ComoLake2025, il Digital Innovation Forum dal 14 al 17 ottobre: gli ospiti e il programma
Il Premio Nobel per la Fisica Gerardus ’t Hooft sarà tra gli ospiti che apriranno i lavori della prima giornata del Digital Innovation Forum — ComoLake 2025, il palcoscenico internazionale per l’innovazione digitale che si terrà dal 14 al 17 ottobre 2025 a Villa Erba di Cernobbio. Il summit, che riunisce leader istituzionali, accademici e industriali da oltre 15 Paesi, è pensato per discutere il futuro ai livelli più alti di intelligenza artificiale, quantum computing, sanità digitale, mobilità sostenibile e molto altro.
Tra i primi nomi confermati, insieme al prof. Hooft ci saranno il fisico vincitore del Premio Albert Einstein Thibault Damour, il direttore del dipartimento di Fisica Teorica del CERN di Ginevra Gian Francesco Giudice, il già presidente del CNR Luciano Maiani, la ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare Mariafelice De Laurentis e il già direttore dell’École Normale Supérieure di Parigi Marc Mézard.
Organizzata da Micromegas Comunicazione, Digital Innovation Forum — ComoLake 2025 è un’iniziativa promossa dalla Fondazione Innovazione Digitale ETS, presieduta dal dott. Antonio Franceschetti, che ha recentemente istituito un Comitato Scientifico composto da esponenti di primo piano del mondo accademico, istituzionale e industriale. Tra i suoi membri figurano il prof. Francesco Saverio Cataliotti, direttore dell’Istituto Nazionale di Ottica del CNR; il Prof. Antonio La Gatta esperto internazionale di innovazione tecnologica; la prof.ssa Paola Dubini dell’Università Bocconi; il prof. Vincenzo Vespri dell’Università di Firenze; e numerosi altri rappresentanti di eccellenza della ricerca, dell’impresa e delle istituzioni, italiani e internazionali.
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Sul palco del Forum sono attesi ministri, rappresentanti di agenzie governative e organismi sovranazionali, CEO di aziende leader e imprenditori innovativi, con l’obiettivo di costruire un dialogo costruttivo ad ampio raggio sulle politiche, le tecnologie, le strategie e le soluzioni per affrontare le sfide che si affronteranno nei prossimi anni.
Il format e i temi chiave
Digital Innovation Forum — ComoLake 2025 si articolerà in sei sessioni plenarie e quindici sessioni tematiche di approfondimento, dedicate all’innovazione e alla transizione digitale. Tra i temi al centro del dibattito:
Intelligenza Artificiale e i suoi impatti su economia, società e istituzioni;
Quantum Computing, con focus sul ruolo dell’Europa e delle sue industrie nella competizione globale;
Sanità Digitale, tra telemedicina, ospedali virtuali e innovazioni farmaceutiche basate su modelli computazionali;
Mobilità e Trasporti, con scenari di elettrificazione, intermodalità e smart cities;
Reti e Infrastrutture, cruciali per sostenere la competitività europea e lo sviluppo delle tecnologie emergenti;
Energia e Sostenibilità, con attenzione a decarbonizzazione, idrogeno e nuove fonti;
Banking, Insurance e Fintech, tra blockchain, valute digitali e sistemi di pagamento evoluti;
Public Sector, per un’amministrazione più accessibile, trasparente ed efficiente.
L’ultima giornata dedicata alle Startup innovative
Il Forum si terrà dal 14 al 16 ottobre con tre giornate di conferenza, mentre il 17 ottobre sarà interamente dedicato ad 80 Startup innovative, selezionate con Partner di elevato prestigio, attraverso criteri accurati di scelta. Durante la giornata, le giovani imprese avranno l’occasione di presentare i propri progetti con sessioni di elevator pitch, confrontarsi con investitori e stakeholder e partecipare a workshop tematici curati dai partner del Forum.
L’evento si terrà nella splendida cornice di Villa Erba a Cernobbio, sul Lago di Como, luogo che negli anni si è affermato come punto di riferimento per grandi eventi internazionali. Gli spazi espositivi saranno suddivisi tra i padiglioni Lario e Cernobbio, con oltre 10.000 mq allestiti per ospitare conferenze, workshop, corner dedicati alle startup, aree B2B e momenti di networking.
Digital Innovation Forum — ComoLake continua quindi il lavoro per posizionare l’Italia come Paese protagonista del dibattito globale sulle tecnologie emergenti, rafforzando l’allineamento del nostro Paese ai processi normativi e di mercato dell’Unione Europea. Tre giorni per favorire il dialogo tra istituzioni, industria e università, creando una piattaforma stabile di confronto e cooperazione, al tempo stesso valorizzando l’innovazione italiana come leva di competitività internazionale, sostenendo la ricerca e l’imprenditorialità giovanile.
Uno dei momenti più attesi dell’edizione 2025 sarà la cerimonia dei ComoLake Awards, che premieranno aziende, istituzioni e startup che si sono distinte per progetti di eccellenza nell’ambito della trasformazione digitale. I riconoscimenti saranno assegnati dal Comitato Scientifico della Fondazione Innovazione Digitale ETS, valutando innovazione, impatto sociale ed economico, scalabilità e sostenibilità.
La premiazione avverrà durante il Gala Dinner del 16 ottobre, occasione di incontro esclusivo tra i protagonisti dell’evento.
Accanto ai lavori ufficiali, ComoLake 2025 proporrà anche momenti culturali e conviviali di grande rilievo: la serata spettacolo al Teatro Sociale di Como (14 ottobre), il Welcome Dinner del 15 ottobre e il Gala Dinner del 16 ottobre. Occasioni pensate per favorire le relazioni tra i partecipanti e consolidare la dimensione internazionale dell’evento.
Per garantire la massima visibilità e fruibilità, l’edizione 2025 sarà accompagnata dal lancio del Digital Innovation Channel, piattaforma multimediale che trasmetterà i lavori in live streaming e on demand, oltre a ospitare podcast e contenuti originali realizzati dai partner nei mesi precedenti al Forum.
ComoLake 2025 è l’appuntamento di riferimento per chi guarda al futuro dell’innovazione digitale. Un evento capace di unire riflessione e azione, teoria e pratica, istituzioni e startup per trovare soluzioni, creare leve economiche e posizionare l’Italia come player internazionale nel campo della tecnologia e della digitalizzazione.
Le registrazioni per il pubblico sono già aperte: tutte le informazioni sono disponibili sul sito ufficialewww.comolake.it.
Israele per 3 anni ha trasferito nel cloud di Microsoft (con l’ok del CEO) le telefonate spiate ai palestinesi: “1 milione di dati all’ora”
Esercito israeliano e Microsoft, l’accordo?
Un milione di telefonate all’ora spiate dall’esercito israeliano a civili palestinesi a Gaza e in Cisgiordania è stato trasferito per 3 anni nel cloud di Azure presso in un data center di Microsoft nei Paesi Bassi. Il progetto rientrava nell’accordo raggiunto nel 2021 tra il ceo di Microsoft Satya Nadella, e l’allora comandante Yossi Sariel dell’Unità 8200, l’agenzia di spionaggio d’élite dell’esercito di Israele.
