Industria cine-audiovisivo in sommossa: sciopero al Festival di Venezia?

Complice un agosto più torrido del solito, complice una qual certa diffusa rassegnazione, complice l’amara delusione dopo un anno di attesa… non ne scrive nessuno (o quasi) sui giornali, ma in questi giorni serpeggia agitazione in centinaia e centinaia di operatori del settore cine-audiovisivo, a seguito della divulgazione (anticipata da IsICult e Key4biz) del “Decreto Tax Credit Produzione”, attesa ormai da oltre un anno, tassello centrale della annunciata riforma della Legge Franceschini del 2016… (si rimanda a “Key4biz” del 29 luglio 2024, “Dossier esclusivo IsICult & Key4biz: in anteprima, il tanto atteso Decreto “Tax Credit” di riforma del settore cine-audiovisivo”).

Se non fosse stato per “Key4biz” – sempre attento, anzi martellante sul tema – e per il quotidiano “La Repubblica” di giovedì scorso 1° agosto con un articolo di Lorenzo De Cicco intitolato “Stretta di Sangiuliano sugli aiuti al cinema. ‘Un regalo alle major. Approvato il decreto legge sul Tax Credit’” (con imprecisione del titolista: si tratta di un “decreto interministeriale”, non di un “decreto legge”), che rilanciava l’intervista di Arianna Finos a Corrado Azzollini, Presidente di Confartigianato Cinema e Audiovisivo (intitolata “Piccoli produttori in ginocchio, la riforma favorisce solo i grandi player”, il giorno prima sempre su “la Repubblica” – edizione digitale), e riportava il parere critico anche dell’avvocato Michele Lo Foco, membro del Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo (e certamente non di simpatie sinistrorse)… tutta l’agitazione in atto sarebbe rimasta “low profile” comunicazionalmente.

Eppure l’agitazione è crescente, al punto tale che giovedì scorso 1° agosto la Sottosegretaria delegata, la senatrice leghista Lucia Borgonzoni, ha convocato una riunione d’urgenza al Ministero con alcune sigle del settore: le tre principali associazioni dei produttori indipendenti – ovvero Confartigianato Cinema e Tv, Cna Cinema Tv, Agici – ed anche l’unione dei produttori dell’Anica e finanche Apa… ed altri soggetti che hanno annunciato reazioni protestatarie rispetto al decreto del 10 luglio, firmato, protocollato e finanche “bollinato” dalla Ragioneria dello Stato, ma non ancora pubblicato.

La Sottosegretaria (e con lei certamente il Ministro) è evidentemente preoccupata dal rischio di azioni plateali che possano rovinare la “festa” del Festival di Venezia.

C’è chi sta ragionando alla presentazione di un ricorso al Tar… c’è chi sostiene che il decreto del 10 luglio presenterebbe anche profili di inconstituzionalità…

Non stupisce la totale assenza della voce delle due principali “lobby” del settore, ovvero le due associazioni imprenditoriali più potenti, la cinematografica Anica (presieduta da Francesco Rutelli) e la televisiva Apa (presieduta da Chiara Sbarigia, che è anche Presidente di Cinecittà): queste due associazioni rappresentano i grossi produttori, ed i “big player” non hanno granché da perdere dalla “correzione di rotta” disegnata dalla Sottosegretaria Lucia Borgonzoni, anzi potrebbero vedersi avvantaggiati perché il decreto tende senza dubbio a “scremare” il mercato (come direbbe un esperto di marketing).

Il rischio però – come abbiamo sostenuto tante volte – è che la rozzezza dell’impianto dell’intervento di correzione determini la sindrome del “buttare anche il bambino assieme all’acqua sporca” (metafora evocata la settimana scorsa da una presa di posizione critica del Sindacato dei Lavoratori della Comunicazione della Cgil – Slc).

Cosa è emerso dall’incontro?! La Sottosegretaria Lucia Borgonzoni ed il Dg Nicola Borrelli hanno detto chiaro e tondo che il decreto del 10 luglio è ormai immodificabile, essendo firmato (dai Ministri Gennaro Sangiuliano e Giancarlo Giorgetti) e controfirmato (dal Ragioniere Generale dello Stato Biagio Mazzotta): si attende soltanto la pubblicazione, e, da quella data, scatta il termine di 30 giorni entro il quale dovranno essere emanati non pochi “decreti direttoriali” (a firma di Borrelli, appunto), che si stima possano addirittura superare la soglia di 10… Già questa osservazione conferma il carattere complesso, complicato, barocco, del decreto del 10 luglio, con le sue 57 pagine (cinquantasette!) di testo.

Una commendevole iniziativa di analisi tecnica e pubblica discussione promossa da Emanuele Caruso di Obiettivo Cinema: un “webinar” domenicale sul Tax Credit

Conferma dell’agitazione in corso la si è avuta ieri mattina: nonostante siamo nella prima settimana di agosto… nonostante fosse domenica… oltre 200 operatori del settore hanno partecipato ad una commendevole iniziativa promossa da un produttore indipendente, Emanuele Caruso, titolare della Obiettivo Cinema srl (piccola società di produzione di Alba, in provincia di Cuneo), che si pone anche come consulente specializzato su queste tematiche. 

Caruso ha promosso un incontro online, nella forma di “webinar”, che ha consentito sia di approfondire le modificazioni che il decreto del 10 luglio apporta all’assetto precedente dell’intervento dello Stato, sia di registrare le criticità evidenziate da una serie di esponenti associativi.

Sono intervenuti Simonetta Amenta (Agici), Mattia Puleo (Cna), Dario Indelicato (Siamoaititolidicoda), Raffaele Buranelli (Raii), Francesca De Martini (Unita), Luisa Porrino (Confartigianato Cinema e Audiovisivo), Simone Catania (Indyca)… 

In particolare, la rappresentante dell’associazione dei produttori indipendenti Agici Simonetta Amenta ha raccontato con franchezza come è andata la riunione di giovedì 1° agosto con la Sottosegretaria Lucia Borgonzoni ed anche una precedente riunione, un paio di giorni prima, con il senatore Maurizio Gasparri (in quanto esponente di Forza Italia che si interessa delle tematiche cine-audiovisive)…

La Sottosegretaria avrebbe recepito alcune delle critiche manifestate dai protestatari ed ha sostenuto che il Ministero avrebbe cercato di apportare delle “corrigende”, nei limiti di quanto è possibile fare (poco) attraverso i “decreti direttoriali”. 

La vera verità è che il margine di manovra tende a zero ed il rischio che la dichiarazione di intenti si riveli una bolla di sapone è evidente.

Qualcuno si domanda: la riunione d’urgenza convocata giovedì della scorsa settimana si rivelerà essere stata uno “specchietto per le allodole”, per blandire i contestatori?!

