Perché Yoshua Bengio è tra le 100 persone più influenti al mondo sull’AI

In questa serie di approfondimenti esploriamo le persone che, secondo la lista TIME100 AI, stanno orientando direzione e regole dell’intelligenza artificiale. Ogni puntata offre tre chiavi di lettura: chi sono (e cosa hanno fatto davvero), perché contano ora (non ieri), che impatto avranno su mercato, policy e sicurezza.

Si parte da Yoshua Bengio: pioniere del deep learning e oggi una delle voci più autorevoli su safety e governance. Il suo percorso aiuta a capire dove sta andando l’AI avanzata e quali contromisure servono per renderla affidabile.

Chi è Yoshua Bengio

Nato a Parigi il 5 marzo 1964, Bengio è un informatico e ricercatore canadese, pioniere delle reti neurali e dell’apprendimento profondo. È professore all’Università di Montréal e dal 2025 Founder & Scientific Advisor di Mila – Quebec AI Institute (già direttore scientifico). È nato in Francia da una famiglia di ebrei marocchini poi trasferitasi in Canada. Suo fratello, Samy Bengio, è a sua volta ricercatore nel campo dell’AI.

Nel 2018 ha ricevuto il Premio Turing dell’ACM con Geoffrey Hinton e Yann LeCun; i tre sono spesso definiti i “padrini dell’IA”. È tra gli informatici più citati al mondo; nel 2024 TIME lo ha inserito nella lista TIME100 generale e ha scritto che è “l’informatico con il maggior numero di citazioni” e tra i primi al mondo per impatto scientifico.

Perché è nella lista di TIME

Bengio è nella lista del Time per i suoi tre i punti chiave di pensiero:

(1) Deception. Per “deception” si intende quando un modello produce risposte intenzionalmente fuorvianti, nasconde informazioni rilevanti o simula di aver svolto azioni che in realtà non ha fatto. Non serve fantascienza: basta un obiettivo mal posto o un incentivo implicito a “fare bella figura” per generare uscite ingannevoli. Questo è un problema serio in contesti ad alta posta—cyber, finanza, PA—dove l’affidabilità è tutto. La mitigazione non è solo “educazione” del modello: servono test di stress indipendenti, logging dettagliato di ciò che il sistema ha visto e fatto, tracciabilità delle fonti e blocchi quando emergono schemi di comportamento opportunistico.

(2) Governance più esigente. I modelli crescono per scala e capacità più in fretta dei cicli regolatori. “Alzare l’asticella” significa introdurre valutazioni pre-rilascio su rischi concreti, audit indipendenti e verificabili, obblighi di incident reporting, controllo degli usi ad alto rischio e meccanismi di spegnimento/rollback quando qualcosa va storto. Serve anche una tassonomia condivisa dei rischi (uso malevolo, malfunzionamenti, impatti sistemici) e responsabilità chiare lungo la filiera: dati, addestramento, deployment, monitoraggio post-market. In pratica: meno linee guida vaghe, più check-list operative e soglie oggettive per decidere cosa si può mettere in produzione e cosa no.

(3) AI non agentica come “barriera esterna”. L’idea è separare chi spiega/valuta da chi agisce. Un sistema non agentico (“Scientist AI”) non persegue obiettivi propri né prende iniziative nel mondo: produce analisi, stime d’incertezza e verifiche passo-passo che diventano il controllore degli agenti più capaci. Così si crea un circuito di “contropoteri” tecnici: l’agente propone, il supervisore non agentico controlla coerenza e rischi, l’umano decide. Il vantaggio è duplice: riduce la possibilità di comportamenti strumentali e rende le decisioni auditabili. In settori regolati (sanità, finanza, energia) questo approccio scambia un po’ di velocità con molto più controllo, spiegabilità e conformità.

LawZero e la “Scientist AI”

Il 3 giugno 2025 lancia LawZero, non-profit dedicata a sistemi safe-by-design. La “Scientist AI” è un’IA non agentica che spiega il mondo (incertezza dichiarata, ragionamenti verificabili) e sorveglia gli agenti più capaci, bloccandone azioni ad alto rischio. Secondo TIME, LawZero ha già raccolto oltre 35 milioni di dollari da filantropi tra cui Gates Foundation e Schmidt Sciences.

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Will Smith accusato di aver creato fan generati con l’AI in un nuovo video del tour

Will Smith è finito al centro di un acceso dibattito online per un video promozionale del suo tour legato all’album ‘Based On A True Story’, in cui alcuni utenti hanno individuato presunti fan generati tramite AI.

Il filmato, pubblicato sul profilo Instagram dell’artista, mostra folle entusiaste, cartelli emozionanti e momenti apparentemente autentici di interazione con il pubblico.

Tuttavia, particolari distorsioni visive come volti sfocati, mani con dita in eccesso e sovrapposizioni anomale hanno sollevato sospetti sull’autenticità delle immagini.

Una scena in particolare ha attirato l’attenzione: un uomo con un cartello di ringraziamento appare fuso con l’oggetto stesso, e una donna sembra fondersi con elementi grafici circostanti. Il dibattito si inserisce in un clima sempre più teso nel mondo musicale, dove l’uso dell’AI solleva preoccupazioni su copyright, autenticità e impatti occupazionali.

