VLQ, avviato il nuovo computer quantistico europeo (video)
Avviato VQL, il nuovo computer quantistico europeo
È stato inaugurato a Ostrava, in Repubblica Ceca, presso il centro di supercalcolo IT4Innovations (Technical University of Ostrava), VLQ, il nuovo computer quantistico europeo finanziato dall’EuroHPC Joint Undertaking (JU) e frutto di una collaborazione internazionale che coinvolge otto Paesi: Repubblica Ceca, Finlandia, Svezia, Danimarca, Polonia, Norvegia, Belgio e Paesi Bassi.
Alla cerimonia hanno partecipato figure di primo piano delle istituzioni europee, tra cui Rafal Duczmal, presidente del Consiglio direttivo di EuroHPC JU, e Anders Jensen, direttore esecutivo di EuroHPC JU, sottolineando il carattere strategico e fortemente paneuropeo dell’iniziativa.
A destra Anders Jensen, EuroHPC JU Executive Director
Che cos’è VLQ e come funziona?
VLQ è un computer quantistico basato su qubit superconduttivi, fornito dalla finlandese IQM Quantum Computers e ospitato dal centro di Ostrava. La macchina dispone di 24 qubit fisici disposti in una topologia a stella collegata a un risonatore centrale.
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Questa architettura riduce al minimo le operazioni di scambio tra qubit (swap operations), migliorando l’efficienza complessiva e permettendo l’esecuzione di calcoli quantistici più complessi.
VLQ non sarà un sistema isolato: sarà integrato con Karolina, il supercomputer EuroHPC già operativo a Ostrava, per offrire agli utenti europei una architettura ibrida classico-quantistica. Una sinergia che permetterà di sperimentare algoritmi avanzati come il Quantum Machine Learning (QML), con potenziali accelerazioni esponenziali rispetto al solo calcolo tradizionale.
Il sistema è ancora in fase di calibrazione, ma sarà reso disponibile entro la fine dell’anno per la comunità europea – dal mondo accademico alle imprese, fino al settore pubblico – con l’obiettivo di stimolare ricerca, innovazione e nuove applicazioni industriali.
Perchè chiamare un computer quantistico VLQ?
Il progetto ha richiesto un investimento complessivo di circa 5 milioni di euro, cofinanziato al 50% dall’EuroHPC JU e per il restante 50% dal consorzio LUMI-Q, che riunisce 13 partner nei già citati otto Paesi europei.
Il nome VLQ porta in sé diversi riferimenti: V come VSB (Technical University of Ostrava), L come LUMI-Q e Q come Quantum Computing. In ceco, inoltre, “vlk” significa lupo, un richiamo diretto al simbolo del supercomputer LUMI in Finlandia – tra i più potenti al mondo – che rappresenta la sostenibilità energetica grazie al funzionamento con energia idroelettrica priva di emissioni, raffreddamento a liquido e recupero del calore per il teleriscaldamento locale.
La strategia europea è chiara: distribuire diversi sistemi quantistici complementari, integrati ai supercomputer esistenti, per offrire agli utenti la più ampia varietà possibile di tecnologie. Non un unico modello, ma un ecosistema che include: simulatori quantistici analogici basati su atomi neutri; sistemi a ioni intrappolati; circuiti superconduttivi come VLQ; soluzioni basate su fotoni e sistemi adiabatici per routine di annealing.
A questi si aggiungono i due simulatori quantistici del progetto HPCQS, ospitati da GENCI in Francia e dal Jülich Supercomputing Centre (JSC) in Germania, oggi in fase di calibrazione.
All’inizio di settembre è stato inoltre avviato il processo di procurement per un nuovo computer quantistico EuroHPC che sarà ospitato nei Paesi Bassi, gestito da SURF.
L’Europa accelera sulla corsa quantistica
La corsa globale al quantum computing vede Stati Uniti, Cina e altre potenze già attive con investimenti miliardari. L’Unione europea, attraverso EuroHPC JU e con il sostegno degli Stati membri, sta puntando su un modello collaborativo e federato che mira a garantire sovranità tecnologica, accesso condiviso e sostenibilità.
VLQ rappresenta dunque non solo un passo tecnologico, ma anche politico e strategico: la dimostrazione che l’Europa è pronta a competere in uno dei settori più promettenti e trasformativi della nuova economia digitale.
Da sinistra verso destra Petr Lukasik, Anders Dam Jensen, Pasi Olavi Tuominen, Vit Vondrak, Branislav Jansik, Petr Kavailr, Rafal Duczmal.
“L’Italia è pienamente in partita – dice Basso – saranno 4 o 5 le Gigafactory europee e i grandi paesi europei sono tutti interessati a ospitarne uno”. Una partita, quella delle AI Gigafactory, molto più complessa di quella delle 13 AI Factory già decise a livello europeo, con il supercomputer del CINECA a Bologna che si è già aggiudicato uno dei posti. “La corsa alle AI Giga Factory avviene su scala continentale, l’Italia dovrà competere con altri grossi poli di altri paesi Ue”, dice Basso: “Per avere qualche possibilità di farcela dobbiamo fare sistema”.
Cosa sono le 5 AI Gigafactory Ue?
Si tratta di enormi centri di calcolo, comparabili per potenza ai grandi hyperscaler americani, che l’Unione Europea vuole realizzare sul suo territorio per disporre di armi tecnologiche necessarie per garantire la nostra sovranità digitale e uno sviluppo autonomo dell’AI. L’obiettivo dichiarato nella strategia Ue è formare e sviluppare modelli di AI complessi, 4 volte più potenti delle AI Factory, movimentando come detto 20 miliardi di euro tramite lo strumento finanziario dedicato InvestAI.
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Su quali basi la candidatura di Genova?
Genova ha formalizzato la sua candidatura da parte della Regione Liguria e di Leonardo. La sede proposta è la collina degli Erzelli, un grande campus tecnologico in ecosistema con l’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia), centro di eccellenza per la robotica e il quantum computing, l’Università di Genova e Liguria Digitale.
I punti di forza della candidatura sono il Supercomputer Davinci-1 di Leonardo, il ProgettoMNESYS (neurotecnologie), Start4.0 (centro di competenza su sicurezza infrastrutture), Progetti su robotica umanoide (IIT), sviluppo tecnologie quantistiche, il Protocollo “Genova Capitale del Supercalcolo” firmato il 28 marzo 2025. Il coinvolgimento del CNR, capofila del competence center nazionale Start 4.0 che ha sede a Genova.
Quali sono gli altri poli in valutazione nazionale?
In valutazione accanto a Genova c’è anche Bologna (Data Valley), con una forte candidatura potenziale grazie a CINECA, ECMWF, tecnopolo e già sede, come detto, di una delle 13 AI Factory europee. Infine, c’è anche il terzo polo formato da Torino e Pavia, citate come ipotesi di siti in valutazione, ma senza un dossier pubblico.
Cosa si è impegnato a fare il Governo?
Il Governo, per bocca del ministro del MIMIT Adolfo Urso, ha confermato l’impegno a presentare una candidatura italiana forte al bando formale Ue EuroHPC atteso a fine 2025 (a novembre). Selezione delle 4 o 5 Gigafactory europee, modello di finanziamento pubblico-privato con possibile contributo pubblico fino al 35% del CAPEX. L’operatività è prevista nel 2026-2027 con l’avvio dei cantieri e le prime fasi operative: data center di nuova generazione, approvvigionamento di oltre 100 mila acceleratori AI per ciascun sito, messa in servizio progressiva.
