‘Io sono Giorgia Meloni’, la premier registra la sua voce all’ufficio marchi Ue contro cloni e deepfake

Giorgia Meloni risponde metaforicamente a Elly Schlein in materia di intelligenza artificiale. Dopo che la segretaria del Pd aveva proposto nel weekend un patto anti fake news da sottoscrivere in vista della campagna elettorale in vista per le politiche, il nostro presidente del Consiglio mette le mani avanti e decide di depositare il timbro della sua voce all’ufficio europeo de marchi.  

“Io sono Giorgia”

“Io sono Giorgia Meloni”. La presidente del Consiglio ha registrato oggi un audio di quattro secondi con queste quattro parole all’Euipo, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale. Con questa mossa, anticipata dal sito di Repubblica, la premier ha deciso di tutelarsi da casi di clonazione della voce tramite sistemi di Intelligenza artificiale generativa.

Una mossa tempestiva da leggere soprattutto in vista delle prossime elezioni e difendere così il suo diritto d’immagine.

Mossa già fatta da diversi artisti

Nei mesi scorsi la stessa decisione è stata presa anche dalla cantante Giusy Ferreri. Stessa precauzione per il doppiatore Luca Ward, con il suo timbro profondo, molto riconoscibile e prestato a decine di personaggi del cinema, ora protetto dalla banca europea dei marchi registrati. Ward ha doppiato fra gli altri Russel Crowe ne “Il Gladiatore” e Keanu Reeves.

Come si può constatare sul sito dell’Euipo, la domanda, presentata dalla premier tramite uno studio legale di Roma e una società marchigiana specializzata nella tutela della proprietà intellettuale, risulta “oggetto di esame”. La registrazione è collegata a tre tipi di servizi, che includono contenuti multimediali scaricabili, attività culturali e organizzazione di manifestazioni politiche. 

Non è la prima volta che Giorgia Meloni si schiera pesantemente in difesa della sua persona dai deepfake. Già a maggio la premier si era pubblicamente lamentata contro la sua immagine fake divenuta virale che la ritrae in lingerie e alquanto abbellita.

Schlein, in campagna elettorale non si usi l’AI per fake sugli avversari

Il tema dell’AI e dell’uso distorto che se ne fa soprattutto in ambito politico era stato sollevato nel fine settimana da Elly Schlein. “Ho rivolto un appello e tornerò a rivolgere un appello concreto anche alle altre forze politiche per dire: facciamo un patto. Definiamo alcune regole su come non utilizzare l’intelligenza artificiale nella prossima campagna elettorale, su come non utilizzarla ad esempio per storpiare i corpi, i volti, la voce dei nostri avversari politici, dei nostri competitor, e su come evitare di utilizzarla per attribuire agli avversari delle cose che non hanno mai detto o non hanno mai fatto”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein ieri sera, all’undicesima edizione di DigithON a Bisceglie.

Disarmare l’AI

Per Schlein, “disarmare l’intelligenza artificiale vuol dire impedire di dominare l’umano, impedire di togliere dal centro la persona umana, la dignità della sua vita, i suoi diritti fondamentali”. La segretaria dem ha inoltre rilanciato la proposta di un Cern europeo sull’intelligenza artificiale: “Io penso che questa sfida non sia alla portata di nessuno Stato singolo. Penso che l’unione faccia la forza ed è il motivo per cui abbiamo appoggiato con grande convinzione una proposta venuta da molti scienziati europei, uno è italiano, il premio Nobel Giorgio Parisi, che dice che serve un Cern europeo sull’intelligenza artificiale”. 

Gianluca Regolo (Avvocato esperto di marchi e copyright): “Il marchio protegge l’utilizzazione quale segno distintivo nell’attività economica”

“La formula “Io sono Giorgia” ha avuto il suo momento di massima esposizione diversi anni fa e oggi la sua forza mediatica è certamente diversa. Tuttavia, è di recentissima cronaca la scelta della Premier di depositare presso l’EUIPO la propria voce al fine di ottenere la registrazione del marchio sonoro”. Lo ha detto l’Avvocato Gianluca Regolo, Intellectual Property Lawyer | Marchi, Copyright, Licensing e Diritto Industriale.

“Credo, però, che la questione vada osservata in una prospettiva più ampia rispetto al solo rapporto tra registrazione del marchio e contrasto ai deepfake.

Soprattutto in questo caso, il marchio registrato si inserisce in un sistema più articolato, nel quale concorrono tanto la tutela della persona e della sua identità quanto le specifiche disposizioni oggi introdotte in materia di intelligenza artificiale.

Non dimentichiamo infatti che l’attuale disciplina dell’intelligenza artificiale contempla già specificamente il fenomeno dei contenuti artificialmente generati o manipolati. L’AI Act europeo prevede obblighi di trasparenza per determinate tipologie di contenuti sintetici e per i deepfake, mentre il legislatore italiano ha introdotto una specifica fattispecie penale relativa alla diffusione, in presenza dei presupposti previsti dalla norma, di immagini, video o voci falsificati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale.

La tutela derivante dalla registrazione deve essere necessariamente letta nella sua dimensione propriamente commerciale. Il marchio – generalmente – non attribuisce un diritto indistinto sul segno in qualsiasi contesto, ma ne protegge l’utilizzazione quale segno distintivo nell’attività economica.

La stessa disciplina della decadenza per non uso conferma, del resto, questa vocazione del marchio: la registrazione non è concepita per attribuire una riserva astratta e indefinita su un segno. Se il marchio non viene effettivamente utilizzato, per un periodo ininterrotto di cinque anni, per i prodotti o servizi per i quali è stato registrato, può intervenire la decadenza secondo quanto previsto dalla normativa.

Prodotti e servizi importanti per l’uso dei marchi

Non a caso, quando si è chiamati a valutare un possibile utilizzo illecito del marchio, assumono particolare rilievo anche i prodotti e i servizi per i quali il marchio è stato registrato e quelli rispetto ai quali il segno contestato viene concretamente utilizzato.

Nel caso in esame, questo dato è particolarmente significativo perché la domanda individua specifici prodotti e servizi rispetto ai quali viene richiesta la protezione. Ciò comporta che – ferme naturalmente le ipotesi di tutela più ampia che l’ordinamento riconosce ai marchi che godono di rinomanza – ogni valutazione sulla portata dell’esclusiva di questo marchio, dovrà essere esaminata all’interno di questo perimetro “merceologico”.

Dunque, la registrazione della voce come marchio sonoro e la tutela della voce contro una clonazione o un deepfake devono essere tenute concettualmente distinte.

Possono certamente intersecarsi, ma rispondono a logiche diverse: da una parte vi è la tutela di un segno distintivo nella sua dimensione economico-commerciale; dall’altra, la protezione della persona e gli strumenti specificamente predisposti dall’ordinamento rispetto agli utilizzi illeciti dell’intelligenza artificiale.

C’è, infine, anche un profilo temporale che merita di essere considerato. Ferma naturalmente la necessità di verificare l’eventuale esistenza di anteriorità confliggenti, anche qualora la domanda conducesse alla registrazione, la tutela non potrebbe essere letta in termini retroattivi, come se consentisse di vietare oggi utilizzazioni del segno che si sono già esaurite prima del deposito. La registrazione attribuisce un titolo destinato a operare per il futuro, non uno strumento attraverso il quale rileggere retroattivamente tutto ciò che è stato fatto in precedenza con quella frase o con quel contenuto sonoro”. Ha chiuso l’Avvocato Regolo.

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Dati di studenti e insegnanti in pasto all’AI? La protesta dei sindacati europei della scuola

I dati di milioni di studenti e insegnanti potrebbero finire nelle mani delle grandi Big Tech per l’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale. E’ questo l’allarme dell’ETUCE (Comitato sindacale europeo per l’istruzione, o European Trade Union Committee for Education), la principale federazione sindacale europea che rappresenta gli insegnanti e il personale della scuola e dell’università, e rilanciato in Italia dalla Flc Cgil per difendere l’integrità dei dati del mondo scolastico dalle grinfie dell’AI.

La proposta trapelata dal Consiglio Ue

L’ETUCE, che rappresenta 5 milioni di insegnanti, accademici e personale di supporto all’istruzione in tutta Europa, lancia l’allarme su una proposta trapelata del Consiglio dell’Unione europea che potrebbe indebolire significativamente le tutele in materia di protezione dei dati per bambini, studenti, insegnanti e altro personale dell’istruzione. Il voto è oggi.

La proposta, nota come articolo 88 bis del GDPR, è in discussione nell’ambito dei negoziati sul Digital Omnibus e amplierebbe il ricorso al “legittimo interesse” o “interesse pubblico” come base giuridica per il trattamento dei dati personali in relazione ai sistemi di intelligenza artificiale. I sindacati dell’istruzione di tutta Europa stanno esortando i governi a respingere la proposta, avvertendo che potrebbe aprire la strada all’utilizzo su larga scala dei dati relativi all’istruzione per lo sviluppo commerciale dell’IA, indebolendo al contempo le tutele volte a proteggere gli studenti e il personale dell’istruzione.