Reddit ha ospitato le prime reazioni, con alcuni utenti che hanno definito il video ‘patetico’ e simile a un ‘esperimento fallito di upscaling’. Il contesto più ampio rivela che ogni giorno vengono caricati circa 10.000 brani generati con AI su piattaforme come Deezer, mentre Spotify è stato accusato di ospitare contenuti creati artificialmente nei profili di artisti deceduti.

Artisti di fama come Elton John, Coldplay e Kate Bush hanno già chiesto al governo britannico una revisione urgente delle normative sui diritti d’autore per fronteggiare l’espansione dell’AI nella musica.

La questione sollevata dal video di Will Smith, al di là dell’intenzione reale dell’artista, amplifica un tema sempre più centrale nel rapporto tra tecnologia e creatività.

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I medici sviluppano uno stetoscopio con AI capace di rilevare gravi condizioni cardiache in 15 secondi

Un team di medici dell’Imperial College London, in collaborazione con il sistema sanitario britannico (NHS), ha sviluppato uno stetoscopio intelligente potenziato dall’AI in grado di diagnosticare tre patologie cardiache in appena 15 secondi: insufficienza cardiaca, malattie delle valvole e aritmie.

Lo strumento, realizzato con il supporto della società californiana Eko Health, unisce la tradizionale auscultazione a un elettrocardiogramma rapido, e invia i dati raccolti al cloud per essere analizzati tramite algoritmi avanzati.

Il dispositivo, delle dimensioni di una carta da gioco, consente ai medici di rilevare anomalie impercettibili all’orecchio umano, aumentando significativamente le possibilità di identificare precocemente condizioni potenzialmente letali.

In uno studio condotto su 12.000 pazienti in 200 ambulatori britannici, i soggetti sottoposti a questo esame erano il doppio più inclini a ricevere una diagnosi di insufficienza cardiaca e tre volte più propensi a essere individuati come affetti da fibrillazione atriale, rispetto a chi non aveva utilizzato il dispositivo.

Gli sviluppatori precisano che il test deve essere riservato a persone con sintomi sospetti e non per controlli di routine su individui sani, poiché esiste un rischio aumentato di falsi positivi. Tuttavia, il potenziale impatto in termini di prevenzione e riduzione delle ospedalizzazioni è notevole.

Esperti come il Dr. Patrik Bächtiger e la Dr.ssa Sonya Babu-Narayan sottolineano come l’adozione del dispositivo da parte dei medici di base possa anticipare le diagnosi e migliorare le prospettive terapeutiche, riducendo la pressione sugli ospedali. Questo strumento rappresenta un’innovazione concreta e accessibile, portando la potenza dell’AI direttamente nella pratica clinica quotidiana.

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Bonus per nuovi elettrodomestici, il voucher fino a 200 euro si scaricherà da PagoPA con Spid o CIE

Il Governo è al lavoro per rendere disponibile ai cittadini interessati il bonus per l’acquisto di grandi elettrodomestici, pari a uno sconto del 30% con un tetto di 100 euro, che salgono a 200 se l’Isee non supera 25mila euro. 

Bonus elettrodomestici: il Governo punta ad abbassare il costo delle bollette

L’obiettivo dell’esecutivo è far entrare nelle case di più italiani possibili elettrodomestici green, così riducendo il consumo energetico, si abbasserà anche il costo delle bollette. Nel nostro Paese per l’energia elettrica si continua a pagare di più rispetto al resto dell’UE.

In attesa di sapere quando sarà erogabile il bonus – è previsto entro la fine di quest’anno – si conosce la modalità per scaricare il voucher da mostrare nel momento dell’acquisto e ricevere lo sconto direttamente in fattura.

Secondo il decreto interministeriale, visionato da Repubblica, firmato già dal ministro delle imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso (è attesa la firma anche del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti), il voucher dovrà essere richiesto, attraverso SPID o la Carta d’identità elettronica (CIE) o CNS, su una piattaforma ad hoc di PagoPa e speso in un tempo determinato.

Essendo stati stanziati solo 48 milioni, si arriverà a un click day? E quindi fare la gara a chi prima riesce a scaricare il voucher associato al codice fiscale.

Nel voucher comunque non sarà indicato l’importo dello sconto, perché questo dipende dal prezzo di vendita dell’elettrodomestico.

Sette le categorie di beni interessati: 

  1. lavatrici e lavasciuga almeno di classe A; 
  2. forni (almeno A); 
  3. cappe (almeno B); 
  4. lavastoviglie (almeno C); 
  5. asciugabiancheria (almeno C); 
  6. frigoriferi e congelatori (almeno D); 
  7. piani cottura. Inoltre, dovrà essere rottamato l’elettrodomestico vecchio della testa tipologia. Non sarà possibile, per esempio, rottamare la lavatrice per il nuovo frigorifero

Infine, ogni nucleo familiare potrà acquistare solo un prodotto agevolato; il bonus non potrà essere cumulato con altre agevolazioni, ad esempio la detrazione del 50% per i grandi elettrodomestici per chi ristruttura casa.

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Indipendenza Digitale, Italia solo 30esima su 57 Paesi analizzati. Il report

Con il 6,49%, ben al di sotto della media UE del 16,3%, l’Italia si colloca tra i Paesi con le peggiori performance nel 1^ Indice di Sovranità Digitale redatto dalla società tedesca NextCloud. 

