Sky rileva ITV in Uk, deal da 1,6 miliardi di sterline per competere con Netflix & Co

Sky rileva i canali free e lo streaming di ITV, la principale emittente commerciale britannica, nata nel 1955 e principale concorrente della BBC, per un totale di 1,6 miliardi di sterline e crea così un colosso che ridisegna completamente il mercato britannico dei media. Un’operazione disegnata per creare un campione nazionale in grado di competere con i big dello streaming come Netflix, Amazon e Disney. La nuova entità avrà circa il 70% del mercato pubblicitario.

Il Ceo di Sky Dana Strong ha detto che l’accordo, annunciato oggi, rappresenta un momento topico, uno dei più importanti nel panorama britannico del broadcasting. L’accordo dovrà ora passare all’esame delle autorità regolatorie. Ma il senso è chiaro: ol principale operatore pay per view del paese, vale a dire Sky, acquisisce la principale emittente commerciale in chiaro, ITV, per difendere un business che rischia di essere spazzato via dallo streaming. A partire da YouTube e dai big dello streaming, i broadcaster tradizionali sono a rischio.

La nuova entità ha il 70% del mercato pubblicitario

Secondo gli analisti, la fusione dei canali di servizio pubblico di ITV con Sky, leader nel settore della pay-tv fondata da Rupert Murdoch nel 1989, rappresenterebbe oltre il 70% del mercato pubblicitario televisivo del Regno Unito.

Strong ha affermato che l’accordo garantirebbe “una programmazione britannica eccezionale” in un mondo in rapida evoluzione.

“ITV rimarrà un’emittente di servizio pubblico al centro della vita britannica e siamo entusiasti del futuro che possiamo costruire insieme”, ha dichiarato.

Per soddisfare le esigenze normative, Sky potrebbe essere costretta a rinunciare ai contratti di vendita di spazi pubblicitari di terzi, ad esempio per Channel 5, di proprietà di Paramount, poiché la quota del 70% del mercato pubblicitario televisivo include anche tali contratti.

Gli operatori finanziari e le aziende britanniche seguiranno da vicino questa transazione, per verificare se un accordo che un tempo sarebbe stato bloccato potrà essere approvato dopo che il governo, nel 2025, ha invitato le autorità di regolamentazione a dare priorità alle condizioni per la crescita e gli investimenti.

La ministra della Cultura Lisa Nandy ha dimostrato la sua volontà di influenzare gli accordi nel settore dei media quando, la scorsa settimana, ha affermato di poter intervenire nella fusione tra la statunitense Paramount e la Warner.

La nuova società risultante dalla fusione raggiungerà oltre 20 milioni di famiglie. Tuttavia, in un momento in cui la televisione tradizionale sta perdendo pubblico a favore dello streaming e di YouTube, soprattutto tra i giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni, le società sosterranno la necessità di fondersi per rimanere competitive.

ITV rimane un’azienda di produzione indipendente

Le azioni di ITV hanno guadagnato lo 0,5%, raggiungendo quota 82 pence nelle prime contrattazioni di lunedì. L’azienda ha lottato per anni con un mercato pubblicitario difficile e le sue azioni hanno perso il 36% negli ultimi cinque anni.

L’accordo lascerà ITV come azienda di produzione indipendente, che realizzerà programmi per la nuova società ITV-Sky, come Love Island e Coronation Street, nonché per altre emittenti e piattaforme di streaming a livello globale, come Rivals, prodotto per Disney, e The Reluctant Traveller per Apple TV.

La società risultante dalla fusione tra ITV e Sky si è impegnata a investire un minimo di 2,1 miliardi di sterline nel periodo 2028-2032.

ITV riceverà 1,2 miliardi di sterline in contanti e, in base a un accordo di earn-out, potrà ottenere fino a 200 milioni di sterline in base ai risultati pubblicitari dell’anno fiscale 2027. ITV acquisirà anche Love Productions, la casa di produzione di “The Great British Bake Off”, che andrà ad aggiungersi alla restante divisione ITV Studios, hanno dichiarato le società.

In Gran Bretagna, Sky è stata per decenni sinonimo della famiglia Murdoch, con il figlio di Rupert, James, che ha ricoperto posizioni chiave.

Sky è stata venduta a Comcast nel 2018. Il colosso statunitense ha annunciato a giugno la separazione delle sue attività mediatiche, tra cui NBCUniversal e Sky, dalla sua divisione via cavo, a causa della crescente pressione esercitata dai concorrenti dello streaming.

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Streaming illegale, un utente su cinque colpito da malware

Il prezzo nascosto della pirateria audiovisiva: malware, furto di dati e rischi per le aziende

Guardare gratuitamente una partita di calcio, un film appena uscito o una serie TV attraverso siti di streaming illegale può sembrare un modo semplice per risparmiare qualche euro. In realtà, quel contenuto apparentemente “gratuito” può avere un costo molto elevato. Non soltanto perché la pirateria audiovisiva costituisce un reato che danneggia il diritto d’autore e sottrae risorse all’intera filiera dell’industria culturale e sportiva, ma anche perché espone gli utenti a rischi informatici sempre più gravi.

A confermarlo è una nuova ricerca realizzata per BeStreamWise, iniziativa che riunisce diversi operatori del settore con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico sui pericoli dello streaming illegale. Lo studio rivela che quasi un utente su cinque (18%) che ha utilizzato siti o applicazioni pirata per guardare TV, film o eventi sportivi ha subito un’infezione da malware negli ultimi 12 mesi.

Il dato si aggiunge a una precedente ricerca della stessa iniziativa, secondo cui due utenti su cinque (41%) che hanno fatto ricorso allo streaming illegale hanno visto compromessi i dati del proprio conto bancario, subendo una perdita media di 1.680 sterline, pari a circa 1.950 euro.

Numeri che raccontano con chiarezza come la pirateria online non rappresenti soltanto un problema per l’industria audiovisiva, ma anche una questione di sicurezza informatica. Le piattaforme illegali operano infatti completamente al di fuori dei controlli di sicurezza cui sono sottoposti i servizi legittimi. Banner pubblicitari fraudolenti, falsi aggiornamenti dei player video, applicazioni contraffatte e pagine di phishing vengono utilizzati per installare software malevolo o sottrarre dati personali e finanziari.

James Bore: “Con il malware il dispositivo non è più sotto il controllo dell’utente

A lanciare l’allarme è James Bore, esperto indipendente di cybersecurity, che sottolinea come la natura stessa delle piattaforme pirata renda inevitabilmente più elevato il rischio di compromissione dei dispositivi.

I siti e le applicazioni di streaming illegale operano al di fuori dei controlli di sicurezza ai quali sono sottoposte le piattaforme legittime. Questo significa che il rischio di imbattersi in malware o di essere truffati e indotti a consegnare informazioni personali o denaro è molto più elevato”, ha dichiarato Bore.

Bore evidenzia inoltre che molte infezioni passano inosservate perché gli utenti spesso non utilizzano strumenti di protezione adeguati.

