Perché Dario Amodei è tra le 100 persone più influenti al mondo sull’AI
In questa serie di approfondimenti esploriamo le persone che, secondo la lista TIME100 AI, stanno orientando direzione e regole dell’intelligenza artificiale. Ogni puntata offre tre chiavi di lettura: chi sono (e cosa hanno fatto davvero), perché contano ora (non ieri), che impatto avranno su mercato, policy e sicurezza. Dopo Yoshua Bengio e PaulaIngabire e LiangWenfeng, parliamo di Dario Amodei, CEO di Anthropic.
Dario Amodei, il profilo
Dario Amodei è una figura le cui radici professionali affondano nella ricerca d’avanguardia sull’AI. Nato a San Francisco nel 1983 da padre italiano, si è laureato alla Stanford University, ottenuto il PhD in fisica alla Princeton University. Postdoc alla Stanford University School of Medicine. Dal novembre 2014 ad ottobre 2015 ha lavorato per Baidu, dopodiché ha lavorato per Google.
Nel 2016 si unisce ad OpenAI. Qui è stato una figura chiave nello sviluppo di GPT-2 e GPT-3, i modelli linguistici che hanno dimostrato su larga scala il potenziale trasformativo (e i pericoli) degli LLM (Large Language Models). Nel 2021 Amodei e sua sorella Daniela fondano Anthropic insieme ad altri ex membri di rilievo di OpenAI.
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La motivazione risiedeva nella convinzione che la corsa alla creazione di AI sempre più potenti stesse superando la capacità di garantire che fossero sicure, allineate ai valori umani e controllabili.
Il ruolo di Anthropic
Anthropic nasce quindi non come una semplice competitor, ma come un esperimento applicato su come costruire un’AI avanzata in modo responsabile. Il suo prodotto di punta, l’assistente AI Claude, è la principale incarnazione dei suoi principi di “Constitutional AI”.
Se nel 2021 l’azienda poteva essere percepita come un nobile esperimento, oggi è un attore centrale e capitalizzato nello scacchiere geopolitico e industriale dell’AI valutata 170 miliardi di dollari dopo un finanziamento da 13 miliardi.
AI e il dibattito sulla sicurezza
Negli ultimi mesi Amodei si è affermato come una delle voci più ascoltate e tecnicamente credibili sui rischi associati all’AI. I suoi interventi al Congresso USA e nei forum internazionali sono quelli di un costruttore che mette in guardia sui pericoli intrinseci dei propri stessi strumenti. In un clima di crescente regolamentazione, la sua competenza tecnica unita a una posizione cauta gli conferisce un’autorità unica nel plasmare il discorso pubblico.
L’AI responsabile come vantaggio competitivo
Sotto la sua guida, Anthropic ha dimostrato che l’approccio “responsabile” può essere un potente driver commerciale, attirando investimenti miliardari da player come Google, Salesforce e SK Telecom. Questi investitori cercano non solo tecnologia all’avanguardia, ma anche un profilo di rischio reputazionale e di sicurezza più robusto rispetto ad alternative sul mercato. Claude è ampiamente riconosciuto per i suoi alti standard di sicurezza e allineamento, sebbene la competizione in questo ambito si stia rapidamente intensificando.
L’alternativa indipendente
In un panorama che sembrava polarizzarsi tra OpenAI/Microsoft e Google, Amodei ha costruito la più solida alternativa indipendente. Anthropic non è una piccola startup, ma un’azienda con una governance innovativa e ponderata, come il “Long-Term Benefit Trust”, progettato per controbilanciare gli interessi commerciali degli investitori con la missione a lungo termine di sviluppo sicuro dell’AI.
Questo la rende un partner attraente per il mondo enterprise e governativo che cerca un’opzione stabile ed eticamente orientata.
Dazi USA sui semiconduttori. Italia tra i 10 principali fornitori con 444 aziende esportatrici
Dazi pazzi. La spinta protezionista dell’amministrazione di Donald Trump non si placa, con la minaccia di nuove tariffe che aleggia su un numero sempre maggiore di settori strategici. Stavolta tocca ai semiconduttori. Nel mirino finiscono le aziende che non trasferiranno negli Stati Uniti la produzione di chip, metalli, materiali isolanti e altri componenti fondamentali per la doppia transizione digitale ed energetica, tasselli cruciali anche per lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale.
La nuova misura, annunciata già nelle prime settimane di agosto, avrà ripercussioni dirette anche sull’Italia, che figura tra i 10 maggiori fornitori di semiconduttori a Washington.
Il Presidente USA, ha confermato le proprie intenzioni a margine di una cena alla Casa Bianca con i vertici delle big tech americane, ma senza entrare nel merito, bypassando le domande dei giornalisti su tempistiche ed entità delle tariffe.
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“Si tratterà di un dazio consistente, non eccessivo ma comunque significativo, con l’intesa che se un’azienda decide di investire, costruire o pianificare la produzione nel Paese, allora non verrà applicata alcuna tariffa”, ha spiegato il Tycoon.
Le aziende europee più esposte ai dazi USA
Il riferimento di Trump è diretto soprattutto alle multinazionali europee ad alto fatturato che ancora non hanno sposato a pieno titolo i dettami nordamericani, come la francese Soitec, la tedesca Infineon Technologies, o la italo-francese STMicroelectronics, il cui stabilimento di Catania è destinato a diventare il polo di riferimento europeo per il carburo di silicio da 200 millimetri.
Italia tra i 10 principali fornitori di semiconduttori agli USA
Secondo i dati di Volza sulle esportazioni italiane di dispositivi a semiconduttore, in Italia operano complessivamente 444 fornitori, che esportano verso 524 acquirenti in tutto il mondo. Tra giugno 2024 e maggio 2025, sono stati attivi 197 fornitori, con Rockwell Automation Inc., Vishay Semiconductor Italiana S.p.A. e Solaredge Technologies Ltd a rappresentare da sole il 68% delle esportazioni italiane di semiconduttori.
Rockwell Automation Inc. guida la classifica, con il 29% del totale e 50 spedizioni. Subito dietro, Vishay Semiconductor Italiana S.p.A. detiene il 25% delle esportazioni, corrispondenti a 43 spedizioni. Al terzo posto si colloca Solaredge Technologies Ltd, con una quota del 14% e 24 spedizioni.
Sotto pressione, nel Bel Paese, ci sarebbero poi Technoprobe, specializzata nella fornitura di probe cards per test di chip a livello internazionale, MEMC Electronic Materials, centro importante di produzione wafer in Italia, e SPEA, leader in campo di macchinari per test di semiconduttori.
Chi si salva
Ne usciranno incolumi, invece, colossi come Apple, che ha recentemente portato a 600 miliardi di dollari il proprio impegno d’investimento negli Stati Uniti nei prossimi quattro anni, o giganti asiatici come TSMC (Taiwan), Samsung Electronics e SK Hynix (Corea del Sud), già pronti a rafforzare la produzione oltreoceano.
