Euro digitale vs stablecoin. I commenti di Privitera (American German Institute ) e Barresi (School of Economic and Management)

In questi giorni si parla molto della nuova accelerazione impressa dall’Unione europea al progetto dell’Euro digitale. Il primo via libera alla moneta elettronica è, infatti, arrivato dai vertici EcoFin di Copenaghen, segnando l’avvio di una nuova fase di un percorso che va avanti ormai da circa sei anni.

Moneta digitale, che cos’è

Sulle reali possibilità di realizzazione è intervenuto anche Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della BCE, che nelle sue recenti dichiarazioni ha indicato il 2029 come possibile data di avvio del progetto.

L’obiettivo è ambizioso: creare un portafoglio digitale garantito dalla BCE, sicuro e indipendente, in grado di competere con i grandi operatori internazionali dei pagamenti come Visa, Mastercard e PayPal.

Per approfondire il tema, noi di Key4Biz abbiamo chiesto a due massimi esperti del settore: Rosa Giovanna Barresi, professoressa presso la School of Economic and Management dell’Università di Firenze, dove insegna  “Blockchain and Economic Law of Digital Assets” e Alexander Privitera, senior fellow dell’American German Institute.

Euro digitale, perché l’accelerazione?

Qual è stata la motivazione che, dopo anni di dibattiti e discussioni, ha spinto i ministri europei a trovare un accordo e le istituzioni ad allinearsi? Le recenti tensioni geopolitiche, comprese le rivalità commerciali con gli Stati Uniti sul fronte dei dazi, unite all’urgenza di acquisire maggiore autonomia nella digitalizzazione dei pagamenti e, allo stesso tempo, garantire la stabilità del mercato, hanno rappresentato senza dubbio fattori decisivi.

Euro Digitale, la posizione della Banca Centrale Europea

Come ha sottolineato lo stesso Cipollone, il principale ostacolo al dibattito finora è stato proprio la necessità di mantenere un equilibrio stabile tra banca centrale e banche commerciali, un principio che ha ispirato fin dall’inizio la progettazione della nuova moneta.

“Nel febbraio 2020, mentre si incominciava a parlare di COVID, gli Italiani erano ancora tra i maggiori utilizzatori di carta moneta in Europa ” spiega a Key4Biz la professoressa Barresi.

“Al termine dell’epidemia non lo erano più: tra le tante conseguenze del virus, c’è stata anche la diffusione delle carte di pagamento. Per incontrare il vero atto di nascita dell’Euro digitale, dobbiamo però risalire al 2 ottobre 2020,- prosegue– quando la Banca Centrale Europea pubblicò una prima descrizione del progetto. In questi cinque anni, migliaia tra tecnici, politici  e giuristi hanno commentato, contestato e modificato la versione originaria, per tenere conto delle esigenze di ognuno.” 

Secondo l’esperta di Blockchain and Economic Law of Digital Assets, le motivazioni alla base dell’Euro digitale sono innanzitutto sociali prima che economiche.

“Movimentare la carta moneta costa sempre di più e, tra l’altro, incoraggia le rapine ai portavalori. La continua chiusura delle sedi periferiche da parte di banche e poste lascia interi paesi senza contante. Quando compriamo via Internet, nessuno vorrebbe affidare al venditore tutti i dati della sua carta di credito, ma tutti lo fanno” commenta Barresi.

Sovranità monetaria

Per Alexander Privitera, la considerazione di fondo che ha spinto la BCE ad iniziare e ad insistere sul progetto è quello della sovranità monetaria.

“Il timore era ed è dovuto al fatto che “agenti” esterni, le big tech di Silicon Valley per esempio, possano penetrare nel sistema dei pagamenti (peraltro gia’ dominato da “providers” esterni quali VISA, Mastercard ecc.) e minare la capacità di condurre una politica monetaria indipendente, senza la quale il costo del denaro verrebbe determinato da fattori determinati fuori l’Unione Europea (eurozona in particolare). Il costo del denaro in altre parole è il tasso di interesse che noi comuni mortali paghiamo per mutui ecc. e che le aziende pagano per finanziarsi. Visto che l’ uso del contante è in calo, mantenere la capacità di controllo sul sistema di pagamenti è dunque un fattore centrale. Il problema è acuito dal crescente ruolo delle criptovalute, stablecoins in particolare. Queste ultime sono per ora soprattutto denominate in dollari, non euro” ha sottolineato l’analista.

Euro digitale, gli ostacoli incontrati

Il quadro raccontato dalla professoressa Barresi e da Privitera non è così roseo. Negli ultimi anni il progetto del’Euro digitale ha incontrato notevoli ostacoli, in parte ancora irrisolti. Tra questi vanno sicuramente annoverati:

  • Le istituzioni Europee non sembrano in grado di agire con la velocità necessaria.
  • Il settore bancario-finanziario deve ancora raggiungere una posizione condivisa sull’Euro digitale
  • Non esiste ancora una legislazione, ma solo una proposta di regolamento del 2023 che verra’ messa in discussione al Parlamento Europeo verso giugno del prossimo anno
  • Non è ancora disponibile una stima dei costi del progetto, che comunque è ancora nelle sue prime fasi.
  • Gran parte dell’opinione pubblica europea è poco informata sull’argomento

Stablecoin minaccia per l’Europa?

L’accelerazione sull’euro digitale è, dunque, legata all’ascesa delle stablecoin, considerate una minaccia per la stabilità europea? Anche Christine Lagarde, presidente della Bce e dello European Systemic Risk Board, le ha definite un potenziale fattore di instabilità finanziaria.

Pur presentate come strumenti affidabili, queste criptovalute ancorate a valute ufficiali rischiano infatti di non disporre di riserve sufficienti in caso di “corse agli sportelli digitali”.

L’Unione europea ha già introdotto regole severe con il regolamento MiCAR, imponendo copertura integrale, riscatti immediati e riserve bancarie. Tuttavia, secondo Lagarde, permangono criticità soprattutto per gli emittenti extra-Ue: in caso di crisi, gli investitori potrebbero concentrare i riscatti in Europa, mettendo sotto pressione la liquidità disponibile.

Per questo la presidente della Bce sollecita regimi di equivalenza internazionali e maggiori garanzie sui trasferimenti di asset tra Ue e Paesi terzi, avvertendo che senza regole globali i rischi cercheranno sempre la “via di minor resistenza”.

“Da sempre, le monete sono state simbolo dell’identità nazionale, ma ora i costi necessari per gestirne una sono così bassi che molte aziende private hanno iniziato ad emettere queste stablecoin” chiarisce Rosa Giovanna Barresi.

“Si tratta di registrazioni digitali (digital asset) che possono circolare a velocità elevatissima su apposite reti, chiamate libri mastri distribuiti (distributed ledger). Sebbene siano pubblicizzate sia come mezzo di pagamento che come investimento, per ora vengono usate più che altro per comprare e vendere Bitcoin. Le più diffuse si basano su dei fondi di garanzia investiti in Buoni del Tesoro Americano e quindi il loro valore è ancorato al Dollaro U.S.A. Non a caso l’Amministrazione Trump è convinta che esse contribuiscano al predominio del Dollaro sui mercati internazionali e le sta promuovendo attivamente. Però sono state emesse anche stablecoin basate sull’Euro ed ora anche sulla valuta Cinese, lo Yuan” aggiunge.