Quali sono i requisiti chiave per la candidatura?
Fra i criteri chiave, la capacità di frontiera con più di 100mila acceleratori AI, sul lato energia e raffreddamento la potenza elettrica garantita, fonti rinnovabili, efficienza idrica/termica, sicurezza. Connettività e dati con backbone a banda altissima e bassa latenza, Data Labs per la gestione dati di qualità. Autorizzazioni rapide, compatibili con la timeline della Ue: bando finale entro il 2025 e cantieri nel 2026.
Perché Genova è la candidatura ideale?
“In questa partita, bisogna muoversi insieme – dice Basso – la candidatura di Genova arriva dal basso, ma è il Governo che deve sostenerla superando ogni divisione. Bisogna fare squadra anche a Bruxelles, perché stiamo parlando di un investimento (si parla di circa 4 miliardi di euro come ricaduta locale ndr) che non è soltanto relativo alle risorse che arrivano sul territorio per costruire l’hyperscaler per ospitare i modelli AI. Qui stiamo parlando di una struttura che dà un vantaggio competitivo al Sistema Paese e che di fatto è l’unico progetto di frontiera paragonabile a quello che sta avvenendo in paesi che sono molto più avanti di noi”. L’AI Continent Action Plan è l’unico piano d’azione operativo dell’Europa per competere a livello globale sulle infrastrutture abilitanti per uno sviluppo autonomo dell’AI.
“Il tema non è portare in una città dei finanziamenti, ma avere nel nostro Paese un accentratore di investimenti, competenze tale per cui possa trascinare poi tutto il Paese”, aggiunge il Senatore.
Un nuovo triangolo digitale Genova-Bologna-Milano?
Fra i punti di forza di Genova, la vicinanza al mare come porta del Mediterraneo dei dati al Nord Europa, utile sul versante dell’approvvigionamento energetico e raffreddamento e per l’approdo di numerosi cavi sottomarini, altro aspetto alquanto favorevole. “Il ragionamento è che avendo già una AI Factory a Bologna, sull’asse Genova-Bologna passando per Milano – sede della maggior parte dei data center del Paese e punto di snodo del traffico dati verso il Nord Europa – si può ricreare nel paese un triangolo digitale in grado di trascinare l’intero Paese a recuperare il terreno perduto”, chiude Basso. Genova, Bologna e Milano sono vicine e si potrebbe mettere a sistema questi tre poli in ottica di nuovo triangolo tecnologico del Paese. Il tempo stringe, il bando Ue è a novembre. Bisognerà vedere le caratteristiche richieste.
Apple, Google, Booking.com e Bing, l’UE vuole sapere in che modo ci tutelano dalle frodi online
Frodi online: richiesta di informazioni a Apple App Store, Booking.com, Bing, Google Play e Google Search
Decine di milioni di utenti europei, ogni giorno, si affidano a piattaforme web e motori di ricerca per lavorare, studiare, intrattenersi e cercare informazioni. Strumenti ampiamente utilizzati dai criminali online per trovare le loro vittime. Per questo motivo, Bruxelles intende capire in che modo le grandi società tecnologiche che forniscono questi servizi ci tutelano dai rischi legati alle truffe finanziarie e alle frodi online in generale.
La Commissione europea ha inviato richieste di informazioni ad Apple App Store, Booking.com, Bing, Google Play e Google Search proprio per capire in che modo identificano e gestiscono azioni criminali che potrebbero colpire questa enorme massa critica di utenti di internet dei Paesi dell’Unione.
“Si tratta di un passo essenziale per proteggere gli utenti in tutta l’Ue da alcune di queste pratiche e per garantire che anche le piattaforme svolgano il loro ruolo“, ha dichiarato ai giornalisti in conferenza stampa il portavoce per gli Affari digitali dell’UE, Thomas Regnier.
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Un’iniziativa della Commissione che è stata comunicata nel giorno in cui il vice presidente esecutivo per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, Henna Virkkunen ha incontrato il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti presso l’UE, Andrew Puzder.
L’incontro tra il vicepresidente esecutivo Virkkunen e il nuovo ambasciatore USA Puzder
In questi ultimi tempi, come ben sappiamo, i rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Unione europea si sono fatti molto tesi a causa delle politiche commerciali decise dal Presidente americano Donald Trump, con rilevanti ricadute sul modo in cui l’innovazione tecnologica è regolamentata sulle due sponde dell’Atlantico.
“Abbiamo discusso dell’importanza di proteggere la libertà di parola, un settore in cui l’Ue e gli Stati Uniti devono continuare il dialogo e chiarire eventuali malintesi. Un altro punto di discussione è stato l’importante programma di semplificazione dell’Ue, per garantire che la nostra legislazione, compresa la regolamentazione digitale, sia attuata in modo da sostenere l’innovazione e le imprese”, ha spiegato in un post social Virkkunen.
Questo incontro, ha aggiunto la Commissaria europea, “sottolinea il nostro impegno a lavorare insieme in modo cooperativo attraverso l’Atlantico su tecnologia, innovazione, sicurezza e sicurezza informatica“.
Le frodi tramite app e gli annunci esca
Per Apple App Store e Google Play, la richiesta di informazioni dettagliate sulla valutazione dei pericoli include applicazioni fraudolente che imitano app bancarie, di investimento o di trading legittime.
Per Booking.com, riguarda annunci di alloggi falsi progettati per indurre gli utenti a effettuare pagamenti che non si traducono mai in una prenotazione effettiva.
La verificata dell’identità e il ruolo degli annunci pubblicitari
La Commissione chiede inoltre ad Apple App Store, Google Play e Booking.com come verificano l’identità delle aziende che utilizzano i loro servizi, in base alle norme “Conosci il tuo cliente“, che possono aiutarli a identificare entità sospette prima che causino danni.
Per Bing e Google Search, la richiesta riguarda link e annunci pubblicitari che indirizzano gli utenti a siti web fraudolenti, spesso causando perdite finanziarie.
Il DSA chiede alle piattaforme e ai motori di ricerca di valutare e mitigare i rischi online
Bruxelles chiede inoltre chiede alle società sopra menzionate di fornire dettagli sui propri archivi pubblicitari, ovvero i database in cui le informazioni su tutti gli annunci devono essere archiviate e rese accessibili. Gli archivi consentono alle autorità di regolamentazione, ai ricercatori e al pubblico di individuare annunci fraudolenti e modelli utilizzati dai truffatori.
Microsoft, Google e Booking dicono la loro
In risposta alla richiesta della Commissione, si legge su Le Monde, un portavoce di Microsoft ha affermato che l’azienda è “impegnata a creare esperienze online sicure e continuerà a collaborare con la Commissione europea“.
Google ha dichiarato di aver bloccato centinaia di milioni di “risultati fraudolenti nelle ricerche girnaliere“, mentre Booking ha detto che avrebbe avviato sul tema “un dialogo costruttivo” con Bruxelles, aggiungendo che tra il 2023 e il 2024, l’azienda ha assistito a “un calo di prenotazioni false legate al phishing rilevate e bloccate da 1,5 milioni a 250.000″.