La battaglia legale alla Corte Suprema
Dall’insediamento di gennaio per il suo secondo mandato, la minaccia di nuovi dazi ha già incrinato i rapporti di Washington con i partner commerciali, scosso i mercati e alimentato l’incertezza globale. I dazi sono ormai uno dei pilastri della dottrina Trump: un’arma di pressione politica usata per rinegoziare accordi, piegare Paesi esportatori e strappare concessioni alle multinazionali. “Se non investono qui, scatteranno i dazi“, ha ribadito il presidente sui semiconduttori.
Ma la strategia resta sotto tiro nei tribunali. Dopo che una corte federale ha invalidato gran parte delle tariffe, la Casa Bianca ha chiesto alla Corte Suprema di pronunciarsi in via d’urgenza per salvare i dazi varati in base a una legge d’emergenza del 1977, un tassello centrale dell’agenda economica e commerciale di Trump.
Calano gli accessi ai siti (anche in Italia) per colpa dell’AI Overview di Google. I dati
Per oltre vent’anni la ricerca su internet è stata sinonimo di Google. Scrivevamo una parola chiave, scorrevamo una lista di link, cliccavamo sul sito che sembrava più promettente. Quel meccanismo, che ha dato forma a un intero ecosistema fatto di SEO, pubblicità digitale e modelli di business editoriali, oggi vacilla.
L’arrivo di ChatGPT e dei sistemi di intelligenza artificiale generativa ha inaugurato un modo diverso di cercare: non più una lista di risultati, ma una risposta immediata, in forma conversazionale. È un cambiamento silenzioso, ma con conseguenze dirompenti per chi pubblica contenuti online.
Secondo una recente analisi di Statista, negli Stati Uniti gli utenti che usano l’AI come primo strumento di ricerca potrebbero passare da circa 13 milioni nel 2024 a oltre 90 milioni entro il 2027. Questo spiega perché termini come zero-click search stiano diventando di uso comune: sempre più utenti ottengono ciò che cercano direttamente nella finestra dell’assistente, senza alcuna necessità di aprire un sito.
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Sempre meno persone cliccano sui siti a causa dell’AI
Il fenomeno è documentato da numeri concreti. Una ricerca del Pew Research Center (luglio 2025) mostra che quando compare un AI Overview, il tasso di clic sui link si dimezza: dal 15% all’8%, e solo l’1% degli utenti clicca su un link dentro il riepilogo AI. Un’analisi di Ahrefs conferma che il primo risultato organico perde in media il 34,5% dei clic quando la query è accompagnata da un Overview. Secondo l’associazione Digital Content Next, nei primi mesi del 2025 gli editori hanno registrato un calo medio del 10% nel traffico referral da Google, con punte del 25% su alcune testate.
The Verge ha documentato come l’introduzione di AI Overview da parte di Google, il riquadro che sintetizza automaticamente le risposte in cima alla pagina dei risultati, stia riducendo sensibilmente i click verso i siti, in particolare per ricerche informative e tutorial. Gli editori statunitensi parlano già di un crollo del traffico organico, e i dati riportati dal Wall Street Journal mostrano come il New York Times abbia visto calare la quota di visite da ricerca organica dal 44% al 36,5% tra il 2022 e l’aprile 2025.
Google AI Overview, la funzione che divide
AI Overview è la grande scommessa di Google nata per non farsi scavalcare dall’ondata ChatGPT. In pratica è un riquadro generato dall’intelligenza artificiale che compare in cima ai risultati di ricerca e che prova a rispondere subito alla domanda dell’utente, senza bisogno di cliccare sui tradizionali “link blu”. È il tentativo di Mountain View di non perdere centralità nel momento in cui le persone si abituano a chiedere tutto direttamente a un chatbot.
L’algoritmo funziona come un collage: prende pezzi di contenuti sparsi sul Web, li ricompone e li mostra sotto forma di riepilogo. Un po’ come fa Wikipedia, con la differenza che qui l’utente non deve aprire nulla. È proprio questo il punto che manda su tutte le furie gli editori. Da un lato i loro contenuti vengono usati per alimentare la risposta; dall’altro il traffico si ferma al box AI e non arriva più al sito che ha prodotto l’informazione. In sostanza: sfruttati sì, ma senza ritorno.
I grandi editori trattano con le big tech, quelli piccoli fanno causa
Se le grandi testate cercano di trattare direttamente con le big tech, vendendo l’accesso ai propri archivi in licenza per l’addestramento dei modelli, gli editori più piccoli hanno scelto la strada legale. L’Independent Publishers Alliance, con il sostegno di Foxglove Legal Community Interest Company e del Movement for an Open Web, ha denunciato Google alla Commissione Europea per abuso di posizione dominante. Secondo loro, AI Overview obbliga di fatto gli editori a cedere i propri contenuti: se non autorizzi l’uso, rischi di scomparire del tutto dai risultati di ricerca; se invece acconsenti, sei comunque penalizzato perché il lettore si ferma al riassunto AI.
Il contenzioso non si ferma all’Europa. Azioni simili sono partite nel Regno Unito e negli Stati Uniti, dove si moltiplicano le cause legali contro Google e contro le società che sviluppano chatbot generativi. Il sospetto è sempre lo stesso: sfruttare gratuitamente il lavoro giornalistico altrui per costruire prodotti che rischiano di sostituirlo.
Sul tema sono intervenute anche le principali associazioni editoriali. In Europa, ENPA (European Newspaper Publishers’ Association) e News Media Europe hanno avvertito che l’uso dell’AI nell’ecosistema informativo deve essere regolato con maggiore trasparenza e con un giusto compenso per i titolari dei diritti, richiamando l’applicazione dell’AI Act e dei codici di condotta.
La difesa di Google
Google, dal canto suo, difende la bontà della nuova funzione. Secondo l’azienda, AI Overview non riduce le opportunità per gli editori ma le amplia, perché stimola nuove domande e apre nuove strade di scoperta. “Le nuove esperienze di intelligenza artificiale nella ricerca – ha dichiarato un portavoce – consentono alle persone di porre ancora più domande, creando nuove opportunità per scoprire contenuti e aziende”. Mountain View sostiene inoltre che le oscillazioni del traffico web dipendono da molti fattori: la stagionalità, i cambi di interesse degli utenti, i regolari aggiornamenti dell’algoritmo di ricerca. Insomma, non tutta la colpa sarebbe di AI Overview.
Il parere dell’esperto
“L’introduzione di risultati frutto di una elaborazione generativa delle informazioni non pone solamente un rischio ai modelli di business basati sul traffico web, ma ha ricadute reputazionali per le aziende”, spiega a Key4biz Andrea Boscaro, Founder & Partner di The Vortex. “Il margine di errore di cui occorre sempre tenere conto quando si adottano i modelli linguistici produce infatti la possibilità che le informazioni aziendali pubblicate sui siti siano riprodotte in modo differente, non fedele alle intenzioni, non aggiornato. Possibilità tanto più grave quando più gli utenti si abituano, anziché fare una ricerca, ad accontentarsi di una risposta. Quella comodamente confezionata dall’AI”, conclude Boscaro.