Cosa fare dunque con le stablecoin? Gli Europei che le hanno comprate come investimento hanno fatto un cattivo affare, perché le stablecoin hanno mantenuto la parità col Dollaro, ma quest’ultimo si è svalutato del 15% negli ultimi nove mesi. Il vero obiettivo dei produttori di stablecoin è quello di accordarsi con le banche per venderle ai clienti, come è avvenuto con le carte di credito. Però le banche non sono convinte dell’affare e, ammesso che se ne possa ricavare un guadagno, preferirebbero emetterle in proprio.

“Non a caso, nove banche del nord Europa hanno annunciato l’intenzione di emettere una stablecoin basata sull’Euro entro la fine del 2026. Questo consentirebbe alla Danimarca ed alla Svezia (che hanno rifiutato di aderire all’Euro tramite referendum) di beneficiare della moneta europea senza farne parte direttamente. Per questo motivo, la Banca Centrale Europea ha accettato di buon grado l’iniziativa, sostenendo che è necessaria una competizione amichevole tra tutti i mezzi di pagamento, nessuno escluso” aggiunge Barresi.

In sintesi, l’arrivo di Bitcoin e altre criptovalute ha creato una nuova categoria di “esperti finanziari” che operano per conto dei propri clienti senza riconoscimento ufficiale, talvolta diffondendo allarmi sulla BCE. In questo contesto, l’euro digitale rappresenta per la BCE uno strumento strategico per garantire stabilità, promuovere la moneta unica e integrare innovazione e sicurezza nel sistema finanziario europeo.

La questione della cybersecurity

La corsa a una nuova soluzione digitale per i pagamenti nasce anche da altre minacce, prima fra tutte quella informatica. Alexander Privitera ha spiegato le ragioni dietro il recente invito della Banca centrale europea a tenere contanti in casa, dopo anni di promozione della moneta elettronica. “È una questione di sicurezza in caso di attacco informatico che potrebbe bloccare i sistemi di pagamento elettronici”, ha osservato.

Un problema che l’euro digitale potrebbe contribuire a superare, grazie alla possibilità di funzionare anche offline, quindi senza connessione Internet. Un elemento che lo distingue radicalmente sia dai Bitcoin sia dalle controverse stablecoin, su cui Donald Trump ha invece deciso di puntare.

Privitera sottolinea: “Per il consumatore l’euro digitale potrebbe ridurre i costi di molte, semplici transazioni finanziarie che finora spesso hanno richiesto il pagamento di commissioni (alle banche e alle varie carte di credito). In un certo senso una certa concorrenza dell’ euro digitale alle banche e ai sistemi di pagamento privati potrebbe anche forzarle ad offrire alcuni servizi a condizioni più vantaggiose. É una concorrenza sleale? Dipende. Finora visto il ruolo del contante questo tipo di concorrenza già esisteva. In futuro (dal 2029 presumibilmente) questa viene trasferita su di una piattaforma digitale che funzionerebbe anche nel caso di cyberattacchi o piu’ semplicemente nel caso di guasti temporanei alle reti internet” conclude.

Il Genius Act americano

Il 18 luglio scorso Donald Trump ha firmato il GENIUS Act, la prima legge federale USA sugli stablecoin, parte di un pacchetto normativo denominato “Crypto Weeks”, che include anche il Clarity Act (sui token non-stablecoin) e l’Anti-CBDC Act (divieto di valuta digitale della Fed).

Negli Stati Uniti gli stablecoin non sono considerati né “securities” né “commodities”. Il GENIUS Act definisce i “payment stablecoin” come monete digitali progettate per i pagamenti, sostenute da riserve reali pari al loro valore, conservate in asset sicuri e facilmente liquidabili. Possono emettere stablecoin solo soggetti autorizzati, banche o enti vigilati dall’OCC o da autorità statali equivalenti, mentre gli emittenti stranieri possono operare solo con forti restrizioni. La legge prevede, inoltre, riserve segregate, divieto di riuso delle stesse, report mensili certificati, audit annuali e obblighi AML/KYC.

Il confronto con il MiCA europeo evidenzia, quindi, una realtà chiara: l’approccio americano, più pragmatico e flessibile, ha permesso agli stablecoin in dollari (USDC e USDT) di dominare il mercato globale, mentre gli equivalenti in euro (EURC ed EURT) restano marginali. 

Come funzionerà l’euro digitale?

Le modalità precise non sono ancora state definite, ma la BCE ha intensificato sperimentazioni e attività di ricerca per garantire che la nuova moneta risponda davvero alle esigenze degli utenti. L’euro digitale funzionerebbe in modo simile al denaro contante, ma in formato digitale.

In pratica, anziché prelevare soldi dal conto in banca e riceverli in contanti, l’importo verrebbe convertito in euro digitali. Per utilizzarlo, ciascun cittadino dovrebbe aprire un wallet digitale presso la propria banca o un ufficio pubblico designato, come le Poste, e ricaricarlo tramite conto corrente o versamento in contanti.

Una volta attivo, il wallet consentirebbe di effettuare pagamenti sicuri e istantanei, sia nei negozi fisici che online, tra privati o all’estero, senza commissioni aggiuntive. L’euro digitale sarebbe utile per le spese quotidiane, come il caffè al bar o il pagamento di una babysitter, ma anche per trasferimenti tra amici tramite smartphone o smartwatch, e per acquisti online, garantendo sempre la sicurezza dei fondi grazie alla supervisione della BCE.

Tra le funzionalità aggiuntive rientrerebbero i pagamenti ricorrenti, ad esempio per affitti o rette scolastiche, con possibilità di automazione, pur senza mai rendere la moneta “programmabile” o vincolata a uno scopo specifico.

Tetto massimo di euro digitale?

Per tutelare la stabilità finanziaria, ogni wallet dovrebbe avere poi un limite massimo di detenzione di euro digitali. Chi desiderasse effettuare pagamenti superiori potrebbe collegare il wallet al proprio conto bancario, assicurando così un utilizzo flessibile ma sicuro della nuova moneta digitale.

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Data center: Microsoft, Google, Amazon e Meta spenderanno fino a 360 miliardi di dollari entro fine anno

L’AI spinge in alto gli investimenti in data center di Microsoft, Alphabet, Amazon e Meta

La trasformazione digitale globale sta trovando nei data center la sua infrastruttura critica. Secondo il report “Data Centers” di GlobalData, i colossi del tech Microsoft, Alphabet, Amazon e Meta hanno destinato nel 2024 oltre 245 miliardi di dollari in spese in conto capitale (capex) per nuove infrastrutture, un livello mai registrato prima.
Le previsioni per il 2025 indicano che la cifra potrebbe superare i 360 miliardi di dollari, trainata in maniera decisiva dall’intelligenza artificiale (AI).