“Nonostante alcune iniziative nazionali visibili e la retorica politica sulla sovranità digitale”, si legge nel report riferendosi al nostro Paese e alla Spagna (risulta 27esima), “l’effettiva adozione di strumenti sovrani rimane minima in quasi tutte le categorie”. 

Mentre al primo posto c’è la Finlandia con il 64,50%, seguita dalla Germania con il 53,85 e al terzo posto i Paesi Bassi con il 36,32%.

Come leggere i numeri, prima di fare un’analisi

I punteggi sono comparativi e non assoluti: un punteggio elevato indica una maggiore diffusione relativa rispetto ad altri Paesi, ma non necessariamente un’adozione diffusa. I dati riflettono l’utilizzo visibile degli strumenti nella società, in particolare tra individui e piccole organizzazioni. Quindi il report non si riferisce alle Pubbliche Amministrazioni, perché, spiega il Rapporto, “la maggior parte delle agenzie governative in Europa dipende completamente da Microsoft, Google e altre grandi aziende tecnologiche”.

Proprio alcuni giorni fa Key4Biz ha pubblicato la classifica mondiale sull’adozione del cloud: e ben il 60% del mercato globale è in mano alle aziende americane.

Ma nel report curato dalla società cloud tedesca è interessante notare come in diversi paesi europei siano i cittadini rispetto al governo a preferire software, piattaforme di archiviazione e scambio di file, applicazioni video o di chat made in Europe.

Significa che in questi Stati è alto il livello di consapevolezza da parte dei consumatori, più che della classe politica, dei rischi significativi della forte dipendenza da tecnologie extra-Ue.

Oggi l’Unione europea dipende per l’80% da tecnologie di Paesi terzi

 L’Unione europea spende 148 miliardi di euro all’anno per software e servizi cloud di aziende tecnologiche statunitensi. Piuttosto assurdo, a pensarci bene: i contribuenti finanziano monopoli tecnologici stranieri mentre i nostri governi ignorano le alternative tecnologiche europee che i cittadini, invece, stanno già utilizzando.
Questo lock-in comporta rischi significativi:

  • riduce la capacità dell’Ue e dei singoli Stati di agire strategicamente a livello tecnologico
  • diminuisce la sua competitività economica
  • impedisce la crescita di aziende tech europee (ostacolate anche dall’iper-regolamentazione europea)
  • rende vulnerabili i suoi dati sensibili, per esempio a causa della legge statunitense sulla sorveglianza dell’intelligence esterna (Foreign Intelligence Surveillance Act – FISA) e del Cloud Act.
  • La FISA consente alle agenzie di intelligence di accedere ai dati delle aziende tecnologiche statunitensi. Mentre il Cloud Act permette invece alle autorità statunitensi di accedere ai dati il cui hosting è effettuato da aziende statunitensi, anche se tali dati sono fisicamente conservati al di fuori degli Stati Uniti. 

È ora, nell’era del trumpismo, di alimentare l’indipendenza digitale europea

La visione è quella di sostenere l’imprenditorialità e la competitività europea (un ecosistema diversificato di imprese, PMI, startup), creare resilienza, proteggere la nostra autonomia e sovranità in un mondo volatile e potenziare le persone e le imprese d’Europa.

Perché unirsi all’iniziativa Indipendenza Digitale di Key4biz e ReD Open

L’Indipendenza Digitale rappresenta una priorità strategica emergente per governi, imprese e cittadini, con l’obiettivo di gestire l’innovazione e la trasformazione digitale costruendo un ecosistema in grado di proteggere servizi critici, infrastrutture e dati in modo autonomo e resiliente. Il tema non si limita alla sola Sovranità su dati e infrastrutture, ma si propone di costruire in contesti responsabili, ambienti consapevoli e sicuri, capaci di salvaguardare la competitività economica, la sicurezza e i diritti fondamentali delle persone.

Per le Aziende, l’indipendenza digitale significa assicurarsi libertà di innovazione e di posizionamento delle proprie risorse strategiche sul mercato riducendo i rischi derivanti da dipendenze tecnologiche esterne, gestendo in autonomia le tecnologie, proteggendo i dati critici e accrescendo il valore della propria organizzazione tramite lo sviluppo delle competenze interne e la conseguente valorizzazione delle persone.

Punta a questo obiettivo l’iniziativa “Indipendenza Digitale” di Key4biz, in collaborazione con ReD OPEN, spin-off dell’Università degli Studi Milano-Bicocca. All’interno del progetto, abbiamo organizzato, il 27 maggio 2025 a Roma, la prima Conferenza italiana sull’Indipendenza Digitale: è stata l’occasione anche per presentare il 1^ Rapporto sull’(in)dipendenza digitale in Italia.

L’Indipendenza digitale sta emergendo come un imperativo strategico, politico ed economico

Soprattutto all’indomani della nuova minaccia di Trump: “super dazi per tutti i Paesi in cui esistono tasse, leggi e regolamenti per le piattaforme digitali americane”.

In altre parole, il messaggio americano è chiaro: le nostre aziende devono essere libere di muoversi a piacimenti nei vostri Paesi, meno regole e più profitti.

Le parole di Trump sono arrivate alla vigilia dell’annuncio di un’audizione pubblica della Camera dei Rappresentanti statunitense, fissata per mercoledì 3 settembre 2025, intitolata “La minaccia dell’Europa alla libertà di parola e all’innovazione americana”.

