5G, la NASA lo sta testando a bordo degli aerotaxi elettrici del futuro

In un recente post sul suo blog, la NASA ha fatto saper di star testando l’idoneità delle reti 5G a supportare i taxi aerei elettrici e i futuri sistemi di mobilità aerea urbana. Questa indagine ha preso forma tra aprile e maggio 2025 presso il Glenn Research Center della NASA a Cleveland, dove i ricercatori hanno sviluppato e testato sistemi radio specializzati progettati per valutare la capacità del 5G di soddisfare le esigenze di comunicazione dei taxi aerei.

5G soluzione esistente

Sfruttando le reti wireless esistenti, la NASA spera di evitare il costoso e lungo sforzo di progettare standard di comunicazione completamente nuovi per questo settore aeronautico emergente. “L’obiettivo di questa ricerca è comprendere come le reti cellulari wireless possano essere sfruttate dall’industria aeronautica per aprire nuove frontiere alle operazioni di volo”, ha detto Casey Bakula, ricercatore a capo del progetto. “I risultati di questo lavoro potrebbero fungere da modello per i futuri fornitori di reti di comunicazione aeronautica, come i fornitori di servizi di navigazione satellitare e le società di telecomunicazioni, e contribuire a orientare il piano della Federal Aviation Administration (FAA) per i futuri requisiti delle reti di mobilità aerea avanzata nelle città”.

Comunicazione terra-aria e velivolo-velivolo

La ricerca ha visto la NASA installare un sistema radio compatibile con il 5G sul suo velivolo Pilatus PC-12 e un sistema complementare in cima a un edificio del Glenn Research Center, che sono stati poi attivati ​​utilizzando una banda di frequenza assegnata dalla Federal Communications Commission per i test di sicurezza dei droni. Il velivolo ha eseguito diversi schemi di volo per simulare le condizioni operative e studiare l’integrità del segnale, le interferenze delle strutture urbane e l’impatto della posizione del velivolo rispetto alle stazioni di terra. Questi test iniziali hanno confermato la funzionalità di base del sistema e hanno posto le basi per la continua ricerca sull’integrazione degli standard 5G nelle attuali bande di comunicazione aeronautica per la trasmissione dati sia aria-terra che da velivolo a velivolo.

Modulazione dell’elica per evitare interferenze

Una sfida importante individuata è stata la modulazione dell’elica, in cui le pale rotanti dell’elica bloccano a intermittenza i segnali radio, causandone il degrado. Questo effetto è particolarmente rilevante per gli aerotaxi, che si prevede operino a quote inferiori, dove questa interferenza è più pronunciata. Date le diverse configurazioni delle cellule degli aerotaxi futuri e la variazione nel design delle eliche, la NASA ha evidenziato questo aspetto come un’area critica da approfondire. Comprendere e mitigare la modulazione dell’elica rimane essenziale per garantire comunicazioni affidabili, fondamentali per il comando e il controllo, la sicurezza dei passeggeri e la prevenzione delle collisioni tra aeromobili negli spazi aerei urbani congestionati.

Test per reti aeronautiche

Questa iniziativa fa parte della più ampia missione Advanced Air Mobility della NASA nell’ambito del progetto Air Mobility Pathfinders, che si concentra sullo sviluppo di reti di comunicazione aeronautiche scalabili e sicure, adatte alla prevista espansione dei servizi di trasporto aereo urbano. L’agenzia prevede di condividere i dati di base sulle prestazioni con la FAA e il settore, fornendo una base per futuri miglioramenti, come velocità di trasmissione dati più elevate, rapporti segnale/rumore e meccanismi di sincronizzazione, che saranno essenziali per sistemi di comunicazione aeronautici affidabili.

Sicurezza al centro

La NASA sta studiando attivamente la sicurezza dei voli autonomi attraverso progetti che valutano l’interazione dei piloti umani con i nuovi sistemi di navigazione e automazione del volo. Questa ricerca, in collaborazione con agenzie come la DARPA, (Defense Advanced Research Projects Agency) è un’agenzia del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti responsabile dello sviluppo di tecnologie innovative e ad alto rischio per garantire la supremazia tecnologica americana, specialmente in campo militare. e produttori come Sikorsky, è fondamentale per garantire che le operazioni di aerotaxi completamente autonomi possano essere integrate in sicurezza nello spazio aereo nazionale, tenendo conto sia dei fattori umani che dell’affidabilità tecnica.

Leggi anche: Droni, il ritardo degli aerotaxi rallenta il mercato ma nel 2030 raggiungerà 1,44 miliardi di euro (+293%)

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Chatbot AI e minori, l’Antitrust USA mette sotto esame Google, Meta, OpenAI, xAI e Snap

Chatbot AI e rapporti con adolescenti e minori, la FTC vuole vederci chiaro

Diverse aziende tecnologiche americane, tra cui OpenAI, Alphabet (casa madre di Google), Meta (da Facebook a Instagram), xAI di Elon Musk, Snap e Character.AI, sono state oggetto di misure di indagine da parte dell’Antitrust degli Stati Uniti sull’utilizzo dei chatbot di intelligenza artificiale (AI), in particolare in relazione ai minori.

La Federal Trade Commission (FTC) vuole capire se queste tecnologie possono o meno avere un impatto negativo sui più giovani, in particolare i bambini.

Chatbot come ‘pericolosi’ compagni di gioco e amici del cuore

“La crescita dell’intelligenza artificiale ha comportato un rapido sviluppo di un mercato di prodotti che offrono chatbot che fungono da compagni e simulano comunicazioni e relazioni interpersonali simili a quelle umane”, si legge nel comunicato della FTC, in cui si chiede in maniera preoccupata “in che modo questi chatbot AI possano interagire con gli utenti più giovani” e con quali conseguenze per la salute psicofisica di questi ultimi.

In sostanza, questi chatbot avanzati sono impostati a costruire relazioni personali forti con i giovanissimi e i bambini, con linguaggi che stimolano nell’utente risposte emotive forti, spingendolo ad immaginare che dall’altra parte dello schermo non c’è una macchina ma un essere umano, quindi potenziali amici del cuore, amici con cui “aprirsi”.

“I compagni virtuali basati sull’AI non sono sicuri per i bambini. Sono progettati per creare attaccamento emotivo e dipendenza, il che è particolarmente preoccupante per i cervelli in via di sviluppo degli adolescenti”, ha denunciato pubblicamente lo scorso maggio il Ceo e fondatore dell’organizzazione no-profit Common Sense Media, James P. Steyer.

