Justin McLeod, fondatore e CEO di Hinge, ha dichiarato che l’uso dell’AI nelle app di dating potrebbe eliminare l’abitudine ormai comune dello swipe continuo tra profili.
In un’intervista con Fast Company, McLeod ha delineato un futuro in cui i sistemi di matching saranno talmente avanzati da rendere superflua la selezione manuale.
Secondo la sua visione, entro tre-cinque anni sarà percepito come antiquato dover scorrere centinaia di profili per trovare una persona compatibile. Questo cambiamento sarebbe possibile grazie a un utilizzo più profondo e sofisticato dei dati personali e delle preferenze espresse direttamente dagli utenti in linguaggio naturale, anziché attraverso semplici like o skip.
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McLeod ha però espresso una posizione critica nei confronti dell’uso eccessivo dei chatbot AI, sottolineando che la tecnologia dovrebbe servire a migliorare le connessioni umane, non a sostituirle.
Ha dichiarato apertamente di non credere in relazioni basate su chat con intelligenze artificiali e ha definito ‘riduttiva’ la visione di Mark Zuckerberg, secondo cui i chatbot potrebbero alleviare la solitudine sostituendo gli amici reali.
Nonostante il settore del dating online stia affrontando una crescente fatica da swipe e un ritorno alle interazioni in presenza, Hinge rappresenta un’eccezione: l’app ha registrato un aumento del 18% degli utenti paganti su base annua e una crescita del 25% dei ricavi nel secondo trimestre 2025.
Questo successo, secondo il CEO del gruppo Match, conferma la validità del modello di Hinge e la tenuta del mercato delle app di incontri, soprattutto quando arricchito da strumenti AI orientati alla personalizzazione e non all’intrattenimento simulato.
Come migliaia di esseri umani ‘sovraccarichi e sottopagati’ addestrano l’AI di Google per sembrare intelligente
L’articolo svela l’esistenza di un esercito invisibile di lavoratori umani impiegati da Google, tramite appaltatori come GlobalLogic (gruppo Hitachi), per addestrare e moderare le risposte del suo modello di AI Gemini.
Questi lavoratori, spesso professionisti altamente qualificati come insegnanti, scrittori o addirittura dottorati, sono sottoposti a pressioni notevoli, compensati con salari modesti (16-21 dollari l’ora), e privi di un adeguato supporto psicologico nonostante debbano interagire frequentemente con contenuti disturbanti come violenza, pornografia e linguaggio d’odio.
Molti di loro denunciano un ambiente opaco e stressante, scadenze serrate e una crescente disillusione rispetto all’efficacia e all’etica dei prodotti AI che stanno contribuendo a costruire.
Le testimonianze raccolte mostrano che la qualità del lavoro viene spesso sacrificata per rispettare tempi stretti, con implicazioni dirette sulla sicurezza e affidabilità delle risposte generate da Gemini.
Particolarmente preoccupante è l’obbligo di valutare contenuti anche in assenza di competenze specifiche, soprattutto in ambiti delicati come medicina e astrofisica.
Il progressivo allentamento delle regole su contenuti sensibili, incluso il permesso di ripetere insulti razziali o contenuti pornografici se inseriti dall’utente, è visto da molti come il segnale che la corsa al mercato ha superato la priorità sulla sicurezza.
Pur essendo fondamentali per il funzionamento dei chatbot, questi lavoratori restano nell’ombra, senza garanzie di continuità occupazionale.
L’AI, spacciata per rivoluzionaria e autonoma, si rivela ancora fortemente dipendente dall’intervento umano, alimentata dal lavoro invisibile e mal retribuito di migliaia di persone.
Londra ha celebrato ieri una vittoria, o almeno così è stata presentata. Accordi da capogiro con Microsoft, Nvidia e OpenAI, un nuovo corridoio di data center nel nord-est e la promessa di un cluster di GPU mai visto prima in Europa. I ministri hanno parlato di “IA sovrana britannica”, i giornali hanno esultato per i posti di lavoro e il prestigio tecnologico.
L’investimento americano sembra puntare a unire i punti di forza degli Stati Uniti, ossia costruzione di infrastrutture, capacità e capitali per l’IA, con l’innovazione e la creatività che in UK nascono da università, start-up e grandi aziende.
Eppure, guardando oltre la retorica ed il puro marketing, il quadro appare diverso. Con i nuovi accordi miliardari siglati con gli USA, il Regno Unito non ha conquistato indipendenza, ma ha piuttosto negoziato un ruolo da avamposto europeo delle infrastrutture statunitensi.
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Alcuni analisti hanno parlato apertamente di “colonia tecnologica”.
Nick Clegg, come riportato da Reuters, ad esempio ha descritto il Paese come “aggrappato ai lembi della giacca di Zio Sam”, mentre l’avvocato Alex Kirkhope ha avvertito che basare l’IA britannica su software e data center americani significa compromettere inevitabilmente la propria leva politica.
A rendere la posizione ancora più delicata è il rischio di frizioni con l’Unione Europea, che resta il principale partner commerciale di Londra. Un eccessivo allineamento con Washington potrebbe, infatti, limitare l’accesso al mercato europeo proprio nel momento in cui la crescita economica dipende dalle esportazioni. Come ha osservato Peter Holmesdell’UK Trade Policy Observatory,
“Il Regno Unito ha fatto del suo meglio in una situazione sfavorevole, ma l’esito reale dipende dagli umori di Trump, non dalle strategie britanniche”.
Il cuore dell’intesa
Il patto, proclamato esplicitamente da Trump come una rivalsa sulla concorrenza cinese ed un traguardo per la corsa USA all’intelligenza artificiale, prevede che sul suolo britannico vengano eseguiti i modelli più avanzati di OpenAI, accessibili a laboratori nazionali, enti pubblici e imprese europee.
Microsoft ha già prenotato gran parte della capacità, Nvidia ha vincolato capitale e forniture, mentre OpenAI instraderà i suoi sistemi attraverso “Stargate UK”.
In parole povere, Londra guadagna potenza di calcolo, status internazionale e un posto in prima fila nel teatro europeo dell’intelligenza artificiale. Ma il controllo vero, i pesi dei modelli, i ritmi degli aggiornamenti, la governance della sicurezza, resta saldamente a Washington.
La sovranità capovolta
“Ecco l’inversione – commenta su Linkedin Francesco La Penta, Phd Director dell’Institute of Future and Innovation Studies di Roma – Il governo britannico parla di “sovranità”, ma in realtà ha stretto un accordo di custodia delegata. Velocizzando permessi, facilitando le connessioni alla rete e garantendo tutele legali, Londra si propone come il terreno più fertile e conveniente per gli interessi tecnologici americani” spiega.
