringendo sviluppatori e aziende a ripiegare su contenuti sintetici generati artificialmente, una pratica che pone rischi significativi in termini di qualità, coerenza e originalità.

L’uso intensivo di dati generati da altre AI – come nel caso di DeepSeek in Cina – solleva interrogativi sull’effettiva innovazione e sul pericolo di una ‘piatta creativa’. Raphael avverte che un’eccessiva dipendenza da contenuti sintetici potrebbe portare a una standardizzazione del pensiero, riducendo il valore creativo e umano dell’AI.

Tuttavia, esiste una riserva preziosa ancora poco esplorata: i dataset proprietari detenuti dalle aziende. Flussi di trading, interazioni con clienti e processi interni rappresentano risorse dal potenziale enorme, a patto che vengano interpretate correttamente nel loro contesto di business e normalizzate per un utilizzo efficace.

Mentre il web pubblico è ormai ‘svuotato’, la vera frontiera dell’evoluzione AI potrebbe risiedere nei dati aziendali non sfruttati.

Raphael suggerisce che il limite futuro non sarà la disponibilità di informazioni, ma la capacità di comprenderle, strutturarle e valorizzarle in modo strategico.

Un cambiamento di paradigma che pone le imprese al centro dell’innovazione, ma impone anche una riflessione filosofica sull’autenticità e l’umanità nell’evoluzione degli algoritmi.

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OpenAI raggiunge una valutazione di 500 miliardi di dollari dopo la vendita di azioni

Secondo fonti vicine alla trattativa, OpenAI avrebbe toccato una valutazione impressionante di 500 miliardi di dollari in seguito a una recente operazione di vendita di azioni nel mercato secondario.

Questo traguardo conferma l’interesse costante e crescente degli investitori verso l’azienda fondata da Sam Altman, nota per lo sviluppo dei modelli GPT e delle tecnologie AI più avanzate al mondo.

La vendita di azioni non ha comportato l’emissione di nuove quote, ma ha invece permesso ad azionisti esistenti, come dipendenti e primi investitori, di liquidare parte delle loro partecipazioni.

La cifra, che proietta OpenAI in una posizione comparabile alle principali big tech, evidenzia come la società si stia rapidamente affermando non solo come leader tecnologico ma anche come asset strategico nel mercato globale dell’innovazione.

L’interesse per la sua equity riflette la fiducia nella sostenibilità del suo modello di business, basato su applicazioni di AI sempre più integrate in settori chiave dell’economia, dai servizi digitali alla consulenza aziendale. Fonti interne suggeriscono che l’operazione sia stata facilitata da Thrive Capital, partner di lungo corso dell’azienda, contribuendo a mantenere una governance equilibrata durante la crescita esponenziale.

La valutazione a mezzo trilione di dollari rappresenta un punto di svolta nella storia recente delle startup tecnologiche, spingendo analisti ed esperti del settore a riflettere sull’impatto a lungo termine che OpenAI potrebbe avere su finanza, lavoro e società. Un risultato che sottolinea l’importanza strategica dell’AI nel futuro economico mondiale.

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Bandinelli (Aruba): “Il Cloud sovereign-by-design è la leva strategica per la competitività digitale in Italia”

“La sovranità digitale non può più essere considerata un tema marginale o confinato alla sfera normativa: è oggi un fattore determinante nelle scelte tecnologiche delle imprese e nella loro capacità di competere sui mercati. Le aziende non si limitano più a richiedere protezione, ma esigono certezze sulla localizzazione dei dati, chiarezza nelle responsabilità operative e garanzie di piena aderenza regolatoria. L’evoluzione fotografata dall’Osservatorio lo dimostra chiaramente: il Private Cloud registra una crescita del +23%, attestandosi a 1,39 miliardi di euro, spinta proprio dall’esigenza di maggior controllo e dal progressivo consolidarsi delle soluzioni di Cloud sovrano” – sottolinea Massimo Bandinelli, Marketing Manager di Aruba Cloud, a margine della presentazione dei risultati della sedicesima edizione dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano.

I nuovi risultati, presentati oggi nel corso del convegno “Cloud tra Intelligenza Artificiale e Sovranità: strategie e politiche industriali per un nuovo ecosistema digitale”, rafforzano il ruolo del Cloud quale pilastro dell’innovazione e infrastruttura strategica per la competitività del Paese.

“I risultati della nuova ricerca dell’Osservatorio confermano quanto sia ormai imprescindibile proporre servizi sovereign-by-design. Un approccio di questo tipo non è solo un requisito tecnico, ma diventa un vero fattore competitivo per le aziende: abilita le scelte strategiche future, genera valore concreto per l’impresa e per i suoi clienti, e consente di scalare, estendere l’infrastruttura e adeguarsi rapidamente a nuovi requisiti normativi. In altre parole, permette di evolvere con agilità quando le esigenze cambiano. Proporre questo modello implica fondare l’offerta su infrastrutture di proprietà, con data center localizzati esclusivamente in Europa, garantire una governance e un monitoraggio esercitati all’interno dell’Unione Europea e adottare architetture aperte e interoperabili, come previsto ad esempio anche dal progetto SECA API. In questo modo la conformità non è un requisito da aggiungere ex post, ma diventa un principio architetturale intrinseco, parte integrante del disegno dei servizi Cloud” aggiunge Bandinelli.

Tra le principali evidenze emerse, il mercato Cloud italiano raggiunge nel 2025 un valore complessivo di 8,13 miliardi di euro, con una crescita del +20% rispetto all’anno precedente. A trainare l’espansione è ancora una volta il Public & Hybrid Cloud, che si attesta a 5,83 miliardi (+21%). All’interno di questa componente, l’Infrastructure as a Service (IaaS) tocca i 2,63 miliardi (+23%), arrivando a rappresentare il 45% della spesa complessiva, sostenuta in particolare dalla diffusione di ambienti dedicati allo sviluppo di applicazioni di Intelligenza Artificiale.

Il Cloud, infatti, si conferma l’infrastruttura abilitante per l’Intelligenza Artificiale, capace di sostenerne la diffusione e di determinarne i modelli di adozione. Nel 2025, il 25% delle grandissime imprese dichiara di utilizzare API di AI-as-a-Service, il 23% adotta applicazioni pronte all’uso e il 16% impiega piattaforme per sviluppatori.