La spinta principale è rappresentata dagli enormi carichi di lavoro legati all’AI, che richiedono infrastrutture sempre più potenti e scalabili. L’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale, in particolare quelli generativi, avviene quasi esclusivamente in mega data center dotati di chip specializzati, sistemi di calcolo ad alte prestazioni (HPC) e memorie di grande capacità.

Martina Raveni, analista di GlobalData, sintetizza la strategia: “Le big tech stanno competendo per costruire data center sempre più grandi e riempirli di chip specializzati, per restare avanti nella corsa alla supremazia nell’AI”.

Perché le Big Tech aumentano gli investimenti in data center?

La posta in gioco è duplice.
Da una parte hanno le necessità di raggiungere e mantenere una vera e propria leadership tecnologica, che consente loro di controllare l’infrastruttura che permette di sviluppare, addestrare e distribuire i modelli di AI significa consolidare il vantaggio competitivo.

I data center di fatto sostengono l’intero ecosistema di applicazioni cloud, e-commerce, social network, streaming, gaming e servizi enterprise.

In secondo luogo, le Big Tech cercano in questo modo di rafforzare il loro posizionamento strategico, perchéin un mondo sempre più dipendente dall’elaborazione dei dati, i data center sono percepiti come una vera e propria “utility critica”, al pari di energia e telecomunicazioni.

La competizione tra Microsoft, Alphabet, Amazon e Meta va ormai ben oltre i bilanci e riguarda la costruzione di un’infrastruttura digitale che sarà determinante per l’economia globale e per la leadership tecnologica nei prossimi decenni.

L’impatto sui consumi energetici

La crescita del settore porta con sé un costo ambientale significativo. Secondo l’International Energy Agency (IEA), il consumo di elettricità dei data center passerà dai 415 terawattora (TWh) del 2024 a circa 945 TWh entro il 2030, più del doppio in soli sei anni. Per avere un termine di paragone, il consumo stimato equivale a quello di interi Paesi industrializzati.

Oltre all’elettricità necessaria per alimentare i server, pesano i sistemi di raffreddamento e climatizzazione, che assorbono enormi quantità di energia. A ciò si aggiunge il tema dell’uso intensivo di acqua nei sistemi di raffreddamento tradizionali, una criticità crescente in ottica di sostenibilità.

Le soluzioni per l’efficienza e la sostenibilità energetica dei data center

Per rispondere a queste sfide, le Big Tech stanno accelerando l’adozione di tecnologie e soluzioni innovative in termini di impiego crescente di soluzioni legati alle fonti energetiche rinnovabili e di ottimizzazione dell’hardware.

Microsoft, Amazon e Google (Alphabet) hanno siglato accordi record per l’approvvigionamento di energia eolica e solare, puntando alla carbon neutrality nei prossimi anni.
a questo vanno aggiunte le soluzioni di liquid cooling, che si stanno diffondendo come alternativa ai tradizionali sistemi ad aria, riducendo consumi energetici e impronta idrica.
Sempre più diffuso, inoltre, è il ricorso all’energia nucleare e in prospettiva si attende l’arrivo degli Small modular reactors.

Stanno inoltre investendo nellosviluppo di chip custom ad alta efficienza (ad esempio i Tensor Processing Units di Google o i Trainium di AWS) che riducono il consumo energetico per unità di calcolo, mentre sempre nuovi algoritmi di intelligenza artificiale vengono utilizzati anche per monitorare e ottimizzare in tempo reale i consumi dei data center.

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Competitività UE, AI ed Energia in primo piano. Italia, Francia e Germania spingono sull’IAA(Industrial Accelerator Act)

L’Unione europea è determinata a rafforzare la propria competitività di lungo periodo. Un obiettivo confermato anche dall’ultimo Consiglio europeo sulla competitività, dedicato a rendere più chiare e concrete le priorità dell’agenda strategica 2024-2029.

La semplificazione delle regole e la riduzione degli oneri amministrativi vengono indicate come leve decisive per stimolare la crescita, liberare il potenziale delle imprese e creare un ambiente favorevole all’innovazione e agli investimenti.

L’UE accelera sulla competitività e sulla transizione industriale

Nelle conclusioni approvate il 30 settembre, il Consiglio ha ribadito l’urgenza di costruire un ecosistema in cui ricerca e innovazione (R&I) siano al centro, garantendo sostegno alle PMI più dinamiche e preservando la capacità produttiva europea. La nota diffusa a margine sottolinea come un quadro normativo stabile, snello e orientato alle imprese sia la chiave per favorire competitività e crescita sostenibile.

In questo quadro, particolare attenzione è rivolta all’Innovation Act e al Biotech Act. Il Consiglio incoraggia infatti un sostegno lungo l’intera catena del valore: dalla ricerca di base all’adozione dei risultati, fino allo sviluppo delle terapie avanzate (ATMP), a una maggiore leadership europea negli studi clinici e a un approccio ambizioso alle biotecnologie. Viene inoltre sottolineata l’importanza di tecnologie emergenti come intelligenza artificiale e calcolo quantistico applicate alle scienze della vita, senza dimenticare lo sviluppo delle competenze e la capacità di attrarre e trattenere talenti qualificati.

L’iniziativa di Italia, Francia e Germania

Il vertice di Bruxelles è stato anche l’occasione per Italia, Francia e Germania di presentare un non paper in vista del lancio, previsto per novembre, dell’Industrial Accelerator Act (IAA).

I ministri italiani Adolfo Urso e Gilberto Pichetto, insieme ai colleghi francese e tedesco, hanno firmato un appello congiunto alla Commissione europea per un’azione rapida e incisiva a favore delle industrie ad alta intensità energetica, chiedendo misure immediate per sostenere la transizione verde e tutelare la competitività industriale dell’Unione.

“Con questo documento i tre Paesi guida dell’UE tracciano una rotta chiara: l’industria deve essere al centro della transizione”, ha dichiarato il ministro Adolfo Urso. “L’IAA deve diventare il pilastro di una politica industriale europea che protegga le imprese energivore, ossatura della nostra manifattura e della sovranità produttiva. Servono energia a costi competitivi, capitali privati per gli investimenti verdi, regole comuni e difesa da pratiche sleali. Senza azioni tempestive rischiamo posti di lavoro, capacità produttiva e autonomia strategica”.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, ha aggiunto:

“Le imprese energivore sono un pilastro del nostro sistema produttivo. Hanno bisogno di strumenti concreti per affrontare la transizione senza perdere competitività. È fondamentale garantire loro accesso a fonti pulite a costi sostenibili, riducendo anche gli oneri di rete che pesano sull’energia rinnovabile prodotta in Italia. Solo così possiamo conciliare competitività industriale e transizione energetica”.