Il fatto che un utente su cinque che utilizza lo streaming illegale abbia contratto un’infezione da malware nell’ultimo anno dimostra che questi episodi sono tutt’altro che rari. Poiché sono ancora poche le persone che utilizzano un software antivirus e persistono evidenti lacune nella conoscenza dei rischi informatici – ha aggiunto Bore – molte infezioni passano inosservate. Una volta che il malware entra in un dispositivo, quel dispositivo non appartiene più realmente al suo proprietario: è sotto il controllo dei criminali che lo hanno infettato. Questo significa che tutto ciò che viene fatto con quel dispositivo, ogni password digitata, ogni messaggio inviato e tutte le informazioni personali, può potenzialmente essere visto dai criminali informatici”.

In Italia il danno economico legato ai furti di dati e alle truffe online supera 1,42 miliardi di euro

Una ricerca dell’Istituto per la Competitività (I‑COM) stima che nel 2024 il danno economico legato a furti di dati e truffe per chi usa servizi illegali in Italia abbia superato 1,42 miliardi di euro, con una perdita media per vittima intorno a 1.200 euro.

Ulteriori ricerche rilevano esperienze analoghe nel nostro paese: uno studio di FACT/Opinium su utenti italiani segnala che il 47% ha visto pop‑up estremi o espliciti durante lo streaming illegale e il 30% dichiara di aver subito frodi o hacking dopo aver usato servizi pirata.

Studi internazionali e report indipendenti mostrano che chi usa siti/servizi di streaming pirata corre un rischio significativo di malware, furti di dati e frodi: per esempio, un’indagine di qualche anno fa segnalava che il 20% degli utenti di streaming illegale è stato infettato da malware e quasi la metà ha subito compromissioni di dati personali.

Smartphone e laptop aziendali nel mirino: i rischi per imprese e pubbliche amministrazioni

Il rischio, tuttavia, non riguarda soltanto la sfera privata. La ricerca di BeStreamWise evidenzia infatti un aspetto che dovrebbe preoccupare in particolare aziende e pubbliche amministrazioni. Il 68% delle persone che accedono illegalmente ai contenuti audiovisivi ha dichiarato di averlo fatto utilizzando uno smartphone aziendale, mentre il 58% ha ammesso di aver guardato contenuti pirata attraverso un laptop fornito dal datore di lavoro.

Si tratta di una circostanza che può trasformare un comportamento individuale in un problema di sicurezza aziendale. Se un malware riesce a compromettere un dispositivo di lavoro, infatti, gli attaccanti possono avere accesso non soltanto ai dati personali del dipendente, ma anche a documenti riservati, credenziali aziendali, caselle di posta elettronica, sistemi cloud e informazioni strategiche dell’organizzazione. In molti casi è proprio da un dispositivo compromesso che hanno origine attacchi ransomware o furti di dati su larga scala.

La crescente diffusione dello smart working e del lavoro ibrido rende questo scenario ancora più critico, perché i dispositivi aziendali vengono spesso utilizzati anche per attività personali. Un comportamento apparentemente innocuo, come guardare una partita attraverso un’app pirata durante una pausa, può trasformarsi in un vettore di attacco verso l’intera infrastruttura informatica dell’azienda.

In Gran Bretagna 3,6 miliardi di streaming pirata nel 2025

Accanto alla dimensione informatica emerge poi quella economica e criminale. Secondo un recente rapporto del Campaign for Fairer Gambling, realizzato dalla piattaforma di marketplace intelligence Yield Sec, il numero di streaming illegali di eventi sportivi nel Regno Unito è più che raddoppiato negli ultimi tre anni, passando da 1,8 miliardi nel 2022 a 3,6 miliardi nel 2025.

Lo studio mette inoltre in luce una stretta connessione tra pirateria audiovisiva e gioco d’azzardo illegale. L’89% degli streaming illegali nel Regno Unito ospita infatti pubblicità di bookmaker non autorizzati, evidenziando come le organizzazioni criminali utilizzino le piattaforme pirata per promuovere ulteriori attività illecite.

Parallelamente è cresciuto anche il mercato del gioco illegale. Secondo il rapporto, gli operatori di scommesse non autorizzati hanno generato 379 milioni di sterline nel primo semestre del 2025, conquistando il 9% del mercato britannico del gioco online, valutato complessivamente 8,2 miliardi di sterline, rispetto a una quota di appena 2% nel 2022.

Il confronto internazionale rende ancora più evidente la dimensione del fenomeno. Un precedente rapporto di Yield Sec relativo agli Stati Uniti aveva stimato 4,2 miliardi di streaming illegali di eventi sportivi nel 2024. Pur trattandosi di un Paese con una popolazione molto più ampia rispetto al Regno Unito, la diffusione della pirateria sportiva risulta, in proporzione, circa quattro volte superiore nel mercato britannico.

La pirateria online non minaccia solo il diritto d’autore, ma anche la sicurezza digitale

La crescita dello streaming illegale dimostra come la pirateria audiovisiva non possa più essere considerata esclusivamente una questione di violazione del diritto d’autore. Certamente continua a rappresentare un danno enorme per autori, produttori, broadcaster, piattaforme legali e organizzatori di eventi sportivi, riducendo le risorse disponibili per investire in nuovi contenuti e nell’innovazione del settore. Ma oggi la pirateria costituisce anche una delle principali porte d’accesso utilizzate dalla criminalità informatica per colpire cittadini e imprese.

Ogni accesso a una piattaforma o a un’app pirata può trasformarsi in un’opportunità per i cybercriminali: rubare credenziali, sottrarre denaro, installare malware, compromettere identità digitali o utilizzare un dispositivo aziendale come punto di ingresso verso reti molto più ampie. Per questo la lotta allo streaming illegale non riguarda soltanto la tutela del diritto d’autore, ma rappresenta sempre di più una componente essenziale delle strategie di cybersecurity e della protezione del patrimonio digitale di cittadini, imprese e istituzioni.

In un contesto in cui gli attacchi informatici sfruttano sempre più spesso il fattore umano, scegliere canali legali per fruire di contenuti audiovisivi non significa soltanto rispettare la legge e sostenere l’industria culturale. Significa anche proteggere la propria identità digitale, il proprio denaro e, nel caso di dispositivi aziendali, contribuire alla sicurezza dell’organizzazione per cui si lavora. La pirateria audiovisiva, oggi più che mai, non è solo un reato: è un rischio concreto per la sicurezza di tutti.

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Streaming pirata, in Germania un danno da 2,4 miliardi di euro l’anno

Cresce lo streaming illegale e aumentano i danni per imprese e Stato, lo studio VAUNET per la Germania

La pirateria audiovisiva continua a rappresentare una delle principali minacce per l’industria dei media europei. In Germania, il fenomeno dello streaming televisivo illegale non solo non accenna a diminuire, ma registra una crescita significativa, con conseguenze economiche, fiscali e occupazionali sempre più rilevanti.

A lanciare l’allarme è VAUNET, l’associazione tedesca dei media privati, che riunisce circa 160 imprese dei settori televisivo, radiofonico, digitale e streaming. Secondo un nuovo studio realizzato dalla società di ricerca Goldmedia e pubblicato dall’organizzazione con sede a Berlino, nel 2025 le attività di streaming televisivo illegale hanno provocato in Germania danni economici complessivi pari a circa 2,4 miliardi di euro.

Perdite in crescita del 33% rispetto al 2022

Il dato più significativo riguarda l’incremento del fenomeno rispetto alla precedente rilevazione del 2022. In appena tre anni, infatti, le perdite economiche attribuibili alla pirateria televisiva sono aumentate del 33%, nonostante gli investimenti effettuati dagli operatori per rafforzare le misure tecnologiche di protezione dei contenuti, le iniziative di sensibilizzazione degli utenti e le azioni giudiziarie promosse dai titolari dei diritti.