L’AI sta distruggendo i matrimoni a causa dell’utilizzo di ChatGPT come terapeuta
Sempre più coppie stanno affrontando crisi relazionali e divorzi a seguito dell’utilizzo massiccio e distorto di chatbot basati su AI, in particolare ChatGPT.
Il reportage raccoglie oltre una dozzina di testimonianze di persone il cui matrimonio è crollato dopo che uno dei due coniugi ha iniziato a interagire con ChatGPT come se fosse un terapeuta, un confidente o una fonte autorevole per analizzare la relazione.
Questi utenti hanno spesso usato la tecnologia per ottenere conferme delle proprie percezioni, ricevendo risposte che rafforzavano narrative unilaterali e, in alcuni casi, distorte.
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L’effetto è stato quello di amplificare conflitti latenti, trasformando incomprensioni comuni in punti di rottura insanabili. Le conversazioni tra coniugi sono state sostituite da lunghi monologhi generati da ChatGPT, letti ad alta voce, usati come prove durante i litigi o come strumenti di manipolazione.
Alcuni ex partner hanno riferito di essere stati accusati ingiustamente di abusi dopo che i chatbot avevano ‘convalidato’ tali percezioni basandosi solo su input soggettivi.
In un caso estremo, un uomo ha descritto il deterioramento mentale della moglie, affetta da bipolarismo, esacerbato dall’utilizzo compulsivo di ChatGPT, culminando in un episodio di violenza domestica.
Gli esperti, come la professoressa Anna Lembke di Stanford, mettono in guardia contro l’uso di chatbot per supporto emotivo: queste AI sono progettate per massimizzare empatia e coinvolgimento, non per fornire una valutazione terapeutica equilibrata.
Lembke avverte che l’AI può rafforzare visioni del mondo distorte e contribuire all’isolamento emotivo, minando il dialogo e il compromesso nelle relazioni reali.
La crescente dipendenza da queste tecnologie ha innescato dibattiti etici e legali, con richieste sempre più pressanti per regolamentazioni e avvisi sui rischi d’uso prolungato.
Nvidia e OpenAI trattano per un accordo sul leasing dei chip. Un nuovo standard per l’intera industria?
Nvidia e OpenAI stanno trattando un’intesa rivoluzionaria: la società guidata da JensenHuang avrebbe proposto a OpenAI un modello di leasing dei chip invece della classica vendita diretta.
La proposta, riportata in anteprima da The Information, rappresenta una formula innovativa che, secondo le prime stime, consentirebbe alla creatura di Sam Altman di ridurre i costi operativi tra il 10 e il 15%, garantendo al tempo stesso maggiore flessibilità nell’impiego delle risorse.
Leasing dei chip: una nuovo standard per l’intera industria?
In questo scenario, il leasing non rappresenterebbe soltanto un’opzione di finanziamento, ma una vera e propria leva strategica: ridurre l’impatto finanziario di investimenti stimati in centinaia di miliardi di dollari, accelerare la disponibilità di potenza di calcolo e limitare i rischi legati all’obsolescenza hardware.
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Per Nvidia, il vantaggio sarebbe altrettanto evidente: flussi di ricavi ricorrenti e una posizione ancora più forte come partner esclusivo per OpenAI.
Un accordo di tale portata, con investimenti e capacità di calcolo su scala senza precedenti, potrebbe sollevare l’attenzione delle autorità antitrust, preoccupate per l’effetto escludente nei confronti di altri fornitori.
Le indagini regolatorie, in questo senso, sembrano un passaggio quasi inevitabile. Se l’intesa dovesse andare in porto, ci troveremmo davanti a un cambio di paradigma: il capitale fisso trasformato in servizio continuativo, con incentivi e rischi condivisi tra fornitore e utilizzatore.
Nvidia e l’accordo con OpenAI da 100 miliardi di dollari
Questa notizia conferma evidenzia la simbiosi crescente tra le due aziende. Proprio qualche giorno fa l’azienda di chip ha annunciato un investimento fino a 100 miliardi di dollari in OpenAI per supportare la costruzione di una colossale infrastruttura di data center alimentata dai propri chip AI.
Il progetto chiamato ProjectStargate, definito ‘monumentale’ dal CEO Huang, prevede la realizzazione di strutture con una potenza combinata di 10 gigawatt, corrispondenti a circa 4-5 milioni di GPU.
Il primo investimento, pari a 10 miliardi di dollari, sarà attivato al completamento del primo gigawatt di capacità. Secondo fonti interne, i fondi saranno versati progressivamente e al valore di mercato corrente. Questo piano di sviluppo avrà inizio nella seconda metà del 2026, con l’adozione dei nuovi sistemi Vera Rubin di Nvidia.
OpenAI con Oracle e SoftBank pianifica altri 5 data center
I nuovi siti saranno dislocati in Texas, New Mexico, Ohio e in una località non divulgata del Midwest. Tre saranno costruiti congiuntamente da OpenAI e Oracle, mentre gli altri due coinvolgeranno anche una società affiliata a SoftBank.
L’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere una capacità complessiva di 10 gigawatt nei prossimi anni, portando il totale già in sviluppo a quasi 7 gigawatt e oltre 400 miliardi di dollari di investimenti. Le nuove strutture dovrebbero generare circa 25.000 posti di lavoro diretti.
Detriti, il lato oscuro della corsa allo Spazio. I commenti di P.Caraveo (SAI) e A.Carbognani (INAF)
Quando si parla di governance dello Spazio e delle tensioni che alimentano la nuova geopolitica orbitale, a migliaia di chilometri sopra le nostre teste, c’è un tema cruciale che troppo spesso viene trascurato: quello dei detriti spaziali.
Sostenute da Governi ed iniziative private, le costellazioni satellitari hanno indubbiamente reso possibili progressi un tempo inimmaginabili. Oggi possiamo accedere in tempo reale ad informazioni preziose per le telecomunicazioni, la meteorologia, la navigazione satellitare. Dati strategici, su cui attualmente si basano la sicurezza militare, la protezione delle economie, nonché degli stessi cittadini. Uno strumento tecnologico potentissimo, forse il più avanzato di cui disponiamo in termini di esplorazione terrestre ed extraterrestre, che però cela un’insidia di cui nessuno parla.
Sorvegliati spaziali
Dal 2015 l’Italia partecipa al monitoraggio degli oggetti spaziali nell’ambito del programma europeo EUSST, avviato nel 2014. Oggi l’iniziativa riunisce un consorzio di sette Stati membri (Francia, Germania, Italia, Polonia, Portogallo, Romania e Spagna) in collaborazione con il Centro Satellitare Europeo (SatCen) di Torrejón, vicino Madrid.
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Si tratta di “sorvegliare” 6500 tonnellate di rottami, ovvero 2780 satelliti non più funzionanti, contro circa 2000 tonnellate di “utili”. Una vera e propria discarica orbitante che cresce a ritmo vertiginoso, inquinando le orbite terrestri. Dal primo, e lontano, lancio dello Sputnik 1, nel 1957, sono stati messi in orbita circa 12000 satelliti, cifra importante che ha generato un volume altrettanto impressionante di rifiuti.
In pratica, in oltre sessant’anni di attività spaziale, l’umanità ha prodotto nello spazio quasi tre volte più spazzatura che satelliti ancora in uso.