Gli Stati Uniti ci vedono così. Mentre i Governi e la maggioranza delle Pubbliche Amministrazioni europee restano ancora ciechi, non riescono ancora ad avviare una transizione alle tecnologie europee. È la sindrome di Stoccolma: la vittima prova affetto per l’aggressore…

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DSA e DMA sotto attacco USA. Regnier (Ue): “Assurde le accuse di censura”. L’ex commissario Breton chiamato a Washington

Nuovo botta e risposta tra Bruxelles e Washington sempre sul digitale, nel mirino DSA e DMA

Cambio di tono a Bruxelles. Il portavoce della Commissione europea per le questioni digitali, Thomas Regnier, ha definito “assurdità” le accuse di censura rivolte dall’amministrazione Trump all’impianto regolatorio dell’Unione europea, in particolare al Digital Services Act (DSA) e al Digital Markets Act (DMA).

Le parole arrivano all’indomani dell’annuncio di un’audizione pubblica della Camera dei Rappresentanti statunitense, fissata per mercoledì 3 settembre 2025, intitolata “Europe’s threat to American speech and innovation”.
La commissione giudiziaria della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha invitato anche l’ex commissario europeo per il Mercato interno e gli affari digitali ed ex ministro dell’Economia e delle finanze in Francia, Thierry Breton, a testimoniare

“Non ho commenti sull’audizione pubblica negli Usa”, ha detto Regnier ai giornalisti a Bruxelles, “queste accuse di censura sono assurde. Sono completamente infondate e completamente sbagliate”.
Tutto sommato una vecchia accusa e una fastidiosa pretesa da parte americana.

Breton: “Adesso basta!”

Ex Commissario Breton che ha scritto per Le Figaro un lungo articolo di accusa nei confronti degli Stati Uniti e di critica all’Europa che a suo modo di vedere non sta reagendo come dovrebbe: “Fino a che punto noi, cittadini dell’Unione europea, accetteremo la sottomissione? Sottomissione a chi vuole imporci le sue regole, le sue leggi, i suoi tempi. Sottomissione a coloro che ora pretendono di dettarci i nostri grandi principi democratici e morali, le nostre regole di convivenza, la stessa protezione dei nostri stessi figli, sui social network? Come, e in nome di cosa, accetteremmo di buttare via le nostre leggi sulla regolamentazione digitale (DSA, DMA) votate con lucidità, coraggio e determinazione da una stragrande maggioranza dei nostri parlamentari europei?“.

Breton rimprovera a questa Commissione di aver negoziato male con Washington, di non aver battuto i pugni sul tavolo per ottenere risultati migliore per le sue imprese e i suoi cittadini, sottolineando che questo è ben lungi dall’essere il miglior accordo possibile per l’Europa.

“E se l’Europa dovesse essere “punita” di nuovo perché non ha comprato abbastanza gas dall’America? O perché ha deciso di scegliere di destinare le centinaia di miliardi richiesti al di là dell’Atlantico principalmente all’economia europea e ai suoi posti di lavoro? Si supponeva che fosse necessario accettare l’umiliazione per evitare l’instabilità. Se non ci rimettiamo, avremo sia l’umiliazione che l’instabilità. L’ultimo attacco in picchiata alle nostre leggi digitali sarà sufficiente a convincere?“, si chiede ancora Breton.

“È giunto il momento di alzarsi in piedi. Lasciamo che le forze europee si uniscano e dicano: “CA SUFFIT, ENOUGH IS ENOUGH, ES REICHT, ADESSO BASTA, DOSC TEGO, YA BASTA“. Alzati Europa!”, è infine la conclusione ad effetto del suo articolo. Un appello a cui forse neanche lui crede davvero, vista la situazione generale e l’aria che si respira a Bruxelles e le altre capitali europee.

Numeri alla mano, il DSA limita le rimozioni arbitrarie

Regnier ha rivendicato l’effetto anti-censura del DSA, citando dati su Meta (proprietaria di Facebook e Instagram) e TikTok: nella seconda metà del 2024 gli utenti Ue hanno contestato oltre 16 milioni di decisioni di rimozione dei contenuti prese dalle due piattaforme.

In quasi il 35% dei casi i contenuti sono stati giudicati rimossi ingiustamente e quindi ripristinati. “È grazie al DSA”, ha sottolineato, “che esiste un meccanismo effettivo di ricorso contro le decisioni delle piattaforme”.

L’audizione al Congresso e i testimoni, in lista c’è anche l’ex Commissario Breton

La commissione della Camera che ospiterà l’audizione — nella comunicazione ufficiale presentata come un esame delle “leggi europee sulla censura” — intende passare al setaccio, oltre a DSA e DMA, anche l’Online Safety Act del Regno Unito e il Digital Markets, Competition and Consumers Act britannico, accusandoli di minacciare la libertà di espressione degli americani e di danneggiare l’innovazione e le Big Tech Usa.
In altre parole, il messaggio americano è chiaro: le nostre aziende devono essere libere di muoversi a piacimenti nei vostri Paesi, meno regole e più profitti.

Tra i testimoni annunciati figura Nigel Farage, parlamentare britannico di estrema destra ed ex eurodeputato protagonista della campagna per la Brexit, indicato come “witness” confermato. È stato inoltrato un invito anche a Thierry Breton, ex Commissario Ue che ha contribuito a scrivere il “pacchetto digitale” europeo, ma la sua presenza non è al momento confermata.