“L’Intelligenza Artificiale e il Cloud sono inseparabili. La nuvola è il motore che rende possibile l’AI, ma per coglierne i benefici le imprese devono imparare a coniugare innovazione e governance dei dati, superando i limiti legati a competenze e sicurezza che ancora oggi rappresentano un ostacolo” – afferma Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano – ”Permane un vuoto di governance preoccupante: il 59% delle organizzazioni non ha ancora introdotto policy per contrastare la perdita o l’uso improprio di informazioni sensibili da parte dei dipendenti che utilizzano strumenti di AI Generativa”.

Parallelamente, i dati dell’Osservatorio segnalano un rafforzamento dell’attenzione verso la sicurezza e la conformità normativa: il 72% delle imprese ha avviato progetti di cybersecurity e gestione dei rischi informatici, mentre il 39% ha concentrato i propri sforzi sull’adeguamento alle nuove direttive europee, tra cui NIS2, DORA e AI Act.

“In questo scenario i provider locali assumono un ruolo distintivo e strategico. Non siamo meri erogatori di servizi tecnologici, ma interpreti e mediatori che si muovono tra le esigenze specifiche dei mercati nazionali e i quadri normativi e di fiducia europei. In un contesto in cui il 46% delle grandi organizzazioni ha adottato strategie ibride e selettive, diventa essenziale offrire piattaforme capaci di garantire isolamento e protezione dei dati più sensibili, senza sacrificare scalabilità, interoperabilità e flessibilità, che restano elementi imprescindibili del paradigma Cloud” – commenta Bandinelli.

Infine, il report evidenzia un trend sempre più marcato: il 35% delle organizzazioni dichiara di valutare progetti di Cloud repatriation, in crescita rispetto al 20% del 2024.

“Sempre più realtà stanno passando dall’entusiasmo del “Cloud first” alla ricerca di soluzioni più mirate ed equilibrate. La Cloud repatriation rappresenta un’evoluzione verso una maggiore personalizzazione del servizio che rispecchia i principi di sovranità: non esiste un modello unico, ma la necessità di adattare le architetture IT agli obiettivi concreti di ciascuna organizzazione. Significa sviluppare soluzioni su misura, che possono tradursi nel riportare i workload in un Private Cloud dedicato oppure nell’integrare modelli ibridi con ambienti pubblici. L’approccio giusto è quello che assicura sovranità, e quindi controllo, performance e sostenibilità economica nel tempo” – conclude Bandinelli.

Per ulteriori dettagli: https://www.cloud.it/private-and-hybrid-cloud

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Streaming illegale, in Francia scatta l’ingiunzione ‘preventiva’ contro siti pirata su Google e Bing. Il commento di Capitanio (Agcom)

Tribunale francese ordina ai motori di ricerca di oscurare i siti di streaming illegale di partite della Ligue 1 e Ligue 2

La Francia segna un punto storico nella lotta allo streaming illegale di partite di calcio. Con una decisione datata 18 settembre, il Tribunale giudiziario di Parigi ha imposto a Google e Microsoft Bing di rimuovere dai risultati di ricerca i siti che trasmettono senza autorizzazione le partite di Ligue 1 McDonald’s e Ligue 2 BKT.

Si tratta della prima volta in assoluto che la Ligue de Football Professionnel (LFP) e la sua controllata commerciale LFP Media ottengono un’ingiunzione preventiva contro i motori di ricerca. Fino ad oggi, le azioni legali si erano concentrate quasi esclusivamente sugli Internet Service Provider (ISP) e sui fornitori di servizi DNS alternativi, costretti a bloccare l’accesso a piattaforme pirata una volta individuate.

La sentenza introduce un cambiamento radicale: la LFP non dovrà più attendere che si verifichi la violazione per muoversi, ma potrà agire in anticipo, chiedendo la rimozione dei siti sospetti ancora prima che inizino lo streaming illegale. Un’arma in più nel contrasto a un fenomeno che in Europa erode ogni anno centinaia di milioni di euro ai campionati nazionali.

In Italia abbiamo già qualcosa di simile, grazie alla legge antipirateria e alla piattaforma Piracy Shield, è possibile intervenire immediatamente a seguito di segnalazione di streaming illegale, senza dover attendere tempi troppo lunghi. La norma stabilisce, infatti, che entro 30 minuti dalla segnalazione, il sito dovrebbe essere oscurato o l’accesso disabilitato.

Capitanio (Agcom): “In Francia è il Tribunale ad ordinare la deindicizzazione, in Italia è l’Autorità ad impartire l’ingiunzione dinamica dei siti pirata”

“Quello francese è un ottimo punto nella lotta alla pirateria. Un passo molto importante, soprattutto per il coinvolgimento attivo dei motori di ricerca. Va chiarito che le procedure francesi e quelle italiane presentano differenze significative. In Francia è il Tribunale giudiziario di Parigi a ordinare, in prima istanza, la deindicizzazione dei siti pirata, mentre l’omologo francese di Agcom, ossia Arcom, interviene successivamente segnalando ulteriori siti.
In Italia, invece, in forza della legge 93/2023, l’Autorità impartisce direttamente gli ordini, adottando su istanza di parte le ormai note “ingiunzioni dinamiche”, con un termine massimo di 30 minuti per l’esecuzione. Nei fatti i siti pirata vengono spenti in pochissimi minuti grazie alla tempestività di intervento dei provider
”, ci ha spiegato Massimiliano Capitanio, Commissario dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom).

Inoltre, ha ci ha sottolineato Capitanio, “con Piracy Shield operiamo affinché i siti pirata risultino irraggiungibili dall’Italia, mentre nel caso francese l’ordine mira alla deindicizzazione degli URL illeciti dai motori di ricerca, rendendoli meno visibili e più difficili da raggiungere per gli utenti.
Si tratta comunque di un risultato di grande rilievo, perché la pirateria è un fenomeno globale e può essere contrastata efficacemente solo attraverso un approccio collaborativo e un costante scambio di esperienze e informazioni
”.