Lo studio evidenzia come il danno diretto per le imprese del comparto audiovisivo raggiunga circa 1,5 miliardi di euro all’anno. A questa cifra si aggiungono ulteriori effetti negativi lungo l’intera filiera economica, che coinvolge produttori di contenuti, distributori, concessionarie pubblicitarie, operatori tecnologici e fornitori di servizi collegati.

Oltre mezzo miliardo di euro di mancate entrate per lo Stato

La pirateria audiovisiva non danneggia soltanto i titolari dei diritti. L’indagine stima che le perdite per l’erario tedesco ammontino a circa 542 milioni di euro all’anno tra minori entrate fiscali e contributive. Anche in questo caso si registra una crescita significativa: quasi il 40% in più rispetto ai valori rilevati nel 2022.

Si tratta di un dato particolarmente rilevante sotto il profilo delle politiche pubbliche. Le attività illegali sottraggono infatti risorse che potrebbero essere destinate a servizi essenziali, investimenti infrastrutturali e sostegno all’innovazione culturale e creativa.

Quasi 8 milioni di utenti utilizzano servizi illegali

Secondo la ricerca, nel corso del 2025 circa 7,7 milioni di persone in Germania hanno fruito illegalmente di contenuti televisivi lineari attraverso piattaforme e servizi non autorizzati.

La fascia maggiormente coinvolta è quella compresa tra i 16 e i 33 anni. Un elemento che emerge con chiarezza è la percezione di comodità associata all’offerta illegale: quasi tre quarti degli intervistati considerano infatti lo streaming pirata il modo più semplice e immediato per accedere ai contenuti televisivi.

Tuttavia, lo studio evidenzia anche un aspetto importante per i decisori politici e per i titolari dei diritti. La disponibilità degli utenti a utilizzare servizi legali aumenta sensibilmente quando le alternative illegali vengono rese inaccessibili. Ciò conferma l’efficacia delle misure di contrasto che intervengono direttamente sulla disponibilità dei contenuti pirata.

Il diritto d’autore come presidio dell’ecosistema creativo

Dal punto di vista della proprietà intellettuale, il fenomeno della pirateria audiovisiva va ben oltre la semplice violazione delle norme sul diritto d’autore.

Ogni accesso illegale a contenuti protetti sottrae valore economico all’intera filiera creativa. I ricavi derivanti dagli abbonamenti, dalla pubblicità e dalle licenze costituiscono infatti la principale fonte di finanziamento per la produzione di nuovi contenuti audiovisivi, informativi e di intrattenimento.

Quando tali risorse vengono erose dalla diffusione illegale delle opere, si riduce la capacità degli operatori di investire in innovazione, produzioni originali, occupazione qualificata e pluralismo dell’informazione. La tutela del copyright assume quindi una funzione strategica non solo per la protezione degli interessi economici dei titolari dei diritti, ma anche per la salvaguardia della diversità culturale e mediatica.

Le richieste di VAUNET: interventi più rapidi e blocchi dinamici

Alla luce dei risultati dello studio, VAUNET chiede un rafforzamento degli strumenti normativi e operativi di contrasto alla pirateria.

In particolare, si legge nello studio, l’associazione sollecita:

  • obblighi più chiari e tempi molto più rapidi per la rimozione dei contenuti illegali da parte delle piattaforme e dei servizi di hosting;
  • misure di blocco dinamico più efficaci, che consentano agli internet service provider di oscurare rapidamente flussi illegali e servizi alternativi durante la trasmissione di eventi in diretta;
  • procedure giudiziarie più snelle, che permettano ai titolari dei diritti di agire contro i servizi illegali senza dover affrontare preliminarmente lunghe e complesse attività di identificazione degli operatori responsabili, spesso nascosti dietro strutture societarie opache e infrastrutture distribuite a livello internazionale.

Come sottolineato da Frank Giersberg, amministratore delegato di VAUNET, la pirateria televisiva continua a rappresentare un fenomeno diffuso che produce danni significativi ai fornitori di contenuti, al pluralismo dei media e alle finanze pubbliche.

Una sfida europea

I risultati emersi in Germania confermano una tendenza che interessa l’intero mercato europeo. La crescente diffusione dello streaming illegale, favorita dalla semplicità di accesso alle piattaforme pirata e dall’elevata qualità dei flussi disponibili, impone un ripensamento delle strategie di enforcement.

L’esperienza tedesca dimostra che la lotta alla pirateria non può limitarsi alla repressione ex post delle violazioni. Occorrono strumenti rapidi, coordinati e tecnologicamente avanzati capaci di interrompere la distribuzione illecita dei contenuti in tempo reale, soprattutto nel caso di eventi live, dove il valore economico dell’opera è strettamente legato alla sua immediatezza.

In questo contesto, la tutela del diritto d’autore si conferma uno degli elementi centrali per garantire sostenibilità economica, investimenti e sviluppo dell’industria audiovisiva europea.

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Sky, in 4,5 milioni per Sinner-Ruud

Si chiude la miglior edizione di sempre degli Internazionali d’Italia su Sky. La finale del Masters 1000 di Roma tra Jannik Sinner Casper Ruud – in diretta dalle 17.15 su Sky Sport Uno, Sky Sport Tennis e TV8 – ha raccolto complessivamente 4 milioni e 567 mila spettatori medi in total audience*, con il 36,7% di share*, 7 milioni e 838 mila spettatori unici** e un picco di oltre 5 milioni e 530 mila spettatori in total audience* al momento del match point.

In particolare, su Sky il match ha registrato 1 milione e 438 mila spettatori medi complessivi in total audience*, con l’11,6% di share*: Si tratta del sesto miglior ascolto per una partita di tennis su Sky che chiude così la miglior edizione di sempre degli Internazionali di Roma nella Casa dello Sport.

Su TV8, invece,gli spettatori medi complessivisono stati 3 milioni e 130 mila*, con il 25,2% di share*.

Ottimi ascolti anche per il postpartita, con Eleonora Cottarelli e i suoi ospiti che su Sky e TV8 hanno totalizzato 1 milione 412 mila spettatori medi complessivi in total audience*.

Ottimi numeri anche per la vittoria della coppia Bolelli/Vavassori. La finale che ha visto trionfare gli azzurri contro Granollers/Zeballos – dalle 14 su Sky Sport Tennis e Cielo – ha ottenuto 616 mila spettatori medi complessivi*, con il 5,4% di share* e 1 milione 950 mila spettatori unici**

Il trionfo dell’azzurro fa segnare numeri importanti anche sui canali digital di Sky SportSkySport.it raccoglie 463 mila utenti unici, con 2 milioni di pageviews e 587 mila video views. L’intero torneo raggiunge così sul sito 2.6 milioni di utenti unici, 16 milioni di pageviews e 5 milioni di video views.

Sui social, la finale contribuisce con 1.5 milioni di interazioni e 18 milioni di video views, mentre l’edizione complessiva degli Internazionali raggiunge 8 milioni di interazioni e 126 milioni di video views.