Questa scelta consegna al Regno Unito indubbiamente un vantaggio tattico. Fino a quando Parigi, Berlino e Bruxelles non riusciranno a costruire infrastrutture veramente autonome, Londra sarà il punto di accesso obbligato al calcolo di frontiera. Non indipendente, ma indispensabile.
Un “paese piattaforma”
In pratica, secondo tutte queste voci autorevoli, il patto segna la trasformazione della Gran Bretagna in uno “Stato piattaforma”, ovvero uno spazio giuridico e finanziario in cui l’IA americana atterra, si radica e si espande, gestita a beneficio dell’Europa. Londra baratta autonomia con centralità, scommettendo che influenza, prestigio e occupazione valgano più della sovranità.
Tuttavia, c’è da dire che l’influenza di Starmer mostra chiaramente i suoi limiti. Pur avendo ottenuto una riduzione dei dazi sull’acciaio, fissati al 25% rispetto al 50% imposto ad altri Paesi, il tentativo di spingerli ancora più in basso, o di ottenerne la rimozione, si è concluso con un nulla di fatto. Sul piano geopolitico, inoltre, le distanze restano nette: Londra e Washington continuano a dividersi sul riconoscimento di uno Stato palestinese e sull’approccio di Trump alla guerra in Ucraina.
La verità di ieri
In definitiva, non è stata scritta la storia della sovranità digitale britannica. È stata scritta la storia di un paese che ha scelto di essere indispensabile, ma non indipendente. Il Regno Unito si è offerto come snodo europeo dell’energia e dell’intelligenza artificiale americana. Una posizione utile, potentissima, ma che porta il marchio chiaro di chi, alla fine, comanda davvero.
Se il piano andrà a buon fine, il Regno Unito potrebbe sedere al vertice delle potenze europee del calcolo. Se invece le infrastrutture tarderanno, resterà solo il segno di una dipendenza travestita da indipendenza.
Chatbot e social, la proposta Madia-Mennuni per l’età minima
Il rapporto complesso e rischioso dei minori con le nuove tecnologie
Il rapporto tra ragazzi e strumenti tecnologici è da tempo oggetto di studio e indagine. Il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale (AI) e la diffusione delle sue applicazioni, soprattutto di chatbot, ha aumentato l’attenzione di esperti e Istituzioni sulla relazione tra minori e servizi digitali, che si è fatta sempre più complessa.
Sul tema, la Rome Future Week di cui Key4Biz è media partner ha organizzato presso il Teatro Palazzo Santa Chiara la conferenza “AI Ragione Tu! L’infanzia incontra i chatbot”, con l’obiettivo di delineare un quadro teorico e critico per analizzare la natura del rapporto tra chatbot affettivi e sviluppo emotivo dei minori, a partire da tre prospettive chiave: tecnologica, psicosociale e normativa.
Scorza (Garante Privacy): “Pendiamo troppo facilmente dalle labbra dei chatbot”
In un video messaggio dalla 47ª Global Privacy Assembly di Seul, Guido Scorza, Componente del Collegio del Garante per la Protezione dei Dati Personali, ha ricordato che l’estrema dipendenza dell’uomo della tecnologia è un vecchio problema, già evidenziato nel 1966 dall’informatico Joseph Weizenbaum con il suo chatbot sperimentale “Eliza”, primordiale programma informatico che consentiva a uomo e macchina di ‘dialogare’ con un linguaggio che sembrasse il più possibile naturale.
“Un esperimento accademico ben riuscito, ma che fin da subito ha posto al suo sviluppatore molti dubbi sulle potenzialità di questa tecnologia. Weizenbaum aveva capito che gli uomini troppo facilmente si affidano alle macchine”, ha commentato Sforza.
“Il numero di chatbot potrebbe presto superare quello degli esseri umani al mondo – ha detto Scorza – milioni di persone ogni giorno pendono dalle labbra dei chatbot. I bambini sono i più esposti e sono anche le prime vittime di questa tecnologia”.
Il componente del Collegio dell’Autorità si è chiesto poi: “Chi difende il diritto ad una crescita sana ed equilibrata? Chi vigila sull’impatto che questi servizi basati sull’AI hanno sulla mente dei più piccoli? Generalmente i benefici dell’innovazione tecnologica superano sempre i rischi, ma in questo caso il dubbio è lecito: questa tecnologia rappresenta davvero un progresso? O forse stiamo guidando a fari spenti in mezzo alla nebbia, consapevoli che ci sono bambini che attraversano la strada di continuo?”.
Caffo (Telefono Azzurro): “Dobbiamo costruire un sistema di mediazione tra le imprese e le persone”
“Se prima la grande battaglia era sulla regolamentazione per la protezione dei dati, oggi la sfida è molto più complessa. Se non riusciamo a porre limiti all’accesso dei bambini al mondo del digitale e dei suoi servizi riusciremo difficilmente a governare questo processo”, ha affermato Ernesto Caffo, Presidente Fondazione S.O.S. Il Telefono Azzurro ETS.
“Oggi abbiamo l’AI nelle scuole e questo va avanti senza nessun tipo di limitazione. I dati raccolti non si sa che fine fanno e come sono trattati. I ragazzi accedono su piattaforme come chatGPT o Grok che sono fortemente attrattivi. Piattaforme dove i ragazzi, che non vengono giudicati o ripresi in alcun modo e dove quindi si sentono liberi, pensano di essere in grado di vivere la propria esperienza senza pericoli, subendo invece un processo di mercificazione”, ha proseguito Caffo.
“I ragazzi arrivano da noi che hanno già parlato prima con i vari chatbot e non va dimenticato che i più giovani sono dei grandi produttori di dati e quindi delle miniere d’oro per i fornitori di queste tecnologie. Dobbiamo costruire un sistema di mediazione tra le imprese e le persone, a livello nazionale ed europeo. In Europa ho percepito un grande sbilanciamento tra le grandi aziende tecnologiche e i Governi, apparentemente troppo fragili sul tema. Le leggi proposte ed attuate sembrano strumenti più dichiarativi che sostanziali – ha aggiunto Caffo – e serve un dibattito pubblico più ampio, perché dobbiamo trovare gli strumenti di supporto migliori, i più adeguati, per non trovarci in situazioni sempre più critiche”.
Lapenta (John Cabot University): “I minori passano più tempo con l’AI che genitori e insegnanti”
“Ogni tecnologia crea una forma di dipendenza”, ha sottolineato Francesco Lapenta, Direttore dell’Institute of Future and Innovation Studies presso John Cabot University.