“È per questa ragione che il prossimo 15 ottobre, all’Università Parthenope di Napoli, Agcom ha organizzato il convegno “Stop Piracy”, al quale parteciperanno stakeholder italiani, francesi e spagnoli coinvolti a vario titolo nel contrasto alla pirateria: dai titolari dei diritti alle istituzioni, passando per i provider. L’obiettivo – ha affermato il Commissario Agcom – è mettere a fattor comune questi intensi anni di lavoro, anche alla luce delle novità introdotte a livello europeo dal Regolamento per i servizi digitali (DSA)”

L’asse della Lega calcistica con Arcom, l’autorità francese di regolazione per l’audiovisivo e il digitale

Il provvedimento si affianca alle misure già in vigore dal luglio 2024, quando gli operatori di rete francesi sono stati obbligati a oscurare le piattaforme illegali di streaming e IPTV.

La LFP ha annunciato che lavorerà a stretto contatto con Arcom, l’autorità francese di regolazione per l’audiovisivo e il digitale, per estendere progressivamente l’elenco dei siti da sanzionare man mano che verranno scoperti durante la stagione.

Pressioni dai broadcaster contro lo streaming illegale

I broadcaster come beIN Sport, uno dei principali partner commerciali della LFP, sono molto sensibili al tema e hanno più volte accusato la lega di non garantire un’adeguata protezione dei diritti televisivi. Le tensioni contrattuali e i cali di ricavi legati alla pirateria hanno reso evidente la necessità di un salto di qualità nelle strategie di difesa.
Con questa sentenza, la LFP diventa il primo soggetto calcistico europeo a ottenere un’ingiunzione preventiva nei confronti dei motori di ricerca: un precedente che potrebbe accelerare la battaglia comune dei campionati di calcio contro lo streaming illegale e le IPTV pirata

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Sora 2, il nuovo social stile TikTok divide i dipendenti di OpenAI: “Rischio deepfake”

Ieri abbiamo dato la notizia del lancio della nuova app di OpenAI dedicata al suo modello di generazione video Sora 2, con un’interfaccia che richiama da vicino l’esperienza di TikTok. L’app, autonoma da ChatGPT, presenta un feed di video verticali a scorrimento, con una particolarità: non si potranno caricare video reali, ma solo crearli da zero con il nuovo modello AI di OpenAI.

Sora 2: i ricercatori di OpenAI preoccupati

La notizia del lancio dell’app continua a far discutere all’interno della stessa comunità di ricercatori legati a OpenAI, tra attuali dipendenti ed ex collaboratori. Diversi ricercatori hanno espresso perplessità sull’app, che presenta un feed di video generati da AI e popolato da numerosi deepfake di Sam Altman.

John Hallman, membro del team pretraining, ha scritto su X: “I feed basati sull’AI fanno paura. Non nego di aver provato una certa preoccupazione quando ho scoperto che stavamo lanciando Sora 2. Detto ciò, penso che il team abbia fatto davvero il miglior lavoro possibile per creare un’esperienza positiva… Faremo del nostro meglio per assicurarci che l’AI aiuti e non danneggi l’umanità.” Boaz Barak, anche lui ricercatore OpenAI e docente ad Harvard, ha parlato di una “combinazione di preoccupazione ed entusiasmo”, lodando la qualità tecnica del prodotto ma avvertendo: “è prematuro congratularsi con noi stessi per aver evitato gli stessi errori di altre app social e dei deepfake.”

OpenAI sempre più lontano dal No Profit

Il cuore del dibattito non è solo tecnico o estetico, ma etico e strategico: Sora rappresenta un ulteriore passo verso la commercializzazione dell’AI, una scelta che solleva dubbi su quanto sia ancora coerente con la missione originaria dell’organizzazione, nata come laboratorio non-profit per lo sviluppo sicuro e benefico dell’intelligenza artificiale. Il lancio di Sora mette nuovamente sotto i riflettori la tensione interna a OpenAI: da una parte, un’azienda oggi tra le più influenti nel panorama tech globale; dall’altra, un’organizzazione fondata con uno statuto non-profit che prometteva di sviluppare AI avanzata per il bene comune.

Sam Altman ha affrontato la questione in un post su X: “Abbiamo principalmente bisogno del capitale per costruire AI che possa fare scienza, e di certo siamo focalizzati sull’AGI con quasi tutto il nostro sforzo di ricerca. È anche bello mostrare alle persone nuove tecnologie/prodotti interessanti lungo il percorso, farle sorridere, e — si spera — guadagnare un po’ di soldi, dato tutto il calcolo necessario.” Altman ha ricordato come anche il lancio di ChatGPT avesse sollevato dubbi simili. “La realtà è più sfumata quando si parla di traiettorie ottimali per un’azienda,” ha scritto. Intanto, l’attenzione dei regolatori aumenta. Il procuratore generale della California, Rob Bonta, ha dichiarato che seguirà con attenzione la ristrutturazione di OpenAI, sottolineando l’importanza che “la missione di sicurezza dichiarata come non-profit resti centrale.”

Sora 2 un prodotto per l’intrattenimento

A differenza di ChatGPT, pensato per essere uno strumento utile, Sora è dichiaratamente un prodotto per l’intrattenimento: un’app per creare e condividere brevi clip generate da AI, con un feed che ricorda TikTok o Instagram Reels. Non mancano, però, le somiglianze con le dinamiche problematiche dei social tradizionali: loop infiniti, contenuti virali, e meccanismi di engagement progettati per trattenere l’utente. OpenAI afferma di voler evitare questi problemi. In un post sul blog di lancio, ha dichiarato che Sora non sarà ottimizzata per il tempo trascorso sull’app, ma per la creazione di contenuti. Verranno inviati promemoria agli utenti che scorrono troppo a lungo, e il feed mostrerà principalmente contenuti di persone conosciute.

Secondo Miles Brundage, ex responsabile delle policy di OpenAI, potrebbero esserci buone e cattive applicazioni dei feed AI, come già accaduto con i chatbot. Eppure, il rischio che Sora segua le orme di altre piattaforme è reale. Altman stesso ha parlato, in un podcast di giugno, del “grande disallineamento” dei social media: “Uno dei grandi errori dell’era dei social media è stato che gli algoritmi dei feed hanno avuto molte conseguenze negative non intenzionali sulla società nel suo complesso, e forse anche sugli utenti singoli.”

Un AI al servizio dell’umanità o del puro profitto?

Nel frattempo, gli utenti hanno già notato elementi familiari delle logiche da “scroll infinito”: ad esempio, le emoji dinamiche che appaiono dopo ogni “mi piace”, chiaramente progettate per stimolare picchi di dopamina e aumentare l’engagement.