Un argomento scottante, a cui fortunatamente non siamo ancora avvezzi, a differenza dei disastri ecologici che riguardano la superficie del nostro Pianeta, troppo spesso ignorati o minimizzati. Come possiamo evitare che la stessa reticenza dell’umanità a riconoscere i problemi ambientali, ci trascini verso un “punto di non ritorno” anche nello Spazio? Rischiamo forse di ripetere gli errori dei negazionisti del cambiamento climatico?
Di questo abbiamo voluto parlare con alcuni esperti del settore. Tra questi il Dott. Albino Carbognani, ricercatore INAF, supporto operativo in ambito EU-SST (Space Surveillance and Tracking) e data quality check del TANDEM (Telescope Array eNabling DEbris Monitoring) di Bologna, e Patrizia Caraveo, Presidente della Società Astronomica Italiana ed autrice del libro “Ecologia spaziale”, pubblicato da Hoepli.
“Troppi satelliti, troppi lanci” Patrizia Caraveo, Presidente della Società italiana di Astronomia
“Ecologia spaziale significa applicare allo spazio la stessa sensibilità che riserviamo all’ambiente terrestre. Lo spazio è parte dell’ecosistema in cui gli esseri umani lavorano e, proprio per questo, deve essere utilizzato in modo sostenibile” spiega a Key4Biz la Dottoressa Caraveo, soffermandosi su un punto “Non bisogna intasare l’orbita di satelliti, perché un eventuale incidente potrebbe generare migliaia di detriti, trasformandoli in veri e propri proiettili capaci di colpire altri oggetti e compromettere l’utilizzo stesso dello spazio”.
Parliamo di frammenti di diverse dimensioni e natura: stadi dei razzi usati per il lancio, parti di satelliti (viti, pezzi di vernice) disperse in seguito a guasti, collisioni, esplosioni, ma anche oggetti persi dagli astronauti durante le missioni umane, nonché veicoli spaziali dismessi che non sono stati fatti rientrare in atmosfera al termine della loro missione.
Inoltre, bisogna ricordare che “l’assenza di confini” nello Spazio è uno dei motivi che ha accresciuto la centralità di questo dominio permettendogli di diventare terreno di continue esercitazioni, in primis a scopi difensivi. Un esempio emblematico è quello dei test con missili anti-satellite, che generano deliberatamente migliaia di detriti.
“Lo Spazio come il Far West” Albino Carbognani, INAF
Attualmente non esiste alcuna regolamentazione che impedisca ai singoli Stati di lanciare satelliti nello Spazio.
“Lo Spazio è il nuovo Far West. La cosa potrebbe sembrare normale, ma non lo èaffatto” sottolinea Albino Carbognani, ricercatore dell’INAF, impegnato sul progetto TANDEM, la nuova strumentazione installata sul telescopio “G.D. Cassini”da 152 cm (il secondo più grande sul territorio italiano) presso l’Osservatorio OAS di Loiano, sull’Appennino emiliano, a 35 km da Bologna.
La Stazione, dedicata al monitoraggio delle orbite satellitari e all’osservazione degli space debris, nonostante l’inquinamento luminoso provocato dalle luci pubbliche, con i suoi strumenti è in grado di dare un contributo effettivo alla ricerca scientifica in campo astronomico e spaziale. Nello specifico, TANDEM è uno strumento unico in Italia, in quanto è in grado di determinare le orbite degli oggetti dalla fascia geostazionaria, a 36.000 km d’altezza, fino all’orbita bassa terrestre, sotto i 2000 km di quota.
“La determinazione delle orbite geocentriche di satelliti e detriti spaziali è necessaria per minimizzare il rischio impatto dei veicoli operativi con gli space debris, che sono completamente fuori controllo” commenta il Ricercatore a Key4Biz.
“La cosiddetta sindrome di Kessler era stata prevista già nel 1975. Secondo questa teoria, che potrebbe concretizzarsi entro i prossimi 50 o 100 anni, assisteremo a collisioni spaziali sempre più frequenti, causate dal sovraffollamento di satelliti e dalla conseguente proliferazione di frammenti“, spiega Carbognani. In altre parole, l’accumulo di detriti potrebbe rendere le orbite terrestri inutilizzabili e pericolose per la navigazione spaziale. Altro che viaggi futuri sulla Luna o su Marte!
Più di 40 mila oggetti tracciati
Per rendersi conto della portata del problema, basta guardare ai dati: sono 42.930 gli oggetti attualmente tracciati e catalogati dalle reti di Space Surveillance, come l’americana NORAD (North American Aerospace Defense Command) e l’europea EU SST. Di questi 54.000 sono di dimensioni superiori a 10 cm, 1.200.000 di dimensioni superiori a 1 cm, 140 milioni con dimensioni superiori a 1 mm.
L’orbita oggi più ambita, e più sfruttata sia da governi che da compagnie private, è la bassa (LEO, Low Earth Orbit), ossia la fascia che si estende dai 200 ai circa 2.000 km di altitudine. Qui orbitano la Stazione Spaziale Internazionale, i satelliti per telecomunicazioni come la costellazione Starlink di Elon Musk, quelli per l’osservazione terrestre e numerosi satelliti scientifici. In questa regione gli oggetti viaggiano a circa 27.800km/h, completando un giro attorno alla Terra in appena 90 minuti.
“Ed è proprio la velocità dei frammenti – oggi stimati in circa 130 milioni dispace debris — a rappresentare il vero problema” avverte il Dott. Carbognani. A tali velocità, infatti, persino un oggetto di pochi centimetri può provocare danni catastrofici.
“Ogni volta che si verifica una collisione fra un satellite e uno space debris questa avviene a velocità dell’ordine di 10 km/s e anche un oggetto di piccole dimensioni può danneggiare il satellite creando altri space debris nell’impatto“.
“Al momento le collisioni sono eventi rari, ma va ricordato che alcune hanno già causato veri e propri crateri persino sulla Stazione Spaziale Internazionale” afferma.
I satelliti in orbita bassa
Un capitolo estremamente importante è, poi, quello dei rientri. I satelliti e gli space debris in orbita fino a 2000 km di altezza sono ancora soggetti all’attrito con l’atmosfera e quindi prima o poi ricadono nell’atmosfera terrestre. Durante il rientro di un satellite nell’atmosfera, i metalli che lo compongono, come l’alluminio, si disperdono sotto forma di ossido di alluminio.
“Si tratta di particelle metalliche inquinanti rilasciate ad alta quota, e questo fenomeno è destinato ad aumentare” dice il Ricercatore.
In particolare, sono i nuovi satelliti del progetto Starlink a contribuire maggiormente a questo trend. Quelli più vecchi, infatti, vengono fatti rientrare per essere sostituiti dai nuovi modelli. Più nel dettaglio, i satelliti in orbita bassa, operano intorno ai 500 km di altezza. Oggi circa l’80% dei veicoli orbitanti in questa fascia appartiene a SpaceX: parliamo di una costellazione immensa, con 8.000 unità già operative.
Sul tema la Dott.ssa Patrizia Caraveo evidenzia“Questi satelliti hanno una durata limitata, di 4-5 anni. Ciò significa che devono essere continuamente sostituiti: i vecchi vengono deorbitati e bruciati nell’atmosfera. È il metodo più semplice per liberare spazio orbitale, ma comporta un problema enorme. I materiali che compongono i satelliti – metalli come alluminio, titanio o niobio – non scompaiono: restano nell’atmosfera sotto forma di aerosol. Analisi recenti hanno già rilevato tracce di questi composti, derivanti dalla combustione dei satelliti rientrati.