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Un’impronta luminosa per autenticare i video contro deepfake e pirateria audiovisiva

Il video si certifica nel posto fisico in cui si gira con una “firma luminosa”

La fiducia nelle immagini digitali è diventata una delle grandi questioni tecnologiche e di sicurezza nazionale del nostro tempo. L’esplosione dei deepfake generativi, unita alla crescita della pirateria audiovisiva globale, sta mettendo sotto pressione l’intera filiera dell’audiovisivo e della comunicazione istituzionale. In questo scenario si inserisce Lightmark, startup britannica che sostiene di aver sviluppato un sistema radicalmente nuovo per autenticare i contenuti video: non più verificare l’autenticità a posteriori, quando il contenuto è già online e potenzialmente manipolato, ma certificare il video nel momento stesso della registrazione, trasformando l’ambiente fisico in una sorta di firma crittografica invisibile.

La società, fondata dall’inventore Daniel Oblitas Garafulic, ha presentato una tecnologia che modifica impercettibilmente l’illuminazione di un set o di uno spazio di ripresa. Le variazioni sono troppo piccole per essere percepite dall’occhio umano, ma vengono registrate dai sensori delle videocamere, inclusi quelli degli smartphone.

In questo modo, ha spiegato Craig Hale su techradar.com, il filmato incorpora automaticamente una traccia nascosta legata all’ambiente fisico in cui è stato realizzato. Secondo Lightmark, tale “impronta luminosa” può successivamente essere utilizzata per dimostrare che il contenuto è autentico e non alterato.

La strada dell’autenticazione preventiva dei contenuti video

L’approccio rappresenta un cambio di paradigma rispetto alle tecnologie oggi più diffuse. La maggior parte delle soluzioni attuali lavora infatti ex post, cercando di individuare manipolazioni attraverso algoritmi di analisi forense o metadata digitali.

Il problema è che sia i sistemi di detection basati sull’intelligenza artificiale sia gli standard di metadatazione come il C2PA (la specifica promossa da Adobe, Microsoft, OpenAI e altre società tecnologiche) presentano limiti significativi. I metadata possono essere rimossi o alterati durante la distribuzione online, mentre i sistemi di rilevazione automatica dei deepfake soffrono di un’evidente corsa agli armamenti tecnologici con i modelli generativi sempre più sofisticati.

Lightmark punta invece sul concetto di “pre-capture authentication”, ossia autenticazione preventiva. Il video nasce già verificabile perché il segnale di autenticazione viene incorporato direttamente nella scena fisica durante la registrazione.

Secondo la startup, il sistema è progettato per resistere alla compressione video, ai filtri e persino ai tentativi di manipolazione mediante AI. Inoltre non richiede videocamere specializzate né hardware proprietario complesso, elemento che potrebbe favorirne l’adozione industriale.

Stop alla pirateria audiovisiva

Le applicazioni commerciali sono molteplici. Il primo mercato individuato da Lightmark è quello della pirateria audiovisiva, un fenomeno che continua a erodere i ricavi dell’industria dell’intrattenimento e degli eventi sportivi live.

Un esempio pratico è il match di boxe del maggio 2024 tra Tyson Fury e Oleksandr Usyk come esempio emblematico: secondo le stime riportate dall’azienda, l’evento avrebbe perso oltre 100 milioni di sterline in una sola notte a causa dello streaming illegale. In questo contesto, la tecnologia consentirebbe di identificare con precisione quale feed video o quale sorgente abbia originato una fuga di contenuti pirata.

Le dimensioni economiche del problema sono enormi. La società di consulenza Kearney stima che il mercato globale della pirateria video online generi circa 75 miliardi di dollari di mancati ricavi ogni anno. Una cifra che potrebbe crescere fino a 125 miliardi di dollari entro il 2028, in assenza di strumenti realmente efficaci di tracciabilità e protezione dei contenuti.

Una barriera ai deepfake e alla disinformazione

Il secondo grande ambito applicativo riguarda la lotta ai deepfake e alla disinformazione audiovisiva. Secondo i dati citati dai fondatori, i deepfake riescono a ingannare tre potenziali vittime su quattro, con implicazioni sempre più rilevanti per la sicurezza nazionale, la politica internazionale e la stabilità democratica.

In uno scenario in cui video manipolati possono influenzare elezioni, mercati finanziari o operazioni militari, la possibilità di certificare l’origine di un contenuto direttamente al momento della ripresa assume un valore strategico.

Le implicazioni potenziali vanno ben oltre il mondo dei media. La tecnologia potrebbe essere utilizzata per certificare discorsi politici, conferenze stampa, negoziati internazionali, comunicazioni delle Nazioni Unite, attività di intelligence o documentazione di crimini di guerra.
In contesti geopolitici caratterizzati da crescente conflittualità informativa, poter dimostrare che un video proviene realmente da un determinato luogo e non è stato alterato potrebbe diventare un elemento decisivo di prova e accountability.

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Streaming illegale, armi e criptovalute, perché è pericoloso finanziarie la pirateria audiovisiva. Il Report

Pirateria digitale, il nuovo volto del crimine organizzato: il rapporto IP House-DCA lancia l’allarme globale

La pirateria audiovisiva non è più il fenomeno “artigianale” dei primi anni Duemila, alimentato da comunità di appassionati del file-sharing e da hacker mossi da ideologie libertarie o anti-copyright. Oggi dietro lo streaming illegale si muovono strutture criminali sofisticate, di livello internazionale, capaci di generare enormi flussi di denaro e di intrecciarsi con traffici ben più pericolosi: riciclaggio, frodi finanziarie, narcotraffico e criminalità organizzata.

È questa la tesi centrale del nuovo rapporto “Organized. Piracy. Crime.” pubblicato da IP House e dalla Digital Citizens Alliance (DCA), due organizzazioni impegnate nella tutela della proprietà intellettuale e nella lotta alla pirateria online. Un documento di 42 pagine che punta a ridefinire il modo in cui governi e opinione pubblica percepiscono il fenomeno della pirateria digitale, descritta non più come una semplice violazione del copyright, ma come una vera infrastruttura economica criminale.

L’obiettivo del rapporto è chiaro: dimostrare che gran parte delle moderne reti di IPTV illegali e delle piattaforme di streaming pirata soddisfano ormai le definizioni internazionali di “crimine organizzato” elaborate da organismi come Interpol, Europol e Nazioni Unite.

Le multinazionali del crimine offrono il “Piracy as a Service

Il documento segna una cesura netta rispetto al passato. Nel 2009 i grandi siti pirata erano spesso gestiti da singoli individui o piccoli gruppi di tecnici e appassionati di condivisione digitale. La pirateria aveva una dimensione quasi “comunitaria”, fondata su forum, reti peer-to-peer e culture anti-establishment.

Secondo IP House, oggi quello scenario è radicalmente cambiato: “La pirateria non è più quella di una volta. Si è evoluta in qualcosa di molto più strutturato e sofisticato”, ha scritto l’organizzazione su LinkedIn presentando il rapporto.

La trasformazione più evidente riguarda il modello industriale, ha spiegato Ernesto Van der Sar in un articolo su Torrent Freak. Le moderne reti IPTV illegali operano con logiche da franchising globale: esistono piattaforme centrali che forniscono infrastrutture tecnologiche, software, flussi video piratati e sistemi di gestione completi a una rete di rivenditori locali. Una vera e propria “Piracy as a Service”.