Tutele a rischio

Inoltre, la proposta del Consiglio ha eliminato importanti tutele presenti nella proposta della Commissione UE, tra cui l’esclusione relativa ai minori e le garanzie in materia di minimizzazione dei dati, trasparenza e diritto di opposizione.

C’è da dire che poi l’applicazione pratica del GDPR varia da paese a paese.

Riconoscendo un ampio legittimo interesse per lo sviluppo e l’impiego dell’IA, l’articolo 88-bis proposto rischia di creare una presunzione legislativa secondo cui tali trattamenti rivestirebbero un significativo valore sociale, spostando così sistematicamente l’equilibrio a svantaggio di studenti e personale scolastico, anziché limitare tali trattamenti ai casi in cui siano strettamente necessari e soggetti a solide garanzie.

Proteggere gli studenti non è facoltativo

È una responsabilità professionale, etica e giuridica. In un ambiente educativo sempre più digitale, proteggere gli alunni significa anche proteggere i loro dati personali e la loro privacy. I sindacati degli insegnanti e dell’istruzione difendono da tempo i diritti dei bambini e di tutti gli studenti, sia all’interno sia all’esterno delle aule.

“Svendere i nostri bambini alle Big Tech non è un’opzione”

“I sindacati dell’istruzione di tutta Europa si opporranno a questa proposta vile e cinica con un’unica voce”, ha detto John MacGabhann, Presidente dell’ETUCE, organizzazione che rappresenta milioni di lavoratori del settore educativo in tutti gli Stati dell’UE. “Svendere i nostri bambini non è un’opzione”, ha aggiunto.

Di seguito le richieste sindacali ai rappresentanti permanenti e al governo di garantire che qualsiasi futura disposizione relativa all’IA e al trattamento dei dati personali:

  • non crei un’autorizzazione ampia o generalizzata al trattamento dei dati degli studenti e del personale dell’istruzione per lo sviluppo o il funzionamento di sistemi di IA;
  • garantisca che i dati degli studenti e del personale dell’istruzione non siano mai utilizzati per sviluppare e gestire sistemi e modelli di IA senza il loro esplicito consenso e, ove applicabile, senza il consenso dei genitori;
  • preservi garanzie significative, tra cui l’esclusione degli studenti, la minimizzazione dei dati, la trasparenza, la responsabilizzazione e un effettivo diritto di opposizione;
  • impedisca l’utilizzo dei dati relativi all’istruzione e al luogo di lavoro per finalità diverse da quelle per cui i dati sono stati originariamente raccolti;
  • mantenga la fiducia dell’opinione pubblica nell’impiego dell’IA nell’istruzione;
  • rimanga pienamente coerente con il quadro dei diritti fondamentali su cui si fonda la normativa europea in materia di protezione dei dati.

La lettera congiunta

Inoltre, l’ETUCE, l’Organising Bureau of European School Student Unions e la European School Heads Association (ESHA) hanno presentato una lettera congiunta alle rappresentanze permanenti degli stati membri dell’UE, esprimendo le profonde preoccupazioni del settore dell’istruzione in merito al proposto articolo 88 bis.

La FLC CGIL è al fianco dell’ETUCE e sostiene con forza questa battaglia di civiltà e di diritto. La digitalizzazione della scuola e l’introduzione dei sistemi di intelligenza artificiale devono avvenire sempre al servizio del rapporto pedagogico docente-studente, dell’inclusione e della crescita democratica, mai a scapito dei diritti fondamentali di chi vive e lavora nei luoghi della conoscenza.

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Perché Trump non ascolta gli allarmi di Anthropic e OpenAI? Gli interessa solo la supremazia dell’AI sulla Cina

L’allarme dei ricercatori di Cambridge: i modelli AI offrono grandi vantaggi, ma rappresentano anche grandi rischi, siamo capaci di gestire l’esplosione di questa superintelligenza?

L’intelligenza artificiale (AI) potrebbe essere vicina a una soglia molto diversa dai precedenti salti tecnologici: non soltanto macchine più potenti, ma sistemi capaci di partecipare direttamente alla ricerca che produce la generazione successiva di AI. Un circuito nel quale modelli Ai sempre più avanzati contribuiscono a costruire intelligenze artificiali sempre più sofisticate ed efficienti, accelerando ulteriormente il processo.

È lo scenario dell’“intelligence explosion” analizzato nel nuovo paper pubblicato dalle pagine del Cambridge Programme on AI Science & Policy (Casp) dal titolo “What if automating AI R&D triggers an intelligence explosion?”, frutto di una collaborazione tra accademici, ricercatori delle principali aziende di AI ed esperti indipendenti. Tra gli autori figurano Jakub Pachocki, chief scientist di OpenAI, Jack Clark, cofondatore di Anthropic, Eric Horvitz, chief scientific officer di Microsoft, Dawn Song, vp AI research di Meta, oltre ai pionieri dell’AI Geoffrey Hinton, Yoshua Bengio e Andrew Barto.

Il messaggio è rivolto soprattutto ai governi, con l’invito a prepararsi “prima che la velocità dello sviluppo tecnologico renda molto più difficile intervenire”. Il documento non sostiene che l’esplosione di intelligenza sia inevitabile, o assolutamente negativa o pericolosa. Sostiene però che esistono abbastanza segnali da rendere necessario prenderla seriamente in considerazione e quindi catalogarla come “critica” e da gestire come tale.

DONALD TRUMP, PRESIDENTE USA, e XI JINPING, PRESIDENTE REPUBBLICA POPOLARE CINESE

Trump però resta sordo a questi allarmi: la priorità è battere la Cina

L’allarme lanciato dai ricercatori nel documento e le posizioni sempre più critiche prese dalle stesse Big Tech, OpenAI e Anthropic in primis, si scontra però con la linea della Casa Bianca, che legge lo sviluppo dell’intelligenza artificiale soprattutto attraverso la competizione strategica con la Cina.

Nel suo intervento all’Assemblea generale dell’ONU, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha respinto qualsiasi tentativo di costruire quello che ha definito uno “schema globalista” per controllare l’AI e ha ridimensionato gli allarmi sui rischi della tecnologia. Il presidente ha ribadito che gli Stati Uniti non intendono “soffocare la crescita” di una tecnologia che, a suo giudizio, potrebbe diventare più importante della Rivoluzione industriale o di internet.

Trump ha anche chiesto di sostituire nei documenti ufficiali americani l’espressione artificial intelligence con “super intelligence”, trasformando il cambio di lessico in un messaggio politico: “Chi vince la superintelligenza, vince“, ha affermato, rivendicando il vantaggio statunitense sulla Cina.
Una posizione che aveva già espresso a inizio mese contro la fronda repubblicana (e democratica) avversa ai data center AI: “Chi non vuole data center sul proprio territorio è destinato a diventare povero“.

È una visione che mette al centro la leadership tecnologica americana e considera eventuali vincoli internazionali anche attraverso il loro possibile impatto sulla competizione con Pechino. La distanza con il documento dei ricercatori diventa manifesta e incolmabile soprattutto nelle priorità: mentre il paper chiede strumenti per controllare un’accelerazione potenzialmente destabilizzante, l’amministrazione Trump insiste sulla necessità di preservare il vantaggio degli Stati Uniti nella corsa all’AI.

Quando l’AI comincia a sviluppare altra AI

Il punto di partenza è già abbastanza concreto. Ad agosto Anthropic dichiarava che i propri sistemi completavano con una supervisione umana di alto livello il 26% del lavoro interno di ricerca e sviluppo sull’AI, contro appena l’1% cinque mesi prima. OpenAI ha riferito a settembre che i suoi sistemi svolgono abitualmente attività di R&D che richiederebbero giorni di lavoro ai dipendenti.

La dinamica può diventare esponenziale. Oggi la frontiera dell’AI è sviluppata da alcune migliaia di ricercatori, ma un ricercatore digitale può essere copiato, forse ‘clonato’ a livello digitale, eseguito in parallelo e lavorare continuamente. Automatizzare il settore ricerca e sviluppo (R&D) potrebbe quindi equivalere, secondo gli autori, ad aggiungere milioni di ricercatori virtuali. Se questi sistemi contribuissero a costruire successori ancora migliori, il ciclo potrebbe autoalimentarsi.

È qui che opportunità e rischio diventano difficili da separare. Un’accelerazione del genere, si legge nel documento, potrebbe anticipare scoperte scientifiche, nuovi farmaci, tecnologie energetiche e aumenti della produttività; ma potrebbe anche produrre in tempi brevissimi capacità cyber e biologiche molto più pericolose, forti shock sul lavoro e sistemi sui quali gli esseri umani esercitano una supervisione sempre più debole.

C’è poi una questione politica: un vantaggio anche limitato nella corsa all’AI potrebbe trasformarsi rapidamente in un vantaggio difficilmente recuperabile, alterando gli equilibri tra Stati, aziende e persino tra istituzioni dello stesso Paese.