Le priorità dell’Industrial Accelerator Act

Il documento congiunto chiede che l’IAA si traduca in misure concrete, capaci di:

  • sostenere gli investimenti,
  • accelerare la trasformazione industriale,
  • salvaguardare l’integrità del mercato unico,
  • diventare un pilastro della strategia europea per la decarbonizzazione senza compromettere la tenuta economica dei settori più esposti alla concorrenza globale.

Un punto chiave riguarda la compensazione dei costi indiretti della CO₂, che secondo i tre governi va estesa oltre il 2030 e allargata a tutti i comparti industriali strategici. Oltre ai settori già inclusi, la misura dovrebbe coprire industrie fondamentali come carta, vetro, ceramica, cemento, chimica e batterie, per garantire condizioni di concorrenza eque tra le imprese europee e prevenire distorsioni del mercato interno.

Regole, investimenti e domanda verde

Italia, Francia e Germania chiedono, inoltre, un’azione coerente e integrata tra politiche industriali, energetiche, climatiche e commerciali dell’UE. Serve un quadro politico chiaro che attiri capitali pubblici e privati, semplifichi le regole sugli aiuti di Stato e assicuri un accesso rapido alle risorse necessarie.

Particolare attenzione è dedicata al principio del “Do No Significant Harm” (DNSH), che oggi rappresenta un freno burocratico. I tre Paesi propongono di trasformarlo in uno strumento pratico e agile, in grado di agevolare l’adozione di tecnologie a basse emissioni nelle industrie energivore.

Altro tassello centrale è la creazione di una domanda stabile per acciaio, cemento e materiali a basse emissioni, sostenuta da regole comuni, etichette trasparenti e un maggiore ricorso agli appalti pubblici come incentivo per le imprese che investono nel verde. Il documento sollecita inoltre criteri condivisi e trasparenti per la misurazione delle emissioni lungo le catene del valore, con l’obiettivo di contrastare greenwashing ed elusioni normative da parte di Paesi terzi. In questa prospettiva, le etichette volontarie sulla carbon footprint, già in fase di sviluppo presso la Commissione, dovrebbero diventare strumenti strategici per orientare la produzione e i consumi verso soluzioni sostenibili.

Energia e infrastrutture: una sfida strategica

L’IAA dovrà essere anche l’occasione per realizzare le infrastrutture necessarie alla decarbonizzazione. Al tempo stesso, resta prioritario affrontare il nodo del costo dell’energia: in Europa è ancora significativamente più alto rispetto a Stati Uniti e Asia.

I tre Paesi chiedono quindi misure immediate per garantire prezzi competitivi, migliorare l’accesso alle fonti rinnovabili e ridurre gli oneri di rete, in particolare a beneficio delle imprese energivore.

Difesa dell’industria europea

Infine, i governi ribadiscono la necessità di proteggere l’industria europea dalla crescente sovracapacità produttiva globale, che rischia di riversarsi sul mercato interno con effetti distorsivi.

Tra le proposte avanzate dall’Italia a Bruxelles figurano la revisione del CBAM (meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere) e l’introduzione, a partire da gennaio 2026, di uno strumento di salvaguardia per l’acciaio, pensato per difendere un settore strategico dalle pratiche sleali di dumping ambientale e industriale.

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Data Center, la proposta del Parlamento torna “in vita”: emendamenti entro il 16 ottobre

Il focus costante di Key4Biz sulla futura normativa dedicata ai Data Center oggi si arricchisce di nuovi elementi. Dopo due settimane di “latitanza”, l’ufficio di presidenza della Commissione TLC alla Camera dei Deputati ha comunicato, come visionato dal nostro giornale, che va avanti in Parlamento la discussione sulla proposta di legge di delega al Governo sui data center.

“Sono ancora in corso le interlocuzioni informali con il Governo“, si legge nella comunicazione dell’ufficio di presidenze della Commissione TLC, “volte a superare le criticità evidenziate dalla Ragioneria generale dello Stato”. Il riferimento è alla bocciatura della Ragioneria di Stato per l’assenza di coperture economiche.

Sempre oggi, la Commissione TLC ha fissato a giovedì 16 ottobre entro le ore 11:00 il termine per presentare gli emendamenti.

“Sono contenta che si sia riavviato l’iter della proposta di legge di iniziativa parlamentare, che temevamo morta”, ha commentato a Key4Biz Giulia Pastorella, deputata di Azione, una dei 5 firmatari della proposta di legge – poi trasformata nel testo unico della proposta di legge di delega al Governo. “Ora resta da capire”, ha concluso, “come si potrà conciliare con il decreto energia che dovrebbe essere pubblicato a breve”.

Data Center, Casu (PD): “Soddisfatto che si continui la discussione in Commissione e attendiamo di vedere i contenuti del Decreto Legge Energia. Tuttavia, restiamo comunque preoccupati di un possibile doppio scippo“

“Sì, aspettiamo di vedere come il Governo scriverà nel decreto legge Energia le norme sui data center”, ha aggiunto a Key4Biz Andrea Casu, deputato del PD e vicepresidente della Commissione TLC. “La via maestra resta quella indicata dal percorso che abbiamo avviato presto capiremo se l’obiettivo del Governo di questi mesi era solo quello di rallentarlo o addirittura di deviarlo”, ha continuato Casu. “La decisione di oggi della Commissione è una buona notizia che dimostra la volontà non solo dell’opposizione ma anche della maggioranza parlamentare di andare avanti”.
“Restiamo comunque preoccupati”, ha concluso Casu, “di un possibile doppio scippo: del Governo nei confronti del Parlamento e anche in termini di competenze perché scegliere il decreto Energia come veicolo per affrontare il tema potrebbe significare assegnarlo ad altre Commissioni. Una doppia bocciatura che il lavoro fatto fino adesso non merita e della quale siamo pronti a sottolineare in Aula la gravità”.

Data Center, il ministro Fratin: “Entro ottobre il decreto legge”

“Il decreto è pronto. Entro ottobre sicuramente verrà approvato, spero anche prima. Nei prossimi 10 giorni lo chiudiamo. Non possiamo sovrapporci con la manovra”. Ecco la promessa fatta oggi dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, intervenendo all’Energy Summit 2025 organizzato dal Gruppo Il Sole24Ore.

Fonti a Key4Biz: “Con il decreto legge Energia il Governo si limiterà a normare procedure semplificate per le autorizzazioni e a come gestire i consumi”

Secondo fonti di Key4Biz, il Governo con il decreto Energia userà una strategia chirurgica per evitare il copia e incolla e si limiterà a normare procedure semplificate relative alle autorizzazioni e a come gestire il consumo di energia. 

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OpenAI sfida TikTok?

OpenAI sta preparando il lancio di una nuova app autonoma dedicata al suo modello di generazione video Sora 2, con un interfaccia che richiama da vicino l’esperienza di TikTok, con feed di clip verticali a scorrimento, suggerimenti personalizzati e funzioni di interazione come like, commenti e remix.