Dal clickbait al trustbait
In questo nuovo scenario, i vecchi strumenti perdono valore. Il clickbait, che per anni ha garantito traffico con titoli sensazionalistici e promesse esagerate, viene ignorato dagli algoritmi generativi. Ciò che conta è la sostanza: contenuti affidabili, chiari, con dati verificabili. È quello che alcuni iniziano a chiamare trustbait: non più attrarre click a tutti i costi, ma costruire fiducia.
Lo sottolinea anche l’Osservatorio Artificial Intelligence del PoliMi, che ha rilevato come le aziende italiane stiano già rivedendo le proprie strategie di acquisizione: non basta più la SEO tradizionale, occorre rendere i contenuti leggibili e utilizzabili dai modelli generativi. È qui che entra in gioco la Answer Engine Optimization (AEO): testi chiari, strutturati, con dati verificabili, pensati per diventare direttamente parte della risposta fornita da un assistente AI. In altre parole, non basta più essere “primi su Google”: serve essere integrati nella risposta che l’utente legge senza cliccare.
La sfida dell’AEO
Se la SEO ha guidato vent’anni di visibilità online, l’obiettivo dell’AEO non è più scalare la SERP (Search Engine Results Page), ma diventare la risposta.
Tradotto in pratica significa:
strutturare testi che rispondano direttamente alle domande frequenti,
usare titoli, sottotitoli e FAQ per favorire l’estrazione automatica,
inserire dati, grafici e fonti verificabili,
curare la formattazione (elenchi, schemi, tabelle) in modo che siano leggibili anche per un modello linguistico.
Chi saprà adattarsi a questa logica potrà mantenere visibilità anche in un contesto in cui l’utente non clicca più sui link, ma si ferma alla risposta AI.
L’AI cambierà per sempre l’informazione generalista
Le ricerche locali, gli eventi in tempo reale, i contenuti multimediali manterranno ancora una dimensione “cliccabile”. Ma per l’informazione generalista, le guide, i contenuti di servizio, il futuro è già arrivato: la ricerca online è diventata un dialogo con un assistente, non più un elenco di link, una trasformazione che mette in gioco non solo il destino di singole testate o portali, ma il pluralismo stesso dell’informazione.
Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da MarcoCobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4bizclicca qui..
Dalla fondazione nel 1975 a un impero da 2,3 miliardi di euro di fatturato
È morto Giorgio Armani all’età di 91 anni. Nato a Piacenza nel 1934, aveva fondato cinquant’anni fa la maison che porta il suo nome, oggi uno dei simboli della moda italiana nel mondo, con un giro d’affari da 2,3 miliardi di euro e attività che spaziano dalla moda alla ristorazione fino all’hotellerie. Pochi giorni prima della scomparsa aveva concluso l’acquisizione della storica Capannina di Forte dei Marmi. L’estate era stata segnata da problemi di salute, tanto che, per la prima volta nella sua carriera, non aveva presenziato alle sfilate di Milano e Parigi.
Armani è ricordato come lo stilista che rivoluzionò l’abito maschile, eliminando spalline e fodere rigide per dare vita a una nuova eleganza, più morbida e disinvolta. Negli anni ’80 seppe trasformare il concetto di eleganza maschile, alleggerendo la struttura dei completi (la grande rivoluzione fu la rinuncia alle spalline). Quell’idea di abito più fluido ed essenziale divenne presto un riferimento anche per il guardaroba femminile. La sua fama in Italia crebbe al punto che i media iniziarono a chiamarlo “Re Giorgio”, un appellativo che rifletteva un prestigio capace di superare i confini della moda e di trasformarlo in un’icona culturale.
Fondazione nel 1975 e crescita iniziale
La storia di Armani come azienda inizia nel 1975, quando Giorgio Armani con Sergio Galeotti decise di fondare a Milano la maison che sarebbe diventata un simbolo mondiale del lusso. Il capitale iniziale era ridotto, ma la crescita fu rapidissima: già nel 1976 il fatturato aveva raggiunto 570 milioni di lire e, vent’anni dopo, il marchio superava i 1.500 miliardi di lire. Quella base solida ha permesso ad Armani di consolidarsi tra i grandi del made in Italy.
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Come si vede anche dal grafico, il fatturato del Gruppo Armani è passato da 1,42 miliardi di euro nel 2019 a 1,10 miliardi nel 2020, con un calo del 22% dovuto alla pandemia. La ripresa è iniziata nel 2021 con 1,25 miliardi, ma il salto vero è arrivato nel 2022, quando i ricavi sono balzati a 2,35 miliardi (+88%). Nel 2023 Armani ha toccato il massimo del periodo con 2,45 miliardi, mentre nel 2024 si è registrato un lieve arretramento a 2,3 miliardi, valori comunque molto superiori a quelli pre-Covid.
La diversificazione del gruppo
Armani non ha mai limitato il suo mondo alle passerelle. Oltre alle collezioni uomo e donna, il gruppo ha creato linee come Emporio Armani ed Armani Exchange, nate per parlare a pubblici diversi: la prima per chi cerca un prêt-à-porter accessibile ma elegante, la seconda pensata per un target più giovane e dinamico. Una strategia che ha permesso di allargare il raggio d’azione ben oltre il lusso tradizionale, costruendo un brand riconoscibile in ogni fascia di mercato.
Con il tempo l’universo Armani è uscito dall’armadio per diventare esperienza di vita. Sono nati ristoranti e caffè, hotel a Milano e Dubai, perfino linee di design e arredamento. L’ultima mossa è arrivata poche settimane prima della scomparsa dello stilista: l’acquisizione della storica Capannina di Forte dei Marmi, locale simbolo della Versilia. Un’operazione che conferma come Armani abbia sempre immaginato la moda come un vero e proprio lifestyle, capace di andare ben oltre gli abiti.
Armani e il mercato globale
Il gruppo Armani può contare su una rete di 500 punti vendita distribuiti in 46 Paesi, dai flagship store di Milano e New York fino a Tokyo e Dubai. Questa presenza lo rende uno dei marchi italiani più visibili al mondo, parte di un settore che nel 2024 ha portato l’export della moda italiana a valere il 6,9% delle esportazioni mondiali. Se si guarda solo al lusso, il peso del Made in Italy è ancora più forte: i prodotti di fascia alta coprono l’11,2% del mercato globale, quasi tre volte di più rispetto ai segmenti medio-bassi, fermi al 4,6%.
Armani si inserisce esattamente in questa dinamica: non ha le dimensioni dei giganti francesi come LVMH, ma contribuisce a consolidare la leadership italiana nell’alto di gamma. I suoi 2,3 miliardi di ricavi rappresentano una quota significativa del comparto e aiutano a spiegare come il lusso resti uno dei pilastri più solidi dell’economia nazionale, con un impatto diretto sia sul saldo commerciale che sulla reputazione del brand Italia nel mondo.
