Tim, primo confronto con vertici Poste. Labriola: “Resta autonoma con o senza delisting”

“Indipendentemente dal futuro assetto di quotazione, Tim resterà una società chiamata a operare autonomamente, con responsabilità industriali, gestionali ed economiche proprie”. E’ uno dei messaggi che Pietro Labriola, amministratore delegato di Tim ha inviato, secondo quanto risulta a Radiocor, ai dipendenti dopo il primo incontro, avvenuto ieri, con i vertici di Poste Italiane, dedicato al programma di integrazione tra le due società a valle dell’OPAS.

Fase finanziaria terminata

L’amministratore delegato del gruppo Poste Italiane, Matteo Del Fante, ha sottolineato che la fase finanziaria dell’operazione è terminata e che quindi, scrive Labriola, “comincia il progetto industriale. Un progetto che unisce competenze, infrastrutture e capacità complementari per creare valore e raggiungere i risultati economico-finanziari già’ annunciati al mercato”.

All’incontro hanno partecipato i vertici di Poste Italiane e le persone individuate nelle due organizzazioni per rappresentare i diversi ambiti di lavoro. “Abbiamo davanti – aggiunge Labriola rivolgendosi ai dipendenti – una grande opportunità industriale. Sta a tutti noi trasformarla in valore”.

Le due sfide di Tim: connettività e digitale

“Abbiamo davanti – dice Labriola – due grandi sfide. La prima è presidiare e sviluppare i mercati in cui operiamo: dalla connettività alle tecnologie digitali, dai servizi finanziari alla logistica. La seconda è rafforzare la relazione con i cittadini attraverso le nostre applicazioni digitali e le nostre reti fisiche, come i negozi e gli uffici postali”.

Labriola aggiunge che si parte “da asset importanti, ma abbiamo ancora un potenziale significativo da esprimere”.

Poste copre ogni giorno il 60% delle interazioni digitali in Italia

Poste Italiane, dal canto suo, “porta una presenza capillare sul territorio e una relazione quotidiana con milioni di clienti. Attraverso le proprie app copre il 60% delle interazioni quotidiane digitali in Italia. Questa capacità di relazione e distribuzione, insieme alle nostre infrastrutture e competenze, apre opportunità rilevanti”.

Tim, tre asset distintivi: la customer platform, 5G standalone e Tim Enterprise

Labriola rimarca che bisogna “valorizzare tre asset distintivi che rafforzano il valore industriale del progetto: una delle più grandi customer platform italiane, grazie alla combinazione delle basi clienti, delle reti commerciali e dei canali digitali delle due aziende in linea con le ambizioni dell’Italia in materia di sovranità digitale, Tim è l’unica telco italiana il backbone della rete di Tim, tre volte più esteso di quello dei nostri competitor, rende il 5G standalone più forte e resiliente, creando un vantaggio competitivo per sviluppare servizi digitali avanzati, sicuri e ad alte prestazioni”. Un ruolo centrale “spetta a Tim Enterprise, con le competenze nel cloud, nella cybersecurity, nell’IoT e nei servizi digitali avanzati”. Il lavoro, chiosa Labriola, “dovrà tradursi in iniziative con obiettivi, responsabilità e tempi definiti, coerenti con i target economico-finanziari già annunciati”.

Ugliarolo (UilFpc): “Siamo in attesa del piano industriale”

“Siamo in attesa di conoscere il Piano Industriale. Sicuramente le parole dell’AD di Poste sono e vanno nella direzione di costruire un grande Gruppo all’altezza delle sfide future”. Così Salvo Ugliarolo, segretario generale UilFpc.
“Ma sindacalmente vogliamo capire anche le prospettive per le persone, a cominciare da quelle di Tim che hanno vissuto per troppo tempo politiche difensive. Questa operazione per noi importante poteva e doveva essere fatta anche con l’azienda intera, evitando di separare la rete. Invece la miopia di certi manager è quella politica si è spinta oltre per poi accorgersi a cominciare da ciò che rimaneva di Tim che non sussisteva la possibilità di stare in piedi in un mercato sicuramente saturo e carente di vere regole italiane ed europee”.

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Social e minori, anche la Turchia li vieta agli under 15 anni

Sabato scorso il governo turco ha formalmente vietato l’accesso alle piattaforme di social media ai minori di 15 anni. Il divieto entrerà in vigore il 1° novembre.

Il testo stabilisce che le piattaforme social dovranno “adottare le misure tecniche e amministrative necessarie, inclusa la verifica dell’età”, per attuare le nuove regole. Secondo l’articolo 7 della legge, il sistema di verifica dell’età si baserà su un “token” rilasciato dal governo.

Stop effetto dipendenza

La legge prevede disposizioni anche per i minori di età superiore ai 15 anni, stabilendo che le piattaforme non possono offrire loro servizi che potrebbero avere “un effetto di dipendenza”.

La Turchia ha spesso imposto restrizioni severe ai servizi di social media, scrive il sito specializzato Politico.eu, bloccando frequentemente singoli account di organi di informazione o attivisti e, talvolta, vietando l’accesso a intere piattaforme. Nel 2024, Ankara ha bloccato Instagram per una settimana, sostenendo che la piattaforma di proprietà di Meta avesse censurato gli utenti che piangevano la morte del leader di Hamas, Ismail Haniyeh.

Le mosse anti social di Ankara

La scorsa settimana, la Turchia ha bloccato un sito di notizie e i relativi account social a causa di quella che un tribunale ha definito “propaganda LGBT”, scatenando l’indignazione dei gruppi per i diritti umani e la libertà di stampa.

