La Cina ordina alle aziende tech di smettere di acquistare i chip AI di Nvidia

Secondo quanto riportato dal Financial Times, l’autorità cinese per il cyberspazio (Cyberspace Administration of China, CAC) ha imposto alle principali aziende tecnologiche nazionali, tra cui ByteDance e Alibaba, di interrompere immediatamente gli ordini e i test relativi ai chip AI di Nvidia, in particolare il modello RTX Pro 6000D.

Questa direttiva rappresenta un’escalation nella strategia di Pechino per ridurre la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti, in un contesto di crescente tensione commerciale tra le due potenze.

La decisione arriva a pochi giorni dall’accusa formale mossa dalla Cina contro Nvidia per presunte violazioni della legge antimonopolio, segnalando un ulteriore deterioramento dei rapporti bilaterali sul fronte tecnologico.

Mentre in passato i divieti si erano concentrati sul chip H20, progettato da Nvidia per conformarsi alle restrizioni statunitensi sull’export verso la Cina, la nuova misura è molto più incisiva, coinvolgendo anche il più recente RTX Pro 6000D, che avrebbe dovuto costituire una soluzione su misura per il mercato cinese.

Nonostante alcune aziende cinesi avessero già avviato test e pre-ordini per decine di migliaia di unità, l’ordine della CAC ha imposto la cessazione immediata delle attività con i fornitori di server Nvidia. Il mercato ha reagito prontamente alla notizia: le azioni di Nvidia sono scese dell’1% nel pre-market.

Questo sviluppo rafforza la volontà della Cina di favorire la produzione nazionale di semiconduttori e acceleratori AI, in linea con gli obiettivi strategici di sovranità tecnologica, e rappresenta un colpo significativo per Nvidia, la cui presenza in Cina era già limitata da vincoli normativi imposti da Washington.

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Business Insider autorizza i giornalisti a scrivere bozze con l’AI senza informare i lettori

Secondo quanto riportato dalla newsletter Status, Business Insider ha ufficialmente autorizzato i propri giornalisti a utilizzare strumenti di AI per redigere le prime bozze degli articoli, senza obbligo di trasparenza verso i lettori. Tale decisione, comunicata in un memo interno dall’editor-in-chief Jamie Heller, pone la testata tra le prime redazioni statunitensi ad adottare in maniera così estesa l’uso dell’AI nella produzione editoriale.

Le nuove linee guida definiscono l’AI come uno strumento equivalente ad altri usati per ricerca e montaggio immagini. Sebbene venga ribadita la responsabilità personale del giornalista sul contenuto finale, l’assenza di indicazioni obbligatorie sull’uso dell’AI nei testi pubblicati solleva interrogativi etici e rischi di trasparenza.

Solo i contenuti generati interamente dall’AI o non verificati saranno accompagnati da apposite etichette, escludendo invece le bozze AI modificate da giornalisti.

La notizia giunge in un contesto delicato per l’industria dell’informazione, che vive una trasformazione radicale tra crisi dei modelli di business e accuse di appropriazione indebita da parte delle Big Tech.

Business Insider, già coinvolta in controversie dopo la pubblicazione di articoli firmati da un presunto autore generato dall’AI, sembra ora voler normalizzare l’uso della tecnologia nel proprio flusso redazionale. La testata ha persino nominato un responsabile AI per la redazione e lanciato iniziative come uno strumento di ricerca basato su AI. I

nfine, il gruppo editoriale Axel Springer, proprietario di Business Insider, ha siglato accordi di licenza con colossi come Microsoft e OpenAI, rafforzando la sinergia tra editoria e intelligenza artificiale.

Tuttavia, la mancanza di disclosure verso i lettori rischia di compromettere la fiducia nel giornalismo e di amplificare le tensioni sul ruolo dell’AI nell’informazione.

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Maxi-accordo da $42 miliardi per AI, quantistica e nucleare. Londra apre la porta alla supremazia tech americana

Con un pacchetto da 42 miliardi di dollari destinato a rafforzare la cooperazione in ambito intelligenza artificiale, calcolo quantistico ed energia nucleare civile, il futuro tecnologico del Regno Unito sembra sempre più legato, se non addirittura vincolato, alle grandi aziende statunitensi.

L’annuncio, guidato da Microsoft e sostenuto dalle principali corporation americane, arriva in concomitanza con la visita di Stato del presidente Donald Trump, oggi accolto dalla famiglia reale a Windsor Castle.

Il Tech Prosperity Deal

Il cosiddetto “Tech Prosperity Deal” rappresenta il fulcro della seconda visita di Stato di Trump in Gran Bretagna. Secondo Downing Street, l’intesa prevede progetti congiunti per sviluppare modelli di intelligenza artificiale applicati alla sanità, ampliare le capacità del calcolo quantistico e accelerare i programmi di energia nucleare civile.

“L’accordo contribuirà a stimolare la crescita economica, la ricerca scientifica e la sicurezza energetica di entrambi i Paesi”, ha dichiarato il governo.

Tuttavia, non mancano interpretazioni più critiche. L’intesa potrebbe, infatti, consolidare la supremazia tecnologica statunitense in Europa, trasformando il Regno Unito in un avamposto strategico e in uno strumento per frenare le ambizioni di autonomia tecnologica dell’Unione Europea.

Starmer punta sulla crescita

Il premier britannico Keir Starmer ha sottolineato che l’accordo “ha il potenziale di plasmare il futuro di milioni di persone su entrambe le sponde dell’Atlantico, portando crescita e sicurezza”.