Con Sora, OpenAI apre un nuovo fronte: quello dell’intrattenimento guidato dall’AI. Il successo dell’app — e il modo in cui evolverà — sarà un test importante per l’azienda. Il rischio non è solo quello di creare l’ennesima app coinvolgente. È quello, più profondo, di perdere di vista l’obiettivo originario: costruire un’intelligenza artificiale al servizio dell’umanità — e non del puro profitto.

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Elon Musk annuncia ‘Grokipedia’ come alternativa a Wikipedia sviluppata da xAI

Elon Musk ha ufficialmente annunciato la creazione di ‘Grokipedia’, una nuova piattaforma di conoscenza sviluppata dalla sua startup di AI, xAI, con l’intento dichiarato di rappresentare un’alternativa a Wikipedia.

L’iniziativa nasce dalla volontà di offrire una versione del sapere meno filtrata e, secondo Musk, più equilibrata, rispetto a quella proposta dall’enciclopedia online tradizionale. ‘Grokipedia’ si integrerà all’interno dell’assistente AI Grok, già disponibile sulla piattaforma X (ex Twitter), offrendo risposte generate da modelli linguistici addestrati su contenuti curati e revisionati.

Secondo Musk, Wikipedia è diventata negli anni uno strumento influenzato da orientamenti politici e da un’élite editoriale ristretta, perdendo l’obiettività iniziale. Grokipedia intende rompere questo schema proponendo un modello dove la generazione della conoscenza avviene tramite un sistema AI aperto a contributi ma filtrato da algoritmi di controllo qualitativo.

L’annuncio arriva in un contesto in cui la competizione tra sistemi di informazione basati su AI è in continua espansione, e dove la gestione della veridicità dei dati rappresenta una sfida centrale.

Con questa mossa, Musk cerca non solo di fornire un’alternativa informativa, ma anche di rafforzare l’ecosistema delle sue piattaforme digitali, promuovendo un uso più personalizzato e interattivo dell’intelligenza artificiale per l’accesso alla conoscenza.

Tuttavia, restano aperti interrogativi riguardo alla neutralità delle fonti utilizzate, alla governance del progetto e alla sua capacità di contrastare disinformazione e manipolazioni, problemi già ampiamente diffusi nel settore dell’informazione digitale.

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Thinking Machines Lab di Mira Murati lancia il suo primo prodotto

Thinking Machines Lab, startup fondata da un gruppo di ex ricercatori di OpenAI guidati da Mira Murati, ha svelato il suo primo prodotto: ‘Tinker’, uno strumento pensato per semplificare la personalizzazione di modelli AI avanzati.

L’obiettivo dichiarato è quello di rendere accessibili a un pubblico molto più vasto — ricercatori indipendenti, aziende e appassionati — funzionalità che, fino ad oggi, erano riservate a grandi centri di ricerca o colossi tecnologici. Tinker automatizza il processo di fine-tuning dei modelli open source di punta, tra cui Llama di Meta e Qwen di Alibaba, permettendo la modifica tramite apprendimento supervisionato o rinforzato, senza dover gestire direttamente infrastrutture GPU complesse. Murati sottolinea come l’accesso diffuso a capacità di frontiera dell’AI possa democratizzare la ricerca, spingendo verso un’innovazione distribuita.

Secondo i beta tester, Tinker si distingue per semplicità d’uso e potenza, superando molte delle soluzioni attualmente disponibili.

Gli utenti possono, con poche righe di codice, accedere all’API di Tinker, personalizzare i modelli e scaricarli per utilizzarli su qualsiasi infrastruttura compatibile. Il lancio è osservato con attenzione da tutto il settore, data l’esperienza del team che ha contribuito alla nascita di ChatGPT.

L’idea centrale è che il futuro dell’AI non risieda solo nella creazione di nuovi modelli, ma nella loro capacità di essere adattati alle esigenze di nicchia o compiti specifici da parte di una comunità sempre più ampia di sviluppatori.

Con questa mossa, Thinking Machines punta a diventare il punto di riferimento per chiunque voglia esplorare i limiti dell’intelligenza artificiale contemporanea.

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Euro digitale vs stablecoin. I commenti di Privitera (American German Institute ) e Barresi (School of Economic and Management)

In questi giorni si parla molto della nuova accelerazione impressa dall’Unione europea al progetto dell’Euro digitale. Il primo via libera alla moneta elettronica è, infatti, arrivato dai vertici EcoFin di Copenaghen, segnando l’avvio di una nuova fase di un percorso che va avanti ormai da circa sei anni.

Moneta digitale, che cos’è

Sulle reali possibilità di realizzazione è intervenuto anche Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della BCE, che nelle sue recenti dichiarazioni ha indicato il 2029 come possibile data di avvio del progetto.

L’obiettivo è ambizioso: creare un portafoglio digitale garantito dalla BCE, sicuro e indipendente, in grado di competere con i grandi operatori internazionali dei pagamenti come Visa, Mastercard e PayPal.

Per approfondire il tema, noi di Key4Biz abbiamo chiesto a due massimi esperti del settore: Rosa Giovanna Barresi, professoressa presso la School of Economic and Management dell’Università di Firenze, dove insegna  “Blockchain and Economic Law of Digital Assets” e Alexander Privitera, senior fellow dell’American German Institute.

Euro digitale, perché l’accelerazione?

Qual è stata la motivazione che, dopo anni di dibattiti e discussioni, ha spinto i ministri europei a trovare un accordo e le istituzioni ad allinearsi? Le recenti tensioni geopolitiche, comprese le rivalità commerciali con gli Stati Uniti sul fronte dei dazi, unite all’urgenza di acquisire maggiore autonomia nella digitalizzazione dei pagamenti e, allo stesso tempo, garantire la stabilità del mercato, hanno rappresentato senza dubbio fattori decisivi.

Euro Digitale, la posizione della Banca Centrale Europea

Come ha sottolineato lo stesso Cipollone, il principale ostacolo al dibattito finora è stato proprio la necessità di mantenere un equilibrio stabile tra banca centrale e banche commerciali, un principio che ha ispirato fin dall’inizio la progettazione della nuova moneta.

“Nel febbraio 2020, mentre si incominciava a parlare di COVID, gli Italiani erano ancora tra i maggiori utilizzatori di carta moneta in Europa ” spiega a Key4Biz la professoressa Barresi.

