Parigi apre un’indagine penale a carico di Elon Musk e la sua X per deepfake e interferenze politiche

Su Elon Musk e X la procura di Parigi apre un’indagine penale, violato il DSA

La Francia alza il livello dello scontro con Elon Musk e trasforma l’inchiesta su X in un procedimento penale. La procura di Parigi ha confermato l’apertura di un’indagine criminale nei confronti del proprietario della piattaforma social, della ex amministratrice delegata Linda Yaccarino e delle società che controllano il social network e il sistema di intelligenza artificiale Grok (X.AI Holdings Corp, X Corp e xAI).

Questa mossa si basa sul Digital Services Act (DSA) UE, che X è accusata di violare per rischi sistemici su disinformazione e intelligenza artificiale (AI). Una svolta che segna un salto di qualità giuridico e politico: non più soltanto verifiche amministrative o accertamenti preliminari sulle attività della piattaforma, ma un’indagine penale vera e propria, affidata ai giudici istruttori e potenzialmente destinata a portare a incriminazioni formali.

Musk non si è presentato in tribunale il 20 aprile, ora scatta l’indagine giudiziaria

La decisione arriva dopo il mancato rispetto di una convocazione ufficiale da parte di Musk e di Yaccarino. Entrambi erano stati chiamati a comparire il 20 aprile davanti alle autorità francesi per un’audizione volontaria nell’ambito dell’inchiesta aperta nei mesi scorsi. Nessuno dei due si è presentato. Secondo quanto riferito dalla procura parigina, anche diversi dirigenti della società americana erano stati convocati senza però fornire collaborazione sufficiente agli investigatori.

È proprio questo passaggio a spiegare perché il fascicolo abbia assunto ora natura penale. In Francia, quando emergono indizi ritenuti sufficientemente gravi o quando le autorità ritengono che vi sia il rischio di ostacoli all’accertamento dei fatti, l’indagine può essere trasferita dal piano preliminare a quello giudiziario penale. Significa che i magistrati non si limitano più a raccogliere informazioni, ma possono contestare reati, emettere mandati, disporre sequestri, ordinare perquisizioni e chiedere misure coercitive.
La procura ha infatti annunciato di aver chiesto ai giudici istruttori di procedere formalmente contro X.AI Holdings Corp, X Corp, X AI, Musk e Yaccarino, anche attraverso strumenti equivalenti a un’incriminazione qualora continuasse la mancata collaborazione.

Diverse le accuse: manipolazioni algoritmiche per influenzare il dibattito politico, nudi deepfake, disinformazione

Le accuse sono pesanti e riguardano il cuore del funzionamento della piattaforma. L’indagine nasce da una denuncia presentata all’inizio del 2025 dal deputato francese Éric Bothorel e si concentra su presunte manipolazioni algoritmiche operate da X per influenzare il dibattito politico francese. Secondo gli investigatori, la piattaforma avrebbe alterato la visibilità dei contenuti in modo da favorire determinate narrative politiche e amplificare campagne di disinformazione.

Ma non è questo l’unico fronte. Al centro dell’inchiesta vi sono anche le attività di Grok, il chatbot sviluppato dalla società xAI di Musk e integrato all’interno dell’ecosistema di X. Le autorità francesi sospettano che il sistema sia stato utilizzato per creare e diffondere contenuti illegali, tra cui negazioni dell’Olocausto e immagini pornografiche deepfake generate senza il consenso delle persone coinvolte.
In alcuni casi, secondo le accuse, sarebbero stati prodotti anche materiali assimilabili ad abusi sessuali su minori creati artificialmente attraverso l’intelligenza artificiale.

Musk sapeva e non ha fatto niente?

È questo il punto più delicato dell’intera vicenda. Non si tratta soltanto di responsabilità editoriale o moderazione insufficiente dei contenuti, ma della possibile contestazione di una tolleranza consapevole verso la produzione e la diffusione di materiale criminale.
Le procure europee stanno infatti iniziando a considerare le piattaforme non più come intermediari neutrali, ma come soggetti che possono rispondere penalmente se i loro strumenti tecnologici facilitano reati gravi o se non intervengono pur essendo a conoscenza dei rischi.

La Francia, in questo senso, sta tentando di costruire un precedente giuridico di grande portata. Il passaggio all’indagine penale segnala che le autorità ritengono di avere elementi sufficienti per ipotizzare responsabilità dirette da parte del management della società. Una linea molto più aggressiva rispetto agli approcci tradizionali adottati finora nei confronti delle grandi piattaforme digitali.

Musk aveva già definito l’inchiesta “un attacco politico dopo la perquisizione degli uffici parigini di X avvenuta nei mesi scorsi e il 7 maggio ha twittato di un assalto alla libertà di parola, annunciando ricorsi. xAI ha negato responsabilità, insistendo che Grok è un tool per utenti non un generatore illegale. Anche il Dipartimento di Giustizia americano, secondo indiscrezioni emerse ad aprile, avrebbe rifiutato di collaborare con le autorità francesi, accusando Parigi di interferire impropriamente con un’azienda statunitense.

Dalla Francia all’Italia, al resto d’Europa, l’indagine su X potrebbe aprire un’inchiesta sull’AI molto più ampia

La vicenda però va ben oltre il conflitto diplomatico tra Francia e Stati Uniti. In Italia, l’Agcom vigila su X per analoghi rischi pre-elezioni, mentre l’Unione europea potrebbe estendere le indagini su Meta AI, per il suo chatbot Llama integrato in WhatsApp/Instagram, sospettato di amplificare propaganda politica e deepfake non consensuali durante le elezioni europee.

L’indagine su X rappresenta uno dei primi casi in cui un grande ecosistema basato sull’intelligenza artificiale e sui social network viene affrontato sul piano del diritto penale per presunti effetti sistemici sulla democrazia, sull’informazione e sulla sicurezza digitale. E potrebbe diventare un precedente destinato a ridefinire le responsabilità delle piattaforme tecnologiche nell’era dell’AI generativa.

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L’algoritmo AI che cambierà il mondo? La recensione del libro di Luciano Pilotti

L’algoritmo AI che cambierà il mondo? L’AI tra tecno-ibridazione di lavoro-capacità,

competenze condivise, funzioni predittive e regolatorie e di Agency. Note di policy

tra tecnica, contaminazione di saperi ed algoretica

McGraw Hill Education 2026, pagg, 530, € 37,00

L’intelligenza artificiale è entrata nel dibattito pubblico (e nelle pratiche quotidiane) con un’accelerazione che non si era mai riscontrata in altre tecnologie visto il raggiungimento dei 100 milioni di utenti che si è realizzata in meno di 1 anno e per i social ci erano voluti 5 anni  e per i PC 8, mentre per il motore a scoppio 40 anni e per il libro a stampa 400 anni. In meno di tre anni, si è trasformata in un’infrastruttura cognitiva pervasiva, capace di incidere simultaneamente su produzione, lavoro, organizzazione delle imprese e relazioni sociali entrando nell’uso comune di centinaia di milioni di persone. Un processo certo facilitato dal search precedente, ma lento e faticoso dato che portava ad elenchi di siti da aprire, indagare e rielaborare avendone certificato selettivamente la fonte. Questo libro denso di Luciano Pilotti ne indaga i processi emergenti e la trasversalità diffusiva, con una spinta “bottom up” che non ha eguali nella storia delle innovazioni umane e di quelle tecnologiche in particolare visto che la diffusione tra i “produttori”(imprese) e i “consumatori” è differenziata e  a favore dei secondi con un 35% contro il 25% mediamente. Ma perché le aziende necessitano di una “orchestrazione” (integrazionista)  e dunque impiegano più tempo nell’adozione  e che il singolo user non ha.

Traiettoria che ne evidenzia la natura linguistica e cognitiva al di là dei suoi misteri di black box che connotano l’architettura dell’algoritmo e che possiamo sintetizzare in quattro key words: chatbot (crasi per definirel’automa e le sue funzioni – intese come “chiacchiera con il robot), prompt (l’interrogazione), rete neurale (il motore di elaborazione statistico-comparativo per catene di words assimilabili con logiche di “attenzione” via transformer) e addestramento (la funzione “digestiva” dei dati che nella robotic AI diventano teleoperazioni per i modelli VLA-visione/linguaggio/azione). Una “macchina” che non agisce più su leve, muscoli o movimenti né sulle chimiche dei materiali, ma sulle decisioni e dunque che possiamo ermeticamente definire “cognitiva”. Non solo agisce su scrittura e lettura, sostituiti da voice control ma su attenzione, intenzione e decisione. Un cambio paradigmatico da indagare e che il libro di Pilotti prova a fare con attenzione e uno sguardo trasversale alle applicazioni intersettoriali (dalla medicina alla manifattura, dalla logistica alla guerra, dall’arte e all’informatica)  per potere comprendere più a fondo gli impatti di breve  e lungo termine.

