AI per la qualità delle leggi, il progetto SAVIA in Emilia-Romagna

SAVIA è il primo progetto di intelligenza artificiale (AI) per la qualità delle leggi, sviluppato dall’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna in collaborazione con Cineca.

Si tratta di uno strumento che permette di ricevere risposte a domande in linguaggio naturale relative al corpus normativo delle leggi regionali, alla loro attuazione da parte della Giunta regionale, di Comuni e Province nonché agli effetti da esse prodotti sul territorio.

Le applicazioni pratiche dello strumento sono state il focus di un convegno che si è tenuto lo scorso 30 giugno. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 sono state condotte diverse attività per testare le performance di MarghERita, la big data platform della Regione, nell’utilizzo di SAVIA.

In questa fase si è proceduto a configurare gli elementi necessari e ad aumentare il numero di GPU messe a disposizione del progetto. Nel corso del convegno è stato inoltre confermato che, all’inizio del 2026, SAVIA entrerà in produzione su MarghERita con un utilizzo inizialmente limitato, per poi essere reso disponibile a tutti attraverso l’AI Factory IT4LIA.

SAVIA supporterà l’Assemblea legislativa e le Amministrazioni del territorio nello svolgimento delle loro funzioni istituzionali, offrendo al tempo stesso alla comunità regionale strumenti di trasparenza e informazione sull’attività legislativa e amministrativa della Regione.

MarghERita è il nome del supercomputer che la Regione Emilia-Romagna mette a disposizione delle pubbliche amministrazioni del territorio per orientare, interpretare e guidare le scelte delle politiche regionali e territoriali con i dati.
Il progetto è condotto all’interno del Settore Innovazione digitale, dati, tecnologia e polo archivistico – Direzione Generale Risorse, Europa, Innovazione e Istituzioni e grazie al supporto tecnologico di Lepida.

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Paesi più innovativi al mondo, la Cina supera la Germania in Top Ten. Italia al 28° posto

L’edizione 2025 della Global Innovation Index

L’innovazione resta il motore della competizione globale, ma il suo slancio rallenta. È questa la fotografia che emerge dal Global Innovation Index (GII) 2025, la classifica annuale dell’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (WIPO), giunta alla sua 18ª edizione.

Ai primi posti del ranking restano Svizzera, Svezia e Stati Uniti, seguite da Corea del Sud e Singapore. due economie che da anni trainano il blocco asiatico con forti investimenti in R&S e infrastrutture digitali.

Completano la Top 10 il Regno Unito, la Finlandia, i Paesi Bassi, la Danimarca e, per la prima volta, la Cina. Pechino supera così la Germania (ora all’11° posto), un passaggio storico che segna la trasformazione della potenza asiatica da “fabbrica del mondo” a protagonista assoluto della frontiera tecnologica, con primati nei brevetti, nelle esportazioni high-tech e nella concentrazione di cluster innovativi.

Italia: 28° posto, stabile ma con margini di crescita

L’Italia si colloca al 28° posto, confermandosi nella fascia medio-alta dei Paesi avanzati, ma senza progressi significativi rispetto agli ultimi anni. Roma sconta ancora un ritardo sugli investimenti in ricerca e sviluppo, rispetto alla media europea, pur mostrando segnali positivi sul fronte della manifattura high-tech, delle startup e della creatività culturale.

Per un Paese che punta sulla transizione digitale e verde, il dato del GII è un campanello d’allarme e allo stesso tempo uno stimolo a rafforzare il sostegno pubblico e privato all’innovazione.

L’avanzata dei Paesi emergenti

Il 2025 segna anche la progressione di diverse economie a medio reddito: India (38ª), Turchia (43ª), Vietnam (44°) e Filippine (50ª) confermano una crescita costante, mentre in Africa spiccano Mauritius (53ª), Sudafrica (61ª) e Senegal (89°).

La WIPO evidenzia che 17 economie a basso e medio reddito performano sopra le attese rispetto al loro livello di sviluppo, dimostrando che innovazione e crescita non sono più un’esclusiva dell’Occidente.

I cluster dell’innovazione: la nuova geografia della competizione vede la Cina primeggiare

Un ruolo centrale nel GII 2025 è riservato agli innovation cluster, i poli territoriali ad alta densità di ricerca, imprese e università. La Cina ne ospita 24 tra i 100 più importanti al mondo, confermando la sua capacità di attrarre talenti e investimenti. Gli Stati Uniti seguono con 22 cluster, tra cui il San Jose–San Francisco (3° globale e primo per intensità innovativa).

In Europa spiccano la Germania, con sette cluster, e il Regno Unito, con poli come Oxford e Cambridge, seppure con una minore forza di venture capital rispetto agli Stati Uniti.

La mappa dei cluster mostra come l’innovazione non sia diffusa in modo uniforme, ma si concentri in hub globali che diventano i veri snodi della competizione tecnologica e industriale.

Il rallentamento degli investimenti in R&S e venture capital

Se i ranking premiano le economie resilienti, i dati economici del GII sollevano preoccupazioni:

  • la crescita della spesa globale in R&S è scesa al 2,9% nel 2024 (dal 4,4% del 2023) e si prevede rallenti al 2,3% nel 2025, il livello più basso dal 2010;
  • la spesa in R&S aziendale reale è quasi ferma (+1%), frenata dall’inflazione e dal calo dei ricavi in settori come l’automotive e i beni di consumo;
  • il venture capital ha mostrato un rimbalzo in valore (+7,7%), ma concentrato in mega-deal statunitensi e sull’intelligenza artificiale generativa; il numero di deal globali, invece, è calato per il terzo anno consecutivo (-4,4%), segnale di un mercato meno dinamico fuori da pochi settori.

Come ha sottolineato il Direttore Generale della WIPO, Daren Tang, l’innovazione resta “un motore fondamentale di resilienza e crescita, ma richiede sostegno politico, investimenti continui e collaborazione tra pubblico e privato”.