Per il Regno Unito, l’obiettivo è chiaro, ossia attrarre ulteriori investimenti e rilanciare un’economia stagnante da anni, adottando un approccio normativo più “leggero”, sul modello americano. Una strategia che contrasta apertamente con la linea più interventista dell’Unione Europea, spesso criticata da Trump, e che mira a rendere Londra la porta d’ingresso europea per le big tech USA.

Investimenti record delle big tech

Tra le iniziative più rilevanti figura la costruzione del più grande supercomputer di intelligenza artificiale del Regno Unito. Nvidia installerà 120.000 GPU nel Paese – il suo più grande dispiegamento europeo – e, in collaborazione con l’azienda britannica Nscale, fornirà fino a 60.000 chip Grace Blackwell Ultra per il progetto Stargate di OpenAI, sviluppato insieme a Microsoft.

Microsoft investirà complessivamente 22 miliardi di sterline per potenziare le infrastrutture cloud e AI, incluso il nuovo supercomputer che sorgerà a Loughton, nell’Essex, a nord-est di Londra.

“Vogliamo garantire che l’America resti un partner tecnologico affidabile per la Gran Bretagna”, ha dichiarato Satya Nadella, presidente e CEO di Microsoft. Brad Smith, presidente della compagnia, ha aggiunto che i rapporti con Londra sono “enormemente migliorati” rispetto ai “giorni bui” prima del via libera all’acquisizione di Activision Blizzard.

David Hogan, vicepresidente di Nvidia, ha affermato che questi investimenti renderanno il Regno Unito “un produttore di intelligenza artificiale, non un semplice utilizzatore”.

Google, dal canto suo, ha annunciato un investimento da 5 miliardi di sterline, che include un nuovo data center a Waltham Cross, a nord di Londra, oltre al rafforzamento della ricerca sull’IA attraverso DeepMind.

La società di cloud computing CoreWeave ha comunicato, invece, un piano da 1,5 miliardi di sterline per data center a basso consumo energetico in collaborazione con la scozzese DataVita, portando a 2,5 miliardi di sterline il totale dei suoi investimenti britannici.

Infine, altri colossi come Salesforce, Scale AI, BlackRock, Oracle, Amazon Web Services e AI Pathfinder hanno annunciato nuovi progetti, con impegni che spaziano da alcune centinaia di milioni a diversi miliardi di sterline.

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Rapporto Draghi un anno dopo: Serve una corsia preferenziale per le fusioni (delle telco). 5 spunti Tech dal discorso di Super Mario

Il Report Draghi sulla competitività della Ue compie un anno e nel suo discorso per fare il punto a 12 mesi dalla pubblicazione l’ex presidente della BCE dedica non poche parole al mondo del tech. In particolare, a partire dal tema della concorrenza, ricordato anche dalla presidente Ursula von der Leyen nel suo di discorso: la leader dell’esecutivo europeo ha sottolineato che Bruxelles guarderà da vicino al completamento del Telecom single market e ancora, ha chiesto un’accelerazione per quanto riguarda la disciplina della concorrenza nel suo complesso, con “la necessità di anticipare la pubblicazione della revisione delle linee guida UE sulle concentrazioni”.

La questione riguarda in primis la industry delle Tlc, che da anni chiede regole semplificate per procedere ad un percorso di consolidamento chiesto a gran voce da Draghi nel suo report ma che stenta a decollare, lasciando il Vecchio Continente in una frammentazione insostenibile rispetto alla concorrenza globale di Usa e Cina, Corea del Sud e Giappone.

La parola 5G e Cloud citata una volta nel discorso di Draghi accanto al satellite

Nel suo discorso Draghi ha citato la parola 5g, fibra e cloud una volta sola. La cosa interessante è che per definire le reti ultraveloci Draghi ha inserito nel novero delle tecnologie anche il satellite, che così guadagna terreno nella gerarchia delle tecnologie abilitanti del digitale e dell’AI.

“L’intelligenza artificiale è spesso definita una tecnologia “trasformazionale”, come l’elettricità 140 anni fa. Ma dipende dall’orchestrazione di almeno altre quattro tecnologie: il cloud per archiviare enormi
dati, il supercalcolo per elaborare tali dati, la sicurezza informatica per proteggere i settori sensibili e
reti avanzate – 5G, fibra e satelliti – per la trasmissione”,
si legge.

Draghi: ‘La Ue non può aspettare il 2027 per rivedere le norme sui merger’

Mario Draghi, dal canto suo, ha detto che le reti ultraveloci sono un fattore chiave abilitante per l’AI, un’area in cui la Ue soffre di un forte ritardo. Inoltre, Draghi ha sottolineato che “la Ue non può aspettare il 2027 per rivedere le linee guida in materia di merger, resilienza e innovazione dovrebbero essere inserite nelle policy di concorrenza subito”.

L’Unione Europea deve portare avanti la revisione delle modalità di applicazione delle sue norme sulle concentrazioni, ha detto in proposito von der Leyen.

L’Antitrust Ue è impegnata a rielaborare le sue linee guida sulle concentrazioni, che definiscono la legislazione UE in materia di fusioni e acquisizioni. I funzionari hanno raccolto feedback sulle linee guida durante l’estate e il processo dovrebbe concludersi entro il 2027.

“Come minimo, dovrebbe essere istituito immediatamente un processo accelerato”, ha detto Draghi. “Resilienza e innovazione devono essere integrate nella politica di concorrenza fin da ora”.

Un portavoce della Commissione ha successivamente chiarito che l’esecutivo dell’UE non ha ancora una nuova tempistica per il processo di revisione e che i funzionari hanno ricevuto una “enorme” quantità di feedback dall’industria negli ultimi mesi, che ora deve essere analizzata. “Saremo il più rapidi possibile, come annunciato dal presidente, ma faremo anche le cose per bene”, ha detto.