Qui risiede allora il primo grande nodo che è nella logica architetturale di questa innovazione tecno-linguistica e di fatto antropologica dato che incide sul noto “cogito ergo sum” sottoponendolo a una mutazione: il salto da una logica simbolica (lineare e sequenziale) ad una semantica (non lineare e non sequenziale ma di attenzione). Seppure , potremmo dire, una semantica simulata che mostra di avvicinare l’intelligenza naturale senza alcuna assimilazione, accoppiandovisi per parallelismi e con una memoria “trans-locale”, ossia a-contestuale.  Per la semplice ragione che l’AI/automa manca di un corpo sensibile e dunque manca di “veicoli” dell’esperienza, ossia non può avere alcuna consapevolezza, nessuna coscienza, alcun contatto con la realtà dei fatti,  dunque non potendone avere alcun giudizio (di bene o male, di bello o brutto, di giusto o sbagliato), ma funziona ed è utile purché guidata e canalizzata nelle sue applicazioni e impieghi, privati o del singolo individuo oppure pubblici e collettivi e/o organizzativi in imprese e istituzioni velocizzando, efficientando, replicando in tempi impossibili per l’umano. Facendo bene e velocissimamente ciò che l’uomo non può fare (come replicare, comparare, integrare enormi volumi di dati), ma non sapendo fare bene ciò che l’uomo fa velocemente e intuitivamente come contestualizzare e/o scegliere in ranking di opzioni ordinate per giustizia e senso, per significato, per solidarietà, per bontà ed estetica, per dolore e sofferenza, oppure per amicizia, affetto o amore. L’automa AI stenta a trattare il mondo dei sentimenti connessi all’esperienza sensibile e dei fatti, della corporeità.

Il secondo grande nodo che l’AI pone riguarda allora suoi effetti su organizzazione e  occupazione. La storia economica mostra che l’innovazione tecnologica non elimina in senso stretto il lavoro, ma lo sostituisce in un processo trasformazionale nella sua natura, nel contenuto e nell’organizzazione. Ciò che distingue l’AI dalle rivoluzioni del passato è la sua capacità di incidere non solo sul lavoro manuale o routinario, ma anche su ampie porzioni del lavoro cognitivo, amministrativo e professionale. Non ci troviamo di fronte a una semplice sostituzione di mansioni, bensì a una riorganizzazione profonda delle catene del valore e delle competenze richieste.

Gli effetti sull’occupazione non dipenderanno quindi tanto dalla tecnologia in sé quanto molto di più dalle scelte organizzative e istituzionali che ne accompagneranno la diffusione  e dalla convergenza tra orchestrazione organizzativa e di competenza  e capacitazione del  lavoro accrescendo le remunerazioni e incentivando l’auto-organizzazione, ossia la responsabilità. L’AI, infatti, può essere impiegata per ridurre la domanda di lavoro e comprimere i salari, oppure per aumentare la produttività del lavoro esistente e generare nuove funzioni ibride come architetti del lavoro e tutor di competenza. Favorendo la scelta più adatta del mix dinamico ( e quotidiano) tra le quattro attività da svolgere con l’AI al crescere del coinvolgimento umano e del potenziale relazionale: chiedere, esplorare, delegare e collaborare. Senza politiche attive efficaci, formazione continua e una contrattazione capace di intercettare il cambiamento, il rischio è quello di una polarizzazione ancora più accentuata tra nicchie di lavoratori altamente qualificati (che stanno nel quadrante in alto a destra) e una vasta area di lavoro povero (che può isolarsi nel quadrante in basso a sinistra),  e che può ulteriormente frammentarsi e precarizzarsi e che magari riscopriamo anche nelle forme diffuse e differenziate di gig economy con basse garanzie e diritti. Processi che ci introducono all’emergente tema “agentico” con squadre di agenti da accoppiare alle persone non per sostituirle e non tanto per accrescere velocità e produttività ma per far crescere le qualità del lavoro come un eco-sistema di abilitazione di competenze e virtù insieme. Se con un miliardo di agenti entro il 2029 secondo alcune stime lo vedremo presto. Ossia dipenderà dalla mobilitazione della capacitazione delle persone, dei loro potenziali allargandone le competenze (spesso integrate, condivise, interfunzionali e anche transdisciplinari) governate dalla condivisione di virtù accrescendo la loro soddisfazione in un più equilibrato work life balance e che deve spingere verso “ruoli aperti” e che cambierà anche le forme di remunerazione. Favorendo in questo modo la riduzione dei processi di burnout o stress lavorativi sempre più diffusi. Dunque, l’AI avrà successo se spingerà le imprese  alla governance attiva del cambiamento come chiave competitiva del futuro con piani sistematici di formazione del capitale umano in collaborazione con istituzioni pubbliche e con la scuola.

Il tema dei salari è strettamente connesso a quello dell’occupazione ed è uno degli indicatori principali per valutare se l’AI stia migliorando o peggiorando il benessere sociale. L’esperienza degli ultimi decenni mostra che, in contesti caratterizzati da debole potere contrattuale del lavoro e da mercati concentrati, la produttività può crescere senza che i salari seguano la stessa traiettoria. Una tendenza che l’AI rischia di amplificare soprattutto nei Paesi in cui la contrattazione collettiva è fragile e la rappresentanza del lavoro frammentata. E’ il rischio che si corre in Italia con la proliferazione di contratti non rappresentativi e giustamente “respinti” sia dai sindacati dei lavoratori e sia dalle associazioni imprenditoriali più diffuse.

Accanto a occupazione e salari, l’intelligenza artificiale solleva interrogativi più ampi sulla struttura della società. L’uso di algoritmi nei processi di selezione, valutazione e allocazione delle risorse, la crescente delega a sistemi opachi di scelte che incidono sulla vita delle persone pongono problemi di responsabilità, trasparenza e democrazia oltre che di compatibilità organizzativa. Non si tratta solo di evitare bias o discriminazioni, ma di preservare spazi di deliberazione umana in contesti sempre più guidati da modelli statistici, apparentemente neutrali. Modelli di recruiting che sembrano discriminare per esempio l’accesso dei/delle giovani entry level in contesti ad alta replicazione e routinarie.

Un elemento centrale, che questo volume contribuisce a mettere a fuoco, è la forte concentrazione del mercato dell’intelligenza artificiale. Pochissime grandi imprese, prevalentemente statunitensi (con poche altre cinesi), controllano le infrastrutture critiche: potenza di calcolo, dati, modelli fondamentali, piattaforme cloud. Ora alla rincorsa di fonti energetiche utili a sostenere l’enorme consumo energetico che questa intelligenza computazionale impone.  Una concentrazione che non è un esito accidentale, ma il risultato di economie di scala, effetti di rete e barriere all’ingresso che tendono a rafforzarsi nel tempo, cumulativamente con un duplice rischio: da un lato, una dipendenza tecnologica strutturale; dall’altro, un modello di innovazione che privilegia rendite e controllo più che diffusione e uso produttivo e contendibilità. Qui assistiamo alla “convergenza” paradossale tra USA e Cina per governare quel processo di concentrazione in entrambi i casi con la compenetrazione tra potere politico e business svuotando la democrazia nel caso USA. Mentre nel caso Cina vediamo Xi JingPing abbandonare il linguaggio dell’innovazione  “guidata dal mercato”  a favore di una “leadership unificata” guidata dal Partito Comunista per definire le priorità tecnologiche. Di fatto ciò che fanno i Thiel , Musk e Andriessen condizionando i poteri del Presidente per una sorta di “statalizzazione del potere tecnologico” (difesa, satelliti, droni, energia, commerci) in conflitto  sia con lo Stato di Diritto e la Democrazia che con le regole di mercato e della contendibilità come le conosciamo e che ci ha consegnato il Secolo Breve. Il controllo sull’AI vede allora la convergenza tra USA e Cina con strumenti dissimili ma con gli stessi obiettivi di controllo politico.

Qui, allora evidente il ruolo dell’Europa, e in particolare per potenze medie (nel linguaggio di Mark Carey, Presidente del Canada).  Paesi caratterizzati da un tessuto produttivo di piccole e medie imprese come l’Italia, la sfida è particolarmente delicata. Una via possibile per il nostro continente è quella di puntare su un’intelligenza artificiale affidabile, integrata nei processi produttivi, complementare al lavoro umano e coerente con un modello sociale che non separi efficienza e inclusione, sostenibilità e responsabilità. Senza una strategia industriale e del lavoro, l’AI può restare confinata in poche grandi imprese, con la conseguenza che il resto dell’economia la subisca, anziché utilizzarla per una crescita che si faccia sviluppo. Ma per questo servono Riforme che riducano le diseguaglianze e accrescano la coesione sociale.

Il volume offre strumenti concettuali preziosi per evitare le derive che si affacciano sulla frontiera tecno-sociale, antropologica e politica dell’AI. Da cui emerge con chiarezza che l’intelligenza artificiale è un campo di scelte – tecnologiche certamente -, ma soprattutto economiche, sociali, organizzative e politiche e geo-strategiche. Su questo terreno si misurerà la capacità delle nostre società di trasformare l’innovazione in progresso condiviso e inclusivo.

Il testo è suddiviso in sette capitoli.

Il primo capitolo sviluppa il significato di LLM – Large Language Model – e la sua natura linguistica che sono alla base dell’AI e delle reti neurali che connettono per logiche associative input e output sulla base di specifici prompt. Vengono evidenziate le differenze tra linguaggi macchina e linguaggio naturale e i limiti semantici nelle probabilità associative ricorrenti.