Intanto si ha notizia che la Sottosegreteria “presenterà” i nuovi decreti (verosimilmente “Tax Credit” e “Contributi Selettivi”) il 29 agosto in quel di Venezia, verosimilmente in coincidenza con la pubblicazione ufficiale di entrambi.

Quel che è emerso dal webinar, ben rappresentato dal promotore e coordinatore Emanuele Caruso, è evidente: perché nell’arco dell’ultimo anno l’elaborazione dei decreti “correttivi” della Legge Franceschini non è stata sottoposta ad un dibattito pubblico, aperto, plurale, trasparente?! 

Una riforma della Legge Franceschini a tutto vantaggio dei “big player”, a tutto svantaggio dei produttori indipendenti?

Più volte – nel corso dell’incontro domenicale – alcuni hanno domandato “ma chi li ha scritti questi decreti?” ed ancor più “con chi sono stati scritti?”…

E quindi naturale emerge un’impostazione del decreto che impone molti paletti, che introduce complesse barriere all’entrata: a tutto vantaggio dei “big player”, a tutto svantaggio dei produttori indipendenti.

Il problema è che questi paletti e queste barriere non sono ben impostate, né ideologicamente né tecnicamente. 

Paradossalmente, sembrano andare in una direzione contraria rispetto alla promozione del cinema italiano indipendente.

Questa è la vera verità del processo tecnico-politico che si è venuto a determinare nell’ultimo anno, allorquando il Ministro Gennaro Sangiuliano ha deciso che la situazione fosse degenerata: troppi film prodotti, troppi film invisibili, troppa inflazione dei costi di produzione, troppe rendite di posizione… 

Il tutto mentre la quota di mercato dei film italiani nei cinema andava via via calando: in questi giorni è intorno al 5 %. Tra i pochi, pochissimi, a segnalarlo oggi il maestro Pupi Avati, in una intervista al “Corriere della Sera”: “siamo all’anno zero del cinema italiano, al 4 percento del mercato, e con dei costi assurdi”. E denuncia, anche lui: “il tax credit favorisce le major e va ridimensionato. Ci rimettono le piccole produzioni come la mia…”.

Ed invece la Sottosegretaria Borgonzoni continua tenacemente a sorridere convinta com’è che la riforma sia veramente innovativa e stimoli la creatività nazionale, così come che la campagna promozionale “Cinema Revolution” stia registrando risultati eccellenti rispetto alla moria del consumo durante i mesi estivi (il che è in parte vero, ma a tutto favore di pochi titoli, e certamente non “made in Italy”, e non è un problema da poco, se si crede realmente nella rigenerazione del cinema nazionale).

Una delle tante criticità del decreto “Tax Credit” è stata denunciata dal Presidente di Confartigianato Cinema e Tv e riguarda il rapporto con il territorio: Corrado Azzollini ha sostenuto che “il mancato riconoscimento dei contributi regionali delle Film Commission come qualificanti per l’ottenimento del credito di imposta potrebbe essere letto come delegittimante dell’azione di sostegno delle opere cine-audiovisive svolta a livello regionale, con possibile violazione di una norma di rango primario (art. 4 della legge 220/2016 titolato “funzioni e compiti delle Regioni”) e, più in generale, del principio costituzionale di leale collaborazione tra Stato e Regioni che dovrebbe portare ad un necessario coordinamento dell’intervento a livello regionale e statale”.

Durante il seminario di Obiettivo Cinema non sono emerse considerazioni critiche rispetto all’altro decreto in gestazione quello relativo ai “Contributi Selettivi”, che IsICult e Key4biz hanno deciso di pubblicizzare, presentando in anteprima (anzi in esclusiva) nell’edizione di venerdì scorso della rubrica “ilprincipenudo”, curata da IsICult per queste colonne (vedi “Key4biz” del 2 agosto 2024, “Cine-audiovisivo, la bozza del “Decreto Contributi Selettivi””).  

Di questo decreto, incredibilmente, ad oggi (lunedì 5 agosto) nessuno ha scritto nulla. D’accordo, siamo ad agosto, ma si tratta di un atto oggettivamente importante (in questo caso un decreto “ministeriale”, non “interministeriale”) che in qualche modo “interagisce” con l’altrettanto importante decreto “Tax Credit”…

Decreto “Contributi Selettivi” (questo ancora in bozza): il Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo chiede correzioni alla Direzione Cinema e Audiovisivo

In relazione al decreto “Contributi Selettivi”, va segnalato che esso – a differenza del decreto “Tax Credit” – è ancora a livello di bozza (non è firmato, protocollato, bollinato…), se è vero che su di esso si è espresso anche il Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo (Csca), presieduto dall’avvocatessa Francesca Assumma: la notizia non è stata rilanciata da nessuno, ma IsICult e Key4biz ritengono che debba essere segnalata. 

Dopo il “parere n° 1” del 3 aprile 2024 (con l’approvazione – 8 voti a favore, 3 contro – del “piano di riparto” del Fondo Cinema e Audiovisivo per il 2024, ovvero 696 milioni di euro, a fronte dei 746 milioni dell’anno 2023), lunedì scorso 29 luglio il Consiglio si è riunito ed ha approvato il suo “parere n° 2”, in relazione ad una specifica richiesta pervenuta il 18 luglio dalla Direzione Cinema e Audiovisivo.

Al di là dello sconcerto che emerge osservando che il Csca è stato completamente ignorato dalla Direzione Cinema e Audiovisivo per quanto riguarda il decreto “Tax Credit” (come se non rientrasse tra le sue competenze, il che rappresenta una interpretazione distorta e “repressiva” della stessa legge Franceschini), ben venga che la Dgca abbia chiesto un parere in relazione al decreto “Contributi Selettivi”.

Riteniamo opportuno riportare la decisione del Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo del 29 luglio 2024, che richiede:

« 1. che il Ministero valuti l’opportunità di approvare in tempo utile una norma transitoria di rango primario che consenta, nell’ambito della prima finestra del credito d’imposta per le imprese di produzione cinematografica cui all’art. 15 della Legge 220/2016, di presentare richiesta anche per le opere destinatarie di un contributo selettivo nella produzione di cui agli artt. 26 e 27 della Legge n. 220/2016, a valere su bandi pubblicati dopo il 1° gennaio 2023; tale norma transitoria mira a compensare le tempistiche delle finestre 2024 dei selettivi alla produzione, che non consentiranno di disporre delle graduatorie in tempo utile per l’apertura della prima sessione del tax credit; in questo modo si consentirà una piena entrata in vigore della nuova disciplina sui crediti di imposta alla produzione, sia per quanto riguarda i prodotti di carattere culturale che quelli di mercato, dando spazio a progetti sostenuti nel 2023 che, visti i tempi medi di progettazione dei prodotti cinematografici e audiovisivi, sono da ritenersi ancora attuali;