Cosa cambia rispetto a TikTok

La differenza sostanziale, spiega in un anticipazione Wired, è che i contenuti saranno interamente creati dall’AI, senza possibilità per gli utenti di caricare file dai propri dispositivi. Gli utenti potranno generare brevi clip fino a 10 secondi. Tra le funzioni più discusse c’è la verifica dell’identità: chi conferma la propria identità potrà creare video con il proprio volto e consentire ad altri di farlo. Se l’immagine di una persona viene utilizzata, quest’ultima riceverà una notifica, anche se il contenuto non viene pubblicato. Una misura pensata per gestire uno dei nodi più delicati della generazione video tramite AI: l’uso non autorizzato di volti e identità digitali.

La società mira a trasformare il modo in cui il pubblico interagisce con i video generati dall’intelligenza artificiale, sfruttando anche un contesto geopolitico favorevole. Le incertezze legate alla vendita delle attività statunitensi di TikTok aprono infatti una finestra strategica per inserirsi in un mercato in piena evoluzione.

Restano però aperte diverse questioni: copyright, tutela dei minori e limiti etici della creatività artificiale. L’app si rifiuta in molti casi di produrre contenuti che violano diritti, ma OpenAI è già sotto i riflettori per la controversia legale con il New York Times. Per la protezione degli utenti più giovani, l’azienda ha introdotto controlli parentali più severi, incluso un sistema predittivo dell’età capace di individuare l’uso da parte di adolescenti.

Il panorama competitivo si fa sempre più affollato: oltre a OpenAI, anche Google e Meta stanno investendo nella generazione video tramite AI. Con Sora 2, OpenAI non si limita a lanciare un nuovo strumento, ma lancia una vera e propria sfida a TikTok, puntando a ridefinire i confini dell’intrattenimento digitale.

OpenAI sempre più in alto: ricavi in aumento del 16%

Sul fronte economico, OpenAI continua a muoversi in equilibrio tra crescita e sostenibilità. Nei primi sei mesi del 2025 ha registrato circa 4,3 miliardi di ricavi, in aumento del 16% rispetto all’intero 2024, ma con un cash burn di 2,5 miliardi, legato soprattutto ai costi di ricerca, sviluppo e infrastrutture. Nonostante margini ancora negativi, l’azienda può contare su una solida liquidità di oltre 17 miliardi di dollari, che le consente di sostenere un’espansione ambiziosa e di puntare a 13 miliardi di fatturato entro fine anno, mantenendo il burn sotto gli 8,5 miliardi.

A rafforzare il modello ci sono la partnership strategica con Microsoft e il supporto tecnologico di NVIDIA, mentre in prospettiva si valuta anche una tender offer per offrire liquidità ai dipendenti. Un percorso che conferma la rapidità della crescita, ma che solleva al tempo stesso interrogativi sulla sostenibilità di lungo periodo di un business ad altissima intensità di capitale.

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I data center per l’AI: i piccoli reattori nucleari sono la risposta alla domanda energetica?

L’aumento esponenziale del fabbisogno energetico derivante dall’espansione dei data center per l’AI sta spingendo aziende e governi a riconsiderare una fonte energetica finora marginalizzata: il nucleare.

L’articolo analizza il potenziale dei piccoli reattori modulari (SMR) come soluzione strategica per garantire una fornitura costante e pulita di energia, indispensabile per sostenere infrastrutture digitali che operano 24 ore su 24. Gli SMR, supportati da colossi come Bill Gates, Google e Oracle, promettono un’alternativa più economica, scalabile e sicura rispetto ai reattori convenzionali.

Con potenze inferiori ai 300 megawatt, possono essere costruiti in fabbrica e assemblati localmente, riducendo tempi e costi. Alcuni progetti mirano a installazioni vicine a miniere, acciaierie o impianti di desalinizzazione, laddove l’energia continua è cruciale.

Tuttavia, permangono sfide normative, costi elevati e incertezze sul ritorno economico: il progetto di NuScale è stato cancellato nel 2023 per mancanza di adesione da parte delle utility.

Nonostante ciò, l’interesse rimane elevato. Equinix e Kairos Power, supportate da OpenAI e altri attori, hanno siglato accordi per forniture da centinaia di megawatt entro il 2035.

Anche i governi stanno investendo: gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno firmato un accordo per accelerare l’approvazione regolatoria e condividere le verifiche di sicurezza, con l’obiettivo di una nuova ‘età dell’oro’ nucleare.

Ma restano preoccupazioni per la gestione delle scorie radioattive e i potenziali rischi in caso di incidenti, soprattutto in prossimità dei centri abitati. La promessa degli SMR resta condizionata dalla loro effettiva capacità di diventare economicamente sostenibili e sicuri su vasta scala.

Per maggiori informazioni, clicca per l’articolo originale.

Come i data center per l’AI stanno facendo impennare la tua bolletta elettrica

L’espansione vertiginosa dei data center alimentati da AI negli Stati Uniti sta provocando un incremento sostanziale dei costi dell’elettricità, con effetti tangibili anche su utenti lontani da queste infrastrutture.

Un’analisi condotta da Bloomberg News mostra che nelle aree vicine a questi centri, i prezzi all’ingrosso dell’energia sono cresciuti fino al 267% rispetto a cinque anni fa. Anche città distanti come Baltimora stanno subendo aumenti significativi, con bollette mensili cresciute fino all’80%. Questo fenomeno è attribuito all’elevato fabbisogno energetico dei data center, il cui sviluppo è accelerato dalla competizione globale per la supremazia nell’AI.

Le grandi aziende tecnologiche, tra cui Microsoft, Amazon, Google, Nvidia e OpenAI, stanno investendo centinaia di miliardi in nuove strutture che consumano energia quanto interi stati. Tali impianti, spesso dislocati in zone suburbane, richiedono aggiornamenti infrastrutturali che vengono in parte scaricati sulle bollette dei residenti.

In molti casi, utility e amministrazioni locali stanno cercando di imporre tariffe mirate per assicurarsi che i colossi tech contribuiscano equamente. Tuttavia, il peso economico grava ancora principalmente sui cittadini, accentuando le disuguaglianze sociali.

Il problema non è solo nazionale: anche paesi come il Giappone, la Malesia e il Regno Unito stanno registrando pressioni simili.

Negli Stati Uniti, il consumo elettrico dei data center potrebbe raggiungere il 9% del totale entro il 2035, generando quella che viene descritta come la più grande ondata di domanda energetica dai tempi dell’adozione diffusa dei condizionatori.

Di fronte a una rete elettrica già fragile e a infrastrutture obsolete, il rischio di blackout locali è concreto, alimentando proteste, misure legislative e nuovi sforzi di regolamentazione.

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Data Center, le norme in arrivo nel decreto Energia. E che fine fa la proposta del Parlamento?

Saranno nel decreto legge Energia, a breve in Consiglio dei ministri, le norme per regolamentare i data center, come anticipato da Key4Biz in quest’articolo dell’11 settembre scorso.

Data Center, le novità del decreto Energia?