Il secondo capitolo descrive e analizza gli scenari tecnologici emergenti e i loro impatti economici, tecnico-organizzativi e sociali, con una focalizzazione sull’AI, a partire dagli effetti su investimenti, modelli di business e processi decisionali nell’evoluzione della loro automazione cognitiva e con i maggiori impatti sui modelli organizzativi delle imprese.

Il terzo capitolo prende in esame i concetti di organizzazione dinamica nelle compatibilità con vari modelli di AI e di reasoning model, guardando agli impatti interfunzionali (e trans-disciplinari) verso una Artificial Super Intelligence (ASI) e versioni successive con l’accesso a oltre 150 miliardi di parametri dopo che nel 2018 eravamo partiti con solo 120 milioni di parametri.

Il quarto capitolo sviluppa i nuovi concetti di lavoro nella trasformazione digitale, tra emergente capacitazione, esperienza, culture e formazione. Introduce il concetto di poiesi e la sua utilità esplorativa. Rilegge i modelli standard connessi alla forma delle funzioni Cobb-Douglas e gli impatti agentici in termini occupazionali.

Il quinto capitolo si occupa dei processi diffusivi e di penetrazione dell’AI in settori di servizio e manifatturieri, dalla salute alla produzione, alla life science. In particolare, nei processi e nei contesti di cura, e dunque tanto nella realtà ospedaliera quanto all’interno delle Terapie Intensive, l’AI sta trasformando la pratica clinica introducendo innovazioni che migliorano l’efficienza del lavoro e la cura dei pazienti. Vengono, inoltre, affrontati in modo trasversale settori “ibridi” (logistica, industria della guerra, informatica, turismo e arti creative-digitali). Dalla divergenza e/o convergenza di queste molteplici esperienze applicative sarà possibile capire meglio la natura profonda dell’AI e il suo impatto sui fattori di trasferibilità e contaminazione intersettoriale nell’adozione di strumenti e modelli applicativi e nel contributo alla creazione di valore. Per poi valutarne l’influenza su produttività fisica e cognitiva, innovazione (aperta e sociale), lavoro capacitato e crescita di una prosperità diffusa e se tutto questo ci potrà condurre verso uno sviluppo condiviso oltre i rischi formulati da Yoshua Bengio per il “dilemma dell’evidenza” (“le capacità dei sistemi crescono rapidamente, mentre le prove di efficacia delle misure di mitigazione emergono lentamente”) che si insinuano nelle capacità frastagliate dell’AI tra genialità e fragilità e dunque per i tassi di fallimento, soprattutto in condizioni critiche e dove sembra crescere l’autonomia di questi sistemi rispetto al nostra capacità di controllo, seppure non in modo ancora evidente.

Il sesto capitolo analizza i concetti di cultura d’impresa in relazione ai temi e le caratteristiche dell’AI, rapportandoli alla natura della coscienza e della consapevolezza rilette attraverso l’algoretica. Che viene definita come un insieme di regole condivise in grado di aiutare a canalizzare lo sviluppo e la diffusione dell’AI e la sua adozione nei diversi contesti, con un percorso che sollecita la costruzione di un capitalismo più umano, democratico e responsabile per consolidare la sua sostenibilità ed espandere gli spazi della libertà tra pluralismo, competitività e creatività compatibili con la società aperta e con modelli di welfare occidentali ed europei in particolare.

Il settimo capitolo presenta alcune prime conclusioni politiche  e geopolitiche sul ruolo dell’Europa nella regolazione dell’AI, esplorando il significato di sovranità digitale e di ciò che intendiamo per digital commons per comprendere a fondo le risposte possibili ai dilemmi della crescita nella società della conoscenza e ai conflitti tra utenti e autore-editore da una parte e provider di servizi-piattaforma dall’altra. In altre parole, come risolvere il dilemma tra crescita (debole), produttività cognitiva (espansa), profitti (calanti), investimenti AI (gonfiati) e occupazione (scarsa)?

Il testo si conclude con la presentazione di quattro scenari – dal più pessimistico al più ottimistico – che abbiamo di fronte e nei quali provare a districare almeno alcuni dei tanti dilemmi in cui siamo immersi con la diffusione dell’AI.

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AI, Anthropic si garantisce l’accesso al supercomputer di SpaceX e ai chip avanzati di Google

L’accordo di Anthropic con SpaceX e xAI per l’utilizzo del supercomputer Colussus 1 e dei futuri data center orbitali

Anthropic, la società che sviluppa i modelli di intelligenza artificiale Claude, ha siglato due accordi strategici che mostrano la vera dimensione della corsa globale all’AI: non conta più soltanto la qualità degli algoritmi, ma soprattutto la disponibilità di infrastrutture di calcolo.

Il primo accordo riguarda SpaceXAI e xAI, che metteranno a disposizione di Anthropic il supercomputer Colossus 1, descritto come uno dei sistemi AI più grandi e rapidi mai costruiti. Il cluster dispone di oltre 220.000 GPU NVIDIA, incluse H100, H200 e future GB200, ed è progettato per addestramento, inferenza e simulazioni AI su scala estrema. Anthropic utilizzerà questa capacità aggiuntiva per aumentare le prestazioni dei servizi Claude Pro e Claude Max.

L’intesa prevede inizialmente circa 300 megawatt di capacità computazionale supplementare, una potenza paragonabile a quella assorbita da grandi data center hyperscale. Il dato rende evidente quanto il fabbisogno energetico dell’intelligenza artificiale stia crescendo rapidamente: la potenza necessaria per addestrare e far funzionare i modelli di nuova generazione sta mettendo sotto pressione reti elettriche, sistemi di raffreddamento e disponibilità di hardware.

L’aspetto più ambizioso dell’accordo riguarda però il lungo periodo. Anthropic ha infatti manifestato interesse a collaborare con SpaceX per sviluppare infrastrutture AI orbitali da più gigawatt. L’idea nasce dalla convinzione che, in futuro, i limiti terrestri legati a energia, spazio fisico e raffreddamento potrebbero non essere sufficienti per sostenere la crescita dell’intelligenza artificiale. SpaceX ritiene di essere l’unica azienda con la frequenza di lanci e l’economia di scala necessarie per trasformare il “compute orbitale” in un progetto industriale concreto.

Anthropic verserà a Google 200 miliardi di dollari in cinque anni per chip avanzati e capacità cloud

Parallelamente, Anthropic avrebbe firmato con Google uno degli accordi economici più grandi mai visti nel settore tecnologico. Secondo The Information, la società si sarebbe impegnata a spendere fino a 200 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni per ottenere accesso a chip avanzati e infrastrutture cloud. L’obiettivo è garantirsi la capacità computazionale necessaria a continuare lo sviluppo dei modelli Claude in un mercato dove la domanda di GPU e server cresce più rapidamente dell’offerta disponibile.

Il valore dell’accordo evidenzia la nuova geografia del potere nell’intelligenza artificiale. Le grandi piattaforme cloud (da Google a Amazon, Microsoft e Oracle) stanno diventando infrastrutture indispensabili per le aziende AI. Secondo le stime riportate, questi operatori avrebbero già accumulato impegni contrattuali vicini ai 2 trilioni di dollari legati alla domanda di servizi AI.

La pressione economica è enorme. Le proiezioni citate indicano che entro il 2026 OpenAI potrebbe sostenere costi server per 45 miliardi di dollari, mentre Anthropic potrebbe arrivare a 20 miliardi. Il problema principale non riguarda più soltanto i chip, ma anche la disponibilità di memoria RAM, energia elettrica e capacità di raffreddamento dei data center.

Questi accordi mostrano come l’intelligenza artificiale stia diventando una questione infrastrutturale globale sempre critica e soprattutto una risorsa strategica scarsa. La competizione non si gioca più solo sui modelli software, ma sulla capacità di assicurarsi supercomputer, energia e accesso privilegiato ai grandi sistemi cloud. Ce ne sarà per tutti?

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AI Act, l’Ue prende tempo e rinvia gli obblighi per i sistemi ad alto rischio. Stop ai deepkafe nudi

Accordo Ue sulle semplificazioni dell’AI Act, ecco cosa cambia e il calendario dell’entrata in vigore

L’Unione europea (Ue) riscrive il calendario di attuazione dell’AI Act e introduce nuove semplificazioni per le imprese, senza arretrare sulle tutele dei cittadini. Nella notte Parlamento europeo e Consiglio dell’Ue hanno raggiunto l’accordo politico sul cosiddetto “omnibus digitale sull’intelligenza artificiale, il pacchetto presentato dalla Commissione europea il 19 novembre 2025 per alleggerire alcuni obblighi della normativa europea sull’AI, mantenendone però l’impianto di sicurezza e protezione dei diritti fondamentali.

Il risultato è una revisione molto rilevante soprattutto per le aziende che sviluppano o utilizzano sistemi di intelligenza artificiale in settori sensibili: cambia infatti il calendario di entrata in vigore degli obblighi per i sistemi ad alto rischio, vengono chiariti i rapporti tra AI Act e norme sulla sicurezza dei prodotti e si rafforzano i divieti contro gli utilizzi più abusivi dell’IA generativa.