Cinque spunti Tech nel discorso di Draghi

Al di là di questo, Euronews ha pubblicato una interessante analisi con 5 spunti per il settore Tech tratti dal discorso di Mario Draghi, comprensiva dell’accelerazione in materia di fusioni e acquisizioni: riforma delle telecomunicazioni (DNA), richieste di una riforma più approfondita del GDPR, una sospensione delle norme ad alto rischio dell’AI Act, appalti “Buy European” e una riforma più rapida delle fusioni.

#1 Digital Networks Act

Nel suo discorso, Mario Draghi non ha menzionato esplicitamente il Digital Networks Act, ma ha accennato a una “importante riforma delle telecomunicazioni” prevista entro la fine dell’anno, probabilmente un riferimento alla DNA.

L’ambito di applicazione del DNA rimane poco chiaro e si prevede che i negoziati tra gli Stati membri saranno difficili, soprattutto alla luce dell’accordo commerciale UE-USA, che limita l’introduzione di tariffe di rete. Non è ancora chiaro se nuovi “meccanismi di risoluzione delle controversie sull’interconnessione IP” saranno inclusi nel DNA, anche se si pensa di sì.

#2 La necessità di una riforma più ambiziosa del GDPR

Mario Draghi ha correttamente diagnosticato i problemi di applicazione del GDPR tra gli Stati membri, osservando che il regolamento Ue sulla data protection ha aumentato il costo dei dati di circa il 20% per le aziende europee rispetto alle loro controparti americane.

Tra le aziende europee, una delle richieste più chiare è una radicale semplificazione del GDPR, non solo la legge primaria, ma anche la pesante “gold-plating” da parte degli Stati membri. L’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale richiede enormi quantità di dati web pubblici. Tuttavia, l’incertezza giuridica sul suo utilizzo crea costosi ritardi, rallentandone l’implementazione in Europa. La ricerca lo conferma: il GDPR ha aumentato il costo dei dati di circa il 20% per le aziende dell’UE rispetto alle aziende statunitensi. Tuttavia, l’unica modifica sul tavolo finora è una semplificazione della conservazione dei dati e l’estensione delle deroghe per le PMI alle società a media capitalizzazione. Una riforma più ampia verso norme più semplici e armonizzate è ancora vaga.

#3 Legge sull’IA: nessuna critica ai codici di condotta, ma un invito a sospendere le norme per i sistemi ad alto rischio

Riprendendo le sue precedenti osservazioni sull’eccessiva regolamentazione che ostacola la capacità di scalabilità degli innovatori tecnologici europei, Draghi ha commentato anche la Legge sull’IA.

La Legge sull’IA è un’altra fonte di incertezza. Le prime norme, che includevano il divieto di sistemi “a rischio inaccettabile”, sono state approvate senza particolari complicazioni. I codici di condotta firmati dalla maggior parte dei principali sviluppatori, insieme alle linee guida della Commissione di agosto, hanno chiarito le responsabilità.

Inoltre, Draghi ha chiesto una pausa nell’attuazione dell’AI Act per i sistemi ad alto rischio come le infrastrutture critiche e la sanità.

#4 Direttiva sugli appalti pubblici: acquistare prodotti europei

Mario Draghi ha anche esplicitamente approvato le imminenti revisioni delle direttive UE sugli appalti pubblici, guidate dal Commissario Stéphane Séjourné, osservando che l’UE dovrebbe sfruttare il 14% del PIL speso per gli appalti pubblici per supportare i servizi cloud europei e l’intelligenza artificiale verticale, riecheggiando le precedenti richieste di attuare un approccio “acquistare prodotti europei”.

#5 Norme più semplici sulle concentrazioni

Draghi ha evidenziato il frammentato panorama industriale europeo, osservando che, a differenza di Stati Uniti e Asia, che beneficiano di scala e consolidamento, l’Europa rimane divisa tra i leader nazionali.

Ha avvertito che aspettare fino al 2027 per rivedere le linee guida sulle concentrazioni è troppo tardi, poiché “l’industria non può aspettare”. Queste linee guida saranno particolarmente importanti per il settore delle telecomunicazioni dell’UE, che da tempo sostiene fusioni più semplici.

Leggi anche: Competitività. Draghi: “Nel 2024 in Usa prodotti 40 grandi modelli AI, la Cina 15 e l’Ue solo 3”

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Perché Papa Leone XIV è tra le 100 persone più influenti al mondo sull’AI

In questa serie di approfondimenti esploriamo le persone che, secondo la lista TIME100 AI, stanno orientando direzione e regole dell’intelligenza artificiale. Ogni puntata offre tre chiavi di lettura: chi sono (e cosa hanno fatto davvero), perché contano ora (non ieri), che impatto avranno su mercato, policy e sicurezza.Dopo Yoshua Bengio, Paula Ingabire, Liang Wenfeng, Dario Amodei, Henna Virkkunen, Dávid Jancsó, Mark Zuckerberg e Rick Rubin è il turno di Papa Leone XIV.

Papa Leone XIV: il profilo

La Chiesa cattolica conta 1,4 miliardi di fedeli; se fosse una nazione, sarebbe la terza più grande al mondo. Nel suo primo discorso ufficiale come nuovo pontefice, lo scorso maggio, Robert Francis Prevost si è rivolto a loro con il nome scelto per il suo pontificato: Papa Leone XIV, una scelta che richiama un’altra rivoluzione, quella dell’AI. Il riferimento è a Leone XIII, pontefice alla fine del XIX secolo, in piena Rivoluzione industriale, che denunciò i sistemi economici guidati dalle macchine capaci di trasformare i lavoratori in merci.

Assumendo il pontificato, Leone XIV ha dichiarato che l’avvento dell’intelligenza artificiale segna una “nuova rivoluzione industriale” e che la tecnologia richiederà la “difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro.”