Il messaggio del GII 2025 è chiaro: in un contesto di rallentamento globale, solo i Paesi che sapranno consolidare i propri ecosistemi innovativi e costruire cluster forti saranno in grado di mantenere rilevanza e leadership nella corsa tecnologica internazionale. E per l’Europa rimbombano forti le parole di Draghi a Bruxelles su capacità di innovare, livelli di indipendenza tecnologica e di competitività.

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Il “dato” è il nuovo oro, ma in Italia la Business Intelligence è ancora un terreno inesplorato. L’evento (VIDEO)

Fino a dieci anni fa il business che muoveva il mondo si chiamava petrolio. Era l’oro nero a determinare il valore delle imprese e a garantire fortune miliardarie. Oggi quel ruolo è passato al digitale. A guidare la classifica dei colossi globali non ci sono più Exxon o Shell, ma Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet, Meta, Tesla, il cui valore di mercato, in alcuni casi, è anche maggiore del PIL delle nazioni più ricche. Un cambio epocale, che ha trasformato radicalmente gli equilibri economici e politici globali.

Eppure, in Italia, le aziende sembrano ancora lontane dal comprendere appieno questa rivoluzione. Su un campione di oltre 400 imprese analizzate dalla Luiss Business School, soltanto il 14% ha una reale consapevolezza del potenziale della Business Intelligence. E tra queste, più dei tre quarti appartengono ai settori ICT e telecomunicazioni, lasciando indietro comparti come costruzioni, logistica e manifattura.

Il dato come asset strategico

Il tema è stato al centro dell’evento “Il dato intelligence come asset strategico”, organizzato nella prestigiosa Villa Blanc, a Roma, nell’ambito della Rome Future Week, la settimana capitolina dedicata all’innovazione e alla tecnologia. A guidare il confronto diverse voci d’eccezione, tra cui Giuseppe F. Italiano, Prorettore per l’Artificial Intelligence e Digital Skills dell’Università Luiss Guido Carli, Matteo Caroli, Associate Dean per la sostenibilità e l’impatto della Luiss Business School, e Renato Loiero, consigliere alla Presidenza del Consiglio ed ex Direttore dei Servizi di Bilancio del Senato.

“It’s a digital world”, verrebbe da dire parafrasando una nota espressione. “In pochissimo tempo – ha sottolineato Italiano – siamo passati da un’economia dominata dal petrolio a una dominata dal digitale. Non significa che le compagnie petrolifere abbiano perso peso: continuiamo a guidare auto, a riscaldare le case, a consumare energia. Ma il valore delle aziende si è spostato: da realtà che valevano centinaia di miliardi a colossi tecnologici che oggi valgono diversi trilioni. È un cambio senza precedenti nella storia moderna, con enormi implicazioni socio-politiche.”

foto Stefano Meloni

Secondo il docente, i dati sono oggi la nuova “raffineria”: grezzi non hanno valore, ma una volta integrati e arricchiti possono generare efficienza, decisioni migliori e nuovi modelli di business. “Il problema – ha aggiunto – è che troppe aziende non hanno una strategia chiara. I dati ci sono, ma mancano piattaforme adeguate e soprattutto consapevolezza.”

Lo studio della Luiss Business School, PMI ancora indietro

Le piccole medie imprese italiane sono ancora molto indietro. Lo conferma la ricerca presentata da Matteo Caroli: la Business Intelligence rimane una leva poco sfruttata. Se nelle grandi imprese comincia a consolidarsi, potenziata anche dall’uso dell’intelligenza artificiale, tra le aziende più piccole prevale ancora l’idea che “si conosce già” la propria realtà e non servano strumenti analitici. Una convinzione che rischia di limitare competitività e innovazione.

foto Stefano Meloni

I dati parlano chiaro:

  • 14% delle imprese considera la Business Intelligence molto importante;
  • 27% la utilizza in maniera completa;
  • 40% non svolge alcuna attività in questo ambito.

Chi ci crede di più? ICT e telecomunicazioni, con il 76% di adozione. Fanalini di coda costruzioni e logistica, ferme rispettivamente al 35% e 33%.

Sul fronte investimenti, il 44% dichiara di aver già speso abbastanza e di voler incrementare le risorse nei prossimi anni. Un 13,4% afferma di aver investito molto. Il potenziale, dunque, non manca: servono però formazione e supporto consulenziale per trasformare i dati in un vantaggio competitivo reale.

Oltre il numero, la cultura del dato

Come ha ricordato Renato Loiero, consigliere alla Presidenza del Consiglio, “non tutto ciò che può essere contato conta”. La sfida non è raccogliere quantità sempre maggiori di dati, ma saperli interpretare, governare e tradurre in decisioni strategiche.

Da qui due condizioni fondamentali:

  1. Qualità del dato, per garantire analisi affidabili.
  2. User experience, perché gli strumenti devono essere semplici, chiari ed efficaci per manager e imprenditori.

Ma soprattutto serve una nuova cultura del dato. Una cultura che non si limiti a usare strumenti di analisi per fotografare il presente, ma che sappia sfruttare intelligenza artificiale e algoritmi predittivi per anticipare scenari futuri.

La situazione in Italia

Il quadro restituito dalla Luiss Business School è quello di un Paese che rischia di restare indietro. Eppure, paradossalmente, proprio l’Italia potrebbe giocare un ruolo di rilievo. “Le macchine possono analizzare – ha ricordato Italiano – ma siamo noi a guidare l’evoluzione. L’Italia ha un vantaggio unico: la creatività, la capacità di immaginare. Un valore che resta imprescindibile nell’era digitale.”

In altre parole, non vince chi corre più veloce, ma chi corre nella direzione giusta. E i dati, se usati con intelligenza, possono essere la bussola.