“Al termine dell’epidemia non lo erano più: tra le tante conseguenze del virus, c’è stata anche la diffusione delle carte di pagamento. Per incontrare il vero atto di nascita dell’Euro digitale, dobbiamo però risalire al 2 ottobre 2020,- prosegue– quando la Banca Centrale Europea pubblicò una prima descrizione del progetto. In questi cinque anni, migliaia tra tecnici, politici  e giuristi hanno commentato, contestato e modificato la versione originaria, per tenere conto delle esigenze di ognuno.” 

Secondo l’esperta di Blockchain and Economic Law of Digital Assets, le motivazioni alla base dell’Euro digitale sono innanzitutto sociali prima che economiche.

“Movimentare la carta moneta costa sempre di più e, tra l’altro, incoraggia le rapine ai portavalori. La continua chiusura delle sedi periferiche da parte di banche e poste lascia interi paesi senza contante. Quando compriamo via Internet, nessuno vorrebbe affidare al venditore tutti i dati della sua carta di credito, ma tutti lo fanno” commenta Barresi.

Sovranità monetaria

Per Alexander Privitera, la considerazione di fondo che ha spinto la BCE ad iniziare e ad insistere sul progetto è quello della sovranità monetaria.

“Il timore era ed è dovuto al fatto che “agenti” esterni, le big tech di Silicon Valley per esempio, possano penetrare nel sistema dei pagamenti (peraltro gia’ dominato da “providers” esterni quali VISA, Mastercard ecc.) e minare la capacità di condurre una politica monetaria indipendente, senza la quale il costo del denaro verrebbe determinato da fattori determinati fuori l’Unione Europea (eurozona in particolare). Il costo del denaro in altre parole è il tasso di interesse che noi comuni mortali paghiamo per mutui ecc. e che le aziende pagano per finanziarsi. Visto che l’ uso del contante è in calo, mantenere la capacità di controllo sul sistema di pagamenti è dunque un fattore centrale. Il problema è acuito dal crescente ruolo delle criptovalute, stablecoins in particolare. Queste ultime sono per ora soprattutto denominate in dollari, non euro” ha sottolineato l’analista.

Euro digitale, gli ostacoli incontrati

Il quadro raccontato dalla professoressa Barresi e da Privitera non è così roseo. Negli ultimi anni il progetto del’Euro digitale ha incontrato notevoli ostacoli, in parte ancora irrisolti. Tra questi vanno sicuramente annoverati:

  • Le istituzioni Europee non sembrano in grado di agire con la velocità necessaria.
  • Il settore bancario-finanziario deve ancora raggiungere una posizione condivisa sull’Euro digitale
  • Non esiste ancora una legislazione, ma solo una proposta di regolamento del 2023 che verra’ messa in discussione al Parlamento Europeo verso giugno del prossimo anno
  • Non è ancora disponibile una stima dei costi del progetto, che comunque è ancora nelle sue prime fasi.
  • Gran parte dell’opinione pubblica europea è poco informata sull’argomento

Stablecoin minaccia per l’Europa?

L’accelerazione sull’euro digitale è, dunque, legata all’ascesa delle stablecoin, considerate una minaccia per la stabilità europea? Anche Christine Lagarde, presidente della Bce e dello European Systemic Risk Board, le ha definite un potenziale fattore di instabilità finanziaria.

Pur presentate come strumenti affidabili, queste criptovalute ancorate a valute ufficiali rischiano infatti di non disporre di riserve sufficienti in caso di “corse agli sportelli digitali”.

L’Unione europea ha già introdotto regole severe con il regolamento MiCAR, imponendo copertura integrale, riscatti immediati e riserve bancarie. Tuttavia, secondo Lagarde, permangono criticità soprattutto per gli emittenti extra-Ue: in caso di crisi, gli investitori potrebbero concentrare i riscatti in Europa, mettendo sotto pressione la liquidità disponibile.

Per questo la presidente della Bce sollecita regimi di equivalenza internazionali e maggiori garanzie sui trasferimenti di asset tra Ue e Paesi terzi, avvertendo che senza regole globali i rischi cercheranno sempre la “via di minor resistenza”.

“Da sempre, le monete sono state simbolo dell’identità nazionale, ma ora i costi necessari per gestirne una sono così bassi che molte aziende private hanno iniziato ad emettere queste stablecoin” chiarisce Rosa Giovanna Barresi.

“Si tratta di registrazioni digitali (digital asset) che possono circolare a velocità elevatissima su apposite reti, chiamate libri mastri distribuiti (distributed ledger). Sebbene siano pubblicizzate sia come mezzo di pagamento che come investimento, per ora vengono usate più che altro per comprare e vendere Bitcoin. Le più diffuse si basano su dei fondi di garanzia investiti in Buoni del Tesoro Americano e quindi il loro valore è ancorato al Dollaro U.S.A. Non a caso l’Amministrazione Trump è convinta che esse contribuiscano al predominio del Dollaro sui mercati internazionali e le sta promuovendo attivamente. Però sono state emesse anche stablecoin basate sull’Euro ed ora anche sulla valuta Cinese, lo Yuan” aggiunge.

Cosa fare dunque con le stablecoin? Gli Europei che le hanno comprate come investimento hanno fatto un cattivo affare, perché le stablecoin hanno mantenuto la parità col Dollaro, ma quest’ultimo si è svalutato del 15% negli ultimi nove mesi. Il vero obiettivo dei produttori di stablecoin è quello di accordarsi con le banche per venderle ai clienti, come è avvenuto con le carte di credito. Però le banche non sono convinte dell’affare e, ammesso che se ne possa ricavare un guadagno, preferirebbero emetterle in proprio.

“Non a caso, nove banche del nord Europa hanno annunciato l’intenzione di emettere una stablecoin basata sull’Euro entro la fine del 2026. Questo consentirebbe alla Danimarca ed alla Svezia (che hanno rifiutato di aderire all’Euro tramite referendum) di beneficiare della moneta europea senza farne parte direttamente. Per questo motivo, la Banca Centrale Europea ha accettato di buon grado l’iniziativa, sostenendo che è necessaria una competizione amichevole tra tutti i mezzi di pagamento, nessuno escluso” aggiunge Barresi.