Il decreto Energia era atteso in CdM già in estate, ma poi non è mai finito sul tavolo dei ministri forse perché si è atteso l’iter parlamentare della proposta di legge di delega al Governo. Un iter “interrotto” perché il testo unico è stato bocciato dalla Ragioneria di Stato per assenza delle coperture economiche.

Così dal 11 settembre al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) hanno messo il “turbo” per introdurre le nuove norme nel decreto Energia. 

Il ministro Gilberto Pichetto Fratin quando, di recente, ha detto “il decreto energia con una serie di articoli è praticamente pronto. Stiamo aspettando valutando perché potrebbero ancora agganciarsi dei vagoni…” si riferiva anche agli articoli relativi ai data center. 

Di cui ha anticipato alcune novità.

Come “l’introduzione delle procedure di permetting, perché”, ha spiegato il ministro, “per la prima volta nella storia italiana ci dobbiamo occupare a regolamentare non solo la produzione ma anche il consumo. In questo caso i data center sono grandi consumatori di energia pertanto è necessario una procedura di permesso di autorizzazione che tenga conto del fatto che sono grandi impianti che devono essere il più vicino possibili ai punti di presa energetica e naturale e devono avere delle misure di salvaguardia ambientale perché produttori di calore rilevante”.

Data Center, la proposta del Parlamento sarà cestinata o valorizzata?

E allora che fine fa in Parlamento il testo unico frutto delle cinque proposte di legge (PdL) di Giulia Pastorella (Azione), Anna Ascani (PD), Giulio Centemero (Lega), Antonino Iaria (M5S) e Vincenzo Amich (FDI)? 

Ad oggi, nella bozza del decreto Energia c’è solo, per il momento, l’articolo 3 dedicato ai data center con il procedimento unico per il rilascio delle autorizzazioni.

Decreto Energia, il ruolo di Arera sui data center?

L’ARERA sarà la massima Autorità anche per le autorizzazioni relative ai data center. L’articolo 3 introduce una procedura unica e semplificata per l’autorizzazione dei data center, riconoscendoli ufficialmente come infrastrutture strategiche per il sistema Paese. Al fine di facilitare gli investimenti e snellire i processi autorizzativi, i data center vengono definiti in base alle loro principali funzioni (elaborazione, archiviazione e gestione dei dati) e classificati per dimensione e tipologia:

  • si va dagli Hyperscale con potenza superiore ai 100 MW, ai DC di taglia media (2.000–9.000 kW), fino agli Edge Data Center, più compatti (400–1.800 kW). Un’ulteriore distinzione riguarda la proprietà e la gestione, che può essere aziendale, in co-location o su scala parco/campus. E ARERA sarà responsabile della definizione delle regole per la connessione dei data center alla rete elettrica.

Sempre l’articolo 3 ha l’intenzione di mettere su un piano paritetico sia le “realizzazioni” di nuovi progetti che “l’ampliamento” di data center esistenti. 

Molto bene, perché qualsiasi iniziativa di regolazione di tecnologie emergenti o dirompenti non può prescindere dalla considerazione e tutela di quanto già in esercizio e dalla massima attenzione al non introdurre possibili distorsioni competitive. Il tessuto dei data center esistenti oggi in Italia deve, infatti, crescere di pari passo al futuro sviluppo di datacenter hyperscaler, evitando accaparramenti di suolo e, soprattutto, di energia. E, allo stesso tempo, chiedendo ai nuovi costruttori di data center un ritorno economico garantito per l’Italia, in particolare per i territori interessati.

No a data center in Italia gestiti da remoto dagli USA, sì a un ritorno economico e tecnologico per l’Italia

Non vogliamo nuovi e mega data center super energivori per l’Italia, ma gestiti da remoto da ingegneri negli Stati Uniti. 

Ci piacerebbe che sia per la costruzione sia per la gestione dei data center le società straniere fossero obbligate a garantire una percentuale di “buy in Italy o buy in Europe”.

E quindi introdurre il principio di ‘buy european’, come ipotizzato dal ministro Urso contro i dazi USA, garantendo inoltre una preferenza al made in Europe negli appalti pubblici. Non è utopia. Oggi Key4Biz ha intervistato un ingegnere italiano che lavora per un’azienda straniera specializzata nella raccolta dei rifiuti spaziali: ci ha raccontato che l’accordo tra la sua società e l’Agenzia Spaziale britannica prevede di valutare sempre prima aziende e fornitori UK per la realizzazione delle missioni.

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Le prime 10 aziende produttrici di droni nel mondo

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

La cinese Dji è l’azienda leader: 11,2 miliardi di fatturato e 70% del mercato

Gli aeroporti di Copenaghen e Oslo sono stati chiusi per diverse ore dopo l’avvistamento di droni non identificati. Solo nello scalo danese, il più trafficato dei Paesi nordici, si sono contati oltre 30 voli dirottati, un centinaio cancellati e circa 20mila passeggeri coinvolti. Le autorità hanno parlato di un “attore capace”, mentre la premier danse Mette Frederiksen ha definito l’episodio un attacco a un’infrastruttura critica, sottolineando che non si può escludere un legame con la Russia, che però ha respinto ogni accusa.

L’accaduto evidenzia quanto la tecnologia dei droni sia ormai entrata nella quotidianità, con applicazioni che spaziano in diversi ambiti. Da un lato il loro impiego massiccio nel conflitto tra Ucraina e Russia ha mostrato la capacità di ridefinire scenari militari; dall’altro, i droni sono diventati strumenti comuni nell’industria e nella vita civile, dai rilievi edilizi e ambientali alle riprese per il cinema e i social, fino all’uso amatoriale e ricreativo. Anche in Israele il settore ha assunto un ruolo strategico, con aziende che sviluppano piattaforme autonome per la difesa e per le smart cities. Ma quali aziende dominano oggi questo settore in rapida crescita e definiscono i nuovi standard della tecnologia a livello globale?

Dji, leader mondiale del mercato droni

Chi domina davvero il mercato mondiale dei droni? La risposta è: un colosso cinese Dji. Nel 2024 ha registrato ricavi pari a 80,1 miliardi di yuan, equivalenti a 11,2 miliardi di dollari al cambio medio dell’anno. La sua quota nel segmento dei droni civili ha superato il 70%, una concentrazione rarissima in altri comparti tecnologici. Fondata nel 2006 a Shenzhen, l’azienda è cresciuta fino a oltre 14.000 dipendenti e ha trasformato il drone da oggetto di nicchia a strumento diffuso in tutto il mondo. Le sue serie più note – Mavic, Phantom e Inspire – sono diventate lo standard per applicazioni che vanno dalle riprese aeree alla sorveglianza delle infrastrutture, fino al monitoraggio agricolo.

Il successo dell’azienda non dipende solo dalla varietà dei modelli. Conta soprattutto l’evoluzione tecnologica continua. I droni Dji includono sistemi di intelligenza artificiale per il volo autonomo. Montano algoritmi di evitamento ostacoli e fotocamere ad alta definizione. Queste tecnologie hanno trasformato il modo di produrre immagini. L’impresa cinese investe anche nell’urban air mobility. Si tratta di velivoli elettrici a guida autonoma per il trasporto urbano di persone. Oggi il progetto è ancora sperimentale. Ma ha già portato Dji al centro di dibattiti politici e regolatori. Negli Stati Uniti i suoi prodotti sono stati sottoposti a restrizioni per motivi di sicurezza dei dati e privacy. Il dominio tecnologico della società è ormai anche un tema geopolitico.