Un problema che abbiamo già compreso non riguarda solo i più piccoli, sempre più adulti cadono nel tranello psicologico del confidente virtuale, dell’amico on demand a cui rivolgerci quando le cose vanno male, in sostanza una nuova pericolosa forma di dipendenza mentale sviluppata quasi immediatamente nei confronti delle nuove tecnologie.

Un’indagine per comprendere quali misure le società tecnologiche hanno preso per tutelare i più piccoli

La Commissione ha avvito un’indagine conoscitiva tesa a comprendere quali strumenti le aziende sopra citate hanno impiegato per gestire in maniera sicura l’interazione tra AI, adolescenti e ragazzini. Si stanno inoltre cercando informazioni su come queste aziende monetizzano il coinvolgimento degli utenti, sviluppano e approvano i personaggi, utilizzano o condividono informazioni personali, monitorano e applicano il rispetto delle policy aziendali e dei termini di servizio, come mitigano infine gli impatti negativi.

“Proteggere i bambini online è una priorità assoluta per la FTC, così come promuovere l’innovazione nei settori critici della nostra economia”, ha affermato in una nota il presidente della FTC, Andrew Ferguson.

Un’azione sicuramente ispirata da preoccupazioni reali, visto che sono in corso diverse cause legali intentate da associazioni di genitori contro le società tecnologiche che hanno sviluppato i chatbot AI, ma ispirate anche dall’amministrazione Trump.

Nel comunicato si legge: “La Commissione lavorerà per adempiere al nostro mandato di garantire mercati competitivi e proteggere i consumatori da comportamenti fraudolenti e illeciti. Il nostro mandato di tutela dei consumatori è particolarmente importante quando si tratta di bambini. Come ha recentemente affermato la First Lady Melania Trump, in merito all’intelligenza artificiale, stiamo vivendo un momento di meraviglia, ed è nostra responsabilità preparare i bambini americani“.

“La nostra priorità è rendere ChatGPT utile e sicuro per tutti, e sappiamo che la sicurezza è più importante di ogni altra cosa quando sono coinvolti i giovani”, ha dichiarato un portavoce di OpenAI alla CNBC, “riconosciamo che la FTC ha posto domande e preoccupazioni legittime e ci impegniamo a interagire in modo costruttivo e a rispondere apertamente”.

Una linea condivisa anche Character Technologies e Snap. Silenzio per il momento da parte delle altre società sotto esame dell’Antitrust Usa.

Chatbot sensuali e che aiutano a suicidarsi, cresce l’allarme negli USA e aumentano le cause legali

Il mese scorso, 44 procuratori generali hanno firmato una lettera aperta a 11 aziende di chatbot e social media , avvertendole che “risponderanno direttamente alla giustizia” se i loro prodotti danneggeranno consapevolmente i bambini, sollecitando tali aziende a vedere questi software e algoritmi “attraverso gli occhi di un genitore, non di un predatore“. 

Secondo un recente report pubblicato da Reuters, i chatbot AI di Meta avrebbero in più di un’occasione intrattenuto rapporti diretti con dei bambini attraverso conversazioni dal tono esageratamente intimo e “sensuale”.

Ad una bambina di otto anni di età il chatbot avrebbe scritto: “Ogni centimetro di te è un capolavoro, un tesoro che custodisco gelosamente”, tanto da spingere il senatore repubblicano del Missouri, Josh Hawley, ad avviare un’indagine su quanto accaduto.

A seguito di questo fatto, Meta ha introdotto delle modifiche sul modo in cui i suoi chatbot interagiscono con i giovani e i ragazzini, evitando argomenti come erotismo, sesso, suicidio, disturbi alimentari, autolesionismo e altre tematiche controverse ed inappropriate per l’età degli interlocutori.

Da non dimenticare il caso di suicidio di un razzo adolescente in California che vede sul banco degli imputati ChatGPT di OpenAI.

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Autovelox con l’AI, possono individuare anche chi usa lo smartphone alla guida

Autovelox con intelligenza artificiale: riconosce distrazioni (al telefono) e cinture slacciate

La sicurezza stradale entra in una nuova fase tecnologica. Sodi Scientifica, azienda produttrice di sistemi di rilevazione del traffico, ha lanciato il nuovo Autovelox SafeDrive, dispositivo che integra in un autovelox tradizionale algoritmi di intelligenza artificiale (AI) per individuare due delle infrazioni più diffuse e pericolose a livello globale: l’uso del cellulare alla guida e il mancato utilizzo delle cinture di sicurezza.

Sappiamo bene quanto il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti abbia insistito, anche giustamente attraverso la riforma del Codice della Strada, sulla pericolosità dell’uso dello smartphone alla guida, causa di tanti incidenti, molto dei quali purtroppo mortali. L’AI promette di diventare un alleato decisivo per ridurre questa causa di decesso (che riguardano non solo di chi è passeggero di un’automobile, ma anche ciclisti e pedoni).

Come funziona SafeDrive

Il cuore del sistema è un’architettura che combina videocamere ad alta risoluzione, illuminatori a LED a infrarossi e un software di analisi proprietario sviluppato da Sodi Scientifica.

Rilevamento delle infrazioni: la tecnologia distingue fra due comportamenti: “Calling”, l’uso del telefono senza vivavoce durante una chiamata; e “Texting”, l’interazione manuale con app di messaggistica, e-mail o social network.
Gli algoritmi di computer vision analizzano invece i movimenti del conducente, riconoscendo la posizione della mano e la presenza del dispositivo nell’abitacolo.
E attenzione perché, come sappiamo bene, non si può parlare al telefono o mandare/ricevere messaggi neanche se si è fermi al semaforo, on in fila nel traffico.

Cinture di sicurezza: l’AI individua l’assenza della cintura grazie al riconoscimento delle zone anatomiche del busto e della spalla.

Prove fotografiche e OCR: il sistema produce immagini ad alta definizione corredate di metadati (ora, luogo, corsia, velocità). Un modulo di riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) legge automaticamente la targa del veicolo per velocizzare la verbalizzazione.

Operatività h24: grazie agli illuminatori a LED, il sistema funziona con efficacia in qualsiasi condizione: giorno, notte, pioggia o nebbia. È inoltre progettato per rilevare infrazioni su singole corsie fino a 70 km/h di velocità.

I vantaggi: precisione e deterrenza immediata

Una volta impiegata, la soluzione consente alcune novità sostanziali rispetto agli autovelox tradizionali.

Contestazione immediata: gli agenti possono fermare il veicolo subito dopo l’infrazione, mostrando prove fotografiche inconfutabili.

Efficienza di controllo: un singolo dispositivo può monitorare simultaneamente cinture e distrazioni, riducendo la necessità di pattuglie multiple.