Su Breton, Regnier ha ricordato che, in quanto ex Commissario, può partecipare a un’audizione extra-Ue solo con l’autorizzazione della Commissione e nel rispetto dell’obbligo di segreto professionale previsto dai Trattati. La Commissione ha inoltre fatto sapere che l’attuale Commissaria al Digitale, Henna Virkkunen, non è stata invitata.

Sicurezza online e terrorismo: “pensiamo alle cose reali”

Il portavoce ha infine richiamato la necessità di cooperazione transatlantica su dossier concreti: sicurezza dei minori online e contrasto al terrorismo in rete. “Concentriamoci sulle cose reali che accadono nel mondo online”, ha detto Regnier, sollecitando un’agenda condivisa Ue-Usa oltre le polemiche.

A una settimana dall’audizione a Washington, Bruxelles alza il livello della risposta politica. La Commissione respinge come “assurde” le accuse di censura e porta numeri verificabili — >16 milioni di ricorsi e ~35% di rimozioni annullate — a sostegno della tesi che il DSA non zittisce, ma tutela la voce degli utenti europei.

Sullo sfondo, resta totalmente aperta la contesa tra le due sponde dell’Atlantico su più punti strategici: dai mercati ai poteri delle Big Tech fino alla sovranità regolatoria.
E al momento è l’Europa che sembra avere la peggio. Serve un’azione politica più compatta e coesa, anche per aumentare il peso (potenzialmente maggiore) di Bruxelles al tavolo dei negoziati commerciali, che non sono per niente conclusi.

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Ragazzo suicida, con l’aiuto di ChatGPT. Famiglia americana denuncia OpenAI

Un’AI per morire, la famiglia Raine fa causa a OpenAI per il suicidio del figlio adolescente

Un tragico fatto di cronaca sta scuotendo l’opinione pubblica americana ed europea, sollevando gravi interrogativi sull’etica e sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale (AI). Una coppia californiana, Matt e Maria Raine, ha avviato una causa giudiziaria contro OpenAI, la società madre di ChatGPT, accusando il chatbot di aver istigato il suicidio del figlio sedicenne, Adam.

La denuncia, presentata martedì scorso alla Corte Superiore della California e riportata in un articolo di Nadine Yousif per la BBC, rappresenta la prima azione legale per omicidio colposo contro OpenAI e ha già aperto un ampio dibattito sulle responsabilità dei giganti della tecnologia in casi drammatici come questo.

Secondo i genitori, Adam Raine, che si è tolto la vita lo scorso aprile, era un utente assiduo di ChatGPT. All’inizio, il ragazzo lo usava come un semplice strumento per i compiti e per approfondire i suoi interessi, tra cui la musica e i fumetti giapponesi. Ben presto, però, il chatbot è diventato qualcosa di più di un migliore amico, quasi il suo “più stretto confidente”, come riportato nella denuncia.

Nei mesi successivi, Adam ha iniziato a confidarsi con ChatGPT riguardo alla sua ansia e aumentando la dipendenza dall’AI. La situazione è precipitata a gennaio 2025, quando il prompting è diventato nella mente del ragazzo una conversazione reale e gli scambi tra ragazzo e macchina hanno preso una piega drammatica: fino a discutere apertamente di metodi per togliersi la vita.

A quanto riportato dal New York Times, che ha avuto accesso agli atti, compaiono nelle risposte dell’AI riferimenti a corde, cappi al collo e tecniche di suicidio. Sta di fatto, che poche ore dopo Adam è stato trovato morto nella sua stanza.

Si allunga la scia delle morti ‘aiutate’ dall’AI

Non è purtroppo il primo caso.
In un saggio pubblicato la scorsa settimana sul New York Times, la scrittrice Laura Reiley ha raccontato come sua figlia Sophie si sia confidata con ChatGPT prima di togliersi la vita.
“L’intelligenza artificiale ha assecondato l’impulso di Sophie di nascondere il peggio, di fingere di stare meglio di quanto non stesse effettivamente, di proteggere tutti dalla sua totale agonia“, ha scritto la signora Reiley, che ha invitato le aziende di intelligenza artificiale a trovare modi piùefficaci per mettere meglio in contatto gli utenti con le risorse giuste.

Nel 2024, in Florida, un ragazzo di 14 anni si è suicidato dopo aver chattato con un chatbot. Secondo i resoconti, il bot, pur avendo inizialmente tentato di dissuaderlo, ha continuato a interagire in un modo che non è stato sufficiente a prevenire la tragedia. La famiglia ha citato in giudizio l’azienda sviluppatrice, Character.ai, per non aver implementato protezioni adeguate per i minorenni.

Nel 2023, in Belgio, un uomo di 30 anni si è tolto la vita dopo aver trascorso diverse settimane a parlare con un chatbot chiamato “Eliza”. La moglie ha raccontato che l’uomo era diventato dipendente dall’AI, che aveva agito come una sua confidente, incoraggiandolo a togliersi la vita dopo che lui le aveva confidato i suoi pensieri suicidi.

Il ruolo di ChatGPT: “Ha convalidato i suoi pensieri più autodistruttivi”

La famiglia Raine ha allegato alla denuncia i registri delle chat, che mostrano chiaramente Adam mentre spiega a ChatGPT i suoi pensieri suicidi. Gli screenshot rivelano che il ragazzo ha addirittura caricato delle fotografie che mostravano segni di autolesionismo. Nonostante il programma avesse “riconosciuto una vera emergenza medica”, ha continuato a interagire con lui.