Lo stop da Microsoft all’esercito di Israele dopo l’inchiesta giornalistica
Dopo l’inchiesta giornalistica condotta anche dal Guardian, che ha svelato sia il progetto di sorveglianza di massa condotto da Israele nei confronti di civili palestinesi sia il conseguente trasferimento di 8mila terabyte di dati nel cloud Azure con anche la possibilità di analizzarli con l’intelligenza artificiale per fini bellici, Microsoft ha interrotto questo servizioalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) per “violazione dei termini di servizio”. Ma solo questo servizio è stato interrotto all’esercito israeliano, che in questa guerra contro Hamas ha potuto contare sull’uso delle tecnologie delle Big Tech, da Microsoft a Google fino a chatGPT fornito nei servizi sempre offerti dall’azienda americana fondata da Bill Gates.
In guerra conta prima il business che l’etica?
La prima domanda è: in tempi di guerra le Big Tech dovrebbero porre l’etica e la pace al primo posto rispetto al business?
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La seconda è: dove sono stati ora trasferiti gli 8mila terabyte di dati delle telefonate spiate?
Secondo fonti di intelligence, riportate sempre dal giornale londinese, l’agenzia di spionaggio aveva pianificato di trasferirli da Amazon Web Services, ma né le Forze di Difesa Israeliane (IDF) né Amazon hanno risposto alla richiesta di commento.
L’evoluzione dei sistemi di pagamento europei rappresenta oggi una sfida cruciale per le banche centrali, chiamate a conciliare innovazione tecnologica e stabilità finanziaria. L’euro digitale, che consentirebbe ai cittadini di detenere moneta pubblica anche in forma elettronica, fa parte di questa rivoluzione.
Euro digitale entro il 2029
Le ultime dichiarazioni della Banca Centrale, attraverso la voce di Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della BCE e promotore dell’iniziativa, durante un evento Bloomberg Future of Finance a Francoforte, sono chiare: la moneta digitale europea è necessaria e arriverà entro il 2029. D’altronde, il primo via libera arrivato dall’Ecofin di Copenhagen ha confermato l’intenzione dei governi di accelerare l’iter legislativo. Un concetto ribadito anche oggi durante la conferenza dell’Università Bocconi, che ha visto protagonisti lo stesso Cipollone ed Evelien Witlox, Direttore dell’Euro Digitale presso la BCE.
Come ricordato dagli esperti, le banche centrali hanno storicamente saputo adattarsi alle crisi, garantendo la solidità del sistema. Oggi, la digitalizzazione dei pagamenti richiede di mantenere questo equilibrio, preservando al contempo un mercato aperto e competitivo guidato da attori privati.
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“Si tratta di un ambito delicato – ha spiegato Cipollone – perché è fondamentale mantenere un equilibrio stabile tra banca centrale e banche commerciali. Questo principio ha guidato fin dall’inizio la progettazione dell’euro digitale. Per salvaguardare tale equilibrio, il sistema finanziario deve restare strutturalmente aperto e pronto ad accogliere nuove tecnologie. In questo contesto, il ruolo della banca centrale è quello di sostenere un mercato aperto e competitivo, in cui gli attori privati possano promuovere efficienza e innovazione senza generare instabilità, a vantaggio di consumatori e imprese”.
Euro digitale, un mercato ancora frammentato
Tra gli aspetti emersi durante il convegno c’è sicuramente quello di un mercato ancora frammentato: molte soluzioni di pagamento restano nazionali e non sfruttano pienamente la scala europea, favorendo invece operatori extra-UE. La digitalizzazione e le nuove tecnologie, dalle app alle monete digitali, accentuano questi fenomeni, creando rischi di concentrazione e dipendenza da piattaforme non europee, ma anche opportunità di maggiore efficienza e innovazione.
Il progetto dell’euro digitale si inserisce in questo scenario come risposta strategica, garantendo la disponibilità della Banca Centrale per i pagamenti digitali e preservando la possibilità di scelta degli utenti. La piattaforma punta a standard aperti, sicurezza, privacy e interoperabilità, favorendo servizi di pagamento innovativi e inclusivi. Come sottolineato dagli studiosi e dai responsabili dei laboratori FinTech europei, l’euro digitale potrebbe diventare uno strumento chiave per integrare i sistemi di pagamento, ridurre la frammentazione, sostenere la sovranità europea e affrontare i rischi geopolitici legati alla dipendenza da piattaforme extra-UE, creando una piattaforma che permetta ai servizi di pagamento di competere a livello europeo.
Necessario coordinamento tra banche centrali, governi e settore privato
Cipollone ha poi fatto riferimento all’ultimo Rapporto della BCE, che evidenzia un forte interesse del settore privato nello sviluppo di questi servizi, sfruttando le caratteristiche uniche della piattaforma digitale dell’euro.
“Ci sono già attori pronti a entrare in campo. Tra le possibilità progettuali, una prevede transazioni attivabili in diverse modalità e opzioni di pagamento, con la riserva di fondi che si sblocca solo quando vengono soddisfatte precise condizioni, garantendo maggiore protezione ai consumatori” ha commentato Cipollone.
Ha poi chiarito che l’innovazione nello spazio dei pagamenti non dipende solo dal tempo, ma da scelte tecnologiche e strategiche mirate: “Lavoreremo a stretto contatto con università ed esperti per esplorare nuove tecniche di protezione della privacy e valutarne l’applicazione nei pagamenti digitali. ”
“In conclusione – ha aggiunto – le sfide delle banche centrali non sono nuove: si concentrano da sempre su stabilità e fiducia. Ciò che cambia è il contesto: la digitalizzazione sta trasformando profondamente i pagamenti e il loro futuro. Di fronte a queste evoluzioni, le banche centrali stanno ridefinendo il loro ruolo nell’emissione della moneta, accompagnando la transizione verso un nuovo paradigma di ricerca e innovazione. Molti dei pionieri e visionari presenti in questa sala sono protagonisti di questo cambiamento. Grazie al lavoro comune, il nuovo ecosistema dei pagamenti sarà inclusivo, favorendo non pochi ma molti, e consolidando la fiducia dei cittadini” ha quindi concluso.
In definitiva, la transizione digitale dei pagamenti richiede non solo tecnologia, ma anche coordinamento tra banche centrali, governi, settore privato e ricerca accademica, per garantire che l’innovazione favorisca inclusione, efficienza e sicurezza finanziaria.
La sovranità digitale washing, OpenAI con SAP per un cloud “tedesco”
Che cos’è “OpenAI for Germany”?
Nasce il progetto “OpenAI for Germany” grazie alla nuova partnership tecnologica annunciata dalla tedesca SAP e l’americana OpenAI, società che ha sviluppato il ben noto ChatGPT. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la sovranità tecnologica della Germania e integrare progressivamente l’intelligenza artificiale nell’amministrazione pubblica.