Il valore del brand e l’eredità
Il marchio Armani oggi vale oltre 2 miliardi di dollari, secondo le stime più accreditate, e resta uno degli asset più solidi del lusso italiano. Non è solo un nome, ma un brand che ha saputo diventare sinonimo di stile nel mondo e che continua a generare valore ben oltre le passerelle.
Il futuro del marchio resta un tema centrale: l’azienda manterrà la propria autonomia o finirà, come già accaduto a Versace e Valentino, sotto il controllo di un gruppo internazionale? Per evitare questa prospettiva, nel 2016 Giorgio Armani istituì la Fondazione Giorgio Armani, con il compito di sostenere progetti sociali e garantire continuità e indipendenza alla maison. Dopo la sua scomparsa, la gestione passa ai familiari e ai collaboratori storici: tra i principali riferimenti figurano le nipoti Roberta e Silvana Armani, il nipote Andrea Camerana e Pantaleo Dell’Orco, braccio destro dello stilista da 46 anni.
Bonus elettrodomestici, niente click day. Ma manca ancora la piattaforma
Si compone di 9 articoli il decreto attuativo del “Bonus elettrodomestici” introdotto dalla legge di Bilancio 2025 e modificato ad aprile scorso tramite un emendamento di Fratelli d’Italia al decreto Bollette.
Il dm Mimit-Mef, preso in visione da Public Policy e firmato dai ministri Urso e Giorgetti, disciplina i criteri e le modalità per la concessione del contributo riconosciuto all’utente finale in forma di voucher, cui consegue uno sconto in fattura da parte del venditore al momento dell’acquisto dell’elettrodomestico.
Quando partiranno le domande
L’ultima questione da sciogliere è la tempistica. La piattaforma digitale dedicata gestita da Pago PA non è ancora operativa e sarà necessario attendere i prossimi passaggi tecnici.
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Valido soltanto per grandi elettrodomestici
Il bonus vale soltanto per i grandi elettrodomestici (frigoriferi, forni, piani cottura ecc), esclusi phon o tostapane. I tempi per usufruirne sono stretti, per evitare cumuli e speculazioni.
Condizione essenziale per l’erogazione del contributo, viene precisato, è la consegna al venditore di un elettrodomestico della stessa tipologia e di classe energetica inferiore a quello agevolato, nonché, a cura del venditore, il suo corretto smaltimento finalizzato al riciclo.
Ammontano a 50 milioni di euro le risorse messe a disposizione del contributo che verrà riconosciuto rispettando l’ordine temporale di presentazione delle istanze, con un massimo di 200 euro a contributo.
Sarà quindi fondamentale muoversi in fretta per rientrare fra i fortunati che potranno ottenere il contributo.
Evitato il click day
Le risorse disponibili sono sufficienti a coprire circa 480 mila voucher da 100 euro. Se la maggioranza delle famiglie richiederà l’importo massimo da 200 euro, i beneficiari si ridurranno i molto. Per evitare un click day, il legislatore ha introdotto la scadenza dei voucher: quelli non utilizzati torneranno nel circuito, a disposizione di nuovi richiedenti.
Come funziona il voucher: sconto fino al 30%
Il contributo, sotto forma di voucher, è concesso all’utente finale maggiorenne ed è spendibile presso il venditore per l’acquisto di un solo elettrodomestico per nucleo familiare, con conseguente riduzione del prezzo finale di vendita pagato dall’utente finale.
Il bonus è riconosciuto in “misura non superiore al 30% del costo di acquisto dell’elettrodomestico e comunque per un importo non superiore a 100 euro, elevato a 200 euro per ciascun elettrodomestico se l’utente finale ha un valore dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) ordinario inferiore a 25mila euro annui”. Il voucher, in ogni caso, non può essere cumulato con altre agevolazioni, nonché con altri benefici, anche di tipo fiscale, riferiti agli stessi costi ammissibili.
A seguito dell’accettazione del voucher e a fronte della riduzione del prezzo, una volta decorso il termine per l’esercizio del diritto di recesso da parte dell’utente finale, il venditore matura il diritto a ricevere un importo alla stessa equivalente, da corrispondersi a cura di Invitalia.
La richiesta del bonus e l’utilizzo in negozio
Attraverso la piattaforma informatica gestita da PagoPa “sono acquisiti i dati degli utenti finali che manifestano l’interesse a partecipare alla presente iniziativa e, per essi, è accertato il possesso dei requisiti” (maggiore età e valore Isee).
All’esito delle verifiche, la piattaforma informatica conferma all’utente finale il diritto al riconoscimento del contributo e ne indica l’importo massimo attraverso il rilascio di un voucher, avente una validità limitata nel tempo dal momento dell’emissione, associato al codice fiscale dell’utente finale richiedente.
La quantificazione dell’importo del contributo definitivamente spettante all’utente finale, si legge nel decreto, “è effettuata dalla piattaforma informatica al momento dell’utilizzo del Voucher presso il venditore, in relazione al prezzo di vendita dell’elettrodomestico scelto dall’utente finale. Il venditore riduce di pari importo il prezzo di acquisto dell’elettrodomestico ed emette fattura di vendita riferita esclusivamente all’elettrodomestico oggetto della vendita, la quale riporta il prezzo originario, il valore del contributo effettivamente maturato ed esplicita l’obbligo di smaltimento dell’elettrodomestico in sostituzione”.
Qualora il voucher non sia utilizzato entro il limite temporale di validità, l’utente finale avrà comunque la possibilità di rinnovare la richiesta del contributo.
Quali sono elettrodomestici acquistabili: made in Ue e di grandi dimensioni
Per identificare gli elettrodomestici agevolabili, viene istituito un apposito elenco informatico. Per rientrarvi, gli elettrodomestici dovranno rispettare due condizioni. Da un lato dovranno essere prodotti in uno stabilimento collocato nel territorio dell’Unione Europea.
Dall’altro dovranno rispettare i requisiti di efficienza energetica, così distinta per categorie di prodotto: lavatrici e lavasciuga di classe energetica non inferiore alla A secondo quanto previsto dal Regolamento delegato (UE) 2019/2014; forni di classe energetica non inferiore alla A secondo quanto previsto dal Regolamento delegato (UE) n. 65/2014; cappe da cucina di classe energetica non inferiore alla B secondo quanto previsto dal Regolamento delegato (UE) n. 65/2014; lavastoviglie di classe energetica non inferiore alla C secondo quanto previsto dal Regolamento delegato (UE) 2019/2017; asciugabiancheria di classe energetica non inferiore alla C secondo quanto previsto dal Regolamento delegato (UE) 2023/2534; frigoriferi e i congelatori di classe energetica non inferiore alla D secondo quanto previsto dal Regolamento delegato (UE) 2019/2016; piani cottura conformi ai limiti di prestazione di efficienza energetica previsti al punto 1.2 dell’allegato I. del Regolamento (UE) N. 66/2014.