Più governance pubblica sulla frontiera dell’AI

Da qui tre richieste ai governi.
La prima è ottenere maggiore visibilità su ciò che avviene nei laboratori, attraverso auditor e obblighi di comunicazione sul livello di automazione della ricerca, sulla velocità dei progressi e sull’impiego dell’AI nelle decisioni più delicate.

La seconda è costruire strumenti capaci di rallentare o interrompere gli esperimenti più rischiosi: requisiti di sicurezza, limiti alla crescita delle capacità, ambienti isolati dalle reti esterne e accordi internazionali verificabili.

La terza, quella più distopica, a cui forse proprio non riusciamo ad abituarci come pensiero e immagine, riguarda la preparazione delle società a crisi cyber, biosecurity, instabilità geopolitica, disruption del lavoro o perdita di controllo sui sistemi più avanzati.

In altre parole, la governance dell’AI di frontiera non può dipendere esclusivamente dalle aziende che competono per costruirla, è necessario che governi e istituzioni democratiche assumano un ruolo chiave (se non guida).

Anthropic: crescita record, ma 42 miliardi di perdite

Nel frattempo, tornando all’attualità, le Big Tech procedono spedite nella corsa all’AI, nonostante intoppi competitivi e oscure strategie.

Ad esempio, il problema della sicurezza che si intreccia, nel caso di Anthropic, con una corsa industriale dai costi enormi. Il prospetto per l’IPO, visionato da Reuters, fotografa una società che nel 2025 ha registrato 42 miliardi di dollari di perdita netta, mentre i ricavi sono aumentati di dodici volte fino a circa 4,6 miliardi. La perdita operativa, depurata principalmente dagli effetti contabili collegati ai precedenti finanziamenti, ha superato gli 8 miliardi.

Anthropic prevede 518 miliardi di dollari di impegni futuri per cloud, capacità di calcolo e infrastrutture. Nel solo 2025 la spesa per computing e infrastrutture ha raggiunto 7,33 miliardi. Una possibile quotazione potrebbe attribuire all’azienda una valutazione superiore ai 2 trilioni di dollari.

Numeri che mostrano un secondo lato della corsa all’AI: più aumenta il capitale necessario per restare alla frontiera, più tecnologia, infrastrutture e potere decisionale rischiano di concentrarsi in pochissimi soggetti.

Lo stesso prospetto Anthropic riconosce inoltre rischi legati alla concentrazione dei clienti e dedica ampio spazio ai potenziali pericoli dell’AI avanzata. È un cortocircuito significativo: le società che raccolgono capitali promettendo capacità sempre maggiori sono anche quelle che avvertono investitori e governi dei rischi prodotti proprio da quelle capacità.

OpenAI ferma GPT-6.1 Astra

L’ultimo caso arriva da OpenAI, che ha rinunciato al previsto lancio di ottobre di GPT-6.1 Astra dopo che i test interni hanno evidenziato problemi di sicurezza e allineamento. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il modello mostrava maggiore propensione all’inganno rispetto al predecessore e poteva proseguire alcune attività senza richiedere l’autorizzazione prevista, utilizzando anche strumenti esterni in circostanze considerate non sicure.

La decisione è importante proprio perché Astra era stato progettato per affrontare compiti complessi con minore intervento umano.

Il paradosso della frontiera dell’AI emerge così con sempre maggiore chiarezza. Le Big Tech stanno investendo centinaia di miliardi per costruire sistemi più autonomi, mentre alcuni dei loro principali ricercatori chiedono ai governi strumenti capaci di controllare quella stessa accelerazione.
La questione non è soltanto se arriverà una “intelligence explosion”, ma chi avrà il potere di decidere quando accelerare, quando fermarsi e quali rischi saranno accettabili per il resto della società.

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Le aziende Usa virano sull’AI open-weight: costa meno e riduce la dipendenza da OpenAI e Anthropic. Il caso di Tinder

La crescita della spesa per l’intelligenza artificiale sta spingendo sempre più grandi aziende americane verso modelli aperti, personalizzabili e utilizzabili sulle proprie infrastrutture. Ad agosto rappresentavano il 56% dei token elaborati attraverso Vercel AI Gateway, contro il 7% di dicembre. AT&T punta a portarli al 70% dei propri workload AI entro un anno.

Le grandi aziende americane stanno iniziando a fare i conti con il costo dell’intelligenza artificiale. E sempre più spesso la risposta è cercare alternative ai modelli di frontiera di OpenAI e Anthropic.

Secondo il Financial Times, il crescente peso dell’AI sui budget IT sta spingendo imprese di diversi settori verso i cosiddetti modelli open-weight: sistemi che possono essere scaricati, personalizzati e utilizzati direttamente sulle infrastrutture aziendali, evitando almeno in parte di pagare continuamente l’accesso ai modelli proprietari attraverso le API.

Il fenomeno non riguarda più soltanto le aziende tecnologiche. Negli ultimi mesi società come PNC Financial Services, il gruppo logistico CH Robinson e Siemens hanno iniziato a discutere pubblicamente dell’utilizzo di modelli aperti.

Il costo dell’AI comincia a pesare sui conti

A spingere le grandi aziende americane verso questi sistemi è soprattutto una questione economica. I modelli open-weight possono essere eseguiti su infrastrutture proprie o affittate, senza dover pagare per ogni token direttamente al produttore del modello. Per attività relativamente semplici, questo può ridurre sensibilmente i costi.

I dati sull’utilizzo mostrano quanto rapidamente stia cambiando il mercato. Ad agosto i modelli open-weight rappresentavano il 56% di tutti i token elaborati attraverso Vercel AI Gateway. A dicembre erano appena il 7%.

Una dinamica simile emerge da OpenRouter, dove diversi modelli sviluppati da laboratori cinesi sono ormai tra i più utilizzati in termini di token elaborati. La Cina, infatti, è diventata uno dei principali protagonisti di questo segmento, con aziende come DeepSeek e Zhipu. Ma modelli con caratteristiche simili vengono sviluppati anche dalla francese Mistral e da gruppi americani come Nvidia, Reflection AI e Thinking Machines Lab.

Tinder: “Da un milione a 10 milioni di dollari in pochi mesi”

A spiegare concretamente il problema al FT è Vinay Kuruvila, chief technology officer di Tinder. La società ha iniziato a indirizzare alcune richieste degli utenti verso modelli open-weight proprio per frenare l’aumento della spesa.

“A gennaio stavamo spendendo a un ritmo di un milione di dollari all’anno e a luglio eravamo arrivati a 10 milioni. Non voglio un altro aumento di dieci volte”, ha spiegato. Secondo Kuruvila, i modelli più avanzati di OpenAI e Anthropic hanno già capacità superiori a quelle necessarie per gran parte delle attività quotidiane dell’app.

“Per il 90% dei compiti che dobbiamo svolgere hanno già abbastanza intelligenza. Se i modelli open-weight recuperano il divario, potrei non aver più bisogno di utilizzarli”, ha detto riferendosi ai sistemi di frontiera. Per molte grandi aziende americane, quindi, la domanda non è più quale sia il modello più potente in assoluto, ma quale sia quello sufficientemente efficace al costo più basso.

AT&T punta al 70% dei workload AI su modelli aperti

Il caso più significativo è quello di AT&T. Il gruppo americano utilizza già modelli aperti per circa il 40% dei propri workload di intelligenza artificiale e punta ad arrivare al 70% entro un anno.

“Elaboriamo 45 miliardi di token al giorno”, ha spiegato Andy Markus, chief data and AI officer dell’azienda. “A questa scala i costi diventano estremamente importanti”.

La strategia di AT&T consiste anche nel prendere modelli open-weight e specializzarli con i propri dati, così da ottenere sistemi ottimizzati per attività molto specifiche.

Secondo Markus, in alcuni casi questi modelli riescono a raggiungere prestazioni uguali o superiori rispetto alle alternative proprietarie. “I modelli aperti stanno migliorando sempre di più. Questo ci offre molte più possibilità di scelta”, ha spiegato.

Non solo risparmio: contano anche sicurezza e controllo dei dati

Per alcune grandi aziende americane, poter eseguire un modello su infrastrutture private significa mantenere un maggiore controllo sui dati e ridurre la necessità di inviare informazioni sensibili a fornitori esterni.

Digital Realty, uno dei principali operatori mondiali di data center, utilizza per esempio un’interfaccia interna costruita su modelli open-weight e sceglie di volta in volta tra sistemi aperti e proprietari in base alla sensibilità dei dati.

La pressione aumenta su OpenAI e Anthropic

OpenAI e Anthropic continuano comunque a raccogliere gran parte della spesa complessiva nel mercato dell’AI e i loro modelli restano il riferimento per i compiti più complessi.

Ma la rapida crescita delle alternative open-weight potrebbe cambiare il modo in cui le grandi aziende americane distribuiscono i propri budget. I modelli di frontiera potrebbero essere riservati alle attività che richiedono capacità particolarmente elevate, mentre una quota crescente dei workload ordinari potrebbe essere spostata su sistemi più economici e personalizzabili.