Il rapporto cita come esempio emblematico il caso Xtream Codes, piattaforma smantellata nel 2019 e considerata una delle principali infrastrutture mondiali per la gestione dei servizi IPTV illegali. Secondo gli autori, il sistema funzionava come una rete distribuita: gli operatori all’ingrosso vendevano kit chiavi in mano a migliaia di reseller, mantenendo però separato e protetto il nucleo centrale dell’organizzazione.

Una struttura compartimentata che, secondo il rapporto, ricorda da vicino i modelli organizzativi della criminalità transnazionale.

Il caso “Kratos”: 22 milioni di utenti e sequestri milionari

Il caso simbolo della nuova dimensione industriale della pirateria è l’operazione europea “Kratos, condotta nel novembre 2024.

L’operazione ha colpito una rete IPTV illegale che, secondo gli investigatori, serviva circa 22 milioni di abbonati in diversi Paesi europei. Numeri giganteschi, che mostrano quanto il mercato dello streaming illegale sia diventato globale e altamente redditizio.

Le autorità coinvolte nei raid in undici Paesi hanno sequestrato: 1,9 milioni di dollari in criptovalute; 46 mila dollari in contanti; oltre a droga e armi.

Per IP House e DCA questi elementi rappresentano una prova concreta dell’interconnessione tra pirateria digitale e altre attività criminali tradizionali.

Il rapporto sottolinea infatti come le moderne piattaforme IPTV illegali siano ormai strutture economiche ad alta redditività, capaci di produrre liquidità immediata e difficilmente tracciabile grazie all’uso delle criptovalute.

Streaming illegale in Italia: “chi paga le IPTV pirata finanzia la Camorra

L’Italia occupa una posizione centrale nel rapporto, sia per la diffusione della pirateria IPTV sia per i presunti collegamenti con la criminalità organizzata. Gli autori richiamano le dichiarazioni di un ex operatore pirata divenuto informatore, intervistato dalla televisione italiana, secondo cui “chi paga le IPTV pirata finanzia la Camorra”.

Un’affermazione forte, che il rapporto utilizza per sostenere la tesi secondo cui il mercato dello streaming illegale rappresenterebbe una fonte di finanziamento per organizzazioni mafiose.

Va precisato che i collegamenti diretti tra mafia e IPTV illegale sono spesso difficili da documentare integralmente attraverso atti pubblici o sentenze definitive. Tuttavia, da anni magistratura e forze dell’ordine italiane evidenziano come le organizzazioni criminali abbiano progressivamente investito nelle attività digitali illegali, considerate meno rischiose e altamente profittevoli rispetto ai traffici tradizionali.

La pirateria audiovisiva offre infatti diversi vantaggi alle organizzazioni criminali: margini economici elevati; bassi costi operativi; anonimato tecnologico; utilizzo di server esteri; pagamenti in criptovalute; difficoltà investigative internazionali.

Il rapporto cita anche l’operazione spagnola “Operation Fake”, che avrebbe smantellato un’organizzazione IPTV coinvolta non solo nel furto di contenuti audiovisivi, ma anche in: mining illecito di criptovalute; frodi immobiliari; traffico di droga; riciclaggio di denaro.

È proprio questa convergenza criminale a rappresentare il cuore dell’allarme lanciato dal documento.

Gli Stati Uniti preparano la stretta: arriva il tema del site blocking

La parte finale del rapporto guarda direttamente a Washington. IP House e DCA chiedono al Congresso degli Stati Uniti di introdurre norme sul “site blocking”. Una misura già adottata, secondo il rapporto, in oltre 50 Paesi.

Il site blocking (o blocco dei siti) è una misura di contrasto alla pirateria che consiste nell’impedire agli utenti l’accesso a piattaforme online che trasmettono illegalmente contenuti protetti da copyright. Questa tecnica si basa sull’intervento dei fornitori di servizi Internet (ISP), ai quali viene ordinato di inibire la connessione verso specifici indirizzi IP o nomi di dominio (FQDN) segnalati come fonti di contenuti illeciti.

La proposta arriva in un momento particolarmente delicato: negli Stati Uniti è infatti in discussione un progetto bipartisan e bicamerale che potrebbe introdurre nuovi strumenti contro la pirateria online.

Secondo Jan van Voorn, CEO di IP House, “il blocco dei siti non rappresenta una soluzione definitiva, ma uno strumento fondamentale per ridurre i ricavi delle organizzazioni criminali”.

Tagliare una fonte di reddito altamente profittevole e a basso rischio significa colpire il modo in cui queste reti monetizzano la pirateria”, sostiene van Voorn.

Il rapporto propone inoltre: pene più severe; nuovi obblighi per i circuiti di pagamento; maggiori poteri al Dipartimento del Tesoro americano; la possibilità di classificare alcune reti pirata straniere come “primary money laundering concerns”, cioè soggetti ad alto rischio di riciclaggio.

Il messaggio finale del rapporto è inequivocabile: considerare ancora oggi la pirateria digitale come un fenomeno marginale o “senza vittime” significa sottovalutare profondamente la sua evoluzione. Dietro molte piattaforme di streaming illegale non ci sono più semplici smanettoni o piccoli gruppi di appassionati, ma reti economiche criminali sofisticate, internazionali e altamente redditizie.

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Gong Yu (CEO di iQiyi): “Entro 5 anni film e serie tv della nostra piattaforma saranno generati da AI”

L’intelligenza artificiale si prepara a riscrivere l’industria dell’audiovisivo, almeno in Cina. Secondo Gong Yu, CEO di iQiyi – piattaforma cinese di streaming controllata da Baidu (chiamato il Google cinese) – entro cinque anni la maggior parte dei film e dei contenuti disponibili sarà generata da AI.

iQiyi e la suite Nadou Pro: dalla sceneggiatura fino al rendering finale

Al centro della strategia c’è il lancio della suite Nadou Pro, un insieme di strumenti in grado di coprire l’intero ciclo di produzione audiovisiva: dalla scrittura della sceneggiatura fino al rendering finale. L’obiettivo è ridurre tempi e costi, aumentando al tempo stesso la capacità produttiva e la varietà dei contenuti.

iQiyi continuerà a investire nei contenuti professionali, ma sposterà una parte crescente delle risorse verso lo sviluppo di servizi AI. Tra gli obiettivi dichiarati c’è la produzione, già nel breve termine, di film di successo generati artificialmente e la creazione di un sistema di remunerazione più favorevole per i creator, che potranno accedere a una quota maggiore dei ricavi.

La strategia guarda anche oltre il mercato domestico. iQiyi prevede di integrare modelli AI sviluppati da grandi player come Alibaba, ByteDance e Google, sfruttando al contempo una vasta libreria di asset digitali per facilitare la creazione di nuovi contenuti. Un approccio che punta a scalare rapidamente a livello internazionale.

Se inizia la Cina seguirà anche Hollywood

Anche Hollywood sta esplorando l’uso dell’AI per ridurre i costi di produzione e aumentare il volume dei contenuti. Secondo Gong Yu, questa tecnologia potrebbe interrompere il ciclo di investimenti elevati e rischi che da sempre caratterizza il settore, aprendo una nuova fase di espansione.

La prospettiva di film generati da AI su larga scala solleva però interrogativi rilevanti: dal ruolo degli autori alla qualità dei contenuti, fino agli impatti occupazionali. Questo video ne è la dimostrazione.

