Data Center, la Ragioneria di Stato boccia la proposta di legge: “Mancano le coperture economiche”. Si pensa al blitz con decreto legge Energia

Rimandata a settembre. La proposta di legge di delega al Governo per i data center è stata rinviata in Commissione TLC, perché ieri in Aula è arrivata la sonora bocciatura al testo da parte della Ragioneria di Stato per profili problematici in merito a possibili nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica relativamente a numerosi commi di cui all’art. 3 della proposta.

In sostanza, la proposta di legge scritta dai parlamentari nei fatti evidenzia costi pubblici, ma queste coperture economiche non sono state indicate dai promotori nella norma.

“La relazione tecnica trasmessa non è verificabile”, ha scritto il Ragioniere Generale dello Stato Daria Perrotta nel parere che Key4Biz ha visionato. 

“Vorrei che fosse chiaro a tutta l’Aula, ha detto il relatore Enzo Amich, “che ciò non deve essere vissuto esclusivamente come una battuta d’arresto, ma come un passaggio che deve risultare utile e costruttivo. Si tratta, infatti, di un provvedimento di grande importanza; siamo tutti perfettamente consapevoli di quale provvedimento stiamo trattando e di quale sia la sua efficacia, a livello di sistema Paese, che può incidere in maniera significativa appunto sul nostro sistema economico ed industriale. E occorre fare in modo che tale sistema, tale procedura sia attrattiva verso l’estero e trattata nella maniera più utile, più certa, che non dia adito ad alcuni inghippi, ad alcuni meccanismi che potrebbero rallentare le tematiche stesse. L’obiettivo è arrivare a un testo più solido, condiviso, rispettoso delle esigenze che questo ramo del Parlamento sta portando avanti”.

“Questo ultimo parere, questa osservazione della Commissione bilancio ci ha messo un po’ con le spalle al muro, ci ha sorpreso”, ha dichiarato in aula Giulia Pastorella, una dei 5 firmatari della proposta di legge. “È stato un last minute, ma ci siamo resi conto che altre strade per continuare ad analizzare questo provvedimento sono ora precluse: penso ad una semplice continuazione dell’iter in Aula con modifiche attraverso emendamenti”.

“Sarebbe bello se si riuscissero a trovare le risorse necessarie”, ha detto Francesca Ghirra di AVS, “in modo che il pubblico possa investire sui data center anche per quanto riguarda, ad esempio, gli aspetti della formazione che correttamente sono stati inseriti non solo per ragazze e ragazzi che seguono le nostre scuole, ma anche per i dipendenti della pubblica amministrazione”.

AIIP: “Auspichiamo ora in sede di ulteriore discussione che vengano finalmente rimossi dal testo i profili potenzialmente distorsivi della concorrenza e discriminatori presenti nell’attuale formulazione della norma”

“Apprendiamo del rinvio in Commissione del testo unificato della proposta di Legge AC 1928 a seguito della bocciatura da parte della Ragioneria dello Stato per profili problematici in merito a possibili nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica relativamente a numerosi commi di cui all’art. 3 della proposta. La bocciatura trasmessa della Commissione V (Bilancio), per quanto costituisca una battuta d’arresto di un percorso ampiamente condiviso a livello politico, è l’occasione di completare un processo utile e costruttivo con ulteriori – e per AIIP fondamentali – miglioramenti del testo definitivo”, ha commentato a Key4Biz il presidente di AIIP Giuliano Peritore.

“AIIP auspica”, ha aggiunto, “infatti che in sede di ulteriore discussione vengano finalmente rimossi dal testo i profili potenzialmente distorsivi della concorrenza e discriminatori presenti nell’attuale formulazione della norma, quali il riferimento esclusivo a ‘nuovi’ centri di elaborazione dati, che potrebbero marginalizzare e di fatto escludere, in fase attuativa, le attuali infrastrutture data center già presenti sul territorio nazionale – tramite le quali funziona l’Internet che tutti noi utilizziamo quotidianamente e spesso frutto di investimenti di imprese italiane – da accesso privilegiato ed a pari tariffe alle fonti di approvvigionamento energetico, alla caratterizzazione di interesse pubblico prevalente, da incentivi e/o percorsi preferenziali, e questo riguarda non solo le infrastrutture già esistenti sul territorio nazionale ma anche i possibili ampliamenti delle stesse.

“Non è pensabile infatti”, ha concluso Peritore, “intervenire con un provvedimento di così ampia portata senza tenere in adeguata considerazione parecchie decine di data center già operativi o in corso di avviamento su tutto il territorio nazionale – talvolta anche frutto di investimenti pubblico-privato.”

Data Center, Casu (Pd): “Regole siano scritte in parlamento, ‘no’ a porti franchi in mano a nuove compagnie delle indie”

“Continueremo a vigilare per evitare che questo rinvio possa determinare un cambiamento di rotta. Le nuove regole e procedure non possono e non devono essere limitate alle nuove costruzioni e ai grandi progetti ma garantire la valorizzazione delle realtà già presenti e la diffusione su tutto il territorio nazionale: I data center possono essere straordinari acceleratori di sviluppo tecnologico, economico e sociale per il nostro paese, ma non possiamo permettere che diventino i porti franchi del nuovo millennio, tutti nelle mani delle nuove “compagnie delle indie”. Per questo è fondamentale che le regole vengano scritte in Parlamento, luogo in cui siamo stati eletti per rappresentare la nazione e difendere il bene comune. Il Parlamento deve continuare a collaborare insieme al Governo, per quanto di competenza, a definire i percorsi e i passaggi fondamentali. Noi continueremo a operare e vigilare perché non venga smarrita questa strada”. Lo ha dichiarato ieri in Aula alla Camera il deputato democratico Andrea Casu, intervenendo prima che venisse approvata la richiesta di rinvio in Commissione del testo unificato della proposta di legge di delega al Governo per i data center.

Ed ora? 

Secondo quanto Key4Biz è in grado di ricostruire, la Commissione TLC proverà a rivedere il testo. In alternativa, è già pronto il blitz del Governo per inserire il testo in un decreto legge dedicato all’Energia, così ci sarà tempo per trovare le coperture economiche.

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OpenAI, accordo da 300 miliardi con Oracle che fa diventare il suo presidente il più ricco al mondo per alcune ore

Accordo record tra Oracle e OpenAI

Il contratto da 300 miliardi di dollari in cinque anni, firmato da Oracle e OpenAI, segna una svolta storica nel mercato del cloud e dei data center, in particolare per l’intelligenza artificiale (AI).

L’intesa, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, entrerà in vigore nel 2027 ed è una delle più grandi mai firmate nel settore tecnologico. Un record e allo stesso tempo una scommessa ad altissimo rischio sia per Sam Altman, CEO di OpenAI, sia per Larry Ellison, fondatore e presidente di Oracle.

La scommessa energivora di OpenAI e la dipendenza dal calcolo

OpenAI, la società che ha lanciato ChatGPT, ha oggi un fatturato stimato in 10 miliardi di dollari l’anno, meno di un quinto dei circa 60 miliardi che dovrà versare a Oracle ogni anno in media. La startup non prevede di generare utili prima del 2029 e stima perdite cumulate per 44 miliardi di dollari.

Alla base di questa corsa c’è un problema strutturale: la carenza cronica di potenza di calcolo. Addestrare nuovi modelli linguistici e sostenere miliardi di interazioni quotidiane richiede infrastrutture energetiche e computazionali fuori scala.

L’accordo con Oracle prevede infatti una capacità di 4,5 gigawatt, l’equivalente della produzione di due dighe di Hoover o del consumo energetico di circa 4 milioni di abitazioni.

La ricchezza di Oracle in soli 4 clienti: Amazon, Google, Microsoft e OpenAI

Per Oracle, il contratto rappresenta una straordinaria opportunità ma anche un rischio: concentrare gran parte della propria crescita futura su un pugno di ‘super’ clienti.

Nel trimestre chiuso il 31 agosto, l’azienda ha dichiarato 317 miliardi di dollari di ricavi futuri contrattualizzati, frutto di soli tre clienti. Oltre a OpenAI, ci sarebbero infatti Amazon, Google e Microsoft, i giganti che stanno alimentando la domanda globale di data center.