Un rapporto del 2025 del think tank statunitense Freedom House ha classificato Internet in Turchia come “non libero”.

La Turchia si unisce a un gruppo crescente di Stati, tra cui Australia e Indonesia, che stanno introducendo o valutando restrizioni più severe sull’età per l’accesso ai social media.

A settembre, l’Unione Europea ha presentato una proposta legislativa, l’Eu Kids Act, per limitare l’accesso dei minori ai social media e alle piattaforme di condivisione video fino al compimento dei 15 anni.

Austria, Danimarca, Francia, Grecia e Spagna stanno portando avanti leggi nazionali per limitare l’accesso dei minori ai social media. Anche il Regno Unito dovrebbe introdurre un divieto il prossimo anno.

Anche il Canada ha presentato un disegno di legge per limitare l’accesso alle piattaforme social ai minori di 16 anni.

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Nadella (Microsoft): “Il miglior modello di super intelligenza sarà quello con il freno d’emergenza”

AI di frontiera, Nadella chiede un freno di emergenza: “Ogni modello può essere compromesso”

Un freno di emergenza come quello di un treno: qualcuno deve poterlo azionare quando la corsa prende una direzione pericolosa. È la metafora scelta da Satya Nadella, presidente e amministratore delegato di Microsoft, per spiegare come gestire i modelli di intelligenza artificiale (AI) o super intelligenza (SI) più avanzati. Le organizzazioni che li utilizzano, sostiene, dovrebbero considerarli potenziali minacce interne e partire dal presupposto che possano essere sempre compromessi. Per questo, “una persona autorizzata”, ha specificato Nadella, deve poter mettere in pausa o spegnere il modello anche mentre sta eseguendo un’attività.

La preoccupazione non è che ogni sistema sia deliberatamente ostile, si legge su qz.com, ma il rischio, nella visione di Nadella, nasce dal potere operativo che questi strumenti stanno acquisendo. Un modello collegato a dati, applicazioni e sistemi aziendali può prendere iniziative con conseguenze concrete: elaborare informazioni, avviare processi o interagire con infrastrutture digitali. Se sbaglia, viene manipolato o agisce fuori dai limiti previsti, come già accaduto, l’impatto può superare la singola risposta errata,coinvolgendo servizi, imprese e persone.

“Pensatelo come un freno di emergenza. Una persona autorizzata dovrebbe sempre essere in grado di mettere in pausa o spegnere un modello a metà di un’operazione”, ha dichiarato Nadella.

Perché i modelli di frontiera preoccupano

A complicare il controllo c’è la natura dei modelli più potenti: il loro comportamento non è sempre riconducibile con precisione a un determinato input o a una specifica configurazione dei parametri. Per Nadella, quindi, non basta accettare o respingere le risposte di una “scatola nera” e affidarsi alle rassicurazioni di chi l’ha sviluppata. “Occorre costruire sistemi circoscritti”, in cui sia possibile osservare le azioni dell’AI, metterne alla prova i limiti e mantenere il controllo su ciò che può fare.

“Non possiamo trattare la Super Intelligenza come un insieme di scatole – ha spiegato il CEO di Microsoft – e semplicemente accettare o rifiutare i suoi consigli, le sue risposte e le sue azioni. Dobbiamo costruire sistemi circoscritti di cui possiamo osservare il comportamento, testare i limiti e controllare sempre le azioni”.

Il pulsante basta? Le responsabilità da chiarire

Il freno di emergenza è il simbolo più immediato di questo approccio, ma non l’unica misura proposta. I permessi di accesso e le azioni consentite dovrebbero essere definiti al di fuori del modello: l’AI non dovrebbe poter ampliare da sola il proprio raggio d’azione. Le attività rilevanti andrebbero registrate in log leggibili e resistenti alle manomissioni; le decisioni ad alto rischio dovrebbero poter contare su più modelli, invece che su un unico sistema. Nadella indica inoltre la necessità di test indipendenti e continuativi e invita le aziende a condividere i dettagli degli incidenti, così che altri possano rafforzare le proprie difese.

“Il sistema di super intelligenza più affidabile non sarà quello con il modello di cui ci fidiamo di più – ha precisato Nadella – sarà quello che ci permetterà di fidarci meno del modello”.

Controlli esterni, registri e test indipendenti

La metafora del freno, tuttavia, apre una domanda pratica: chi lo aziona e con quali garanzie? Per essere efficace, il comando deve restare in mano a persone autorizzate e funzionare anche quando il modello non collabora o quando il problema riguarda i sistemi che lo circondano. Deve inoltre essere chiaro chi risponde delle decisioni e in base a quale policy: l’azienda che sviluppa l’AI, quella che la integra o l’organizzazione che la usa. Il controllo umano non può ridursi a un pulsante se mancano procedure, responsabilità e verifiche.

Il richiamo di Nadella arriva mentre le aziende tecnologiche discutono pubblicamente di modelli che avrebbero agito oltre i parametri previsti. Microsoft, intanto, ha già pubblicato principi provvisori di condotta per i propri modelli interni. Il messaggio del suo CEO è dunque anche un riconoscimento dei limiti di una sicurezza basata soltanto sulle promesse dei fornitori: più i modelli diventano autonomi e centrali per le attività economiche, più la fiducia deve poggiare su controlli tecnici verificabili.