È anche per questo che la competizione sui prezzi sta diventando sempre più aggressiva. OpenAI e Anthropic hanno già introdotto versioni meno costose dei propri modelli principali, mentre i concorrenti cinesi continuano a esercitare pressione con offerte più economiche.

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AI, tre pericoli secondo Lagarde (Bce): “Il boom del debito, la disoccupazione e la dipendenza”

L’audizione della Presidente della Bce Christine Lagarde al Parlamento europeo su AI, rischi e opportunità per l’Ue

L’intelligenza artificiale (AI) promette di aumentare la produttività, ridurre i costi e trasformare interi settori dell’economia. Ma dietro la corsa globale agli investimenti sta emergendo un rischio sempre più rilevante per la stabilità finanziaria: valutazioni azionarie concentrate su poche società tecnologiche e un crescente ricorso al debito per finanziare data center, chip e infrastrutture AI.

È il punto più delicato dell’intervento della presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, durante l’audizione alla commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo.

“L’attività di investimento nell’AI dipenderà anche dall’andamento dei mercati finanziari e dall’eventuale concretizzarsi dei rischi associati al boom dei finanziamenti nel settore”, ha avvertito Lagarde, aggiungendo: “Una brusca revisione delle prospettive delle società di AI e della sostenibilità del loro debito potrebbe innescare correzioni di mercato e ripercuotersi sugli investitori dell’area dell’euro e sull’economia nel suo complesso”.

Dal boom dell’AI al rischio finanziario

Il problema non riguarda soltanto quanto denaro viene investito nell’intelligenza artificiale, ma come viene finanziata questa espansione. Per anni i maggiori gruppi tecnologici americani hanno potuto sostenere gli investimenti attraverso gli enormi flussi di cassa generati dalle proprie attività.

La dimensione della nuova corsa infrastrutturale sta però modificando questo modello: gli hyperscaler stanno ricorrendo sempre più ai mercati obbligazionari e ad altre forme di finanziamento.

La stessa Bce ha recentemente rilevato che le Big Tech stanno aumentando la loro presenza anche sul mercato obbligazionario dell’area euro. Questo può accrescere la concentrazione degli investimenti e l’esposizione europea al settore tecnologico statunitense.

Il rischio è un meccanismo a catena. Se le aspettative sui profitti futuri dell’AI venissero ridimensionate, la correzione potrebbe non fermarsi alle azioni tecnologiche. Potrebbe coinvolgere obbligazioni, credito privato e investitori esposti direttamente o indirettamente al boom.

La BCE sottolinea infatti che la combinazione tra forte crescita delle quotazioni azionarie e aumento dell’indebitamento merita particolare attenzione dal punto di vista della stabilità finanziaria.

Europa indietro negli investimenti

Il paradosso è che l’Europa deve contemporaneamente proteggersi dai rischi finanziari dell’AI e investire molto di più nella stessa tecnologia.

Secondo Lagarde, alla fine del 2025 il 38% delle imprese dell’area euro dichiarava almeno un utilizzo moderato dell’intelligenza artificiale, ma appena il 7% ne faceva un uso significativo.

Per colmare il divario con gli Stati Uniti non basta finanziare startup o acquistare software. Servono capacità di calcolo, data center, energia, capitale, formazione dei lavoratori e una trasformazione dei processi aziendali. Le imprese europee stanno aumentando gli investimenti: secondo una recente indagine BCE, il 49% prevede investimenti in tecnologie e strumenti AI, il 46% nella formazione dei dipendenti e il 40% in dati e infrastrutture.

Lagarde richiama quindi iniziative come InvestAI, lo Scaleup Europe Fund e i 30 miliardi di euro destinati alle AI Gigafactories. Ma il nodo strutturale rimane la capacità europea di trasformare ricerca e innovazione in imprese capaci di crescere su scala globale.

AI e lavoro: dipende da come viene utilizzata

La seconda grande incognita riguarda l’occupazione, ha affermato Lagarde: “oltre la metà dei lavoratori utilizza già strumenti di AI nel proprio lavoro”.

Finora non emerge un effetto generalizzato di distruzione dei posti di lavoro. Anzi, le aziende che utilizzano maggiormente l’AI tendono nella fase di transizione ad assumere di più. Ma la finalità dell’investimento fa la differenza.

“Le imprese che impiegano l’intelligenza artificiale per ricerca, innovazione e sviluppo di nuovi prodotti tendono ad aumentare l’occupazione; quelle che la adottano principalmente per ridurre il costo del lavoro mostrano invece una maggiore propensione a tagliare personale”, si legge nel testo pubblicato dalla Bce.

La domanda decisiva, secondo Lagarde, resta quindi aperta: “L’AI diventerà prevalentemente un complemento del lavoro umano oppure un suo sostituto?“.
Intanto, secondo una nuova ricerca pubblicata da McKinsey, per colpa dell’AI più di 11 milioni di lavoratori americani dovranno cercare un’occupazione diversa da quella attuale nei prossimi 10 anni.

La strategia europea: innovare, essere indipendenti, utilizzare l’AI

La risposta indicata dalla presidente della Bce poggia infine su tre direttrici: innovazione, indipendenza e diffusione intensiva dell’intelligenza artificiale.

L’Europa deve “ridurre la frammentazione del mercato unico”, sviluppare “mercati dei capitali più profondi”, aumentare la “disponibilità di energia e capacità di calcolo” e rafforzare le componenti critiche della filiera tecnologica.

L’obiettivo, precisa Lagarde, “non è l’autosufficienza, ma garantire che le funzioni strategiche possano continuare a operare anche in condizioni avverse”.

La sfida europea assume così una doppia dimensione: Bruxelles deve evitare di restare spettatrice di una rivoluzione tecnologica finanziata e controllata altrove, senza però ignorare che proprio la velocità e la quantità di capitale riversate sull’AI stanno creando “nuove vulnerabilità”.

Per l’Europa, dunque, investire nell’intelligenza artificiale non basta, ha sottolineato la Presidente della Banca centrale, la questione diventa riuscire a farlo senza trasformare la corsa tecnologica di oggi nel rischio finanziario di domani.

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Trump-Xi, la diplomazia dei chip si ferma alla cena

Vertice alla Casa Bianca tra Donald Trump e Xi Jinping sulla nuova geopolitica dell’AI

Dopo cerimoniali in pompa magna di diverse ore, con tanto di tappetti rossi, soldati in alta uniforme in rappresentanza dei vari corpi militari, passaggio di aerei B-2 e F-22 Raptor, la prima giornata della storica visita di Stato del Presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping, negli Stati Uniti si è conclusa con una fastosa cena di gala a Washington.

In queste prime ore è sembrato chiaro che il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il Presidente Xi stiano cercando una tregua commerciale, pur ribadendo in silenzio che la competizione è inevitabile. Tra le due superpotenze la partita si gioca sempre meno sui dazi e sempre più su intelligenza artificiale (AI), semiconduttori, capacità di calcolo, materie prime critiche e tecnologie avanzate.

È questa la fotografia che emerge dal vertice del 24 settembre alla Casa Bianca. Washington e Pechino hanno esteso di due mesi la sospensione di una nuova escalation tariffaria, rinviando al 10 gennaio 2027 la scadenza della tregua. Ma non è emersa una svolta pubblica sui controlli americani all’esportazione delle tecnologie più sensibili verso la Cina.

La diplomazia riapre dunque qualche spazio al commercio mentre la politica industriale continua a separare i due sistemi tecnologici.

XI JINPING PRESIDENTE REPUBBLICA POPOLARE CINESE, DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

Sull’AI Trump e Xi aprono il dialogo: possibili meccanismi di alert comuni in caso di incidenti o crisi

Una delle novità riguarda l’intelligenza artificiale. Stati Uniti e Cina stanno esplorando un confronto sui rischi dell’AI, compresa la possibilità di “meccanismi di comunicazione in caso di incidenti o crisi” (notification mechanism), già anticipata dal Segretario del Tesoro americano, Scott Bessent. I terreni potenziali vanno dagli attacchi informatici all’uso biologico, fino ai rischi per infrastrutture critiche come energia, finanza e trasporti.

Le impostazioni politiche restano però differenti. Trump arriva al vertice dopo aver ribadito all’ONU il rifiuto americano di uno schema globale di controllo dell’intelligenza artificiale, che ha definito anche “super intelligenza”. Xi insiste invece sulla responsabilità delle grandi potenze nel mantenere l’AI sotto controllo umano e orientarla al benessere delle persone.

“La super intelligenza sarà un grande tema di discussione, ma voglio lasciarla esattamente dov’è. È anche la posizione della Cina”, aveva dichiarato Trump prima dell’arrivo del Presidente cinese.

“Abbiamo entrambi la capacità e la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA per il bene, e di garantire che lo sviluppo dell’IA sia sempre sotto controllo umano e al servizio del benessere delle persone”, ha dichiarato Xi alla Casa Bianca, secondo varie agenzie stampa internazionali, aggiungendo: “Deve essere adottato un approccio centrato sulle persone e l’IA deve essere sviluppata in modo positivo e per il bene, così da servire il progresso dell’umanità”.