Perché conta ora

Non si è limitato alle parole. Già a giugno, il Vaticano ha ospitato un summit su AI, etica e governance aziendale. Nel discorso di apertura, Leone XIV ha sottolineato il potenziale dell’intelligenza artificiale come forza positiva, soprattutto nella sanità e nella ricerca scientifica. Ma ha aggiunto che l’AI “solleva domande inquietanti sulle possibili ripercussioni sulla capacità dell’umanità di aprirsi alla verità e alla bellezza, sulla nostra peculiare abilità di comprendere ed elaborare la realtà.” Ha anche avvertito che la tecnologia potrebbe essere usata per “guadagni egoistici a spese degli altri, o peggio, per fomentare conflitti e aggressioni.”

Impatto su mercato, policy e sicurezza

La posizione del Vaticano può influenzare milioni di persone e quindi i comportamenti di consumatori, lavoratori e comunità religiose. Non è un impatto diretto sul business tecnologico, ma un richiamo che può pesare sull’immagine delle aziende, specie quelle che puntano a diffondere l’AI in ambiti sensibili come la salute e l’istruzione.

Il richiamo a un trattato internazionale vincolante rende Leone XIV un attore politico globale oltre che spirituale. La sua voce potrebbe alimentare pressioni su governi e istituzioni multilaterali perché accelerino su regole comuni, e su principi condivisi come la dignità e la giustizia sociale.

L’allarme contro l’uso dell’AI per profitto egoistico o per fomentare conflitti tocca un nervo scoperto: la possibilità che gli algoritmi vengano manipolati per alimentare divisioni, disinformazione o aggressioni. Il messaggio di Leone XIV non è tecnico, ma etico e universale: la sicurezza dell’AI non riguarda solo la protezione da bug o abusi, ma la salvaguardia della convivenza pacifica.

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In Africa l’AI sta aiutando alcuni piccoli agricoltori ad affrontare il cambiamento climatico

In Malawi, uno dei paesi più colpiti dalla crisi climatica in Africa, l’AI sta emergendo come uno strumento cruciale per supportare i piccoli agricoltori nella loro lotta quotidiana per la sopravvivenza.

Il caso di Alex Maere, agricoltore del villaggio di Sazola, testimonia questa trasformazione: dopo che il ciclone Freddy nel 2023 ha devastato la sua fattoria, Maere ha adottato l’applicazione AI ‘Ulangizi’, sviluppata dalla ONG Opportunity International con il sostegno del governo malawiano.

Questo chatbot, accessibile tramite WhatsApp in lingua Chichewa e inglese, fornisce raccomandazioni agricole personalizzate, anche attraverso input vocali o immagini, superando barriere di alfabetizzazione e accessibilità digitale. L’app ha suggerito a Maere di coltivare patate oltre al mais e alla manioca, adattando la produzione alle mutate condizioni del suolo.

Il risultato è stato un guadagno di oltre 800 dollari, una somma significativa che gli ha permesso di sostenere economicamente la propria famiglia. Con oltre l’80% della popolazione dipendente dall’agricoltura, l’iniziativa assume un valore strategico per la resilienza alimentare del paese. Tuttavia, l’implementazione dell’AI nell’agricoltura africana non è priva di ostacoli.

Le sfide includono la mancanza di smartphone, la bassa alfabetizzazione digitale, la scarsa connettività e la necessità di fiducia da parte degli utenti. Per mitigare questi problemi, il progetto affianca all’AI una rete di ‘agenti di supporto agricolo’ che operano come mediatori umani nei villaggi, portando i dispositivi e interpretando le risposte dell’app. Malgrado l’impatto positivo, l’espansione su larga scala del servizio è limitata dalle infrastrutture e dai costi di accesso alla rete.

In un contesto dove un errore di raccomandazione può compromettere l’intero raccolto di un contadino, l’affidabilità dell’AI diventa un elemento critico. L’esperienza malawiana suggerisce che una sinergia tra tecnologia e cooperazione comunitaria potrebbe essere la chiave per un’agricoltura più sostenibile in Africa.

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Le donne innamorate dei compagni AI: ‘Ho promesso al mio chatbot che non lo avrei mai lasciato’

Le storie di donne che vivono relazioni affettive con chatbot AI, come quelli alimentati da ChatGPT, stanno emergendo come manifestazioni di un nuovo tipo di legame emotivo. L’articolo racconta le esperienze di diverse utenti – dalla tatuatrice Liora alla dirigente tech Angie – che dichiarano amore e fedeltà ai loro compagni digitali, personalizzati con nomi umani e caratterizzati da interazioni quotidiane intense e significative.

Sebbene consapevoli che queste entità non siano esseri senzienti, le protagoniste sostengono che le relazioni con i chatbot aggiungano valore emotivo alle loro vite, senza sottrarre spazio alle relazioni umane.

La comunità psicologica guarda con crescente preoccupazione a questi fenomeni, temendo che si instauri una dipendenza affettiva da algoritmi progettati per essere compiacenti. Viene citato il caso tragico di adolescenti che, in stato di crisi, si sono rivolti a chatbot con esiti fatali, sollevando dubbi etici e legali sulla responsabilità delle aziende che li sviluppano.

Tuttavia, le protagoniste dell’articolo rivendicano la loro lucidità, descrivendo il proprio rapporto con l’AI come una forma alternativa di intimità, non un rifugio patologico.

Alcune donne vedono i chatbot come un’estensione del loro mondo emotivo, capace di offrire supporto in momenti di vulnerabilità. Tuttavia, emergono anche interrogativi sulla possibilità di consenso da parte di entità non coscienti e sul rischio di sostituire, anziché arricchire, le interazioni umane.