Facilità di installazione: può essere montato su portali esistenti, sottopassaggi o pali stradali, riducendo i costi per le amministrazioni comunali.

I rischi: privacy e “allucinazioni” algoritmiche

Se i benefici sul fronte della sicurezza sono evidenti, restano nodi delicati legati alla protezione dei dati personali e alla qualità delle rilevazioni.

Sebbene la casa madre garantisca la conformità alle normative europee (GDPR), la raccolta di immagini degli automobilisti solleva interrogativi sul trattamento e sull’archiviazione di tali dati sensibili.
Insomma, questa tecnologia assicura di non volerci spiare, ma di fatto entra nelle nostre automobili, che sono una specie di estensione dell’ambiente domestico per certi versi.

Come tutti i sistemi basati su machine learning, anche SafeDrive potrebbe inoltre incorrere in errori di riconoscimento. Un gesto come aggiustarsi gli occhiali o toccarsi l’orecchio potrebbe essere interpretato come “Calling”, con il rischio di multe ingiustificate?

In presenza di vetri oscurati, riflessi o condizioni climatiche estreme, la precisione del sistema potrebbe ridursi? C’è da chiederselo e sicuramente è un dubbio che preannuncia possibili scenari di contestazioni legali.

Sicurezza stradale vs libertà individuali

Con l’entrata in vigore del Codice della Strada, visto e rivisto dal vicepremier Matteo Salvini, che è anche responsabile del ministero dei Trasporti e che notoriamente non è un fan degli autovelox, si inaspriscono le sanzioni per l’uso del cellulare al volante e per la guida senza cinture, e sistemi come questo potrebbero diventare strumenti molto utili nel contrasto alle principali cause di incidenti.

Secondo quanto riportato da La Stampa, una soluzione del genere potrebbe trovare anche rapido impiego per le strade italiane, anche perché per le pubbliche amministrazioni non si tratterebbe di un costo proibitivo (meno di un Autovelox normale, circa 20 mila euro) e, stando all’articolo, “si potrebbe ripagare con i proventi delle multe”.

A parte questo suggerimento, che non troverà certo approvazione tra gli automobilisti, resta comunque una domanda cruciale: fino a che punto siamo disposti ad accettare un controllo tecnologico sempre più pervasivo pur di aumentare la sicurezza sulle nostre strade?

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Perché l’UE deve avere una politica estera sull’IA. L’EU Data Act (applicabile da domani) può fare la differenza

Non c’è dubbio: gli Stati Uniti dominano la corsa mondiale all’intelligenza artificiale. Il lancio dell’AI Action Plan a luglio 2025, che invita il Paese a guidare la diplomazia e la sicurezza internazionale sull’IA attraverso pacchetti di esportazione tecnologica, unito al fatto che gli USA detengono circa tre quarti della capacità globale di supercalcolo, conferma una leadership quasi indiscussa. Il divario con l’Europa è netto, come sottolinea l’European Council of Foreign Affairs. Mentre negli Stati Uniti il settore è trainato da giganti come Anthropic, Google, OpenAI e xAI, l’UE fatica a trovare il proprio passo. Ed è proprio per questo che provvedimenti come l’Eu Data Act, in vigore da domani, sono di importanza strategica.

L’Europa in rincorsa

Nonostante l’adozione dell’AI Continent Action Plan e l’annuncio di un’iniziativa da 20 miliardi di euro per gigafabbriche di IA, l’Europa riesce a coprire a malapena il 2% della capacità mondiale di calcolo. Anche sul fronte dei modelli di frontiera i risultati sono modesti: la start-up francese Mistral è l’unica sviluppatrice europea, con una valutazione prevista di 10 miliardi di dollari, a fronte dei 500 miliardi di OpenAI. Inoltre, Mistral dipende ancora dai chip americani, rendendosi vulnerabile alle mosse della politica commerciale statunitense.

Le leve strategiche dell’UE

Secondo il think tank, per costruire una politica estera efficace sull’IA, l’Europa deve quindi seguire un approccio duale:

  1. Individuare e rafforzare gli asset strategici indispensabili nella catena globale del valore dell’IA.
  2. Usare questi asset come leva per ottenere accesso a risorse chiave o vantaggi economici e di sicurezza.

Al momento, il principale punto di forza europeo riguarda la produzione di apparecchiature per semiconduttori, oggi minacciata dall’imposizione di nuovi dazi. La società olandese ASML controlla il 79% della litografia mondiale, tecnologia chiave per i chip avanzati. Le restrizioni all’export delle sue macchine hanno già rallentato il progresso cinese, evidenziando quanto questo asset sia cruciale per l’IA globale.

Con l’Eu Data Act si apre una nuova era

Ma i chip non bastano. Un altro terreno strategico è rappresentato dai dati industriali e settoriali, argomento chiave per la geopolitica dell’innovazione. Con l’applicabilità, da domani, dell’EU Data Act e l’entrata in vigore dell’iniziativa Common European Data Spaces, l’Europa potrà infatti facilitare la condivisione di dati in sanità, manifattura, energia e finanza, creando nuove leve strategiche per applicazioni verticali dell’IA, come drug discovery, agricoltura intelligente e mobilità automatizzata.

Infine, la manifattura industriale resta un punto di forza europeo. Paesi come Germania, Francia e Italia vantano un settore manifatturiero più rilevante sul PIL rispetto agli USA, con surplus commerciali trainati da auto, macchinari e prodotti chimici. Con l’IA destinata ad aumentare la domanda di nuovi prodotti, la capacità produttiva europea può trasformarsi in un asset indispensabile nella catena globale dell’IA.

Amplificare e proteggere

L’UE può sfruttare questi asset per rafforzare la propria politica estera sull’IA, amplificando gli obiettivi dell’AI Continent Action Plan. Ad esempio, l’export di tecnologie litografiche potrebbe essere vincolato a accesso a capacità di calcolo o alla collaborazione nello sviluppo di modelli avanzati, proteggendo al contempo l’economia europea dall’automazione extra-UE. La capacità manifatturiera può essere condizionata a benefici di sicurezza o all’accesso a modelli IA di frontiera, scoraggiando l’ingresso nel mercato europeo di versioni “depotenziate”.

Una politica estera europea efficace richiederà però consenso tra gli Stati membri, sia sugli strumenti da usare sia sulle condizioni in cui applicarli, soprattutto considerando il rischio di restrizioni americane su chip avanzati, come già avvenuto nel gennaio 2025.