2. che il decreto specifichi la presenza nei bandi relativi alle singole linee di intervento di limiti massimi di costo di produzione, ai fini dell’accesso al contributo per talune tipologie di opere, in coerenza con l’art. 26 della Legge n. 220/2016 che destina il sostegno prioritariamente alle opere cinematografiche e in particolare alle opere prime e seconde, ovvero alle opere realizzate da giovani autori, ovvero ai film difficili realizzati con modeste risorse finanziarie ovvero alle opere di particolare qualità artistica; che gli stessi limiti massimi di costo siano definiti in coerenza con la normativa in materia di credito di imposta per le imprese di produzione cinematografica di cui all’art. 15 della medesima legge;

3. che l’entità del contributo per le spese istruttorie di cui all’art. 4 sia definito con criteri di proporzionalità, preferibilmente per fasce di costo di produzione, e che il relativo costo possa essere rendicontato. »

Da questo articolato parere, emerge l’esigenza di correzioni in itinere di questi atti, i quali, prima di essere sottoposti alla firma del Ministro o del Direttore Generale: si tratta di decisioni che dovrebbero beneficiare giustappunto di preventiva pubblica discussione con gli operatori del settore.

Che accadrà nei prossimi giorni, fino all’avvio del Festival di Venezia?! L’effervescenza critica sfocerà nell’annuncio di uno sciopero durante la kermesse al Lido?!

Che accadrà nei prossimi giorni, fino all’avvio del Festival di Venezia (che inizia mercoledì 28 agosto per concludersi sabato 7 settembre), è difficile prevederlo. 

Nuove riunioni con la Sottosegretaria intorno a Ferragosto? 

Impostazione tecnica di un ricorso al Tar o addirittura un’azione legale di denuncia di incostituzionalità?

Annuncio di sciopero proprio in occasione del festival?

Il caldo e le vacanze non stimolano certamente “riunioni” dei protestatari e dei dissidenti, che pure sono previste già in calendario nei prossimi giorni.

C’è chi sostiene – forse con eccessivo ottimismo – che, per la prima volta, si starebbe formando un “fronte unitario”di coloro che vogliono contrastare questo maldestro avvio della riforma della Legge Franceschini. 

Al gruppo delle associazioni dei produttori indipendenti, si affiancano movimenti nuovi come Siamoaititolidicoda ed ilRegistro Italiano Attrici e Attori (Riaa), lavoratori di varie categorie anche sganciati dalle logiche del sindacato… 

Dall’alto della nostra esperienza (ultratrentennale), riteniamo che le chance di organizzare e strutturare una “resistenza” siano veramente limitate, perché temiamo finirà per prevalere il soggettivismo di ognuno.

Quante erano le sigle che hanno organizzato la manifestazione al Cinema Adriano il 5 aprile 2024, “Vogliamo che ci sia ancora un domani”? Decine e decine. 

Quale è stato il risultato di quella mobilitazione? La Sottosegretaria non accolse l’invito dei promotori.

Sostanzialmente nullo, alla luce del decreto del 10 luglio 2024. 

Non a caso, usavamo l’aggettivazione… “soft” per descrivere su queste colonne quell’iniziativa di “agitazione” (vedi “Key4biz” del 5 aprile 2024, “Mattinata di agitazione ‘soft’ da parte di (quasi) tutta l’industria cinematografica e audiovisiva. Assente la Sottosegretaria Borgonzoni”).

Si ha ragione di ritenere che se questi “stakeholder” vogliono realmente incidere nei processi decisionali del Governo su queste materie, non resta altro che radicalizzare, alzare il tiro, usare le “maniere forti”… 

Emanuele Caruso, nel concludere il suo seminario di ieri, prospettava una raccolta di fondi per acquistare pagine su alcuni quotidiani, per rappresentare pubblicamente le ragioni dei protestatari. Caruso rimarcava come questo governo o comunque la politica in generale sia sensibile ormai soprattutto alle operazioni di comunicazione ed immagine. Ahinoi, è l’imperante “politica spettacolo”…

La minaccia di uno sciopero – soprattutto durante la kermesse veneziana – potrebbe essere un’azione concreta: porsi come “guastatori” ovvero dei “guastafeste”… durante il “red carpet”, disturbando la festa di chi gode dei privilegi dell’attuale assetto di potere, potrebbe senza dubbio lanciare un segnale di allarme nei confronti del Governo…

Una questione di metodo (e di democrazia): garantire procedure più trasparenti, pubbliche, condivise

Rispetto alla critica ai processi fin qui messi atto… Si tratta semplicemente di una questione di metodo. Che è – in fondo – anche una questione di democrazia. In questo caso di “democrazia culturale”.

Sarebbe opportuno che il Ministero della Cultura adottasse finalmente procedure più trasparenti, pubbliche, condivise, nella gestazione di atti che determinano effetti importanti nell’economia del settore cine-audiovisivo, accantonando la tecnica di erratiche riunioni ad invito e saltuari incontri a porte chiuse, in occasione dei quali dichiara disponibilità all’interlocuzione con gli “stakeholder”, simpaticamente richiede l’invio di note, e poi… vengono pubblicati i decreti, che spesso ignorano le istanze dei portatori d’interessi (ovvero della gran parte di essi)!

Basterebbe pubblicare formalmente sul sito della Dgca una “bozza” dei decreti, chiedere a tutti gli interessati di far pervenire commenti e proposti, ma in modalità aperta e pubblica, rendendo possibile la conoscenza collettiva delle posizioni di ognuno e la condivisione dei pareri. Come si usa nelle consultazioni pubbliche e nelle pubbliche audizioni. 

Ciò non è avvenuto, e quindi oggi si “scoprono” improvvisamente (dopo oltre un anno di esasperante attesa e blocco del settore) testi che vengono dati per definitivi (ahinoi, sono definitivi), azzerando il margine di intervento: è questo un processo trasparente e democratico di “policy making” culturale? La risposta è netta ed univoca: no. 

Ed in questo il governo guidato da Giorgia Meloni non ha innovato alcunché, riproducendo le pratiche del passato.

Il perdurante mistero delle nuove “Commissioni Esperti” cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura: il Ministro firmerà il decreto a Ferragosto… a sorpresa, con totale assenza di invito a presentare le candidature e deficit procedura pubblica di comparazione dei curricula?!

Un altro esempio? Da metà marzo, è cessata dalle sue funzioni la “Commissione Esperti” (i cosiddetti “15 saggi”), chiamata ad esprimersi sui “contributi selettivi” (era stata nominata dal ministro “dem” Dario Franceschini, previo avviso a presentare candidature). 

Sono trascorsi oltre 4 mesi da allora.