“II problema dell’AI in rapporto con i bambini e i minori in generale è che si sta riducendo il tempo che i giovani passano con le Istituzioni di questo paese, dalla famiglia alla scuola. Dobbiamo capire quando la tecnologia è additiva, cioè crea possibilità, o è sottrattiva, come nel caso dell’AI”, ha precisato Lapenta.
“II genitore, il legislatore o l’insegnante, hanno a cuore il futuro dei bambini certamente più di OpenAI o Google. Questi si occupano di mercato e profitti, non di cura e attenzione alla fragilità. La sottrazione diventa pericolosa ancora di più quando queste istituzioni pensano di poter delegare il benessere del minore a queste piattaforme. La fragilità non è causata dalle piattaforme, le cause preesistono, vengono prima, sono di altra origine. L’AI risponde nel contesto, ‘here and now’, la responsabilità dell’insegnante o dello psicologo si misura nel tempo”, ha chiarito Lapenta.
Madia (PD): “Serve una legge che stabilisca un’età minima di accesso a internet e social”
“Quando ci si occupa di diritti dei minori non si può strumentalizzare il problema come ‘di parte’, bisogna muoversi insieme e collaborare il più possibile. La nostra è stata una scelta etica di base, partita dal voler superare la cultura del divieto come metodo per risolvere i problemi. Se le imprese stesse pongono dei limiti di età per frequentare queste piattaforme, questi ‘luoghi’ di interazione, che offrono opportunità e nascondono dei rischi, che non possiamo ignorare, significa che il problema del rapporto tra minori e tecnologia sussiste e va affrontato”, ha dichiarato Marianna Madia, Deputata del Partito democratico e già Ministra per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione.
“La scienza ha dimostrato che un uso prematuro di questi strumenti può portare a varie forme di dipendenza, a forme di ansia e depressione, espone a truffe, bullismo digitale, violenza psicologica e purtroppo può portare a vere e proprie tragedie. Si può constatate inoltre un calo del livello di apprendimento, di attenzione, della vista – ha detto Madia – fino all’insorgere di disturbi endocrini, di obesità e di salute mentale. Nel momento in cui è dimostrato che il crollo del costo dello smartphone, che oggi è il regalo più diffuso per bambini di 10 anni, va di pari passo con la crescita esponenziale di accessi a neuropsichiatria infantile, noi ci chiediamo come rapportarci a questa tecnologia. Siamo dentro una bomba sociale, che è amplificata dall’uso prematuro di questi strumenti tecnologici”.
“Serve una legge nazionale che stabilisca un’età minima di accesso a internet e ai social network. Solo così possiamo garantire ai nostri bambini e ragazzi una reale tutela dai rischi online. Noi vogliamo introdurre nel nostro ordinamento una età minima per entrare sui social, i 15 anni. Lo ha detto anche la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, non possono essere gli algoritmi ad educare i nostri figli. Noi italiani possiamo lavorare ad una legge pioneristica su questo”, ha concluso Madia.
Madia ha avviato un percorso parlamentare con un testo bipartisan insieme alla senatrice Lavinia Mennuni per regolare l’accesso a social e internet e introdurre un’età minima, con l’obiettivo di rendere effettive le leggi europee sul divieto di profilazione dei minori, che senza un chiaro limite di età ed efficaci sistemi di verifica diventano inapplicabili.
Mennuni (FdI): “Nel mini wallet digitale europeo le piattaforma dovranno verificare l’età degli utenti con un sistema unificato”
“Speriamo che la legge venga approvata. Abbiamo pareri favorevoli sul testo, ma un elemento molto positivo è stato che durante l’anno, a livello trasversale, i parlamentari si sono riconosciuti sul tema, grazie alla comunità scientifica che ha confermato l’importanza della proposta, ci sono tutti i presupposti perché l’iniziativa vada a buon fine”, ha dichiarato la stessa senatrice Lavinia Mennuni.
“In commissione bicamerale c’è stato un dibattito sui disturbi alimentari, che sono aumentati a dismisura da quando sono arrivati gli smartphone – ha proseguito Mennuni – perché i ragazzi hanno una fruizione delle notizie e delle conoscenze che prima non c’era. Vuoi dimagrire rapidamente, te lo spiega un chatbot, che può darti anche i migliori consigli per suicidarti, come se fosse la cosa più normale del mondo. I ragazzi passano anche 7 ore al giorno sul telefono, molto di più che con i genitori, che di fatto non si accorgono di cosa accade nella vita dei figli, rapiti da queste tecnologie”.
“È impossibile delegare il ruolo di controllo ai genitori. Le istituzioni devono intervenire e un limite minimo per la libertà di accesso è già un aiuto. A 15 anni c’è una maturità maggiore rispetto ai 13 previsti oggi per interagire con queste piattaforme. Sull’age verification l’Europa deve fare presto e meglio. L’Italia fa parte del programma pilota per la sperimentazione del mini wallet digitale europeo, dove le piattaforme, obbligate dal DSA, potranno verificare l’età degli utenti con maggiore facilità, tramite un sistema unificato valido per tutti. Un strumento in più contro le pratiche online che mettono a rischio i nostri figli”, ha sottolineato la senatrice.
AI nella PA, i progetti EUSAIR e BETTI di Lepida e Regione Emilia-Romagna
Rispondendo alla recente ricognizione dell’Unione europea sulle politiche per una data strategy efficace, Lepida e Regione Emilia-Romagna hanno contribuito segnalando rischi e opportunità. Tra i principali rischi evidenziati vi sono la necessità di prevenire divulgazioni, anche involontarie, di dati sensibili, evitare che gli algoritmi amplifichino discriminazioni e garantire il rispetto costante delle normative.
Sul fronte delle opportunità, invece, sono stati individuati strumenti tecnologici abilitanti, come soluzioni per la privacy, l’apprendimento federato, la blockchain e altre innovazioni, insieme alla possibilità di utilizzare ambienti protetti di sperimentazione (sandbox) da attivare prima di procedere a un’implementazione su larga scala.
Poiché rischi e opportunità variano a seconda dei settori, un approccio unico non è considerato adeguato. Anche la Pubblica Amministrazione deve poter sperimentare politiche mirate, utili alla definizione di standard tecnici condivisi e di un quadro normativo realmente interoperabile.
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In questa prospettiva, Lepida e Regione stanno portando avanti iniziative concrete per affrontare gli scenari futuri. Da un lato sperimentare buone pratiche in ambienti protetti, come avviene con il progetto EUSAIR, dall’altro diffondendo buone pratiche attraverso iniziative quali il progetto BETTI, dedicato all’intelligenza artificiale generativa.