Per garantire la piena sovranità digitale, si legge nel comunicato ufficiale, OpenAI for Germany sarà supportata dalla consociata SAP Delos Cloud, che utilizza tecnologia Microsoft Azure.
“La collaborazione consentirà a milioni di dipendenti del settore pubblico di utilizzare l’intelligenza artificiale in modo sicuro e responsabile, nel rispetto di rigorosi standard legali, di sovranità dei dati e di sicurezza”, è precisato da OpenAI.
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Una decisione che lascia molto perplessi e che fa sorgere dubbi sull’operato della società tecnologica tedesca, che attraverso il suo CEO, Christian Klein, cerca di sottolineare il carattere strategico dell’operazione: “La collaborazione consentirà a milioni di dipendenti del settore pubblico di utilizzare l’intelligenza artificiale in modo sicuro e responsabile, nel rispetto di rigorosi standard legali, di sovranità dei dati e di sicurezza”.
Con questa definizione si descrive la pratica diffusa di presentare proposte o politiche come se promuovessero la sovranità (ad esempio, nazionale o digitale) mentre, in realtà, queste iniziative sono prive di sostanza, ingannevoli o progettate per mascherare veri interessi che minano tale sovranità, come il controllo su tecnologie e dati. Un’estensione del concetto di “washing” (come greenwashing o pinkwashing), dove un’azienda o un ente finge di sostenere un valore o una causa per migliorare la propria immagine, quando non è realmente impegnato nel merito.
Se così fosse, si tratterebbe di un evidente volontà di aggirare quell’invito a “produrre e comprare europeo” che in questi ultimi mesi stava trovando sempre più spazio in dichiarazioni e documenti ufficiali sia a Bruxelles, sia nelle principali capitali degli Stati dell’Unione europea.
È quanto è stato chiesto, in occasione del Discorso sullo Stato dell’Unione europea (SOTEU), anche dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha insistito sul concetto di indipendenza, chiamando tutti a produrre e comprare europeo, dalle tecnologie innovative, all’energia, passando per la Difesa e le auto elettriche.
Quali sono gli obiettivi di OpenAI for Germany?
La partnership tra OpenAI, Microsoft e SAP sarà effettiva a partire dal 2026 e come precisato nel comunicato punta a supportare l’Agenda High-Tech del governo federale tedesco nel raggiungimento dell’obiettivo primario di creare valore attraverso l’intelligenza artificiale fino al 10% del PIL entro il 2030, supportando la spinta all’adozione dell’intelligenza artificiale nell’economia e nel settore pubblico.
Nel frattempo, l’iniziativa “Made for Germany“, ora sostenuta da 61 aziende leader e investitori globali, tra cui SAP, ha impegnato oltre 631 miliardi di euro in investimenti per accelerare la crescita e la modernizzazione. SAP ha infine annunciato altri 20 miliardi di euro di investimenti per rafforzare la sovranità digitale della Germania.
Un piano nazionale fortemente voluto da Berlino che come spesso accade può apparire ambiguo nelle sue finalità. Da un lato potrebbe rendere più forte l’azione di Bruxelles, sostanziando ogni iniziativa tesa a favorire maggiore indipendenza tecnologica dell’Unione. Dall’altro però, è evidente che mira a potenziare la leadership tedesca nell’AI e nel cloud, frammentando l’azione dell’Unione europea, presentandosi come campione tecnologico, aumentando la sua attrattività per le altre imprese, gli investitori e le competenze più qualificate, a scapito degli altri partner (e con l’aiuto dei giganti tecnologici americani, che di certo non condividono gli obiettivi dell’Unione europea).
TikTok in USA diventa americano e l’algoritmo sarà riaddestrato
Il presidente Donald Trump ha siglato un ordine esecutivo che consente l’operatività di TikTok negli Stati Uniti in modo tale da rispondere alle preoccupazioni sulla sicurezza nazionale che ne avevano messo in forse la continuità.
TikTok USA sarà controllata da un consorzio guidato da Oracle, dal fondo di investimento Silver Lake e dal conglomerato emiratino MGX, che insieme deterranno circa il 45% del capitale della nuova entità. La società madre cinese ByteDance manterrà il 19,9% delle azioni, mentre il restante 35% andrà agli attuali investitori e ai nuovi azionisti, secondo le informazioni riportate da CNBC.
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Xi Jinping ha dato l’assenso?
I dettagli dell’accordo restano ancora sconosciuti, ma Trump ha detto alla Casa Bianca alla cerimonia della firma che il leader cinese Xi Jinping è d’accordo.
Il Vice Presidente JD Vance ha detto che “ci sono alcune resistenze da parte cinese, ma la cosa più importante che volevamo era mantenere TikTok operativo, ma nello stesso tempo volevamo anche essere certi che i dati e la privacy degli Americani fossero protetti come previsto dalla legge”.
L’ambasciata cinese a Washington tuttavia non ha voluto commentare né confermare all’Associated Press il via libera di Pechino.
L’altolà a TikTok da parte di Biden
A suo tempo, il Presidente Joe Biden aveva firmato una legge approvata dal Congresso l’anno scorso per il bando di TikTok dagli Usa, a meno che gli asset americani di ByteDance non fossero stati ceduti ad un’azienda americana entro l’inizio dell’anno.
Trump ha preso tempo per trovare un accordo
Trump dal canto suo a firmato diversi ordini per consentire a TikTok di restare operativo negli Usa mentre la sua amministrazione cercava di raggiungere un accordo di vendita della compagnia cinese.
L’ordine esecutivo appena firmato da Trump in sé è una dichiarazione del presidente che l’accordo proposto soddisfa le preoccupazioni di sicurezza stabilite dalla legge. E concede a tutte le parti negoziali un ulteriore termine di 120 giorni per finalizzarlo.
I giovani, in particolare, “volevano davvero che ciò accadesse“, ha detto Trump.
La piattaforma cambierà?
Qualsiasi cambiamento significativo alla popolare piattaforma video potrebbe avere un impatto enorme sul modo in cui gli americani, in particolare giovani adulti e adolescenti, consumano informazioni online.
Circa il 43% degli adulti statunitensi sotto i 30 anni afferma di ricevere regolarmente notizie da TikTok, una percentuale più alta rispetto a qualsiasi altra app di social media, inclusi YouTube, Facebook e Instagram, secondo un rapporto del Pew Research Center pubblicato giovedì.
Algoritmo MAGA?
Alla domanda se avrebbe voluto che un algoritmo di TikTok di proprietà statunitense suggerisse più contenuti che promuovessero il suo movimento “Make America Great Again”, Trump ha risposto che lo avrebbe reso “100% MAGA” se ne avesse avuto la possibilità, ma intende che “ogni filosofia, ogni politica” venga “trattata correttamente”. Vance ha affermato che l’accordo garantisce che “gli investitori americani controlleranno effettivamente l’algoritmo” che determina i contenuti visualizzati sull’app di social media. Ha affermato che ulteriori informazioni sull’accordo saranno rivelate nelle prossime settimane.