L’articolo esplora così il delicato equilibrio tra empatia algoritmica e reale connessione affettiva, in un contesto ancora privo di una regolamentazione efficace.

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AI per la qualità delle leggi, il progetto SAVIA in Emilia-Romagna

SAVIA è il primo progetto di intelligenza artificiale (AI) per la qualità delle leggi, sviluppato dall’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna in collaborazione con Cineca.

Si tratta di uno strumento che permette di ricevere risposte a domande in linguaggio naturale relative al corpus normativo delle leggi regionali, alla loro attuazione da parte della Giunta regionale, di Comuni e Province nonché agli effetti da esse prodotti sul territorio.

Le applicazioni pratiche dello strumento sono state il focus di un convegno che si è tenuto lo scorso 30 giugno. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 sono state condotte diverse attività per testare le performance di MarghERita, la big data platform della Regione, nell’utilizzo di SAVIA.

In questa fase si è proceduto a configurare gli elementi necessari e ad aumentare il numero di GPU messe a disposizione del progetto. Nel corso del convegno è stato inoltre confermato che, all’inizio del 2026, SAVIA entrerà in produzione su MarghERita con un utilizzo inizialmente limitato, per poi essere reso disponibile a tutti attraverso l’AI Factory IT4LIA.

SAVIA supporterà l’Assemblea legislativa e le Amministrazioni del territorio nello svolgimento delle loro funzioni istituzionali, offrendo al tempo stesso alla comunità regionale strumenti di trasparenza e informazione sull’attività legislativa e amministrativa della Regione.

MarghERita è il nome del supercomputer che la Regione Emilia-Romagna mette a disposizione delle pubbliche amministrazioni del territorio per orientare, interpretare e guidare le scelte delle politiche regionali e territoriali con i dati.
Il progetto è condotto all’interno del Settore Innovazione digitale, dati, tecnologia e polo archivistico – Direzione Generale Risorse, Europa, Innovazione e Istituzioni e grazie al supporto tecnologico di Lepida.

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Paesi più innovativi al mondo, la Cina supera la Germania in Top Ten. Italia al 28° posto

L’edizione 2025 della Global Innovation Index

L’innovazione resta il motore della competizione globale, ma il suo slancio rallenta. È questa la fotografia che emerge dal Global Innovation Index (GII) 2025, la classifica annuale dell’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (WIPO), giunta alla sua 18ª edizione.

Ai primi posti del ranking restano Svizzera, Svezia e Stati Uniti, seguite da Corea del Sud e Singapore. due economie che da anni trainano il blocco asiatico con forti investimenti in R&S e infrastrutture digitali.

Completano la Top 10 il Regno Unito, la Finlandia, i Paesi Bassi, la Danimarca e, per la prima volta, la Cina. Pechino supera così la Germania (ora all’11° posto), un passaggio storico che segna la trasformazione della potenza asiatica da “fabbrica del mondo” a protagonista assoluto della frontiera tecnologica, con primati nei brevetti, nelle esportazioni high-tech e nella concentrazione di cluster innovativi.

Italia: 28° posto, stabile ma con margini di crescita

L’Italia si colloca al 28° posto, confermandosi nella fascia medio-alta dei Paesi avanzati, ma senza progressi significativi rispetto agli ultimi anni. Roma sconta ancora un ritardo sugli investimenti in ricerca e sviluppo, rispetto alla media europea, pur mostrando segnali positivi sul fronte della manifattura high-tech, delle startup e della creatività culturale.

Per un Paese che punta sulla transizione digitale e verde, il dato del GII è un campanello d’allarme e allo stesso tempo uno stimolo a rafforzare il sostegno pubblico e privato all’innovazione.

L’avanzata dei Paesi emergenti

Il 2025 segna anche la progressione di diverse economie a medio reddito: India (38ª), Turchia (43ª), Vietnam (44°) e Filippine (50ª) confermano una crescita costante, mentre in Africa spiccano Mauritius (53ª), Sudafrica (61ª) e Senegal (89°).

La WIPO evidenzia che 17 economie a basso e medio reddito performano sopra le attese rispetto al loro livello di sviluppo, dimostrando che innovazione e crescita non sono più un’esclusiva dell’Occidente.

I cluster dell’innovazione: la nuova geografia della competizione vede la Cina primeggiare

Un ruolo centrale nel GII 2025 è riservato agli innovation cluster, i poli territoriali ad alta densità di ricerca, imprese e università. La Cina ne ospita 24 tra i 100 più importanti al mondo, confermando la sua capacità di attrarre talenti e investimenti. Gli Stati Uniti seguono con 22 cluster, tra cui il San Jose–San Francisco (3° globale e primo per intensità innovativa).

In Europa spiccano la Germania, con sette cluster, e il Regno Unito, con poli come Oxford e Cambridge, seppure con una minore forza di venture capital rispetto agli Stati Uniti.

La mappa dei cluster mostra come l’innovazione non sia diffusa in modo uniforme, ma si concentri in hub globali che diventano i veri snodi della competizione tecnologica e industriale.

Il rallentamento degli investimenti in R&S e venture capital

Se i ranking premiano le economie resilienti, i dati economici del GII sollevano preoccupazioni:

  • la crescita della spesa globale in R&S è scesa al 2,9% nel 2024 (dal 4,4% del 2023) e si prevede rallenti al 2,3% nel 2025, il livello più basso dal 2010;
  • la spesa in R&S aziendale reale è quasi ferma (+1%), frenata dall’inflazione e dal calo dei ricavi in settori come l’automotive e i beni di consumo;
  • il venture capital ha mostrato un rimbalzo in valore (+7,7%), ma concentrato in mega-deal statunitensi e sull’intelligenza artificiale generativa; il numero di deal globali, invece, è calato per il terzo anno consecutivo (-4,4%), segnale di un mercato meno dinamico fuori da pochi settori.