Queste azioni puntano a individuare rischi specifici da affrontare con opportune strategie per costruire regole chiare per garantire interoperabilità e libero flusso dei dati, con particolare attenzione al settore pubblico.
Meta Ray-Ban Display: la “superintelligenza” a portata di sguardo
Gli occhiali più attesi sono i Ray-Ban Display. Integrano un mini-schermo ad alta risoluzione nell’angolo destro della lente, visibile solo da chi li indossa, che permette di controllare messaggi, mappe e social, scattare foto e video, ascoltare musica e interagire con l’assistente Meta AI senza toccare lo smartphone.
La vera rivoluzione è però nei comandi gestuali: oltre a touch e voce, entra in gioco il Meta Neural Band, un braccialetto che sfrutta l’elettromiografia per interpretare i segnali muscolari della mano. Con piccoli movimenti delle dita si naviga tra funzioni e contenuti, in uno stile che richiama l’iconico film con protagonista Tom Cruise: Minority Report. La batteria promette fino a 18 ore di utilizzo, con custodia-ricarica inclusa. Disponibili dal 30 settembre negli Stati Uniti a partire da 799 dollari, arriveranno nel resto del mondo dal 2026.
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“Questi occhiali sono ideali per la superintelligenza – ha dichiarato Zuckerberg – perché ti permettono di restare nel presente sfruttando al massimo l’AI: memoria potenziata, comunicazione migliore e sensi ampliati”. Un entusiasmo condiviso da Francesco Milleri, presidente e CEO di EssilorLuxottica: “Con Meta stiamo disegnando orizzonti nuovi”.
La visione di Zuckerberg: dalla superintelligenza personale ai wearable
Già in passato Zuckerberg aveva parlato di una “superintelligenza personale” destinata a diventare l’assistente quotidiano di ogni individuo. Non a caso Meta ha investito miliardi in EssilorLuxottica, puntando a produrre fino a 10 milioni di unità l’anno entro il 2026, dopo aver già superato i 2 milioni di dispositivi venduti.
Oakley Meta Vanguard: la risposta per gli sportivi
Accanto ai Ray-Ban Display, Meta ha presentato gli Oakley Meta Vanguard, occhiali pensati per chi pratica sport. Resistenti all’acqua, stabili sul naso e compatibili con caschi da ciclismo, integrano fotocamere ad alta risoluzione con modalità slow motion e hyperlapse, audio immersivo e cinque microfoni che riducono il rumore del vento durante chiamate e comandi vocali. Non manca l’integrazione con piattaforme come Garmin e Strava, che permettono di ricevere riepiloghi degli allenamenti direttamente nell’app Meta AI. Offrono fino a 9 ore di autonomia e costeranno 499 dollari. Saranno disponibili anche in Italia.
Ray-Ban Meta Gen 2: più batteria e una fotocamera migliore
Completa il trittico la seconda generazione dei Ray-Ban Meta, evoluzione del modello 2023. Più autonomia (fino a 8 ore) e una fotocamera ultra grandangolare da 12 megapixel sono i punti forti. Disponibili anche in Italia, partiranno da 419 euro.
Zuckerberg considera gli occhiali intelligenti il primo passo verso la superintelligenza personale e per questo motivo è stato inserito nella Top 100 AI dal TIME, noi a proposito gli abbiamo dedicato anche un articolo qui.
Il problema più grande resta il nodo privacy: la capacità di registrare foto, video e conversazioni senza che gli altri se ne accorgano continua a sollevare dubbi tra utenti e autorità.
Sprint-Italia, l’innovazione amica delle persone. l’AI non fa paura ma va regolata
“L’intelligenza artificiale non spaventa gli italiani, purché sia regolata e orientata al bene comune“. È la conclusione emersa da “Sprint Room – L’innovazione amica delle persone”, l’evento organizzato oggi alla Camera dei Deputati da Sprint-Italia con il patrocinio di Unione Nazionale Consumatori, nell’ambito della Rome Future Week, di cui Key4Biz è media partner.
Il convegno, ospitato dalla Vicepresidente della Camera Anna Ascani e introdotto da Massimiliano Dona (Presidente UNC), ha rappresentato un dialogo strutturato tra diversi stakeholder dell’innovazione.
Ascani: ‘Tecnologia deve aiutare le persone. Ma un fondo di paura resta’
“Si sente tanto parlare del ruolo sempre più pervasivo dell’AI nelle nostre vite – ha detto Anna Ascani, vice presidente della Camera – ma un fondo di paura resta sempre. L’AI ci può rubare il lavoro e l’innovazione, a volte ci può fregare, con tutte le truffe che si sentono. E’ per questo che bisogna parlare e usare la tecnologia sempre in modo trasparente anche per quanto riguarda gli algoritmi. La tecnologia va sempre usata come mezzo e mai come fine, soltanto a scopo di business”.
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“Il progetto Sprint, promosso dall’Unione Nazionale Consumatori, esce dalla mera dimensione digitale e e valorizza contenuti ad alto impatto sociale”, ha detto il Presidente della UNC Massimiliano Dona, che ha fatto della tutela dei consumatori e della trasparenza digitale e nella lotta alle truffe digitali una battaglia di civiltà.
La ricerca: Gli italiani promuovono il digitale soprattutto in ambito di Sanità e Ambiente
E’ quanto emerge dalla ricerca “INNOVAZIONE AMICA Gli italiani promuovono l’innovazione quando supporta sanità e ambiente”, presentata da Gianni Bientinesi (Presidente Business Intelligence Group). “Attenzione al cosiddetto dislivello prometeico, vale a dire quando l’uomo, che ha creato la tecnologia, ne perde il controllo”, dice Bientinesi.
Dalla ricerca emerge che gli italiani promuovono l’innovazione quando supporta la sanità e l’ambiente.
I giovani sono più propensi all’ambiente, mentre gli adulti guardano di più alla salute per evidenti motivi anagrafici.
Nei prossimi 5 anni l’impatto positivo più evidente dell’Intelligenza Artificiale riguarderà il lavoro.
Fra i maggiori timori la perdita del lavoro per il 26% del campione
C’è da dire che accanto all’uso improprio dei dati e alle fake news, un buon 26% degli intervistati, uno su quattro, teme di perdere il lavoro a causa dell’AI. Un dato tutto sommato inferiore alle aspettative, ma pur sempre da considerare.
C’è infine un tema importante che riguarda l’inclusione sociale dell’innovazione, con la necessità di non tagliare fuori nessuno. Non sarà facile.