Chi controllerà la nuova iniziativa TikTok?
Secondo i termini dell’accordo finora rivelati dalla Casa Bianca, l’app verrà scorporata in una nuova joint venture statunitense di proprietà di un consorzio di investitori americani, tra cui il gigante tecnologico Oracle e la società di investimenti Silver Lake Partners.
Il consiglio di amministrazione della nuova piattaforma sarà controllato da investitori statunitensi. ByteDance sarà rappresentata da una persona nel consiglio, che sarà però esclusa da qualsiasi questione relativa alla sicurezza. Tra i nuovi proprietari di TikTok ci sono molti i cui interessi commerciali o politici sono legati a Trump, tra cui il co-fondatore di Oracle Larry Ellison e Rupert Murdoch, il che solleva interrogativi sull’eventuale influenza politica esercitata sulla piattaforma.
Trump ha affermato che anche il fondatore di Dell, Michael Dell, sarà un investitore nella nuova impresa.
Gli utenti di TikTok potranno ora “ottenere le politiche editoriali delle persone che ora hanno il controllo dell’azienda”, ha detto David Greene, direttore per le libertà civili dell’Electronic Frontier Foundation. “Non sarà al 100% MAGA. La domanda è come verranno trattate le critiche nei suoi confronti e nei confronti delle persone che gli stanno a cuore”.
Cosa sappiamo sull’algoritmo che alimenta la piattaforma
L’algoritmo di raccomandazione che ha indirizzato milioni di utenti verso un flusso infinito di brevi video è stato al centro del dibattito sulla sicurezza di TikTok. La Cina in precedenza sosteneva che l’algoritmo dovesse rimanere sotto il controllo cinese per legge. Ma un regolamento statunitense approvato dal Congresso con il sostegno bipartisan stabiliva che qualsiasi disinvestimento da TikTok avrebbe comportato la rottura dei legami tra la piattaforma e ByteDance.
Funzionari americani avevano precedentemente avvertito che l’algoritmo – un complesso sistema di regole e calcoli che le piattaforme utilizzano per fornire contenuti al feed – è vulnerabile alla manipolazione da parte delle autorità cinesi, ma non è mai stata presentata alcuna prova da parte dei funzionari statunitensi che dimostri che la Cina abbia tentato di farlo.
L’algoritmo di TikTok sarà riaddestrato con dati Usa
L’ordine di Trump afferma che una copia con licenza dell’algoritmo di ByteDance – “riaddestrato” esclusivamente con dati statunitensi – alimenterà la nuova versione statunitense dell’app. La joint venture controllerà e monitorerà il codice e tutte le decisioni relative alla moderazione dei contenuti. I funzionari dell’amministrazione affermano che la riqualificazione annullerà qualsiasi rischio di interferenza e influenza cinese.
Non è chiaro se la versione statunitense di TikTok offrirà un’esperienza diversa da quella a cui sono abituati gli utenti nel resto del mondo. Qualsiasi modifica evidente apportata al servizio di una piattaforma di social media aumenta il rischio di alienarne il pubblico, ha detto Jasmine Enberg, analista della società di ricerca eMarketer.
Il precedente di Twitter, così può cambiare anche TikTok
In un ottimo esempio di come un cambio di controllo possa rimodellare una piattaforma di social media un tempo popolare, il miliardario Elon Musk ha scatenato una reazione quasi immediata dopo aver completato l’acquisizione di Twitter quasi tre anni fa.
Ma Musk ha apportato modifiche estremamente visibili, tra cui il cambio di nome in X, la riduzione della moderazione dei contenuti e l’aggiunta di funzionalità esclusive per gli abbonati a pagamento. I cambiamenti che si verificano gradualmente mentre dati diversi vengono immessi nella copia statunitense dell’algoritmo di TikTok potrebbero essere impercettibili alla maggior parte del pubblico.
I social media riguardano tanto la cultura quanto la tecnologia, e il modo in cui gli utenti accoglieranno la nuova proprietà e potenzialmente una nuova versione dell’app è ancora una questione aperta.
Chi vincerà la corsa spaziale tra USA, Cina, Russia e Europa?
Chi controlla lo Spazio, controlla la Terra. Questa massima, che fonde logica militare, interessi commerciali e visione strategica, assume oggi una centralità senza precedenti. La dimensione spaziale non è più solo un dominio scientifico o tecnologico, ma un vero campo di confronto geopolitico e geoeconomico tra Stati Uniti, Cina, Russia, Unione europea (Ue) e potenze emergenti come India e Giappone.
Gli Stati Uniti restano il primus inter pares della competizione spaziale. La NASA, con il Programma Artemis, punta a riportare astronauti sulla Luna entro il 2026 e a stabilire una presenza stabile sul satellite. Un obiettivo non solo simbolico: la Luna è piattaforma strategica verso Marte, ma anche riserva di risorse preziose come regolite (ossigeno e idrogeno) ed elio-3, potenziale carburante per la fusione nucleare.
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Accanto alla NASA, per la prima volta nella storia, il settore privato entra nel settore spaziale con decisione e rafforza la supremazia statunitense. SpaceX di Elon Musk domina il mercato dei lanciatori con i Falcon 9 e Heavy ‘riutilizzabili’ e con il progetto Starship, mentre Blue Origin di Jeff Bezos, assieme ad una vasta rete di startup, completano un ecosistema industriale senza rivali. È questo intreccio pubblico-privato a fare degli USA il leader della space economy, oggi in grado di fissare standard e regole globali.
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Europa tra evidenti ritardi e nuove ambizioni
L’Unione europea si muove in ritardo. Il progetto Iris2, con un budget di 10 miliardi di euro, prevede entro il 2030 la messa in orbita di 290 satelliti multi-orbita. Un passo avanti, ma se confrontato con Starlink, che ha già oltre 8.000 satelliti attivi, la distanza è evidente.
Per alcuni, è un’iniziativa tardiva che condanna l’Europa alla marginalità; per altri, rappresenta il primo passo per conquistare autonomia strategica. In ogni caso, l’indipendenza tecnologica passa dalla capacità di lanciare, non solo di progettare e gestire satelliti.
Il mercato globale dei lanci spaziali, secondo stime di Grand View Research, valeva tra 14 e 20 miliardi di dollari nel 2023 e potrebbe superare i 41 miliardi entro il 2030. Una quota pari al 4% della space economy totale, che entro la fine del decennio arriverà a 1.000 miliardi di dollari di valore. Una quota piccola, ma dal peso specifico enorme.