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Competitività. Draghi: “L’Anno scorso gli Usa hanno prodotto 40 grandi modelli AI, la Cina 15 e l’Ue solo 3”

Draghi a Bruxelles per fare il punto a un anno dal suo Rapporto sul futuro della competitività europea

“A un anno di distanza, l’Europa si trova in una situazione più difficile. Il nostro modello di crescita sta svanendo. Le vulnerabilità stanno aumentando”. È quanto dichiarato dall’ex Premier italiano e Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, a Bruxelles, in occasione della conferenza di alto livello per esaminare a un anno di distanza i progressi della Commissione nell’attuazione delle raccomandazioni contenute nel Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea.

Ovviamente, Draghi non può che constatare tutti i limiti, le lentezze e le falle dell’azione della Commissione europea in questi ultimi 12 mesi. Per uscire da questa situazione insidiosa e piena di rischi per il futuro dell’Unione, invita a seguire quanto fatto nel passato per mercato unito e euro, i due risultati storici raggiunti.

“Per la sopravvivenza dell’Europa, dobbiamo fare ciò che non è mai stato fatto prima e rifiutarci di lasciarci frenare da limiti autoimposti“, ha detto con decisione Draghi, “abbiamo bisogno di date concrete e risultati misurabili – e di essere chiamati a renderne conto“.

Von der Leyen: “L’ordinaria amministrazione non basta più, è tempo di agire”

“Abbiamo bisogno di azioni urgenti per affrontare esigenze urgenti. Perché le nostre aziende e i nostri lavoratori non possono più aspettare“, ha detto la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo discorso di apertura alla conferenza.

Che si sia a favore o contro l’operato di questa Commissione, un fatto è chiaro a tutti ormai: “L’ordinaria amministrazione non basta più, è ora di agire“.

“Ogni singolo Stato membro ha approvato la relazione Draghi. E così ha fatto il Parlamento europeo. Sappiamo tutti cosa bisogna fare. E questo è il mio messaggio finale oggi. Questo è ciò che i cittadini europei si aspettano da noi. Si aspettano che la nostra democrazia decida, agisca e dia risultati“, ha sottolineato von der Leyen. 

Passi in avanti nell’AI, ma il divario con Stati Uniti e Cina “è netto”

Partendo dall’intelligenza artificiale (AI), ade esempio, l’ex Presidente della Bce ha lodato i passi in avanti, ma le vulnerabilità sono troppo evidenti.

“Sono in corso progetti per la realizzazione di almeno cinque giga factory di AI, ciascuna con oltre 100.000 Gpu avanzate. La capacità dei centri dati è destinata a triplicare nei prossimi sette anni. Entro la fine dell’anno è prevista un’importante riforma delle telecomunicazioni. Il recente investimento di Asml in Mistral è un segnale promettente per l’ecosistema interno dell’IA. Anche l’adozione è in aumento: secondo la BEI, le aziende europee stanno adottando tecnologie avanzate a un ritmo simile a quello delle loro controparti statunitensi, sebbene partendo da una base inferiore”, ha detto Draghi.

“Ma il divario è netto. Sul fronte dell’AI, lo scorso anno gli Stati Uniti hanno prodotto 40 grandi modelli di base, la Cina 15 e l’Unione europea solo 3. Tra le PMI, l’adozione dell’AI è ancora bassa, compresa tra il 13 e il 21%. E nel campo più strategico, quello dell’IA basata sulla proprietà intellettuale europea per consolidare le nostre industrie principali, i progressi sono minimi“, ha ricordato il nostro passato Presidente del Consiglio die ministri.

Draghi: “Cittadini e imprese esprimono crescente frustrazione, delusi dal lentezza dell’Ue”

“Ci è stato dolorosamente ricordato che l’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma anche la nostra stessa sovranità”, ha sottolineato Draghi, che ha aggiunto in relazione alla crescita e la competitività, che purtroppo “non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno”.

“Il Rapporto ha definito tre priorità per l’Europa: colmare il divario di innovazione nelle tecnologie avanzate; tracciare un percorso di decarbonizzazione a sostegno della crescita; e rafforzare la sicurezza economica. Come ha sottolineato la Presidente von der Leyen, queste sono anche al centro dell’agenda della Commissione. Accolgo con favore la sua decisione di porre la competitività al centro e il programma è ambizioso”, ha dichiarato Draghi, che però raccoglie anche un crescente malumore che sale dal basso.

“I cittadini e le aziende europee apprezzano la diagnosi, le priorità chiare e i piani d’azione. Ma esprimono anche una crescente frustrazione. Sono delusi dalla lentezza dell’Unione europea. Ci vedono incapaci di tenere il passo con la velocità del cambiamento altrove. Sono pronti ad agire, ma temono che i governi non abbiano compreso la gravità del momento“, ha sostenuto l’ex Premier italiano.

Serve “nuova velocità” e “agire insieme, non frammentare gli sforzi”

“I concorrenti negli Stati Uniti e in Cina sono molto meno vincolati, anche quando agiscono nel rispetto della legge. Continuare come al solito significa rassegnarsi a rimanere indietro. Un percorso diverso richiede nuova velocità, portata e intensità. Significa agire insieme, non frammentare i nostri sforzi. Significa concentrare le risorse dove l’impatto è maggiore. E significa produrre risultati nel giro di mesi, non di anni“, ha ribadito Draghi come un anno fa.

Gli Stati Uniti ci hanno colpito con una politica dei dazi troppo dura, mentre la Cina “è diventato un concorrente ancora più forte”, ha spiegato Draghi. Una situazione che aumenta la nostra dipendenza dagli Stati Uniti in termini di Difesa, “uno dei motivi per cui abbiamo dovuto accettare un accordo commerciale in gran parte alle condizioni americane“.

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Apertus, cosa sa fare il modello svizzero di AI. Prime critiche

Si chiama non a caso Apertus in nome dell’open source il primo LLM svizzero che vuole mantenere la sovranità digitale elvetica nel campo dell’Intelligenza Artificiale.