Come ha sottolineato il Direttore Generale della WIPO, Daren Tang, l’innovazione resta “un motore fondamentale di resilienza e crescita, ma richiede sostegno politico, investimenti continui e collaborazione tra pubblico e privato”.

Il messaggio del GII 2025 è chiaro: in un contesto di rallentamento globale, solo i Paesi che sapranno consolidare i propri ecosistemi innovativi e costruire cluster forti saranno in grado di mantenere rilevanza e leadership nella corsa tecnologica internazionale. E per l’Europa rimbombano forti le parole di Draghi a Bruxelles su capacità di innovare, livelli di indipendenza tecnologica e di competitività.

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Il “dato” è il nuovo oro, ma in Italia la Business Intelligence è ancora un terreno inesplorato. L’evento (VIDEO)

Fino a dieci anni fa il business che muoveva il mondo si chiamava petrolio. Era l’oro nero a determinare il valore delle imprese e a garantire fortune miliardarie. Oggi quel ruolo è passato al digitale. A guidare la classifica dei colossi globali non ci sono più Exxon o Shell, ma Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet, Meta, Tesla, il cui valore di mercato, in alcuni casi, è anche maggiore del PIL delle nazioni più ricche. Un cambio epocale, che ha trasformato radicalmente gli equilibri economici e politici globali.

Eppure, in Italia, le aziende sembrano ancora lontane dal comprendere appieno questa rivoluzione. Su un campione di oltre 400 imprese analizzate dalla Luiss Business School, soltanto il 14% ha una reale consapevolezza del potenziale della Business Intelligence. E tra queste, più dei tre quarti appartengono ai settori ICT e telecomunicazioni, lasciando indietro comparti come costruzioni, logistica e manifattura.

Il dato come asset strategico

Il tema è stato al centro dell’evento “Il dato intelligence come asset strategico”, organizzato nella prestigiosa Villa Blanc, a Roma, nell’ambito della Rome Future Week, la settimana capitolina dedicata all’innovazione e alla tecnologia. A guidare il confronto diverse voci d’eccezione, tra cui Giuseppe F. Italiano, Prorettore per l’Artificial Intelligence e Digital Skills dell’Università Luiss Guido Carli, Matteo Caroli, Associate Dean per la sostenibilità e l’impatto della Luiss Business School, e Renato Loiero, consigliere alla Presidenza del Consiglio ed ex Direttore dei Servizi di Bilancio del Senato.

“It’s a digital world”, verrebbe da dire parafrasando una nota espressione. “In pochissimo tempo – ha sottolineato Italiano – siamo passati da un’economia dominata dal petrolio a una dominata dal digitale. Non significa che le compagnie petrolifere abbiano perso peso: continuiamo a guidare auto, a riscaldare le case, a consumare energia. Ma il valore delle aziende si è spostato: da realtà che valevano centinaia di miliardi a colossi tecnologici che oggi valgono diversi trilioni. È un cambio senza precedenti nella storia moderna, con enormi implicazioni socio-politiche.”

foto Stefano Meloni

Secondo il docente, i dati sono oggi la nuova “raffineria”: grezzi non hanno valore, ma una volta integrati e arricchiti possono generare efficienza, decisioni migliori e nuovi modelli di business. “Il problema – ha aggiunto – è che troppe aziende non hanno una strategia chiara. I dati ci sono, ma mancano piattaforme adeguate e soprattutto consapevolezza.”

Lo studio della Luiss Business School, PMI ancora indietro

Le piccole medie imprese italiane sono ancora molto indietro. Lo conferma la ricerca presentata da Matteo Caroli: la Business Intelligence rimane una leva poco sfruttata. Se nelle grandi imprese comincia a consolidarsi, potenziata anche dall’uso dell’intelligenza artificiale, tra le aziende più piccole prevale ancora l’idea che “si conosce già” la propria realtà e non servano strumenti analitici. Una convinzione che rischia di limitare competitività e innovazione.

foto Stefano Meloni

I dati parlano chiaro:

  • 14% delle imprese considera la Business Intelligence molto importante;
  • 27% la utilizza in maniera completa;
  • 40% non svolge alcuna attività in questo ambito.

Chi ci crede di più? ICT e telecomunicazioni, con il 76% di adozione. Fanalini di coda costruzioni e logistica, ferme rispettivamente al 35% e 33%.

Sul fronte investimenti, il 44% dichiara di aver già speso abbastanza e di voler incrementare le risorse nei prossimi anni. Un 13,4% afferma di aver investito molto. Il potenziale, dunque, non manca: servono però formazione e supporto consulenziale per trasformare i dati in un vantaggio competitivo reale.

Oltre il numero, la cultura del dato

Come ha ricordato Renato Loiero, consigliere alla Presidenza del Consiglio, “non tutto ciò che può essere contato conta”. La sfida non è raccogliere quantità sempre maggiori di dati, ma saperli interpretare, governare e tradurre in decisioni strategiche.

Da qui due condizioni fondamentali:

  1. Qualità del dato, per garantire analisi affidabili.
  2. User experience, perché gli strumenti devono essere semplici, chiari ed efficaci per manager e imprenditori.

Ma soprattutto serve una nuova cultura del dato. Una cultura che non si limiti a usare strumenti di analisi per fotografare il presente, ma che sappia sfruttare intelligenza artificiale e algoritmi predittivi per anticipare scenari futuri.