Il CEO di Oracle Lerry Ellison è l’uomo più ricco del mondo (superato Elon Musk)

Il boom dei contratti cloud ha avuto un effetto immediato in Borsa: le azioni Oracle sono balzate fino al +43% in un solo giorno, proiettando Larry Ellison nella ristretta cerchia degli uomini più ricchi al mondo. Il suo patrimonio netto ha superato i 400 miliardi di dollari, scavalcando Elon Musk fermo a 385 miliardi di dollari (Ellison è anche uno dei più grandi investitori in Tesla).

L’aumento record di 101 miliardi in neanche 24 ore è dovuto alla straordinaria performance delle azioni della società in Borsa che martedì e mercoledì sono volate nella stratosfera, oltre il 40% a Wall Street, grazie ai prodotti per l’intelligenza artificiale. 

A muovere tutto è l’intelligenza artificiale

La “benzina” che muove questo gigantesco motore di investimenti è l’intelligenza artificiale generativa. Secondo Morgan Stanley, tra il 2024 e il 2028 gli investimenti in chip, server e infrastrutture data center raggiungeranno i 2.900 miliardi di dollari.

Una cifra che rende evidente la trasformazione in corso: i data center sono il cuore pulsante dell’economia digitale, ma anche un nodo critico per il fabbisogno energetico nazionale.

Oracle, già alle prese con un rapporto debito/patrimonio netto del 427% (contro il 32,7% di Microsoft), dovrà probabilmente ricorrere a nuovo debito per finanziare l’acquisto di chip AI e la costruzione dei data center.

In partnership con aziende come Crusoe, sta già pianificando siti in Wyoming, Pennsylvania, Texas, Michigan e New Mexico.

La corsa all’oro digitale dei data center

Se la scommessa funzionerà, Oracle diventerà un attore imprescindibile nell’ecosistema dell’AI, affiancando Microsoft, Amazon e Google nella nuova “corsa all’oro” dei data center.

Per Altman, invece, il contratto da 300 miliardi è l’unico modo per superare la strozzatura della capacità computazionale e mantenere la leadership di OpenAI in un mercato che brucia capitale e richiede infrastrutture paragonabili a quelle energetiche di interi Stati.

Il futuro dell’intelligenza artificiale, e della stessa OpenAI, dipenderà dunque da questa alleanza titanica. Ma la domanda resta: basteranno 300 miliardi e 4,5 gigawatt per sostenere l’appetito insaziabile dell’AI?

La portata di questo accordo va ben oltre la tecnologia e la finanza. I data center si confermano nuove infrastrutture strategiche, comparabili alle basi militari, ai gasdotti o alle dorsali energetiche.

In un mondo in cui l’AI è la nuova “benzina” dell’economia, i data center equivalgono a raffinerie digitali. Chi li possiede controlla l’accesso alla risorsa più scarsa e preziosa: il calcolo (c’è un ritardo di 12-24 mesi tra la domanda di energia e la sua fornitura). Per il Governo USA, sostenere Oracle e i suoi concorrenti significa assicurarsi che questa leva resti sotto giurisdizione americana, evitando che Europa o Asia diventino troppo dipendenti da fornitori extra-Occidente.

La finanziarizzazione del “computing” e l’esplosione della domanda di energia

Il mercato ora considera la potenza di calcolo (che le aziende usano per gestire l’AI e alimentare le app e i siti web che utilizziamo ogni giorno) non solo un servizio, ma una risorsa commerciabile, scarsa e strategicamente vitale, non diversamente dal petrolio nel XX secolo o dall’oro nel XIX.

La finanziarizzazione del computing si sta sviluppando a una velocità senza precedenti. Capitali di rischio, fondi sovrani e aziende stanno investendo miliardi in cluster GPU, capacità di data center e reti di calcolo decentralizzate. I governi stanno sovvenzionando le infrastrutture, limitando le esportazioni e correndo per garantire la sovranità informatica locale.
Stati Uniti, Unione europea, Cina e tutti gli altri principali attori globali sono ormai impegnati a costruire “fortezze digitali” che consumeranno enormi flussi di energia elettrica e che richiederanno livelli di cybersecurity sempre più elevati.

Secondo un nuovo studio Rhodium Group, i data center rappresenteranno tra il 47% e il 65% della crescita della domanda di energia negli Stati Uniti entro il 2030 e tra il 44% ed il 59% entro il 2040, a seconda dello scenario modellato.

Per capirci, queste stime ci dicono che stiamo passando dall’attuale 4% al 14% della domanda totale di energia elettrica degli Stati Uniti entro il 2040.

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Francia, in 25 anni debito pubblico da 880 a 3.345 miliardi

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Le riforme di Macron hanno causato 50 miliardi di mancati incassi l’anno

Quando si pensa ai conti pubblici fuori controllo in Europa, l’associazione immediata un tempo era con l’Italia o, per chi ricorda la crisi dell’euro, con la Grecia. La Francia, al contrario, è sempre stata percepita come un pilastro di stabilità. Ecco perché oggi colpisce vedere Parigi al centro delle preoccupazioni finanziarie: il Paese che per decenni ha incarnato la solidità economica dell’eurozona è ora costretto a discutere di tagli, tasse e rischio downgrade.

I numeri raccontano meglio di qualsiasi analisi quanto sia inedita la situazione. Alla fine del primo trimestre 2025 il debito pubblico francese ha raggiunto 3.345 miliardi di euro, pari al 116% del PIL: un livello mai toccato prima. Ancora più impressionante è il deficit: nel 2024 il disavanzo ha toccato i 168,6 miliardi di euro, pari al 5,8% della produzione nazionale. Si tratta del peggior risultato dalla Seconda guerra mondiale, quasi il doppio rispetto al limite del 3% fissato dai trattati europei. Per la Francia, da sempre tra le economie “virtuose” del continente, è un salto di paradigma che lascia interdetti osservatori e investitori.

Francia, i conti pubblici travolgono Bayrou

In Francia la politica sta ballando al ritmo dei conti pubblici. François Bayrou, premier scelto da Emmanuel Macron per guidare la correzione di bilancio, aveva promesso rigore e sacrifici. Ma il suo piano ha spaccato l’Assemblea nazionale, trasformando la discussione economica in una crisi politica che ha travolto il governo in poche settimane.

Il progetto prevedeva 44 miliardi di euro di tagli alla spesa e nuove tasse, insieme all’abolizione addirittura anche di due festività nazionali. Una cura da cavallo che non ha superato la prova parlamentare: Bayrou è stato sfiduciato e costretto a lasciare. E così ancora una volta mercati hanno alzato il livello di allerta: i rendimenti dei titoli francesi sono saliti al 3,45%, mentre le agenzie di rating minacciano la clava del downgrade. Per una potenza che ha sempre beneficiato di condizioni di credito favorevoli, è un cambio di orizzonte senza precedenti.

A quanto ammonta il debito pubblico della Francia

Il debito francese è cresciuto in modo costante per 25 anni, senza mai dare segnali di inversione. Ogni crisi economica ha lasciato un segno, spingendo i numeri sempre più in alto. Negli ultimi anni, tra pandemia e crisi energetica, la tendenza si è ulteriormente rafforzata fino a portare i conti pubblici a livelli mai raggiunti prima, come evidenziano i dati dell’Insee – Istituto nazionale di statistica francese.

Come si vede bene anche nel grafico, nel 2000 il debito francese era pari a 880 miliardi di euro. Negli anni successivi la crescita è stata costante: nel 2008 era arrivato a 1.327 miliardi, per poi accelerare con la crisi finanziaria fino a toccare 1.535 miliardi nel 2010 e quasi 1.925 miliardi nel 2013. La soglia dei 2.000 miliardi è stata superata nel 2014, mentre nel 2019, alla vigilia della pandemia, il debito era già salito a 2.380 miliardi di euro.

Con il Covid la curva si è impennata: in soli tre anni il debito è passato da 2.560 miliardi nel 2020 a 2.950 miliardi nel 2022, trainato dalle spese straordinarie per sanità, welfare e sostegni economici. La crisi energetica ha contribuito a mantenerlo in crescita: nel 2023 ha raggiunto 3.101 miliardi, nel 2024 3.305 miliardi, fino ad arrivare a 3.345 miliardi di euro nel 2025, pari al 116% del Pil.