Ecco Apertus: l’intelligenza artificiale svizzera

I Politecnici di Losanna Zurigo e il CSCS di Lugano hanno da poco rilasciato il grande modello linguistico rossocrociato basato su trasparenza, multilinguismo e rispetto delle normative. Mira a promuovere innovazione e diversità nell’IA.

La Svizzera entra così nel campo dell’intelligenza artificiale generativa con un progetto ambizioso e soprattutto indipendente. I Politecnici federali di Losanna e Zurigo e il Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS) di Lugano hanno rilasciato a inizio settembre Apertus, il primo grande modello linguistico svizzero completamente aperto e multilingue.

Apertus, che in latino significa “aperto”, è il risultato di un’iniziativa congiunta annunciata a luglio. Il modello è ora disponibile per ricercatori, professionisti ed esperti del settore, che possono accedervi tramite partner come Swisscom o scaricarlo direttamente dalla piattaforma Hugging Face e la Public AI Inference Utility, offrendo punti di accesso per sviluppatori e istituzioni al di fuori della Svizzera.

Attenzione alla privacy

Dal punto di vista della privacy, Apertus rappresenta un cambiamento radicale nel panorama dell’intelligenza artificiale. Il modello utilizza solo dati disponibili al pubblico, filtrati per escludere informazioni personali e rispettare i segnali di opt-out provenienti dalle fonti di contenuti. Questo non solo è in linea con i quadri normativi emergenti come l’EU AI Act, ma fornisce anche un esempio tangibile di come l’IA possa essere potente e rispettosa della privacy.

Non è una versione svizzera di ChatGPT

Non si tratta infatti semplicemente di un chatbot, ma di un “foundation model”, ovvero un sistema di base sul quale altre persone possono costruire applicazioni di vario tipo. Può, quindi, andare molto più in là, ma necessita dell’intervento di terzi prima di poter essere impiegato, come se fosse un materiale grezzo pronto per la lavorazione. Swisscom sfrutterà Apertus per mettere a disposizione di tutti un chatbot durante le Swiss{AI}weeks, un evento volto alla promozione dell’intelligenza artificiale su tutto il territorio della Confederazione. Al contempo, però, Apertus si presta anche a potenziali applicazioni in ambiti molto diversi, come quelli medici e legali.

La caratteristica distintiva di Apertus è la sua completa trasparenza: l’intero processo di sviluppo, inclusi architettura, pesi del modello, dati di addestramento e procedure, è accessibile e documentato. Questo approccio lo distingue da altri modelli che rendono disponibili solo componenti selezionate.

Un modello veramente multilingue

Addestrato su 15 trilioni di token in oltre 1’000 lingue, Apertus include molti idiomi finora sottorappresentati nei grandi modelli linguistici, come lo svizzero tedesco e il romancio. Il 40% dei dati di addestramento non è in inglese, rendendo Apertus un vero pioniere del multilinguismo nell’IA.

Il modello è rilasciato con licenza Apache 2.0, che ne consente l’uso sia in ambito educativo e di ricerca, sia per applicazioni sociali e commerciali. È disponibile in due dimensioni: 8 miliardi, per un uso sui dispositivi domestici, e 70 miliardi di parametri, per i professionisti con risorse maggiori.

Apertus è stato sviluppato nel rispetto delle leggi svizzere sulla protezione dei dati e sul copyright, nonché degli obblighi di trasparenza previsti dall’AI Act dell’UE. Particolare attenzione è stata dedicata all’integrità dei dati e agli standard etici.

Le critiche del Temps

Apertus, il modello di intelligenza artificiale open source sviluppato dai due Politecnici federali e dal Centro Svizzero di Calcolo Scientifico, rappresenta un’importante pietra miliare per la Svizzera, ma dovrebbe essere aperto a collaborazioni private. Così il quotidiano svizzero Temps introduce il suo commento critico nei confronti di Apertus.

Una visione troppo svizzera

In secondo luogo, la visione alla base di Apertus sembra più incentrata sull’inclusività che sull’ambizione globale. Il modello dà priorità al sostegno delle minoranze linguistiche e alle preoccupazioni etiche relative ai diritti di proprietà intellettuale, nell’interesse della piena trasparenza. Questo approccio lodevole riflette i valori svizzeri di neutralità ed equità. Tuttavia, rischia di sacrificare le prestazioni: Apertus è progettato per essere “meno intelligente” rispetto ai modelli all’avanguardia, ma eccezionale in specifici contesti linguistici. In un mondo in cui l’intelligenza artificiale sta rimodellando settori come la sanità, la finanza e la sostenibilità, la Svizzera dovrebbe puntare a visioni più audaci. Piuttosto che un LLM che “parla perfettamente il romancio”, potremmo impegnarci a creare modelli che spingano i confini dell’intelligenza generale, consolidando il nostro ruolo di polo tecnologico. L’inclusività, pur essendo essenziale, non deve ostacolare l’eccellenza competitiva.

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TikTok, la divisione americana di TikTok sarà statunitense. Una vittoria di Trump?

Funzionari statunitensi e cinesi hanno annunciato di aver raggiunto un accordo quadro per trasferire TikTok sotto controllo americano. La notizia è stata di diffusa da Reuters annunciando come l’intesa sarà confermata venerdì in una telefonata tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping.

L’app di video brevi, che conta 170 milioni di utenti solo negli USA, è stata al centro di negoziati durati mesi tra le due principali economie mondiali, impegnate a ridurre le tensioni di una guerra commerciale che ha destabilizzato i mercati globali.

Dopo un incontro con i negoziatori cinesi a Madrid, il segretario al Tesoro USA Scott Bessent ha spiegato che la scadenza del 17 settembre – che avrebbe potuto portare a un blocco dell’app sul mercato americano – ha spinto Pechino ad accelerare verso un’intesa. Washington potrebbe concedere un’estensione di 90 giorni per finalizzare i dettagli, ma Bessent non ha voluto entrare nei particolari.