Si ricordi che la Legge di Bilancio 2024 ha assegnato al Ministro una delega per riformare la struttura e l’organizzazione di questo organismo, destinato ad essere strutturato in due commissioni, una focalizzata sula “produzione” ed una sulla “promozione”. Con gli esperti finalmente beneficiari di un compenso.

IsICult ed altri hanno invitato più volte – anche su queste colonne – il Ministro a promuovere un avviso pubblico per la presentazione di candidature, ben precisando i pre-requisiti e magari attivando una procedura comparativa analizzando i curricula…

Un manipolo di associazioni dell’anima creativa del settore ovvero 100autori e Anac e Wgi due mesi fa hanno richiesto al Ministro che le Commissioni siano formate in modo da “garantire ancora di più il livello di competenza e di imparzialità degli esperti che dovrà nominare nelle prossime settimane, scegliendoli tra i professionisti della materia, quali sceneggiatori, registi, produttori, distributori ed esercenti nel pieno dell’attività” (vedi “Key4biz” del 13 maggio 2024, “Associazioni degli autori cinematografici e audiovisivi sollecitano al Mic la formazione delle nuove ‘commissioni esperti’”). 

Sono trascorsi oltre due mesi da allora, e nessuna reazione è pervenuta né dal Ministro Sangiuliano né dalla Sottosegretaria Borgonzoni. Silenzio assoluto, rotto soltanto dalle reiterate segnalazioni di allarme ed attesa di IsICult e Key4biz e da una noterella lanciata da Dagospia, che riportava alcuni (improbabili) nomi che sarebbero presenti nella bozza (secretata) dell’elenco della eletta schiera. 

Trasparenza zero. Eppure queste commissioni avranno un ruolo centrale nel “governo” del prossimo intervento dello Stato nel settore. 

Lo scenario che si prospetta nelle prossime settimane non è esattamente entusiasmante.

Clicca qui per la videoregistrazione (sul canale YouTube di Obiettivo Cinema) del webinar “Il nuovo Tax Credit 2024*. Novità e modalità di accesso”, a cura di Emanuele Caruso, tenutosi il 4 agosto 2024

Clicca qui per le slide presentate in occasione del webinar “Il nuovo Tax Credit 2024*. Novità e modalità di accesso”, a cura di Emanuele Caruso (Obiettivo Cinema srl), tenutosi il 4 agosto 2024

Clicca qui, per il “parere n° 2” approvato dal Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo (Csca) del Ministero della Cultura, in relazione alla bozza di decreto cosiddetto “Contributi Selettivi” (“Decreto ministeriale recante ‘Disposizioni applicate in materia di contributi selettivi di cui all’art. 26 della Legge 14 novembre 2016, n. 220”), in occasione della riunione del 29 luglio 2024, Ministero della Cultura, Santa Croce in Gerusalemme, Roma

[ Note: questo articolo è stato redatto senza avvalersi di strumenti di “intelligenza artificiale. ]

(*) Angelo Zaccone Teodosi è Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) e curatore della rubrica IsICult “ilprincipenudo” per “Key4biz”. 

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/industria-cine-audiovisivo-in-sommossa-sciopero-al-festival-di-venezia/500805/




Cine-audiovisivo, la bozza del “Decreto Contributi Selettivi”

La giornata di ieri, giovedì 1° agosto 2024, è stata caratterizzate da agitazioni collettive ed individuali, tutte collegate con dinamiche che riguardano la politica del Ministero della Cultura, anzitutto in relazione al “Decreto Tax Credit Produzione” firmato da Gennaro Sangiuliano (Mic) e da Giancarlo Giorgetti (Mef) il 10 luglio 2024 e reso pubblico da IsICult e Key4biz lunedì scorso 29 luglio 2024: dopo un paio di giorni di silenzio, tra mercoledì e ieri sono emerse le prime reazioni (pubbliche) da Confartigianato Cinema e Audiovisivo al Sindacato Lavoratori della Comunicazione (Slc) della Cgil… Rimandiamo naturalmente al nostro intervento di ieri su queste colonne: vedi “Key4biz” del 1° agosto 2024, “Decreto Tax Credit, “il Governo svende il cinema alle multinazionali straniere” (il titolo rilanciava la posizione del deputato del Movimento 5 Stelle Gaetano Amato).

Ieri in serata, è intervenuta anche Irene Manzi, Capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura, che ha duramente criticato il Ministro Sangiuliano, chiedendo che “riferisca in Parlamento”: “il decreto tax credit conferma le aggressioni costanti e sistematiche che il governo sta portando avanti nei confronti dell’industria cinematografica e audiovisiva italiane. Interventi sbagliati che politicizzano addirittura le scelte artistiche delle produzioni, eliminano gli automatismi dei finanziamenti, riducono i fondi e complicano il lavoro delle produzioni che, infatti, stanno scappando dall’Italia”. Commentando il decreto interministeriale firmato dai ministri Giorgetti e Sangiuliano, ha dichiarato: “chiederemo alla presidenza della Commissione Cultura della Camera (ovvero al Presidente Federico Mollicone, che su questo decreto non si è espresso; si ricordi che è anche il Responsabile Cultura di Fratelli d’Italia, n.d.r.) di programmare al più presto l’audizione del ministro Sangiuliano per conoscere nel dettaglio e non a mezzo stampa le ragioni di questo intervento e lo stato dell’arte dell’industria audiovisiva italiana”.

Permane il solito deficit di trasparenza, di condivisione, di dialettica, nella genesi di regolamenti che cambiano le “regole del gioco” dell’intervento dello Stato nel settore cine-audiovisivo

Come dire?! La deputata Manzi ha effettivamente ragione, e peraltro ci sentiamo chiamati in causa, dato che effettivamente siamo stati noi di IsICult & Key4biz a rendere di “pubblico dominio” – “a mezzo stampa” ahinoi – un documento che pure circolava in modo ufficioso in diversi ambienti: questa oggettiva anomalia “comunicazionale” conferma quel deficit di trasparenza e di condivisione che abbiamo denunciato tante volte. 

Crediamo che queste iniziative di “divulgazione” giornalistica rappresentino un atto di impegno civile (ed una concreta azione di politica culturale), per far uscire il dibattito dalle ovattate stanze del potere…

Riteniamo che interventi così importanti, nell’economia della indispensabile riforma della “Legge Franceschini” del 2016, richiederebbero dibattiti pubblici (non a porte chiuse, non ad invito…) e discussioni dialettiche (sia tecniche sia politiche), che non si sono mai concretizzate: su questi temi, da oltre un anno, non c’è mai stato un pubblico confronto tra “Ministero” (inteso come il Ministro Gennaro Sangiuliano, la Sottosegretaria Lucia Borgonzoni, il Direttore Generale Cinema e Audiovisivo Nicola Borrelli) e la comunità professionale intesa nel suo complesso, ma soltanto incontri parziali, parcellizzati e sempre… a porte chiuse. 