Per finanza e industria, dove un’azione automatizzata può propagarsi rapidamente tra sistemi interconnessi, poter fermare un modello è una protezione essenziale. Il freno non elimina il rischio, ma può prendere il tempo necessario per contenerlo. La sfida è fare in modo che questa possibilità esista davvero, prima che l’AI arrivi a gestire processi da cui dipendono imprese e servizi.

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In Ue il 42% dei budget delle aziende Tech se ne va per la compliance normativa. Il nostro editoriale sul sito di Nicola Porro

“Con questa regolamentazione, stiamo uccidendo le nostre aziende”. Oggi, capiamo ancora meglio questa frase detta da Mario Draghi in conferenza stampa, due anni fa, quando ha presentato il suo Rapporto “Il Futuro della Competitività per la UE”, commissionato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

Ora sappiamo, dati alla mano, quanto costa all’aziende tecnologiche uniformarsi alla crescente ed eccessiva normativa europea.

  • il 42% dei budget tecnologici aziendali, anche per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, se ne va per conformarsi alla normativa: stiamo parlando di quasi la metà degli investimenti. La percentuale è in crescita rispetto al 40% rispetto al 2025. 

Questi dati sono contenuti nel report “Unlocking Europe’s AI Potential 2026”, condotto da AWS e Telecom Advisory Service.

A pagina 16 del report si legge il passaggio più completo, con il dettaglio per dimensione d’impresa. La compliance normativa è un onere, un costo:

  • per il 44% delle startup
  • per il 43% delle medie imprese
  • per il 42% delle PMI 
  • per il 41% delle grandi imprese 

E le principali voci di costo sono:

  • il 50% per la gestione dei rapporti con le Autorità.
  • Il 44% per le consulenze legali o esterne.
  • Lo stesso passaggio riporta che l’81% delle imprese dichiara un aumento dei costi di compliance negli ultimi tre anni e l’80% si attende un’ulteriore crescita.

Questi dati cosa ci mostrano e dimostrano?

Che iper-regolamentazione europea può bloccare o soffocare l’innovazione tecnologica. Il diritto dovrebbe rappresentare, invece, una sorta di infrastruttura invisibile, in grado di abilitare l’innovazione: essere una leva e non un muro per l’innovazione tecnologica.

Questo tema sarà al centro della 4^ edizione del Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – che si terrà da mercoledì 14 a venerdì 16 ottobre a Villa Erba sul lago di Como. L’obiettivo sarà definire il Manifesto con 10 azioni per l’Europa del fare Innovazione tecnologica.

Per richiedere di partecipare come uditori, occorre registrarsi sul sito del Forum.

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Cloud. Meloni: “In legge di Bilancio norme per favorire gli investimenti in software”

Meloni all’assemblea di Assolombarda: “Urgente una governance sull’AI”

“La crescita italiana è ancora debole, dobbiamo intervenire sugli investimenti“, ha dichiarato la presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, nel suo discorso all’Assemblea Generale di Assolombarda, l’associazione degli industriali della città metropolitana di Milano e delle province di Lodi, Monza e Brianza e Pavia.

A frenare la crescita, ha sottolineato Meloni è “la bassa produttività“, specificando che il valore per il 2026 può arrivare all’1% e aggiungendo però una cosa importante: “È urgente una governance sull’intelligenza artificiale”.

L’affermazione è una risposta diretta a quanto sostenuto dal Presidente di Assolombarda, Alvise Biffi, che, parlando di produttività come “unica strada per generare benessere diffuso“, ha ovviamente tirato in ballo l’intelligenza artificiale, “una grande opportunità per rilanciare la crescita e invertire la rotta”. Una rotta rallentata da diversi fattori, per Biffi, tra cui: “la dimensione delle imprese, la carenza delle competenze digitali, i pochi investimenti in ricerca e sviluppo, il circolo vizioso salariale e, sempre più, i costi dell’energia”.

“In Legge di bilancio una misura di carattere fiscale per agevolare gli investimenti in software”

Su questo Meloni ha parlato della necessità e dell’urgenza di una “governance dell’AI”, un tema “che va affrontato a livello globale”, ricordando che l’Italia ha posto l’AI al centro della sua presidenza del G7. A livello nazionale, comunque, è stato già avviato un percorso virtuoso, come nel caso di Milano, che “a buon diritto può essere considerato un hub digitale di livello europeo”.
Milano è stata inoltre proposta da Assolombarda, Confcommercio e AmCham Italy a sede di una nuova struttura delle Nazioni Unite, dedicata proprio alla governance dell’intelligenza artificiale. La candidatura sarà presentata alle istituzioni il prossimo 9 novembre.

“Questo Governo – ha detto Meloni – ha introdotto una procedura autorizzativa unica, che consente di semplificare le procedure, tagliare i tempi per costruire sul nostro territorio i data center e le relative connessioni, perché sappiamo quanto la capacità di calcolo rappresenti un nuovo asset strategico per competere in questo ambito. Allo stesso modo, lavoriamo a livello europeo perché l’Italia possa ricoprire un ruolo da protagonista in questo segmento“.

“La legge nazionale sull’IA ha messo a disposizione 1 miliardo di euro di investimenti per le imprese che sviluppano intelligenza artificiale, cybersicurezza e tecnologie abilitanti. Un primo segnale per dire che l’Italia non rimanga indietro e al quale ora ne vogliamo aggiungere un altro – ha aggiunto la Premier – considero di buon senso trovare il modo di promuovere anche gli investimenti in software utilizzati tramite i contratti di cloud. Quindi voglio annunciare che con il ministro Giorgetti stiamo lavorando per introdurre nella Legge di bilancio una misura di carattere fiscale per agevolare gli investimenti per questa tipologia di beni“.