L’adesione di produttori e venditori
Il produttore che intenda registrare i propri prodotti nell’elenco dovrà accedere alla piattaforma informatica tramite SPID/CIE del legale rappresentante e inserire negli appositi campi i dati richiesti, tra cui denominazione, forma giuridica, codice fiscale, partita Iva (o equivalente) e sede legale. Per la registrazione dei prodotti è richiesto l’invio di apposito modello contenente i dati dei prodotti medesimi da includere nella piattaforma informatica, secondo le caratteristiche illustrate.
Anche il venditore che voglia aderire al bonus è tenuto a registrarsi nella piattaforma informatica, dando evidenza della titolarità di un codice Ateco compatibile con i beni acquistabili e dell’effettiva iscrizione al portale telematico messo a disposizione dal Centro di Coordinamento RAEE.
La registrazione nella Piattaforma informatica implica l’obbligo per il venditore di accettazione dei Voucher e comporta l’inclusione del venditore in un elenco consultabile pubblicamente, disponibile sul sito istituzionale del Mimit, alla pagina dedicata alla presente iniziativa.
L’AI spinge l’Industria, ma in Italia mancano le competenze. Lo studio
Quali sono i nodi strutturali che possono accelerare o frenare la corsa verso la doppia transizione green e digitale? A questo quesito cerca di rispondere lo studio “Verso una nuova competitività industriale europea: il ruolo strategico dell’Elettrotecnica e dell’Elettronica”, realizzato da The European House – Ambrosetti con ANIE Confindustria e il contributo del Research Department di Intesa Sanpaolo.
Il rapporto evidenzia luci ed ombre del panorama digitale ed infrastrutturale italiano, tra cui capitale umano insufficiente, ritardi nelle competenze digitali e STEM, carenza di formazione continua, ma anche grandi opportunità legate all’adozione di AI generativa e alla crescita degli ITS, veri snodi per colmare il mismatch tra domanda e offerta di competenze.
Transizione green e smart, lavoro in trasformazione
L’analisi indica digitalizzazione, decarbonizzazione e adattamento ai cambiamenti climatici come i tre macro trend che stanno ridisegnando il mercato del lavoro. Tra il 2025 e il 2030 si stima la creazione di 18,5 milioni di posti netti a livello globale, mentre in Italia già oggi il 77% delle nuove assunzioni nell’elettrotecnica ed elettronica richiede skill green, più del doppio della media nazionale.
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Il problema è che la forza lavoro non cresce allo stesso ritmo: le offerte di lavoro con competenze green aumentano del 9,2% l’anno, ma i profili qualificati solo del 5,4%.
Italia fanalino di coda per competenze digitali
Una fotografia avvilente quella del Bel Paese se si tiene conto che solo il 49% degli italiani possiede competenze digitali di base (media OCSE 71%) e i laureati in discipline STEM restano in minoranza: 18,5 ogni 1.000 giovani, contro i 35,3 della Francia e i 40,1 dell’Irlanda. Inoltre, la formazione continua è un punto dolente: nel 2022 solo il 10% della popolazione attiva ha seguito corsi di aggiornamento (media UE 13%, Svezia 35%).
Aziende in difficoltà
In base al rapporto, risulta che in Italia tre imprese su quattro del settore elettrotecnico ed elettronico segnalano gravi carenze di profili tecnici e specializzati. Nel 2023, l’85% delle assunzioni previste riguardava proprio queste figure, ma la scarsità di candidati ha costretto il 69% delle aziende a rallentare o sospendere progetti strategici e il 29% a rinunciare a opportunità di mercato.
ITS e AI: le leve per invertire la rotta
Gli Istituti Tecnici Superiori (ITS) sono oggi il canale più efficace per ridurre il mismatch, occupano infatti l’84% dei diplomati e hanno visto crescere le iscrizioni del 38% in un solo anno. Tuttavia, restano sottodimensionati: in Italia solo l’1% degli studenti sceglie questo percorso, contro il 40% della Germania.
Accanto alla formazione, l’AI generativa può diventare un alleato strategico, come abbiamo dimostrato nel nostro recente approfondimento. La nuova tecnologia può liberare fino a 5,7 miliardi di ore di lavoro all’anno e generare fino a 312 miliardi di euro di valore aggiunto, l’equivalente del PIL della Lombardia.
Demografia e futuro industriale
Tuttavia, c’è un dato allarmante. Nello Stivale alla sfida tecnologica si somma quella demografica: entro il 2050 la popolazione italiana in età lavorativa calerà del 20,5%, il peggior dato europeo. Un trend che rischia di mettere in ginocchio il sistema produttivo, a meno di puntare su tecnologia, produttività e valorizzazione del capitale umano. La ricetta di ANIE, per superare tali ostacoli propone un approccio di filiera che supporti progetti di upskilling e reskilling lungo le catene di valore, soprattutto per le PMI, ma anche campagne per valorizzare le professioni tecniche, percorsi integrati di formazione (ITS, università, corsi professionalizzanti) e tavoli multistakeholder per definire standard aggiornati.
Cloud su misura: Aruba accelera la crescita globale di Yokohama TWS
La strategia cloud di Aruba per Yokohama TWS
Yokohama TWS è il frutto dell’acquisizione, nel maggio 2023, di Trelleborg Wheel Systems – una delle realtà più strutturate e riconoscibili a livello globale per quanto riguarda la produzione degli pneumatici per svariati campi di utilizzo tra cui l’agricoltura, il movimento terra, la movimentazione industriale e le due ruote – da parte del colosso industriale Yokohama Rubber Co.. Le attività di Yokohama TWS, presenti in oltre 120 Paesi, grazie ai 6000 dipendenti, per un fatturato di circa 1 miliardo di euro, sono guidate dalla sede italiana di Tivoli.
Anche le complesse operazioni di Mergers and Acquisitions (M&A) devono affrontare rilevanti sfide infrastrutturali, che oggi assumono una valenza a dir poco strategica in piena trasformazione digitale. Per diventare competitivi serve una piattaforma IT resiliente, indipendente, performante e capace di accompagnare la nuova organizzazione verso una gestione autonoma, moderna e globale dei propri servizi digitali.
È in questo contesto che si inserisce la soluzione realizzata da Aruba, partner tecnologico in grado di affiancare Yokohama TWS nella definizione e implementazione di una strategia cloud efficace, per coniugare flessibilità, sicurezza, controllo e compliance, superando le rigidità e le opacità spesso riscontrate nei modelli cloud di scala globale.
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L’hosted private cloud di Aruba: su misura, flessibile e potenziato da VMware
Yokohama TWS ha dovuto affrontare la necessità di distaccare i carichi di lavoro che, integrati all’interno di una strategia di centralizzazione dei servizi operativi, fino a quel momento erano stati erogati dal data center precedente.
Al centro della soluzione proposta da Aruba c’è il modello Hosted Private Cloud: un’infrastruttura IaaS (Infrastructure as a Service) dedicata e completamente personalizzata, costruita intorno alle reali esigenze del cliente in termini di hardware (server, storage, network, ecc,), hypervisor (Vmware, Hyper-V, RedHat Openstack), performance e networking.