Trump, interpellato sul fatto se Pechino manterrà una quota nella nuova società, ha risposto: “Non lo abbiamo ancora deciso. Ne parlerò con Xi venerdì per una conferma”.

Per l’ok si dovrebbe passare dal congresso

Non è la prima volta che si parla di un’intesa su TikTok: già a marzo era stato annunciato un accordo che poi non si è concretizzato.

L’operazione potrebbe comunque passare dal Congresso a maggioranza repubblicana, che nel 2024 ha approvato una legge imponendo la cessione delle attività statunitensi di TikTok, temendo che i dati degli utenti finiscano nelle mani di Pechino per attività di spionaggio o manipolazione.

La Casa Bianca, però, non ha mai spinto per un blocco totale dell’app, che avrebbe rischiato di alienarsi milioni di utenti e complicare le comunicazioni politiche. Trump stesso ha riconosciuto a TikTok un ruolo nella sua rielezione dello scorso anno e il suo profilo personale conta oltre 15 milioni di follower. Solo il mese scorso la Casa Bianca ha aperto un account ufficiale sulla piattaforma.

Ancora non diffuso i dettagli dell’accordo: pesa l’algoritmo

I contorni dell’intesa non sono chiari, soprattutto per quanto riguarda il tanto ambito algoritmo che governa l’app. Secondo indiscrezioni, a rivelare le attività statunitensi di TikTok potrebbe essere un consorzio guidato dal presidente di Oracle Larry Ellison, a cui Trump aveva espresso il proprio appoggio per l’acquisizione dell’app già in gennaio.

Restano però le incognite sul piano tecnologico: la reale separazione di server, algoritmi e infrastrutture, così come la gestione dei dati sensibili, sarà decisiva per garantire che non vi siano “canali ombra” verso la Cina.

In questo scenario, l’accordo potrebbe trasformarsi anche in un successo politico per Trump, che potrà presentarlo come una vittoria personale su Pechino e come la prova della sua capacità di difendere gli interessi strategici americani senza sacrificare un’app popolarissima tra i giovani e cruciale per la comunicazione politica.

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Vaccino antinfluenzale, il 47,5% degli over 65 dice no

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Copertura vaccinale sotto il 40% a Bolzano e in Sardegna, sei le regioni sotto il 50%

Quasi un anziano su due ha detto no al vaccino antinfluenzale. Secondo i dati del Ministero della Salute sulla stagione 2024-2025, la copertura tra gli over 65 si è fermata al 52,5%, in calo rispetto al 53,3% dell’anno precedente: significa che il 47,5% resta senza protezione, proprio nella fascia più fragile della popolazione. Matteo Bassetti ha definito questi numeri “imbarazzanti” per un Paese avanzato dal punto di vista sanitario, ricordando come il rifiuto del vaccino, spinto da scetticismo e diffidenza, alimenti di fatto il fronte dei no vax e finisca per indebolire l’intera strategia di prevenzione.

Con una copertura ferma al 52,5%, l’Italia resta ben lontana dagli standard fissati dall’OMS, che indicano come soglia minima il 75% e come obiettivo ottimale il 95%. In pratica, quasi metà degli anziani affronta la stagione influenzale senza alcuna protezione. Il risultato è prevedibile: ogni ondata di influenza si traduce in un surplus di ricoveri che mette in ginocchio i pronto soccorso e appesantisce un sistema sanitario già fragile. Non è solo un problema di numeri, ma di conseguenze concrete: la prevenzione che manca si trasforma in pressione sugli ospedali, mentre lo scetticismo e la disattenzione riportano le coperture ai livelli pre-Covid. Finché questo vuoto non sarà colmato, la sanità pubblica continuerà a pagare il prezzo più alto.

Vaccino antinfluenzale, crollo dopo l’effetto Covid

Nel pieno della pandemia la vaccinazione antinfluenzale aveva vissuto un’impennata. Nella stagione 2020-2021 la copertura tra gli over 65 era salita al 65,3%, uno dei valori più alti mai registrati, spinta dalla paura del Covid e da campagne capillari di prevenzione. Non si trattò però del record assoluto: il primato resta alla stagione 2005-2006, quando la quota di anziani vaccinati raggiunse il 68,3%. In quel caso il risultato non fu legato a un’emergenza sanitaria globale, ma a una strategia di lungo periodo che aveva convinto una larga parte della popolazione fragile a considerare l’influenza una minaccia da non sottovalutare. Un’attenzione che oggi sembra svanita, nonostante il virus continui a pesare in modo significativo: in Italia si stimano in media 8.000 decessi all’anno dovuti all’influenza e alle sue complicanze.

Quattro anni dopo il Covid, lo scenario è radicalmente cambiato. Nella stagione 2024-2025 la quota di vaccinati tra gli anziani come detto prima si è fermata al 52,5%, un calo di 12,8 punti rispetto al picco pandemico. È un arretramento che riporta indietro di oltre dieci anni i progressi accumulati: percentuali simili si registravano infatti nel 2010-2011 (52,0%) o nel 2012-2013 (54,2%). Oggi gli over 65, che restano il target prioritario della campagna, si trovano così 22,5 punti sotto la soglia minima del 75% fissata dall’Oms.

Copertura anziani: in 2 regioni è sotto il 40%

Le differenze regionali confermano per l’ennesima volta come l’Italia sia spaccata in due, con alcune aree che riescono a mantenere livelli accettabili e altre dove la campagna vaccinale fallisce clamorosamente. In Umbria per esempio la copertura tra gli over 65 arriva al 64,1%, seguita da Basilicata (59,3%), Emilia-Romagna (59,2%) e Toscana (57,7%).