La stessa Sottosegretaria delegata Lucia Borgonzoni, pur invitata più volte in occasioni di pubblico confronto, come quelle organizzate presso il Cinema Adriano mesi fa, non ha ritenuto di confrontarsi in modo pubblico e diretto con le varie anime del settore cine-televisivo. Ha preferito “audizioni riservate”, sempre ad invito.

Il settore cine-audiovisivo è veramente… “ai titoli di coda”?!

Ieri la Sottosegretaria Lucia Borgonzoni ha confermato questa modalità: una eletta schiera di associazioni sono state convocate al Ministero, per iniziativa di nuove “soggettività” associative, come il comitato di lavoratori “Siamo ai Titoli di Coda”  promosso da Dario Indelicato (al quale abbiamo dedicato attenzione in passato: vedi “Key4biz” del 5 giugno 2024, “La protesta dei lavoratori cine-audiovisivo: “Siamo ai titoli di coda”, mentre tiene banco il dossier Cinecittà”), con il coinvolgimento di alcune associazioni di impresa, di alcune categoria (le troupe, tra l’altro) e finanche di alcuni esponenti sindacali (della Uil e non della Cgil)… Ancora una volta, movimenti erratici, nell’ennesimo tentativo di costruire una “unità” nel settore, che è ardita intrapresa, anche perché mettere allo stesso tavolo gli imprenditori ed i lavoratori è sempre stata storicamente una “mission impossible”, data la diversità degli interessi e degli obiettivi. Peraltro, abbiamo già spiegato che, al di là della disponibilità della Sottosegretaria, non è possibile “correggere” un “decreto interministeriale” attraverso un “decreto direttoriale”… Ed ormai il decreto del 10 luglio 2024 è bello che perfezionato…

La riprova ulteriore di un “modus” oggettivamente autocratico è data dall’incredibile non coinvolgimento del Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo (Csca), massimo organo di consulenza del Ministero della Cultura su questi temi (organismo presieduto da Francesca Assumma), che ha dovuto prendere atto, anch’esso, del decreto interministeriale del 10 luglio 2024 (il “Tax Credit Produzione”), allorquando esso era stato già firmato, protocollato, bollinato… 

A cosa serve questo gran consesso di esperti, se è costretto a “prendere atto” passivamente delle decisioni dell’amministrazione e dell’autorità politica?! 

Peraltro, è noto che lo stesso fondamentale “piano di riparto” dei 696 milioni di euro del Fondo Cinema e Audiovisivo per l’anno 2024 è stato sottoposto al Consiglio Superiore in occasione della sua prima riunione del 3 aprile 2024, il giorno stesso dell’insediamento, senza che gli 11 membri avessero avuto chance di una preventiva analisi dello stesso. E con veemente invito ad approvarlo: il che è avvenuto con 8 voti a favore e 3 contrari. L’unico che protesta (pubblicamente) e si muove controcorrente è il consigliere Michele Lo Foco, che pure gode della fiducia del Ministro stesso, ed è osteggiato dagli esponenti dei “poteri forti” del sistema, che hanno evidente interesse al mantenimento dello “status quo”…

D’altronde, lo stesso Partito Democratico è costretto a riconoscere – un po’ tardivamente in verità – che ci sono state distorsioni ed abusi nella gestione della Legge Franceschini, e guarda con diffidenza comprensibile i “tasselli” di un “mosaico” di riforma che mostra contraddizioni e stimola perplessità: in effetti, una lettura oggettiva e non faziosa del Decreto Tax Credit Produzione evidenzia l’introduzione di “barriere all’entrata” e “paletti” che non favoriscono la produzione indipendente… 

Tacciono completamente i “grossi” imprenditori, e non una parola di reazione, negli ultimi giorni, da parte della “cinematografica” Anica guidata da Francesco Rutelli e della “televisiva” Apa presieduta da Chiara Sbarigia (che – si ricordi sempre – è anche Presidente della pubblica Cinecittà). Fanno capo a queste associazioni imprese formalmente italiane, ma controllate da multinazionali straniere (come nel caso della Wildside alias Fremantle alias Bertelsmann, entrata nel mirino della stessa Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, che nel luglio dell’anno scorso ha inviato un parere al Governo, chiedendo di correggere alcune criticità della Legge Franceschini appunto)…

Nessuno è in grado di valutare tecnicamente ed in modo indipendente se le “correzioni di rotta” della Legge Franceschini saranno efficaci

In ogni caso, ad oggi purtroppo nessuno è in grado di valutare – in modo indipendente e scevro da interessi partigiani – se le correzioni di rotta alla Legge Franceschini siano (saranno) efficaci: la “cassetta degli attrezzi” resta povera di strumentazione tecnica, come abbiamo dimostrato, da anni, su queste ed altre colonne…

Circola in questi giorni anche la bozza del decreto ministeriale (questo è sottoposto alla firma soltanto del Ministro della Cultura) che regola i contributi cosiddetti “selettivi” ed oggi IsICult & Key4biz hanno deciso di renderlo di pubblico dominio, perché non è sano che esso circoli semi-clandestinamente, a vantaggio di pochi privilegiati: in questo caso, si ha notizia che il decreto, in bozza, sia stato sottoposto all’attenzione del Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo, in occasione dell’ultima riunione tenutasi lunedì scorso 29 luglio…

Anche questo documento non dovrebbe essere reso noto “tramite stampa” (per parafrasare l’onorevole Manzi), ma dovrebbe essere oggetto di una discussione aperta, libera, plurale… è in gioco la riforma del sistema, ovvero dell’intervento pubblico nel settore cine-audiovisivo…

Lo scontro tra il dominus del Festival di Giffoni Claudio Gubitosi ed il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano: tra trattamenti privilegiati e compensi stellari e “tagli” ministeriali…

Passando da un livello “macro” ad un livello “micro” (ma nemmeno tanto), oggi venerdì 2 nessuna testata quotidiana nazionale dedica attenzione alla protesta messa in atto ieri dal dominus del Giffoni Festival di fronte all’ingresso del Collegio Romano, ma Claudio Gubitosi ha inviato alle agenzie stampa dichiarazioni, dalle quali emerge quasi a mo’ di martire culturale e di vittima della violenza repressiva del Ministro della Cultura.

Abbiamo ben illustrato ieri su queste colonne come le lamentazioni di Gubitosi siano comprensibili nella dimensione umana, ma non ragionevoli: il suo festival ha assorbito, nel corso degli anni, una fetta crescente dei (pochi) danari che il Ministero assegna a festival rassegne premi ed iniziative in materia di “promozione”. La decisione adottata dal Ministro Gennaro Sangiuliano è corretta: si impone un “tetto” al finanziamento pubblico di ogni iniziativa: 400.000 euro, che è il livello sotto il quale si ritrovano tutti gli altri festival sostenuti dallo Stato centrale… Tutto il resto è retorica o comunque autodifesa a riccio dei propri privilegi.