Elevata capacità computazionale abbinata a un’architettura robusta e scalabile: queste le caratteristiche base dell’infrastruttura dedicata Hosted Private Cloud che Aruba ha implementato per Yokohama TWS.
Grazie all’impiego di una piattaforma di virtualizzazione avanzata basata su VMware, l’ambiente cloud si distingue per elevata flessibilità operativa, massime prestazioni e possibilità di scalare dinamicamente le risorse in funzione dell’evoluzione dei carichi di lavoro.
Il passaggio all’ambiente HPC gestito da Aruba permette ora di riconfigurare agevolmente le macchine virtuali eventualmente sovradimensionate per migliorarne le prestazioni
Questa architettura è stata pensata per integrare perfettamente la rete globale di Yokohama TWS tramite SD-WAN, permettendo all’azienda di disporre di un’infrastruttura completamente autonoma e al contempo centralizzata, ideale per supportare la transizione da business unit a entità IT indipendente.
Sicurezza e resilienza: backup multi-livello e disaster recovery con NetApp
Uno degli elementi distintivi della proposta Aruba riguarda l’approccio alla sicurezza e continuità operativa. Per garantire la massima protezione dei dati e una risposta efficace a eventi imprevisti, è stata implementata una strategia di replica quasi real-time tra il data center principale e il sito di disaster recovery.
A rafforzare questa struttura entra in gioco NetApp, le cui soluzioni permettono di gestire un sistema di backup multilivello: una copia dei dati sul sito primario, una sul sito secondario e una terza replicaoffline tramite air gap, per proteggere le informazioni anche in caso di violazioni all’infrastruttura principale. Questo approccio non solo garantisce un altissimo livello di resilienza, ma ha ricevuto anche feedback positivi da parte degli auditor esterni incaricati delle verifiche di compliance.
Efficienza, controllo e governance
Aruba si è aggiudicata la gara competendo con provider di livello globale, grazie al rispetto di requisiti specifici e strategici, per i costi significativamente più controllabili e trasparenti, la qualità del servizio, la prossimità del supporto tecnico, la chiarezza nel modello di responsabilità condivisa e nella capacità di garantire la sovranità dei dati in un contesto normativo europeo.
Grazie alla gestione diretta dei sistemi da parte di Aruba e alla possibilità di esternalizzare servizi gestiti come la manutenzione del sistema operativo delle VM, l’IT di Yokohama TWS può oggi concentrarsi su progetti a maggiore valore strategico, lasciando le operazioni quotidiane a un partner affidabile e specializzato.
Un partner strategico, non solo un fornitore
L’approccio Aruba si è distinto fin dalle fasi iniziali per la capacità di ascoltare, comprendere e rispondere in modo proattivo ai bisogni del cliente. Una collaborazione che è andata ben oltre la fornitura di un servizio tecnologico, abbracciando la logica del co-design e di un supporto consulenziale continuo.
“Il team Aruba ha saputo dimostrare una reale comprensione dei nostri workload e delle nostre priorità” racconta Luca Proietti, IT Operations Director di Yokohama TWS, “questo ha fatto la differenza, al di là delle caratteristiche tecniche”.
La scelta di affidarsi ad Aruba ha permesso a Yokohama TWS di affrontare con successo una trasformazione complessa, garantendo continuità, sicurezza e scalabilità.
Il progetto ha soddisfatto non solo le esigenze operative locali, ma ha suscitato l’interesse della casa madre giapponese per le metodologie adottate e i risultati ottenuti.
Una conferma che il cloud disegnato in Italia può competere ai massimi livelli, proponendo una visione personalizzata, sovrana e resiliente dell’IT enterprise.
Cina. L’AI in parata militare con droni, robot e armi automatizzate
La Cina e il suo esercito dai muscoli tecnologici
Entro il 2030, la Cina potrà contare su un arsenale di 1.000 testate nucleari, secondo il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Ma non è l’unica brutta notizia, perché sono stati presentati anche dei nuovi missili balistici a testata nucleare che possono essere lanciati da piattaforme mobili e con una capacità di gittata di oltre 12.000 km. In particolare, colpisce il DF-5C con una gittata massima stimata in 20.000 km. Roma dista da Pechino “solo” 8.000 km circa, New York poco meno di 11.000.
La parata militare che la Repubblica popolare cinese ha messo in scena, per celebrare l’80° anniversario di quella che l’Esercito popolare di liberazione definisce la vittoria nella ‘Guerra di resistenza contro l’aggressione giapponese’, ha colpito per dimensioni e soprattutto per il livello di innovazione tecnologica che caratterizza gran parte delle armi e dei mezzi da guerra dispiegati nel percorso.
Una manifestazione sfarzosa (secondo fonti taiwanesi sono stati spesi da Pechino circa 5 miliardi di dollari), a cui hanno preso parte 10.000 militari al passo dell’oca e che ha impressionato per lo “showroom all’aperto” delle migliori tecnologie militari in possesso della Cina (e anche in vendita).
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Secondo gli analisti e gli esperti di armamenti e sistemi difensivi che hanno seguito la manifestazione, l’esercito, la marina e l’aviazione cinesi sono ormai dotate di tecnologie automatizzate, robotiche e dotate di soluzioni di intelligenza artificiale (AI) molto avanzate e in molti casi sconosciute.
Droni, robot e tanta AI
Si è visto sfilare il super drone sottomarino (di grandi dimensioni) AJX-002, lungo fino a 20 metri, impiegabile ufficialmente in missioni di sorveglianza e ricognizione, accompagnato dal nuovo drone d’attacco stealth GJ-11.
Diversi i droni a guida autonoma presentati in parata, molti dei quali dotati di sistemi AI, ma hanno subito catturato l’attenzione anche i “lupi da guerra”, i cani robot che sono utilizzabili sul campo di battaglia per attaccare o dare la caccia al nemico (umano o robot che sia), per attività di ricognizione e sorveglianza, per sminare e recuperare materiale e soldati feriti.
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Ma qual è l’efficacia militare di quest’AI?
Per esaminare in maniera professionale quanto visto in parata, si potrebbe ancora ricorrere al detto “tanto fumo e niente arrosto”, vecchio quanto efficace nel descrivere certe situazioni, perché un conto è mostrare capacità, un conto è essere davvero capaci.
Oltre la capacità tattica e operativa, c’è anche da valutare quanto efficiente sia l’impiego di queste soluzioni AI nei momenti di crisi e in quelli dell’attacco o della difesa veri e propri. Secondo Michael Raska, professore associato nel programma di trasformazioni militari presso la Nanyang Technological University di Singapore, i cinesi hanno visto dall’Iraq all’Ucraina che in guerra ormai si può tranquillamente lanciare droni addosso al nemico per ripotare successi e vittorie in sequenza. Ma la realtà è ben più complessa.