Si tratta di un passaggio cruciale perché la normativa discussa è la prima regolazione organica al mondo sull’intelligenza artificiale e riguarda ormai quasi ogni settore economico: dalla sanità ai trasporti, dalle risorse umane alle piattaforme online, fino alla pubblica amministrazione.

L’obiettivo dichiarato della Commissione è evitare che le aziende debbano adeguarsi a norme tecniche ancora incomplete o non coordinate con la legislazione settoriale europea.

Le nostre imprese e i nostri cittadini vogliono due cose dalle regole dell’AI. Vogliono essere in grado di innovare e sentirsi al sicuro. L’accordo odierno fa entrambe le cose. Con regole più semplici e favorevoli all’innovazione, rendiamo più facile innovare senza abbassare il livello di sicurezza. Stiamo inoltre assicurando che gli strumenti a sostegno delle imprese dell’UE per un’agevole attuazione della legge sull’AI siano pronti”, ha dichiarato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.

Dal 2 dicembre 2027: obblighi per i sistemi AI ad alto rischio

La prima data decisiva sarà il 2 dicembre 2027. Da quel momento scatteranno le regole per i sistemi di intelligenza artificiale classificati come “ad alto rischio” utilizzati in ambiti particolarmente sensibili.

Tra questi rientrano: sistemi biometrici; infrastrutture critiche; istruzione e formazione; occupazione e gestione del personale; forze dell’ordine; migrazione e asilo; controllo delle frontiere.

Si tratta delle applicazioni considerate più delicate dall’Unione europea perché possono incidere direttamente sui diritti fondamentali delle persone: accesso al lavoro, valutazione scolastica, sorveglianza, identificazione biometrica, gestione dei flussi migratori.

Per queste tecnologie saranno richiesti obblighi stringenti di gestione del rischio; qualità dei dati; supervisione umana; trasparenza; tracciabilità; cybersecurity; documentazione tecnica.

Il rinvio al dicembre 2027 serve a consentire la predisposizione delle norme tecniche europee e degli strumenti operativi necessari all’applicazione uniforme del regolamento.

Dal 2 agosto 2028: sistemi AI integrati nei prodotti

Una seconda scadenza fondamentale è fissata al 2 agosto 2028.

Da quella data si applicheranno le regole ai sistemi di IA incorporati come componenti di sicurezza in prodotti disciplinati dalla normativa europea sulla sicurezza e sulla sorveglianza del mercato.

È il caso, ad esempio, di ascensori; macchinari industriali; giocattoli; dispositivi soggetti a certificazione europea.

Questa distinzione è particolarmente importante per il mondo industriale e manifatturiero europeo, perché consente di coordinare meglio l’AI Act con le norme settoriali già esistenti, evitando sovrapposizioni burocratiche tra regolazione dell’AI e regolazione dei prodotti.

Stop alle app di “nudificazione” e ai contenuti pedopornografici

L’accordo introduce anche un rafforzamento dei divieti, come i deepfake. Saranno vietati i sistemi di intelligenza artificiale che generano contenuti sessualmente espliciti non consensuali, immagini intime false, materiale pedopornografico.

Nel mirino ci sono soprattutto le cosiddette applicazioni di “nudificazione” basate su AI generativa, strumenti capaci di creare immagini realistiche di persone nude partendo da fotografie autentiche.
Un caso eclatante, tra i tanti, è quello che ha visto in questi giorni involontaria protagonista la Premier Giorgia Meloni.

Negli ultimi mesi queste tecnologie hanno registrato una forte diffusione online, soprattutto attraverso app mobili e piattaforme social, sollevando gravi preoccupazioni in materia di violenza digitale, revenge porn e tutela dei minori.

L’Unione europea sceglie dunque una linea molto rigida su uno degli utilizzi più controversi dell’intelligenza artificiale generativa.

La legge posticipa inoltre l’applicazione degli obblighi di ‘watermarking’, cioè le tecniche che consentono di individuare e tracciare i contenuti generati dall’AI.

Più semplificazioni per imprese e PMI

Il pacchetto omnibus nasce però soprattutto con una finalità economica: ridurre i costi di conformità per le imprese europee. Secondo Bruxelles, il rischio era che l’AI Act diventasse troppo complesso da applicare soprattutto per startup, PMI e aziende innovative.

Per questo l’accordo prevede: semplificazioni procedurali, governance più chiara, minori duplicazioni normative, estensione di alcune agevolazioni anche alle imprese a media capitalizzazione.

Un punto centrale riguarda il coordinamento tra AI Act e regolamento macchine, così da evitare doppie certificazioni o sovrapposizioni tra obblighi settoriali e obblighi sull’intelligenza artificiale.

Arrivano gli “spazi di sperimentazione normativa”

Una delle novità più interessanti riguarda l’espansione dei “sandbox regolatori”, ossia ambienti controllati nei quali le imprese potranno testare sistemi di IA in condizioni reali sotto la supervisione delle autorità.

L’accordo prevede spazi di sperimentazione nazionali, un sandbox europeo centralizzato e accesso facilitato per gli innovatori. L’obiettivo è accelerare sviluppo e sperimentazione senza compromettere sicurezza e tutela dei diritti.

È una misura molto attesa soprattutto dalle startup europee dell’intelligenza artificiale, che da tempo chiedevano regole più prevedibili e meno onerose rispetto ai grandi operatori globali.

Secondo la correlatrice della commissione Mercato interno e tutela dei consumatori, Arba Kokalari (Ppe, Svezia), “con questo accordo, dimostriamo che la politica può evolversi con la stessa rapidità della tecnologia. Ora rendiamo le norme sull’AI più applicabili nella pratica, eliminiamo le sovrapposizioni e sospendiamo i requisiti per i sistemi ad alto rischio. Affinché l’Europa diventi un continente dell’AI, dobbiamo promuovere l’innovazione, sostenere le startup e le scaleup e semplificare lo sviluppo dell’AI in Europa“.

Per il correlatore della commissione per le Libertà civili, la giustizia e gli affari interni, Michael McNamara (Renew, Irlanda), “oltre alle misure di semplificazione, vietiamo le app di nudità, un punto chiave del mandato del Parlamento, e, naturalmente, la creazione di materiale pedopornografico tramite sistemi di intelligenza artificiale. In questo modo, disponiamo degli strumenti per intervenire qualora i fornitori non si adoperino per risolvere il problema dei sistemi di intelligenza artificiale che compromettono i diritti fondamentali o la dignità umana”.

Rafforzato il potere dell’Ufficio europeo per l’IA

L’intesa amplia anche i poteri dell’AI Office della Commissione europea, l’organismo che avrà il compito di vigilare sull’applicazione della normativa.

L’Ufficio potrà rafforzare il monitoraggio dei modelli di IA per finalità generali, dei sistemi integrati nelle piattaforme online molto grandi e dei motori di ricerca di dimensioni molto grandi.

È un punto strategico perché l’Europa punta a esercitare un controllo diretto sui modelli più avanzati di AI generativa e sui grandi operatori digitali globali.

Il settimo “omnibus” della strategia di semplificazione europea

L’omnibus sull’IA fa parte di una più ampia strategia della Commissione europea per ridurre gli oneri regolatori. Il pacchetto presentato il 19 novembre 2025 comprendeva la semplificazione delle norme su AI, un secondo omnibus su cybersicurezza e dati e una nuova strategia europea per l’Unione dei dati.

Secondo Bruxelles, l’obiettivo è rendere le imprese europee più competitive, meno gravate da costi amministrativi e più rapide nell’innovazione digitale. Quello approvato dai co-legislatori rappresenta il settimo intervento omnibus della legislatura europea.

I prossimi passaggi

L’accordo provvisorio deve essere ora adottato formalmente sia dal Parlamento che dal Consiglio prima di poter entrare in vigore. I colegislatori intendono adottarlo entro il 2 agosto prossimo, data di entrata in vigore delle attuali norme sui sistemi ad alto rischio.

Successivamente il testo sarà pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea ed entrerà in vigore tre giorni dopo la pubblicazione. Da quel momento inizierà ufficialmente il nuovo percorso temporale dell’AI Act europeo.

Perché questo accordo è importante

La decisione dei co-legislatori europei segna un equilibrio politico molto delicato.

Da un lato l’Europa conferma l’ambizione di costruire la regolazione più avanzata al mondo sull’intelligenza artificiale, mantenendo forti garanzie su sicurezza, trasparenza e diritti fondamentali.

Dall’altro riconosce che l’eccesso di complessità normativa rischiava di rallentare l’innovazione europea proprio mentre Stati Uniti e Cina accelerano nello sviluppo dell’IA generativa.

Il nuovo calendario offre dunque più tempo alle imprese per adeguarsi, ma conferma che le applicazioni considerate più pericolose continueranno a essere sottoposte a controlli rigorosi.

Per cittadini, aziende e pubbliche amministrazioni significa una cosa molto concreta: l’intelligenza artificiale entrerà sempre di più nella vita quotidiana europea, ma con regole precise su responsabilità, sicurezza e limiti d’uso.

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La Pennsylvania fa causa a Character.AI: “Il chatbot si spaccia per medico”

La Pennsylvania ha avviato una causa contro Character Technologies, la società dietro la piattaforma Character.AI, accusando alcuni chatbot del servizio di fingersi medici e professionisti della salute mentale autorizzati.