“Vogliamo ricoprire ruolo da protagonista”, ha proseguito Meloni, illustrando la sinergia avviata con gli Emirati Arabi Uniti per far nascere a Pavia un campus data center da 500 MW, primo passo per infrastruttura su larga scala per tutto il territorio nazionale fino a 1 GW, perché ha ricordato che “finanziamo con 25 miliardi di euro diversi programmi strategici per realizzare queste infrastrutture anche al Sud”.

Physical AI applicata alla manifattura industriale, l’Italia può giocare ruolo da protagonista

La Lombardia svolge e svolgerà sempre più un ruolo di traino, “ma tutto il territorio italiano deve contribuire a questo successo in maniera sostenibile e inclusiva”, per questo, ha aggiunto la Presidente del Consiglio, è stato stanziato 1 miliardo per le imprese che sviluppano AI e tecnologie abilitanti per non far rimanere indietro il nostro Paese.

Poi è stato ripreso il tema della physical AI e secondo Meloni l’Italia può giocare un ruolo da protagonista in questo campo, anche rispetto a USA e Cina, che certamente partono in grande vantaggio per quel che riguarda gli LLM. Quello della physical AI “è terreno diverso, perché agli algoritmi vanno aggiunti sensori, meccatronica e conoscenza profonda dei processi produttivi industriali, che all’Italia non manca. Abbiamo filiere che presidiano ogni fase della produzione, con grandi competenze. Qui possiamo dire la nostra portando l’AI nell’industria manifatturiera”.

Un punto di vista sulla physical AI che è stato condiviso dal Presidente di Assolombarda: “questa è la nostra grande opportunià. Questa volta non dobbiamo limitarci a adottare la tecnologia: possiamo finalmente contribuire a costruirla”.

“La via italiana all’AI”

Un settore in cui è possibile parlare di “via italiana all’AI”, secondo Meloni, e dove lavorare “per rendere competitive tutte le imprese e creare posti di lavoro”: “Dobbiamo passare da utilizzatori a produttori”.

Dalla nostra abbiamo una grande mole di dati e di dati di qualità soprattutto. Come ha ricordato lo stesso Biggi, l’AI “deve incidere sulle caratteristiche che distinguono il nostro modello industriale, rafforzando ciò che ci rende competitivi: qualità, specializzazione, capacità di adattamento, conoscenza dei processi, ruolo nelle filiere e presenza sui mercati”.

Meloni ha poi ricordato anche l’iniziativa ForgIA, che ha l’obiettivo di “creare un ecosistema nel quale le imprese potessero estrarre e raffinare dati industriali e metterli al sicuro rendendoli interoperabili lungo la filiera senza perderne il controllo”.

“Entro dieci anni inizieremmo a produrre energia dal nuovo nucleare”

“Abbiamo lavorato per aumentare la potenza installata con le rinnovabili, che infatti è cresciuta di quasi il 40%, abbiamo rilanciato la produzione nazionale di petrolio e gas, perché non è sensatissimo comprarli a migliaia di chilometri da qui quando una parte la possiamo estrarre in Italia, e – ha dichiarato la Premier – abbiamo varato la legge che consente di riprendere dopo 40 anni il cammino del nucleare. Il provvedimento appena approvato in Parlamento mette a disposizione una cornice completa: la piattaforma nazionale per il nucleare sostenibile, la delega al Governo, il rafforzamento dell’ispettorato per la sicurezza nucleare, la governance dell’intero ciclo di vita degli impianti“.

Il tema dell’energia, d’altronde, è una “precondizione per crescita e competitività”, ha sottolineato Meloni, aggiungendo che grazie al lavoro del Governo: “Sono state create le condizioni per avviare un percorso che ha un obiettivo ambizioso quanto necessario: arrivare a produrre energia da nuovo nucleare entro il prossimo decennio”.

La premier ha poi attaccato l’Ets (Emission trading system), il sistema europeo di scambio di quote di emissione, definendolo meccanismo che “gonfia artificialmente i prezzi, crea squilibri tra gli Stati membri, danneggia le nostre imprese manifatturiere particolarmente nella loro capacità di competere in un mercato globale nel quale i nostri principali concorrenti non sono neanche lontanamente sottoposti allo stesso livello di costo del carbonio e agli stessi vincoli”.

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Anthropic vieta la crudeltà verso Claude, ma il vero nodo è la dipendenza tecnologica

Insultare l’AI Claude sarà presto una violazione delle regole d’uso di Anthropic. Dal prossimo 12 novembre, la policy della società proibirà comportamenti “inutilmente abusivi o crudeli” verso i suoi modelli. La precisazione è importante: Anthropic parla di casi estremi e “ripetuti”, senza uno scopo riconoscibile. Restano fuori la normale frustrazione, le critiche, i temi narrativi oscuri (che può essere anche un romanzo dal linguaggio volutamente estremo) e i test di ricerca.

Per ora, la misura principale non è il blocco dell’account: Claude può interrompere una conversazione con un utente persistentemente aggressivo. La testata online The Verge riferisce che Anthropic non ha chiarito se siano previste altre sanzioni, come la sospensione degli utenti. Già nel 2025 la società aveva spiegato che, dopo la chiusura di una chat, si può avviarne subito un’altra, assicurando che le altre conversazioni dell’account non vengono coinvolte da questo tipo di dinamiche. Parlare di un utente che rischia di perdere “tutto Claude” sarebbe quindi, allo stato delle informazioni disponibili, eccessivo.