“La prontezza nella kill chain è fondamentale, in una battaglia in rapida evoluzione le decisioni devono essere prese in nanosecondi per rendere un attacco efficace e ottenere il sopravvento sul nemico”, ha spiegato Alexander Neill, ricercatore associato del Pacific Forum.
“La Cina è in grado di gestire questa tecnologia e ottenere risultati sul campo soddisfacenti?”, si chiede Raska.
L’approccio “top down” e il modello di innovazione “fusione civile-militare”
A livello operativo, secondo gli esperti, gli Stati Uniti hanno un vantaggio che va ben oltre l’innovazione tecnologica: in ogni situazione, le unità sul campo sanno che in momenti di emergenza (come nel caso di impossibilità delle comunicazioni tra reparti e con il comando) devono provvedere a muoversi in autonomia (caratteristica tipica delle legioni romane che tanto ha affascinato il militare moderno).
I cinesi invece (a quanto pare) non sono capaci: se non arrivano comandi dall’alto, le truppe del dragone ancora non sanno che fare sul campo. Un modello culturale prima ancora che militare che si ritrova anche nel progresso tecnologico che ha caratterizzato la Cina.
Pechino oggi sta applicando un modello sistematico e aggressivo per la modernizzazione delle sue forze armate, il People’s Liberation Army (PLA), e il segreto è la “fusione civile-militare“, sempre frutto del modello top down.
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Integrare conoscenze scientifiche universitarie nell’apparato militare
Questo concetto, promosso direttamente dal leader Xi, mira a superare i confini tradizionali del settore della Difesa, attingendo direttamente alle innovazioni e alle competenze del mondo civile, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale. L’obiettivo, si legge in un articolo di Josh Chin per il Wall Street Journal, non è semplicemente acquisire tecnologie, ma integrare profondamente la ricerca e lo sviluppo di università e aziende private nelle strategie e nei sistemi militari.
Le università non sono più solo centri di ricerca teorica, ma partner attivi nella progettazione e nello sviluppo di soluzioni militari concrete. Un caso emblematico è quello della Shanghai Jiao Tong University. In un solo anno, l’ateneo ha firmato ben 14 contratti di difesa legati all’AI, dimostrando il suo ruolo centrale in questa strategia.
Il progetto più significativo emerso dai dati di ricerca di Georgetown University è un sistema di “kill webs” automatizzate, capace di coordinare droni, navi e missili in tempo reale durante i combattimenti in mare. Questo sistema, basato sulla teoria statunitense della “decision-centric warfare” è stato concepito e testato dai ricercatori dell’università, che hanno simulato scenari di attacco missilistico, dimostrando la capacità del sistema di generare opzioni tattiche in meno di tre secondi.
Questo esempio chiarisce il modello: la ricerca accademica e gli studi teorici vengono rapidamente convertiti in progetti con applicazioni militari immediate, colmando il divario tra il settore della difesa e l’innovazione civile.
Un sistema di appalti per la Difesa rapidi e aperti alle imprese
A differenza di altri paesi, la Cina ha scelto di aprire parte dei suoi appalti della Difesa a offerte pubbliche, creando un canale diretto per le aziende private e le università per contribuire. I dati analizzati da CSET (Center for Security and Emerging Technology) rivelano l’efficacia di questa politica: su quasi 3.000 bandi di gara relativi all’AI tra il 2023 e il 2024, oltre 300 fornitori hanno vinto contratti multipli. La maggioranza di questi, l’85%, sono entità non tradizionalmente parte dell’industria della Difesa statale, come giovani startup e atenei civili.
Aziende come iFlytek Digital, un’entità spin-off della società di riconoscimento vocale iFlytek Co. (già sanzionata dagli USA), e Sichuan Tengden Sci-Tech Innovation, produttrice di droni come il “Twin-Tailed Scorpion“, sono tra i principali vincitori di questi appalti.
Ciò dimostra che la Cina sta creando un vasto ecosistema di fornitori che accelerano la modernizzazione militare, rendendo più difficile per i paesi occidentali, come gli Stati Uniti, limitare in qualche modo la sua ascesa tecnologica.
In un’epoca in cui i conflitti militari potrebbero essere decisi non dalla potenza di fuoco, ma dalla velocità di calcolo e dall’efficacia dei sistemi autonomi, l’approccio cinese “top-down” che coinvolge attivamente università e settore privato potrebbe rivelarsi la chiave per un possibile quanto pericoloso vantaggio tecnologico e militare.
Diritti Tv calcio, il DDL Abodi un danno per le Big Five della Serie A?
La legge delega del Governo sulla revisione dei diritti televisivi del calcio, comunemente detta legge Abodi, penalizza i grandi club della Serie A, puntando invece sulla valorizzazione dei calciatori italiani e su una ripartizione più “democratica” dei ricavi dei diritti Tv. Un’impostazione che premia i piccoli club, la serie B e gli sport minori a scapito delle cosiddette Big Five. Per il momento si tratta di una bozza preliminare, tutta da discutere, ma le novità non sono poche. La bozza ufficiale è attesa a settembre, ha detto il ministro dello Sport Andrea Abodi.
Ma chi ci perde di più? Le Big Five del campionato
Di fatto, con la riforma Abodi nella prima versione circolata (criticata dalla Lega di Serie A a giugno, quando uscì la prima versione della bozza) chi ci perde davvero sono i grandi club, le cosiddette Big Five (Juventus, Inter, Milan, Roma e Napoli) del campionato di serie A che vedono sparire la quota dell’8% legata alla audience televisiva delle loro partite. Effetto della mutualità superiore al 50% che toglie la audience (gli spettatori) e mette invece i giovani schierati in campo, la Serie B e la Serie C e gli sport minori come criteri predominanti di ripartizione dei ricavi dei diritti Tv. E’ chiaro che in un contesto del genere, dove il criterio di ripartizione dei ricavi non è più la audience né gli spettatori paganti allo stadio, a perderci di più siano i grandi club, i cosiddetti Big Five, perché sono loro che fanno più audience degli altri.
La Juve da sola perderebbe qualche decina in mancati introiti, secondo stime non ufficiali. D’altronde basta vedere gli ascolti della prima giornata per capire le dimensioni dei diversi bacini di utenza a seconda dei club. Sassuolo-Napoli 573mila spettatori. Genoa-Lecce 70mila. Milan-Cremonese 480mila spettatori. Atalanta-Pisa 98mila spettatori.
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La riforma premia la presenza di giovani
Fra le principali novità, come detto, c’è la premialità per le squadre che mettono in campo dei giovani. L’obiettivo di fondo è valorizzare i vivai e rilanciare la Nazionale. E’ vero che nel breve periodo i giovani creano meno appeal, ma nel lungo termine producono maggiori incassi dalla ripartizione dei diritti sportivi.
L’altra novità è la mutualità
La riforma prevede che se si incassa un miliardo complessivo per i diritti televisivi, almeno il 50%, pari a 500 milioni, sarà suddiviso in parti uguali fra le 20 squadre che partecipano al campionato. Ed è già così anche con la Legge Melandri in vigore.