Difesa e sicurezza, cresce il mercato dei droni

Come si può vedere anche dal grafico sul mercato globale dei droni emerge la posizione della statunitense AeroVironment, principale concorrente di Dji  L’azienda ha chiuso il bilancio 2024 con 716,7 milioni di dollari di ricavi e nell’esercizio successivo è salita a 821 milioni (+14%). Fondata nel 1971, è il maggiore fornitore di droni di piccole dimensioni senza pilota per l’esercito americano e la NATO, con modelli come Raven, Switchblade, Wasp e Puma. Le sue attività restano concentrate soprattutto nel settore militare e tattico, con estensioni a robot mobili, sensori e software di analisi per la difesa e la sicurezza.

Negli Stati Uniti opera anche Insitu, controllata di Boeing con sede a Bingen, nello Stato di Washington, che nel 2024 ha registrato 603,1 milioni di dollari di ricavi. L’azienda è specializzata in droni a lungo raggio senza pilota destinati a clienti militari e governativi, con modelli come ScanEagle, Integrator e RQ-21A Blackjack, utilizzati in missioni di sorveglianza e operazioni di difesa e intelligence. Accanto al comparto militare, Insitu sviluppa anche soluzioni commerciali per l’industria, ma la sua attività resta concentrata nei settori strategici della sicurezza.

Nuove applicazioni dei droni tra civile e difesa

Nel mercato dei droni per consumo avanzato e usi professionali si colloca Autel Robotics. L’azienda è stata fondata nel 2014 a Shenzhen ed è controllata dal gruppo cinese Autel Intelligent Technology. Nel 2024 ha registrato 500 milioni di dollari di fatturato. La crescita è stata trainata dalla serie EVO, dotata di fotocamere ad alta risoluzione e funzioni pensate per fotografia, videografia, ispezioni industriali e sicurezza pubblica. Autel è oggi tra i principali produttori cinesi di droni, con una presenza significativa anche in Nord America. Il rafforzamento negli Stati Uniti è stato favorito dalle restrizioni contro DJI. Alcuni modelli sono stati utilizzati anche in contesti bellici in Medio Oriente, generando controversie.

Negli Stati Uniti si distingue Skydio, fondata nel 2014 in California e oggi la maggiore azienda americana produttrice di droni, che nel 2024 ha registrato 180 milioni di dollari di ricavi. Pur avendo dimensioni più ridotte rispetto ai colossi della difesa come AeroVironment e Insitu, è diventata il principale fornitore statunitense di droni commerciali, grazie alla specializzazione nel volo autonomo basato su intelligenza artificiale e computer vision. Con una produzione di circa 40.000 unità, supportata da investitori di primo piano e partner tecnologici come NVIDIA, Skydio fornisce i propri modelli a enti federali, agenzie di sicurezza pubblica e forze militari statunitensi, in un contesto in cui l’origine tecnologica è considerata cruciale per la sicurezza dei dati.

Aziende di droni protagoniste in Europa

In Europa il marchio più noto è Parrot, azienda francese con sede a Parigi che nel 2024 ha registrato 85 milioni di dollari di ricavi, in crescita del 20% rispetto all’anno precedente. Dopo aver abbandonato il mercato consumer, si è concentrata sui droni professionali e per la difesa, con modelli come l’ANAFI Ai, primo drone con connettività 4G in ambito enterprise. L’azienda punta su sicurezza informatica e conformità alle normative europee, offrendo un SDK open-source e collaborando con un ampio ecosistema di partner per software e servizi dedicati.

La svizzera Wingtra, fondata nel 2017 a Zurigo da un team di ingegneri dell’ETH, ha registrato nel 2024 80 milioni di dollari di ricavi. È specializzata nei droni VTOL, capaci di decollare e atterrare in verticale ma volare come aerei, una tecnologia che garantisce mappature con precisione fino a 1 centimetro. I suoi modelli sono impiegati in rilievi topografici, cantieri, miniere e monitoraggi ambientali, con produzione gestita internamente per mantenere standard elevati.

Nuove soluzioni dai piccoli produttori di droni

Tra le aziende più piccole del settore spicca la cinese EHang, fondata nel 2014. È specializzata in veicoli aerei autonomi pensati per la mobilità urbana. Nel 2024 ha registrato 63,4 milioni di dollari di ricavi. È diventata un punto di riferimento nella urban air mobility con i suoi droni eVTOL capaci di trasportare due passeggeri. L’azienda sviluppa anche sistemi integrati per la gestione dei voli, infrastrutture per vertiporti e soluzioni di smart city. I suoi droni trovano spazio anche in spettacoli di luci aeree e altre applicazioni creative.

La francese Delair è specializzata in droni professionali a lungo raggio. Nel 2024 ha registrato 33 milioni di dollari di ricavi. La crescita è stata costante e ha portato al raddoppio del fatturato per tre anni consecutivi. I suoi modelli sono utilizzati in rilievi topografici, mappature e ispezioni industriali. Queste applicazioni sono sempre più richieste nei settori dell’energia, delle costruzioni e dell’agricoltura di precisione. Questi ambiti rappresentano oggi il cuore del mercato dell’azienda.

L’israeliana Airobotics ha chiuso il 2024 con 10 milioni di dollari di ricavi, ma nello stesso periodo ha ottenuto nuove commesse per 16,9 milioni, segnale di un portafoglio ordini in crescita rispetto ai risultati attuali. Un segnale chiaro del suo potenziale di crescita. Airobotics è tra i pionieri dei sistemi “drone-in-a-box”. Si tratta di piattaforme completamente autonome che decollano, volano e si ricaricano senza intervento umano. Queste soluzioni vengono usate per la sorveglianza di siti complessi, in applicazioni industriali, nelle smart cities e nella difesa. I droni dell’azienda sono supportati da stazioni di controllo automatizzate. Questo sistema permette un impiego continuo e affidabile anche in scenari operativi avanzati.

I dati sono aggiornati al 2024

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Chips Act, Stati Ue chiedono nuova strategia: il testo della Dichiarazione

La Dichiarazione sui chip della Semicon Coalition in vista del pacchetto “Omnibus digitale” dell’Ue

I semiconduttori sono la spina dorsale della crescita economica ad alto valore tecnologico e nelle intenzioni dell’Unione europea (Ue) il Chips Act del 2022 doveva consolidare la posizione globale delle imprese dei 27 Stati membri attraverso un impegno comune, investimenti e innovazione coordinata.
Qualcosa però non ha funzionato e ora una coalizione di Stati europei guidata dai Paesi Bassi chiede una vigorosa revisione di questa strategia.