Anche il deficit francese è al massimo storico

Il 2024 è stato un anno da record per i conti pubblici francesi, ma nella direzione sbagliata. Il disavanzo ha toccato 168,6 miliardi di euro, il livello più alto dalla Seconda guerra mondiale. Tradotto in percentuale, significa un deficit pari al 5,8% del PIL, quasi il doppio del limite del 3% fissato dalle regole europee. Non si tratta quindi di uno scostamento marginale: per ogni 100 euro prodotti dall’economia francese, quasi 6 sono stati spesi senza copertura, segnalando una fragilità che pesa direttamente sulla fiducia degli investitori.

Dietro questa cifra c’è uno squilibrio chiaro: nel 2024 lo Stato ha incassato 1,5 trilioni di euro, ma ne ha spesi 1,67 trilioni. La differenza di oltre 170 miliardi di euro si è accumulata soprattutto nel finanziamento del welfare, della sanità e delle amministrazioni locali, settori che assorbono la parte più consistente della spesa pubblica. È un divario che non ha precedenti negli ultimi ottant’anni e che ha riportato la Francia sotto stretta sorveglianza delle istituzioni europee, rendendo i suoi titoli di Stato più esposti alle oscillazioni dei mercati.

Debito francese, le tre cifre cruciali

Per capire perché i conti francesi siano così fuori linea basta guardare a tre numeri che raccontano meglio di qualsiasi analisi la situazione: 57, 240 e 50. Sono la percentuale di spesa pubblica sul Pil, i miliardi spesi in misure straordinarie negli ultimi anni e le entrate fiscali perse ogni anno a causa delle riforme volute da Macron.

Nel 2024 la Francia ha destinato alla spesa pubblica il 57% della produzione nazionale, la quota più alta d’Europa. Tra il 2020 e il 2023 lo Stato ha inoltre stanziato oltre 240 miliardi di euro per fronteggiare la pandemia e la crisi energetica. Sul fronte delle entrate, i tagli fiscali introdotti a partire dal 2017 hanno ridotto la pressione fiscale dal 54% al 51% del PIL, con un costo stimato dalla Corte dei Conti in 50 miliardi di euro ogni anno. L’effetto combinato di spese straordinarie e minori entrate ha aperto una forbice che oggi rende più difficile riportare i conti sotto controllo.

Francia, interessi sul debito esplosi

In Francia il costo del debito non è più una voce secondaria, ma una delle più pesanti del bilancio pubblico. Nel 2020 lo Stato pagava 26 miliardi di euro in interessi, una cifra importante ma ancora gestibile. Nel giro di quattro anni, complice l’aumento dei tassi sui mercati, quella spesa è arrivata a 66 miliardi di euro nel 2024: significa che in meno di un quinquennio la Francia ha dovuto trovare altri 40 miliardi l’anno solo per remunerare i propri creditori. È un importo che supera interi capitoli di spesa, dall’istruzione alla difesa.

La ragione è nei rendimenti dei titoli di Stato francesi, oggi fermi al 3,45%. Può sembrare poco, ma per un Paese che ha accumulato un debito di 3.345 miliardi di euro anche pochi decimali di differenza equivalgono a decine di miliardi aggiuntivi ogni anno. Il confronto con gli altri partner europei è eloquente: la Francia paga tassi più alti della Grecia, che porta ancora le cicatrici della crisi del 2011, e molto distanti dalla Germania, che resta sotto il 2%. È il segnale che i mercati hanno iniziato a considerare Parigi un debitore più rischioso, con conseguenze dirette sul peso crescente degli interessi nel bilancio statale.

Francia, politica e mercati in allarme

Il Parlamento francese è paralizzato da un’Assemblea nazionale profondamente frammentata, dove ogni voto resta incerto e manca una maggioranza stabile. Il Rassemblement National di Marine Le Pen ha chiesto lo scioglimento della Camera e nuove elezioni legislative, mentre la sinistra guidata da Jean-Luc Mélenchon invoca elezioni presidenziali anticipate. Il presidente Emmanuel Macron, per ora, ha escluso entrambe le ipotesi. Fuori dalle aule parlamentari cresce la protesta sociale. I sindacati hanno annunciato scioperi e manifestazioni nazionali, mentre sui social si è diffuso il movimento “chiudere la Francia”.

Dal 2026 la spesa pubblica in Francia rischia il congelamento ai livelli attuali senza un nuovo bilancio. Il governo avrebbe margini minimi di manovra, mentre ministeri e enti locali dovrebbero gestire risorse ferme. Le agenzie di rating valutano un possibile downgrade, con effetti immediati sulle banche francesi. La Francia non è a rischio default e resta “troppo grande per fallire”, ma l’instabilità politica e le proteste sociali la rendono oggi una sorvegliata speciale dell’eurozona.

Fonte: Insee – Istituto nazionale di statistica francese
I dati si riferiscono al periodo 2000-2025

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Domanda di gas in crescita, basterà a soddisfare il fabbisogno dei data center? I dati dell’International Gas Union

In un mondo sempre più affamato di energia e attraversato da profonde trasformazioni, il gas naturale si conferma un attore chiave della sicurezza energetica. Meno inquinante di carbone e petrolio, pur restando un combustibile fossile, continua a rappresentare un fattore di stabilità in un mix energetico che vede crescere il peso di rinnovabili variabili, nuove tecnologie e imprevisti climatici estremi.

Un anno di transizione

A sottolineare la centralità di questa fonte energetica è il nuovo Global Gas Report 2025, secondo il quale il 2024 ha segnato una fase di assestamento per il mercato globale del gas e del GNL: meno turbolento rispetto agli anni precedenti, ma con dinamiche solide. I numeri parlano chiaro. Lo scorso anno a domanda mondiale ha raggiunto quota 4.122 miliardi di metri cubi, in crescita dell’1,9% rispetto al 2023, spinta soprattutto da Asia e Nord America. A trainare i consumi globali è stata ancora una volta la generazione elettrica, sostenuta anche dalle ondate di calore estive. Parallelamente, l’offerta è salita a 4.090 miliardi di metri cubi, mentre il commercio di GNL ha registrato l’undicesimo anno consecutivo di crescita, toccando 555 miliardi di metri cubi, con Stati Uniti, Qatar e Australia saldamente in testa tra gli esportatori.

Il 2025 e la corsa al gas

Il report evidenzia come nei primi sei mesi del 2025 si sia assistito a una crescita differenziata: Europa e Nord America hanno accelerato rispettivamente del 6,1% e dell’1,5%, mentre l’Asia ha rallentato gli acquisti a causa dei prezzi elevati e della concorrenza europea. Nonostante questo, le stime indicano che entro la fine dell’anno la domanda globale salirà di altri 71 miliardi di metri cubi.

Cina e India in prima linea

Guardando oltre, la traiettoria è chiara: entro il 2030 la domanda energetica mondiale continuerà a crescere, trainata in particolare da Cina e India, con il Nord America come ulteriore motore. Ma nuove sfide stanno già mettendo sotto pressione i sistemi elettrici globali: le ondate di calore dovute al cambiamento climatico e il boom dei data center legati all’intelligenza artificiale stanno aumentando in modo esponenziale il fabbisogno di energia affidabile e flessibile.

Il ruolo nella transizione energetica

In questo contesto, riporta il documento, il gas naturale rimane la fonte più matura e scalabile per garantire stabilità ai sistemi dominati da rinnovabili variabili come eolico e solare, che soffrono di intermittenza e stagionalità. Le batterie possono bilanciare la produzione nel breve periodo, ma non sono ancora in grado di sostituire il gas nella sicurezza dell’approvvigionamento a lungo termine. In caso di “dunkelflaute” – lunghi periodi senza vento e sole – o di eventi estremi come siccità e ondate di calore, il gas resta un pilastro della generazione elettrica.

Tecnologie e decarbonizzazione

Inoltre, accanto alla sua funzione tradizionale, il gas naturale sta diventando più “verde”. Sono in sviluppo soluzioni per ridurre le emissioni lungo tutta la filiera: dall’elettrificazione dei processi al miglioramento del monitoraggio delle perdite, fino alla cattura e stoccaggio della CO₂ (CCUS), sempre più considerata dai governi uno strumento essenziale per la transizione.