All’estremo opposto della classifica ci sono territori che scivolano ben al di sotto dei livelli di sicurezza. La Provincia autonoma di Bolzano registra il dato peggiore con appena 33,4% di copertura tra gli anziani, seguita dalla Sardegna al 37,6%. E non si tratta di casi isolati: in totale, sono sei le regioni che non raggiungono il 50%, ovvero Valle d’Aosta (44%), Liguria (48,4%), Abruzzo (48,7%), Campania (49,2%), Calabria (44,3%) e Sicilia (48,2%). Il divario con le aree più virtuose è netto: 30,7 punti percentuali tra il valore massimo e quello minimo, una forbice che non dipende solo dalla diversa sensibilità della popolazione, ma soprattutto dalla disomogeneità delle politiche sanitarie regionali ed evidentemente dalla capacità di organizzare campagne di prevenzione efficaci.

Il numero di dosi per fascia della popolazione

In termini assoluti, nella stagione 2024-2025 sono state somministrate 11.523.057 dosi di vaccino antinfluenzale, un volume che conferma la capacità organizzativa del sistema sanitario di garantire ogni anno un’offerta stabile su tutto il territorio nazionale. Il problema è che questa stabilità non si traduce in un salto di qualità: restare fermi su questa soglia significa mantenere una copertura complessiva al 19,6% della popolazione, troppo bassa per avvicinarsi agli standard internazionali auspicati.

Il totale si distribuisce in modo molto disomogeneo tra le fasce d’età: 103.804 dosi nei bambini di 6-23 mesi, 273.465 tra i 2-4 anni e 278.752 tra i 5-8 anni. Nei più grandi, 9-14 anni, si contano 189.676 somministrazioni, mentre i 15-17enni restano marginali con appena 43.518 dosi. La fascia degli adulti giovani (18-44 anni) riceve 763.943 vaccinazioni, quella 45-64 anni 2.222.288, mentre il grosso delle somministrazioni è concentrato negli over 65 con 7.647.611 dosi, a conferma del loro ruolo di target prioritario.

Coperture basse nella popolazione generale

Guardando alla popolazione generale, i dati del Ministero della Salute offrono comunque un segnale incoraggiante. Nella stagione 2024-2025 la copertura vaccinale antinfluenzale ha raggiunto il 19,6%, in aumento rispetto al 18,9% dell’anno precedente. L’incremento può sembrare modesto, ma conferma un percorso di crescita graduale che ha già permesso di recuperare terreno rispetto ai valori più bassi della serie storica: dal 10,5% registrato nel 1999-2000 al minimo del 13,6% del 2014-2015, fino alla lenta risalita degli ultimi anni. Un progresso costante che, pur restando lontano dagli standard internazionali, mostra come l’attenzione verso la prevenzione non sia del tutto venuta meno.

Il confronto con la stagione pandemica mette ulteriormente in prospettiva questo andamento. Nel 2020-2021, con l’effetto traino del Covid, la quota di vaccinati nella popolazione generale aveva raggiunto il 23,7%, il valore più alto della serie storica. Oggi si contano 4,1 punti percentuali in meno, segno che in soli quattro anni si è perso gran parte di quel consenso straordinario. Il risultato è che la copertura è tornata in linea con i valori pre-pandemici, lontanissima dagli standard internazionali e incapace di garantire una protezione che si possa definire sufficiente.

Bolzano, una terra di no vax

Anche nella popolazione generale la mappa italiana appare frammentata. Le regioni più virtuose sono Toscana e Umbria, entrambe con una copertura del 22,6%, poco sopra la media nazionale. Subito dopo si collocano la Puglia con il 22,0% e la Basilicata con il 21,3%. Numeri che restano bassi se rapportati agli standard internazionali, ma che indicano comunque una maggiore efficacia delle campagne di sensibilizzazione e una migliore organizzazione territoriale.

Lo scenario cambia radicalmente se si guardano le regioni in fondo alla classifica. La Provincia autonoma di Bolzano crolla ancora una volta arrivano all’11,1%, un valore che non stupisce vista la recidiva e che la colloca nettamente come la peggiore realtà italiana. Poco sopra si trovano la Calabria, ferma al 13,7%, e la Sardegna al 15,1%. Il confronto con le aree più attive è impietoso: tra il dato massimo e quello minimo la distanza arriva a 11,5 punti percentuali, una forbice che mette in luce non solo la disomogeneità della risposta dei cittadini, ma soprattutto le differenze nelle politiche sanitarie locali e nella capacità di organizzare campagne di prevenzione efficaci.

I bambini sono più protetti degli adulti

Il quadro cambia se si guarda ai più piccoli. Tra i bambini di 5-8 anni la copertura vaccinale raggiunge il 29,1%, un livello quasi dieci punti sopra la media nazionale generale. È un risultato che non si spiega solo con la disponibilità dei vaccini, ma soprattutto con il ruolo della scuola come canale privilegiato di informazione e con il coinvolgimento diretto delle famiglie. Qui la prevenzione non passa più soltanto dagli studi medici, ma da un ecosistema che favorisce l’adesione collettiva.

Il caso più emblematico è quello della Provincia autonoma di Trento, che con una copertura del 75,2% tra i bambini di 5-8 anni registra il dato più alto d’Italia. Un risultato che conferma l’efficacia di campagne capillari e ben mirate, capaci di coinvolgere scuole e famiglie in un vero lavoro di squadra. Trento si propone così come modello di prevenzione, in netto contrasto con la vicina Bolzano, dove l’autonomia non basta a evitare il risultato peggiore del Paese: due territori a statuto speciale, due facce opposte della stessa medaglia.

Adulti, il buco nero del vaccino antinfluenzale

Se gli anziani restano il target prioritario e i bambini mostrano segnali di crescita, gli adulti tra i 18 e i 64 anni rappresentano il vero buco nero della campagna vaccinale. In questa fascia la copertura oscilla tra appena il 4% e il 12%, valori che segnalano un’adesione minima e disomogenea sul territorio. Considerando che parliamo di oltre 34 milioni di persone in Italia, significa che decine di milioni di cittadini affrontano ogni stagione influenzale senza alcuna protezione.