La situazione in Italia

Il quadro restituito dalla Luiss Business School è quello di un Paese che rischia di restare indietro. Eppure, paradossalmente, proprio l’Italia potrebbe giocare un ruolo di rilievo. “Le macchine possono analizzare – ha ricordato Italiano – ma siamo noi a guidare l’evoluzione. L’Italia ha un vantaggio unico: la creatività, la capacità di immaginare. Un valore che resta imprescindibile nell’era digitale.”

In altre parole, non vince chi corre più veloce, ma chi corre nella direzione giusta. E i dati, se usati con intelligenza, possono essere la bussola.

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Competitività. Draghi: “L’Anno scorso gli Usa hanno prodotto 40 grandi modelli AI, la Cina 15 e l’Ue solo 3”

Draghi a Bruxelles per fare il punto a un anno dal suo Rapporto sul futuro della competitività europea

“A un anno di distanza, l’Europa si trova in una situazione più difficile. Il nostro modello di crescita sta svanendo. Le vulnerabilità stanno aumentando”. È quanto dichiarato dall’ex Premier italiano e Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, a Bruxelles, in occasione della conferenza di alto livello per esaminare a un anno di distanza i progressi della Commissione nell’attuazione delle raccomandazioni contenute nel Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea.

Ovviamente, Draghi non può che constatare tutti i limiti, le lentezze e le falle dell’azione della Commissione europea in questi ultimi 12 mesi. Per uscire da questa situazione insidiosa e piena di rischi per il futuro dell’Unione, invita a seguire quanto fatto nel passato per mercato unito e euro, i due risultati storici raggiunti.

“Per la sopravvivenza dell’Europa, dobbiamo fare ciò che non è mai stato fatto prima e rifiutarci di lasciarci frenare da limiti autoimposti“, ha detto con decisione Draghi, “abbiamo bisogno di date concrete e risultati misurabili – e di essere chiamati a renderne conto“.

Von der Leyen: “L’ordinaria amministrazione non basta più, è tempo di agire”

“Abbiamo bisogno di azioni urgenti per affrontare esigenze urgenti. Perché le nostre aziende e i nostri lavoratori non possono più aspettare“, ha detto la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo discorso di apertura alla conferenza.

Che si sia a favore o contro l’operato di questa Commissione, un fatto è chiaro a tutti ormai: “L’ordinaria amministrazione non basta più, è ora di agire“.

“Ogni singolo Stato membro ha approvato la relazione Draghi. E così ha fatto il Parlamento europeo. Sappiamo tutti cosa bisogna fare. E questo è il mio messaggio finale oggi. Questo è ciò che i cittadini europei si aspettano da noi. Si aspettano che la nostra democrazia decida, agisca e dia risultati“, ha sottolineato von der Leyen. 

Passi in avanti nell’AI, ma il divario con Stati Uniti e Cina “è netto”

Partendo dall’intelligenza artificiale (AI), ade esempio, l’ex Presidente della Bce ha lodato i passi in avanti, ma le vulnerabilità sono troppo evidenti.

“Sono in corso progetti per la realizzazione di almeno cinque giga factory di AI, ciascuna con oltre 100.000 Gpu avanzate. La capacità dei centri dati è destinata a triplicare nei prossimi sette anni. Entro la fine dell’anno è prevista un’importante riforma delle telecomunicazioni. Il recente investimento di Asml in Mistral è un segnale promettente per l’ecosistema interno dell’IA. Anche l’adozione è in aumento: secondo la BEI, le aziende europee stanno adottando tecnologie avanzate a un ritmo simile a quello delle loro controparti statunitensi, sebbene partendo da una base inferiore”, ha detto Draghi.

“Ma il divario è netto. Sul fronte dell’AI, lo scorso anno gli Stati Uniti hanno prodotto 40 grandi modelli di base, la Cina 15 e l’Unione europea solo 3. Tra le PMI, l’adozione dell’AI è ancora bassa, compresa tra il 13 e il 21%. E nel campo più strategico, quello dell’IA basata sulla proprietà intellettuale europea per consolidare le nostre industrie principali, i progressi sono minimi“, ha ricordato il nostro passato Presidente del Consiglio die ministri.

Draghi: “Cittadini e imprese esprimono crescente frustrazione, delusi dal lentezza dell’Ue”

“Ci è stato dolorosamente ricordato che l’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma anche la nostra stessa sovranità”, ha sottolineato Draghi, che ha aggiunto in relazione alla crescita e la competitività, che purtroppo “non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno”.

“Il Rapporto ha definito tre priorità per l’Europa: colmare il divario di innovazione nelle tecnologie avanzate; tracciare un percorso di decarbonizzazione a sostegno della crescita; e rafforzare la sicurezza economica. Come ha sottolineato la Presidente von der Leyen, queste sono anche al centro dell’agenda della Commissione. Accolgo con favore la sua decisione di porre la competitività al centro e il programma è ambizioso”, ha dichiarato Draghi, che però raccoglie anche un crescente malumore che sale dal basso.

“I cittadini e le aziende europee apprezzano la diagnosi, le priorità chiare e i piani d’azione. Ma esprimono anche una crescente frustrazione. Sono delusi dalla lentezza dell’Unione europea. Ci vedono incapaci di tenere il passo con la velocità del cambiamento altrove. Sono pronti ad agire, ma temono che i governi non abbiano compreso la gravità del momento“, ha sostenuto l’ex Premier italiano.

Serve “nuova velocità” e “agire insieme, non frammentare gli sforzi”

“I concorrenti negli Stati Uniti e in Cina sono molto meno vincolati, anche quando agiscono nel rispetto della legge. Continuare come al solito significa rassegnarsi a rimanere indietro. Un percorso diverso richiede nuova velocità, portata e intensità. Significa agire insieme, non frammentare i nostri sforzi. Significa concentrare le risorse dove l’impatto è maggiore. E significa produrre risultati nel giro di mesi, non di anni“, ha ribadito Draghi come un anno fa.