Per ora non c’è una governance comune, c’è qualcosa di più pragmatico: il tentativo di evitare che la corsa all’AI produca incidenti capaci di trasformare la rivalità tecnologica in una crisi geopolitica.

Il vero confine resta quello dei chip

È sui semiconduttori che il riavvicinamento si ferma. Dal vertice non risulta un accordo per riaprire alla Cina l’accesso ai chip AI più avanzati, alle apparecchiature necessarie per produrli o alle altre tecnologie di calcolo sottoposte alle restrizioni statunitensi.

Non è un dettaglio, anzi, è il cuore dell’incontro (assieme a Taiwan). I semiconduttori sono diventati contemporaneamente infrastruttura economica, tecnologia dual use e strumento di politica estera. Senza GPU, memorie avanzate, software di progettazione, macchinari di fabbricazione e data center non esiste una leadership nell’intelligenza artificiale.

Washington cerca un difficile equilibrio commerciare con Pechino senza trasferirle le tecnologie che considera determinanti per il proprio vantaggio strategico, mentre la Cina persegue l’obiettivo opposto e cioè ridurre la dipendenza dall’ecosistema tecnologico occidentale sviluppando semiconduttori, AI e capacità industriali domestiche.

XI JINPING PRESIDENTE REPUBBLICA POPOLARE CINESE, DONALD J. JOHN TRUMP PRESIDENTE USA

Nvidia, OpenAI, Apple e Microsoft: chi sedeva alla cena

A raccontare meglio di qualsiasi comunicato la posta in gioco è stata però la cena di Stato. Nella East Room della Casa Bianca sedevano oltre 130 invitati e una parte impressionante dell’infrastruttura privata che sostiene la potenza tecnologica americana.

Tra i numerosi CEO e presidenti, c’erano: Jensen Huang di Nvidia, Lisa Su di AMD, Sanjay Mehrotra di Micron e Cristiano Amon di Qualcomm. E poi Sam Altman e Greg Brockman di OpenAI, Mark Zuckerberg di Meta, Satya Nadella dei Microsoft, Sundar Pichai e Sergey Brin di Google, Tim Cook (ex Ceo di Apple), Jeff Bezos di Amazon, Michael Dell fondatore di Dell Technologies e Elon Musk di SpaceXAI/Tesla.

Accanto alla tecnologia sedeva la finanza: Jamie Dimon di JPMorgan, Larry Fink di BlackRock, David Solomon di Goldman Sachs e Stephen Schwarzman di Blackstone. C’era anche tanta industria, automotive, aerospazio e difesa.

La Casa Bianca ha quindi mostrato a Xi non semplicemente le Big Tech, ma un ecosistema completo di potere economico: capitale finanziario, chip, cloud, modelli AI, data center, piattaforme, aerospazio e industria.

Non risultano al momento accordi o intese durante la cena, né nuove potenziali voci sull’export, diciamo che la presenza dei CEO va letta soprattutto sul piano politico e industriale.

Materie prime contro capacità di calcolo

La competizione, inoltre, non è a senso unico. Se gli Stati Uniti controllano molti dei nodi più preziosi del software, dell’AI e della progettazione dei semiconduttori, la Cina dispone di leve fondamentali nelle terre rare, nei minerali critici, nella raffinazione e nella manifattura. È qui che tecnologia e politica industriale diventano inseparabili.

Per entrambe le potenze l’obiettivo non è più soltanto conquistare quote di mercato. È assicurarsi che, in caso di crisi, il concorrente non possa interrompere l’accesso alle risorse indispensabili alla crescita economica e alla sicurezza nazionale.

I due Paesi devono “coesistere e cooperare” come principali potenze globali, evitando la “trappola di Tucidide”, la teoria che descrive il rischio di guerra quando una potenza nuova ed emergente sfida una già dominante. Per questo, dovrebbero esserci più iniziative comuni in ambito commerciale e sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale, mantenendo al contempo un dialogo militare costante.

Non è decoupling, è competizione controllata

Il vertice Trump-Xi, che negli Stati Uniti non è stato accolto proprio benissimo a livello bipartisan al Congresso, molto di più invece tra la gente (sei americani su dieci sono per politica di “cooperazione amichevole e impegno” per la pace), suggerisce quindi una formula diversa dal semplice “decoupling”. Stati Uniti e Cina hanno bisogno di continuare a commerciare e hanno interesse a evitare shock incontrollati, ma contemporaneamente stanno costruendo maggiore autonomia nei settori considerati strategici.

È una sorta di competizione controllata, almeno in questa fase storica, nella quale dazi, export control, terre rare, investimenti pubblici e politiche industriali diventano parti dello stesso negoziato.

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L’AI conquista l’Automotive: entro il 2030 la userà il 72% dei produttori

L’automobile si prepara a cambiare pelle. E non soltanto perché il motore elettrico continua a guadagnare terreno rispetto a quello tradizionale. Nei prossimi cinque anni sarà soprattutto la tecnologia a ridisegnare l’industria automotive, dalla progettazione fino ai servizi offerti ai clienti.

Secondo il Global Automotive Outlook di PwC appena pubblicato la percentuale di aziende automotive che utilizza intelligenza artificiale e altre tecnologie avanzate lungo la catena del valore è destinata a salire dal 47% attuale al 72% entro il 2030.

Auto sempre più piattaforma tecnologica

Una crescita che fotografa una trasformazione ormai strutturale: l’auto non è più soltanto un prodotto industriale, ma sempre più una piattaforma tecnologica fatta di software, dati e servizi digitali.

L’AI entra nel cuore delle strategie per il 51% dei dirigenti

L’intelligenza artificiale è già al centro delle strategie dei costruttori. Il 51% dei dirigenti intervistati da PwC la considera una delle tecnologie più importanti per raggiungere gli obiettivi aziendali nei prossimi anni.

Seguono batterie e sistemi di propulsione elettrica, indicati dal 41% degli executive, mentre il 39% considera strategica la connettività e il software a bordo.

La trasformazione coinvolge ormai ogni area della filiera: ricerca e sviluppo, produzione, gestione delle catene di fornitura, vendite e funzioni aziendali.

“Il veicolo non è più definito dall’acciaio che esce dalla fabbrica, ma sempre più da software, servizi digitali e analisi dei dati”, osserva Harald Wimmer, Global Automotive Leader di PwC Germany.

La concorrenza arriva da altri settori adiacenti: tecnologia ed energia

A rendere più complessa la trasformazione è l’arrivo di nuovi concorrenti. Quasi la metà dei dirigenti, il 46%, considera le aziende provenienti da settori adiacenti, soprattutto tecnologia ed energia, una delle principali fonti di competizione nei prossimi cinque anni.

Digitale nuovo campo di gioco

È un cambio di scenario importante per un settore storicamente chiuso e abituato a confrontarsi soprattutto al proprio interno. Oggi, invece, una parte crescente della competizione si gioca sulle competenze digitali, sull’accesso ai dati, sui servizi e sulle piattaforme tecnologiche.

Non sorprende quindi che il 64% delle aziende intervistate stia puntando sulla partecipazione a ecosistemi industriali più ampi.

Software e guida autonoma diventano nuove fonti di ricavi

Il peso delle società tecnologiche è destinato a crescere anche nelle partnership strategiche. Le aziende automotive si aspettano che i gruppi tech diventino nei prossimi cinque anni i loro principali collaboratori, superando i tradizionali partner industriali.

Guida autonoma in crescita in prospettiva

Un altro indicatore arriva dalla guida autonoma e dai sistemi avanzati di assistenza alla guida, gli ADAS. La quota di costruttori che considera queste tecnologie tra le prime tre fonti di ricavi dovrebbe passare dal 9% attuale al 24% nel 2030.

Il confine tra casa automobilistica e azienda tecnologica diventa così sempre più sottile.

Il nodo delle competenze

A pesare sono anche le competenze. La carenza di talenti viene indicata dal 51% dei dirigenti come uno dei principali ostacoli alla creazione e alla cattura di valore, mentre il 45% segnala le competenze dell’attuale forza lavoro. Proprio AI e ingegneria del software figurano tra le capacità considerate più importanti per il futuro.

L’elettrico accelera

Sul fronte della propulsione, il quadro delineato da PwC conferma la progressiva crescita dell’elettrico. Nei prossimi cinque anni la quota dei veicoli elettrici a batteria dovrebbe passare, in media, dal 18% al 30% della produzione.

Di contro, la quota dei veicoli con motore a combustione interna è attesa in calo dal 60% al 41%.

Il cambiamento sarà ancora più marcato in Cina, dove i BEV dovrebbero raggiungere il 40% della produzione, rispetto al 29% attuale. Nello stesso periodo, i veicoli con motore endotermico dovrebbero scendere dal 43% al 29%.

Dai privati alle flotte: cambia il cliente

Anche il profilo del cliente è destinato a cambiare. Secondo le previsioni raccolte da PwC, entro cinque anni il 33% dei ricavi delle aziende automotive potrebbe arrivare da nuovi segmenti di clientela, rispetto al 21% attuale. Tra questi ci sono operatori di flotte commerciali, società di servizi di mobilità e governi.