Biometano, idrogeno e nuovi scenari

La sfida passa anche attraverso i gas a basse emissioni. Il biometano, già compatibile con le infrastrutture esistenti, cresce grazie a politiche di sostegno in Europa. Più complessa invece la partita dell’idrogeno e dei suoi derivati, ancora frenati da costi elevati. Intanto il CCUS avanza, con diversi grandi progetti già operativi, anche se resta cruciale semplificare le regole e accelerare gli investimenti.

Una rotta da non perdere

Per garantire sicurezza, resilienza e sostenibilità energetica serviranno investimenti mirati in forniture, infrastrutture e stoccaggi, insieme allo sviluppo di tecnologie low-carbon. In un mondo scosso da crisi geopolitiche e climatiche, il gas naturale si propone non solo come combustibile di transizione, ma come vero pilastro di stabilità per il futuro energetico globale.

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AI europea, ecco i 41 CEO pronti ad investire

La Dichiarazione per l’AI europea: “pronti ad investire”

Il Rapporto Draghi è stato chiaro: l’Europa ha perso il 30% di competitività e abbiamo un deficit di investimenti di 800 miliardi di euro, principalmente a causa degli oneri normativi, della mancanza di digitalizzazione dell’economia e di un vero mercato unico.

Oggi la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, l’ha ricordato nel suo Discorso sullo Stato dell’Unione e la stessa cosa hanno fatto 41 Ceo di altrettante imprese tecnologiche e associazioni di categoria europee (tra cui l’italiana Letizia Pizzi, Direttore Generale di Anitec-Assinform).

Decine di imprese e associazioni che hanno firmato assieme la prima “European AI & Tech Declaration”, presentata alla stessa von der Leyen, e che si dicono pronte ad investire nel futuro digitale dell’Europa e a guidare la doppia trasformazione (anche green).

“Siamo pronti a collaborare a progetti digitali che creino una reale domanda di mercato e resilienza, e a sostenere rapide riforme normative che semplifichino e armonizzino le condizioni commerciali e rafforzino la competitività dell’Europa”, si legge nel testo pubblicato da Digitaleurope.

“Facciamo dell’Europa il luogo ideale per innovare e crescere, creando le condizioni favorevoli per le nostre aziende – è sottolineato nel documento – questo è il momento dell’intelligenza artificiale e della tecnologia in Europa. Agiamo insieme”.

Chi sono i 41 CEO

Tra i 41 CEO firmatari del documento troviamo: Olivier Blum diSchneider Electric, Stefan Hartung diBosch, Christian Bruch di Siemens Energy, Cristiano Klein di SAP, Aiman ​​Ezzat diCapgemini, Justin Hotard di Nokia, Roy Jakobs diPhilips, Kim Fausing di Danfoss, Giorgio Stassi di PPC Group, André Rogaczewski di Netcompany, Riccardo Marko di di ESET, Yves Padrines di Gruppo Nemetschek, Priit Alamäe diNortal, Mariusz Gralewski diDocplanner, Enrique Lizaso Olmos diMultiverse Computing, Thomas Jensen di Milestone Systems.

Di seguito i CEO delle associazioni di settore:

Produrre e comprare europeo, ma serve un mercato unico

Un’ampia fetta delle principali aziende tecnologiche europee si dice pronta a dare impulso al nuovo corso voluto dalla Commissione europea e ribadito dal Discorso della Presidente von der Leyen: produrre e comprare europeo per rafforzare resilienza e indipendenza delle nostre industrie.

Una volontà che però dipende dall’effettiva “capacità dell’Europa di crescere e di assumere un ruolo guida nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie critiche, mantenendo al contempo un legame con i mercati globali”.

Più di tutto, impegni legati strettamente dalla capacità dell’Europa di mettere sul campo azioni concrete e decisive “nei prossimi tre anni” massimo, tese a completare il mercato unico e favorire e supportare in ogni modo investimenti europei significativi e scalabili.

“Chiediamo un nuovo e ambizioso partenariato tra attori pubblici e privati ​​per ripristinare la competitività e la sicurezza globali dell’Europa”, chiedono i firmatari della dichiarazione, che precisano: “L’Europa deve adattarsi a cicli di innovazione più rapidi, effettuare investimenti agili, ridurre gli oneri normativi e i costi di fallimento, semplificare l’attuazione e rivedere in modo significativo le nostre norme in materia di intelligenza artificiale, dati e cybersecurity”.

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IT-Wallet, sull’App IO anche Isee, titolo di studi e iscrizione alle liste elettorali

Al via l’IT Wallet privato. Parere favorevole del Garante Privacy su due schemi di decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri relativi al Sistema di portafoglio digitale italiano (IT-Wallet), previsti dal programma di attuazione del PNRR. L’Autorità, data la complessità dei trattamenti posti in essere e dei rischi elevati presenti, ma in spirito di collaborazione istituzionale, ha chiesto al Dipartimento per la trasformazione digitale di approntare specifiche garanzie a tutela dei diritti e delle libertà degli interessati.

Documenti in formato digitale

Il Sistema IT-Wallet, che conta già 5 milioni di utenti che hanno attivato 9 milioni di documenti, intende semplificare l’accesso ai servizi pubblici e privati, consentendo una gestione più sicura dell’identità digitale e dei documenti personali e facilitando l’interazione tra cittadini, amministrazioni pubbliche e aziende. Proprio come un portafoglio fisico, l’IT-Wallet conterrà documenti in formato digitale da esibire all’occorrenza. In futuro, il Sistema sarà progressivamente aggiornato per garantire la compatibilità con le soluzioni europee di identità digitale (EUDI Wallet).

Introdotti attestati ISEE, laurea, certificato di residenza, iscrizione liste elettorali

In questa fase di sperimentazione (qui il parere favorevole del Garante), per gli utenti che ne faranno richiesta, saranno disponibili le informazioni destinate ad attestare l’ISEE, il titolo di studio e accademico, i certificati di residenza, godimento dei diritti politici e iscrizione alle liste elettorali, la tessera sanitaria, la patente di guida e la carta europea della disabilità.

Le garanzie introdotte riguardano soprattutto l’individuazione dei ruoli dei soggetti coinvolti nei trattamenti e la definizione di misure volte ad evitare trattamenti ulteriori rispetto a quelli necessari per il funzionamento dell’IT-Wallet.

La sperimentazione riguarda i seguenti Attestati Elettronici di Interesse Pubblico sull’App IO, i cui dati per la generazione e per la gestione del ciclo di vita sono resi disponibili dalle rispettive Fonti Autentiche al Fornitore di Attestati Elettronici di Interesse Pubblico (art. 6, comma 4):

• Indicatore della situazione economica equivalente (ISEE), i cui dati sono resi disponibili dall’Istituto nazionale previdenza sociale (di seguito, INPS);

• titolo di studio conseguito e iscrizione scolastica, i cui dati sono resi disponibili dal Ministero dell’istruzione e del merito;

• titolo accademico conseguito e iscrizione all’istituzione di formazione superiore, i cui dati sono resi disponibili dal Ministero dell’università e della ricerca;

• residenza, godimento dei diritti politici, iscrizione alle liste elettorali e soglie di età, i cui dati sono resi disponibili dal Ministero dell’interno;

• Tessera sanitaria – Tessera europea di assicurazione di malattia (TS/TEAM), i cui dati sono resi disponibili dal Ministero dell’economia e delle finanze;

• patente di guida mobile, i cui dati sono resi disponibili dal Ministero delle infrastrutture e trasporti;

• carta europea della disabilità, i cui dati sono resi disponibili dall’INPS.

Chiesta relazione alla Presidenza del Consiglio al termine della sperimentazione

Il Garante, nel dare parere positivo, ricorda che sarà chiamato a esaminare le misure tecniche e organizzative adottate da un decreto del Dipartimento per la trasformazione digitale per assicurare il rispetto dei principi del GPDR e garantire un livello di sicurezza adeguato ai rischi, all’esito della valutazione d’impatto sulla protezione dei dati. L’Autorità dovrà anche essere consultata in merito al regolamento sulle procedure amministrative necessarie alla registrazione al Sistema e sul decreto relativo all’utilizzo dei cosiddetti Servizi Remunerativi, quelli forniti – a pagamento – dalle imprese.