In sintesi, l’arrivo di Bitcoin e altre criptovalute ha creato una nuova categoria di “esperti finanziari” che operano per conto dei propri clienti senza riconoscimento ufficiale, talvolta diffondendo allarmi sulla BCE. In questo contesto, l’euro digitale rappresenta per la BCE uno strumento strategico per garantire stabilità, promuovere la moneta unica e integrare innovazione e sicurezza nel sistema finanziario europeo.

La questione della cybersecurity

La corsa a una nuova soluzione digitale per i pagamenti nasce anche da altre minacce, prima fra tutte quella informatica. Alexander Privitera ha spiegato le ragioni dietro il recente invito della Banca centrale europea a tenere contanti in casa, dopo anni di promozione della moneta elettronica. “È una questione di sicurezza in caso di attacco informatico che potrebbe bloccare i sistemi di pagamento elettronici”, ha osservato.

Un problema che l’euro digitale potrebbe contribuire a superare, grazie alla possibilità di funzionare anche offline, quindi senza connessione Internet. Un elemento che lo distingue radicalmente sia dai Bitcoin sia dalle controverse stablecoin, su cui Donald Trump ha invece deciso di puntare.

Privitera sottolinea: “Per il consumatore l’euro digitale potrebbe ridurre i costi di molte, semplici transazioni finanziarie che finora spesso hanno richiesto il pagamento di commissioni (alle banche e alle varie carte di credito). In un certo senso una certa concorrenza dell’ euro digitale alle banche e ai sistemi di pagamento privati potrebbe anche forzarle ad offrire alcuni servizi a condizioni più vantaggiose. É una concorrenza sleale? Dipende. Finora visto il ruolo del contante questo tipo di concorrenza già esisteva. In futuro (dal 2029 presumibilmente) questa viene trasferita su di una piattaforma digitale che funzionerebbe anche nel caso di cyberattacchi o piu’ semplicemente nel caso di guasti temporanei alle reti internet” conclude.

Il Genius Act americano

Il 18 luglio scorso Donald Trump ha firmato il GENIUS Act, la prima legge federale USA sugli stablecoin, parte di un pacchetto normativo denominato “Crypto Weeks”, che include anche il Clarity Act (sui token non-stablecoin) e l’Anti-CBDC Act (divieto di valuta digitale della Fed).

Negli Stati Uniti gli stablecoin non sono considerati né “securities” né “commodities”. Il GENIUS Act definisce i “payment stablecoin” come monete digitali progettate per i pagamenti, sostenute da riserve reali pari al loro valore, conservate in asset sicuri e facilmente liquidabili. Possono emettere stablecoin solo soggetti autorizzati, banche o enti vigilati dall’OCC o da autorità statali equivalenti, mentre gli emittenti stranieri possono operare solo con forti restrizioni. La legge prevede, inoltre, riserve segregate, divieto di riuso delle stesse, report mensili certificati, audit annuali e obblighi AML/KYC.

Il confronto con il MiCA europeo evidenzia, quindi, una realtà chiara: l’approccio americano, più pragmatico e flessibile, ha permesso agli stablecoin in dollari (USDC e USDT) di dominare il mercato globale, mentre gli equivalenti in euro (EURC ed EURT) restano marginali. 

Come funzionerà l’euro digitale?

Le modalità precise non sono ancora state definite, ma la BCE ha intensificato sperimentazioni e attività di ricerca per garantire che la nuova moneta risponda davvero alle esigenze degli utenti. L’euro digitale funzionerebbe in modo simile al denaro contante, ma in formato digitale.

In pratica, anziché prelevare soldi dal conto in banca e riceverli in contanti, l’importo verrebbe convertito in euro digitali. Per utilizzarlo, ciascun cittadino dovrebbe aprire un wallet digitale presso la propria banca o un ufficio pubblico designato, come le Poste, e ricaricarlo tramite conto corrente o versamento in contanti.

Una volta attivo, il wallet consentirebbe di effettuare pagamenti sicuri e istantanei, sia nei negozi fisici che online, tra privati o all’estero, senza commissioni aggiuntive. L’euro digitale sarebbe utile per le spese quotidiane, come il caffè al bar o il pagamento di una babysitter, ma anche per trasferimenti tra amici tramite smartphone o smartwatch, e per acquisti online, garantendo sempre la sicurezza dei fondi grazie alla supervisione della BCE.

Tra le funzionalità aggiuntive rientrerebbero i pagamenti ricorrenti, ad esempio per affitti o rette scolastiche, con possibilità di automazione, pur senza mai rendere la moneta “programmabile” o vincolata a uno scopo specifico.

Tetto massimo di euro digitale?

Per tutelare la stabilità finanziaria, ogni wallet dovrebbe avere poi un limite massimo di detenzione di euro digitali. Chi desiderasse effettuare pagamenti superiori potrebbe collegare il wallet al proprio conto bancario, assicurando così un utilizzo flessibile ma sicuro della nuova moneta digitale.

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Data center: Microsoft, Google, Amazon e Meta spenderanno fino a 360 miliardi di dollari entro fine anno

L’AI spinge in alto gli investimenti in data center di Microsoft, Alphabet, Amazon e Meta

La trasformazione digitale globale sta trovando nei data center la sua infrastruttura critica. Secondo il report “Data Centers” di GlobalData, i colossi del tech Microsoft, Alphabet, Amazon e Meta hanno destinato nel 2024 oltre 245 miliardi di dollari in spese in conto capitale (capex) per nuove infrastrutture, un livello mai registrato prima.
Le previsioni per il 2025 indicano che la cifra potrebbe superare i 360 miliardi di dollari, trainata in maniera decisiva dall’intelligenza artificiale (AI).

La spinta principale è rappresentata dagli enormi carichi di lavoro legati all’AI, che richiedono infrastrutture sempre più potenti e scalabili. L’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale, in particolare quelli generativi, avviene quasi esclusivamente in mega data center dotati di chip specializzati, sistemi di calcolo ad alte prestazioni (HPC) e memorie di grande capacità.

Martina Raveni, analista di GlobalData, sintetizza la strategia: “Le big tech stanno competendo per costruire data center sempre più grandi e riempirli di chip specializzati, per restare avanti nella corsa alla supremazia nell’AI”.

Perché le Big Tech aumentano gli investimenti in data center?