Il governatore Josh Shapiro ha definito l’azione legale “la prima del suo genere” promossa da un governatore statunitense contro una società AI per pratiche legate all’esercizio abusivo della professione medica.

Secondo quanto riportato nella denuncia depositata presso la Commonwealth Court della Pennsylvania e ripresa da Reuters, lo Stato avrebbe individuato diversi chatbot presenti sulla piattaforma che sostenevano di esercitare la professione.

Il caso “Emilie”: “Sono una psichiatra autorizzata”

Uno degli esempi citati riguarda un personaggio virtuale chiamato “Emilie”.

Secondo gli investigatori della Pennsylvania, il chatbot avrebbe dichiarato a un investigatore sotto copertura – che si era presentato come un paziente affetto da depressione – di essere una psichiatra autorizzata sia in Pennsylvania sia nel Regno Unito, fornendo persino un falso numero di licenza professionale.

Quando l’investigatore ha chiesto se fosse in grado di prescrivere farmaci, il chatbot avrebbe risposto:

“Tecnicamente sì. Rientra nelle mie competenze come medico.” Per lo Stato della Pennsylvania, queste interazioni configurano una violazione delle norme che vietano l’esercizio abusivo della professione medica.

La Pennsylvania chiede un’ingiunzione

Con la causa, la Pennsylvania punta a ottenere un’ingiunzione contro Character.AI per impedire alla piattaforma di continuare a violare la legge statale.

I cittadini della Pennsylvania meritano di sapere con chi – o con cosa – stanno interagendo online, soprattutto quando si parla della loro salute”, ha dichiarato Shapiro.

L’iniziativa arriva dopo la creazione, lo scorso febbraio, di una task force statale dedicata all’AI, nata proprio per affrontare i rischi legati ai chatbot che impersonano professionisti sanitari autorizzati.

Character.AI: “Personaggi fittizi e creati per intrattenimento”

Character.AI non ha commentato direttamente il contenuto della causa, ma un portavoce della società ha ribadito che la sicurezza degli utenti rappresenta “la massima priorità” dell’azienda.

“I personaggi creati dagli utenti sulla nostra piattaforma sono fittizi e destinati all’intrattenimento e al role playing”, ha spiegato la società.

Secondo Character.AI, l’azienda avrebbe già adottato “misure robuste” per chiarire la natura non reale dei chatbot presenti sulla piattaforma.

Non è la prima controversia

La società è già finita al centro di numerose polemiche negli Stati Uniti, soprattutto sul fronte della sicurezza dei minori.

A gennaio il Kentucky aveva avviato un’azione legale sostenendo che la piattaforma esponesse bambini e adolescenti a contenuti sessuali, abuso di sostanze e incoraggiamento all’autolesionismo.

Nello stesso mese Character.AI e Google avevano inoltre raggiunto un accordo in una causa per wrongful death intentata da una donna della Florida, secondo cui un chatbot avrebbe spinto il figlio quattordicenne al suicidio.

Dopo quelle polemiche, Character.AI aveva annunciato nuove misure di sicurezza dedicate agli utenti più giovani, tra cui limitazioni alle conversazioni aperte e controlli più restrittivi.

Il nodo dei chatbot “esperti”

Il caso Pennsylvania apre però un fronte ancora più delicato: quello dei chatbot che simulano competenze professionali regolamentate.

Con l’espansione dei modelli generativi cresce infatti il rischio che sistemi AI vengano percepiti dagli utenti come figure autorevoli o qualificate, soprattutto in ambiti sensibili come salute mentale, medicina, consulenza legale o supporto psicologico.

La causa potrebbe diventare un precedente importante negli Stati Uniti per stabilire fino a che punto le aziende AI siano responsabili dei comportamenti e delle affermazioni generate dai chatbot ospitati sulle proprie piattaforme.

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OpenAI accelera sullo smartphone AI disegnato da Jony Ive, produzione di massa possibile già nel 2027

Manca poco al primo smartphone di OpenAI basato su intelligenza artificiale, con una possibile produzione di massa già nella prima metà del 2027. A indicarlo è l’analista MingChi Kuo, secondo cui il progetto avrebbe ormai assunto una direzione più concreta sul piano industriale.

Il dispositivo sarebbe pensato come un concorrente diretto dell’iPhone, ma con un’impostazione diversa: non uno smartphone tradizionale con funzioni AI aggiunte, bensì un prodotto costruito fin dall’origine attorno all’intelligenza artificiale.

Chip personalizzato e doppia NPU

Al centro del progetto ci sarebbe un processore MediaTek personalizzato, realizzato su un nodo TSMC di nuova generazione. L’architettura dovrebbe integrare una doppia NPU, cioè due unità dedicate all’elaborazione AI, per gestire in modo più efficiente funzioni avanzate direttamente sul dispositivo.

Tra le caratteristiche tecniche indicate emergono anche miglioramenti nella gestione della memoria, nella sicurezza e nell’elaborazione delle immagini. Quest’ultimo punto è particolarmente rilevante: un sistema avanzato di image processing potrebbe potenziare le capacità di percezione visiva del dispositivo, rendendolo più adatto a interpretare ambienti, oggetti e contesti in tempo reale.

La strategia: ridefinire interfacce e sistemi operativi

Il progetto si inserisce nella strategia più ampia di OpenAI di ridefinire il rapporto tra utenti, interfacce e sistemi operativi. L’obiettivo non sarebbe soltanto entrare nel mercato hardware, ma proporre un nuovo modello di interazione, in cui l’AI diventa il centro dell’esperienza d’uso.

In questa direzione va letto anche il coinvolgimento di Jony Ive, storico designer di Apple, il cui ruolo rafforza l’idea di un prodotto pensato per competere non solo sul piano tecnologico, ma anche su quello dell’esperienza utente.

Un dispositivo per sostenere la crescita di OpenAI

Lo smartphone potrebbe avere anche una funzione strategica sul piano finanziario. Un prodotto hardware di massa rafforzerebbe il posizionamento di OpenAI in vista di una possibile IPO, ampliando il perimetro dell’azienda oltre software, abbonamenti e servizi enterprise.

Entrare nel mercato dei dispositivi AI significherebbe infatti costruire un canale diretto con gli utenti finali, riducendo la dipendenza dagli ecosistemi controllati da Apple e Google.

Spedizioni potenziali tra 2027 e 2028

Se la tabella di marcia verrà rispettata, le spedizioni tra il 2027 e il 2028 potrebbero raggiungere decine di milioni di unità. Sarebbe un ingresso significativo nel mercato hardware per un’azienda nata nel software e oggi al centro della corsa globale all’intelligenza artificiale.

Resta però aperta la sfida principale: trasformare un modello AI avanzato in un prodotto consumer affidabile, sicuro e realmente utile nella vita quotidiana. Per OpenAI, lo smartphone non sarebbe solo un nuovo dispositivo, ma il tentativo di spostare il baricentro dell’esperienza digitale dall’app all’intelligenza artificiale.

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Niente AI su Siri, Apple rimborsa 250 milioni di dollari ai possessori di iPhone

Apple paga per l’AI mancata: chiusa class action negli Stati Uniti dopo il caso Siri e Apple Intelligence

Apple ha accettato di pagare 250 milioni di dollari per chiudere una class action negli Stati Uniti legata ad Apple Intelligence, il sistema di intelligenza artificiale (AI) presentato nel 2024 come il grande salto evolutivo dell’ecosistema iPhone. Al centro della vicenda, raccontata da David McCabe e Kalley Huang sul New York Times, ci sono soprattutto l’assistente virtuale Siri e le funzionalità avanzate di AI che l’azienda aveva promesso agli utenti ma che, secondo i ricorrenti, non erano disponibili al momento del lancio commerciale dei nuovi dispositivi.

L’intesa, depositata davanti alla U.S. District Court del Northern District of California e ancora in attesa di approvazione definitiva da parte del giudice federale, prevede rimborsi diretti compresi tra 25 e 95 dollari per dispositivo agli acquirenti di alcuni modelli di iPhone 16 e iPhone 15 Pro acquistati tra giugno 2024 e marzo 2025.

È uno dei casi più significativi degli ultimi anni sul rapporto tra marketing e intelligenza artificiale nel settore tecnologico, e rappresenta anche un segnale della crescente pressione legale sulle Big Tech che promettono capacità AI ancora immature o non pienamente operative.

Il nodo: le promesse su Siri e Apple Intelligence

La contestazione nasce dalla campagna con cui Apple aveva lanciato Apple Intelligence durante la Worldwide Developers Conference del giugno 2024. In quell’occasione Cupertino aveva presentato la nuova piattaforma AI come la risposta interna a ChatGPT di OpenAI e a Gemini di Google.

Il punto centrale della strategia era il rilancio di Siri: un assistente personale profondamente rinnovato, capace di comprendere il contesto personale dell’utente, leggere email e messaggi, recuperare informazioni dai contenuti presenti sul dispositivo e interagire in modo molto più naturale.

Apple aveva inoltre promesso strumenti avanzati di scrittura automatica, riassunti intelligenti delle notifiche, organizzazione dei contenuti e assistenza contestuale nelle applicazioni di sistema.