Il Garante ha infine chiesto alla Presidenza del Consiglio dei ministri una relazione al termine del periodo di sperimentazione, che segnali, in particolare, le eventuali criticità rilevate e le misure individuate per porvi rimedio.

Il Garante ha sottolineato che sarà coinvolto nella valutazione delle misure tecniche e organizzative adottate per rispettare il GDPR e assicurare un livello di sicurezza adeguato, anche dopo la fase di sperimentazione. Inoltre, ha chiesto una relazione finale che evidenzi eventuali criticità e le soluzioni adottate. Il sistema sarà progressivamente aggiornato per garantire la piena compatibilità con il European Digital Identity Wallet (Eudi Wallet), in linea con il regolamento europeo eIDAS.

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Siti sessisti, la Pdl di Noi Moderati contro i deepfake: identità digitale obbligatoria e nuovo reato di diffusione fraudolenta online. Scarica il Pdf

Arginare la diffusione di siti sessisti online è diventata una priorità anche della politica dopo lo scandalo dei siti Phica.net e della pagina Mia Moglie, che hanno scoperchiato un vero vaso di pandora. A quanto pare, la politica si sta muovendo e il Governo ha avviato degli approfondimenti dopo la ricognizione avviata dal ministero per la Famiglia, affiancato dall’Interno e dalla Giustizia. Nuove strade di intervento non sono escluse, la prima soluzione che si attende di mettere in atto è quella fornita dal disegno di legge sull’intelligenza artificiale.

L’obiettivo è anche quello di colmare dei vuoti normativi che pesano non poco sulla lotta ad un fenomeno odioso, che colpisce potenzialmente chiunque.

Scarica la proposta di Legge di Noi Moderati in Pdf

La Pdl di Noi Moderati

Intanto, le forze politiche non stanno a guardare. Noi Moderati ha presentato la sua proposta di legge contro la violenza digitale, depositata alla Camera e al Senato, per contrastare il fenomeno dei deepfake e degli abusi online, a tutela dell’identità personale e dell’integrità dell’immagine contro le riproduzioni digitali non autorizzate, che punta a superare l’anonimato online e ad inasprire le pene per i colpevoli. Una proposta di legge in otto articoli che mette nel mirino i deepfake.   

Coinvolti Agcom come responsabile degli oscuramenti e Garante Privacy per le ispezioni.

Violenza su donne: Carfagna, ‘Un marchio per i deepfake, basta anonimato online’

“Il sistema di regole che abbiamo costruito per contrastare abusi e violenze sulle donne va aggiornato, perché nato in un’altra epoca. Oggi abbiamo i deepfake, cioè quei contenuti fotografici, video o audio contraffatti, creati con sistemi informatici o con l’intelligenza artificiale, che riproducono volti o voci in maniera tale da farle sembrare veri ma che in realtà sono falsi. È la nuova frontiera dell’abuso e della truffa, per questo ho accelerato l’iter per depositare una proposta di legge che ha l’obiettivo proprio di contrastare i deepfake”. Lo ha detto Mara Carfagna, segretario di Noi Moderati, a Radio24 Mattino.

“La proposta – ha spiegato – prevede che chi crea deepfake ha l’obbligo di marchiarli come tali, in modo tale che nessuno possa credere che il contenuto sia autentico. Inoltre, chi diffonde deepfake per danneggiare vite e reputazioni pagherà caro. Basta poi all’anonimato sul web. So bene che è una battaglia difficile, ma sono convinta che bisogna agire per colmare le falle normative che ci sono oggi. Abbiamo l’obbligo di proteggere le migliaia di donne inconsapevoli finite nel mercato nero dell’abuso sessista online ma anche di tutelare i più fragili, gli anziani, dai tentativi di truffa sempre più sofisticati realizzati con contenuti video e audio contraffatti, perché con l’intelligenza artificiale – ha concluso Carfagna – si può fare veramente di tutto”.

Violenza su donne: Gelmini, ‘rivedere anonimato sul web, piattaforme responsabili’

 “Il caso delle foto manipolate finite su siti sessisti dimostra la necessità e l’urgenza di rivedere le regole sull’anonimato sul web. Si tratta di difendere la libertà di espressione ma non di difendere i leoni da tastiera e coloro che utilizzano insulti, manipolazione di immagini per screditare altre persone. Tutto questo non è più accettabile ecco perché abbiamo pensato ad una proposta di legge che regolamenti l’anonimato responsabilizzando le piattaforme sia dal punto di vista civile che dal punto di vista penale”. Così la capodelegazione di Noi Moderati al Senato Mariastella Gelmini, a margine della presentazione della pdl contro deepfake e abusi online. Per le piattaforme sono previste sanzioni fino a un milione di euro per la mancata acquisizione dell’identità digitale degli utenti.

Introdurre reato diffusione fraudolenta online

“Un’iniziativa di legge frutto di un lavoro che precede i fatti di cronaca, fin dall’inizio la protezione della donna nella rete è sempre stata sotto la nostra attenzione. La proposta di legge di oggi è il frutto di un grande lavoro comune tra le nostre colleghe”, spiega Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati.

“Il tema non riguarda solo le donne ma tutta la società, difendere la dignità della persona è una sfida fondamentale. La rete è diventata uno spazio dove accade di tutto. Chiederemo la calendarizzazione urgente, quando ci sarà la capigruppo sarà la priorità per Noi moderati”.

Una proposta condivisa che individua “fonti di rischio da regolare”, aggiunge Carfagna. “Introduciamo la definizione di deepfake e il reato di diffusione fraudolenta, con l’obbligo di marchiarlo con un watermark e pene fino al carcere per chi li diffonde per fini illeciti, previste aggravanti per minorenni coinvolti o contenuti a sfondo sessuale. Poi l’obbligo di rimuovere contenuti illeciti e collaborare con l’autorità giudiziaria per le piattaforme. In passato queste iniziative venivano irrise, considerate inutili, illiberali, velleitarie, erano gli anni in cui il web veniva considerata un’isola felice. Oggi abbiamo scoperto che ha un lato oscuro che va illuminato”.

Prevista la reclusione da uno a cinque anni e sanzioni fino a 100mila euro

Chiunque, al fine di danneggiare, ingannare, ottenere un profitto o ledere la reputazione di terzi, diffonde contenuti deepfake senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a cinque anni o con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 10.000 a euro 100.000. La pena è aumentata se il contenuto è a carattere sessualmente esplicito o ha ad oggetto minori o soggetti vulnerabili.

Siti sessisti: Semenzato, ‘domani inizia inchiesta in commissione su violenza online’

“Da domani (oggi ndr) inizia l’inchiesta della commissione sulla violenza online, 21 audizioni e uno schema per affrontare velocemente e in tempi brevi il tema”. Così la presidente della Commissione parlamentare di inchiesta su femminicidio e violenza di genere, Martina Semenzato durante la presentazione del pdl di Noi Moderati contro deepfake e abusi online.

Siti sessisti, Gelmini (NM): “Regolamentare i deepfake. Siamo persone, non materiale grezzo per il web”

“Sono stata vittima di un deepfake. Su quei siti c’erano mie foto manipolate con l’IA. A riguardo, penso che sia doveroso tracciare una linea di demarcazione netta tra satira-intrattenimento e disinformazione, molestie, truffe o furti di identità. Per Noi Moderati la persona è al centro. Vale anche in questo caso. Noi non siamo contenuti digitali, ma siamo persone. E chiunque abbia a cuore la dignità umana non può accettare che una persona sia considerata materiale grezzo per contenuti digitali. Come suggeriva Papa Francesco, l’Intelligenza artificiale deve essere orientata al servizio, non allo sfruttamento”.