Questo dimostra che non stiamo solo inquinando l’atmosfera con i lanci, ma anche con i rientri. Perciò è necessario iniziare a pensare seriamente in termini di ecologia spaziale: non possiamo lanciare un numero infinito di satelliti, né farne rientrare altrettanti senza considerare gli effetti sull’ambiente” aggiunge la Presidente.
Che cos’è l’ecologia dello spazio?
Un altro punto poco dibattuto, e alquanto sottovalutato, è proprio quello dell’inquinamento provocato dal numero crescente di lanci necessari a mettere in orbita nuovi satelliti.
Come ha sottolineato la PresidenteSAI: “Ogni lancio produce enormi quantità di gas di scarico lungo tutto il percorso del vettore nell’atmosfera: parliamo di migliaia di tonnellate di carburante bruciate, che rilasciano polveri e composti nocivi a seconda del tipo di combustibile utilizzato.
Il cherosene impiegato, ad esempio, da SpaceX produce polveri sottili e composti solforosi, mentre i booster a propellente solido – utilizzati da diversi programmi spaziali come Vega, Ariane 6 o da vettori cinesi – rilasciano composti del cloro. Questi ultimi sono particolarmente pericolosi, perché noti killer dello strato di ozono.
Non dobbiamo dimenticare che l’ozono, tutelato dal Protocollo di Montreal, è ancora in fase di recupero: non è tornato ai livelli del 1970, anche se sta lentamente risalendo. Un numero eccessivo di lanci rischierebbe però di immettere in atmosfera grandi quantità di cloro, con effetti devastanti sulla sua ricostruzione” precisa Caraveo, spiegando che per questo motivo sarebbe necessario ampliare la normativa, includendo anche norme specifiche sui combustibili utilizzati nei lanciatori spaziali.
L’impatto sull’atmosfera terrestre
L’analisi chimica dei campioni prelevati nella stratosfera conferma che l’aumento delle missioni spaziali private sta avendo un impatto anche sulla composizione di questa zona dell’atmosfera terrestre. Ad esempio, il rientro di un tipico satellite da 250 kg può generare circa 30 kg di nanoparticelle di ossido di alluminio, che possono resistere per decenni nell’atmosfera.
La definizione di Spazio come “un altrove incontaminato“, “un vuoto senza regole“, quindi, non è più accettabile. Si tratta di un ecosistema fragile, parte integrante dell’ambiente in cui viviamo. I satelliti e le infrastrutture orbitali ci offrono strumenti indispensabili per la vita quotidiana, la ricerca e la sicurezza, ma al tempo stesso generano un’eredità di detriti e inquinamento che non possiamo più permetterci di ignorare.
L’importanza di uno “Space Act”
L’European Space Act, la nuova proposta legislativa dell’Unione Europea, nasce proprio dall’urgenza di affrontare le questioni emergenti che riguardano lo Spazio.
Lo scopo è porre le basi per un quadro normativo armonizzato a livello comunitario, con al centro la sfida della sostenibilità. Gli operatori saranno, infatti, chiamati a ridurre concretamente l’impatto ambientale delle loro missioni, gestendo i detriti spaziali e promuovendo tecnologie innovative capaci di estendere la vita operativa dei satelliti.
Inoltre, il provvedimento punta a introdurre regole vincolanti in materia di sicurezza e resilienza: dal tracciamento dei satelliti alla prevenzione delle collisioni orbitali, fino alla protezione delle infrastrutture da minacce informatiche sempre più sofisticate.
Proprio come sulla Terra, anche nello Spazio l’uomo rischia di compromettere con le proprie mani la possibilità di continuare a utilizzarlo. Se non sapremo riconoscere in tempo i segnali, rischiamo di ripetere gli stessi errori commessi sul nostro Pianeta. Lo Spazio potrebbe diventare la nuova frontiera di una crisi ambientale globale. Ma, al contrario, potrebbe anche rappresentare il terreno su cui dimostrare che abbiamo finalmente imparato la lezione.
AI, boom di investimenti, ma mancano 800 miliardi di dollari all’anno per reggere il business
Com’è ormai noto, le big tech e i colossi dell’intelligenza artificiale, a partire da OpenAI, stanno correndo a costruire data center, annunciando piani da centinaia di miliardi di dollari. Ma dietro queste cifre astronomiche si nasconde una domanda fondamentale: come faranno queste imprese a generare i ricavi necessari per sostenere simili investimenti?
Negli ultimi due anni, l’AI generativa ha monopolizzato l’attenzione, promettendo di rivoluzionare la produttività. Eppure, nonostante l’entusiasmo, la maggior parte delle aziende non ha ancora ottenuto benefici su larga scala, né registrato aumenti significativi di efficienza o di ricavi.
Secondo l’ultimo Global Technology Report (GTR) di Bain & Co., il divario tra promesse e realtà è ben più ampio di quanto si pensasse.
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Per alimentare la potenza di calcolo necessaria a soddisfare la domanda globale entro il 2030, le aziende di AI dovranno raggiungere almeno 2.000 miliardi di dollari di ricavi annuali. Ma le entrate previste rischiano di fermarsi a 800 miliardi di dollari in meno, anche perché servizi come ChatGPT non riescono ancora a generare flussi di cassa proporzionati alle spese colossali per infrastrutture e data center.
L’IA trasforma la produttività, ma non le vendite
Il report apre quindi interrogativi cruciali sul modello di business dell’industria AI. La crescente popolarità di ChatGPT, Gemini di Google e delle iniziative globali nel settore sta accelerando la domanda di calcolo ed energia, ma i benefici economici e la capacità di monetizzare non tengono il passo.
“Se le attuali leggi di scalabilità rimangono valide, l’IA metterà sempre più sotto pressione le catene di approvvigionamento globali“, ha dichiarato David Crawford, presidente della divisione tecnologia globale di Bain.
Questo perché, sottolinea il Report, non si è ancora trovata la formula giusta per implementare l’IA su larga scala, e le vendite rappresentano una sfida più complessa rispetto ad altre attività, per diversi motivi:
Un singolo caso d’uso raramente fa la differenza, perché la giornata di un venditore è frammentata in decine di compiti. Molte aziende non hanno ancora mappato l’intero percorso di vendita, per cui gli sforzi rimangono frammentari.
La sperimentazione dal basso verso l’alto non funziona, perché gli obiettivi sono intrinsecamente poco chiari.
Applicare l’IA ai processi esistenti spesso genera solo piccoli miglioramenti di produttività (“microproduttività”), poiché emergono nuovi colli di bottiglia. Senza una riprogettazione dei processi, si finisce per automatizzare inefficienze invece che eliminarle.
L’IA richiede grandi quantità di dati accurati e puliti, ma i dati di vendita e go-to-market sono distribuiti tra diversi sistemi, con scarso controllo di qualità e governance limitata.
I team di vendita sono già sotto pressione e distratti, e l’IA rischia di sembrare soltanto l’ennesima promessa tecnologica. A differenza dell’ingegneria, dove i flussi di lavoro sono più standardizzati, i processi di vendita variano enormemente da team a team, da regione a regione e da individuo a individuo.