L’impatto di questo segmento poco protetto è decisivo. Gli adulti costituiscono la quota più ampia della popolazione e, restando fuori dal circuito vaccinale, trascinano verso il basso la media nazionale, ferma come detto al 19,6%. In pratica, anche se bambini e anziani migliorassero le proprie percentuali, senza un incremento significativo tra i 18-64 anni l’Italia non riuscirebbe a colmare il divario con il livello pandemico del 23,7% e resterebbe lontanissima dagli obiettivi Oms.

Fonte: Ministero della salute
I dati sono aggiornati al 2025

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Dal gesso ai podcast. L’esempio virtuoso del campus Raineri Marcora di Piacenza (audio)

Una scuola sempre più multimediale. La fotografia che emerge dall’inizio del nuovo anno scolastico è confortante. Zaini più leggeri, strumenti digitali e podcast inviati dai docenti direttamente agli studenti. Un approccio che alleggerisce lo studio e rende l’apprendimento più interattivo. Il campus agroalimentare Raineri Marcora di Piacenza rappresenta un esempio virtuoso di questo nuovo modello di scuola, capace di integrare tradizione e innovazione.

Tradizione e valori al passo con i tempi

L’istituto ha scelto di rinnovarsi adeguandosi al linguaggio delle nuove generazioni, senza però abbandonare i valori fondamentali. Rispetto reciproco, attenzione in classe, partecipazione attiva, e collaborazione restano al centro, con l’obiettivo di coltivare la crescita personale, anche attraverso gite e attività stimolanti.

Come racconta una docente: “Non siamo nativi digitali. Cerchiamo di stare al passo con gli studenti, provando a inseguirli.” Una frase che restituisce l’immagine di insegnanti pronti a rimettersi in gioco con curiosità e coraggio.

Campus Raineri-Marcora · Messaggio di inizio anno agli studenti – A.S. 2025/2026

Il digitale come ponte tra generazioni

Più che una novità, la sfida è integrare registri, riunioni e programmazioni con la tecnologia. Non più un mondo parallelo, ma un ponte che avvicina generazioni diverse.

Nello specifico, il Raineri Marcora ha avviato un laboratorio di comunicazione multimediale nell’ambito del progetto Futura PNRR, coinvolgendo docenti in percorsi dedicati a:

  • podcast
  • giornalismo digitale
  • social network
  • strumenti creativi come Canva

Un’immersione in linguaggi che fino a ieri sembravano appannaggio esclusivo degli studenti.

Le voci dei docenti

La docente Sonia Castellani racconta: “Rispetto alla mia generazione i ragazzi sono più veloci e ricettivi nell’uso delle tecnologie. Questo corso mi ha aiutata a colmare un divario che sentivo sempre più presente.”

Accanto all’entusiasmo, non mancano riflessioni critiche. Paola Malvicini osserva: “L’era tecnologica è adesso. È un linguaggio importante, ma non deve diventare invasivo. La tecnologia va conosciuta e usata come strumento, non come fine.”

Un equilibrio tra innovazione e consapevolezza

Ed è proprio questo equilibrio, tra entusiasmo e prudenza, a rendere solido il percorso intrapreso. Alla fine, ciò che conta non è solo l’uso di un nuovo social o di un’app, ma la volontà di parlare la stessa lingua degli studenti senza perdere la propria voce.

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Scuola, il falso mito del risparmio da digitale: l’eBook è molto più di una copia in PDF di un libro di carta

L’indagine preliminare sull’editoria scolastica condotta dall’Antitrust parla chiaro, l’utilizzo degli eBook a scuola è scarso e l’obiettivo di diffonderlo per far risparmiare le famiglie – questo l’obiettivo della riforma della scuola del 2012 – non ha portato i risultati sperati. Ma perché i libri digitali non decollano nel sistema scolastico italiano? Quali sono le resistenze e i problemi che li frenano, e le possibili soluzioni?

Un mito da sfatare

I libri digitali non sono dei semplici PDF che riproducono dei libri di carta. La digitalizzazione dell’editoria scolastica non si può ridurre ad una semplice operazione di copia digitale del cartaceo. Altrimenti non ci sarebbe alcun valore aggiunto del digitale rispetto ai libri tradizionali.

Premesse: ibridazione digitale dato di fatto sui testi cartacei

I libri di testo tradizionali non sono incompatibili fra loro. “Ci sono molte ibridazioni – dice a Key4biz l’esperto di editoria digitale Gino Roncaglia, Professore ordinario / Full Professor Dipartimento di Filosofia, comunicazione e spettacolo Università Roma Tre – i libri di testo stampati su carta oggi sono progettati in digitale, hanno cambiato struttura, sono pieni di riquadri, approfondimenti, di schede (sembrano dei pop up in cartaceo ndr) e devono quindi molto alla lezione dell’ipertesto e della rete. E poi ci sono anche i QR code e c’è quindi sempre la componente di apparato online che accompagna il libro”.

Con lo smartphone cambiate anche le abitudini di lettura e di studio

Quando leggiamo o studiamo su un libro di carta, lo smartphone (che non va demonizzato) è sempre a portata di mano. Anche se avessimo davanti agli occhi un libro di testo dell’800, lo studente o la studentessa in continuazione starebbe lì a cercare informazioni aggiuntive tramite smartphone: “Un approfondimento, un filmato su Youtube”, aggiunge il prof Roncaglia – L’ambiente di studio oggi è nativamente ibrido”.

E’ pur vero però che ci sono state delle aspettative disattese sulla diffusione dei libri digitali, anche se non stiamo più certamente studiando sui libri di testo degli anni ’60.