Siti sessisti, Gelmini (NM): “Una proposta di legge per andare oltre lo sdegno”

“Questa esperienza, dopo lo sgomento e la rabbia, mi ha spinto ad andare oltre lo sdegno. E la prima cosa che ho fatto è stato denunciare, anche per spronare altre donne, spesso giovanissime. È fondamentale ribadire dunque l’importanza della denuncia, perché gli strumenti di tutela ci sono e credo sia doveroso ringraziare la Polizia Postale per il lavoro che sta svolgendo. Andare oltre lo sdegno per me ha significato anche mettere nero su bianco, scrivere una proposta di legge che possa rafforzare la normativa e far sì che non ci siano più pagine oscene come queste”.

Siti sessisti, Gelmini (NM): “Stop anonimato sul web è battaglia di civiltà. ce lo ricorda anche la Fieg”

 “Ringrazio il Presidente della Federazione Editori Giornali, Andrea Riffeser Monti, per le parole che ha voluto dedicare alla nostra proposta contro l’anonimato in rete e lo cito testualmente: “L’anonimato in Rete – ha detto Riffeser – non costituisce una garanzia di libertà né tantomeno rappresenta una tutela della propria riservatezza. Costituisce, invece, uno strumento per eludere le responsabilità legali e favorire comportamenti che nella vita reale sarebbero condannati e perseguiti perché direttamente riferibili alla persona che li realizza”.

Spero che le parole del dott. Riffeser siano condivise dall’intera federazione e spero che ci diano una mano su questa battaglia che è una battaglia di civiltà”.

Gianluca Regolo (Avvocato esperto di proprietà intellettuale): ‘Il rischio della proposta è irrigidire il sistema’

“Il rischio della proposta italiana è quello di irrigidire il sistema, puntando tutto sul watermark, che da solo può rivelarsi vulnerabile e facilmente aggirabile – ha detto ha detto Gianluca Regolo, Avvocato con competenza verticale nell’ambito della proprietà intellettuale – La vera efficacia sta nella combinazione di strumenti: watermarking, sistemi di provenienza crittografica e controlli lato piattaforme. Anche qui, l’obiettivo della proposta è condivisibile, ma occorre inserirlo in un contesto più ampio, già delineato a livello europeo, per non introdurre obblighi difficilmente applicabili o rapidamente superati dalla tecnologia.

Quanto al reato di “diffusione fraudolenta online”, l’intenzione è quella di colpire in maniera più mirata la diffusione di deepfake e altre manipolazioni digitali.

“È bene però ricordare che il nostro ordinamento già conosce strumenti di tutela: la diffamazione (art. 595 c.p.), il revenge porn (art. 612-ter c.p.) e soprattutto il diritto all’immagine (art. 10 c.c. e artt. 96 e 97 l.d.a.), che protegge il ritratto anche senza offesa all’onore o alla reputazione.

La proposta non crea dunque una nuova tutela sostanziale, ma – apparentemente – tenta di rafforzare l’enforcement, dando maggiore incisività all’intervento repressivo.

Il nodo più delicato resta quello dei casi di confine: un deepfake che riproduce fedelmente una persona è chiaramente illecito, ma se un contenuto ne evoca le sembianze senza riprodurla in modo diretto? La giurisprudenza italiana, in ambito pubblicitario, ha già riconosciuto tutela contro l’appropriazione evocativa — si pensi ai sosia o alle imitazioni vocali — e simili principi potrebbero estendersi anche ai deepfake. Una fattispecie penale specifica avrebbe il merito di consolidare questa protezione e di rendere più chiaro il quadro sanzionatorio”.

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AI, cloud, energia e auto: von der Leyen lancia il modello “made in EU”

Per l’Europa è il momento dell’indipendenza

L’Europa è chiamata ad affrontare le grandi sfide che un presente sempre più complesso e critico ci sta ormai obbligando ad affrontare, con scelte e decisioni che non possono più essere rimandante. Il Discorso sullo Stato dell’Unione (SOTEU) tenuto dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è stato una lista di emergenze a cui dare risposta.

La guerra in Ucraina, la tragedia di Gaza (solo abbozzata nel Discorso e piena di ambiguità), la sicurezza dei nostri confini, la Difesa, le questioni sociali più impellenti, la transizione ecologica e digitale, le nuove tecnologie, l’industria e l’economia, sono stati i punti chiave del discorso di von der Leyen.

Quello che stiamo vivendo, ha sottolineato subito la Presidente della Commissione, “deve essere il momento dell’indipendenza dell’Europa”, aggiungendo: “Credo che questa sia la missione della nostra Unione. E sappiamo di poterlo fare. Perché insieme abbiamo dimostrato cosa è possibile realizzare quando abbiamo la stessa ambizione, la stessa unità e la stessa urgenza“.

Il Rapporto Draghi è ancora la stella polare per l’Ue

Ma per far questo, ha spiegato von der Leyen l’Unione deve far leva su quelle che sono le sue risorse più significative, come il mercato unico, l’economia sociale e lo stato di diritto, “ma sentiamo tutti il peso delle difficoltà economiche e geopolitiche del momento”, e sappiamo tutti benissimo ormai che “le dipendenze possono essere usate contro di noi”.

“Per questo motivo investiremo massicciamente nelle tecnologie digitali e pulite”, ha detto von der Leyen, con “ulteriori investimenti nell’ambito del futuro Fondo per la competitività e nel quadro del programma di ricerca e innovazione Orizzonte Europa, la cui dotazione di bilancio sarà raddoppiata”.

Nel discorso sullo Stato dell’Unione non è mancato il riferimento al Rapporto Draghi: “Stiamo inoltre eliminando le principali strozzature individuate che vanno dall’energia ai capitali, dagli investimenti alla semplificazione”.

L’euro digitale, ad esempio, potrebbe agevolare tanto le imprese quanto i consumatori, secondo la Presidente della Commissione.

Innovazione, fondo Scaleup e strategia “made in EU”

Per le imprese innovative, ha affermato la Presidente della Commissione, “stiamo elaborando il cosiddetto 28° regime e stiamo accelerando i lavori sull’Unione europea del risparmio e degli investimenti. Questo perché molte delle nostre startup presentano un alto potenziale in tecnologie chiave quali quella quantistica, l’intelligenza artificiale o le biotecnologie”.

In questo gioca un ruolo cruciale “la limitata disponibilità di capitale di rischio le costringe a rivolgersi a investitori stranieri”. Per questo, ha proseguito von der Leyen, “l’Europa perde così ricchezza e posti di lavoro, il che ne mina la sovranità tecnologica”.

“A tal fine – ha detto la Presidente – porremo le prime pietre angolari, come l’atto legislativo sullo sviluppo del cloud e dell’AI e lo spazio di sperimentazione per la quantistica (Quantum Sandbox)“.

A riguardo, “la Commissione collaborerà con gli investitori privati nell’ambito di un fondo Scaleup Europe, caratterizzato da una dotazione di diversi miliardi di euro. Il fondo contribuirà a realizzare ingenti investimenti in imprese giovani e in rapida crescita che operano in settori tecnologici critici”.

Mercato unico 2028, 28° regime e “Quinta libertà”

La nostra principale risorsa è il mercato unico, ha ricordato von der Leyen, “che però rimane incompiuto” e secondo le stime dell’FMI, “gli ostacoli interni al mercato unico equivalgono a tariffe del 45% sulle merci”.

Ha parlato di “una tabella di marcia per il mercato unico da qui al 2028”, che riguarderà “i capitali, i servizi, il settore energetico, le telecomunicazioni, il 28° regime e la “quinta libertà” per la circolazione della conoscenza e dell’innovazione”.

Dazi, “sono una tassa”, ma da guerra commerciale con USA conseguenze peggiori

“I dazi non sono altro che tasse“, ha detto von der Leyen.

Nonostante questo però, ha ribadito che “l’accordo garantisce una stabilità cruciale nelle nostre relazioni con gli Stati Uniti in un periodo di grave insicurezza globale“.

“Immaginate quali ripercussioni avrebbe una vera e propria guerra commerciale con gli Stati Uniti“, ha rimarcato von der Leyen, ponendo la questione della Realpolitik come inevitabile in questo momento storico.
Una posizione che von der Leyen ha ripetuto fin dal primo giorno successivo ai fragili accordi di luglio raggiunti faticosamente da Bruxelles e Washington, che non piacciono a nessuno e che questa Commissione difende strenuamente.