Quel che resta grave è che non esista un sistema informativo del Ministero che consenta di comprendere la vera economia di tutto il sistema festivaliero italiano: va segnalato che ci sono anche festival che hanno rilevanza notevole e che non sono sostenuti dal Mic, ma dalle Regioni e/o dai Comuni o dalle fondazioni bancarie… 

Non esiste una radiografia che consenta di comprendere la vera “economia festivaliera” e di  confrontare le dinamiche di sovvenzionamento da parte dello Stato ovvero dei suoi livelli (Ministeri, Regioni, Comuni), anche in rapporto ad indicatori oggettivi come la quantità di pubblico coinvolto, la ricaduta mediale, gli impatti sul territorio in termini socio-culturali e turistici… Anche quello dei festival è un “universo” rispetto al quale le esplorazioni cognitive sono state sempre molto limitate.

Antonio Iannone (Fratelli d’Italia): “Claudio Gubitosi renda pubblici i suoi compensi e del suo staff”

Ieri sera un esponente politico che non rientra esattamente tra gli estimatori di Claudio Gubitosi, il senatore Antonio Iannone (Fratelli d’Italia) ha chiesto a chiare lettere al fondatore di Giffoni di rendere pubblici i suoi compensi: “non faccio alcuna illazione. Giorni fa è stato pubblicato da ‘Libero’ un articolo che non mi risulta smentito dal Direttore Gubitosi (il senatore si riferisce all’articolo di Arturo Bandini su “Libero” del 30 luglio 2024, intitolato “Giffoni Film Festival”, le 240 consulenze volute da Gubitosi, n.d.r.). Visto che l’amico Claudio non teme la trasparenza, lo invito a rendere pubblico il suo compenso, quello dei consulenti o collaboratori o come li vuole chiamare lui; i nomi dei fornitori con le relative cifre e procedure per la selezione. Sono certo che non vorrà far mancare questo completo atto di chiarezza visto che qui si parla di risorse pubbliche. Non vorremmo trovarci al cospetto di un moralismo e di una battaglia per la cultura fatta da chi percepisce più di un Presidente della Corte di Cassazione, di chi stipendia figli di o si serve di ditte riconducibili a parenti illustri o ex illustri. Insomma Gubitosi fornisca elenco e lasci agli altri giudicare come vengono impiegate le risorse. Aspettiamo con ansia”. 

Sul sito web di Giffoni, esiste una pagina che riporta i compensi dei dipendenti, ed il livello massimo è rappresentato da Vincenzo Barletta (Responsabile Amministrativo), con uno compenso di 72.427 euro…

Come non sorridere un poco, riportando le parole di Gubitosi, che hanno un tenore… napoleonico oscillando peraltro stilisticamente tra i toni aggressivi e quelli sussiegosi: ieri ha sostenuto che, non avendogli concesso udienza, il Ministro “non ha avuto la dignità, la dignità di uomo, di politico, e di ministro di questa Repubblica di fermarsi, di chiamarmi, di salutarmi e di dirmi cosa vuole fare di Giffoni…”, lamentando di essere un uomo di 73 anni, che è stato sotto ore ed ore sotto il sole a 40 gradi…

Rivolgendosi via YouTube a “milioni di italiani” (sic), ha domandato retoricamente: “devo stare zitto? aspettare? licenziare centinaia di persone? chiudere un’azienda leader nel mondo? distruggere l’economia di un territorio così faticosamente sviluppatasi in oltre mezzo secolo? come lo spiego ai ragazzi?”. Ieri sera il dominus del Festival di Giffoni ringraziava così la politica (una parte della politica): “il presidente Giuseppe Conte, i deputati Anna Laura Orrico e Gaetano Amato, l’onorevole Elisabetta Piccolotti, la senatrice Anna Bilotti e tutti quelli che hanno deciso di supportarci in queste ore, come i tantissimi altri rappresentanti di tutti gli schieramenti politici, compresi quelli dell’area di centro destra”. In verità, non una voce ci sembra sia emersa, dallo schieramento di centro-destra (ed i parlamentari citati da Gubitosi sono tutti del Movimento 5 Stelle, fatta salva Piccolotti che è di Alleanza Verdi Sinistra), ma questa dinamica potrebbe rientrare nelle prevedibili contrapposizioni tra fazioni partitiche.

Quanti tra i beneficiari di contributi rispettano la norma secondo la quale è obbligatorio pubblicare sul proprio sito l’entità del sostegno pubblico?!

Al di là del caso “particolare”, va segnalato (denunciato) che soltanto una minima parte dei festival e delle iniziative che in Italia beneficiano dei contributi pubblici rispettano al meglio il dettato normativo secondo il quale è (sarebbe) obbligatorio evidenziare – sui propri siti web – il dettaglio dei sostegni pubblici: è questo il caso – come abbiamo già segnalato – anche di Giffoni, che non pubblica né il bilancio economico né il bilancio sociale dell’Ente Autonomo Giffoni Festival… 

La norma in questione è rappresentata dalla Legge n. 124 del 2017, che prevede (ai commi 125/127) l’obbligo di pubblicità relativo ai contributi pubblici ricevuti dalla Pubblica Amministrazione in misura uguale o superiore ai 10.000 euro lordi…

E questo la dice lunga su come il concetto di “trasparenza” viene interpretato in modo leggero e superficiale anche da diversi beneficiari del sostegno statale, senza che lo stesso Ministero della Cultura intervenga sanzionando gli inadempienti.

Lo abbiamo scritto tante volte: laddove prevalgono nebbie, è sempre latente il rischio di dinamiche… anomaleovvero di abusi del sostegno dello Stato.

Esattamente come avviene – come è avvenuto, almeno finora – rispetto al fiume di danaro pubblico assegnato allo strumento del “Tax Credit” (nel 2024 sono previsti 413 milioni di euro, una enormità rispetto ai 7 milioni di euro soltanto assegnati dal Mic ai festival): una manna statale che è saggio interrompere e che è sano correggere, ma – lo ribadiamo ancora una volta – senza buttare il bambino insieme all’acqua sporca…

Clicca qui per la bozza del Decreto Ministeriale “Disposizioni applicative in materia di contributi selettivi di cui all’articolo 26 della Legge 14 novembre 2016, n. 220” (alias Legge Franceschini), decreto noto anche come “Contributi Selettivi”, versione di lavoro 17 luglio 2024

Clicca qui per la bozza di Relazione Illustrativa al Decreto Ministeriale “Disposizioni applicative in materia di contributi selettivi di cui all’articolo 26 della Legge 14 novembre 2016, n. 220” (decreto “Contributi Selettivi”), versione di lavoro 17 luglio 2024

[ Note: questo articolo è stato redatto senza avvalersi di strumenti di “intelligenza artificiale”. ]

(*) Angelo Zaccone Teodosi è Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) e curatore della rubrica IsICult “ilprincipenudo” per “Key4biz”. 