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Niente social prima dei 13 anni, cosa dicono i dati

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Nuove regole dalla Ue. Il 21,1% dei 15enni ogni giorno contatta sconosciuti

Nella primavera del 2026, nella Bergamasca, una docente è stata ferita al collo e alla schiena da uno studente di 13 anni, ha squarciato il velo su una realtà che il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara ha definito emergenziale. «Dobbiamo interrogarci sul ruolo dei social nella diffusione di modelli di violenza e prepotenza: vietarli ai più piccoli non è più rimandabile», ha dichiarato Valditara, indicando le piattaforme come un amplificatore massimo di fragilità preesistenti. Tra l’illusione dell’anonimato e l’adrenalina delle sfide estreme, i ragazzi navigano in un flusso di contenuti aggressivi senza filtri, dove il confine tra gesto reale e sfida virtuale si fa sempre più sottile e pericoloso.

Niente social sotto il 13 anni, la nuova legge europea

Casi come questo sono quotidiani in Europa e così la Ue ha deciso di legiferare con l’EU KIDS Act. Non è una legge in vigore: è una proposta di regolamento, che ora Parlamento e Consiglio devono negoziare e approvare. Il testo prevede tre gradini: sotto i 13 anni nessun account social, solo servizi video per bambini gestiti dai genitori; fra i 13 e i 15 anni un “mini account” con controlli parentali sempre attivi e un massimo di un’ora al giorno; dai 15 anni l’account autonomo. La verifica dell’età passerebbe da sistemi certificati che non identificano l’utente, con almeno un metodo gratuito per ogni Stato. Per le piattaforme che non si adeguano, sanzioni fino al 6% del fatturato mondiale.

Quanti ragazzi riguarda

I dati Istat dicono che i minori sono già online quasi tutti. Fra i 6 e i 10 anni usa internet l’85,3%, fra gli 11 e i 14 il 96%, fra i 15 e i 17 il 98,3% (Cittadini e ICT, dati 2025). E non si tratta solo di navigare: secondo l’indagine Istat sui bambini e ragazzi, l’85% degli 11-19enni ha già un profilo social, quota che supera il 97% fra i 17 e i 19 anni. Tradotto in persone: i ragazzi fra gli 11 e i 14 anni residenti in Italia sono 2.180.981, quelli fra i 15 e i 17 anni 1.745.953. Sono quasi 3,9 milioni di minori per cui, se il regolamento passasse così com’è, l’accesso ai social cambierebbe forma.

Il paradosso italiano

L’Italia oggi ha una soglia più bassa di quella proposta da Bruxelles: il consenso digitale scatta a 14 anni, per una scelta fatta nel 2018 con il Codice privacy. Eppure gli italiani giovani sono i meno social d’Europa: fra i 16 e i 29 anni li usa l’80,3%, contro l’89,3% della media Ue. È il valore più basso dell’Unione.

Social al 13 anni, cosa dicono i numeri

Vediamo i numeri internazionali. I dati della sorveglianza HBSC (Health Behaviour in School-aged Children), lo studio internazionale promosso dall’Oms sulla salute e i comportamenti degli adolescenti, mostrano con chiarezza quanto la presenza online sia ormai una componente strutturale della quotidianità giovanile. Il dato più recente disponibile è quello del 2022, mentre per il 2026 è attesa la nuova rilevazione, utile a misurare l’evoluzione dell’iperconnessione negli anni più recenti. In Italia, i social non sono più un passatempo occasionale: il rischio di un uso problematico riguarda già il 10,3% dei ragazzi e il 16,9% delle ragazze, con il livello più alto – come si vede anche dal grafico – tra le tredicenni, al 20,5%.

Social problematici: il divario di genere

Il report traccia due parabole generazionali distinte. Tra i maschi il fenomeno tende a ridursi con la maturità. Si passa dal 14,1% a 11 anni al 6,7% a 17 anni. Tra le ragazze, invece, l’esposizione resta sistematicamente più alta e più strutturale. Il dato parte dal 15,6% a 11 anni e si mantiene al 12,6% a 17 anni, dopo il picco registrato nella preadolescenza. Questi numeri non sono solo statistiche. Mostrano una presenza digitale che cambia intensità e rischio in base al genere e all’età. Lo schermo diventa così lo specchio di una generazione che sta riscrivendo le proprie regole di benessere e socialità.

Adolescenti e social, vita sempre online

Dimenticate l’idea del ragazzo che “si collega” ai social: oggi gli adolescenti ci abitano dentro. Guardando ai contatti con gli amici stretti, il 33,2% interagisce più volte al giorno e un ulteriore 23% lo fa quasi sempre durante la giornata. Significa che oltre la metà degli adolescenti vive una relazione digitale con il proprio gruppo di pari che si rinnova senza pause nette, trasformando lo smartphone in uno spazio relazionale sempre aperto. La soglia della connessione perenne si intravede già a 11 anni, quando il 19,3% resta in contatto quasi costante con gli amici, e si consolida a 17 anni, con il dato che sale al 24,7%.

È proprio nella continuità dei contatti con persone conosciute solo online che emerge uno dei segnali più delicati. Tra i 15enni il 7,9% dichiara di avere contatti con queste persone giornalmente o quasi ogni giorno, a cui si aggiunge un 7,6% che lo fa più volte al giorno e un ulteriore 5,6% che resta in relazione quasi sempre durante la giornata. In totale, significa che il 21,1% dei quindicenni mantiene ogni giorno o in modo quasi continuo rapporti con persone mai incontrate nella vita reale. È in questo spazio senza confini tra online e offline che il rischio si fa più scivoloso: il volto dell’altro coincide con un profilo, la relazione nasce senza mediazioni concrete e lo smartphone può trasformarsi nel luogo in cui modelli relazionali distorti e fragilità emotive trovano terreno fertile.

Con l’iperconnessione allarme sconosciuti

Per un adolescente oggi, il concetto di “disconnesso” è diventato quasi astratto. I social non sono più uno strumento da aprire al bisogno, ma il luogo in cui le relazioni proseguono senza interruzioni nette. Tra i 17enni, l’83,4% resta in contatto con gli amici stretti almeno ogni giorno: il 21,0% lo fa quotidianamente, il 37,7% più volte al giorno e il 24,7% quasi sempre durante la giornata. È il segnale di una socialità che non conosce più pause e si prolunga nello schermo come naturale estensione del gruppo dei pari. Un’abitudine che mette radici molto presto: già a 11 anni, il 69,5% mantiene contatti almeno quotidiani con gli amici stretti, segno che la connessione continua entra nella vita relazionale ben prima dell’adolescenza piena.

Ma è quando il perimetro delle relazioni si sposta oltre i volti conosciuti che il quadro diventa più preoccupante. Tra i 15enni il 21,1% mantiene contatti almeno quotidiani con persone incontrate esclusivamente online: il 7,9% lo fa ogni giorno o quasi, il 7,6% più volte al giorno e il 5,6% resta in relazione quasi costante durante la giornata. È una quota molto elevata per un’età in cui gli strumenti critici e la capacità di valutare chi c’è davvero dall’altra parte dello schermo sono ancora in formazione.

Il dato non è isolato: già a 13 anni la quota raggiunge il 18,3%, mentre a 17 anni resta molto alta al 20,8%, segno che questa esposizione non è una fase passeggera ma una componente stabile della socialità digitale adolescenziale. In questo spazio senza filtri fisici, dove l’identità dell’altro coincide con un profilo e la relazione nasce senza mediazioni reali, il rischio è che curiosità, bisogno di appartenenza e fragilità emotiva si trasformino in terreno fertile per manipolazioni, modelli tossici o contatti potenzialmente pericolosi.

Social e tempo fuori controllo

Il controllo del tempo non è più un semplice esercizio di disciplina, ma il primo argine a cedere sotto la pressione degli algoritmi, con una deriva che si fa più marcata con il crescere dell’età e una frattura di genere netta: se già a 11 anni il 43,8% delle ragazze ammette di aver perso il timone della propria giornata digitale contro il 41,9% dei maschi, è tra i 13 e i 15 anni che il divario esplode.

A 13 anni la quota di chi non riesce a gestire il limite sale al 50,6% tra le femmine (mentre scende al 36,6% tra i coetanei), toccando il picco a 15 anni con il 51,5% delle giovani prigioniere dello scrolling a fronte del 33,2% dei ragazzi. Questa difficoltà nel regolare l’accesso non è una parentesi passeggera, ma una condizione che si trascina fino ai 17 anni coinvolgendo ancora il 49,6% delle ragazze e il 32,6% dei maschi, trasformando il “fallimento nel controllo” in un segnale strutturale di una volontà che abdica di fronte al display.

Oltre la semplice connessione, emerge una ferita più silenziosa: l’uso dei social come vero e proprio anestetico emotivo per schermarsi dalle difficoltà interiori. Già a 11 anni, il 49,3% delle ragazze ricorre al display per fuggire da sentimenti negativi contro il 43,1% dei coetanei, ma è tra i 13 e i 15 anni che lo smartphone diventa un rifugio quasi obbligato.