Dopodiché, c’è una mutualità generale secondo cui una parte dei proventi dei diritti deve andare ai campionati minori. Sarà poi il Governo e il Parlamento a precisare i valori di questa sotto mutualità non c’è ancora scritto nero su bianco quale sarà la percentuale dedicata a questa sotto mutualità. Questa sarà una partita tutta politica, perché saranno i partiti a decidere la quota parte da destinare ai campionati minori.
Calcio, De Siervo: “Diritti tv? Discuteremo con squadre e Abodi proposte governo”
L’iter è appena cominciato e la bozza del DDL andrà discussa e condivisa da un lato con le squadre e dall’altra con il Parlamento. Ci vorrà quindi del tempo.
“Le ipotesi le analizzeremo come più volte ha detto il ministro Abodi, insieme. Verremo convocati per dare nostro contributo. All’interno della riforma ci sono tante cose positive e altre su cui vorremmo raccogliere l’opinione delle squadre prima di esprimerci al cospetto del governo. Come sempre affrontiamo costruttivamente cosa arriva sul tavolo istituzionale”. Così l’amministratore delegato della Lega Serie A, Luigi De Siervo, rispondendo alla domanda sull’ipotesi del governo che in futuro si possa assegnare i diritti del campionato a una sola emittente. “Per quanto riguarda la parte più industriale abbiamo davanti altri 4 anni di contratto con Dazn e Sky e altri due anni con Mediaset. Rispetteremo quei contratti e continueremo a trasmettere secondo lo schema del bando di assegnazione dei diritti. Per il futuro l’obiettivo era ed è quello di essere vicino ai nostri tifosi, raccontare i nostri contenuti e farlo ance in armonia con altri partner, senza intermediazione”.
Phica.net, Vitiello non responsabile dei commenti sessisti? Indagabile per estorsione. I vuoti normativi
Vittorio Vitiello, considerato dagli inquirenti il gestore del portale Phica.net, potrebbe essere non indagabile per il mancato controllo sui commenti sessisti scritti dagli utenti, perché “il reato non è procedibile”.
Significa, che in Italia e in Europa il gestore di un portale o di un social network, come Facebook, su cui fino a poco tempo fa esisteva la pagina “Mia Moglie” – dove i membri condividevano scatti privati delle consorti senza consenso – non sono responsabili, civilmente e legalmente, dei contenuti postati dagli utenti.
Ecco il primo vuoto normativo di questa vicenda.
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Se, invece, su una testata giornalistica un articolo è considerato diffamatorio da una persona, il direttore responsabile può essere processato, in sede civile e penale, per responsabilità oggettiva e quindi per il mancato controllo su quell’articolo.
“Ma sui portali e sui social il gestore non può controllare tutto”, in base a questa considerazione – che non regge più oggi nell’era dell’intelligenza artificiale generativa (basta impostare l’algoritmo per impedire a una serie di parole di essere digitate e pubblicate) – neanche il Digital Service Act (DSA) riesce a risolvere il problema, perché il DSA – la legge europea sui servizi digitali – impone alle piattaforme digitali solo meccanismi trasparenti e tempestivi per rimuovere contenuti illegali, valutare e gestire i rischi sistemici legati alla disinformazione e contrastare i discorsi d’odio. Se il DSA non viene rispettato, le piattaforme rischiano solo sanzioni amministrative.
Phica.eu, Vittorio Vitiello, i possibili capi di imputazione
Quindi, per le attuali “coperture” normative, Vittorio Vitiello potrebbe essere indagato non per la mancata moderazione dei commenti sessisti (al massimo per concorso nel reato), ma per:
Revenge porn: avrebbe estorto denaro a donne per la rimozione di foto e video dal portale Phica.eu. Una di queste storie è stata raccontata da Fanpage.it Ad oggi sono circa 40 le denunce ricevute dalla Polizia Postale da parte di donne che hanno subìto questo tipo di estorsione o che hanno denunciato la presenza sul portale delle loro immagini senza consenso.
Diffamazione e trattamento illecito dei dati: per aver pubblicato immagini senza il consenso delle interessate.
A breve Vitiello sarà sentito come teste, le indagini sono finite anche su di lui grazie alla denuncia della sindaca di Firenze: l’uomo era già stato ascoltato nel 2018 come persona informata sui fatti dopo denunce sempre in merito allo stesso portale “Phica.eu”.
Cosa è mancato e quale vuoto normativo il Governo e Parlamento devono colmare? Per Key4Biz, imporre l’obbligo del consenso rafforzato (anche con SPID o CIE) a chi pubblica contenuti espliciti: “solo se mi dici chi sei, puoi pubblicare contenuti per adulti”
Dal 10 settembre, alla riapertura dell’attività parlamentare, saranno presentate diverse proposte di legge per contrastare questi fenomeni, come già raccontato giorni fa. Key4Biz condivide quelle che puntano all’introduzione dell’obbligo di identità digitale sul web, ma per consentire un consenso esplicito rafforzato: questo potrebbe avvenire con SPID o con la carta di identità elettronica (CIE) oppure con la scansione o la visione del documento di identità. C’è la necessità di imporre questo sacrosanto principio: “solo se mi dici chi sei, puoi pubblicare contenuti per adulti”. Non è una violazione della privacy! È un impellente modo per bilanciare la libertà sul web con il rispetto dei diritti delle altre persone. Mettiamoci tutti nei panni delle donne (anche di minori) le cui immagini sono finite, senza consenso, sul portale Phica.eu e sulla pagina Facebook “Mia Moglie”.
Tra le vittime del sito “Phica”, l’ex ministra Beatrice Lorenzin, che ha denunciato alla Polizia foto e commenti che la riguardano, iniziando la lotta contro “l’anarchia selvaggia che prospera sul web grazie all’anonimato e a un generale senso d’impunita” che “non è più sopportabile”.
Per Lorenzin è necessario: “Introdurre l’obbligo di identità digitale sul web e estendere la legge sul revenge porn, includendo l’oscuramento immediato dei siti e dei forum che diffondono immagini senza consenso, nonché l’applicazione di pene adeguate e certe sia per chi gestisce questi spazi online, sia per chi pubblica o condivide tali contenuti”.
A proposito dell’oscuramento immediato dei siti e dei forum che diffondono immagini senza consenso, il gestore di Phica.eu ha deciso, in modo autonomo, di oscurare da pochi giorni le immagini, mentre Meta ha chiuso la pagina “Mia Moglie” solo dopo la richiesta della Polizia Postale.
Pagina “Mia Moglie” su Facebook, Meta avrebbe potuto non chiuderla
L’elemento clamoroso, per via del vuoto normativo italiano ed europeo, è che Meta avrebbe potuto anche dire di no. Dire di no alla Polizia Postale, come spesso fa. Dire di no alla chiusura di una pagina dove i membri condividevano scatti privati delle mogli, fidanzate ed ex senza consenso.