I team sul campo sono spesso riluttanti a cambiare abitudini. Raggiungere la quota di vendita viene considerato “sufficiente” e la formazione sull’IA è generalmente statica.
Detto questo, i potenziali vantaggi sono troppo importanti per essere ignorati.
Nuove frontiere: agenti, quantum e robotica
Il GTR 2025 stima che la domanda globale di potenza di calcolo per l’AI potrebbe raggiungere 200 gigawatt entro il 2030, con gli Stati Uniti responsabili della metà del fabbisogno. Anche se i progressi tecnologici potrebbero alleggerire il carico, limiti nella supply chain o nella disponibilità energetica rischiano di frenare lo sviluppo. Oltre ai data center, però, i grandi player dell’AI stanno spingendo sullo sviluppo di prodotti.
In particolare, sono diventati un’area strategica gli agenti autonomi, capaci di portare a termine compiti complessi con minima supervisione. Nei prossimi 3-5 anni, fino al 10% della spesa tecnologica globale sarà destinata a piattaforme di questo tipo, prevede il Report.
Secondo lo studio, Microsoft, Amazon e Meta guideranno la corsa, portando la spesa annua combinata per l’AI oltre i 500 miliardi di dollari entro l’inizio del prossimo decennio. Intanto, i nuovi modelli lanciati da OpenAI e dalla cinese DeepSeek alimentano la domanda e spingono l’intero settore a moltiplicare gli investimenti.
Quantum computing e robotica
Ma i risultati concreti restano disomogenei. Nonostante le potenzialità dell’IA agentica, la maggior parte delle aziende registra progressi solo marginali, con pochi casi in grado di mostrare miglioramenti a doppia cifra.
La Bain guarda anche oltre, al quantum computing, che entro dieci anni potrebbe sprigionare fino a 250 miliardi di dollari di valore in settori come finanza, farmaceutica, logistica e scienze dei materiali. L’adozione sarà graduale: prime applicazioni in ambiti ristretti, seguite da una diffusione più ampia.
Infine, anche i robot umanoidi stanno attirando capitali e interesse. Sebbene le implementazioni siano ancora agli inizi e richiedano molta supervisione, chi saprà sperimentare per primo avrà la possibilità di guidare il mercato, a patto che l’ecosistema sia pronto.
Robot e automazione industriale in Italia, produzione a 6,3 miliardi di euro, crollo export (-8,9%)
Produzione italiana di machine utensili, robot e automazione: arretra l’export, mercato interno debole
“A inizio di anno prevedevamo una leggera crescita della produzione sostenuta dall’export, crescita che le condizioni di contesto non ci permettono di confermare oggi”.
Questo il commento Riccardo Rosa, Presidente UCIMU, l’associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot e automazione, sulle previsioni 2025 relative all’industria nazionale di settore appena riviste dal Centro Studi & Cultura di Impresa.
Secondo i dati presentati in occasione di EMO HANNOVER 2025 in Germania, per l’anno in corso, la produzione italiana è attesa a 6.34 miliardi di euro (+ 0,2%), quindi stabile rispetto al dato 2024.
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Una crescita mancata, frutto di due cause principali: l’arretramento dell’export e la debolezza dell’attività sul mercato interno.
“Ciò che il nostro Centro Studi rileva è che non è possibile individuare un vero e proprio trend per il settore. Più che altro – ha detto Rosa – rileviamo un andamento con oscillazioni verso l’alto e il basso, che rispecchia la situazione caotica del contesto”.
Il crollo dell’export italiano e il grande malato d’Europa, la Germania
Iniziamo dalle esportazioni. Le vendite dei costruttori italiani oltre confine si fermeranno a 3.89 miliardi di euro (-8,9%) rispetto all’anno precedente.
Un risultato negativo, che è legato principalmente all’andamento delle vendite in Germania, che sono cadute del 28,1%, delle vendite in India, calate del 14,1%, di quelle in Francia, che hanno segnato un altro calo del 7,5%, e di quelle negli Stati Uniti, con un -4,2%. Unico risultato positivo in Polonia, dove hanno segnato un buon +8,3%. Altri risultati con il segno positivo, “ma ancora troppo contenuto”, arrivano da Messico, Svizzera, Emirati Arabi e Arabia Saudita
Nel commento dai dati, Rosa ha spiegato: “la Germania soffre e, con lei, soffrono l’Europa e l’Italia, in particolare, le cui imprese sono integrate nelle catene del valore tedesche”.
Rispetto alla Germania, ha sottolineato il Presidente di Ucimu, “particolarmente difficile è la situazione dell’automotive che paga la transizione verso il motore elettrico ma anche la crisi dell’edilizia”. L’auspicio, ha precisato Rosa, è che “il programma governativo che vale 46 miliardi di euro, ed è pensato per ridare vigore all’economia del paese, possa dare effettivamente una scossa al manifatturiero”.
Gli USA restano comunque il nostro primo mercato di sbocco e questo, ha aggiunto Rosa, “nonostante i continui annunci e le continue ritrattazioni del presidente Trump in merito ai dazi”.
Mercato nazionale che cresce a doppia cifra, ma non basta: “Serve nuovo piano di politica industriale”
Sul fronte interno, le consegne stimate da Ucimu cresceranno, del 19,1%, a 2.44 miliardi di euro, trainate dalla timida ripresa del consumo domestico che è atteso a 4.23 miliardi di euro (+14,1%). I valori assoluti stimati per questi due indicatori economici (consegne e consumi domestici) restano ancora “decisamente bassi” per il settore.
“Quello che abbiamo rilevato negli ultimi mesi è un lieve, ma ancora troppo debole, miglioramento dell’atteggiamento del mercato su cui hanno influito il chiarimento e la semplificazione di Transizione 5.0. La conferma arriva anche dall’andamento dei mesi di produzione assicurata che nel primo semestre 2025 si ferma a 6,6: meglio rispetto al 2024 ma ancora distante dai risultati degli anni precedenti”, si legge nel commento del Presidente dell’associazione.
Alla luce di ciò, ha sostenuto Rosa, “avviandoci all’ultima parte del 2025 che coincide con il termine dell’operatività di Industria 4.0 e Transizione 5.0, sottolineiamo la necessità di poter disporre di un nuovo Piano di politica industriale che accompagni le imprese dal 2026 in avanti”.
Genova non solo acquario e porto: Cavi sottomarini, AI Gigafactory e Startup per guardare al futuro
Superare il classico binomio turismo-porto per allargare il tiro ad uno sviluppo economico più improntato su digitale e nuove tecnologie. Questo secondo i fautori della svolta digitale il programma futuro di Genova, che forte di una posizione geografica e di un clima invidiabili, dovrebbe guardare alle nuove tecnologie per risollevare e diversificare un’economia che ha ampi margini di crescita.
Ma quale può essere il ruolo del digitale e delle tecnologie per il rilancio della città dopo i fasti degli anni ’60, ormai lontani? Oggi la città conta 640mila abitanti, erano un milione al suo massimo splendore di terzo vertice del triangolo industriale del Nord con Milano e Torino. Ormai le cose sono cambiate, ma la città potrebbe ancora cambiare pelle.
Genova città del Sud?