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Pirateria audiovisiva, Canal+ vince contro Cloudflare, Google e Cisco

La Corte d’Appello di Parigi conferma il blocco DNS: gli intermediari devono agire contro la pirateria

La decisione della Corte d’Appello di Parigi segna un passaggio chiave nella lotta alla pirateria digitale in Europa e ridefinisce, con maggiore chiarezza, il ruolo degli intermediari tecnici nella tutela del diritto d’autore. La vittoria giudiziaria ottenuta da Canal+ contro colossi tecnologici come Cisco, Google e Cloudflare non è soltanto un successo per un singolo operatore televisivo, ma rappresenta un precedente destinato a incidere profondamente sull’intero ecosistema digitale.

La vicenda affonda le radici in un problema noto da anni: l’inefficacia relativa delle tradizionali misure di blocco dei siti pirata. In Francia, come in molti altri Paesi europei, i provider di accesso a Internet (ISP) sono già da tempo obbligati a impedire ai propri utenti di raggiungere determinati domini che trasmettono illegalmente eventi sportivi o contenuti protetti.
Queste misure, però, si sono rivelate facilmente aggirabili. È sufficiente modificare le impostazioni del proprio dispositivo e utilizzare un servizio DNS alternativo (come quelli offerti da Google, Cloudflare o Cisco) per bypassare i blocchi imposti dagli operatori locali.

Canal+ vs Big Tech, come si è arrivati a questa sentenza

Proprio per colmare questa lacuna, nel 2024 Canal+ si è rivolta al Tribunale giudiziario di Parigi, ottenendo l’ordine di estendere l’obbligo di blocco anche ai fornitori di DNS pubblici. Il fondamento giuridico di questa richiesta è l’articolo L. 333-10 del Codice dello sport francese, che consente ai titolari dei diritti di chiedere l’adozione di “tutte le misure proporzionate” a qualsiasi soggetto in grado di contribuire a fermare violazioni “gravi e ripetute” dei diritti di sfruttamento.

Cisco, Google e Cloudflare hanno impugnato la decisione, sostenendo che il loro ruolo fosse puramente tecnico e neutrale. Secondo la loro tesi, un servizio DNS si limita a tradurre un nome di dominio in un indirizzo IP, come una sorta di “rubrica telefonica” di Internet, senza alcun coinvolgimento nella distribuzione dei contenuti illegali.
La Corte d’Appello ha però respinto questa impostazione in cinque distinti procedimenti, chiarendo un punto essenziale: la neutralità tecnica non esonera dall’obbligo di cooperare quando un servizio è concretamente in grado di contribuire a fermare una violazione.

I DNS centrali nel blocco dei siti pirata

Nelle motivazioni, i giudici sono stati espliciti: ciò che rileva non è la responsabilità diretta nella pirateria, ma la capacità di impedire l’accesso a contenuti illeciti. I DNS, consentendo agli utenti di raggiungere siti che trasmettono eventi sportivi senza autorizzazione, svolgono un ruolo che può facilitare la violazione dei diritti e, quindi, rientrano nel perimetro degli obblighi previsti dalla legge.

Anche l’argomento dell’inefficacia delle misure è stato respinto. Google aveva evidenziato come i blocchi possano essere aggirati tramite VPN o altri sistemi. La Corte ha ribadito un principio ormai consolidato nel diritto europeo: il fatto che una misura non sia assolutamente efficace non la rende inutile. È sufficiente che contribuisca a ridurre l’accesso illegale, anche solo per una parte degli utenti.

Gli intermediari dovranno implementare i blocchi e sostenere i costi

Particolarmente rilevante è poi il tema dei costi. Cisco ha sostenuto che l’implementazione di un blocco DNS geolocalizzato richiederebbe 64 settimane/uomo di lavoro ingegneristico. I giudici hanno ritenuto questa stima non adeguatamente documentata e, soprattutto, poco credibile alla luce del fatto che la stessa azienda offre già servizi di filtraggio DNS in ambito aziendale. In definitiva, la Corte ha stabilito che gli intermediari dovranno non solo implementare i blocchi, ma anche sostenerne i costi.

Questa decisione assume un’importanza strategica perché rafforza l’idea di una responsabilità diffusa nella filiera digitale. Non si tratta di attribuire colpe, ma di costruire un sistema in cui tutti gli attori (dai provider di accesso ai servizi infrastrutturali) contribuiscano alla tutela dei diritti. È un approccio coerente con l’evoluzione normativa europea, che negli ultimi anni ha progressivamente ampliato gli obblighi di cooperazione degli intermediari.

Sul piano economico, la lotta alla pirateria non è una questione marginale. La trasmissione illegale di eventi sportivi, in particolare, genera perdite significative per broadcaster e detentori dei diritti, mettendo a rischio investimenti, occupazione e sostenibilità del settore. I diritti audiovisivi rappresentano una delle principali fonti di finanziamento per lo sport professionistico: la loro erosione attraverso la pirateria incide direttamente sull’intero sistema.

Una vittoria per Canal+ che ora punta al blocco deli indirizzi IP, una misura che arriverà in Francia entro l’anno

La sentenza della Corte d’Appello di Parigi apre ora la strada a ulteriori sviluppi. Canal+ ha già annunciato che questa vittoria si inserisce in una strategia più ampia, che includerà anche il blocco degli indirizzi IP. In Francia, questa misura dovrebbe essere introdotta entro l’anno, con una prima sperimentazione prevista in occasione del torneo di Roland Garros e un’applicazione su larga scala in vista dei grandi eventi sportivi internazionali.

In parallelo, restano aperti i contenziosi contro i fornitori di VPN, altro anello cruciale nella catena della distribuzione illegale. Se anche questi dovessero essere coinvolti in obblighi di blocco, il modello francese potrebbe diventare un riferimento per altri Paesi europei.

In definitiva, la decisione di Parigi segna un cambio di paradigma: la lotta alla pirateria non si limita più ai soli fornitori di accesso, ma si estende a tutti i soggetti che, anche indirettamente, rendono possibile l’accesso ai contenuti illegali. Un principio destinato a ridefinire gli equilibri tra libertà della rete, innovazione tecnologica e tutela dei diritti.

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Internet supera la TV, la maggioranza degli italiani sceglie il web per informarsi

Gli italiani si informano su internet secondo l’analisi dell’“Osservatorio Agcom sul sistema dell’informazione”

Internet si conferma la prima porta d’accesso all’informazione e amplia il distacco con la televisione. Un italiano su cinque evita le notizie. È da qui che bisogna partire per capire la fotografia scattata dalla seconda edizione dell’Osservatorio Agcom sul sistema dell’informazione: un sistema in trasformazione profonda, in cui cambiano abitudini, fiducia e persino il rapporto emotivo con le notizie.

Nel primo semestre del 2025, la rete diventa il principale canale informativo per il 55,8% degli italiani, mentre la televisione si ferma al 43,2%, consolidando un sorpasso già avvenuto nel 2023 e che ora si amplia ulteriormente. Non si tratta di un semplice cambio di preferenze, ma di un mutamento strutturale: internet non è più un’alternativa, è diventato lo snodo centrale attraverso cui passa la costruzione quotidiana della dieta informativa.

A trainare questo cambiamento sono soprattutto i giovani. Tra i 14 e i 24 anni, oltre il 40% si informa esclusivamente online, mentre tra gli over 65 la televisione resta il punto di riferimento, anche se il digitale cresce rapidamente anche tra le fasce più anziane. Ne emerge un’Italia divisa non solo per età, ma per modalità di accesso alla realtà: da un lato chi vive immerso in un ecosistema digitale continuo, dall’altro chi resta ancorato a modelli più tradizionali.