Lisi (MAECI; ASI): “Con la sua base spaziale di Malindi in Kenya, l’Italia potrebbe essere in una situazione ottimale per realizzare una capacità di Responsive Space”
Marco Lisi
“L’accesso allo spazio, cioè la capacità di mettere in orbita satelliti o altri veicoli spaziali, è un fattore chiave della New Space Economy, a tre livelli: economico-industriale, strategico e tattico. Per anni il costo dei lanci spaziali, espresso in termini di prezzo per chilogrammo di carico utile da mettere in orbita (a seconda dei casi, LEO o geostazionaria) è stato una componente rilevante del costo complessivo di una missione. Solo negli ultimi anni, con la svolta tecnologica realizzata da SpaceX, introducendo lanciatori riutilizzabili e metodologie di produzione in larga scala, si è potuto abbattere di un fattore dieci ed oltre il costo del singolo lancio, rendendo così economicamente sostenibili, per esempio, le costellazioni di centinaia o migliaia di satelliti in orbita bassa. Si è così creato un monopolio tecnologico di fatto: chi è in grado di offrire l’accesso allo spazio a prezzi contenuti e ragionevoli controlla di fatto gran parte del mercato spaziale mondiale, direttamente o indirettamente”, ci ha detto Marco Lisi, Inviato speciale per lo spazio del MAECI, membro del Consiglio di amministrazione dell’ASI.
“L’Europa da questo punto di vista non è in una situazione ottimale: i costi di lancio dei suoi due lanciatori Ariane 6 e Vega-C sono sensibilmente più alti di quelli di Space X; inoltre la sua capacità di lancio (lanci possibili per mese o per anno) è a malapena sufficiente a soddisfare le esigenze attualmente pianificate e sarebbe completamente insufficiente dovessero realizzarsi le numerose costellazioni proposte dalla Commissione europea, dall’ESA e dalle varie agenzie spaziali nazionali. Questo ‘peccato originale’ rischia di influenzare negativamente la competitività dell’industria spaziale europea. E qui arriviamo al problema strategico, quello dell’indipendenza e dell’autonomia: è di tutta evidenza che non avrebbe senso promuovere costellazioni di satelliti per applicazioni governative e di sicurezza, quali per esempio la tanto dibattuta IRIS2, se poi le centinaia di satelliti che le compongono dovessero essere messe in orbita con lanciatori non europei. È l’argomento che, in modo analogo, è stato violentemente opposto all’utilizzo della costellazione Starlink di Elon Musk in Italia. Per concludere – ha proseguito Lisi – vale la pena accennare all’utilizzo tattico che sempre più frequentemente viene prospettato per le missioni satellitari. L’idea è portata avanti da molti anni negli Stati Uniti in un programma governativo denominato Responsive Space. Si tratta di utilizzare piccoli satelliti (per telecomunicazione od osservazione della Terra) in combinazione con piccoli lanciatori (microlanciatori) per rendere operative missioni nel giro di poche settimane (se non pochi giorni) in risposta ad una emergenza improvvisa, sia essa un disastro naturale o un potenziale conflitto in un’area critica del pianeta”.
“Con la sua base spaziale di Malindi in Kenya, l’Italia potrebbe essere in una situazione ottimale per realizzare una capacità di Responsive Space – ha sottolineato Lisi – prima a livello nazionale e poi, ovviamente, come asset da mettere a fattor comune con gli altri Paesi europei. Inutile sottolineare l’enorme valenza geopolitica e di cooperazione internazionale che questa iniziativa potrebbe offrire nei confronti del Kenya e di tutti gli Stati africani, nell’ambito del Piano Mattei per l’Africa. Tecnicamente è fattibile e se ne parla seriamente a livello politico”.
Spagnulo (COMINT): “IRIS2 dovrebbe iniziare a dispiegare la sua costellazione satellitare non prima del 2030, la sfida per i lanciatori europei è arrivare vivi a quella data”
Marcello Spagnulo
“L’accesso autonomo allo Spazio è fondamentale per dirsi ‘potenza spaziale’, e il controllo strategico del processo industriale dei lanciatori, così come della base di lancio, è prerequisito ineludibile. La situazione europea meriterebbe una trattazione a parte per la sua complessità sintetizzata nei numeri detti. Ma il problema europeo non è contingente, si tratta di una questione che risale ai primissimi anni duemila quando entrò in servizio il vettore Ariane 5, poi dismesso nel 2023 dopo 117 lanci di cui solo due falliti. Era un razzo vettore per grandi satelliti e altamente affidabile, ma ebbe dei problemi iniziali che ne rallentarono l’ingresso nel mercato, mentre nello stesso tempo si sviluppava una notevole concorrenza internazionale. Nel 2000, l’industria dei lanciatori europei si ritrovò sull’orlo di un baratro e gli stati membri dell’ESA vararono un piano di sostegno finanziario che ne impedì il tracollo”, ci ha spiegato Marcello Spagnulo, Ingegnere, Consigliere Scientifico di LIMES rivista di Geopolitica, Esperto al Tavolo Tecnico del COMINT, Comitato Interministeriale per le politiche Spaziali e Aerospaziali.
“Purtroppo, nonostante ciò e il fatto che il lanciatore avesse raggiunto un’affidabilità elevatissima, il mercato dei grandi satelliti commerciali geostazionari, da cui dipendeva il numero di lanci annui di Ariane, crollò in maniera vertiginosa. Dalla ventina di ordini nel 2000 si passò a una decina nel 2022. Poi, nel 2015 gli stati membri di ESA decisero di finanziare lo sviluppo di Ariane 6 ma usando le stesse identiche tecnologie del precedente. Questo non portò innovazione. Nonostante ciò – ha aggiunto Spagnulo – il nuovo razzo vettore, che doveva essere pronto per il 2020, effettuò il suo primo lancio solo quattro anni dopo e per un periodo l’Europa non dispose di alcun accesso autonomo allo Spazio e acquistò il servizio di lancio da SpaceX persino per i suoi satelliti strategici Galileo”.
“A oggi, il vettore Ariane 6 ha effettuato con successo i suoi tre primi lanci ed è operativo, il calendario dei prossimi lanci sembra essere abbastanza fitto ma non è stato ancora reso pubblico. Le sfide sono però notevoli per l’Europa, Ariane 6 è stato realizzato con un business plan che prevedeva un tasso di 9 o 10 lanci annui, ma considerando che il suo predecessore ha avuto un tasso medio di lanci annui pari a 4 è evidente che le difficoltà ci sono. A mio avviso – ha precisato Spagnulo – la perennità del lanciatore dipende in larghissima parte dai programmi spaziali dell’Unione Europea in particolare di IRIS2, il concorrente di Starlink, come amano dire in maniera spericolata a Bruxelles. Sono circa trecento satelliti e potranno assicurare un buon calendario di lanci per Ariane 6. Il fatto è che iIRIS2 dovrebbe iniziare a dispiegare la sua costellazione satellitare non prima del 2030 e quindi la sfida per i lanciatori europei è arrivare vivi a quella data”.
La geopolitica spaziale dei lanci: chi lancia di più, comanda
Il settore dei lanciatori è la chiave della corsa allo spazio. Qui di seguito alcuni numeri diffusi da Space Stats per comprendere lo scenario internazionale:
classifica 2024: Stati Uniti 154, Cina 68, Russia 17, Giappone 7, India 5, Iran 4, Unione europea 3.
dati 2025 (parziali): USA 124, Cina 50, Russia 11, Unione europea 5, India 3.