Gli Stati Uniti ci hanno colpito con una politica dei dazi troppo dura, mentre la Cina “è diventato un concorrente ancora più forte”, ha spiegato Draghi. Una situazione che aumenta la nostra dipendenza dagli Stati Uniti in termini di Difesa, “uno dei motivi per cui abbiamo dovuto accettare un accordo commerciale in gran parte alle condizioni americane“.

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Apertus, cosa sa fare il modello svizzero di AI. Prime critiche

Si chiama non a caso Apertus in nome dell’open source il primo LLM svizzero che vuole mantenere la sovranità digitale elvetica nel campo dell’Intelligenza Artificiale.

Ecco Apertus: l’intelligenza artificiale svizzera

I Politecnici di Losanna Zurigo e il CSCS di Lugano hanno da poco rilasciato il grande modello linguistico rossocrociato basato su trasparenza, multilinguismo e rispetto delle normative. Mira a promuovere innovazione e diversità nell’IA.

La Svizzera entra così nel campo dell’intelligenza artificiale generativa con un progetto ambizioso e soprattutto indipendente. I Politecnici federali di Losanna e Zurigo e il Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS) di Lugano hanno rilasciato a inizio settembre Apertus, il primo grande modello linguistico svizzero completamente aperto e multilingue.

Apertus, che in latino significa “aperto”, è il risultato di un’iniziativa congiunta annunciata a luglio. Il modello è ora disponibile per ricercatori, professionisti ed esperti del settore, che possono accedervi tramite partner come Swisscom o scaricarlo direttamente dalla piattaforma Hugging Face e la Public AI Inference Utility, offrendo punti di accesso per sviluppatori e istituzioni al di fuori della Svizzera.

Attenzione alla privacy

Dal punto di vista della privacy, Apertus rappresenta un cambiamento radicale nel panorama dell’intelligenza artificiale. Il modello utilizza solo dati disponibili al pubblico, filtrati per escludere informazioni personali e rispettare i segnali di opt-out provenienti dalle fonti di contenuti. Questo non solo è in linea con i quadri normativi emergenti come l’EU AI Act, ma fornisce anche un esempio tangibile di come l’IA possa essere potente e rispettosa della privacy.

Non è una versione svizzera di ChatGPT

Non si tratta infatti semplicemente di un chatbot, ma di un “foundation model”, ovvero un sistema di base sul quale altre persone possono costruire applicazioni di vario tipo. Può, quindi, andare molto più in là, ma necessita dell’intervento di terzi prima di poter essere impiegato, come se fosse un materiale grezzo pronto per la lavorazione. Swisscom sfrutterà Apertus per mettere a disposizione di tutti un chatbot durante le Swiss{AI}weeks, un evento volto alla promozione dell’intelligenza artificiale su tutto il territorio della Confederazione. Al contempo, però, Apertus si presta anche a potenziali applicazioni in ambiti molto diversi, come quelli medici e legali.

La caratteristica distintiva di Apertus è la sua completa trasparenza: l’intero processo di sviluppo, inclusi architettura, pesi del modello, dati di addestramento e procedure, è accessibile e documentato. Questo approccio lo distingue da altri modelli che rendono disponibili solo componenti selezionate.

Un modello veramente multilingue

Addestrato su 15 trilioni di token in oltre 1’000 lingue, Apertus include molti idiomi finora sottorappresentati nei grandi modelli linguistici, come lo svizzero tedesco e il romancio. Il 40% dei dati di addestramento non è in inglese, rendendo Apertus un vero pioniere del multilinguismo nell’IA.

Il modello è rilasciato con licenza Apache 2.0, che ne consente l’uso sia in ambito educativo e di ricerca, sia per applicazioni sociali e commerciali. È disponibile in due dimensioni: 8 miliardi, per un uso sui dispositivi domestici, e 70 miliardi di parametri, per i professionisti con risorse maggiori.

Apertus è stato sviluppato nel rispetto delle leggi svizzere sulla protezione dei dati e sul copyright, nonché degli obblighi di trasparenza previsti dall’AI Act dell’UE. Particolare attenzione è stata dedicata all’integrità dei dati e agli standard etici.

Le critiche del Temps

Apertus, il modello di intelligenza artificiale open source sviluppato dai due Politecnici federali e dal Centro Svizzero di Calcolo Scientifico, rappresenta un’importante pietra miliare per la Svizzera, ma dovrebbe essere aperto a collaborazioni private. Così il quotidiano svizzero Temps introduce il suo commento critico nei confronti di Apertus.

Una visione troppo svizzera

In secondo luogo, la visione alla base di Apertus sembra più incentrata sull’inclusività che sull’ambizione globale. Il modello dà priorità al sostegno delle minoranze linguistiche e alle preoccupazioni etiche relative ai diritti di proprietà intellettuale, nell’interesse della piena trasparenza. Questo approccio lodevole riflette i valori svizzeri di neutralità ed equità. Tuttavia, rischia di sacrificare le prestazioni: Apertus è progettato per essere “meno intelligente” rispetto ai modelli all’avanguardia, ma eccezionale in specifici contesti linguistici. In un mondo in cui l’intelligenza artificiale sta rimodellando settori come la sanità, la finanza e la sostenibilità, la Svizzera dovrebbe puntare a visioni più audaci. Piuttosto che un LLM che “parla perfettamente il romancio”, potremmo impegnarci a creare modelli che spingano i confini dell’intelligenza generale, consolidando il nostro ruolo di polo tecnologico. L’inclusività, pur essendo essenziale, non deve ostacolare l’eccellenza competitiva.

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