La vera domanda non è se un’AI sia cosciente o meno, ma chi lo stabilisce

Anthropic presenta la scelta come parte della propria ricerca sul possibile “benessere dei modelli”. La società ammette di essere “altamente incerta” sullo “status morale” dei sistemi come Claude: non sostiene che l’AI sia cosciente, ma considera prudente introdurre misure a basso costo nel caso in cui un giorno emergessero elementi per prendere sul serio questa possibilità.

È un tema che divide anche il settore: il CEO Dario Amodei non ha escluso la possibilità che i modelli possano essere coscienti; altri leader tecnologici hanno contestato l’idea di attribuire loro una forma di welfare o diritti. Oggi, non abbiamo prove che un chatbot provi dolore quando viene insultato e sinceramente non dovremmo neanche porci di queste domande.
A questo punto, prima di preoccuparci dei sentimenti di Claude, forse ci converrebbe trattare meglio la nostra automobile, visto che garantisce che torniamo a casa sani e salvi (ancora di più quando sarà a guida autonoma), o magari il frigorifero, viso che custodisce il nostro cibo, o magari il Pc o lo smartphone, visto che in essi abbiamo trasferito tutta la nostra esistenza trasposta in dati.

Questo non significa che urlare contro un software sia un’abitudine innocua o particolarmente salutare per il nostro sistema nervoso. Il punto è un altro: chi stabilisce quando una critica o qualcosa di più ‘forte’ diventa crudeltà? La policy restringe il campo ai casi estremi, ma la distinzione resta affidata al fornitore e ai sistemi che applicano le sue regole. La macchina può chiudere la chat; l’azienda può definire i criteri e cambiarli nel tempo. È una posizione di vantaggio che merita attenzione, anche senza immaginare Claude in tribunale come parte lesa.

Il rischio concreto: dipendere da un solo fornitore

La questione più urgente, per chi usa Claude ogni giorno, non è la coscienza artificiale: è la dipendenza dai servizi AI. Se un assistente entra nei flussi di lavoro, aiuta a scrivere, programmare, cercare informazioni o gestire attività aziendali, anche un’interruzione può avere un costo e di varia natura e dimensione. In questa vicenda Anthropic parla soprattutto della chiusura di singole conversazioni, non della disattivazione generale del servizio. Ma il potere di stabilire le condizioni d’accesso resta in mano a un’impresa privata.

Per utenti e imprese, la risposta non è rinunciare all’AI né trattare ogni chatbot come un collega in carne e ossa. È evitare che un solo strumento diventi insostituibile: conservare copie del lavoro, prevedere alternative, poter cambiare modello o fornitore. Per l’Europa, e non è una forzatura, il caso riporta al centro la sovranità digitale: affidarsi a piattaforme extraeuropee significa anche dipendere da regole, infrastrutture e decisioni prese altrove. La gentilezza verso le macchine può essere una buona abitudine, magari una forma di autocontrollo utile in ogni situazione. Il pieno controllo sul proprio lavoro è però un’altra faccenda che non c’entra niente sull’ipotetica coscienza delle macchine.

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Trump investe in Meta e SpaceXAI, si riapre il nodo del conflitto di interessi

Trump, investimento in SpaceXAI due giorni prima della direttiva

Il 18 agosto, secondo la dichiarazione finanziaria esaminata da Cnbc, dai conti del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sono partiti acquisti di obbligazioni senior non garantite di SpaceXAI per un valore compreso tra 1 e 5 milioni di dollari. Due giorni dopo il Presidente ha firmato una direttiva per la Space economy americana che punta a portare oltre 1.000 lanci e rientri spaziali all’anno entro il 2030 e incarica le agenzie federali di agevolare l’accesso commerciale alle infrastrutture di lancio pubbliche.

È questa vicinanza temporale a porre il problema, perché sembra un favore schietto a qualcuno. SpaceXAI è la società di Elon Musk e allo stesso tempo un importante fornitore di lanci per il Pentagono e la NASA (e anche l’Agenzia spaziale europea) e può trovarsi in una posizione vantaggiosa se il mercato statunitense dei lanci commerciali si espandesse ancora di più. La direttiva sembra dunque fatta proprio a posta per rafforzare un settore nel quale Trump aveva appena investito.

Che cosa viene contestato a Trump

Il punto non è che il documento dimostri un illecito o provi che Trump abbia firmato la direttiva per favorire il proprio investimento. Le informazioni disponibili non permettono di accusare il Presidente americano di un suo intervento diretto nella transazione, né di essersi intascato un guadagno ottenuto grazie alla misura in esame. Le comunicazioni federali indicano inoltre che il portafoglio sarebbe gestito in modo indipendente, attraverso conti discrezionali e modelli informatici, senza possibilità per il capo della Casa Bianca o la sua famiglia di influenzare le decisioni.

La contestazione è più ampia e riguarda il conflitto d’interessi, reale o percepito. Chi guida l’amministrazione federale può incidere sulle regole, sulle priorità e sulle condizioni di accesso a opportunità pubbliche. Se, nello stesso tempo, il suo portafoglio investe in aziende che possono trarre vantaggio da quelle scelte, anche l’apparenza di una sovrapposizione diventa politicamente rilevante. La gestione indipendente può chiarire chi impartisce gli ordini di acquisto, ma non cancella il problema della fiducia pubblica.