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/cine-audiovisivo-la-bozza-del-decreto-contributi-selettivi/500691/




Decreto Tax Credit, “il Governo svende il cinema alle multinazionali straniere”

Tra ieri ed oggi, s’è scatenata una polemica, prevedibile quanto tardiva, e, dopo giorni e giorni di incomprensibile silenzio, s’è finalmente udita la voce di chi contesta il tanto atteso “Decreto Tax Credit Produzione” per il settore cine-audiovisivo, che IsICult e Key4biz hanno pubblicato in assoluta anteprima lunedì scorso, registrandosi l’indomani una assoluta assenza di reazioni (si veda “Key4biz” del 29 luglio 2024, “Dossier esclusivo IsICult & Key4biz: in anteprima, il tanto atteso Decreto “Tax Credit” di riforma del settore cine-audiovisivo”)…

Era giunta voce di agitate riunioni, ovviamente non affollate né e granché partecipate a causa dell’imminente agosto, ma nulla era emerso a livello di media, né sulle agenzie stampa né sui quotidiani, tra lunedì e martedì…

Ieri pomeriggio, mercoledì 31 luglio, è stato il quotidiano “La Repubblica” ad aprire le danze, con un articolo pubblicato alle 17.52 sull’edizione digitale, a firma di Arianna Finos, che intervistava Corrado Azzolini, Presidente di Confartigianato Cinema e Audiovisivo, e già dal titolo emergeva la protesta: “Piccoli produttori in ginocchio, la riforma favorisce solo i grandi player”. 

Questa mattina, lo stesso quotidiano spara a pagina intera un articolo di Lorenzo De Cicco, intitolato “Stretta di Sangiuliano sugli aiuti al cinema. ‘Un regalo alle major’”, nel quale viene rilanciata la tesi di Azzolini, ma viene al contempo dato ampio spazio all’avvocato Michele Lo Foco, membro del Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo (Csca), le cui tesi controcorrente siamo stati tra i primi a rilanciare anche sulle colonne di “Key4biz”: come scrive De Cicco, l’avvocato Lo Foco è stato nominato nel Csca (presieduto dall’avvocatessa Francesca Assumma) dal Ministro Sangiuliano, e quindi non è “tacciabile di faziosità”… E sostiene anche lui che il decreto “aiuterà solo le grandi case di distribuzione, spesso straniere, stritolando i film “difficili”, ma di grande qualità”. L’articolo registra anche la presa di posizione di Angelo Bonelli, leader di Alleanza Verdi Sinistra (Avs), il quale sostiene che “il decreto Sangiuliano ammazza la produzione culturale cinematografica italiana, favorendo le multinazionali. È l’unica realtà italiana che avrà le caratteristiche per le facilitazioni è Mediaset… con questi criteri, metà dei film italiani presentati a Venezia non sarebbero stati realizzati”.

Oggi stesso interviene anche “Il Sole 24 Ore” che propone invece una lettura neutra, tendenzialmente positiva (d’altronde, si ricordi che le due maggiori lobby del settore, la cinematografica Anica e la televisiva Apa, aderiscono a Confindustria Cultura), auspicando che la “finestra” per avviare la presentazione delle domande per accedere al credito di imposta possa essere aperta a metà settembre… La questione se la pone, ma come quesito, oggi anche Cristiano Bollo sulla testata specializzata “Box Office”, rilanciando la domanda: “tax credit produzione, quando verranno aperte le domande?”.

Ottimista la previsione che il settore si rimetta in moto a settembre… Francesco Verducci (Partito Democratico): “un attacco del Governo che mette a rischio il settore”

La previsione di settembre appare per alcuni aspetti ottimista: dal decreto ministeriale “barocco” del 10 luglio 2024 (si ricordi: 57 pagine di testo…) emerge l’esigenza di un discreto numero di “decreti direttoriali”, alla firma del Dg Nicola Borrelli, e peraltro dovrà essere anche adeguata ovvero implementata la piattaforma web della Direzione Cinema e Audiovisivo del Ministero…

In sostanza, il settore cine-audiovisivo potrà sperare in un rinnovato flusso di sostegno pubblico solo verso novembre o dicembre di quest’anno, e quindi sarà nei fatti confermata quella “sospensione” di un anno intero, ovvero tutto il 2023… 

Con le conseguenze in atto e le ulteriori prevedibili. 

Che questo risponda semplicemente alla annunciata esigenza di “razionalizzare” ed “efficientare” l’intervento della “mano pubblica” sarà quindi da dimostrare, allorquando la “macchina ministeriale” si andrà a rimettere in moto, concretamente ad inizio 2025… Sarà interessante conoscere i “consuntivi” per l’anno 2024 del “Fondo Cinema e Audiovisivo”…

Da segnalare che, dopo un inspiegabile silenzio, ieri sera è emersa una voce dal Partito Democratico, anche se “uti singuli”, nelle parole del membro della Commissione Cultura del Senato, Francesco Verducci, secondo il quale il decreto rappresenterebbe “un attacco del Governo che mette a rischio il settore: “il Decreto governativo sul Tax Credit è un colpo durissimo per tutto il Cinema italiano. Soprattutto è un decreto che, così com’è scritto, taglia le gambe alla quasi totalità delle imprese indipendenti, in favore di fatto delle multinazionali straniere. Mette a rischio migliaia di posti di lavoro, mentre solo pochi giorni fa il decreto sulla ripartizione dei fondi esplicitava il vero obiettivo della destra: mettere sotto controllo i contenuti, quindi l’autonomia e la libertà degli autori, con un dirigismo editoriale inquietante. Da una parte il taglio dei contributi, dall’altra l’obbligo di sottostare a un diktat ideologico per potervi accedere. È un attacco frontale e pericoloso che stravolge, snatura e mortifica un settore decisivo per il nostro Paese. Questo provvedimento è un punto di non ritorno per il Cinema e l’audiovisivo italiano. Il Governo si fermi e ascolti le istanze dei soggetti del settore”.

Invocare che il “governo si fermi”, allorquando si tratta di un decreto interministeriale, firmato, protocollato, bollinato, è richiesta ardita. Forse sarebbe stato meglio se il Pd si fosse mosso attivamente prima – ovvero per tempo – se cotanta è la preoccupazione che ora improvvisamente emerge. 