Molte di queste funzionalità, però, non erano effettivamente disponibili quando gli iPhone 16 arrivarono sul mercato nel settembre 2024. Apple scelse un rilascio progressivo, distribuendo alcune caratteristiche nei mesi successivi attraverso aggiornamenti software.

Secondo le cause intentate dai consumatori, la società avrebbe però pubblicizzato capacità che “non esistevano ancora”, inducendo milioni di persone ad acquistare nuovi iPhone sulla base di funzioni AI assenti o incomplete.

Uno dei passaggi contenuti negli atti della class action è particolarmente duro: Apple avrebbe “ingannato milioni di consumatori inducendoli a spendere centinaia di dollari per un telefono che non avevano bisogno di acquistare, basandosi su funzionalità inesistenti”.

I problemi tecnici e il ritardo di Siri

Le difficoltà di Apple Intelligence sono emerse rapidamente.
Tra i casi più discussi c’è stato quello dei riassunti automatici delle notifiche, che in alcuni casi alteravano il significato di articoli giornalistici e notizie. Apple è stata costretta a disattivare temporaneamente alcune funzioni dopo le critiche ricevute.

Più delicata ancora la situazione di Siri. Nel marzo 2025 Apple ha rinviato ufficialmente il lancio della nuova versione avanzata dell’assistente vocale, citando problemi qualitativi e affidabilità insufficiente.

Il rinvio ha confermato ciò che molti analisti sospettavano: Apple era entrata nella corsa all’intelligenza artificiale generativa in ritardo rispetto ai concorrenti.

A differenza di Microsoft, Google o OpenAI, Cupertino non disponeva infatti di grandi modelli linguistici proprietari già maturi. La strategia iniziale puntava soprattutto sull’integrazione hardware-software e sull’elaborazione locale dei dati per preservare la privacy degli utenti, ma lo sviluppo delle capacità conversazionali si è rivelato più complesso del previsto.

Non è un caso che nel gennaio 2025 Apple abbia annunciato l’integrazione di Gemini di Google all’interno dei propri servizi AI, inclusa Siri. Una scelta che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata difficilmente immaginabile per una società storicamente ossessionata dal controllo verticale della propria tecnologia.

Il cambio ai vertici

Le difficoltà hanno avuto conseguenze anche sul management. Nel dicembre 2024 Apple ha annunciato l’uscita di scena di John Giannandrea, il manager arrivato da Google nel 2018 per guidare la strategia sull’intelligenza artificiale. Giannandrea era stato considerato il simbolo dell’ambizione AI di Cupertino, ma il ritardo accumulato rispetto ai concorrenti ha indebolito la sua posizione interna.

Nel frattempo il mercato finanziario ha premiato in modo netto le aziende che hanno investito aggressivamente nell’intelligenza artificiale generativa. Microsoft e Nvidia hanno visto crescere enormemente la propria capitalizzazione grazie alla spinta dell’AI, mentre Apple ha mantenuto un approccio più prudente e graduale.

Il caso Apple Intelligence mostra però anche il rischio opposto: promettere troppo presto funzioni non ancora mature.

Apple nega ogni illecito, ma intanto c’è l’accordo da 250 milioni

Nel quadro dell’accordo transattivo, Apple continua formalmente a negare qualsiasi illecito. “Dal lancio di Apple Intelligence abbiamo introdotto decine di funzionalità in molte lingue integrate nelle piattaforme Apple”, ha dichiarato Marni Goldberg, portavoce dell’azienda, che ha aggiunto: “Abbiamo risolto questa vicenda per restare concentrati su ciò che sappiamo fare meglio: offrire i prodotti e i servizi più innovativi ai nostri utenti”.

Dal punto di vista finanziario, 250 milioni di dollari rappresentano una cifra relativamente contenuta per una società che genera oltre 90 miliardi di dollari di utili annui. Diciamo che la rilevanza dell’accordo sta nel suo alto valore simbolico: per la prima volta, uno dei principali colossi tecnologici globali accetta di risarcire direttamente i consumatori per promesse considerate eccessive sulle capacità dell’intelligenza artificiale.

È un precedente che potrebbe avere conseguenze importanti su tutto il settore. Negli ultimi due anni le Big Tech hanno accelerato la comunicazione sull’AI spesso presentando prototipi o funzioni sperimentali come esperienze già pronte per il mercato. Non sempre però le cose vanno per il verso giusto e una grande opportunità di profitto si trasforma rapidamente in un grattacapo legale e reputazionale.

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Meloni attacca i deepfake, ma non dice come combatterli. A quando un DASPO digitale per gli autori?

Ha fatto il giro del web la foto generata dall’Intelligenza Artificiale che ritrae una Giorgia Meloni alquanto imbellita, in sotto veste e sguardo sensuale. E’ un falso. E’ stata lei stessa, ripostando la foto, a denunciare il deepfake pubblicato su Facebook. Meloni attacca giustamente i deepfake, però non dice concretamente come contrastarli, mentre il PD rilancia dicendo che va cambiata la legge, mentre la vice presidente della Camera Anna Ascani attacca la premier, chiedendole perché in passato FdI ha bocciato una legge in materia proposta dei dem. Ma la legge c’è già, è la 132/25 la prima legge sull’Intelligenza Artificiale, che penalizza l’uso dei deepfake rendendoli reato. La legge italiana ha introdotto una specifica disciplina penale contro la diffusione illecita di contenuti generati o alterati tramite intelligenza artificiale (IA), comunemente noti come deepfake. Quindi, non soltanto Meloni può difendersi, ma possono già farlo tutti coloro che ne sono vittime.

Il secondo comma dell’art. 612 quarter specifica che normalmente questo reato è punibile a querela della persona offesa mentre è addirittura punibile d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di di una pubblica autorità a causa delle funzioni esercitate.

Il problema resta sempre il solito, la legge c’è ma ad oggi occorrono strumenti più rapidi efficaci per garantire una tutela effettiva e tempestiva.

Ecco i punti chiave della legge al 2026:

  • Nuovo Reato (Art. 612-quater c.p.): La Legge 132/2025, entrata in vigore nel corso del 2025, ha introdotto il reato di “Illecita diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale”.
  • Cosa prevede la legge: Chiunque cagiona un danno ingiusto a una persona, diffondendo (pubblicando, cedendo, ecc.) senza il suo consenso immagini, video o voci falsificati con l’IA, è punito con la reclusione da 1 a 5 anni.
  • Aggravanti: Sono previste pene più severe se il deepfake ha carattere sessualmente esplicito (deepnude) o se il reato è commesso contro minori o soggetti vulnerabili.
  • Procedibilità: Il reato è procedibile a querela della persona offesa, tranne nei casi più gravi che prevedono la procedibilità d’ufficio.
  • Obbligo di segnalazione: La normativa richiede che ogni contenuto creato o modificato tramite IA sia chiaramente segnalato come tale.
  • Il contesto europeo: Oltre alla legge italiana, si applica l’AI Act europeo, che vieta alcune pratiche di IA e impone obblighi di trasparenza, con piena applicazione dal 2 agosto 2026.

La denuncia di Meloni

“Girano in questi giorni diverse mie foto false, – scrive Meloni – generate con l’intelligenza artificiale e spacciate per vere da qualche solerte oppositore. Devo riconoscere che chi le ha realizzate, almeno nel caso in allegato, mi ha anche migliorata parecchio. Ma resta il fatto che, pur di attaccare e di inventare falsità, ormai si usa davvero qualsiasi cosa”.

“I deepfake sono uno strumento pericoloso, perché possono ingannare, manipolare e colpire chiunque. Io posso difendermi. Molti altri no. Per questo motivo, una regola dovrebbe sempre valere: verificare prima di credere e pensare prima di condividere. Perché oggi succede a me, domani potrebbe succedere a chiunque”, ha scritto.

Il Far Web dell’era Trump

Facebook, Instagram e gli altri social (per non parlare di X, con la sua AI Grok, soprattutto nudi di ragazzin* e video hard falsificati con il volto di ignare vittime impegnate in atti osceni) sono diventati un porto di mare da quando Donald Trump è tornato alla presidenza degli Usa.

Nell’era di Trump siamo in pieno Far Web, in nome di una non meno specificata libertà di espressione tutti i filtri anti-deepfake e anti-porno in vigore in precedenza sulle piattaforme social sono stati rimossi. Le nostre democrazie vengono minate alla radice con messaggi falsificati dall’AI, difficili da riconoscere e ancor di più da rimuovere dalla Rete, nonostante le segnalazioni. Fa bene la premier Meloni a segnalare il suo deepfake, ma dovrebbe farsi promotore di un’alleanza internazionale con Trump per contrastare il fenomeno. Certo, il presidente Trump è il primo utilizzatore dell’AI per deepfake di se stesso, visto che si è autoritratto sotto le spoglie del Papa e di Gesù Cristo. Per non parlare del video di Gaza, con Nethaniau, che ha sconcertato il mondo intero.  

Deepfake, danno per le nostre democrazie

Anche l’immagine, falsa, di Meoni in lingerie poteva tranquillamente trarre in inganno gli utenti, molti dei quali sicuramente crederanno anche domani che si tratta di uno scatto autentico del nostro Presidente del Consiglio. E questo è un danno evidente per le nostre democrazie, in balia dell’uso distorto dell’AI. Nel caso specifico, impossibile sapere chi abbia diffuso il deepfake di Meloni. Non è detto che sia stato qualche oppositore politico, per quanto ne sappiamo potrebbe essere stato qualche trumpiano deluso che vive in Italia, o un ragazzino chiuso nella sua stanzetta.