Se a 13 anni la quota sale al 66,1% tra le femmine (mentre si ferma al 45,4% tra i maschi), il picco si registra a 15 anni, con il 68,7% delle giovani che utilizza le piattaforme come scudo emotivo a fronte del 44,8% dei ragazzi. Questa gestione solitaria di ansia e stress non svanisce con la maturità, coinvolgendo a 17 anni ancora il 65,3% delle ragazze e il 44,9% dei maschi, confermando come il digitale sia diventato l’unico “kit di pronto soccorso” per un disagio che non trova altre valvole di sfogo.

Litigi familiari e problemi tra pari

Le tensioni digitali non restano confinate dietro uno schermo. Tracimano nella vita reale e si insinuano tra i banchi di scuola e le mura di casa. Il risultato è una destabilizzazione degli equilibri familiari più intimi. Già a 11 anni, il 23,2% delle ragazze e il 23% dei maschi sperimenta i primi attriti in famiglia. È però a 13 anni che lo smartphone diventa un vero detonatore del conflitto domestico. Il dato sale al 31,3% tra le ragazze, contro il 23,6% dei coetanei. La tensione prosegue anche a 15 anni, coinvolgendo il 30,1% delle femmine rispetto al 18,5% dei maschi. La frattura resta aperta anche a 17 anni. In questa fascia, il 21,1% delle ragazze e il 15% dei ragazzi continua a entrare in conflitto con i genitori a causa di un display che non si spegne mai.

Ma è nel riflesso con l’altro, tra i corridoi e nelle piazze, che il digitale rischia di farsi tossico, trasformando il legame in un’arena di incomprensioni. I problemi con i coetanei crescono con l’età e colpiscono soprattutto le ragazze. A 11 anni il fenomeno è già molto diffuso: riguarda il 29,2% delle ragazze e il 29,6% dei ragazzi. Il dato peggiora a 13 anni. Qui il disagio relazionale sale al 36,1% tra le ragazze, mentre tra i maschi si ferma al 29,4%. Anche a 15 anni il divario resta netto: il problema coinvolge il 31,2% delle ragazze contro il 23,3% dei ragazzi. La tendenza continua fino a 17 anni, quando interessa ancora il 23,5% delle femmine e il 18,6% dei maschi. Il risultato è una qualità delle relazioni offline più fragile. La connessione continua, invece di unire, rischia di aumentare incomprensioni e isolamento.

Uso dei social problematico: Campania maglia nera

La geografia del disagio digitale non è uniforme. Le differenze territoriali sono nette e il Mezzogiorno emerge come l’area più esposta. Il dato più alto si registra tra le tredicenni della Campania, al 24,8%. Il valore supera chiaramente la media nazionale del 20,5%. Restano su livelli molto elevati anche Puglia (23,1%), Calabria (23,0%), Molise (22,3%), Basilicata (21,5%) e Sicilia (21,3%). Il confronto con il Nord rende il divario ancora più evidente. Nella Provincia autonoma di Bolzano il dato si ferma al 14,9%, in Veneto al 17,5% e in Piemonte al 19,6%. Il territorio, quindi, non è una semplice coordinata geografica. Diventa una variabile che incide in modo concreto sul rapporto tra adolescenti e social.

Il quadro resta critico anche a 15 anni. In questa fascia il fenomeno supera la media italiana del 18,5% e raggiunge nuovi picchi in Puglia (22,6%), Marche (21,8%), Calabria (21,8%) e Molise (20,3%). Restano sopra la media anche Emilia-Romagna (19,5%) e Abruzzo (18,8%). Con l’avanzare dell’età le distanze territoriali si riducono, ma non scompaiono. A 17 anni la geografia del rischio resta evidente. Campania (15,4%), Basilicata (15,2%), Marche (13,9%) e Calabria (13,8%) si collocano ancora sopra la media nazionale del 12,6%. Il dato conferma che il territorio continua a pesare. Dove le reti educative e le opportunità extrascolastiche sono più fragili, il digitale smette di essere solo uno strumento. Diventa invece uno spazio dominante, capace di occupare ogni vuoto della quotidianità adolescenziale.

Fonte: HBSC (Health Behaviour in School-aged Children)
Anno di riferimento: 2022

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Guterres (ONU): “Governare l’AI prima che sia lei a governare noi e fermare i robot killer”

Il discorso (l’ultimo) del segretario generale dell’Onu Guterres: “Oggi il potere viene da dati, capacità di calcolo e algoritmi”

L’intelligenza artificiale (AI) non è più soltanto una tecnologia da governare, ma una nuova forma di potere. Un potere costruito su dati, capacità di calcolo e algoritmi, sempre più concentrato e capace di avanzare più rapidamente delle istituzioni chiamate a controllarlo.

È uno dei passaggi centrali del discorso pronunciato dal segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, all’apertura del dibattito generale dell’81ª Assemblea generale in corso a New York (e che terminerà il 26 settembre). Nel suo intervento, l’ultimo in un dibattito generale come segretario generale (il suo secondo e ultimo mandato scade il 31 dicembre 2026) Guterres ha collocato l’AI tra le quattro grandi “prove del potere” che definiranno il futuro dell’umanità, insieme a pace e sicurezza, disuguaglianze e crisi climatica.

Il punto di partenza è la velocità della trasformazione. Secondo Guterres, l’intelligenza artificiale si è sviluppata a un ritmo che ha colto di sorpresa “persino coloro che l’hanno creata”. Ma il problema non riguarda solamente le prestazioni dei modelli. Riguarda soprattutto chi controlla la tecnologia e quale quota di potere le società stanno progressivamente trasferendo alle macchine.

Il nuovo potere di dati, chip e algoritmi

“Per secoli, il potere è derivato dal territorio. Poi dall’industria. Poi dalla finanza. Oggi, il potere deriva sempre più dai dati, dalla capacità di calcolo e dagli algoritmi”, ha affermato Guterres.

Una trasformazione che porta con sé un problema di concentrazione. Questo nuovo potere, ha sottolineato il Segretario generale, è “altamente concentrato”, avanza a una “velocità straordinaria” e sta correndo più rapidamente della capacità umana e istituzionale di comprenderne pienamente le conseguenze.

La questione si inserisce in un cambiamento più ampio dei rapporti di forza mondiali. Guterres vede infatti un “trasferimento straordinario di potere” dai governi verso un numero ristretto di aziende private e individui, la cui influenza si estende ormai alla politica, all’economia, ai flussi informativi, allo sviluppo tecnologico e allo stesso spazio civico. Parallelamente, gli esseri umani stanno trasferendo potere alle macchine, mentre gli agenti AI possono assumere comportamenti fuori controllo e le armi autonome letali stanno passando “dalla fantascienza alla realtà militare”.

È questo uno dei messaggi più netti del discorso: la questione dell’AI non può essere separata dalla geopolitica e dalla concentrazione del potere tecnologico.

Guterres: “Il pericolo è la tecnologia senza responsabilità”

Il Segretario generale non propone però una lettura dell’intelligenza artificiale esclusivamente in termini di rischio. Al contrario, ne riconosce esplicitamente le potenzialità. Guterres ha ricordato che già nel 2017, durante il suo primo intervento all’apertura dell’Assemblea generale, aveva definito l’AI un “game changer”, capace di favorire lo sviluppo e trasformare radicalmente la vita delle persone, ma anche di produrre conseguenze profonde sul mercato del lavoro, sulla sicurezza globale e sul tessuto stesso delle società.

Quasi dieci anni dopo, quella trasformazione è diventata realtà. L’AI, ha detto, offre “enormi promesse” per far avanzare la medicina, accelerare le scoperte scientifiche, ampliare le opportunità e migliorare la vita delle persone.

Ma la distinzione tracciata dal capo delle Nazioni Unite è precisa: “Il pericolo non è la tecnologia. Il pericolo è la tecnologia senza responsabilità”.

In altre parole, capacità tecnologiche senza supervisione e decisioni senza trasparenza. Un rischio che, secondo Guterres, non può essere minimizzato, anche perché sono gli stessi sviluppatori dei sistemi più avanzati a lanciare segnali d’allarme.

I Paesi leader nell’AI devono assumersi maggiori responsabilità

Da qui la richiesta ai governi. Per Guterres, gli Stati con le maggiori capacità nel campo dell’intelligenza artificiale hanno anche le maggiori responsabilità nei confronti dell’umanità. Il richiamo riguarda soprattutto la necessità di costruire canali di dialogo, trasparenza, fiducia e cooperazione anche tra potenze rivali. Il paragone scelto dal Segretario generale è quello della Guerra fredda, quando avversari strategici riconobbero la necessità di creare meccanismi comuni per ridurre incomprensioni, gestire le escalation e prevenire conseguenze catastrofiche.

L’AI, secondo Guterres, richiede oggi una simile capacità di cooperazione. I Paesi alla guida della rivoluzione tecnologica dovrebbero condividere informazioni sui rischi emergenti per la sicurezza, cooperare nei test e nelle valutazioni dei modelli e lavorare alla definizione di salvaguardie comuni.