Per questo è stata annunciata la “Declaration of the Semicon Coalition calling for a revised EU Chips Act” della Semicon Coalition: un documento programmatico nato per definire le prossime mosse dell’Europa sul fronte strategico dei semiconduttori, in un contesto globale sempre più competitivo e complesso.

Il Chip Act attuale, si legge nella Dichiarazione, pur essendo un passo fondamentale, necessita di essere rafforzato con una visione ambiziosa per affrontare le vulnerabilità europee in ambito geopolitico, tecnologico e ambientale.

Si chiede, sostanzialmente, un Chips Act 2, cioè una revisione del primo Chips Act, che è prevista nel quadro del pacchetto di semplificazione delle regole digitali Ue, il cosiddetto Omnibus digitale, atteso per gli inizi di dicembre.

Che cosa chiede la colazione sui chip europei?

Il testo chiede di affrontare le attuali vulnerabilità dell’Europa, “rispondere efficacemente alle sfide geopolitiche, tecnologiche e ambientali e sfruttare sia i punti di forza esistenti che le opportunità di mercato emergenti, molte delle quali sono evidenziate nel rapporto Draghi sul futuro della competitività europea”.

Per raggiungere questo obiettivo, si legge, servirà “un’agenda coraggiosa e coordinata, che allinei le strategie nazionali e regionali con le iniziative a livello Ue per rafforzare la leadership europea nelle tecnologie dei semiconduttori”.

La Semicon Coalition propone che la revisione del Chip Act europeo si fondi su tre obiettivi strategici:

  • Prosperità: creare un ecosistema semiconduttori competitivo che aumenti il benessere economico e la creazione di valore in diversi settori.
  • Indispensabilità: mantenere e sviluppare la leadership tecnologica europea in punti critici della catena del valore globale dei semiconduttori.
  • Resilienza: garantire una fornitura stabile e affidabile di semiconduttori di fiducia, specialmente in momenti di turbolenze geopolitiche o globali.

Quali le azioni proposte?

Per raggiungere tali obiettivi, viene indicato un insieme di priorità politiche e azioni concrete. Prima di tutte, creare “un ecosistema complementare” teso a favorire collaborazioni tra industrie, enti di ricerca, PMI, startup e altre realtà per rafforzare la filiera, dalla progettazione alla produzione, includendo il sostegno a progetti innovativi e alle infrastrutture esistenti come quelle del programma “Chips for Europe”.

Si propone di puntare di più su un mix di “finanziamenti pubblici e privati”, con cui allineare e coordinare le fonti di finanziamento a livello nazionale, europeo e privato, mobilitando capitali per sostenere l’ecosistema degli investitori e semplificando procedure per progetti strategici come gli Important Projects of Common European Interest (IPCEIs).

Investire nello “sviluppo delle competenze” è un’altra priorità, su cui lavorare tutti insieme attraverso programmi europei di formazione STEM e percorsi di upskilling per attrarre e trattenere talenti altamente qualificati nell’industria dei semiconduttori.

Il documento propone infine di promuovere più “sostenibilità ambientale”, attraverso la produzione di semiconduttori sostenibili, con l’adozione di tecnologie a basso consumo energetico, materiali avanzati e processi di produzione più puliti e circolari, e di puntare alle “partnership internazionali”, per garantire catene di fornitura resilienti, oltre a facilitare joint venture e accesso a infrastrutture di ricerca europee.

Quali sono le priorità per i chip Ue

Il modo migliore per raggiungere questi obiettivi è prioritizzare il settore dei semiconduttori come un’industria strategica, al pari di settori come l’aerospaziale e la difesa, e trattarlo come un obiettivo chiave per investimenti, Ricerca & Sviluppo (R&S) e innovazione.

Ciò richiede un approccio coordinato tra governi, industria e istituti di ricerca per creare e coordinare una strategia comune.

Rafforzare la catena del valore e la produzione è possibile e il documento indica alcuni punti chiave su cui lavorare, alcuni dei quali già menzionati nel Rapporto Draghi.

Per poter contare su una strategia europea dei semiconduttori affidabile e concreta bisogna dotarsi di catene del valore complete e questo è possibile facendo in modo che le fasi critiche nelle catene del valore end-to-end per l’industria dei semiconduttori siano disponibili e accessibili ai Paesi dell’UE.

L’Ue deve sviluppare e industrializzare tecnologie nuove, affidabili e innovative; rafforzare e espandere le attuali posizioni di leadership chiave dell’Europa in nuove aree; consentire una più rapida commercializzazione della ricerca; lavorare per garantire la sicurezza delle supply chain e sostenere startup e scale-up.

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I più ricchi sono più connessi: il divario digitale esiste, ma si assottiglia tra i giovani. L’analisi di ASviS

La possibilità di andare su internet è spesso un indicatore dello stato di salute di un Paese. E il Pew research center ha condotto una ricerca, segnalata da Media e dintorni su Radio Radicale, proprio su questo tema. Con risultati molto interessanti.

Prima di tutto, persistono grandi differenze tra gli Stati. La percentuale di coloro che dichiarano di essere online a lungo varia dal 13% degli adulti in Nigeria al 56% in Giappone. Quasi la metà in Corea del Sud dice di utilizzare internet quasi costantemente, mentre in Argentina, Israele, Spagna, Turchia e Stati Uniti il rapporto è quattro su 10. In Canada e altri Paesi europei (tra cui l’Italia) circa la metà o più degli adulti è online più volte al giorno.

Dai dati emerge una costante: le percentuali più alte di persone connesse si registrano negli Stati più ricchi. Tuttavia, non esiste una correlazione significativa tra Pil e utilizzo di internet. Ovvero: non è detto che lo Stato più ricco abbia la quota maggiore di utenti online. È anche vero però che le persone con redditi e istruzione più bassi utilizzano meno internet.

Ma c’è anche chi internet non lo usa affatto, o quasi. La quota più alta di adulti offline si trova in India (36%), Kenya (33%), Nigeria (27%) e Sudafrica (24%). Anche in Giappone si registra una quota abbastanza significativa (14%), che rapportata al 56% di chi è sempre online restituisce l’immagine di un Paese frammentato. In Europa, Canada e Stati Uniti, la quota di coloro che non sono online raggiunge al massimo il 10%.

E i giovani? Alcuni precedenti sondaggi del Pew research center confermano che ragazzi e ragazze di tutto il mondo sono online di più rispetto a adulti e anziani, diminuendo anche il divario tra Stati più ricchi e poveri. In Turchia, ad esempio, il 12% degli adulti dai 50 anni in su afferma di utilizzare internet quasi sempre, rispetto al 64% delle persone sotto i 35 anni. Per quanto riguarda l’Italia, questo rapporto è 13% contro 54%.

Il Giappone (di nuovo) registra i tassi più elevati di utilizzo frequente di internet sia tra i giovani che tra gli anziani: l’85% di coloro che hanno meno di 35 anni e il 38% di coloro che hanno 50 anni o più. Non per niente Sony, Panasonic, Nintendo sono nate proprio lì.

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