Parola agli esperti
Per Jacopo Ierussi, Presidente Assoinfluencer, “l’innovazione è un dato sociale che ha dato vita alla content creation economy, migliaia di professionisti che hanno trasformato la creatività e l’uso delle piattaforme in una leva di crescita spesso anche culturale. La tecnologia non è un fine in sé, ma deve servire le persone”. Ierussi sottolinea poi l’importanza di avere un quadro di regole chiaro. “la certezza del diritto è importante, soprattutto con la crescita impetuosa nel contesto della content creation. Per molti l’influencer è un hobby, ma non è così. Per me è il contrario e quindi ben venga il codice Ateco e i codice di condotta Agcom, che per quanto non ve ne fosse bisogno (potevamo autoregolarci) ha comunque aperto la strada da percorrere che è ancora lunga”.
Per Fjona Cakalli, tech reporter e conduttrice Tv, “la tecnologia serve per darci una mano, è la tecnica evoluta attraverso la scienza – dice – di solito la proiettiamo nel futuro, ma in realtà è già presente fra noi. Ma la tecnologia è complessa. Bisogna darle il giusto peso, anche all’AI perché il rischio è di venirne investiti”. E questo vale a maggior ragione per il rischio di truffe. “Però faccio notre che le truffe ci sono da sempre, al tempo del Medioevo ad esempio c’era il fenomeno delle false reliquie. Oggi chi truffa conosce bene la psicologia delle persone e agisce sull’aspetto emozionale”.
Conferma Massimilano Dona, “oggi le truffe hacker sono più psicologiche che tecnologiche”, il tutto però arricchito dalla possibilità di falsificare in digitale voci e volti in modo molto semplice.
Stefano Rossi: ‘Noi non dobbiamo essere amici della tecnologia. Oggi c’è una fuga dalla realtà per il virtuale’
Critico l’intervento di Stefano Rossi Psicopedagogista, scrittore e divulgatore: “Noi non dobbiamo essere amici della tecnologia. Il virtuale e la tecnica si mangiano la realtà. La tecnologia non è neutra, il suo obiettivo è mangiarsi fette sempre più grosse della realtà. La tecnologia cambia il cervello dei bambini e quello degli adulti”. Il rischio di un abuso delle tecnologie è la fuga dalla realtà perché il virtuale “è più morbido, meno conflittuale”. Ma questo incide negativamente soprattutto sui ragazzi che perdono empatia e l’autostima crolla senza un consenso online. “Se fa tutto ChatGPT, che fine farà la creatività dei ragazzi?”, domanda Rossi. Attenzione quindi a idolatrare la tecnologia.
Sulla necessità di trovare una strategia condivisa per regolare l’uso dell’AI ha puntato il suo intervento Giulia Pastorella, deputata di Azione che ha parlato della nuova legge sull’AI, approvata ieri. “Ieri sono state approvate le regole in Parlamento con il via libera al DDL AI – ha detto – ma invece la strategia giace come lettera morta. Arginare la tecnologia in maniera preventiva è sbagliato, è anche una questione culturale”.
Del ruolo ambivalente dell’AI ha parlato Valerio Rosso, medico-chirurgo, psichiatra e psicoterapeuta: “Cos’è che rende un oggetto pericoloso? L’oggetto in sé non è pericoloso, ma l’uso che se ne fa”, ha detto facendo l’esempio della chetamina, inizialmente demonizzata per divenire poi un medicinale usatissimo se utilizzato nella maniera corretta. Lo stesso vale per il fentanyl. Ma lo stesso ragionamento vale anche per l’AI.
Parola alle aziende
Per Anastasia Buda, Corporate Social Responsibility & Internal Communication Manager di Samsung Electronics Italia, “l’importanza del fattore umano resta centrale” anche nell’uso dell’AI. Molto spesso le persone non conoscono le tecnologie ed è per questo che Samsung, insieme con l’UNC, ha realizzato un progetto che si chiama 5 Tech Tips per aiutare ed includere le persone all’uso più consapevole del digitale. “L’ignoranza digitale è trasversale, l’unica soluzione è studiare e riflettere”, aggiunge Buda.
Attenzione profonda per la comunicazione da parte di Coca Cola, che dal 1956 ha una policy di marketing responsabile che, al netto dell’evoluzione dei media, mette al centro la tutela dei più piccoli. “Coca Cola non fa comunicazione ai minori di 13 anni, per loro serve l’intermediazione dei genitori, e noi non vendiamo i nostri prodotti nelle scuole elementari”, dice Cristina Camilli, Public Affairs, Communication and Sustainability Senior Director di Coca-Cola per l’Italia e l’Albania. Camilli ha poi raccontato del ruolo dei creator per la comunicazione Corporate, che l’azienda ha adottato per raccontare il cambiamento delle bottiglie fatte di materiale soltanto riciclato.
E mentre il presidente della Fondazione Pensiero Solido, l’ex parlamentare Antonio Palmieri, elogia la lentezza “Noi siamo schiacciati dalla tecnologia, dobbiamo trovare il tempo di fermarci” e di mettere sempre il fattoee umano al centro dello sviluppo tecnologico, Filippo De Caterina, Director of Corporate Communications, Sustainability & Public Affairs L’Oréal Italia, racconta degli investimenti del maggior gruppo mondiale della cosmetica in innovazione, con il beauty tech e diversi device specifici: “il virtual try on e l’investimento in una startup che produce un doccino che consente di risparmiare il 30% di acqua. C’è anche un fondo di venture capital e un incubatore”.
iliad e la guerra al CLI spoofing
Dal canto suo, anche iliad è impegnata nella battaglia quotidiana alle truffe. “Noi siamo impegnati per dare strumenti di difesa alle persone, ad esempio contro lo spoofing – dice Michele Rillo, Chief of Staff and External Affairs Director di iliad Italia – la tecnologia è uno strumento in questo senso, ma la tecnica non è agnostica, la differenza la fanno sempre gli uomini anche con ChatGPT”.
Il caso dello spoofing è eclatante, si tratta della falsificazione dell’identità del chiamante. “AGCOM sta intervenendo, ha già bloccato le chiamate da fisso che arrivano dall’estero con prefisso italiano. Il filtro sulla linea mobile entrerà in vigore il 19 novembre, è più complicato che con il fisso”, aggiunge Rillo. “I truffatori poi si inventeranno qualcosa per aggirare i filtri, qualche escamotage tecnologico”. La battaglia continua.