“La Liguria non è un paradiso della digitalizzazione – ha detto a Key4Biz il Professore Ordinario di Economia Politica dell’Università di Genova Maurizio Conti – anzi, secondo l’Istat è uno dei fanalini di coda del Nord. Secondo un report della Banca d’Italia la Liguria è ultima al Nord per grado di digitalizzazione con la Val D’Aosta”.
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Pesa la dimensione piccolissima delle imprese, “ci sono tantissime microimpresee gli investimenti in digitalizzazione sono piuttosto bassi per l’estrema specializzazione delle imprese stesse”, aggiunge Conti, autore peraltro di un libro che ha fatto molto discutere “La Liguria è (ancora) una regione del Nord? Capire al Liguria per capire l’Italia”.
Leonardo e Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) fiori all’occhiello
Detto questo, Genova, una città per così dire meridionale posizionata però al Nord, ha alcune eccellenze in campo tecnologico: “Pensiamo a Leonardo e abbiamo un comparto di PMI nel campo dell’informatica molto vivace. Il tutto si sposa molto bene con una capacità di ricerca buona sia in IIT sia nel CNR e nell’Università sul tema dei Big Data con una buona capacità di compenetrarsi con la ricerca e l’università”, aggiunge. Però è chiaro che c’è molto da fare, anche perché il numero di addetti in ICT a Genova è minore che a Bologna, che a Milano o Torino. Resta infine la necessità di creare una filiera che vada al di là dei pochi grandi player presenti che ci sono.
Genova in lizza per la AI Gigafactory europea
Il progetto Gigafactory per Genova avrebbe un valore di 4 miliardi di euro di finanziamenti e la candidatura della Liguria ad ospitarne uno dei cinque complessivi è stata inviata a Bruxelles dal presidente della Regione Marco Bucci in tandem con Roberto Cingolani, amministratore delagto di Leonardo, già in passato alla guida dell’IIT, che oggi è alleato di Leonardo nella candidatura ligure alla Gigafactory Ue. Il bando Ue da 20 miliardi complessivi è atteso a dicembre. La sede del supercomputer in caso di vittoria è già stata individuata sulla collina degli Erzelli.
Marco Bucci, Presidente della Regione Liguria
A Genova c’è il supercomputer di Leonardo, uno dei più potenti d’Italia (si chiama Da Vinci 1), e ce n’è anche un altro molto potente all’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia), battezzato Franklin. Supercomputer ideali per la gestione della miriade di dati prodotta dall’AI. “Adesso c’è effettivamente la possibilità di una Gigafactory in Italia, che sta lanciando la Commissione Ue”, aggiunge il Professor Conti.
La piattaforma High Performance Computing davinci-1 di Leonardo può dare un contributo fondamentale per la sua capacità di effettuare 5 milioni di miliardi di operazioni al secondo e di archiviare 20 milioni di gigabyte di dati. Grazie all’uso di algoritmi proprietari, intelligenza artificiale e tecniche di Big data analytics, davinci-1 si presta a molte applicazioni, alcune delle quali potrebbero a breve cambiare il modo in cui viviamo e prendiamo decisioni.
Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo
Genova in lizza con il Cineca di Bologna
Genova può quindi competere a livello nazionale con gli altri supercomputer (fra gli altri è in lizza anche il Leonardo del Cineca a Bologna, che ha una potenza di calcolo di picco di 270 PFLOPS (PetaFLOPS, ovvero 270 milioni di miliardi di operazioni al secondo) e 150 PB di ROM, posizionandosi al nono posto mondiale nella classifica TOP500 di novembre 2024. L’obiettivo è avanzare la candidatura italiana ad una delle cinque Gigafacotry europee promosse dalla Commissaria Ue alla Sovranità Digitale Henna Virkkunen.
Il ministro Adolfo Urso non disdegnerebbe la vittoria di Genova, peraltro appoggiata tra gli altri a livello politico da Noi Moderati. Di seguito il question time del ministro dello scorso 7 agosto.
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Certo, un aspetto di cui tenere conto a Genova in caso di Gigafactory sarebbe quello della produzione di energia elettrica, vista la caratteristica di energivore di queste strutture, che devono elaborare enormi quantitativi di dati elaborati.
C’è da dire che una gigafactory sarebbe manna dal cielo per lo sviluppo di soluzioni di quantum computing, tecnologie del futuro su cui punta decisamente l’attuale direttore scientifico dell’IIT, Giorgio Metta, che ha preso il testimone da Cingolani.
Giorgio Metta, Direttore Scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (ITT)
Cavi sottomarini, Genova alternativa a Marsiglia
Di certo, la Gigafactory a Genova farebbe il paio con i numerosi cavi sottomarini per il trasporto dati che approdano sulla costa e che stanno offrendo al capoluogo ligure un altro spicchio di business digitale, come alternativa a Marsiglia nella rotta dei dati nel Mediterraneo. Certo, la presenza del consorzio Ge-DIX permette l’interscambio di dati per i provider di servizi internet, ma per evitare che Genova diventi soltanto un luogo di passaggio del traffico destinato altrove, in particolare a Milano, è necessario fare di più.
L’innovazione nelle Startup
“L’innovazione a Genova si fa anche tanto nelle startup, il panorama è alquanto vivace”, dice a Key4Biz Alberto Clavarino, cofondatore della Fondazione Genova Startup e molto attivo su Linkedin. “Il panorama è vivace anche per la presenza di una buona università di Ingegneria e di Economia a Genova – dice Clavarino – il terreno dell’innovazione è fertile anche grazie alla presenza dell’IIT e a Genova stanno nascendo diverse startup attive nelle criptovalute e nell’AI, ma non soltanto. Una produce il pesto con un mortaio automatizzato, un’altra ha elaborato un microscopio di precisione in ambito medico, si chiama Genoa Instruments, e ha da poco chiuso un round di venture capital da un milione”. Le cose per Genova miglioreranno quando il terzo valico sarà aperto, con il treno veloce Milano-Genova di cui si parla da anni. Intanto, la città si gode il nuovo water front e il rinnovato attivismo della ricca community cittadina delle startup.
La collina degli Erzelli, lavori in corso
Nel frattempo, proseguono i lavori per il trasferimento della facoltà di Ingegneria sulla collina degli Erzelli, dove si trovano già l’IIT e Ericsson e dove in programma ci sarebbe anche l’apertura di un ospedale e il completamento del Parco Scientifico. Al momento e da diverso tempo, il progetto di Parco Scientifico alla Collina degli Erzelli è incompiuto, ma a quanto pare i lavori sono in corso e l’università avrebbe dato il via libera al trasferimento anche se non si conosce ancora la tempistica. Per quanto riguarda il nuovo ospedale c’è qualche interrogativo in più.
La collina degli Erzelli
Il digitale nel programma della sindaca Silvia Salis
Il programma digitale della sindaca Silvia Salis è tutto da scoprire. Nel suo programma 2025-2030 la parola “digitale” compare 8 volte, anche accanto a “Smart City” e “anziani”. L0impegno di Salis è a sostegno della filiera strategica del digitale, della smart city.