La posta in gioco è duplice.
Da una parte hanno le necessità di raggiungere e mantenere una vera e propria leadership tecnologica, che consente loro di controllare l’infrastruttura che permette di sviluppare, addestrare e distribuire i modelli di AI significa consolidare il vantaggio competitivo.

I data center di fatto sostengono l’intero ecosistema di applicazioni cloud, e-commerce, social network, streaming, gaming e servizi enterprise.

In secondo luogo, le Big Tech cercano in questo modo di rafforzare il loro posizionamento strategico, perchéin un mondo sempre più dipendente dall’elaborazione dei dati, i data center sono percepiti come una vera e propria “utility critica”, al pari di energia e telecomunicazioni.

La competizione tra Microsoft, Alphabet, Amazon e Meta va ormai ben oltre i bilanci e riguarda la costruzione di un’infrastruttura digitale che sarà determinante per l’economia globale e per la leadership tecnologica nei prossimi decenni.

L’impatto sui consumi energetici

La crescita del settore porta con sé un costo ambientale significativo. Secondo l’International Energy Agency (IEA), il consumo di elettricità dei data center passerà dai 415 terawattora (TWh) del 2024 a circa 945 TWh entro il 2030, più del doppio in soli sei anni. Per avere un termine di paragone, il consumo stimato equivale a quello di interi Paesi industrializzati.

Oltre all’elettricità necessaria per alimentare i server, pesano i sistemi di raffreddamento e climatizzazione, che assorbono enormi quantità di energia. A ciò si aggiunge il tema dell’uso intensivo di acqua nei sistemi di raffreddamento tradizionali, una criticità crescente in ottica di sostenibilità.

Le soluzioni per l’efficienza e la sostenibilità energetica dei data center

Per rispondere a queste sfide, le Big Tech stanno accelerando l’adozione di tecnologie e soluzioni innovative in termini di impiego crescente di soluzioni legati alle fonti energetiche rinnovabili e di ottimizzazione dell’hardware.

Microsoft, Amazon e Google (Alphabet) hanno siglato accordi record per l’approvvigionamento di energia eolica e solare, puntando alla carbon neutrality nei prossimi anni.
a questo vanno aggiunte le soluzioni di liquid cooling, che si stanno diffondendo come alternativa ai tradizionali sistemi ad aria, riducendo consumi energetici e impronta idrica.
Sempre più diffuso, inoltre, è il ricorso all’energia nucleare e in prospettiva si attende l’arrivo degli Small modular reactors.

Stanno inoltre investendo nellosviluppo di chip custom ad alta efficienza (ad esempio i Tensor Processing Units di Google o i Trainium di AWS) che riducono il consumo energetico per unità di calcolo, mentre sempre nuovi algoritmi di intelligenza artificiale vengono utilizzati anche per monitorare e ottimizzare in tempo reale i consumi dei data center.

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Competitività UE, AI ed Energia in primo piano. Italia, Francia e Germania spingono sull’IAA(Industrial Accelerator Act)

L’Unione europea è determinata a rafforzare la propria competitività di lungo periodo. Un obiettivo confermato anche dall’ultimo Consiglio europeo sulla competitività, dedicato a rendere più chiare e concrete le priorità dell’agenda strategica 2024-2029.

La semplificazione delle regole e la riduzione degli oneri amministrativi vengono indicate come leve decisive per stimolare la crescita, liberare il potenziale delle imprese e creare un ambiente favorevole all’innovazione e agli investimenti.

L’UE accelera sulla competitività e sulla transizione industriale

Nelle conclusioni approvate il 30 settembre, il Consiglio ha ribadito l’urgenza di costruire un ecosistema in cui ricerca e innovazione (R&I) siano al centro, garantendo sostegno alle PMI più dinamiche e preservando la capacità produttiva europea. La nota diffusa a margine sottolinea come un quadro normativo stabile, snello e orientato alle imprese sia la chiave per favorire competitività e crescita sostenibile.

In questo quadro, particolare attenzione è rivolta all’Innovation Act e al Biotech Act. Il Consiglio incoraggia infatti un sostegno lungo l’intera catena del valore: dalla ricerca di base all’adozione dei risultati, fino allo sviluppo delle terapie avanzate (ATMP), a una maggiore leadership europea negli studi clinici e a un approccio ambizioso alle biotecnologie. Viene inoltre sottolineata l’importanza di tecnologie emergenti come intelligenza artificiale e calcolo quantistico applicate alle scienze della vita, senza dimenticare lo sviluppo delle competenze e la capacità di attrarre e trattenere talenti qualificati.

L’iniziativa di Italia, Francia e Germania

Il vertice di Bruxelles è stato anche l’occasione per Italia, Francia e Germania di presentare un non paper in vista del lancio, previsto per novembre, dell’Industrial Accelerator Act (IAA).

I ministri italiani Adolfo Urso e Gilberto Pichetto, insieme ai colleghi francese e tedesco, hanno firmato un appello congiunto alla Commissione europea per un’azione rapida e incisiva a favore delle industrie ad alta intensità energetica, chiedendo misure immediate per sostenere la transizione verde e tutelare la competitività industriale dell’Unione.

“Con questo documento i tre Paesi guida dell’UE tracciano una rotta chiara: l’industria deve essere al centro della transizione”, ha dichiarato il ministro Adolfo Urso. “L’IAA deve diventare il pilastro di una politica industriale europea che protegga le imprese energivore, ossatura della nostra manifattura e della sovranità produttiva. Servono energia a costi competitivi, capitali privati per gli investimenti verdi, regole comuni e difesa da pratiche sleali. Senza azioni tempestive rischiamo posti di lavoro, capacità produttiva e autonomia strategica”.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, ha aggiunto:

“Le imprese energivore sono un pilastro del nostro sistema produttivo. Hanno bisogno di strumenti concreti per affrontare la transizione senza perdere competitività. È fondamentale garantire loro accesso a fonti pulite a costi sostenibili, riducendo anche gli oneri di rete che pesano sull’energia rinnovabile prodotta in Italia. Solo così possiamo conciliare competitività industriale e transizione energetica”.

Le priorità dell’Industrial Accelerator Act

Il documento congiunto chiede che l’IAA si traduca in misure concrete, capaci di:

  • sostenere gli investimenti,
  • accelerare la trasformazione industriale,
  • salvaguardare l’integrità del mercato unico,
  • diventare un pilastro della strategia europea per la decarbonizzazione senza compromettere la tenuta economica dei settori più esposti alla concorrenza globale.