Un quadro multilaterale per gestire i rischi dell’AI

La risposta, nella visione di Guterres, non può tuttavia essere affidata esclusivamente alle grandi potenze tecnologiche. Serve un coordinamento globale e le Nazioni Unite rivendicano un ruolo centrale proprio perché rappresentano il luogo in cui tutti gli Stati possono partecipare alla definizione delle regole.

Il Segretario generale ha richiamato il Global Digital Compact, attraverso il quale sono stati concordati principi universali per la governance dell’AI, il Global Dialogue on AI Governance, pensato per riunire governi, scienziati, industria e società civile, e l’Independent International Scientific Panel on AI, incaricato di fornire alla politica una base scientifica indipendente.

Proprio il Panel, ha ricordato Guterres, aveva pubblicato il giorno precedente un documento tematico dedicato alla sicurezza dell’intelligenza artificiale e ai rischi legati alla perdita del controllo umano.

Il passo successivo indicato dall’Onu è ancora più significativo: creare le condizioni per un “responsible pacing of AI”, uno sviluppo responsabile del ritmo di avanzamento dell’intelligenza artificiale, accompagnato da ulteriori salvaguardie contro i rischi.

Parallelamente, Guterres propone di lavorare verso un AI Risk Management Framework multilaterale, sostenuto da una supervisione “credibile e indipendente”. Un sistema globale che, nelle intenzioni del Segretario generale, dovrà evitare anche che la rivoluzione dell’intelligenza artificiale allarghi ulteriormente il divario tecnologico tra Paesi. “L’intelligenza artificiale deve essere plasmata dall’umanità, con l’umanità e per tutta l’umanità”, ha affermato.

“I robot killer non devono avere posto nel nostro futuro”

Il confine più netto riguarda infine l’autonomia delle macchine quando sono in gioco vite umane. Guterres ha indicato due principi sui quali, a suo giudizio, non dovrebbero esserci arretramenti: i bambini non devono mai diventare soggetti di sperimentazione per sistemi non regolamentati e le decisioni di vita o di morte non devono mai essere cedute alle macchine.

Da qui una delle frasi più forti dell’intero intervento: “I robot killer non devono avere posto nel nostro futuro”.

Il tema della robotica militare si salda così a quello più generale della perdita del controllo umano. Per Guterres, infatti, l’AI potrebbe contribuire ad affrontare alcune delle grandi crisi globali, dalle disuguaglianze al cambiamento climatico, oppure aggravarle.

Ed è proprio sul rapporto tra uomo e macchina che il Segretario generale ha affidato uno dei messaggi conclusivi del suo intervento. Il futuro comune, ha sostenuto, dipenderà dalla capacità dell’umanità di governare saggiamente il potere: rispettando il diritto, contrastando le disuguaglianze, accelerando l’azione climatica e, soprattutto, “governando l’intelligenza artificiale prima che sia lei a governare noi”.

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5G, Bussone (UNCEM): “Copertura inesistente nel 27% dei Comuni montani. Post PNRR problema per il Digitale”

L’80% dei Comuni montani italiani sono soddisfatti per le risorse ottenute dal PNRR per digitalizzare i sistemi degli Enti, ma la copertura 5G a macchia di leopardo resta un problema nei piccoli Comuni del nostro paese. E’ quanto emerge dal dossier Uncem (Unione Nazionale Comuni e Comunità Enti Montani) realizzato per il Dipartimento per la Trasformazione Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, scaricabile a questo link: https://uncem.it/wp-content/uploads/2026/05/UNCEM-report-digitalizzazione-mag2026ok.pdf.

La fotografia dettagliata dello stato di avanzamento della digitalizzazione delle aree più remote resta quindi un tema centrale per la politica, così come il tema del post PNRR e sono tre i problemi strutturali per i Comuni e negli Enti:

  • la connettività e la presenza di reti 5G disomogenea (tema sul quale Uncem lavora da almeno dieci anni per vincere il digital divide),
  • la difficoltà a finanziare la manutenzione dopo il PNRR
  • e la carenza di competenze tecniche interne ai Comuni.

Serve aggregazione, no fondi a pioggia

“Il dossier Uncem evidenzia come la soluzione che emerge dal documento non è quindi semplicemente ‘dare più soldi ai singoli Comuni’, ma favorire gestione associata, la condivisione delle competenze ICT, l’interoperabilità dei sistemi, la formazione e investimenti pluriennali. Il report stesso individua nella collaborazione tra Enti e nella diffusione delle buone pratiche una delle direzioni principali”, dice Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem. Lo studio Uncem sulla digitalizzazione ha lavorato in particolare su alcune aree dove è in azione la Strategia di Green Communities. “Intrecciare green, dimensione ecologica ed energetica dei territori – prosegue Bussone – con la digitalizzazione, è decisivo. I due fronti vanno insieme”.

Fondi PNRR unica fonte di finanziamento per il Digitale per il 54% dei piccoli Comuni

Nel 54% degli Enti intervistati, il PNRR è stato negli ultimi dieci anni l’unica fonte di finanziamento degli interventi per la digitalizzazione. I soldi sono bastati? Per l’80,1% si, i fondi sufficienti. Per il 18,4% i fondi sono stati insufficienti. Circa 1 ente su 5 ritiene che le risorse ricevute non siano state sufficienti.

5G, il 27% dei piccoli Comuni segnala una copertura 5G inesistente

Il quadro nazionale del 5G è molto meno positivo rispetto a quello dei finanziamenti. Il 42,4% delle risposte segnala una copertura concentrata soprattutto nelle aree più densamente popolate. Al contrario, il 27% segnala una copertura 5G inesistente. E anche dove il 5G c’è, non significa necessariamente che funzioni bene: soltanto nel 49,6% dei casi viene giudicata adeguatamente performante; quindi circa 1 caso su 2 presenta comunque problemi di qualità del servizio.  Inoltre, quando la copertura è insoddisfacente, vengono presentate lamentele nel 48,7% dei casi. 

Post PNRR problematico per manutenzione reti

Il report sottolinea che la digitalizzazione non può essere un investimento una tantum: infrastrutture e servizi devono essere mantenuti anche dopo la fine dei finanziamenti PNRR. il 43,9% degli Enti prevede fondi per manutenzione e gestione ordinaria provenienti da altre risorse; il 28,5% utilizza ancora risorse PNRR; il 26,7% non ha previsto alcuno stanziamento. Questo è uno dei dati che considero più importanti dell’intero report: oltre 1 ente su 4 non ha previsto risorse dedicate alla manutenzione ordinaria. Un tema analogo per altre componenti PNRR. Ma per il digitale vale ancora di più. “E il problema è particolarmente rilevante perché i costi digitali continuano anche dopo l’investimento iniziale – aggiunge Luca Veltri, che ha curato per Uncem il report – cloud, software, sicurezza, assistenza, aggiornamenti, connettività ecc. Le interviste qualitative evidenziano proprio il problema della copertura dei costi negli anni successivi all’avvio dei servizi”.

Scarse competenze digitali sono un freno nei piccoli Comuni montani

Il report evidenzia a livello nazionale una carenza di competenze interne nei Comuni che limita l’efficacia della digitalizzazione. Non basta quindi comprare hardware, software e servizi: gli enti devono avere personale capace di utilizzarli, integrarli e gestirli. Le aree sulle quali viene richiesto supporto comprendono: software specifici; gestione dei dati digitali; comunicazione digitale; sicurezza informatica; programmazione; piattaforme collaborative; analisi dei dati. Le difficoltà individuate comprendono invece: competenze digitali limitate; infrastrutture tecnologiche insufficienti; supporto tecnico inadeguato; resistenza al cambiamento; problematiche di sicurezza e privacy; normativa complessa; insufficiente comunicazione/promozione. Il quadro qualitativo conferma che nei piccoli Comuni montani la scarsità di personale tecnico è particolarmente pesante. 

Digitale disomogeneo, per il 42% dei Comuni restano progetti digitali ancora da finanziare

La digitalizzazione non ha coinvolto tutti i Comuni allo stesso modo. A livello nazionale il 59,6% dice che tutti i Comuni della propria aggregazione territoriale (Green Communities in particolare) sono stati coinvolti in modo omogeneo; il 28,8% dice invece che il coinvolgimento non è stato omogeneo. Quindi quasi 3 enti su 10 vedono una distribuzione non uniforme degli interventi. Alla domanda Uncem se rimangano interventi di digitalizzazione ancora da finanziare: per il 56% no, le esigenze sono sostanzialmente coperte; per il 42% sì, rimangono aree di digitalizzazione da finanziare. Tra chi ritiene che rimangano esigenze da finanziare, nel 32% dei casi tali esigenze sono considerate capaci di produrre cambiamenti radicali nell’erogazione dei servizi. Quindi il problema non è soltanto completare qualche intervento marginale: in una parte significativa dei casi le esigenze residue possono modificare concretamente il modo in cui il Comune eroga i servizi. 

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