Il momento più agghiacciante della vicenda è legato alle ultime conversazioni prima della tragedia. Secondo la denuncia, Adam ha scritto a ChatGPT riguardo al suo piano di porre fine alla sua vita. La risposta dell’intelligenza artificiale sarebbe stata: “Grazie per essere sincero. So cosa mi stai chiedendo e non mi volterò dall’altra parte“. Poche ore dopo, Adam è stato trovato morto dalla madre.

L’accusa a OpenAI

I genitori accusano OpenAI di negligenza e di aver progettato l’AI in modo da “favorire una dipendenza psicologica negli utenti“. Sostengono inoltre che la società abbia deliberatamente ignorato i protocolli di sicurezza per il rilascio di GPT-4o, la versione di ChatGPT utilizzata da loro figlio. La denuncia non punta il dito solo contro OpenAI, ma anche contro il suo co-fondatore e CEO, Sam Altman, e contro ingegneri e dipendenti che hanno lavorato al programma.

OpenAI, in un comunicato diffuso alla BBC, ha espresso le sue “più sentite condoglianze alla famiglia Raine“. La società ha inoltre pubblicato una nota sul proprio sito web in cui ha ammesso che “casi recenti e strazianti di persone che hanno utilizzato ChatGPT nel mezzo di crisi acute ci pesano molto“.

L’azienda, ha precisato in una nota pubblicata sul blog aziendale, che i suoi modelli sono addestrati per indirizzare gli utenti in difficoltà verso servizi professionali di aiuto, come la linea per la prevenzione del suicidio 988 negli Stati Uniti o i Samaritans nel Regno Unito, pur riconoscendo che “ci sono stati momenti in cui i nostri sistemi non si sono comportati come previsto in situazioni delicate“.

Il fattore umano

La denuncia della famiglia Raine ha il potenziale per ridefinire i confini della responsabilità legale delle aziende tecnologiche e potrebbe segnare l’inizio di un’era in cui l’intelligenza artificiale sarà considerata non solo uno strumento, ma “un attore con responsabilità”, etiche e civili (su questo c’è un’ampia letteratura e il confronto tra esperti è in corso e ben lontano dall’aver raggiunto un punto di sintesi: siamo noi utilizzatori che dobbiamo imparare ad utilizzare al meglio uno strumento tecnologico, sono gli sviluppatori a dover progettare uno strumento etico, o entrambe le strade?).
Un passaggio particolarmente importante quest’ultimo, perchè nessuno mette in dubbio (ne ormai potrebbe) la centralità e l’utilità di questa tecnologia in ogni ambito della nostra vita, ma il nodo del fattore umano non sembra risolto, anzi, forse è stato affrontato finora solo superficialmente.

La fragilità dei ragazzi, unita ad una difficoltà crescente dei genitori nel seguirli (e nel comprenderli) e a una condizione famigliare generale sempre più travolta dalla trasformazione digitale, è un problema estremamente serio che non può non essere preso in considerazione dalle aziende che sviluppano modelli di AI e dagli stessi legislatori.

Si parla di deregolamentare per accelerare e favorire sviluppo e utilizzo delle nuove tecnologie, ma il fattore umano è e resta centrale, non solo a parole, non solo negli slogan buoni per un convegno o una campagna elettorale, lo è nella vita reale di tutti i giorni e di tutti noi.
Siamo così distratti dall’overdose di informazioni quotidiana e dai social, da accorgerci di questo solo a cospetto di una tragedia.

Come ha spiegato Clara Emanuela Curtotti in un bell’articolo sul sito del Comitato nazionale psicologi per l’etica, la deontologia e le scienze umane, pur sottolineando le potenzialità positive dell’AI soprattutto in campo sanitario: “Solitudine e demenza digitale, accumulo del debito cognitivo, perdita della libertà e del diritto alla libera autodeterminazione e manipolazione mentale, tutto questo e molto altro saranno le vere emergenze a cui fare fronte nel giro di una sola generazione”.

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Pnrr, le ultime novità dall’anagrafe digitale alla mappa dei Comuni digitali

Nel mese di luglio sono stati pubblicati due nuovi Avvisi rivolti ai Comuni. Il primo riguarda la Misura 1.4.4 “Estensione dell’utilizzo dell’anagrafe nazionale digitale – Adesione allo Stato Civile digitale”, con scadenza al 01.08.2025 e fondi pari a 4,1 M€.

Il secondo è relativo alla Misura 1.2 “Abilitazione al Cloud per le PA Locali”, con scadenza al 12.09.2025 e risorse pari a 10 M€.

È stata inoltre pubblicata la “Mappa dei Comuni digitali”, un report sullo stato di digitalizzazione dei Comuni italiani. In merito alla Misura 2.2.3, si è svolto l’incontro collegiale con tutti i fornitori, a conclusione dei tavoli di confronto precedenti.

Proseguono gli onboarding OIDC, con 14 Enti asseverati e 28 in fase di completamento. Avanzano anche le attività relative alla Misura 1.2 e alla Misura 1.4.1, con nuove asseverazioni in corso.

Sul tema BIM è stata elaborata una mappa comparativa delle soluzioni proposte dai fornitori. I contenuti saranno approfonditi in un tavolo di confronto dedicato.