Oltre la politica interna

In un mondo in cui Stati Uniti e Cina puntano alla supremazia globale dell’IA, una politica estera europea non è più un lusso, ma una necessità. L’UE deve andare oltre le riforme interne e utilizzare i propri asset strategici per proteggersi dalla “weaponization” degli input critici dell’IA, trasformando la vulnerabilità in potere negoziale e assicurandosi un ruolo rilevante nel nuovo ordine tecnologico globale.

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Perché Mark Zuckerberg è tra le 100 persone più influenti al mondo sull’AI

In questa serie di approfondimenti esploriamo le persone che, secondo la lista TIME100 AI, stanno orientando direzione e regole dell’intelligenza artificiale. Ogni puntata offre tre chiavi di lettura: chi sono (e cosa hanno fatto davvero), perché contano ora (non ieri), che impatto avranno su mercato, policy e sicurezza.Dopo Yoshua Bengio, Paula Ingabire, Liang Wenfeng, Dario Amodei, Henna Virkkunen e Dávid Jancsó tocca a Mark Zuckerberg.

Mark Zuckerberg vuole portare Meta ad essere considerata un’azienda AI

Zuckerberg non è solo il creatore di Facebook, ma oggi guida una delle aziende più attive nello sviluppo di AI. Meta ha realizzato modelli linguistici come Llama, distinti per la scelta di rilasciare versioni open-weight, cioè con i pesi disponibili alla comunità scientifica. Una decisione che ha acceso il confronto tra chi spinge per la ricerca aperta e chi teme che strumenti troppo potenti possano finire in mani sbagliate.

Quando i rivali cinesi hanno spodestato Meta come leader del settore open-weight e Llama 4 non è riuscito a riconquistare terreno, Zuckerberg ha rilanciato aprendo il portafoglio: un accordo da 14,3 miliardi di dollari per portare a bordo il cofondatore di Scale AI, Alexandr Wang, appena 28 anni, insieme a un gruppo dei suoi migliori ingegneri. Una manovra che i critici hanno definito un tentativo disperato di recupero, ma che ha segnato l’inizio di una campagna miliardaria per il reclutamento di talenti.

Nei mesi successivi, Meta ha corteggiato almeno 50 ricercatori, molti provenienti da aziende rivali, tra cui l’investitore Nat Friedman, il CEO di Safe Superintelligence Daniel Gross, il ricercatore di OpenAI Shengjia Zhao e tre membri del team di Google DeepMind che avevano portato un modello AI a vincere la prestigiosa International Mathematical Olympiad. Eppure, Zuckerberg ha sempre sostenuto che la spesa per i talenti fosse “piccola” rispetto agli investimenti di Meta in potenza di calcolo, ritenuta la vera chiave per arrivare alla superintelligenza.

La sua strategia si fonda su tre pilastri: dati, potenze di calcolo e cervelli. Meta possiede già un oceano di dati, raccolti dal suo impero social e usati per addestrare i modelli. Ora punta a consolidare gli altri due: infrastrutture hardware di livello mondiale e i migliori ricercatori al mondo. L’obiettivo finale è ambizioso: creare una “personal superintelligence”, capace di interagire con gli utenti attraverso gli smart glasses di Meta, dispositivi in grado di “vedere ciò che vediamo, sentire ciò che sentiamo e dialogare con noi per tutta la giornata.”

Impatto su mercato, policy e sicurezza

Sul mercato, la strategia di Meta punta a ridefinire il ruolo dell’azienda, trasformandola da gigante dei social a potenza tecnologica dell’AI. Sul fronte delle policy, la scelta di rendere pubblici alcuni modelli ha già influenzato governi e istituzioni, aprendo il dibattito su trasparenza, responsabilità e limiti. Ma sul piano della sicurezza restano i rischi maggiori: con modelli sempre più potenti e accessibili, aumentano le possibilità di abusi, dalla disinformazione ai deepfake.

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Data Center, la Ragioneria di Stato boccia la proposta di legge: “Mancano le coperture economiche”. Si pensa al blitz con decreto legge Energia

Rimandata a settembre. La proposta di legge di delega al Governo per i data center è stata rinviata in Commissione TLC, perché ieri in Aula è arrivata la sonora bocciatura al testo da parte della Ragioneria di Stato per profili problematici in merito a possibili nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica relativamente a numerosi commi di cui all’art. 3 della proposta.

In sostanza, la proposta di legge scritta dai parlamentari nei fatti evidenzia costi pubblici, ma queste coperture economiche non sono state indicate dai promotori nella norma.

“La relazione tecnica trasmessa non è verificabile”, ha scritto il Ragioniere Generale dello Stato Daria Perrotta nel parere che Key4Biz ha visionato. 

“Vorrei che fosse chiaro a tutta l’Aula, ha detto il relatore Enzo Amich, “che ciò non deve essere vissuto esclusivamente come una battuta d’arresto, ma come un passaggio che deve risultare utile e costruttivo. Si tratta, infatti, di un provvedimento di grande importanza; siamo tutti perfettamente consapevoli di quale provvedimento stiamo trattando e di quale sia la sua efficacia, a livello di sistema Paese, che può incidere in maniera significativa appunto sul nostro sistema economico ed industriale. E occorre fare in modo che tale sistema, tale procedura sia attrattiva verso l’estero e trattata nella maniera più utile, più certa, che non dia adito ad alcuni inghippi, ad alcuni meccanismi che potrebbero rallentare le tematiche stesse. L’obiettivo è arrivare a un testo più solido, condiviso, rispettoso delle esigenze che questo ramo del Parlamento sta portando avanti”.

“Questo ultimo parere, questa osservazione della Commissione bilancio ci ha messo un po’ con le spalle al muro, ci ha sorpreso”, ha dichiarato in aula Giulia Pastorella, una dei 5 firmatari della proposta di legge. “È stato un last minute, ma ci siamo resi conto che altre strade per continuare ad analizzare questo provvedimento sono ora precluse: penso ad una semplice continuazione dell’iter in Aula con modifiche attraverso emendamenti”.

“Sarebbe bello se si riuscissero a trovare le risorse necessarie”, ha detto Francesca Ghirra di AVS, “in modo che il pubblico possa investire sui data center anche per quanto riguarda, ad esempio, gli aspetti della formazione che correttamente sono stati inseriti non solo per ragazze e ragazzi che seguono le nostre scuole, ma anche per i dipendenti della pubblica amministrazione”.