Avere razzi propri significa autonomia completa: sviluppo tecnologico, operazioni di lancio, reti di terra, capacità di manutenzione. In sintesi: chi controlla i lanci controlla l’accesso allo spazio, rafforzando la propria sovranità geopolitica e autonomia tecnologica.
La Stazione spaziale internazionale (ISS) sarà dismessa entro il 2030 e lascerà il posto a più stazioni spaziali commerciali. Nel frattempo, la Cina consolida la propria posizione con la stazione spaziale modulare Tiangong, dotata di chatbot basato su IA (Wukong AI) e pronta a espandersi con nuovi moduli tra il 2030 e il 2035.
Eccellenza industriale Ue, ma poca autonomia
Nonostante la leadership in osservazione della Terra, l’Europa paga un ritardo nei lanciatori, aggravato dall’assenza di razzi riutilizzabili. Il futuro dipende dall’accelerazione su Ariane 6 (lanciatore pesante) e Vega C (medio), mentre l’Italia investe nel Vega E (primo lancio previsto per il 2028).
Il settore nazionale è sostenuto da diverse aziende di rilievo, protagoniste della filiera che coinvolge numerose PMI e startup innovative. Il nostro Paese, grazie al ruolo chave dell’Agenzia spaziale italiana, resta comunque uno dei pilastri industriali del continente (vantiamo una filiera industriale spaziale completa o quasi) e una voce autorevole dell’Agenzia spaziale europea (Esa). Tuttavia, senza una governance europea unitaria, l’Ue rischia di restare fornitore tecnologico e non potenza geopolitica dello spazio.
La New Space Economy, cioè la corsa dei privati allo Spazio (e alla Luna)
Il nuovo corso della space economy è guidato dai privati. Micro-lanciatori, tecnologie 3D e riutilizzabilità riducono i costi e aprono lo spazio a startup e PMI. L’ESA, con il programma Boost!, sostiene la nascita di nuove imprese. È un’occasione che l’Europa deve sfruttare per colmare il gap con Stati Uniti e Cina.
Il nuovo Grande Gioco si svolge verso la/sulla Luna. Gli Artemis Accords (oltre 30 Paesi firmatari, tra cui l’Italia) contrappongono gli Stati Uniti e i partner occidentali all’asse sino-russo, che con l’International Lunar Research Station (ILRS) mira a creare un avamposto alternativo. Controllare la Luna significa gestire le orbite cislunari, le telecomunicazioni e le risorse del futuro.
Sat Wars
Con l’amministrazione Trump, gli Stati Uniti potrebbero spostare il baricentro verso un modello “commercial-first”, riducendo il ruolo diretto della NASA in favore delle aziende private. Una scelta che rafforzerebbe SpaceX e Blue Origin, ma rischierebbe di creare tensioni con i partner internazionali coinvolti in progetti come Gateway e SLS/Orion.
La Cina vede nello spazio un moltiplicatore di potenza economica, tecnologica e diplomatica. Con la stazione spaziale Tiangong e il progetto ILRS con Mosca, punta a rafforzare la sua influenza globale, soprattutto nei Paesi emergenti.
La Russia, pur con l’esperienza di Roscosmos, soffre per crisi industriale e sanzioni. La partnership con Pechino offre ossigeno, ma rischia di relegarla a junior partner del colosso cinese.
Lo spazio, però, non è più solo un’arena di ricerca scientifica o di sviluppo economico, ma anche un dominio militare. Negli ultimi anni USA, Cina e Russia hanno mostrato apertamente capacità di armi antisatellite (ASAT), strumenti che possono neutralizzare, accecare o distruggere satelliti nemici.
Solo per citare gli ultimi casi a noi noti. Nel 2021, la Russia ha condotto un test antisatellite con un missile diretto da Terra, distruggendo un proprio satellite defunto. L’operazione ha generato oltre 1.500 frammenti tracciabili, minacciando la sicurezza della Stazione Spaziale Internazionale.
Nel 2008 gli Stati Uniti hanno portato avanti l’operazione Burnt Frost ha dimostrato le capacità ASAT americane, colpendo un satellite difettoso con un missile SM-3. Il 2007 è stata la volta della Cina, invece, che ha abbattuto un satellite meteorologico in orbita bassa con un missile, creando una nuvola di detriti che ancora oggi costituisce un rischio per altri veicoli spaziali.
VLQ, avviato il nuovo computer quantistico europeo (video)
Avviato VQL, il nuovo computer quantistico europeo
È stato inaugurato a Ostrava, in Repubblica Ceca, presso il centro di supercalcolo IT4Innovations (Technical University of Ostrava), VLQ, il nuovo computer quantistico europeo finanziato dall’EuroHPC Joint Undertaking (JU) e frutto di una collaborazione internazionale che coinvolge otto Paesi: Repubblica Ceca, Finlandia, Svezia, Danimarca, Polonia, Norvegia, Belgio e Paesi Bassi.
Alla cerimonia hanno partecipato figure di primo piano delle istituzioni europee, tra cui Rafal Duczmal, presidente del Consiglio direttivo di EuroHPC JU, e Anders Jensen, direttore esecutivo di EuroHPC JU, sottolineando il carattere strategico e fortemente paneuropeo dell’iniziativa.
A destra Anders Jensen, EuroHPC JU Executive Director
Che cos’è VLQ e come funziona?
VLQ è un computer quantistico basato su qubit superconduttivi, fornito dalla finlandese IQM Quantum Computers e ospitato dal centro di Ostrava. La macchina dispone di 24 qubit fisici disposti in una topologia a stella collegata a un risonatore centrale.
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Questa architettura riduce al minimo le operazioni di scambio tra qubit (swap operations), migliorando l’efficienza complessiva e permettendo l’esecuzione di calcoli quantistici più complessi.
VLQ non sarà un sistema isolato: sarà integrato con Karolina, il supercomputer EuroHPC già operativo a Ostrava, per offrire agli utenti europei una architettura ibrida classico-quantistica. Una sinergia che permetterà di sperimentare algoritmi avanzati come il Quantum Machine Learning (QML), con potenziali accelerazioni esponenziali rispetto al solo calcolo tradizionale.
Il sistema è ancora in fase di calibrazione, ma sarà reso disponibile entro la fine dell’anno per la comunità europea – dal mondo accademico alle imprese, fino al settore pubblico – con l’obiettivo di stimolare ricerca, innovazione e nuove applicazioni industriali.
Perchè chiamare un computer quantistico VLQ?
Il progetto ha richiesto un investimento complessivo di circa 5 milioni di euro, cofinanziato al 50% dall’EuroHPC JU e per il restante 50% dal consorzio LUMI-Q, che riunisce 13 partner nei già citati otto Paesi europei.
Il nome VLQ porta in sé diversi riferimenti: V come VSB (Technical University of Ostrava), L come LUMI-Q e Q come Quantum Computing. In ceco, inoltre, “vlk” significa lupo, un richiamo diretto al simbolo del supercomputer LUMI in Finlandia – tra i più potenti al mondo – che rappresenta la sostenibilità energetica grazie al funzionamento con energia idroelettrica priva di emissioni, raffreddamento a liquido e recupero del calore per il teleriscaldamento locale.