Le piattaforme
Luana Lavecchia, responsabile dellerelazioni pubblichee istituzionali di Tik Tok per l’Italia, ha raccontato delle opportunità per le PMI date dalla piattaforma di eCommerce TikTok Shop. “Da noi non serve fare un video da influencer, ma basta fare dei contenuti da content creator”, ha detto Lavecchia. “Nel 2023 abbiamo lanciato un progetto con Confartigianato che è andato grazie al dietro le quinte e il come è fatto”, ha aggiunto. Dall’incontro fra creator e brand è nato il cosiddetto “discovery commerce”, un ibrido fra intrattenimento e business.
Dal canto suo, Facebook si è soffermato sull’impegno della piattaforma per la age verification, che deve essere centralizzata e non applicata soltanto ai social. Ma il filtro devono essere i genitori e la regolamentazione deve essere quanto meno a livello europeo. Facebook ha lanciato lo scorso anno il “teen account” destinato agli under 16 con tanto di limitazioni di interazione e contenuti. I genitori hanno la facoltà di sospendere l’attività dei figli e possono intervenire sullo screen time.
Mattia Tarelli, Government Affairs and Public Policy Manager di Google, ha parlato dei risultati di Youtube, che può persino fregiarsi del progetto di una collaborazione attiva con il Quirinale “Costituzione in shorts”. Si tratta di alcune video pillole su altrettanti articoli della Costituzione al quale ha partecipato anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha commentato l’articolo 1 consultabile sul canale Youtube del Quirinale.
Le conclusioni
Ha tirato le somme della giornata la senatrice Dolores Bevilacqua: “La tecnologia è nello stesso tempo amica per alcuni e nemica per altri e non è poi tanto neutra – ha detto – l’AI usata per la diagnosi precoce del tumore è fantastica, è una conquista fenomenale. Ma i ragazzi che si affidano all’AI per avere un consulto psicologico o che chiedono diagnosi allora non va bene. E’ per questo che servono le regole della politica. I ragazzi che usano ChatGPT per fare i compiti rischiano di perdere il loro pensiero critico. Bisogna adattarsi al cambiamento e il compito della politica è accompagnare le persone nel cambiamento”.
Riconoscimento facciale negli aeroporti. Stop del Garante Privacy a Milano Linate: “Non conforme al GDPR”
Sospeso il sistema SEA perché non conforme al regolamento europeo sulla protezione dei dati: “Trovare soluzioni alternative”
Il riconoscimento facciale negli aeroporti italiani resta possibile, ma a precise condizioni. Lo ha chiarito il Garante per la protezione dei dati personali dopo le notizie circolate nei giorni scorsi sul blocco del cosiddetto face boarding. L’Autorità ha puntualizzato in una nota che il divieto riguarda esclusivamente la soluzione adottata da SEA – Società Esercizi Aeroportuali, gestore degli scali milanesi, ritenuta non conforme al Regolamento europeo sulla protezione dei dati (GDPR).
Con una decisione assunta l’11 settembre 2025, il Garante ha ordinato a SEA la sospensione del sistema “FaceBoarding”, già testato presso l’aeroporto di Milano Linate. L’Autorità aveva peraltro avvertito la società sin dal dicembre 2024 dell’incompatibilità della tecnologia utilizzata, invitandola a valutare soluzioni alternative. La decisione si inserisce nel solco del parere n.11 del Comitato europeo per la protezione dei dati (EDPB) del 23 maggio 2024, che ha fissato criteri stringenti sull’uso dei dati biometrici in ambito aeroportuale.
SEA ha spiegato quanto accaduto in un comunicato stampa, in cui ha precisato che l’azienda ha inteso fornire “attraverso il FaceBoarding” un servizio teso a rafforzare la sicurezza negli aeroporti “con un sistema che, rispettoso di tutte le norme in materia di privacy e disponibile solo per i maggiorenni che lo richiedano e si registrino al servizio, garantisce ed agevola i passeggeri offrendo loro un’esperienza di viaggio più sicura, più veloce e fluida, in linea con i servizi tecnologici innovativi”.
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La Società milanese, “ritenendo di essere compliant con le norme di riferimento, sta collaborando attivamente con l’Autorità per chiarire tutti gli aspetti relativi al trattamento dei dati e per ottemperare alle richieste pervenute”.
L’obiettivo, ha precisato SEA, “rimane quello di garantire la sicurezza e la privacy dei passeggeri, in linea con le normative vigenti” e di ripristinare appena possibile il servizio di “FaceBoarding”.
Come funzionava il sistema SEA di Milano Linate
La soluzione adottata da SEA prevedeva l’utilizzo del riconoscimento facciale per consentire ai passeggeri, su base volontaria e solo se maggiorenni, di accedere ai controlli di sicurezza e all’imbarco senza presentare documenti.
L’obiettivo, come spiegato anche nel comunicato, era duplice: aumentare la sicurezza e velocizzare le procedure, in linea con l’evoluzione tecnologica degli aeroporti europei.
Il nodo critico, rilevato dal Garante, riguardava l’archiviazione centralizzata dei dati biometrici dei passeggeri, senza che questi avessero il pieno controllo sulle chiavi di cifratura. Una scelta incompatibile con i principi del GDPR, in particolare con la protezione dei dati “fin dalla progettazione” (privacy by design) e “per impostazione predefinita” (privacy by default).
Che dice la normativa europea
Il GDPR (articolo 9) classifica i dati biometrici come “categorie particolari” di dati personali, quindi a protezione rafforzata. Il loro trattamento è vietato, salvo eccezioni precise: tra queste, il consenso esplicito dell’interessato o altre basi legali fissate dal diritto europeo o nazionale.
I principi cardine restano quelli di liceità, correttezza, trasparenza, minimizzazione, integrità e riservatezza (articolo 5). Inoltre, i dati biometrici possono essere conservati solo per il tempo strettamente necessario e devono essere protetti con misure tecniche adeguate (articoli 25 e 32).
Il parere n.11 del Comitato europeo ha poi distinto quattro scenari tecnici per la conservazione dei dati. Sono stati giudicati conformi solo quelli in cui il modello biometrico:
resta nelle mani del passeggero, ad esempio su un dispositivo personale;
è archiviato in una banca dati centrale cifrata, con le chiavi di accesso sotto il controllo esclusivo del passeggero.
Sono stati invece giudicati non conformigli scenari in cui la gestione dei dati resta nelle mani di operatori aeroportuali o compagnie aeree, con rischio elevato di violazione della riservatezza e perdita di controllo da parte dei viaggiatori.
Il riconoscimento facciale è ammesso in aeroporto ma a determinate condizioni di legge
Il Garante ha ribadito che l’uso del riconoscimento facciale in aeroporto non è vietato in assoluto, ma deve adottare modelli tecnologici rispettosi della normativa europea. Oltre al consenso libero e informato dei passeggeri, sono obbligatorie:
una valutazione d’impatto (DPIA) sul trattamento dei dati biometrici,
misure tecniche e organizzative di sicurezza avanzata,
trasparenza e completa informazione agli interessati,
responsabilizzazione piena dei titolari del trattamento (accountability).