AIIP: “Auspichiamo ora in sede di ulteriore discussione che vengano finalmente rimossi dal testo i profili potenzialmente distorsivi della concorrenza e discriminatori presenti nell’attuale formulazione della norma”

“Apprendiamo del rinvio in Commissione del testo unificato della proposta di Legge AC 1928 a seguito della bocciatura da parte della Ragioneria dello Stato per profili problematici in merito a possibili nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica relativamente a numerosi commi di cui all’art. 3 della proposta. La bocciatura trasmessa della Commissione V (Bilancio), per quanto costituisca una battuta d’arresto di un percorso ampiamente condiviso a livello politico, è l’occasione di completare un processo utile e costruttivo con ulteriori – e per AIIP fondamentali – miglioramenti del testo definitivo”, ha commentato a Key4Biz il presidente di AIIP Giuliano Peritore.

“AIIP auspica”, ha aggiunto, “infatti che in sede di ulteriore discussione vengano finalmente rimossi dal testo i profili potenzialmente distorsivi della concorrenza e discriminatori presenti nell’attuale formulazione della norma, quali il riferimento esclusivo a ‘nuovi’ centri di elaborazione dati, che potrebbero marginalizzare e di fatto escludere, in fase attuativa, le attuali infrastrutture data center già presenti sul territorio nazionale – tramite le quali funziona l’Internet che tutti noi utilizziamo quotidianamente e spesso frutto di investimenti di imprese italiane – da accesso privilegiato ed a pari tariffe alle fonti di approvvigionamento energetico, alla caratterizzazione di interesse pubblico prevalente, da incentivi e/o percorsi preferenziali, e questo riguarda non solo le infrastrutture già esistenti sul territorio nazionale ma anche i possibili ampliamenti delle stesse.

“Non è pensabile infatti”, ha concluso Peritore, “intervenire con un provvedimento di così ampia portata senza tenere in adeguata considerazione parecchie decine di data center già operativi o in corso di avviamento su tutto il territorio nazionale – talvolta anche frutto di investimenti pubblico-privato.”

Data Center, Casu (Pd): “Regole siano scritte in parlamento, ‘no’ a porti franchi in mano a nuove compagnie delle indie”

“Continueremo a vigilare per evitare che questo rinvio possa determinare un cambiamento di rotta. Le nuove regole e procedure non possono e non devono essere limitate alle nuove costruzioni e ai grandi progetti ma garantire la valorizzazione delle realtà già presenti e la diffusione su tutto il territorio nazionale: I data center possono essere straordinari acceleratori di sviluppo tecnologico, economico e sociale per il nostro paese, ma non possiamo permettere che diventino i porti franchi del nuovo millennio, tutti nelle mani delle nuove “compagnie delle indie”. Per questo è fondamentale che le regole vengano scritte in Parlamento, luogo in cui siamo stati eletti per rappresentare la nazione e difendere il bene comune. Il Parlamento deve continuare a collaborare insieme al Governo, per quanto di competenza, a definire i percorsi e i passaggi fondamentali. Noi continueremo a operare e vigilare perché non venga smarrita questa strada”. Lo ha dichiarato ieri in Aula alla Camera il deputato democratico Andrea Casu, intervenendo prima che venisse approvata la richiesta di rinvio in Commissione del testo unificato della proposta di legge di delega al Governo per i data center.

Ed ora? 

Secondo quanto Key4Biz è in grado di ricostruire, la Commissione TLC proverà a rivedere il testo. In alternativa, è già pronto il blitz del Governo per inserire il testo in un decreto legge dedicato all’Energia, così ci sarà tempo per trovare le coperture economiche.

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OpenAI, accordo da 300 miliardi con Oracle che fa diventare il suo presidente il più ricco al mondo per alcune ore

Accordo record tra Oracle e OpenAI

Il contratto da 300 miliardi di dollari in cinque anni, firmato da Oracle e OpenAI, segna una svolta storica nel mercato del cloud e dei data center, in particolare per l’intelligenza artificiale (AI).

L’intesa, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, entrerà in vigore nel 2027 ed è una delle più grandi mai firmate nel settore tecnologico. Un record e allo stesso tempo una scommessa ad altissimo rischio sia per Sam Altman, CEO di OpenAI, sia per Larry Ellison, fondatore e presidente di Oracle.

La scommessa energivora di OpenAI e la dipendenza dal calcolo

OpenAI, la società che ha lanciato ChatGPT, ha oggi un fatturato stimato in 10 miliardi di dollari l’anno, meno di un quinto dei circa 60 miliardi che dovrà versare a Oracle ogni anno in media. La startup non prevede di generare utili prima del 2029 e stima perdite cumulate per 44 miliardi di dollari.

Alla base di questa corsa c’è un problema strutturale: la carenza cronica di potenza di calcolo. Addestrare nuovi modelli linguistici e sostenere miliardi di interazioni quotidiane richiede infrastrutture energetiche e computazionali fuori scala.

L’accordo con Oracle prevede infatti una capacità di 4,5 gigawatt, l’equivalente della produzione di due dighe di Hoover o del consumo energetico di circa 4 milioni di abitazioni.

La ricchezza di Oracle in soli 4 clienti: Amazon, Google, Microsoft e OpenAI

Per Oracle, il contratto rappresenta una straordinaria opportunità ma anche un rischio: concentrare gran parte della propria crescita futura su un pugno di ‘super’ clienti.

Nel trimestre chiuso il 31 agosto, l’azienda ha dichiarato 317 miliardi di dollari di ricavi futuri contrattualizzati, frutto di soli tre clienti. Oltre a OpenAI, ci sarebbero infatti Amazon, Google e Microsoft, i giganti che stanno alimentando la domanda globale di data center.

Il CEO di Oracle Lerry Ellison è l’uomo più ricco del mondo (superato Elon Musk)

Il boom dei contratti cloud ha avuto un effetto immediato in Borsa: le azioni Oracle sono balzate fino al +43% in un solo giorno, proiettando Larry Ellison nella ristretta cerchia degli uomini più ricchi al mondo. Il suo patrimonio netto ha superato i 400 miliardi di dollari, scavalcando Elon Musk fermo a 385 miliardi di dollari (Ellison è anche uno dei più grandi investitori in Tesla).

L’aumento record di 101 miliardi in neanche 24 ore è dovuto alla straordinaria performance delle azioni della società in Borsa che martedì e mercoledì sono volate nella stratosfera, oltre il 40% a Wall Street, grazie ai prodotti per l’intelligenza artificiale. 

A muovere tutto è l’intelligenza artificiale

La “benzina” che muove questo gigantesco motore di investimenti è l’intelligenza artificiale generativa. Secondo Morgan Stanley, tra il 2024 e il 2028 gli investimenti in chip, server e infrastrutture data center raggiungeranno i 2.900 miliardi di dollari.