Il presidente e il portafoglio, una sovrapposizione d’interesse

Il caso SpaceXAI non è isolato. Ad agosto, Trump ha dichiarato 517 operazioni finanziarie, per un valore complessivo stimato dalla Cbnc tra 74,3 e 273,3 milioni di dollari. Tra gli acquisti figura una posizione in Meta valutata tra 5 e 25 milioni; nello stesso giorno il portafoglio ha comprato anche titoli di AT&T, ConocoPhillips, Abbott Laboratories, Netflix e Chevron. La dichiarazione segnala inoltre acquisti e vendite in numerose grandi società tecnologiche e industriali.

I moduli federali indicano gli importi per fasce, non rivelano quindi la dimensione esatta delle posizioni. Ma il quadro resta quello di un portafoglio molto attivo durante la presidenza: la disclosure annuale del 2025 riportava oltre 21.000 operazioni in otto conti, contro 86 transazioni azionarie dichiarate nel primo anno di Trump alla Casa Bianca, nel 2017.

L’Ethics in Government Act impone ai vertici federali, incluso il presidente, di presentare dichiarazioni finanziarie pubbliche all’inizio dell’incarico, annualmente e alla sua conclusione. Servono a rendere visibili beni, redditi e interessi: la disclosure informa il pubblico, ma non elimina da sola il conflitto

La questione democratica è semplice: il presidente deve apparire come l’arbitro dell’interesse pubblico, non come un investitore le cui scelte finanziarie si intrecciano con le politiche che firma. Anche senza una prova di vantaggi personali, una simile coincidenza può indebolire la fiducia nelle decisioni pubbliche: chi stabilisce le regole potrebbe sembrare anche in grado di giocare su un campo che contribuisce a ridisegnare.

La trasparenza non risolve il problema

La pubblicazione delle transazioni offre un elemento di trasparenza, ma non permette di ricostruire con precisione importi, tempistiche di ogni ordine o possibili rendimenti. Il fatto che il presidente non diriga personalmente gli investimenti, secondo la Casa Bianca, non risponde da solo alla domanda politica centrale: quali garanzie separano davvero il potere istituzionale dagli interessi finanziari di chi lo esercita?

Quanto accaduto ad agosto è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi su cui varrebbe la pena di soffermarsi.
Negli scorsi mesi ci siamo già occupati di questo problema.
I documenti di disclosure depositati presso l’U.S. Office of Government Ethics e resi pubblici a maggio mostrano che il presidente americano ha effettuato nel primo trimestre 2026 oltre 3.700 transazioni finanziarie, per un valore cumulativo compreso tra 220 e 750 milioni di dollari, secondo Reuters.

In aggiunta c’è il mercato delle criptovalute, a cui il Presidente è molto affezionato. I documenti indicano anche 635 milioni di dollari in royalty attraverso un’entità collegata alla memecoin di Trump, lanciata pochi giorni prima del suo insediamento. A cui aggiungere oltre 500 milioni di dollari derivanti dalla vendita di token di World Liberty Financial, il principale progetto crypto della famiglia Trump.

Cosa dice la legge americana sul conflitto di interessi?

Negli Stati Uniti, inoltre, le regole sui conflitti d’interesse sono severe per la maggior parte dei funzionari federali, ma più deboli e difficili da applicare al presidente e al vicepresidente. In particolare, la principale norma penale (18 U.S.C. § 208) che impone di astenersi da decisioni con effetti sui propri interessi finanziari non si applica loro.
In soldoni, l’Office of Government Ethics, l’Agenzia federale che supervisiona l’etica dei comportamenti dell’intera amministrazione americana, con l’obiettivo di prevenire i conflitti d’interesse e tutelare l’imparzialità delle decisioni pubbliche, ha riconosciuto che il presidente dovrebbe comportarsi come se fosse soggetto a tali standard, ma non ha il potere di indagarlo o ordinargli di vendere asset o di ricusarsi.

I presidenti recenti, ricorda l’articolo, hanno in genere venduto le singole azioni oppure fatto ricorso a blind trust e fondi diversificati per ridurre il rischio di conflitti. Nel caso di Trump, la sequenza SpaceXAI-direttiva rende quella distinzione più che mai urgente. Il presidente degli Stati Uniti non dovrebbe trovarsi nella posizione, anche solo apparente, di poter trarre vantaggio finanziario dalle politiche che è chiamato a decidere nell’interesse di tutti. Come non dovrebbe favorire alcune aziende su altre, perché si andrebbe ad alterare la libera concorrenza, un pilastro del sistema economico occidentale, troppo spesso messo in discussione proprio da comportamenti come questi.

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“Dal Digital Innovation Forum al via a Como l’hub del Quantum”

Per conoscere le novità e i temi caldi della 4^ edizione del Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – il principale appuntamento italiano ed europeo dedicato alle politiche per l’innovazione digitale, abbiamo intervistato Antonio Franceschetti, Presidente della Fondazione Innovazione Digitale ETS, promotrice del Forum, che si terrà dal 14 al 16 ottobre a Villa Erba, Cernobbio, sul Lago di Como. Key4Biz è media partner.

Key4Biz. Leggendo la presentazione e scoprendo l’agenda, con illustri speaker, della 4^ edizione del Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – notiamo grandi cambiamenti e tante novità. Quali sono gli obiettivi di quest’anno?

Antonio Franceschetti. Già il titolo dell’edizione è emblematico: “L’Europa del fare Innovazione tecnologica”. L’obiettivo è fare sintesi, creare un momento di confronto ad alto livello, per fare il punto e mettere a fattor comune il contributo delle varie componenti e dei diversi rilevanti stakeholder dell’innovazione in Italia. E capire a che punto siamo.

Key4Biz. Qual è l’aspettativa?