La strategia europea è chiara: distribuire diversi sistemi quantistici complementari, integrati ai supercomputer esistenti, per offrire agli utenti la più ampia varietà possibile di tecnologie. Non un unico modello, ma un ecosistema che include: simulatori quantistici analogici basati su atomi neutri; sistemi a ioni intrappolati; circuiti superconduttivi come VLQ; soluzioni basate su fotoni e sistemi adiabatici per routine di annealing.
A questi si aggiungono i due simulatori quantistici del progetto HPCQS, ospitati da GENCI in Francia e dal Jülich Supercomputing Centre (JSC) in Germania, oggi in fase di calibrazione.
All’inizio di settembre è stato inoltre avviato il processo di procurement per un nuovo computer quantistico EuroHPC che sarà ospitato nei Paesi Bassi, gestito da SURF.
L’Europa accelera sulla corsa quantistica
La corsa globale al quantum computing vede Stati Uniti, Cina e altre potenze già attive con investimenti miliardari. L’Unione europea, attraverso EuroHPC JU e con il sostegno degli Stati membri, sta puntando su un modello collaborativo e federato che mira a garantire sovranità tecnologica, accesso condiviso e sostenibilità.
VLQ rappresenta dunque non solo un passo tecnologico, ma anche politico e strategico: la dimostrazione che l’Europa è pronta a competere in uno dei settori più promettenti e trasformativi della nuova economia digitale.
Da sinistra verso destra Petr Lukasik, Anders Dam Jensen, Pasi Olavi Tuominen, Vit Vondrak, Branislav Jansik, Petr Kavailr, Rafal Duczmal.
“L’Italia è pienamente in partita – dice Basso – saranno 4 o 5 le Gigafactory europee e i grandi paesi europei sono tutti interessati a ospitarne uno”. Una partita, quella delle AI Gigafactory, molto più complessa di quella delle 13 AI Factory già decise a livello europeo, con il supercomputer del CINECA a Bologna che si è già aggiudicato uno dei posti. “La corsa alle AI Giga Factory avviene su scala continentale, l’Italia dovrà competere con altri grossi poli di altri paesi Ue”, dice Basso: “Per avere qualche possibilità di farcela dobbiamo fare sistema”.
Cosa sono le 5 AI Gigafactory Ue?
Si tratta di enormi centri di calcolo, comparabili per potenza ai grandi hyperscaler americani, che l’Unione Europea vuole realizzare sul suo territorio per disporre di armi tecnologiche necessarie per garantire la nostra sovranità digitale e uno sviluppo autonomo dell’AI. L’obiettivo dichiarato nella strategia Ue è formare e sviluppare modelli di AI complessi, 4 volte più potenti delle AI Factory, movimentando come detto 20 miliardi di euro tramite lo strumento finanziario dedicato InvestAI.
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Su quali basi la candidatura di Genova?
Genova ha formalizzato la sua candidatura da parte della Regione Liguria e di Leonardo. La sede proposta è la collina degli Erzelli, un grande campus tecnologico in ecosistema con l’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia), centro di eccellenza per la robotica e il quantum computing, l’Università di Genova e Liguria Digitale.
I punti di forza della candidatura sono il Supercomputer Davinci-1 di Leonardo, il ProgettoMNESYS (neurotecnologie), Start4.0 (centro di competenza su sicurezza infrastrutture), Progetti su robotica umanoide (IIT), sviluppo tecnologie quantistiche, il Protocollo “Genova Capitale del Supercalcolo” firmato il 28 marzo 2025. Il coinvolgimento del CNR, capofila del competence center nazionale Start 4.0 che ha sede a Genova.
Quali sono gli altri poli in valutazione nazionale?
In valutazione accanto a Genova c’è anche Bologna (Data Valley), con una forte candidatura potenziale grazie a CINECA, ECMWF, tecnopolo e già sede, come detto, di una delle 13 AI Factory europee. Infine, c’è anche il terzo polo formato da Torino e Pavia, citate come ipotesi di siti in valutazione, ma senza un dossier pubblico.
Cosa si è impegnato a fare il Governo?
Il Governo, per bocca del ministro del MIMIT Adolfo Urso, ha confermato l’impegno a presentare una candidatura italiana forte al bando formale Ue EuroHPC atteso a fine 2025 (a novembre). Selezione delle 4 o 5 Gigafactory europee, modello di finanziamento pubblico-privato con possibile contributo pubblico fino al 35% del CAPEX. L’operatività è prevista nel 2026-2027 con l’avvio dei cantieri e le prime fasi operative: data center di nuova generazione, approvvigionamento di oltre 100 mila acceleratori AI per ciascun sito, messa in servizio progressiva.
Quali sono i requisiti chiave per la candidatura?
Fra i criteri chiave, la capacità di frontiera con più di 100mila acceleratori AI, sul lato energia e raffreddamento la potenza elettrica garantita, fonti rinnovabili, efficienza idrica/termica, sicurezza. Connettività e dati con backbone a banda altissima e bassa latenza, Data Labs per la gestione dati di qualità. Autorizzazioni rapide, compatibili con la timeline della Ue: bando finale entro il 2025 e cantieri nel 2026.
Perché Genova è la candidatura ideale?
“In questa partita, bisogna muoversi insieme – dice Basso – la candidatura di Genova arriva dal basso, ma è il Governo che deve sostenerla superando ogni divisione. Bisogna fare squadra anche a Bruxelles, perché stiamo parlando di un investimento (si parla di circa 4 miliardi di euro come ricaduta locale ndr) che non è soltanto relativo alle risorse che arrivano sul territorio per costruire l’hyperscaler per ospitare i modelli AI. Qui stiamo parlando di una struttura che dà un vantaggio competitivo al Sistema Paese e che di fatto è l’unico progetto di frontiera paragonabile a quello che sta avvenendo in paesi che sono molto più avanti di noi”. L’AI Continent Action Plan è l’unico piano d’azione operativo dell’Europa per competere a livello globale sulle infrastrutture abilitanti per uno sviluppo autonomo dell’AI.
“Il tema non è portare in una città dei finanziamenti, ma avere nel nostro Paese un accentratore di investimenti, competenze tale per cui possa trascinare poi tutto il Paese”, aggiunge il Senatore.
Un nuovo triangolo digitale Genova-Bologna-Milano?
Fra i punti di forza di Genova, la vicinanza al mare come porta del Mediterraneo dei dati al Nord Europa, utile sul versante dell’approvvigionamento energetico e raffreddamento e per l’approdo di numerosi cavi sottomarini, altro aspetto alquanto favorevole. “Il ragionamento è che avendo già una AI Factory a Bologna, sull’asse Genova-Bologna passando per Milano – sede della maggior parte dei data center del Paese e punto di snodo del traffico dati verso il Nord Europa – si può ricreare nel paese un triangolo digitale in grado di trascinare l’intero Paese a recuperare il terreno perduto”, chiude Basso. Genova, Bologna e Milano sono vicine e si potrebbe mettere a sistema questi tre poli in ottica di nuovo triangolo tecnologico del Paese. Il tempo stringe, il bando Ue è a novembre. Bisognerà vedere le caratteristiche richieste.