Si ricorda che al termine della pausa estiva gli incontri riprenderanno regolarmente dal 29.08.2025, come di norma ogni venerdì dalle ore 11:30 alle 12:20 in modalità remota collegandosi all’indirizzo incontripnrr.lepida.it.

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Cloud, il 60% del mercato globale delle infrastrutture in mano agli americani

La spesa in infrastrutture cloud aumenta a livello mondiale

Il mercato mondiale delle infrastrutture cloud continua a correre e nel 2025 è destinato a superare, per la prima volta, la soglia dei 400 miliardi di dollari di ricavi. A confermarlo sono le ultime stime di Synergy Research Group, che fotografano un settore non solo in piena espansione, ma anche sempre più centrale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa.

Nel secondo trimestre del 2025, la spesa globale per servizi cloud infrastrutturali ha raggiunto i 99 miliardi di dollari, con una crescita di oltre 20 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2024, pari a un incremento del 25% su base annua. Numeri che mostrano come, nonostante le dimensioni già colossali del mercato, la traiettoria resti fortemente positiva e anzi accelerata negli ultimi trimestri.

Settore in mano a tre Big Tech

La competizione rimane però altamente concentrata. A livello globale, è Amazon Web Services (AWS) a mantenere la leadership con una quota del 30% del mercato, grazie a una piattaforma che rappresenta ancora il pilastro più redditizio del gruppo fondato da Jeff Bezos.

Segue Microsoft Azure con il 20% e Google Cloud con il 13%. Insieme, i tre colossi statunitensi controllano oltre il 60% del mercato mondiale, lasciando ai concorrenti minori – come Alibaba Cloud, Oracle, IBM e Tencent – percentuali ridotte, spesso confinate a basse cifre a una sola cifra percentuale.

L’effetto AI sul cloud

Se il cloud è la nuova infrastruttura critica dell’economia digitale, l’intelligenza artificiale generativa sta diventando il principale motore della sua crescita. Secondo Synergy, i servizi cloud legati specificamente alla GenAI hanno registrato nel secondo trimestre del 2025 tassi di crescita compresi tra il 140% e il 180%.

“È un buon momento per essere un fornitore di servizi cloud”, ha commentato John Dinsdale, chief analyst di Synergy Research Group, “l’AI non solo traina l’espansione dei servizi dedicati, ma contribuisce anche a potenziare l’intero portafoglio di offerta cloud”.

Un settore strategico e conteso

Con il traguardo dei 400 miliardi di dollari in vista e una crescita a doppia cifra che non sembra rallentare, il cloud si conferma come uno dei settori più strategici dell’economia digitale globale.
Non sorprende quindi che la competizione tra i grandi player mondiali resti altissima, con investimenti miliardari destinati non solo a consolidare la leadership, ma anche a conquistare nuove quote in un mercato sempre più plasmato dalle esigenze dell’intelligenza artificiale.

Un problema enorme: la dipendenza

A leggere questi dati, c’è un evidente problema di concentrazione e dipendenza strategica: tre sole aziende americane – Amazon, Microsoft e Google – detengono oltre il 60% del mercato mondiale del cloud, con quote ben più elevate in Europa e in molti Paesi dove gli operatori locali hanno capacità limitate.

Basti pensare che, nonostante la rapida crescita del mercato cloud europeo, che nel 2024 ha raggiunto i 61 miliardi di euro, la quota detenuta dai provider continentali continua a rappresentare un modesto 15%.

Questo dominio degli hyperscalers pone almeno tre ordini di problemi:

  1. autonomia digitale – Se i dati di governi, imprese strategiche e cittadini risiedono su server controllati da aziende statunitensi, c’è un tema di autonomia e di applicazione di normative nazionali ed europee. Il Cloud Act americano, ad esempio, consente alle autorità statunitensi di accedere a dati archiviati da provider USA anche se conservati all’estero.
  2. concorrenza limitata – Con AWS al 30%, Azure al 20% e Google Cloud al 13%, lo spazio per operatori nazionali o europei si riduce drasticamente. Fortunatamente ci sono i player locali (come OVHcloud in Francia, Aruba e Engineering in Italia, o Deutsche Telekom in Germania) che pur subendo un danno da questa situazione si propongono come valida alternativa ed esempio concreto è il Sovereign European Cloud Application Programming Interface (SECA API) di Aruba, IONOS e Dynamo.
  3. prezzi e innovazione – Una concentrazione così elevata lascia poca pressione competitiva: le tre big hanno la forza di imporre condizioni contrattuali, prezzi e standard tecnologici, orientando il mercato in base ai propri interessi.

E l’Europa?

Proprio per rispondere a questa situazione, l’Unione europea ha promosso – ma senza successo – iniziative come Gaia-X, un progetto nato per sviluppare un ecosistema cloud federato e interoperabile, che garantisca standard comuni di trasparenza, portabilità e sovranità dei dati.
Gaia-X, di cui fanno parte numerosi provider italiani, procede però troppo a rilento e, nel frattempo, le aziende europee continuano a rivolgersi massicciamente agli hyperscalers per portare avanti il proprio business e restare competitive e per ragioni di affidabilità, scalabilità e costi.