Una cifra che rende evidente la trasformazione in corso: i data center sono il cuore pulsante dell’economia digitale, ma anche un nodo critico per il fabbisogno energetico nazionale.

Oracle, già alle prese con un rapporto debito/patrimonio netto del 427% (contro il 32,7% di Microsoft), dovrà probabilmente ricorrere a nuovo debito per finanziare l’acquisto di chip AI e la costruzione dei data center.

In partnership con aziende come Crusoe, sta già pianificando siti in Wyoming, Pennsylvania, Texas, Michigan e New Mexico.

La corsa all’oro digitale dei data center

Se la scommessa funzionerà, Oracle diventerà un attore imprescindibile nell’ecosistema dell’AI, affiancando Microsoft, Amazon e Google nella nuova “corsa all’oro” dei data center.

Per Altman, invece, il contratto da 300 miliardi è l’unico modo per superare la strozzatura della capacità computazionale e mantenere la leadership di OpenAI in un mercato che brucia capitale e richiede infrastrutture paragonabili a quelle energetiche di interi Stati.

Il futuro dell’intelligenza artificiale, e della stessa OpenAI, dipenderà dunque da questa alleanza titanica. Ma la domanda resta: basteranno 300 miliardi e 4,5 gigawatt per sostenere l’appetito insaziabile dell’AI?

La portata di questo accordo va ben oltre la tecnologia e la finanza. I data center si confermano nuove infrastrutture strategiche, comparabili alle basi militari, ai gasdotti o alle dorsali energetiche.

In un mondo in cui l’AI è la nuova “benzina” dell’economia, i data center equivalgono a raffinerie digitali. Chi li possiede controlla l’accesso alla risorsa più scarsa e preziosa: il calcolo (c’è un ritardo di 12-24 mesi tra la domanda di energia e la sua fornitura). Per il Governo USA, sostenere Oracle e i suoi concorrenti significa assicurarsi che questa leva resti sotto giurisdizione americana, evitando che Europa o Asia diventino troppo dipendenti da fornitori extra-Occidente.

La finanziarizzazione del “computing” e l’esplosione della domanda di energia

Il mercato ora considera la potenza di calcolo (che le aziende usano per gestire l’AI e alimentare le app e i siti web che utilizziamo ogni giorno) non solo un servizio, ma una risorsa commerciabile, scarsa e strategicamente vitale, non diversamente dal petrolio nel XX secolo o dall’oro nel XIX.

La finanziarizzazione del computing si sta sviluppando a una velocità senza precedenti. Capitali di rischio, fondi sovrani e aziende stanno investendo miliardi in cluster GPU, capacità di data center e reti di calcolo decentralizzate. I governi stanno sovvenzionando le infrastrutture, limitando le esportazioni e correndo per garantire la sovranità informatica locale.
Stati Uniti, Unione europea, Cina e tutti gli altri principali attori globali sono ormai impegnati a costruire “fortezze digitali” che consumeranno enormi flussi di energia elettrica e che richiederanno livelli di cybersecurity sempre più elevati.

Secondo un nuovo studio Rhodium Group, i data center rappresenteranno tra il 47% e il 65% della crescita della domanda di energia negli Stati Uniti entro il 2030 e tra il 44% ed il 59% entro il 2040, a seconda dello scenario modellato.

Per capirci, queste stime ci dicono che stiamo passando dall’attuale 4% al 14% della domanda totale di energia elettrica degli Stati Uniti entro il 2040.

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Francia, in 25 anni debito pubblico da 880 a 3.345 miliardi

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Le riforme di Macron hanno causato 50 miliardi di mancati incassi l’anno

Quando si pensa ai conti pubblici fuori controllo in Europa, l’associazione immediata un tempo era con l’Italia o, per chi ricorda la crisi dell’euro, con la Grecia. La Francia, al contrario, è sempre stata percepita come un pilastro di stabilità. Ecco perché oggi colpisce vedere Parigi al centro delle preoccupazioni finanziarie: il Paese che per decenni ha incarnato la solidità economica dell’eurozona è ora costretto a discutere di tagli, tasse e rischio downgrade.

I numeri raccontano meglio di qualsiasi analisi quanto sia inedita la situazione. Alla fine del primo trimestre 2025 il debito pubblico francese ha raggiunto 3.345 miliardi di euro, pari al 116% del PIL: un livello mai toccato prima. Ancora più impressionante è il deficit: nel 2024 il disavanzo ha toccato i 168,6 miliardi di euro, pari al 5,8% della produzione nazionale. Si tratta del peggior risultato dalla Seconda guerra mondiale, quasi il doppio rispetto al limite del 3% fissato dai trattati europei. Per la Francia, da sempre tra le economie “virtuose” del continente, è un salto di paradigma che lascia interdetti osservatori e investitori.

Francia, i conti pubblici travolgono Bayrou

In Francia la politica sta ballando al ritmo dei conti pubblici. François Bayrou, premier scelto da Emmanuel Macron per guidare la correzione di bilancio, aveva promesso rigore e sacrifici. Ma il suo piano ha spaccato l’Assemblea nazionale, trasformando la discussione economica in una crisi politica che ha travolto il governo in poche settimane.

Il progetto prevedeva 44 miliardi di euro di tagli alla spesa e nuove tasse, insieme all’abolizione addirittura anche di due festività nazionali. Una cura da cavallo che non ha superato la prova parlamentare: Bayrou è stato sfiduciato e costretto a lasciare. E così ancora una volta mercati hanno alzato il livello di allerta: i rendimenti dei titoli francesi sono saliti al 3,45%, mentre le agenzie di rating minacciano la clava del downgrade. Per una potenza che ha sempre beneficiato di condizioni di credito favorevoli, è un cambio di orizzonte senza precedenti.

A quanto ammonta il debito pubblico della Francia

Il debito francese è cresciuto in modo costante per 25 anni, senza mai dare segnali di inversione. Ogni crisi economica ha lasciato un segno, spingendo i numeri sempre più in alto. Negli ultimi anni, tra pandemia e crisi energetica, la tendenza si è ulteriormente rafforzata fino a portare i conti pubblici a livelli mai raggiunti prima, come evidenziano i dati dell’Insee – Istituto nazionale di statistica francese.

Come si vede bene anche nel grafico, nel 2000 il debito francese era pari a 880 miliardi di euro. Negli anni successivi la crescita è stata costante: nel 2008 era arrivato a 1.327 miliardi, per poi accelerare con la crisi finanziaria fino a toccare 1.535 miliardi nel 2010 e quasi 1.925 miliardi nel 2013. La soglia dei 2.000 miliardi è stata superata nel 2014, mentre nel 2019, alla vigilia della pandemia, il debito era già salito a 2.380 miliardi di euro.