Il punto è che in molti casi sa sa subito chi è l’autore del deepfake. Quando c’è un nome reale, se si conosce l’autore, andrebbe immediatamente bloccato e allontanato dal web con una sorta di DASPO digitale con conseguente eliminazione dal web del post incriminato.

Dopo un certo numero di segnalazioni verificate, le piattaforme dovrebbero subito eliminare i post.

Soprattutto se a segnalare l’abuso è una fonte autorevole, come ad esempio Palazzo Chigi, visto che il deepfake della Presidente del Consiglio rischia di avere conseguenze negative sul corretto funzionamento delle nostre democrazie e sull’immagine internazionale dell’Italia.

Vanno subito reintrodotti i filtri anti porno e anti deepfake che c’erano in passato e che sono spariti nell’era Trump (quando c’era Biden questi filtri c’erano).

Serve un accordo internazionale per imporre la reintroduzione di questi filtri.

Proposta di legge giacente in Parlamento  

In Italia il tema non è certo nuovo alla politica, tanto più che numerose esponenti di diversi partiti sono stato oggetto di deepfake, basti ricordare il tristemente noto caso del sito Phica.net e del forum su Facebook “Mia Moglie” che tanta indignazione sollevarono lo scorso anno, con l’avvio nell’ambito della commissione d’inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, guidata dall’onorevole Martina Semenzato, di un ampio lavoro di analisi del fenomeno scaturito in una serie di proposte ad hoc, in primis “l’introduzione del reato di creazione di nudo con l’AI”.

Due sono le proposte di legge in questo senso, che giacciono in Parlamento. La prima, depositata da Noi Moderati – CARFAGNA ed altri: “Disposizioni per la tutela dell’identità personale e per il contrasto della diffusione non autorizzata di immagini o voci di persone reali prodotte o modificate mediante sistemi di intelligenza artificiale e di contenuti illegali nella rete internet” (2580) – è stata assegnata alla Commissione IX Trasporti in sede Referente l’11 novembre 2025.

Otto articoli che prevedono lo stop all’anonimato online, un marchio identificativo per i deepfake, l’introduzione del reato di diffusione fraudolenta online, la responsabilizzazione delle piattaforme. La senatrice Mariastella Gelmini aveva così commentato: ‘È fondamentale ribadire dunque l’importanza della denuncia, perché gli strumenti di tutela ci sono e credo sia doveroso ringraziare la Polizia Postale per il lavoro che sta svolgendo’.

Da Ascani a Gelmini, i commenti della politica dopo il deepfake della Meloni

Oggi Giorgia Meloni si accorge che i deepfake sono pericolosi. Se ne accorge perché a esserne vittima è lei – ha commentato la dem Anna Ascani, vicepresidente della Camera -. La premier dimentica che il suo governo ha agito anche qui col solito schema: introducendo un reato. Niente di più inutile. Quello che serve è una legge che permetta alle autorità preposte di chiedere alle piattaforme la rimozione immediata di contenuti di questo tipo, soprattutto quelli che inquinano il dibattito pubblico. E questa legge non esiste perché questo esecutivo non l’ha voluta“.

“Sono su posizioni e idee politiche saldamente agli antipodi di quelle portate avanti da Meloni, ma da donna, offro la mia solidarietà alla premier perché questa è una battaglia su cui ci si dovrebbe unire – ha invece sottolineato la senatrice cinquestelle Alessandra Maiorino -. Riteniamo che l’obbligo di identità digitale sia un tema non più rinviabile. Il web non può continuare a restare la giungla senza regole che è ora“.

Anche Mariastella Gelmini, senatrice di Noi Moderati, ha espresso vicinanza alla premier: “È inaccettabile quanto accaduto alla premier Meloni. Credo sia doveroso tracciare una linea di demarcazione netta tra satira, intrattenimento e disinformazione, molestie, truffe o furti di identità”. Manifestazioni di vicinanza alla presidente del Consiglio sono arrivate anche da Simonetta Matone, deputata della Lega e da Carlo Fidanza e Stefano Cavedagna di FdI.

In Danimarca c’è la proposta di mettere il copyright sul corpo e sul volto delle persone. Il modello danese potrebbe essere utile anche da noi?

Gianluca Regolo (Avvocato esperto di proprietà intellettuale): “Il deepfake di Meloni già presidiato dal codice penale. Utilizzo di dati biometrici per addestrare l’AI senza base giuridica pone problema di liceità”

La diffusione online di immagini manipolate tramite intelligenza artificiale raffiguranti la Premier, Giorgia Meloni, ha riacceso un dibattito che, al di là dell’impatto mediatico, impone una lettura più rigorosa dal punto di vista giuridico.

Si rischia altrimenti, in questi casi, di sovrapporre il piano dell’indignazione pubblica a quello dell’analisi normativa.

Una struttura normativa, seppur ancora lacunosa (almeno per ciò che riguarda l’effettività della tutela), in grado di regolamentare il fenomeno dei deepfake esiste già.

Si tratta di un sistema articolato in disposizioni legislative di rango comunitario nazionale che, proprio per questo, richiede di essere compreso nella sua interezza e perché no, anche implementato.

Il quadro penale italiano: una fattispecie già tipizzata

Con l’introduzione dell’art. 612-quater c.p., il legislatore italiano ha già riconosciuto espressamente la rilevanza penale della diffusione di contenuti generati o manipolati tramite intelligenza artificiale senza il consenso della persona ritratta.

La norma, entrata in vigore nell’ottobre 2025, sembra rappresentare un punto di equilibrio tra innovazione tecnologica e tutela della persona, colpendo quelle condotte che incidono sulla dignità, sull’identità e sulla reputazione individuale.

Sotto questo profilo, la vicenda che ha coinvolto la Presidente del Consiglio si colloca in un perimetro già presidiato dal diritto penale (e non solo). Il tema, quindi, non è tanto l’assenza di strumenti, quanto la loro concreta applicazione in contesti caratterizzati da rapidità di diffusione e difficoltà di tracciamento delle responsabilità.

Tra dati personali e dati biometrici

Se il diritto penale interviene a valle, il nodo più delicato si colloca a monte, nel trattamento dei dati.

I deepfake, per loro natura, presuppongono l’utilizzo di informazioni riconducibili a una persona fisica: immagini, tratti somatici, voce. Elementi che, nel quadro normativo europeo, rientrano nella nozione di dato personale e, nei casi più avanzati, di dato biometrico.

Il dato biometrico, in particolare, è soggetto a un regime di tutela rafforzato, proprio perché consente l’identificazione univoca dell’individuo.

L’impiego di tali dati per addestrare modelli di intelligenza artificiale o per generare contenuti sintetici, senza una base giuridica adeguata, pone un problema immediato di liceità del trattamento, indipendentemente dalla successiva diffusione del contenuto.

Questo passaggio è centrale: il deepfake non è soltanto un prodotto finale potenzialmente lesivo, ma l’esito di un processo che può risultare illecito già nella fase di acquisizione e utilizzo dei dati.

Ne deriva che la tutela non può limitarsi alla rimozione o alla sanzione del contenuto, ma deve investire l’intera filiera tecnologica.

L’AI Act: trasparenza come obbligo strutturale

In questa direzione si muove il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act), che introduce obblighi specifici per i sistemi capaci di generare o manipolare contenuti audiovisivi. Il principio cardine è quello della trasparenza: i contenuti sintetici devono essere riconoscibili come tali.

L’obbligo di etichettatura o di marcatura tecnica (ad esempio tramite watermark) incide direttamente sul modo in cui questi contenuti vengono progettati e diffusi, imponendo agli operatori una responsabilità che precede la fase patologica dell’illecito.

L’AI Act, quindi, non si sovrappone alle norme penali o privacy, ma ne rappresenta un completamento funzionale: mentre queste intervengono quando il danno si è già prodotto, il regolamento europeo mira a ridurre il rischio che tale danno si verifichi, agendo sul piano della prevenzione.

Le iniziative legislative in corso: tra continuità e confronto politico

Ciò che oggi emerge con maggiore evidenza non è tanto la novità del tema, quanto il suo ritorno ciclico al centro dell’agenda politica. Il fenomeno dei deepfake riacquista visibilità in occasione di vicende mediatiche rilevanti e, con esso, riemerge un confronto normativo che in realtà non si è mai interrotto.

In questa fase, l’attenzione si concentra su un disegno di legge promosso da esponenti di Fratelli d’Italia, attualmente in discussione parlamentare, che mira a intervenire in modo più mirato sulla diffusione di contenuti manipolati mediante intelligenza artificiale. Parallelamente, il Partito Democratico ha rivendicato la continuità del proprio lavoro sul tema, evidenziando come alcune delle soluzioni oggi prospettate fossero già state oggetto di precedenti iniziative legislative. Al di là della dialettica politica, il dato rilevante sembra essere proprio questo: il legislatore italiano è progressivamente chiamato a costruire una disciplina efficace contro i deepfake per stratificazione, attraverso interventi che tendono a convergere su alcuni assi comuni.