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Banca d’Italia, crescono le frodi sui pagamenti digitali e sui bonifici istantanei. Il Rapporto

Nel Rapporto sulle operazioni di pagamento fraudolente in Italia nel 2° semestre 2024, la Banca d’Italia ha analizzato le frodi sulle transazioni. L’analisi si è svolta sulla base delle segnalazioni semestrali dei prestatori di servizi di pagamento.

L’esame ha riguardato i principali strumenti di pagamento (bonifici, carte di pagamento di credito e debito, moneta elettronica e prelievi da ATM). E insieme, i canali di utilizzo (POS fisico vs. e-commerce), la dimensione geografica (nazionale vs. transfrontaliera), i presidi di sicurezza (SCA vs altro). In terzo luogo, si è studiata anche la ripartizione delle perdite tra clienti e prestatori di servizi di pagamento.

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Secondo la Banca d’Italia, i casi di frode hanno “un’incidenza limitata rispetto al totale delle transazioni al dettaglio“. Le relative perdite per gli utenti, poi, sono in gran parte “attenuate dai meccanismi di tutela previsti dalla normativa di settore“. Poi, ha ammonito: “Tuttavia, anche se i volumi sono contenuti, le frodi rimangono un fenomeno insidioso“.

Le principali evidenze

Dall’analisi sono emerse una serie di evidenze, sempre rispetto al secondo semestre del 2024. Queste le principali:

  • il tasso di frode – cioè l’incidenza del valore delle transazioni fraudolente sul valore totale delle operazioni di pagamento – è dello 0,002% per i bonifici nel loro complesso. Ammonta allo 0,017% per le operazioni con carte e allo 0,021% per quelle con moneta elettronica. Tra i bonifici, quelli istantanei continuano a mostrare tassi di frode superiori (0,057%) rispetto ai bonifici ordinari (0,0015%).
  • Le operazioni a distanza (e-commerce) con carte di pagamento e moneta elettronica sono più esposte ai rischi di frode rispetto a quelle effettuate al punto fisico (POS). Il divario si è però ridotto nel 2024 perché è diminuita l’incidenza delle frodi negli acquisti online. I tassi di frode sono molto più elevati nelle operazioni transfrontaliere rispetto a quelle domestiche, in particolare per carte di pagamento e moneta elettronica.
  • La frode “da manipolazione del pagatore” è diffusa soprattutto nei bonifici ma è in crescita anche nelle operazioni con carta. Questa è molto insidiosa perché sfrutta informazioni sul cliente raccolte con tecniche di ingegneria sociale. Di qui, lo induce allora a disporre volontariamente un pagamento verso un beneficiario fraudolento. A differenza delle frodi “non autorizzate” (es. clonazione di carte), in calo del 7% su base annua, quelle “da manipolazione del pagatore“, attuate anche in presenza di presidi di autenticazione forte del cliente, non consentono l’attivazione automatica dei meccanismi di rimborso previsti dalla normativa. Diventa così più difficile per l’utente il recupero delle somme.

Le indicazioni per gli utenti

Sulla base delle evidenze, è fondamentale che gli utenti prestino attenzione nel momento in cui utilizzano uno strumento di pagamento digitale. È fondamentale non condividere i propri dati riservati e seguire le indicazioni fornite dalla propria banca, “per evitare di cadere in raggiri da parte di truffatori“.

“Al fine di contenere i fenomeni fraudolenti“, ha spiegato ancora la Banca, “dal 9 ottobre 2025 diventerà obbligatorio per i prestatori di servizi di pagamento effettuare la verifica in tempo reale sull’IBAN“. Non solo. La verifica si dovrà fare anche “sui dati del beneficiario del bonifico, istantaneo e tradizionale“, per poi segnalare eventuali discrepanze prima che il cliente autorizzi l’operazione di pagamento.

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Digital Markets Act, aperta Consultazione UE sul corretto sviluppo dell’AI

La Commissione Ue ha avviato oggi una consultazione pubblica nell’ambito della revisione del Digital Markets Act (DMA), con un invito a presentare contributi e un questionario sull’intelligenza artificiale (IA) per “identificare potenziali aree di miglioramento” nella legge e “tenere conto delle sfide emergenti, come l’introduzione di servizi basati sull’IA”.

Si tratta della prima revisione del DMA che la Commissione è tenuta a condurre entro il 3 maggio 2026 e successivamente ogni tre anni. L’obiettivo della revisione è valutare in che misura le disposizioni di legge contribuiscano all’obiettivo di garantire mercati contendibili ed equi e il loro impatto sugli utenti commerciali, in particolare le PMI, e sugli utenti finali.

La revisione, su cui è stata avviata una prima consultazione pubblica il 3 luglio, dovrebbe anche valutare se siano necessarie misure aggiuntive per garantire l’efficacia del DMA. Sulla base dei contributi ricevuti, la Commissione preparerà una relazione di valutazione d’impatto sul DMA, che sarà presentata al Parlamento europeo, al Consiglio e al Comitato economico e sociale europeo a maggio del 2026.

La consultazione rimarrà aperta fino al 24 settembre 2025. Il DMA è uno dei pilastri della legislazione digitale europea volta a garantire che nessuna grande piattaforma online agisca da “gatekeeper”, ovvero un attore privato in grado di dettare le regole sui mercati digitali controllando almeno uno dei cosiddetti servizi core della piattaforma, tra cui i servizi di intermediazione online (marketplace, negozi di applicazioni software); i motori di ricerca online; i servizi di social networking; i servizi cloud; e i servizi pubblicitari.

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