La partita del riconoscimento facciale negli scali italiani resta quindi aperta. La richiesta del Garante è chiara: trovare un equilibrio tra efficienza operativa e tutela dei diritti fondamentali. SEA, come altri gestori europei, dovrà dunque orientarsi verso soluzioni che garantiscano ai passeggeri il massimo controllo sui propri dati biometrici. Solo così il face boarding potrà diventare una realtà stabile e conforme al quadro normativo europeo.
L’uomo più potente dell’AI non è un programmatore pluripremiato. Non ha una laurea, tantomeno un dottorato in informatica che ormai sembra essere la norma nel settore. Ma ciò che manca a Sam Altman in titoli accademici, lo compensa con abilità negoziali, intuito politico e carisma. E non solo: perché le sfide che OpenAI affronta nel 2025 non riguardano soltanto la scrittura del codice giusto, ma richiedono un leader capace di muoversi tra le maree della Washington di Donald Trump, dialogare con i leader mondiali, gestire la costruzione di giganteschi data center e difendere la propria autorità interna, il tutto supervisionando un calendario di lanci degno di un’azienda dieci volte più grande di OpenAI.
A gennaio, si mormorava che l’alleanza tra Trump ed Elon Musk — cofondatore di OpenAI e da tempo in conflitto con Altman — avrebbe potuto isolare il CEO. Invece Altman ha saputo manovrare: due giorni dopo l’insediamento di Trump al secondo mandato, era lui al fianco del presidente alla Casa Bianca quando veniva annunciato un progetto da 500 miliardi di dollari per data center, con grandi benefici per OpenAI. La strategia AI di Trump, presentata a luglio, conteneva molte delle proposte che la stessa OpenAI aveva spinto in precedenza. Oggi Altman — ex democratico, un tempo molto critico verso Trump — è considerato vicino e in rapporti fruttuosi con il presidente. Lo stesso non si può dire di Musk.
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OpenAI: profit o no profit?
Parallelamente, Altman sta tentando di ristrutturare OpenAI per renderla più simile a un’azienda tradizionale. Un progetto controverso che potrebbe sbloccare miliardi di finanziamenti, ma che secondo i critici rischia di erodere il potere della componente non profit, creata per impedire che l’AI finisse preda degli incentivi perversi del mercato. L’operazione punta a sostituire l’attuale sistema di profit sharing con un assetto standard, in cui ogni investitore riceve una quota proporzionale di OpenAI. Il nodo principale resta la traduzione dei “profitti limitati” già promessi in nuova equity, soprattutto per Microsoft, investitore storico che deve approvare la ristrutturazione. Senza un accordo entro fine anno, OpenAI rischia di perdere 20 miliardi di dollari promessi da SoftBank, fondi necessari per gestire ChatGPT e addestrare i futuri modelli.
Nel frattempo, Altman continua a supervisionare la pipeline di ricerca e sviluppo. Ad agosto è arrivato GPT-5, che ha definito “come parlare con un esperto di livello PhD.” In un podcast di luglio ha raccontato di aver testato il modello girandogli una domanda da un’email alla quale lui stesso non sapeva rispondere: “Ha risposto perfettamente,” ha detto. “Mi sono sentito inutile rispetto all’AI.”
Non meno intensa l’agenda internazionale. A maggio Altman ha viaggiato in Arabia Saudita con la delegazione presidenziale, incontrando il principe ereditario Mohammed bin Salman. Secondo The Information, OpenAI avrebbe discusso possibili finanziamenti con il fondo sovrano saudita, vicino al trilione di dollari. Altman ha passato del tempo anche negli Emirati Arabi Uniti, dove OpenAI ha annunciato la costruzione di nuovi data center, decisione che ha sollevato preoccupazioni tra esperti di sicurezza nazionale USA.
Impatto su mercato, policy e sicurezza
Altman non è soltanto il volto di OpenAI: è diventato il mediatore tra industria, politica e finanza globale in un momento in cui l’AI plasma economia, sicurezza e geopolitica. In pochi mesi ha consolidato rapporti con Trump, tenuto testa a Musk, attratto miliardi in potenziali investimenti e guidato il lancio del modello più atteso dell’anno. La sua capacità di stare al crocevia tra business e potere politico lo rende oggi uno dei leader più influenti del pianeta tecnologico.
La vicinanza al governo USA e il ruolo nei negoziati globali rendono Altman un interlocutore chiave per i regolatori. Molti dei punti della strategia AI americana coincidono con le sue posizioni: un’influenza che suscita ammirazione e timori allo stesso tempo.
La costruzione di data center in Medio Oriente ha acceso l’attenzione sul possibile trasferimento di know-how sensibile. L’AI di OpenAI non è più solo un tema di innovazione, ma di geopolitica. Altman deve bilanciare la corsa alla superintelligenza con la protezione di infrastrutture e alleanze strategiche, evitando che la sua azienda diventi terreno di scontro tra potenze globali.
AI Act, Draghi: “Sospenderlo per i sistemi ad alto rischio”. Benifei (PD): “Sbagliato”
Draghi: “Sospendere AI Act in settori come le infrastrutture critiche e la sanità per valutarne impatto”
È lunga la coda delle reazioni a quanto detto da Mario Draghi, ex Presidente del Consiglio dei ministri del nostro Paese ed ex Presidente della Banca centrale europea (Bce), in occasione della Conferenza di alto livello organizzata dalla Commissione europea, dal titolo: “Un anno dopo il rapporto Draghi: cosa è stato realizzato, cosa è cambiato”.
Riguardo l’AI Act europeo, Draghi ha chiesto una sospensione temporanea dell’attuazione della fase più avanzata del regolamento, quella che riguarda i sistemi di intelligenza artificiale (AI) ad alto rischio, specialmente in settori come infrastrutture critiche e sanità. Draghi ha definito le norme in vigore una fonte di incertezza e ha suggerito di mettere in pausa questa fase dell’attuazione fino a quando non saranno meglio comprese le possibili conseguenze negative di queste regole.
“Le prime regole, che includevano il divieto di sistemi a “rischio inaccettabile”, sono state approvate senza particolari complicazioni. I codici di condotta firmati dalla maggior parte dei principali sviluppatori, insieme alle linee guida della Commissione di agosto, hanno chiarito le responsabilità. Ma la fase successiva, che riguarda i sistemi di IA ad alto rischio in settori come le infrastrutture critiche e la sanità – ha precisato Draghi – deve essere proporzionata e sostenere l’innovazione e lo sviluppo”.