Le proposte attualmente in esame si muove, in particolare, lungo tre direttrici principali. 1) La prima riguarda il rafforzamento degli obblighi di riconoscibilità dei contenuti artificiali, con l’introduzione di meccanismi che impongano di segnalare in modo chiaro quando un’immagine, un video o un audio siano stati generati o alterati tramite intelligenza artificiale. 2) La seconda attiene al ruolo delle piattaforme digitali, alle quali verrebbero attribuiti obblighi più stringenti in termini di rimozione tempestiva dei contenuti illeciti e di cooperazione con le autorità. 3) La terza concerne il potenziamento dei poteri di vigilanza, in particolare in capo all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, con la previsione di sanzioni nei confronti degli operatori che non rispettino le prescrizioni.

Se si osservano queste linee di intervento in chiave sistematica, emerge come esse si innestino su un impianto già delineato a livello europeo.

Il riferimento è, in primo luogo, al Regolamento sull’intelligenza artificiale (AI Act), che introduce obblighi di trasparenza per i sistemi in grado di generare contenuti sintetici, imponendo che tali contenuti siano riconoscibili come artificiali. Sotto questo profilo, le proposte nazionali appaiono in larga parte coerenti con l’impostazione europea, muovendosi nella stessa direzione ma con un livello di dettaglio e di operatività maggiore, soprattutto per quanto riguarda i meccanismi di enforcement.

Allo stesso tempo, il rafforzamento delle responsabilità delle piattaforme richiama logiche già presenti nel diritto europeo dei servizi digitali, dove la cooperazione degli intermediari e la tempestività degli interventi di rimozione costituiscono elementi centrali. Le iniziative italiane sembrano quindi orientate a rendere più incisiva, sul piano interno, una serie di principi già affermati a livello sovranazionale, adattandoli alle specificità del fenomeno dei deepfake.

Più che introdurre principi radicalmente nuovi, queste iniziative tendono quindi a sistematizzare e rendere più incisivi strumenti già presenti nell’ordinamento, adattandoli alle specificità tecnologiche e operative dei contenuti generati tramite intelligenza artificiale.

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Verifica età under 13, Meta introduce l’analisi visiva AI e accusa Apple e Google: “Siano gli app store a controllare gli utenti”

Dopo le polemiche, gli ammonimenti dell’Eueopa e le vicende giudiziarie, Meta accelera sull’uso dell’intelligenza artificiale per verificare l’età degli utenti e rafforzare le protezioni per i minori su Instagram, Facebook e Messenger.

In un post pubblicato sul blog ufficiale, il gruppo guidato da Mark Zuckerberg ha annunciato una serie di aggiornamenti ai propri sistemi di age verification, con l’obiettivo di individuare account sospetti anche quando gli utenti dichiarano un’età falsa.

La novità principale riguarda l’introduzione di sistemi di analisi visiva basati su AI, che consentiranno alle piattaforme di analizzare foto e video per stimare l’età degli utenti attraverso elementi contestuali e segnali visivi.

AI e analisi dei profili

Meta spiega di utilizzare già strumenti di intelligenza artificiale per analizzare i profili e individuare possibili account appartenenti a minori di 13 anni, età minima richiesta per usare Facebook e Instagram.

I sistemi AI esaminano elementi come post, commenti, biografie, caption e riferimenti contestuali – ad esempio compleanni o classi scolastiche – per determinare se un account appartenga probabilmente a un minore.

Ora l’azienda amplia queste tecnologie anche a Instagram Reels, Instagram Live e Facebook Groups, con controlli più estesi e automatizzati. Se un account viene considerato sospetto, potrà essere disattivato e l’utente dovrà dimostrare la propria età attraverso procedure di verifica dedicate.

L’analisi visiva: “non è riconoscimento facciale”

La parte più delicata riguarda però l’uso dell’analisi visiva. Meta precisa che non si tratta di riconoscimento facciale tradizionale, ma di sistemi AI capaci di valutare “temi generali e indizi visivi”, come altezza o struttura ossea, per stimare una fascia d’età.

L’azienda sostiene che la combinazione tra segnali visivi, testo e interazioni consentirà di aumentare significativamente il numero di account underage individuati e rimossi.

Il tema resta comunque sensibile, soprattutto in Europa, dove il dibattito sulla verifica dell’età online si intreccia con privacy, protezione dei dati e Digital Services Act.

La dichiarazione contro Apple e Google

Nel post, Meta rilancia anche una richiesta politica ormai ricorrente: spostare la verifica dell’età a livello di app store e sistemi operativi. Secondo l’azienda, dovrebbero essere Apple e Google a verificare centralmente l’età degli utenti e condividere le informazioni con le app, evitando che ogni piattaforma debba sviluppare sistemi differenti. Per Meta, questo approccio garantirebbe maggiore uniformità, privacy e protezione.

L’annuncio di Meta arriva in un momento particolarmente delicato. La Commissione europea ha infatti rilevato in via preliminare che Facebook e Instagram violano il Digital Services Act per non aver gestito in modo adeguato il rischio di accesso ai servizi da parte dei minori di 13 anni.

Meta e lo scontro con Bruxelles sulla verifica dell’età online

Secondo Bruxelles, le piattaforme non avrebbero identificato, valutato e mitigato correttamente questo rischio, consentendo ai bambini di aggirare con facilità i limiti di età dichiarati nei termini di servizio.

Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, ha sottolineato che le condizioni generali non possono restare “semplici dichiarazioni scritte”, ma devono tradursi in azioni concrete a tutela degli utenti più giovani. Intanto anche il tentativo europeo di sviluppare un’app comune per la verifica dell’età procede tra molte resistenze degli Stati membri, dopo le vulnerabilità individuate nei test iniziali.

Sullo sfondo pesa anche il fronte giudiziario americano: a febbraio Mark Zuckerberg ha ammesso davanti a un tribunale civile a Los Angeles che il filtro di Instagram per bloccare gli under 13 “non ha funzionato” come avrebbe dovuto. Il risultato è un quadro sempre più teso, in cui tutela dei minori, responsabilità delle piattaforme e controllo dell’identità digitale diventano uno dei principali terreni di scontro tra Big Tech e regolatori.

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iliad, Megan Gale protagonista della nuova campagna pubblicitaria

iliad riporta sullo schermo Megan Gale. La modella e attrice australiana è protagonista della nuova campagna iliad “Poche cose sono per sempre”.

Il suo ritorno è una scelta creativa pensata per parlare al grande pubblico attraverso un riferimento immediatamente riconoscibile e diventa il punto di partenza per raccontare che anche le scelte più sedimentate possono essere riconsiderate.

È da qui che la campagna sviluppa il proprio messaggio sul cambiamento. Oggi cambiare significa scegliere con nuova consapevolezza dove riporre la propria fiducia. Una fiducia che, per iliad, nasce dalla coerenza tra ciò che viene promesso e ciò che viene realmente offerto. La fedeltà non è una condizione acquisita, ma  una relazione che si consolida nel tempo e che deve essere confermata dai fatti, giorno dopo giorno.

In un mercato segnato da cambiamenti continui, rimodulazioni, aumenti e modifiche contrattuali, in cui le persone sono sempre più attente alle promesse non sostenute dai fatti, iliad riafferma il senso del “per sempre”: non un semplice claim di comunicazione, ma un principio distintivo della propria identità. Un impegno sostenuto nel tempo attraverso trasparenza, semplicità, prezzi bloccati, assenza di costi nascosti e offerte che non cambiano nel tempo per chi le sottoscrive.

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Lo spot iliad: “Poche cose sono per sempre”

Dalla rottura iniziale del 2018 alla piattaforma “è iliad”, il racconto del brand si è evoluto senza perdere il proprio centro: semplicità trasparenza e coerenza. Con questa nuova campagna iliad introduce per la prima volta un volto noto nella propria comunicazione, senza rinunciare ai codici che ne hanno definito il linguaggio: tono diretto, ironia, essenzialità e capacità di mettere in discussione le convenzioni di settore.

Nello spot, Megan attraversa la città, cattura gli sguardi di chi la riconosce e arriva in uno store iliad. Il suo ingresso nello spazio iliad rende immediato il cuore della campagna: oggi Megan Gale entra nell’universo iliad come simbolo della continuità che si interrompe in favore del cambiamento. Nasce così un cortocircuito narrativo tra memoria collettiva e cambiamento, tra riconoscibilità e sorpresa. La battuta finale “Come iliad c’è solo iliad” chiude il racconto e ribadisce il posizionamento del brand: in un mercato affollato di promesse, iliad continua a distinguersi perché continua a mantenere ciò che promette.

Il media mix a supporto della campagna

Lo spot sarà on air da domenica 10 maggio in TV in versione 30” e 15”, inoltre la campagna sarà supportata da pianificazione CTV, Digital OOH compresa un’attività di domination delle principali stazioni italiane, Audio, Digital Audio e stampa con una domination di tutti i principali quotidiani italiani, per intercettare pubblici diversi e valorizzare il lancio attraverso un racconto d’impatto su tutti i canali.

Inoltre, la campagna verrà amplificata su diverse piattaforme digital, sui canali social del brand e nei canali trade.

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