Un punto chiave riguarda la compensazione dei costi indiretti della CO₂, che secondo i tre governi va estesa oltre il 2030 e allargata a tutti i comparti industriali strategici. Oltre ai settori già inclusi, la misura dovrebbe coprire industrie fondamentali come carta, vetro, ceramica, cemento, chimica e batterie, per garantire condizioni di concorrenza eque tra le imprese europee e prevenire distorsioni del mercato interno.

Regole, investimenti e domanda verde

Italia, Francia e Germania chiedono, inoltre, un’azione coerente e integrata tra politiche industriali, energetiche, climatiche e commerciali dell’UE. Serve un quadro politico chiaro che attiri capitali pubblici e privati, semplifichi le regole sugli aiuti di Stato e assicuri un accesso rapido alle risorse necessarie.

Particolare attenzione è dedicata al principio del “Do No Significant Harm” (DNSH), che oggi rappresenta un freno burocratico. I tre Paesi propongono di trasformarlo in uno strumento pratico e agile, in grado di agevolare l’adozione di tecnologie a basse emissioni nelle industrie energivore.

Altro tassello centrale è la creazione di una domanda stabile per acciaio, cemento e materiali a basse emissioni, sostenuta da regole comuni, etichette trasparenti e un maggiore ricorso agli appalti pubblici come incentivo per le imprese che investono nel verde. Il documento sollecita inoltre criteri condivisi e trasparenti per la misurazione delle emissioni lungo le catene del valore, con l’obiettivo di contrastare greenwashing ed elusioni normative da parte di Paesi terzi. In questa prospettiva, le etichette volontarie sulla carbon footprint, già in fase di sviluppo presso la Commissione, dovrebbero diventare strumenti strategici per orientare la produzione e i consumi verso soluzioni sostenibili.

Energia e infrastrutture: una sfida strategica

L’IAA dovrà essere anche l’occasione per realizzare le infrastrutture necessarie alla decarbonizzazione. Al tempo stesso, resta prioritario affrontare il nodo del costo dell’energia: in Europa è ancora significativamente più alto rispetto a Stati Uniti e Asia.

I tre Paesi chiedono quindi misure immediate per garantire prezzi competitivi, migliorare l’accesso alle fonti rinnovabili e ridurre gli oneri di rete, in particolare a beneficio delle imprese energivore.

Difesa dell’industria europea

Infine, i governi ribadiscono la necessità di proteggere l’industria europea dalla crescente sovracapacità produttiva globale, che rischia di riversarsi sul mercato interno con effetti distorsivi.

Tra le proposte avanzate dall’Italia a Bruxelles figurano la revisione del CBAM (meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere) e l’introduzione, a partire da gennaio 2026, di uno strumento di salvaguardia per l’acciaio, pensato per difendere un settore strategico dalle pratiche sleali di dumping ambientale e industriale.

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Data Center, la proposta del Parlamento torna “in vita”: emendamenti entro il 16 ottobre

Il focus costante di Key4Biz sulla futura normativa dedicata ai Data Center oggi si arricchisce di nuovi elementi. Dopo due settimane di “latitanza”, l’ufficio di presidenza della Commissione TLC alla Camera dei Deputati ha comunicato, come visionato dal nostro giornale, che va avanti in Parlamento la discussione sulla proposta di legge di delega al Governo sui data center.

“Sono ancora in corso le interlocuzioni informali con il Governo“, si legge nella comunicazione dell’ufficio di presidenze della Commissione TLC, “volte a superare le criticità evidenziate dalla Ragioneria generale dello Stato”. Il riferimento è alla bocciatura della Ragioneria di Stato per l’assenza di coperture economiche.

Sempre oggi, la Commissione TLC ha fissato a giovedì 16 ottobre entro le ore 11:00 il termine per presentare gli emendamenti.

“Sono contenta che si sia riavviato l’iter della proposta di legge di iniziativa parlamentare, che temevamo morta”, ha commentato a Key4Biz Giulia Pastorella, deputata di Azione, una dei 5 firmatari della proposta di legge – poi trasformata nel testo unico della proposta di legge di delega al Governo. “Ora resta da capire”, ha concluso, “come si potrà conciliare con il decreto energia che dovrebbe essere pubblicato a breve”.

Data Center, Casu (PD): “Soddisfatto che si continui la discussione in Commissione e attendiamo di vedere i contenuti del Decreto Legge Energia. Tuttavia, restiamo comunque preoccupati di un possibile doppio scippo“

“Sì, aspettiamo di vedere come il Governo scriverà nel decreto legge Energia le norme sui data center”, ha aggiunto a Key4Biz Andrea Casu, deputato del PD e vicepresidente della Commissione TLC. “La via maestra resta quella indicata dal percorso che abbiamo avviato presto capiremo se l’obiettivo del Governo di questi mesi era solo quello di rallentarlo o addirittura di deviarlo”, ha continuato Casu. “La decisione di oggi della Commissione è una buona notizia che dimostra la volontà non solo dell’opposizione ma anche della maggioranza parlamentare di andare avanti”.
“Restiamo comunque preoccupati”, ha concluso Casu, “di un possibile doppio scippo: del Governo nei confronti del Parlamento e anche in termini di competenze perché scegliere il decreto Energia come veicolo per affrontare il tema potrebbe significare assegnarlo ad altre Commissioni. Una doppia bocciatura che il lavoro fatto fino adesso non merita e della quale siamo pronti a sottolineare in Aula la gravità”.

Data Center, il ministro Fratin: “Entro ottobre il decreto legge”

“Il decreto è pronto. Entro ottobre sicuramente verrà approvato, spero anche prima. Nei prossimi 10 giorni lo chiudiamo. Non possiamo sovrapporci con la manovra”. Ecco la promessa fatta oggi dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, intervenendo all’Energy Summit 2025 organizzato dal Gruppo Il Sole24Ore.

Fonti a Key4Biz: “Con il decreto legge Energia il Governo si limiterà a normare procedure semplificate per le autorizzazioni e a come gestire i consumi”

Secondo fonti di Key4Biz, il Governo con il decreto Energia userà una strategia chirurgica per evitare il copia e incolla e si limiterà a normare procedure semplificate relative alle autorizzazioni e a come gestire il consumo di energia. 

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