Con il Covid la curva si è impennata: in soli tre anni il debito è passato da 2.560 miliardi nel 2020 a 2.950 miliardi nel 2022, trainato dalle spese straordinarie per sanità, welfare e sostegni economici. La crisi energetica ha contribuito a mantenerlo in crescita: nel 2023 ha raggiunto 3.101 miliardi, nel 2024 3.305 miliardi, fino ad arrivare a 3.345 miliardi di euro nel 2025, pari al 116% del Pil.

Anche il deficit francese è al massimo storico

Il 2024 è stato un anno da record per i conti pubblici francesi, ma nella direzione sbagliata. Il disavanzo ha toccato 168,6 miliardi di euro, il livello più alto dalla Seconda guerra mondiale. Tradotto in percentuale, significa un deficit pari al 5,8% del PIL, quasi il doppio del limite del 3% fissato dalle regole europee. Non si tratta quindi di uno scostamento marginale: per ogni 100 euro prodotti dall’economia francese, quasi 6 sono stati spesi senza copertura, segnalando una fragilità che pesa direttamente sulla fiducia degli investitori.

Dietro questa cifra c’è uno squilibrio chiaro: nel 2024 lo Stato ha incassato 1,5 trilioni di euro, ma ne ha spesi 1,67 trilioni. La differenza di oltre 170 miliardi di euro si è accumulata soprattutto nel finanziamento del welfare, della sanità e delle amministrazioni locali, settori che assorbono la parte più consistente della spesa pubblica. È un divario che non ha precedenti negli ultimi ottant’anni e che ha riportato la Francia sotto stretta sorveglianza delle istituzioni europee, rendendo i suoi titoli di Stato più esposti alle oscillazioni dei mercati.

Debito francese, le tre cifre cruciali

Per capire perché i conti francesi siano così fuori linea basta guardare a tre numeri che raccontano meglio di qualsiasi analisi la situazione: 57, 240 e 50. Sono la percentuale di spesa pubblica sul Pil, i miliardi spesi in misure straordinarie negli ultimi anni e le entrate fiscali perse ogni anno a causa delle riforme volute da Macron.

Nel 2024 la Francia ha destinato alla spesa pubblica il 57% della produzione nazionale, la quota più alta d’Europa. Tra il 2020 e il 2023 lo Stato ha inoltre stanziato oltre 240 miliardi di euro per fronteggiare la pandemia e la crisi energetica. Sul fronte delle entrate, i tagli fiscali introdotti a partire dal 2017 hanno ridotto la pressione fiscale dal 54% al 51% del PIL, con un costo stimato dalla Corte dei Conti in 50 miliardi di euro ogni anno. L’effetto combinato di spese straordinarie e minori entrate ha aperto una forbice che oggi rende più difficile riportare i conti sotto controllo.

Francia, interessi sul debito esplosi

In Francia il costo del debito non è più una voce secondaria, ma una delle più pesanti del bilancio pubblico. Nel 2020 lo Stato pagava 26 miliardi di euro in interessi, una cifra importante ma ancora gestibile. Nel giro di quattro anni, complice l’aumento dei tassi sui mercati, quella spesa è arrivata a 66 miliardi di euro nel 2024: significa che in meno di un quinquennio la Francia ha dovuto trovare altri 40 miliardi l’anno solo per remunerare i propri creditori. È un importo che supera interi capitoli di spesa, dall’istruzione alla difesa.

La ragione è nei rendimenti dei titoli di Stato francesi, oggi fermi al 3,45%. Può sembrare poco, ma per un Paese che ha accumulato un debito di 3.345 miliardi di euro anche pochi decimali di differenza equivalgono a decine di miliardi aggiuntivi ogni anno. Il confronto con gli altri partner europei è eloquente: la Francia paga tassi più alti della Grecia, che porta ancora le cicatrici della crisi del 2011, e molto distanti dalla Germania, che resta sotto il 2%. È il segnale che i mercati hanno iniziato a considerare Parigi un debitore più rischioso, con conseguenze dirette sul peso crescente degli interessi nel bilancio statale.

Francia, politica e mercati in allarme

Il Parlamento francese è paralizzato da un’Assemblea nazionale profondamente frammentata, dove ogni voto resta incerto e manca una maggioranza stabile. Il Rassemblement National di Marine Le Pen ha chiesto lo scioglimento della Camera e nuove elezioni legislative, mentre la sinistra guidata da Jean-Luc Mélenchon invoca elezioni presidenziali anticipate. Il presidente Emmanuel Macron, per ora, ha escluso entrambe le ipotesi. Fuori dalle aule parlamentari cresce la protesta sociale. I sindacati hanno annunciato scioperi e manifestazioni nazionali, mentre sui social si è diffuso il movimento “chiudere la Francia”.

Dal 2026 la spesa pubblica in Francia rischia il congelamento ai livelli attuali senza un nuovo bilancio. Il governo avrebbe margini minimi di manovra, mentre ministeri e enti locali dovrebbero gestire risorse ferme. Le agenzie di rating valutano un possibile downgrade, con effetti immediati sulle banche francesi. La Francia non è a rischio default e resta “troppo grande per fallire”, ma l’instabilità politica e le proteste sociali la rendono oggi una sorvegliata speciale dell’eurozona.

Fonte: Insee – Istituto nazionale di statistica francese
I dati si riferiscono al periodo 2000-2025

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Domanda di gas in crescita, basterà a soddisfare il fabbisogno dei data center? I dati dell’International Gas Union

In un mondo sempre più affamato di energia e attraversato da profonde trasformazioni, il gas naturale si conferma un attore chiave della sicurezza energetica. Meno inquinante di carbone e petrolio, pur restando un combustibile fossile, continua a rappresentare un fattore di stabilità in un mix energetico che vede crescere il peso di rinnovabili variabili, nuove tecnologie e imprevisti climatici estremi.

Un anno di transizione

A sottolineare la centralità di questa fonte energetica è il nuovo Global Gas Report 2025, secondo il quale il 2024 ha segnato una fase di assestamento per il mercato globale del gas e del GNL: meno turbolento rispetto agli anni precedenti, ma con dinamiche solide. I numeri parlano chiaro. Lo scorso anno a domanda mondiale ha raggiunto quota 4.122 miliardi di metri cubi, in crescita dell’1,9% rispetto al 2023, spinta soprattutto da Asia e Nord America. A trainare i consumi globali è stata ancora una volta la generazione elettrica, sostenuta anche dalle ondate di calore estive. Parallelamente, l’offerta è salita a 4.090 miliardi di metri cubi, mentre il commercio di GNL ha registrato l’undicesimo anno consecutivo di crescita, toccando 555 miliardi di metri cubi, con Stati Uniti, Qatar e Australia saldamente in testa tra gli esportatori.