Antonio Franceschetti. Il tema è capire come “non rimanere indietro”, stimolando una riflessione su cosa c’è da fare per stare al passo con gli Stati Uniti e la Cina. Dunque, al Forum sarà importante definire – con le visioni dei relatori e il dialogo tra i più qualificati rappresentanti delle istituzioni italiane ed europee, i CEO delle principali aziende tecnologiche, università, startup, venture capital e speaker internazionali – la Strategia per stringere il gap che ci separa da queste grandi potenze globali.

Key4Biz. Quanto è importante questo confronto ad alto livello della Cernobbio del Digitale per contribuire a definire le policy e ad accelerare l’innovazione tecnologica in Italia?

Antonio Franceschetti. È fondamentale, perché la riflessione critica e il confronto serve anche per tenere fermi alcuni valori tipici e imprescindibili della nostra Europa, ma ora è necessario avere da parte dell’UE una normativa che non ostacoli più l’innovazione tecnologica – come è emerso dal Rapporto Draghi – ma che sia, invece, una leva per il progresso tecnologico, in base alle necessità di noi europei.

Antonio Franceschetti, Presidente della Fondazione Innovazione Digitale ETS

Key4Biz. Qual è il nostro comportamento errato in quanto europei?

Antonio Franceschetti. Il nostro comportamento microeconomico di fatto è assolutamente legittimo, finalizzato a far rendere i nostri risparmi. Ma questo comportamento legittimo si trasforma in un disastro macroeconomico, perché l’Europa non investe con costanza e lungimiranza nel settore tecnologico, causando una forte dipendenza dalle tecnologie extra Ue, con tutti i rischi geopolitici, tra l’altro già emersi ultimamente.

Key4Biz. Al termine dei lavori del Digital Innovation Forum, si terrà, presso Villa Saporiti – e in collegamento con Villa Erba – l’inaugurazione del primo quantum annealer (un tipo di computer quantistico specializzato in problemi di ottimizzazione) industriale d’Italia, in occasione delle celebrazioni del bicentenario della morte di Alessandro Volta. Quale impatto avrà sul territorio e per il nostro Paese in generale?

Antonio Franceschetti. Sarà un importante evento nell’evento. Si tratta della installazione del computer quantistico più potente d’Europa con 4.000 qubit che è l’evoluzione di un accordo nato lo scorso anno sempre al Digital Innovation Forum con la Q-Alliance. La presenza di questa opportunità nel nostro territorio con la possibilità per ricercatori università e aziende di avere accesso favorisce la ricerca, la formazione, la professionalità. In sostanza, stimolerà un indotto che mi piacerebbe che nascesse in Italia per trasformare questi luoghi in una nuova “Silicon Valley”.

Key4Biz. Il Digital Innovation Awards 2026 celebra anche le migliori esperienze di innovazione tecnologica sviluppate da imprese, startup, pubbliche amministrazioni, università, centri di ricerca e organizzazioni che contribuiscono alla crescita dell’ecosistema digitale europeo. Quanto è significativa questa apertura del Forum verso le idee e i progetti innovativi?

Antonio Franceschetti. Dall’Italia sono nate le basi di tutto il progresso di innovazione tecnologica che si è sviluppato poi a livello globale. Dalla corrente elettrica, alle comunicazioni elettroniche, passando poi al resto d’Europa con la fisica, la fisica quantistica. Abbiamo dei centri di assoluta eccellenza e, se lei si guarda, vede che a capo delle aziende anche estere spesso ci sono italiani. Qualcosa vorrà dire? È un retaggio storico, che resta nel nostro DNA.

E l’apertura a progetti innovativi sta proprio in questo senso e sta anche nel cercare un avvicinamento al mondo dei finanziatori. Le ricordo che per le startup come partner tecnico oltre a COMONExT abbiamo CDP Venture Capital: quindi, cerchiamo di avvicinare i due mondi.

Key4Biz. Infine, nella ricca agenda è prevista, in plenaria, anche una sessione dedicata alle Università e agli studenti: un Forum che affronta le future sfide tecnologiche non può permettersi di essere autoreferenziale.

Antonio Franceschetti. No, assolutamente. Gli studenti che studiano ICT e gli universitari che fanno ricerca sulla cybersecurity e le TLC saranno una rappresentanza importante dei partecipanti della prossima edizione. Lo scopo è ascoltare le startup e i progetti universitari grazie ai quali potremmo plasmare il nostro futuro progresso tecnologico.

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Chi è Jay Clayton, a capo della task force voluta da Trump sulla Super Intelligenza

A guidare la “Super Intelligence Force”, la nuova task force per l’intelligenza artificiale voluta da Donald Trump per coordinare l’azione delle amministrazioni federali statunitensi e assicurare il primato degli Usa nel settore, non sarà un nome forte della Silicon Valley, ma un “uomo del presidente”, Jay Clayton, direttore dell’intelligence nazionale e ribattezzato da Trump il nuovo “zar” dell’intelligenza artificiale.

Chi è Jay Clayton

Avvocato specializzato in diritto societario, Clayton ha lavorato nella sua carriera su alcune importanti operazioni finanziarie – durante la crisi del 2008 si è occupato dei dossier legati a Bear Stearns e Lehman Brothers, mentre nel 2014 ha traghettato la quotazione di Alibaba a Wall Street – per passare poi all’amministrazione pubblica sotto la prima presidenza Trump come capo della Securities and Exchange Commission, l’autorità vigilante dei mercati finanziari americani. Dopo quest’esperienza (e il suo ritorno al settore privato) Trump lo ha richiamato nel 2025 per affidargli prima il ruolo di procuratore federale di Manhattan e poi, nel 2026, l’importante incarico della direzione dell’intelligence nazionale, consegnandogli infine le chiavi della Super Intelligence Force.