Possibili alternative su cui la Commissione sta lavorando sono i nuovi partenariati commerciali: “L’80% dei nostri scambi commerciali avviene con paesi diversi dagli Stati Uniti. Dobbiamo quindi sfruttare nuove opportunità”.

Von der Leyen cita gli accordi bilateriali con Messico e Mercosur, ma anche con l’India (che dovrebbe essere ultimato entro l’anno).

Certo pesa su queste dichiarazioni quanto accaduto nei giorni scorsi, con il brutto episodio che ha visto saltare la conferenza stampa della Vicepresidente esecutiva della Commissione europea e Commissaria europea per la concorrenza, Teresa Ribera, sulla multa a Google, su decisione proprio della Presidente von der Leyen.

Istituire un’AI europea

Il punto chiave di tutto il Discorso è sempre l’indipendenza e il made in EU: “tutte queste iniziative sosterranno anche gli investimenti nelle tecnologie che alimentano la nostra economia, come quelle pulite e digitali”.

“Penso all’intelligenza artificiale. Per assicurare la nostra indipendenza futura è essenziale istituire un’IA europea, che contribuirà a potenziare le nostre industrie e le nostre società, dall’assistenza sanitaria alla difesa”, ha spiegato von der Leyen.

A tal fine, la Commissione è intenzionata a proporre alcune soluzioni, tra cui: l’atto legislativo sullo sviluppo del cloud e dell’IA e lo spazio di sperimentazione per la quantistica (Quantum Sandbox).

“Stiamo investendo massicciamente nelle gigafabbriche di IA europee, che sostengono le nostre startup innovative nello sviluppo, nell’addestramento e nella diffusione dei loro modelli di IA di prossima generazione”, ha detto von der Leyen.

Sempre nella giornata di oggi, la Presidente della Commissione ha incontrato gli amministratori delegati di alcune fra le maggiori imprese e associazioni di settore europee (European tech champions), che hanno firmato “una dichiarazione sull’IA e le tecnologie europee, segno del loro impegno a investire nella sovranità tecnologica dell’Europa”.

Anche su questa voce pesa l’accordo con gli USA di luglio, perchè impone a Bruxelles l’acquisto di chip (fondamentali per l’AI e il cloud ad esempio) per 40 miliardi di euro, il che va a limitare l’autonomia della nostra industria e del made in EU, favorendo le Big Tech.

Tecnologie pulite e mercati guida per il made in Europe

Un approccio che secondo von der Leyen sarà adottato anche per le tecnologie pulite, l’acciaio e le batterie: “Il settore europeo delle tecnologie pulite deve restare in Europa – e dobbiamo agire con urgenza. Con il patto per l’industria pulita abbiano individuato i principali ostacoli che impastoiano questi settori.

Ha sottolineato la necessità per gli investitori della certezza “che, quando investono, potranno contare sulla domanda di prodotti puliti europei”.

Per fare questo servono i “mercati guida”. Sul versante dell’offerta, “vareremo un pacchetto di sostegno per le batterie (Battery Booster)”, che “metterà a disposizione 1,8 miliardi di euro di equity per potenziare la produzione in Europa. Le batterie sono essenziali per altre tecnologie pulite, in particolare i veicoli elettrici”.

Sul versante della domanda, ha aggiunto von der Leyen, “dobbiamo stimolare con urgenza la domanda di leadership industriale europea nelle tecnologie pulite. In quest’ottica introdurremo negli appalti pubblici un criterio relativo al “made in Europe“.

Un percorso virtuoso, ma perché sia perseguibile “dobbiamo assicurarci che la nostra industria possa procurarsi i materiali qui in Europa. E l’unica soluzione è creare un’economia davvero circolare” e tra le proposte avanzate ha parlato di “un atto su un acceleratore industriale per i settori e le tecnologie chiave strategici”.

Autostrade energetiche e indipendenza

Altro punto cruciale del Discorso è quello legato al settore energetico. L’energia in Europa costa troppo e soprattutto scontiamo la nostra dipendenza da fornitori esteri: “Sappiamo anche che cosa fa scendere i prezzi: l’energia pulita prodotta localmente. Dobbiamo produrre più energia da fonti rinnovabili interne, affidandoci al nucleare per il carico di base. Ma dobbiamo anche investire con urgenza nelle infrastrutture e negli interconnettori e provvedere alla loro modernizzazione”.

C’è da capire come l’Ue riuscirà a rafforzare la sua indipendenza energetica tenendo conto dei 750 miliardi di euro di acquisti proprio nel settore energetico da fornitori americani in combustibili fossili, principalmente petrolio greggio e gas naturale liquefatto (LNG). Una zavorra per ogni ambizione di sovranità energetica. Se da un lato ci si libera dalla Russia, dall’altro ci si lega ad un’altra dipendenza estera.

A tal fine, von der Leyen ha proposto “un nuovo pacchetto sulle reti per rinforzare l’infrastruttura di rete e accelerare l’iter autorizzativo. In aggiunta al pacchetto, oggi ho il piacere di annunciare una nuova iniziativa sulle autostrade energetiche. Abbiamo individuato otto punti critici di congestione nelle nostre infrastrutture energetiche, dallo stretto di Øresund al canale di Sicilia. Li sbloccheremo tutti”.

Parallelamente, l’Europa deve continuare a decarbonizzare, ma per farlo la transizione deve premiate e incentivare industria e imprese.

“In caso contrario rischiamo di trovarci a dipendere dalle importazioni, siano esse di acciaio per i produttori di auto o di fertilizzanti per gli agricoltori. Saremmo alla mercé dei prezzi, dei volumi e della qualità che altri sono disposti e in grado di offrirci”, ha spiegato von der Leyen.

e-Car europee, piccole, sostenibili ed efficienti: “Il futuro è elettrico”

per quel che riguarda le automobili, la Commissione proporrà all’industria di collaborare a un’iniziativa su auto di piccole dimensioni a prezzi contenuti: “Sono del parere che l’Europa dovrebbe avere la sua “e-car”. “E” come ecologica: pulita, efficiente, leggera. “E” come economica: alla portata di tutti. “E” come europea: costruita in Europa, facendo affidamento su catene di approvvigionamento europee”.

Secondo la Presidente della Commissione, “non possiamo lasciare il mercato in mano alla Cina e agli altri concorrenti. Non ci sono dubbi: “il futuro è elettrico e made in EU”.

Restrizioni ai social media “per difendere i nostri figli”, l’Ue in cerca di una strada

Un Discorso che finalmente pone l’accento sul tema centrale dell’indipendenza europea in maniera più decisa, declinandolo sui settori strategici dell’AI, dell’energia, delle tecnologie di punta, sull’industria dell’auto e sulle materie prime, ma che delude riguardo le questioni sociali, come il modo in cui vogliamo trattare i migranti e le guerre in corso, in particolare la situazione drammatica in cui versa la popolazione di Gaza, che non ha ricevuto alcuna risposta efficace da parte dell’Unione all’assedio militare messo in atto da Israele e alla carestia usata come arma di sterminio.

Altri punti molto interessanti toccati dalla Presidente della Commissione, sempre lato tecnologico e dei diritti, sono i social media e gli algoritmi, strumenti che vanno regolamentati maggiormente, soprattutto per la relazione di dipendenza estrema che possono creare con i più giovani e i minori, ma anche l’indipendenza dei media per la lotta alla disinformazione.

“Dobbiamo pensare alla sicurezza dei nostri figli, non ai profitti“, ha detto von der Leyen, “i nostri amici in Australia hanno aperto la strada alle prime restrizioni dei social media. Seguo con attenzione l’attuazione di questa politica per vedere quali potrebbero essere i prossimi passi da adottare qui in Europa. Chiederò a un gruppo di esperti di fornirmi, entro la fine di quest’anno, un parere sul miglior approccio dal punto di vista europeo“.

Stop alla disinformazione, un programma per la “resilienza dei media”

Altro problema che non da oggi insidia e indebolisce le nostre società e le basi della convivenza democratica e civile in Europa (e non solo) è la disinformazione come strategia attuata da attori statali stranieri e loro proxy, cioè gruppi non statali (come milizie o organizzazioni politiche) utilizzati da questi stati per agire indirettamente.