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Sospensione del regolamento AI condivisa da molte imprese europee
Secondo l’ex Premier italiano, in sintesi, “l’attuazione di questa fase dovrebbe essere sospesa fino a quando non ne comprenderemo meglio gli svantaggi”. La riflessione riguarda la perdita di terreno dell’Ue rispetto a Stati Uniti e Cina nella competizione globale sull’intelligenza artificiale, anche a causa di problemi infrastrutturali, normative e costi energetici elevati. Draghi ha invitato a una riflessione approfondita prima di procedere oltre nell’implementazione delle regole, riflettendo una richiesta condivisa da molte aziende europee di una pausa per valutare meglio l’impatto della normativa.
Una posizione che diversi amministratori delegati di aziende del settore avevano già avanzato a luglio. Da ASML e Philips, da Siemens e Mistral, hanno chiesto una “sospensione di due anni” dell’AI Act. In una lettera alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, hanno affermato che ciò consentirebbe “sia un’attuazione ragionevole da parte delle aziende, sia un’ulteriore semplificazione delle nuove norme“.
Benifei (Parlamento Ue): “Necessario verificare i dati dell’addestramento, la cybersicurezza e la capacità di controllo umano sul sistema”
Intervistato da Arcangelo Rociola su La Repubblica, l’eurodeputato Brando Benifei, tra i relatori dell’AI Act, ha chiarito che un conto “è discutere del come e del quando”, un altro è proporre “di sospendere l’applicazione delle regole per i sistemi ad alto rischio che è prevista per agosto 2026”.
In poche parole, Benifei non è d’accordo con quanto affermato da Draghi, perché “se ad esempio un medico usa un sistema AI per fare diagnosi e elaborare terapie o una istituzione pubblica lo usa per stabilire quali profili scartare per delle assunzioni”, è fondamentale “verificare i dati dell’addestramento, la cybersicurezza e la capacità di controllo umano sul sistema”.
Un’operazione che “tocca agli sviluppatori a monte” fare, ha sottolineato l’eurodeputato italiano.
Semplificare non vuol dire deregolamentare
Nel frattempo, il vicepresidente esecutivo per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia della Commissione europea, Henna Virkkunen, ha annunciato che l’esecutivo dell’UE presenterà a dicembre un cosiddetto pacchetto omnibus digitale, che riesaminerà tutta la legislazione tecnologica esistente e potrebbe alleggerire l’onere per le aziende, riducendo ad esempio gli obblighi di rendicontazione o trasparenza. Ciò riguarderebbe anche le norme dell’Unione in materia di intelligenza artificiale.
“L’agenda di ‘semplificazione’ dell’UE non dovrebbe essere utilizzata per promuovere la deregolamentazione, soprattutto in assenza di prove credibili che ciò sarebbe necessario o efficace“, si legge in un documento pubblicato da un gruppo di oltre 50 organizzazioni, tra cui Access Now, Centre for Democracy and Technology Europe (CDT) e l’Organizzazione europea dei consumatori (BEUC).
AI, approvata la Legge italiana. Governance con ACN e AgID. I ruoli
Il Senato ha approvato in via definitiva la legge italiana sull’IntelligenzaArtificiale, rendendo l’Italia il primo Paese UE con un quadro nazionale pienamente allineato all’AI Act europeo. Dopo un iter durato due anni e tre letture parlamentari, il provvedimento entra ora in vigore con un impianto che disciplina sviluppo, adozione e controllo dell’AI nel rispetto dei diritti fondamentali e dei principi costituzionali.
Le modifiche apportate
Di seguito le diverse modifiche apportate dalla Camera:
L’articolo 3 specifica che l’uso dell’IA non deve interferire con il dibattito democratico e richiama la tutela della sovranità e dei diritti fondamentali nazionali ed europei;
L’articolo 4 richiede il consenso dei genitori per l’accesso dei minori di 14 anni e il trattamento dei loro dati personali;
L’articolo 5 introduce riferimenti alla robotica e al supporto alle micro, piccole e medie imprese nel settore IA.
La Camera ha soppresso l’obbligo di server nazionali per l’uso pubblico dell’IA (articolo 6) e l’approvazione dei trattamenti da parte dei comitati etici per la ricerca sanitaria (articolo 8).
Gli articoli 12, 16 e 19 riformulano clausole finanziarie e deleghe, istituendo l’Osservatorio sull’adozione dell’IA e il Comitato di coordinamento senza nuovi oneri per lo Stato.
L’articolo 20 disciplina il ruolo delle autorità pubbliche competenti in materia di IA, ferme restando le competenze del Garante per la privacy e dell’autorità per le comunicazioni.
La Governance
La legge introduce una governance basata su due autorità nazionali: l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), incaricata di vigilare con poteri ispettivi su sicurezza e adeguatezza dei sistemi, e l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), responsabile della gestione delle notifiche e della promozione di casi d’uso sicuri per cittadini e imprese.
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Il coordinamento generale spetta alla Presidenza del Consiglio attraverso la Strategia nazionale per l’IA, aggiornata ogni due anni e accompagnata da un monitoraggio annuale al Parlamento.
I punti chiave della Legge sull’AI
Principi e tutele: uso antropocentrico e sicuro; trasparenza, accessibilità e protezione dei dati.
Settori applicativi: sanità (centralità del medico, dati per ricerca), lavoro (osservatorio e dignità del lavoratore), PA e giustizia (supporto decisionale tracciabile), scuola e sport (formazione e inclusione).
Governance nazionale: ACN e AgID Autorità competenti; coordinamento presso la Presidenza del Consiglio; Strategia IA aggiornata ogni due anni e report annuale al Parlamento.
CDP sblocca i fondi per 1 miliardo di euro
Accanto al quadro normativo, il Governo ha previsto un pacchetto di risorse straordinarie per stimolare l’ecosistema innovativo nazionale. In particolare, Cassa Depositi e Prestiti (CDP), attraverso CDP Venture Capital, metterà a disposizione 1 miliardo di europer sostenere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale in Italia. I fondi saranno impiegati per la creazione di un nuovo strumento dedicato alle startup e ai progetti di ricerca, per rafforzare fondi già esistenti nel digitale e per attrarre investimenti privati, con l’obiettivo di accelerare il trasferimento tecnologico e valorizzare le filiere strategiche del Paese.
“Alle imprese diciamo con chiarezza: investite in Italia. Troverete una governance affidabile, regole trasparenti e un ecosistema pronto a sostenere progetti concreti” ha dichiarato il Sottosegretario AlessioButti.