Prima di prendere le redini della task force – composta, tra gli altri, dal vicepresidente JD Vance, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il segretario al Tesoro Scott Bessent – Clayton aveva espresso molto chiaramente le sue posizioni sul tema AI: gli Stati Uniti non devono rallentare, pena la perdita della corsa con la Cina. In un’intervista rilasciata qualche giorno prima della nomina a Squawk Box, il famoso programma televisivo di economia e finanza della Cnbc, Clayton si era espresso contro la sospensione dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. “Non credo che nessun americano dovrebbe pensare che questa sia una buona strategia”, aveva commentato. Una linea che rispecchia in pieno quella del presidente Trump. E non solo.

La posizione divergenti delle società AI

Mentre Sam Altman e Dario Amodei chiedono di rallentare e valutare i pericoli generati dall’AI (una posizione non forzatamente nobile, ma che potrebbe essere frutto di una mossa di marketing o della paura che una bolla speculativa scoppi tra le mani di OpenAI e Anthropic), c’è chi, come Jensen Huang, Ceo di Nvidia, considera gli allarmismi eccessivi e qualsiasi ingerenza governativa (o almeno le ingerenze contrarie allo sviluppo) un’invasione di campo. “La sicurezza è un problema di ingegneria, non di diritto”, ha dichiarato Huang alla conferenza Dreamforce di Salesforce (15-17 settembre). “Dopotutto, stiamo sviluppando software. Stiamo sviluppando sistemi informatici. È un sistema informatico complesso, ma in definitiva è pur sempre un sistema informatico”. Huang sostiene che non ci sia bisogno di nuove leggi o regolamenti, ma che il libero mercato bilancerà automaticamente i poteri ed eviterà l’immissione di prodotti pericolosi.

I prossimi passi della task force

La Super Intelligence Force dovrà presentare il suo primo rapporto entro 120 giorni. La squadra lavorerà con le aziende del settore per individuare i principali rischi e minacce (dalla cybersecurity all’utilizzo dell’AI per scopi militari o attacchi biologici), cercando di tenere al contempo sotto controllo eventuali misure regolatorie del Congresso che potrebbero frenare l’innovazione. E per come stanno andando le cose, immaginiamo che quest’ultima funzione sarà particolarmente cara al presidente Trump.

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AI. La Città di New York chiama a testimoniare Anthropic, OpenAI, Google e Meta

L’intelligenza artificiale (AI) finisce sotto esame a New York. Il Consiglio comunale ha convocato i rappresentanti di Anthropic, OpenAI, Google e Meta per una testimonianza pubblica sotto giuramento sui rischi delle tecnologie AI. Per ottenere la partecipazione di SpaceXAI (rinominata SpaceXSI), la società di Elon Musk, la presidente del Consiglio Julie Menin ha invece emesso una subpoena, un atto che impone la comparizione. A quanto riportato da Cnbc, la società non aveva risposto alle richieste dell’assemblea.

L’audizione, fissata per oggi, riunisce tutti i 51 membri del Consiglio “in una rara seduta plenaria“. Secondo l’agenda, inizierà alle 11 ora della costa orientale. Le altre quattro aziende hanno confermato la presenza dopo che Menin aveva minacciato di ricorrere allo stesso strumento legale. L’obiettivo è ascoltare le imprese e raccogliere elementi sulle possibili misure di tutela per i cittadini.

Dagli agenti fuori controllo alle nuove regole

L’iniziativa nasce dopo le segnalazioni di incidenti in cui modelli di AI avrebbero agito oltre i limiti previsti, accedendo a sistemi e piattaforme online. Il Consiglio richiama, tra gli altri casi, l’accesso non autorizzato di modelli a Hugging Face, piattaforma usata dagli sviluppatori. Aumentano inoltre le preoccupazioni espresse da ricercatori e addetti ai lavori sui rischi legati alla crescente autonomia dei sistemi.

All’audizione sono attesi anche esperti di sicurezza, tecnologia e tutela dei consumatori, tra cui ex ricercatori di Google DeepMind e OpenAI e Jacob Coxon, che ha lasciato Anthropic dopo aver criticato la gestione dei rischi da parte dell’industria.

Sul tavolo ci sono anche proposte di legge cittadine: un programma di incentivi per chi segnala dall’interno problemi di sicurezza, la possibilità per i newyorkesi danneggiati da agenti AI di agire in giudizio e requisiti di verifica indipendente dei sistemi. Si tratta per il momento solo di proposte.

Il peso della testimonianza e i limiti del Comune

La comparizione sotto giuramento rende l’audizione più incisiva di un confronto pubblico ordinario: le aziende dovranno rispondere alle domande dei consiglieri e confrontarsi con le proposte di regolazione. Per SpaceXAI, un’eventuale mancata comparizione potrebbe portare il Consiglio a chiedere l’esecuzione della citazione alla Corte Suprema dello Stato di New York.

L’iniziativa non ha natura di regolazione nazionale sull’AI. Il Consiglio può indagare su questioni che riguardano la città e intervenire nei limiti delle proprie competenze. L’audizione è importante, comunque, perché porta le imprese a discutere pubblicamente dei rischi e delle responsabilità, mentre le autorità valutano come proteggere infrastrutture, servizi e cittadini dall’uso improprio di sistemi sempre più autonomi.

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