Dominano i social e i motori di ricerca, seguono giornali, radio e televisori

Dentro questo nuovo ecosistema, i social network giocano un ruolo determinante (25,1%). Per molti utenti rappresentano il primo luogo in cui le notizie emergono, spesso prima ancora dei media tradizionali. Accanto ai social, motori di ricerca (24,7%) e piattaforme video contribuiscono a definire un’informazione sempre più frammentata e personalizzata.
Non scompare, però, il legame con i brand editoriali: una quota significativa di italiani continua a informarsi attraverso siti e app di giornali, radio e televisioni (30%), segno che l’identità delle fonti mantiene ancora un valore riconosciuto.

Eppure, proprio mentre il consumo si sposta online, la fiducia segue una traiettoria diversa. I media tradizionali continuano a essere percepiti come più affidabili: il 35,9% degli italiani dichiara un alto livello di fiducia in radio, tv e stampa, contro appena il 20% per le fonti digitali.
interessante il dato di quotidiani e periodici online, che crescono al 14,5% (+2,7% rispetto
al 2023).
È un paradosso che definisce bene questa fase: si consuma di più ciò di cui ci si fida di meno.
In cima alla classifica dell’affidabilità resta il servizio pubblico televisivo, mentre social network e influencer occupano le ultime posizioni, segnalando una distanza tra uso quotidiano e credibilità percepita.

La (crescente) fuga dalle notizie

In questo scenario complesso si inserisce un fenomeno ancora più significativo: la crescente “fuga dalle notizie. Circa un italiano su cinque dichiara di informarsi raramente o di non farlo affatto.
Non si tratta semplicemente di disinteresse, ma di una scelta spesso consapevole.

Le notizie vengono percepite come ripetitive (22,3%), negative (18,1%), generatrici di ansia e stress (15,2%), eccessive (14,4%), ma a queste considerazioni si aggiunge anche la mancanza di fiducia nei giornalisti (14,6%).

come ripetitive, negative, emotivamente pesanti, a volte persino opprimenti. L’eccesso di informazioni, unito alla sfiducia nei confronti del giornalismo, contribuisce a generare una sorta di rigetto.

Le motivazioni variano a seconda dell’età, ma il filo conduttore è chiaro: l’informazione, da strumento di comprensione del mondo, rischia di trasformarsi in fonte di stress. I più giovani parlano di sovraccarico, gli adulti di impatto emotivo, gli anziani di scarsa qualità e ripetitività dei contenuti. In tutti i casi, emerge una difficoltà a trovare un equilibrio tra bisogno di informarsi e benessere personale.

Le conseguenze non sono solo individuali. Il distacco dalle notizie si riflette anche sulla partecipazione civica: tra chi non si informa, oltre il 75% dichiara un’assenza totale di coinvolgimento politico. È un dato che suggerisce come la crisi dell’informazione possa avere effetti diretti sulla qualità della democrazia.

Internet accelera, la TV rallenta, i cittadini vogliono capire il mondo, ma sono stufi del sovraccarico di informazioni

Nel frattempo, anche la televisione cambia pelle. L’offerta informativa della tv generalista è in calo, con una riduzione significativa dei programmi di approfondimento, mentre resistono i telegiornali. Il risultato è un sistema in cui il web accelera e la tv rallenta, contribuendo a ridefinire ulteriormente gli equilibri tra i media.

In definitiva, l’Italia dell’informazione è attraversata da tre grandi tensioni: la centralità crescente del digitale, la crisi di fiducia e la stanchezza nei confronti delle notizie. Internet domina, ma non convince del tutto; la televisione perde terreno, ma resta un punto di riferimento; i cittadini, infine, oscillano tra il bisogno di capire il mondo e il desiderio di prenderne le distanze. È in questo equilibrio fragile che si gioca il futuro dell’informazione.

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Pirateria audiovisiva. Barachini: “Passare da penalizzazione Over the top alla partecipazione alla produzione dei contenuti”

Barachini: “La lotta alla pirateria è una sfida europea, servono politiche di sostegno”

Il danno economico connesso a furti di dati e truffe per chi utilizza servizi audiovisivi illegali ha superato 1,42 miliardi di euro nel nostro Paese. Gli utenti della pirateria audiovisiva vittime di furti di dati personali e truffe digitali subiscono una perdita economica media di circa 1.200 euro a persona, che supera i 1.500 euro nella fascia di età compresa tra i 45 e i 64 anni.

Sono i dati della ricerca “Il prezzo nascosto della pirateria”, realizzata dall’Istituto per la Competitività (I-Com) e presentata alla Camera dei Deputati, per approfondire la relazione tra streaming illegali e cybersicurezza tramite l’analisi dei rischi per gli utenti e la stima della perdita economica media per le vittime

Dati elaborati dall’Istituto, insieme alle evidenze dei principali studi italiani e internazionali sul tema (da Fapav/Ipsos alla Polizia Postale e delle Comunicazioni, a Eurostat), coerenti con quanto rilevato anche nel Regno Unito, dove una ricerca di BeStreamWise del 2025 ha evidenziato che il 40% degli utenti pirata ha subito una perdita media pari a 1.680 sterline.

Sono numeri che non possono lasciarci indifferenti e che devono indurci a una riflessione seria. Le considerazioni principali sono due. La prima è che raccontare la pirateria come un rischio concreto è oggi fondamentale. Ci troviamo infatti di fronte a organizzazioni criminali che dispongono di risorse sempre più ingenti, spesso superiori a quelle di chi è chiamato a contrastarle. Questo squilibrio rende la sfida ancora più complessa. La seconda riflessione è di natura culturale. Per troppo tempo il web è stato percepito come uno spazio gratuito, alimentando una progressiva perdita di valore dei contenuti audiovisivi. Eppure, dietro quei contenuti ci sono investimenti significativi, competenze, professionalità e posti di lavoro.
Le nostre campagne di sensibilizzazione vanno proprio in questa direzione: far comprendere che la pirateria non è un gesto neutro, ma un fenomeno che sottrae futuro a chi aspira a lavorare in questo settore. Raccontare ai più giovani cosa sia davvero la pirateria e quali danni produca è però tutt’altro che semplice. Abbiamo constatato quanto sia difficile trasmettere il valore della legalità in questo ambito. Non di rado, i giovani utenti sostengono che gli abbonamenti alle piattaforme legali siano troppo costosi, senza essere consapevoli che proprio la pirateria è una delle principali cause di questi prezzi elevati. Come tutte le normative, anche quella antipirateria deve evolversi costantemente, per non restare indietro rispetto a un fenomeno in continuo cambiamento. In questo quadro, è fondamentale anche il ruolo degli influencer: possono contribuire in modo significativo al contrasto dei comportamenti illegali online, anziché porsi, come talvolta accade, in una posizione ambigua o addirittura contraria rispetto al sistema legale. Un ulteriore elemento critico riguarda l’opacità di alcuni sistemi OTT, che incide negativamente sulla piena valorizzazione del sistema mediatico e dell’industria audiovisiva. Produrre contenuti ha costi elevati e richiede un ecosistema sostenibile. Credo che bisogna passare dalla logica delle multe, e quindi dalla penalizzazione degli over the top per le procedure illegali, alla partecipazione alla produzione dei contenuti. Per questo, la sfida che abbiamo di fronte è necessariamente anche europea, così come lo sono le politiche di sostegno. Solo attraverso un approccio coordinato e condiviso sarà possibile tutelare davvero il valore della creatività e del lavoro culturale
”, ha affermato nel suo intervento il sen. Alberto Barachini, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Informazione e all’Editoria.