Il 2025 e la corsa al gas

Il report evidenzia come nei primi sei mesi del 2025 si sia assistito a una crescita differenziata: Europa e Nord America hanno accelerato rispettivamente del 6,1% e dell’1,5%, mentre l’Asia ha rallentato gli acquisti a causa dei prezzi elevati e della concorrenza europea. Nonostante questo, le stime indicano che entro la fine dell’anno la domanda globale salirà di altri 71 miliardi di metri cubi.

Cina e India in prima linea

Guardando oltre, la traiettoria è chiara: entro il 2030 la domanda energetica mondiale continuerà a crescere, trainata in particolare da Cina e India, con il Nord America come ulteriore motore. Ma nuove sfide stanno già mettendo sotto pressione i sistemi elettrici globali: le ondate di calore dovute al cambiamento climatico e il boom dei data center legati all’intelligenza artificiale stanno aumentando in modo esponenziale il fabbisogno di energia affidabile e flessibile.

Il ruolo nella transizione energetica

In questo contesto, riporta il documento, il gas naturale rimane la fonte più matura e scalabile per garantire stabilità ai sistemi dominati da rinnovabili variabili come eolico e solare, che soffrono di intermittenza e stagionalità. Le batterie possono bilanciare la produzione nel breve periodo, ma non sono ancora in grado di sostituire il gas nella sicurezza dell’approvvigionamento a lungo termine. In caso di “dunkelflaute” – lunghi periodi senza vento e sole – o di eventi estremi come siccità e ondate di calore, il gas resta un pilastro della generazione elettrica.

Tecnologie e decarbonizzazione

Inoltre, accanto alla sua funzione tradizionale, il gas naturale sta diventando più “verde”. Sono in sviluppo soluzioni per ridurre le emissioni lungo tutta la filiera: dall’elettrificazione dei processi al miglioramento del monitoraggio delle perdite, fino alla cattura e stoccaggio della CO₂ (CCUS), sempre più considerata dai governi uno strumento essenziale per la transizione.

Biometano, idrogeno e nuovi scenari

La sfida passa anche attraverso i gas a basse emissioni. Il biometano, già compatibile con le infrastrutture esistenti, cresce grazie a politiche di sostegno in Europa. Più complessa invece la partita dell’idrogeno e dei suoi derivati, ancora frenati da costi elevati. Intanto il CCUS avanza, con diversi grandi progetti già operativi, anche se resta cruciale semplificare le regole e accelerare gli investimenti.

Una rotta da non perdere

Per garantire sicurezza, resilienza e sostenibilità energetica serviranno investimenti mirati in forniture, infrastrutture e stoccaggi, insieme allo sviluppo di tecnologie low-carbon. In un mondo scosso da crisi geopolitiche e climatiche, il gas naturale si propone non solo come combustibile di transizione, ma come vero pilastro di stabilità per il futuro energetico globale.

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AI europea, ecco i 41 CEO pronti ad investire

La Dichiarazione per l’AI europea: “pronti ad investire”

Il Rapporto Draghi è stato chiaro: l’Europa ha perso il 30% di competitività e abbiamo un deficit di investimenti di 800 miliardi di euro, principalmente a causa degli oneri normativi, della mancanza di digitalizzazione dell’economia e di un vero mercato unico.

Oggi la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, l’ha ricordato nel suo Discorso sullo Stato dell’Unione e la stessa cosa hanno fatto 41 Ceo di altrettante imprese tecnologiche e associazioni di categoria europee (tra cui l’italiana Letizia Pizzi, Direttore Generale di Anitec-Assinform).

Decine di imprese e associazioni che hanno firmato assieme la prima “European AI & Tech Declaration”, presentata alla stessa von der Leyen, e che si dicono pronte ad investire nel futuro digitale dell’Europa e a guidare la doppia trasformazione (anche green).

“Siamo pronti a collaborare a progetti digitali che creino una reale domanda di mercato e resilienza, e a sostenere rapide riforme normative che semplifichino e armonizzino le condizioni commerciali e rafforzino la competitività dell’Europa”, si legge nel testo pubblicato da Digitaleurope.

“Facciamo dell’Europa il luogo ideale per innovare e crescere, creando le condizioni favorevoli per le nostre aziende – è sottolineato nel documento – questo è il momento dell’intelligenza artificiale e della tecnologia in Europa. Agiamo insieme”.

Chi sono i 41 CEO

Tra i 41 CEO firmatari del documento troviamo: Olivier Blum diSchneider Electric, Stefan Hartung diBosch, Christian Bruch di Siemens Energy, Cristiano Klein di SAP, Aiman ​​Ezzat diCapgemini, Justin Hotard di Nokia, Roy Jakobs diPhilips, Kim Fausing di Danfoss, Giorgio Stassi di PPC Group, André Rogaczewski di Netcompany, Riccardo Marko di di ESET, Yves Padrines di Gruppo Nemetschek, Priit Alamäe diNortal, Mariusz Gralewski diDocplanner, Enrique Lizaso Olmos diMultiverse Computing, Thomas Jensen di Milestone Systems.

Di seguito i CEO delle associazioni di settore:

Produrre e comprare europeo, ma serve un mercato unico

Un’ampia fetta delle principali aziende tecnologiche europee si dice pronta a dare impulso al nuovo corso voluto dalla Commissione europea e ribadito dal Discorso della Presidente von der Leyen: produrre e comprare europeo per rafforzare resilienza e indipendenza delle nostre industrie.

Una volontà che però dipende dall’effettiva “capacità dell’Europa di crescere e di assumere un ruolo guida nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie critiche, mantenendo al contempo un legame con i mercati globali”.

Più di tutto, impegni legati strettamente dalla capacità dell’Europa di mettere sul campo azioni concrete e decisive “nei prossimi tre anni” massimo, tese a completare il mercato unico e favorire e supportare in ogni modo investimenti europei significativi e scalabili.

“Chiediamo un nuovo e ambizioso partenariato tra attori pubblici e privati ​​per ripristinare la competitività e la sicurezza globali dell’Europa”, chiedono i firmatari della dichiarazione, che precisano: “L’Europa deve adattarsi a cicli di innovazione più rapidi, effettuare investimenti agili, ridurre gli oneri normativi e i costi di fallimento, semplificare l’attuazione e rivedere in modo significativo le nostre norme in materia di intelligenza artificiale, dati e cybersecurity”.

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