Silvia Salis, Sindaca di Genova
“Una Smart City oltre la tecnologia: competenze, accessibilità e lavoro. Lo sviluppo digitale della città sarà promosso capitalizzando le competenze locali nei settori digitali e dei big data, presenti sia nel settore imprenditoriale che nella ricerca, con l’obiettivo di creare una rete d’azione digitale che integri gli investimenti delle public utility. La strategia Smart City sarà orientata non solo all’implementazione tecnologica, ma anche alla diffusione delle competenze digitali tra pubblica amministrazione, cittadini e imprese. Centrale sarà il tema della accessibilità delle competenze digitali e della formazione e riconversione professionale, per accompagnare i lavoratori nelle trasformazioni del mercato”, si legge nel programma. E ancora “sviluppo dell’autonomia digitale degli anziani, con formazione e strumenti semplici per accedere ai servizi e partecipare alla vita cittadina“, e ancora “l’uso del digitale per le biblioteche come hub di long life learning. “Sostenere e promuovere l’innovazione digitale: creazione di hub per le industrie culturali e creative, archivi digitali, attività culturali dedicati al gaming e all’audiovisivo, utilizzo delle nuove tecnologie anche nelle proposte didattiche museali e valorizzazione del cinema indipendente e del videomaking. La cultura digitale dovrà far parte integrante della realtà culturale di Genova e rappresenta un asset capace di attrarre giovani talenti e connettersi con reti internazionali”.
Infine, “progetti di democrazia digitale, tramite la costruzione di piattaforme che assicurino una maggiore partecipazione dei cittadini alla definizione delle politiche pubbliche, attraverso la raccolta di segnalazioni o la formulazione di proposte. La partecipazione deve essere allargata a fasi di progettazione, non solo informativa ma anche proattiva. Molti obiettivi riguardanti la partecipazione potranno essere raggiunti solo mettendo a disposizione dei cittadini dati sul web che siano agevoli da consultare e tempestivi, anche attraverso il rilancio dell’Ufficio Statistico del Comune”.
Accordo UE–Indonesia. Focus su materie prime, tlc, superconduttori e automotive
ll 23 settembre 2025 segna una data storica per le relazioni economiche tra Europa e Asia. Dopo quasi dieci anni di negoziati, l’Unione Europea e l’Indonesia hanno finalizzato il Comprehensive Economic Partnership Agreement (CEPA) e l’Investment Protection Agreement (IPA). Si tratta di due intese di ampio respiro destinate a ridisegnare le catene globali del valore, favorire l’innovazione e garantire forniture sicure e sostenibili di energia e materie prime critiche.
Un passo decisivo reso possibile dall’accordo politico raggiunto lo scorso luglio dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e dal Presidente indonesiano Prabowo Subianto, e guidato in prima linea dal Commissario europeo al Commercio e alla Sicurezza Economica Maroš Šefčovič, oggi in visita a Giacarta per incontrare imprese europee e locali.
“Ci impegniamo a rafforzare ulteriormente la diversificazione e i partenariati, per sostenere l’occupazione nell’UE e favorire la crescita economica. L’accordo con l’Indonesia apre nuove opportunità per imprese e agricoltori in un’economia ampia e in rapida espansione, garantendoci al contempo una fornitura stabile e prevedibile di materie prime critiche, fondamentali per le tecnologie pulite e l’industria siderurgica europea” ha commentato la Presidente della Commisione Europea Ursula von der Leyen.
Automotive e tecnologia
Uno degli aspetti più innovativi dell’intesa riguarda il settore automotive. L’accordo riduce drasticamente le barriere tecniche e i costi di omologazione: i veicoli UE con certificazioni ONU già riconosciute non dovranno più sottoporsi a ulteriori test in Indonesia, aprendo così la strada a un accesso più rapido ed economico al mercato.
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Entro il 2033, l’Indonesia allineerà completamente le proprie normative agli standard UNECE 1958, garantendo che le tecnologie europee – dai veicoli elettrici ai sistemi avanzati di sicurezza – siano accettate senza ritardi o duplicazioni burocratiche. Allo stesso tempo, l’accordo facilita l’ingresso nel mercato europeo dei veicoli indonesiani conformi agli stessi standard, creando un ecosistema competitivo e sostenibile.
Maroš Šefčovič, Commissario per il Commercio e la Sicurezza Economica, Relazioni Interistituzionali e Trasparenza, ha dichiarato in merito:
“Rimuovendo gradualmente il dazio del 50% sulle importazioni di auto dall’Indonesia, l’accordo crea nuove opportunità per le esportazioni automobilistiche europee e per gli investimenti nei veicoli elettrici. Sono convinto che la conclusione dei negoziati odierna rappresenti solo l’inizio di un entusiasmante nuovo capitolo. Nell’economia globale odierna, caratterizzata da incertezze, le relazioni commerciali non sono semplicemente strumenti economici: sono asset strategici che riflettono fiducia, allineamento e resilienza“.
Materie prime critiche e semiconduttori
L’Indonesia è tra i principali produttori mondiali di materie prime critiche, essenziali per la rivoluzione verde e digitale. Parliamo di nichel, rame, bauxite e altri minerali strategici, indispensabili per batterie, energie rinnovabili e tecnologie digitali.
Il CEPA rafforza la sicurezza delle catene di approvvigionamento europee, assicurando flussi commerciali prevedibili, affidabili e sostenibili. L’intesa include, inoltre, impegni sulla valutazione degli impatti ambientali, sulla cooperazione in materia di sostenibilità e sulla riduzione dei dazi per agevolare esportazioni e investimenti.
Per l’UE, questo significa ridurre la dipendenza da fornitori instabili e garantire l’accesso a risorse fondamentali per lo sviluppo di settori chiave come l’automotive elettrico, l’eolico offshore, l’idrogeno e la produzione di semiconduttori.
Innovazione digitale e servizi ad alto valore aggiunto
Interessante è il capitolo sul commercio digitale, che introduce regole vincolanti per rendere più sicuri e trasparenti i flussi di dati, garantendo al tempo stesso la tutela della privacy come diritto fondamentale. Le imprese europee potranno operare in Indonesia con piena proprietà nei settori di punta come ICT, telecomunicazioni e servizi finanziari, senza obbligo di presenza locale.
Un vantaggio cruciale per PMI e startup tecnologiche, che potranno inserirsi più facilmente in uno dei mercati più dinamici dell’Asia, beneficiando di procedure semplificate e di una maggiore certezza giuridica.
Opportunità per imprese e agricoltori
L’eliminazione dei dazi sul 98,5% delle linee tariffarie porterà a un risparmio annuo stimato di 600 milioni di euro per gli esportatori europei. Ciò significa prodotti più competitivi sul mercato indonesiano, dalle automobili ai macchinari industriali, ma anche nuove aperture per l’agroalimentare, con la tutela di oltre 220 indicazioni geografiche europee.
Un pilastro di sostenibilità condivisa
Il CEPA non guarda solo all’economia, ma integra obiettivi di clima, lavoro e ambiente, riconoscendo l’Accordo di Parigi come elemento essenziale. L’intesa promuove investimenti in energie rinnovabili e tecnologie a basse emissioni di carbonio, oltre a rafforzare il dialogo su temi sensibili come l’olio di palma.
Un nuovo equilibrio globale
Con questo accordo, l’UE consolida la propria presenza in un’area strategica e, al contempo, contribuisce a definire le regole globali su commercio, energia, tecnologia e sostenibilità. L’intesa con l’Indonesia non è solo un trattato commerciale: è un patto per l’innovazione e la transizione verde, con al centro automotive, digitale, energia e materie prime critiche.