Capitanio (Agcom): “Rafforzare il Digital Services Act per richiamare con maggiore forza la corresponsabilità delle piattaforme digitali”

Oggi la pirateria rappresenta un vero e proprio cancro, non solo economico ma anche culturale. È una constatazione che emerge con forza anche dalla cronaca recente. I fenomeni di violenza a cui assistiamo in questi giorni si sviluppano nello stesso contesto culturale che alimenta la pirateria: un’idea distorta del web come spazio senza regole, in cui tutto è consentito. È proprio in questo clima di illegalità diffusa che prolifera anche l’offerta illegale di contenuti audiovisivi. A ciò si aggiunge un elemento di rischio spesso sottovalutato: quando si sottoscrive un abbonamento pirata, non si ha alcuna certezza su chi stia raccogliendo i nostri dati personali e le nostre credenziali economiche. Nei contesti in cui operano i pirati dell’audiovisivo, agiscono frequentemente anche organizzazioni criminali particolarmente pericolose.
In questo scenario, l’Italia ha assunto un ruolo di avanguardia. È il primo Paese al mondo ad aver introdotto il concetto di ingiunzione dinamica e, grazie al sistema Piracy Shield, è oggi possibile oscurare un sito illegale entro 30 minuti dalla segnalazione, attraverso un processo giuridico strutturato che si conclude in pochi minuti. Dall’introduzione di questo strumento sono stati abbattuti oltre 101 mila siti pirata.
Un altro elemento fondamentale è rappresentato dalla collaborazione istituzionale. La condivisione dei dati attraverso protocolli tra Agcom, Polizia e Guardia di Finanza ha già portato non solo all’individuazione dei responsabili, ma anche alle prime sanzioni e richieste di risarcimento danni nei confronti degli utenti che utilizzano questi servizi illegali. Si tratta di strumenti che, oltre all’efficacia repressiva, contribuiscono a rafforzare la consapevolezza tra gli utenti della rete. A livello europeo, si sta lavorando nella direzione della condivisione delle migliori pratiche e del rafforzamento della cooperazione tra le forze dell’ordine. Tuttavia, è necessario fare di più: occorre intensificare lo scambio di informazioni e rafforzare il Digital Services Act, per richiamare con maggiore forza la corresponsabilità delle piattaforme digitali.
È indispensabile aprire un dialogo più incisivo con le grandi aziende tecnologiche, che talvolta, anche indirettamente, finiscono per agevolare questi fenomeni criminali o non contribuiscono in modo sufficientemente deciso al loro contrasto. Il caso Cloudflare è emblematico: a seguito di una sanzione da parte di Agcom, l’azienda è arrivata a minacciare la sospensione dei propri servizi di sicurezza nel nostro Paese. Fortunatamente, altri operatori globali, come Google, hanno invece scelto la strada della collaborazione. Per questo, una voce europea unitaria è fondamentale: solo così sarà possibile rafforzare il dialogo e ottenere un impegno concreto da parte delle grandi piattaforme internazionali, a tutela della legalità e dell’intero ecosistema digitale
”, ha spiegato il Commissario Agcom, Massimiliano Capitanio.

Gabrielli (Polizia di Stato): “L’offerta gratuita di contenuti in streaming è porta d’ingresso per ulteriori fenomeni di illegalità”

Ci sono danni meno visibili, ma non per questo meno gravi, che colpiscono gli stessi utenti che fruiscono di materiale pirata. Siamo infatti di fronte a un fenomeno che rientra a pieno titolo nella criminalità organizzata. Le indagini condotte nel settore dimostrano che si tratta spesso di attività transnazionali, caratterizzate da tecniche di commercializzazione estremamente pervasive. Parliamo di una vera e propria industria, tecnologicamente evoluta, capace di replicare il segnale legale e rilanciarlo, distribuendolo poi a livello locale. Non è un caso che i sequestri avvengano frequentemente anche in Paesi come l’India e altre aree dell’Asia. Ci troviamo dunque di fronte a gruppi criminali di alto livello, in grado di generare profitti elevatissimi, spesso strutturati attraverso veri e propri “contratti”. Questi proventi vengono poi reinvestiti in ulteriori attività illecite, anche di natura diversa, alimentando un ecosistema criminale sempre più complesso. In molti casi, queste organizzazioni sono persino in grado di offrire servizi aggiuntivi ad altri gruppi criminali. Un aspetto particolarmente preoccupante riguarda l’utilizzo dei dati personali.
Quando viene venduto un prodotto illegale, infatti, vengono acquisiti dati che possono essere sfruttati per inserire l’utente in liste di potenziali vittime, da colpire con ulteriori attività criminali. A questo si aggiunge il fenomeno dell’offerta gratuita di contenuti in streaming, che spesso rappresenta una porta d’ingresso a ulteriori fenomeni di illegalità. Gli utenti, talvolta inconsapevolmente, si espongono al download di malware e ransomware, con conseguenze che possono diventare progressivamente più gravi
”, ha dichiarato il Direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni, Ivano Gabrielli.

Pirateria veicolo di attacchi cybercrime, fondamentale aumentare consapevolezza dei rischi tra i più giovani

Si tratta di un fenomeno allarmante, anche perché le piattaforme illegali sono uno dei principali veicoli di diffusione di malware, attacchi di phishing e di sottrazione dei dati personali sensibili degli utenti, poi rivenduti sul dark web. È quindi fondamentale aumentare la consapevolezza sui pericoli della pirateria, in particolare tra i giovani che, oltre a essere tra i soggetti più esposti ai rischi digitali, sono anche i più penalizzati dagli effetti sempre più rilevanti in termini di perdita di posti di lavoro”, ha detto Stefano da Empoli, presidente di I-Com.

Lo studio dimostra che la pirateria metta a rischio la sicurezza digitale degli utenti e anche le opportunità lavorative delle nuove generazioni, con effetti che, senza interventi, potrebbero intensificarsi nel prossimo decennio.

Come ha spiegato in una lettera l’on. Ylenja Lucaselli, membro della Commissione Bilancio della Camera: “Nel 2025, l’impatto della pirateria in termini occupazionali è di 3.399 unità. La perdita occupazionale equivale al 4,31% dell’occupazione complessiva nei settori considerati, ma l’impatto stimato tra il 2025 ed il 2030 è di 34.012 unità, di cui 26.786 nel settore delle attività di produzione cinematografica, di video e programmi televisivi”.

Il fenomeno criminale, infine, assume dimensioni particolarmente rilevanti se si pensa che secondo i dati FAPAV/Ipsos la pirateria interessa il 40% della popolazione adulta italiana. Soggetti che, oltre a possibili sanzioni amministrative, si espongono inconsapevolmente a numerose minacce informatiche. Questi rischi sono evidenziati anche a livello internazionale da uno studio condotto nel Regno Unito da Corsearch e The Industry Trust for IP Awareness che mostra come il 76% dei siti pirata più visitati esponga gli utenti a frodi economiche.

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