Il libro di testo resta il filo conduttore

C’è poi un’altra premessa di base che definisce il mondo scolastico. Il libro di testa rappresenta per così dire la base, il fondamento, la struttura, il curriculum del lavoro mentre il web, i video e i supporti digitali sono di fatto delle “risorse granulari” che fungono da complemento, elementi aggiuntivi che arricchiscono lo studio delle diverse materie. Le risorse granulari sono utili, ma non si può fare didattica soltanto con esse. Serve la struttura e l’inquadramento del libro di testo, che di fatto serve anche per dare uniformità al sistema educativo rendendo comparabili e confrontabili i programmi che si tengono in diverse regioni del Paese, con tutte le differenze culturali del caso.

La ricchezza di codici del digitale

Ma quindi sono allora i vantaggi dei libri di testo digitali nel percorso didattico? “Certamente la ricchezza di codici che si possono usare e che la carta non ha – aggiunge Roncaglia – e che consente di vedere l’immagine, il video, il filmato, la ricostruzione animata – pensiamo alla struttura di un atomo o a quella di una cellula – o il buon audio di una poesia letta bene”. Inoltre, il digitale permette l’interattività, l’interazione dei percorsi.

Il falso mito del risparmio delle famiglie con il digitale

Ma uno dei maggiori equivoci sui libri di testo digitali, presente anche nel rapporto preliminare dell’AGCM e di dominio pubblico, è l’idea che l’introduzione dei libri digitali debba rispondere a considerazioni di convenenza economica. “E’ un enorme equivoco, perché fare una cosa multicodicale in digitale non costa meno di un testo su carta, costa di più a partire dall’editore”, aggiunge il professore.

Il digitale viene usato per arricchire, non per risparmiare

Bisogna quindi cambiare prospettiva, pensare al digitale come ad un arricchimento della didattica. Altrimenti, se la cartina di tornasole del digitale a scuola diventa il risparmio, allora si porta avanti un digitale povero. Il PDF, la copia digitale del libro a stampa, che non aggiunge nulla ad un libro di carta. Anzi è peggio. E che quindi anche a ragione viene trascurato dagli insegnanti, che in quel caso preferiscono utilizzare l’originale cartaceo.

Meccanismi di fruizione non uniformi

Detto questo, ci sono moltissimi discorsi che si intrecciano e vanno dalle competenze dei docenti (sono davvero così carenti?) a quelle degli studenti (non è affatto ovvio che siano meglio dei docenti) ai meccanismi di fruizione. Se ogni editore va per la sua strada, il risultato è di avere tentativi e sperimentazioni chiuse nell’orticello del singolo editore. Piattaforme fra loro separate, con una molteplicità di piattaforme che cambiano a seconda dell’editore dei libri di testo delle diverse materie. Una babele digitale, con diverse modalità di accesso per ogni singola piattaforma. “Ogni studente deve fare riferimento a quattro o cinque piattaforme digitali diverse a seconda dei diversi editori, con modelli e modalità di accesso tutte differenti”, aggiunge il Prof Roncaglia, che ricorda il tentativo fallito dell’iniziativa comune “Zaino digitale”.

Ma la piattaforma comune è stata fatta a scapito della ricchezza potenziale del digitale, che si riduce di fatto ad un semplice “sfogliatore” di libri digitali: un modello di libro in PDF.

Puntare ad un sistema operativo dell’apprendimento

Che fare, quindi, per favorire un utilizzo efficace del digitale a scuola? Si dovrebbe puntare ad una sorta di “sistema operativo dell’apprendimento” che possa funzionare su piattaforme diverse. Pensando anche ad un altro grosso tema, quello della disponibilità economica degli studenti. Non tutti dispongono dell’ultimo modello di iPad, sono molti coloro che dispongono magari di un più economico clone cinese basato su Android di quattro o cinque versioni fa. Bisogna garantire lo stesso tipo di esperienza d’uso in situazioni che possono essere molto diverse.

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Cyberbullismo, la battaglia del 23enne Mirko Cazzato (Mabasta). Il videoracconto

Oggi parliamo con Mirko Cazzato, co-fondatore del movimento giovanile Mabasta – Movimento Anti Bullismo Animato da STudenti Adolescenti che ha appena pubblicato con Edizioni Piemme il libro “Non chiedermi se va tutto bene”. Spesso chi subisce violenza psicologica o digitale non riesce a dirlo, resta in silenzio, si chiude. Mirko invece, al contrario, ha scelto di raccontare e condividere, per dare voce a chi non ce l’ha e per rompere quel muro di vergogna e paura che accompagna tante vittime.

Le domande che gli abbiamo rivolto

A Mirko gli abbiamo rivolto le seguenti domande:

  • Perché hai sentito la necessità di scrivere questo libro e cosa vorresti arrivasse ai lettori?
  • Quali forme di cyberbullismo vedi oggi più diffuse nelle scuole?
  • Quali misure concrete chiederesti alle istituzioni per rafforzare la lotta a bullismo e cyberbullismo?
  • Come funzionano e come sono nate le 6 azioni del modello Mabasta?
  • Come si può alimentare meglio una cultura del rispetto online e far capire ai ragazzi l’impatto di fenomeni come hate speech, revenge porn e diffusione non consensuale di immagini?
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Il movimento Mabasta – Movimento Anti Bullismo Animato da STudenti Adolescenti

Il movimento Mabasta è nato tra i banchi di scuola, da un gruppo di studenti che hanno deciso di reagire. Oggi è una realtà nazionale, riconosciuta e premiata, capace di portare nelle classi progetti di educazione digitale e percorsi di prevenzione.

La forza del movimento sta nell’essere un’iniziativa dal basso, creata da ragazzi per altri ragazzi, con un linguaggio diretto, vicino e non istituzionale. L’obiettivo è semplice quanto ambizioso: costruire una cultura del rispetto online e offline facendo rete tra scuole e famiglie.

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