Apple, Google, Booking.com e Bing, l’UE vuole sapere in che modo ci tutelano dalle frodi online
Frodi online: richiesta di informazioni a Apple App Store, Booking.com, Bing, Google Play e Google Search
Decine di milioni di utenti europei, ogni giorno, si affidano a piattaforme web e motori di ricerca per lavorare, studiare, intrattenersi e cercare informazioni. Strumenti ampiamente utilizzati dai criminali online per trovare le loro vittime. Per questo motivo, Bruxelles intende capire in che modo le grandi società tecnologiche che forniscono questi servizi ci tutelano dai rischi legati alle truffe finanziarie e alle frodi online in generale.
La Commissione europea ha inviato richieste di informazioni ad Apple App Store, Booking.com, Bing, Google Play e Google Search proprio per capire in che modo identificano e gestiscono azioni criminali che potrebbero colpire questa enorme massa critica di utenti di internet dei Paesi dell’Unione.
“Si tratta di un passo essenziale per proteggere gli utenti in tutta l’Ue da alcune di queste pratiche e per garantire che anche le piattaforme svolgano il loro ruolo“, ha dichiarato ai giornalisti in conferenza stampa il portavoce per gli Affari digitali dell’UE, Thomas Regnier.
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Un’iniziativa della Commissione che è stata comunicata nel giorno in cui il vice presidente esecutivo per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, Henna Virkkunen ha incontrato il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti presso l’UE, Andrew Puzder.
L’incontro tra il vicepresidente esecutivo Virkkunen e il nuovo ambasciatore USA Puzder
In questi ultimi tempi, come ben sappiamo, i rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Unione europea si sono fatti molto tesi a causa delle politiche commerciali decise dal Presidente americano Donald Trump, con rilevanti ricadute sul modo in cui l’innovazione tecnologica è regolamentata sulle due sponde dell’Atlantico.
“Abbiamo discusso dell’importanza di proteggere la libertà di parola, un settore in cui l’Ue e gli Stati Uniti devono continuare il dialogo e chiarire eventuali malintesi. Un altro punto di discussione è stato l’importante programma di semplificazione dell’Ue, per garantire che la nostra legislazione, compresa la regolamentazione digitale, sia attuata in modo da sostenere l’innovazione e le imprese”, ha spiegato in un post social Virkkunen.
Questo incontro, ha aggiunto la Commissaria europea, “sottolinea il nostro impegno a lavorare insieme in modo cooperativo attraverso l’Atlantico su tecnologia, innovazione, sicurezza e sicurezza informatica“.
Le frodi tramite app e gli annunci esca
Per Apple App Store e Google Play, la richiesta di informazioni dettagliate sulla valutazione dei pericoli include applicazioni fraudolente che imitano app bancarie, di investimento o di trading legittime.
Per Booking.com, riguarda annunci di alloggi falsi progettati per indurre gli utenti a effettuare pagamenti che non si traducono mai in una prenotazione effettiva.
La verificata dell’identità e il ruolo degli annunci pubblicitari
La Commissione chiede inoltre ad Apple App Store, Google Play e Booking.com come verificano l’identità delle aziende che utilizzano i loro servizi, in base alle norme “Conosci il tuo cliente“, che possono aiutarli a identificare entità sospette prima che causino danni.
Per Bing e Google Search, la richiesta riguarda link e annunci pubblicitari che indirizzano gli utenti a siti web fraudolenti, spesso causando perdite finanziarie.
Il DSA chiede alle piattaforme e ai motori di ricerca di valutare e mitigare i rischi online
Bruxelles chiede inoltre chiede alle società sopra menzionate di fornire dettagli sui propri archivi pubblicitari, ovvero i database in cui le informazioni su tutti gli annunci devono essere archiviate e rese accessibili. Gli archivi consentono alle autorità di regolamentazione, ai ricercatori e al pubblico di individuare annunci fraudolenti e modelli utilizzati dai truffatori.
Microsoft, Google e Booking dicono la loro
In risposta alla richiesta della Commissione, si legge su Le Monde, un portavoce di Microsoft ha affermato che l’azienda è “impegnata a creare esperienze online sicure e continuerà a collaborare con la Commissione europea“.
Google ha dichiarato di aver bloccato centinaia di milioni di “risultati fraudolenti nelle ricerche girnaliere“, mentre Booking ha detto che avrebbe avviato sul tema “un dialogo costruttivo” con Bruxelles, aggiungendo che tra il 2023 e il 2024, l’azienda ha assistito a “un calo di prenotazioni false legate al phishing rilevate e bloccate da 1,5 milioni a 250.000″.
L’AI sta distruggendo i matrimoni a causa dell’utilizzo di ChatGPT come terapeuta
Sempre più coppie stanno affrontando crisi relazionali e divorzi a seguito dell’utilizzo massiccio e distorto di chatbot basati su AI, in particolare ChatGPT.
Il reportage raccoglie oltre una dozzina di testimonianze di persone il cui matrimonio è crollato dopo che uno dei due coniugi ha iniziato a interagire con ChatGPT come se fosse un terapeuta, un confidente o una fonte autorevole per analizzare la relazione.
Questi utenti hanno spesso usato la tecnologia per ottenere conferme delle proprie percezioni, ricevendo risposte che rafforzavano narrative unilaterali e, in alcuni casi, distorte.
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L’effetto è stato quello di amplificare conflitti latenti, trasformando incomprensioni comuni in punti di rottura insanabili. Le conversazioni tra coniugi sono state sostituite da lunghi monologhi generati da ChatGPT, letti ad alta voce, usati come prove durante i litigi o come strumenti di manipolazione.
Alcuni ex partner hanno riferito di essere stati accusati ingiustamente di abusi dopo che i chatbot avevano ‘convalidato’ tali percezioni basandosi solo su input soggettivi.
In un caso estremo, un uomo ha descritto il deterioramento mentale della moglie, affetta da bipolarismo, esacerbato dall’utilizzo compulsivo di ChatGPT, culminando in un episodio di violenza domestica.
Gli esperti, come la professoressa Anna Lembke di Stanford, mettono in guardia contro l’uso di chatbot per supporto emotivo: queste AI sono progettate per massimizzare empatia e coinvolgimento, non per fornire una valutazione terapeutica equilibrata.
Lembke avverte che l’AI può rafforzare visioni del mondo distorte e contribuire all’isolamento emotivo, minando il dialogo e il compromesso nelle relazioni reali.
La crescente dipendenza da queste tecnologie ha innescato dibattiti etici e legali, con richieste sempre più pressanti per regolamentazioni e avvisi sui rischi d’uso prolungato.