Disinformazione che come ben sappiamo può anche provenire da fonti russe, ma che spesso viaggia su piattaforme di note Big Tech. Qui gli strumenti già esistono, basterebbe blindare la legge sui servizi digitali (DSA) e ampliarne l’applicazione, ma questo non piace a Washington.

La Commissione intende a riguardo “avviare un nuovo programma per la resilienza dei media (Media Resilience Programme), che sosterrà il giornalismo indipendente e l’alfabetizzazione mediatica” e sostenere media indipendenti e locali (che avrebbero bisogno di un mercato pubblicitario più accessibile ed equo, dove reperire risorse per sopravvivere, ma ben sappiamo quanto giganti come Google lo rendano difficile).

Riforme: non più solo “unanimità”, per alcune decisioni “maggioranza qualificata”

“È arrivato il momento di liberarci delle catene dell’unanimità“, ha detto von der Leyen, per fare in modo che l’Ue “agisca più rapidamente e sia in grado di rispondere alle attese delle cittadine e dei cittadini europei“.

Un altro passaggio storico che sicuramente avrà conseguenze sia positive, sia negative, nel percorso di unione di questa Europa che agli occhi di tutti noi appare inesorabilmente sempre più frammentata e impotente di fronte alle grandi sfide del tempo difficile che stiamo vivendo (e non si può che tornare a Gaza e certo all’Ucraina, due tragedie verso le quali per il momento Bruxelles ha risposto con l’insopportabile doppio standard “due pesi e due misure”).
Non basta richiamarsi solamente al diritto e allo Stato di diritto, che pure sono elementi fondanti la nostra Unione e la nostra società, perchè altrettanto importanti e centrali per la nostra “civiltà” sono anche i principi di solidarietà e soccorso, giustizia sociale (economica, energetica e ambientale) e uguaglianza tra le persone, questioni culturali ed etiche, ancor prima che politiche o esclusivamente normative. Tutto sancito nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

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De-consumismo: gli italiani comprano meno smartphone (-2 milioni rispetto al 2022) e preferiscono l’AI ai social

Italiani e deconsumismo: più risparmio ed esperienze di vita

Negli ultimi cinque anni il portafoglio degli italiani si è mosso pochissimo. Nel 2024 la spesa complessiva è cresciuta appena del +0,5% rispetto al 2019, segno di una prudenza che diventa ormai un tratto distintivo.

E’ quanto riportato nel nuovo Rapporto Coop 2025.

Più della metà del bilancio familiare continua a essere assorbita dalle spese obbligate: abitazione, utenze, trasporti e cibo. E anche le intenzioni di acquisto per i prossimi 12-18 mesi non sembrano discostarsi da questa traiettoria di sobrietà.

Il risparmio rimane il driver principale per il 42% degli italiani. Non si tratta più solo di cautela: a essere messa in discussione è la stessa società dei consumi. Si afferma un nuovo modello, che molti osservatori definiscono “deconsumismo”: non più il piacere del possesso, ma la ricerca di valore nelle esperienze.

Cresce la propensione ad acquistare solo il necessario, a rivolgersi al second hand, a riparare invece che sostituire.

Tecnologia utile, non status symbol: crollo degli smartphone

Nonostante la sobrietà, il mercato tecnologico resta vitale: negli ultimi 12 mesi gli italiani hanno speso 16,5 miliardi di euro in prodotti tech, con un incremento dell’+1,2% su base annua. Ma cambia la logica di acquisto: non più l’oggetto come status symbol, bensì la sua utilità concreta.

Tra i bestseller compaiono dispositivi per la cura dentale e una vasta gamma di elettrodomestici, dalle friggitrici ad aria alle macchine da caffè, fino agli aspirapolvere intelligenti.

In forte contrazione invece l’elettronica di consumo tradizionale: nel 2023 gli acquisti di smartphone sono calati di 2 milioni di unità rispetto al 2022.

AI più vicina alla vita quotidiana che al lavoro

La stessa logica utilitaristica guida il rapporto con l’intelligenza artificiale (AI). Già oggi il 49% degli italiani la utilizza nella dimensione privata, contro il 23% che la impiega in ambito lavorativo.

Cresce la confidenza, tanto che l’AI inizia a competere con i social media come strumento di uso quotidiano.

Guardando al futuro, quasi la metà degli italiani (45%) vorrebbe affidarle le pulizie domestiche, un quarto (25%) l’assistenza agli anziani, il 24% la guida dei veicoli e la preparazione dei pasti. Un ibrido tra “amica del cuore”, maggiordomo e badante.

Dalla fiducia all’inquietudine

Parallelamente muta lo stato d’animo collettivo. Rispetto al 2022, i sentimenti negativi sono in forte crescita: il timore passa dal 20% al 39%, l’inquietudine dal 24% al 37%, l’allerta dal 16% al 25%. Crollano invece la serenità (dal 34% al 24%) e la fiducia (dal 27% al 24%).

A pesare non sono solo le difficoltà economiche, ma soprattutto l’ombra della guerra: una famiglia su due inizia ad accettare l’idea concreta di un conflitto armato.

Pace e diritti sopra l’ambiente

Questo clima si riflette anche nelle priorità di sostenibilità: il 64% degli italiani chiede pace e diritti civili come obiettivo primario, il 55% sottolinea la necessità di contrastare fame, povertà e violenze di genere. Seguono la riduzione delle disuguaglianze (62%) e il lavoro dignitoso per tutti, mentre i temi ambientali e il cambiamento climatico scivolano più in basso nelle priorità.

L’Italia del 2024 appare più cauta, meno legata al consumo compulsivo e più incline a scelte di vita sobrie e funzionali. È un Paese che risparmia, che compra ciò che serve, che usa l’AI come alleata quotidiana e che guarda con crescente inquietudine al futuro. Un Paese dove l’idea stessa di benessere si sposta dal possesso all’esperienza e dalla crescita materiale alla ricerca di sicurezza.

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Apple presenta iPhone 17, i primi made in India. La diretta alle 19

L’attesa è finita. Alle 19 ora italiana di oggi 9 settembre, Apple toglierà i veli alla nuova generazione di iPhone, la numero 17, nel tradizionale evento di settembre in programma a Cupertino.

Secondo le indiscrezioni più accreditate, confermate da Bloomberg, la gamma sarà composta da quattro modelli: iPhone 17, 17 Pro, 17 Pro Max e il debutto assoluto dell’iPhone 17 Air, versione ultrasottile pensata per sfidare direttamente il Galaxy S25 Edge di Samsung. Una novità radicale: niente più scheda fisica, solo e-sim.

iPhone 17: produzione e strategia

Bloomberg ha anticipato già ad agosto un cambiamento strategico importante: Apple produrrà i nuovi iPhone anche in India, grazie ai partner locali, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza storica dalle fabbriche cinesi. Una mossa che si inserisce nella complessa partita geopolitica delle catene di approvvigionamento tecnologiche.

Intelligenza artificiale protagonista

Gli appassionati non guardano solo al design, ma soprattutto al ruolo dell’AI, ormai ingrediente chiave degli smartphone di Samsung e Google. Con iOS 26, Apple porterà funzioni come la traduzione in tempo reale e l’editing generativo delle foto. Ancora in sospeso invece l’evoluzione di Siri: secondo i rumor, l’assistente digitale diventerà un vero e proprio chatbot soltanto nel 2026.

Design e dettagli tecnici del nuovo iPhone

Un segnale concreto arriva dai produttori di custodie, soprattutto cinesi, che hanno già messo in vendita cover dedicate agli iPhone 17: i render mostrano un nuovo modulo fotocamere a tutta larghezza, soluzione già vista sui Pixel di Google. Tra le indiscrezioni spicca anche la possibilità che l’iPhone 17 Pro abbandoni il titanio per un telaio in alluminio, scelta che ridurrebbe il peso complessivo del dispositivo.

Prezzi e memoria

Capitolo cruciale, quello dei prezzi. La combinazione tra politiche commerciali USA e tensioni sulle forniture asiatiche potrebbe tradursi in listini più alti. In compenso, Apple dovrebbe alzare l’asticella della dotazione base: la memoria minima passerebbe da 128 a 256 GB.

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