Gaetano Amato (M5s): “il Governo svende il cinema alle multinazionali straniere”

Questa mattina emerge anche la reazione del Movimento 5 Stelle, con una presa di posizione, anche in questo caso – si noti – “individuale”, ovvero del deputato Gaetano Amato, che denuncia come “il governo svende il cinema alle multinazionali straniere, tradendo pmi italiane”. Il parlamentare grillino ironizza, domandando: “Gennaro Sangiuliano ha letto il decreto sul tax credit o lo ha scambiato per un libro da giudicare? Se non lo ha letto gli consigliamo di farlo quanto prima, perché si sta assumendo la paternità di una dei più grossi tradimenti nei confronti delle piccole e medie imprese cinematografiche italiane”. 

Ulteriore ironia di Gaetano Amato nei confronti della Sottosegretaria delegata Lucia Borgonzoni: “parliamo di un provvedimento che porta la firma della stratega leghista Borgonzoni a cui Sangiuliano ha affidato – ahinoi – le sorti del Cinema italiano svendendolo alle multinazionali straniere… Il tax credit, da automatismo di legge e primaria risorse di piccoli e medi produttori che riuscivano a dare una chance ai giovani autori, diventerà muro invalicabile per chi non ha di suo i capitali delle major. Come può una piccola impresa offrire una garanzia del 40 per cento del costo di un film da 1 milione e mezzo? Come fa ad assicurare 240 proiezioni un produttore che finanzia un’opera prima di un giovane e magari promettente autore, senza avere alle spalle una multinazionale? Il 65 per cento dei lavoratori dello spettacolo è totalmente fermo, e la situazione è destinata a peggiorare grazie a questo attacco frontale ad una grande e storica industria culturale del nostro Paese, che ha regalato maestri e capolavori ineguagliabili alla storia del Cinema mondiale”. E conclude con uno sdegnato: “che vergogna!”.

Il deputato Amato evidenzia senza dubbio una qualche asintonia tra la “teoria” e la “pratica”: se è vero che la riforma è stata fortemente voluta dal Ministro Sangiuliano, è evidente che la messa a terra della stessa è stata gestita dalla sua Sottosegretaria. Ed in effetti qualche “contraddizione” tra il “dire” ed il “fare” emerge, studiando attentamente il decreto del 10 luglio 2024 (ci torneremo nei prossimi giorni).

Nessuna altra voce dalla politica, né “contro” il Decreto (da parte di altri esponenti delle opposizioni) né “pro” (da parte del centro-destra). 

Qual è la vera verità?! Le “correzioni” alla Legge Franceschini erano certamente necessarie, ma si è proceduto con approssimazione e rozzezza

Come abbiamo dimostrato – anche su queste colonne, in numerosi interventi tecnici – naturale e sana era (e resta) l’esigenza di razionalizzare l’intervento dello Stato nel settore, perché la “Legge Franceschini” ha prodotto un boom produttivo in buona parte artificiale, grazie alle dimensioni crescenti della manna statale. E ci sono stati anche non pochi imprenditori – come dire?! – malandrini…

Lo strumento che è stato privilegiato è quel “tax credit” (una sorta di meccanismo automatico suddito comunque delle logiche di mercato), la cui applicazione non è mai stata oggetto di adeguato controllo e quindi il sistema è andato “in tilt”. 

Si ricordi peraltro che l’avvio della riforma è stato caratterizzato anche da un parere dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni che segnalava alcuni aspetti critici della normativa in essere (si tratta del parere del 27 giugno 2023 reso pubblico il 7 luglio, con il quale Agcom rimarcava l’esigenza di revisionare il quadro normativo in materia di opere europee, produttori indipendenti e tax credit giustappunto…), tra i quali lo strapotere venutosi a determinare da parte di un manipolo di imprese controllate da multinazionali straniere: esemplare il caso di una società di produzione come Wildside, controllata dalla multinazionale tedesca-lussemburghese Fremantle alias Bertelsmann… È stata Agcom a denunciarlo, si noti bene.

Questa società, in particolare, ha beneficiato di decine e decine di milioni di euro di aiuti dello Stato italiano, allorquando non potevano fino ad oggi essere beneficiate società controllate e comunque legate – per esempio – al gruppo Mediaset, a causa di una controversa interpretazione del concetto di “produttore indipendente” (questione che – come abbiamo segnalato – non è stata oggetto di “revisione” alcuna, nel decreto interministeriale del 10 luglio).

Che la discriminazione nei confronti del maggiore gruppo mediale privato italiano dovesse essere corretta è indubbio: quel che appare però evidente è che coloro che hanno impostato il decreto “Tax Credit Produzione” del 10 luglio 2024 hanno voluto imporre una serie di “paletti”, che limitano l’accesso ai benefici statali, ma con una logica piuttosto bislacca, che sembra sfuggire ad una impostazione di estensione della pluralità imprenditoriale e del pluralismo culturale-espressivo.

In sostanza, sono state alzate “barriere all’entrata” (come direbbe un esperto di economia dei settori industriali) che non sono il risultato di una analisi critica adeguata delle caratteristiche del settore: si tratta quindi di interventi “inevitabilmente” approssimativi, anzi rozzi, deficitari della necessaria tecnicalità. 

D’altronde – come abbiamo denunciato da anni – paradossalmente il Ministero non dispone ancora di strumenti di conoscenza adeguati: la stessa “valutazione di impatto” (prevista anch’essa dalla Legge Franceschini, e mantenuta in semi-clandestinità) non ha mai messo a disposizione della comunità professionale l’elenco dei film cinematografici e delle opere audiovisive sostenute dallo Stato, illustrando – titolo per titolo – la circuitazione concreta, dalle sale cinematografiche alle piattaforme passando per le emittenti televisive… Soltanto così, sarebbe (stato) possibile comprendere la “vera verità” del sistema cinematografico e audiovisivo italiano.

In assenza di dati, la “manna” statale è stata assegnata, per anni ed anni, a centinaia di titoli che “improvvisamente” si scopre essere stati per lo più… fantasma! 

Chi ha impostato il nuovo “Tax Credit Cinema” disponeva di questi dati? Temiamo di no, se è vero che nel decreto del 10 luglio vengono previsti obblighi di informazione e documentazione e trasparenza – da parte dei beneficiari – i produttori e dei distributori (esercenti, emittenti tv, piattaforme) – che erano stati finora sostanzialmente ignorati.

Quindi, come abbiamo già scritto più volte anche su Key4biz, ad una gestione approssimativa della Legge Franceschini (che ha portato al crash ormai evidente), si corre il rischio che faccia seguito una riforma approssimativa della legge stessa, con i risultati che emergono in questi giorni (le proteste delle associazioni dei produttori indipendenti, in primis), e che prevedibilmente ancor più emergeranno nelle prossime settimane…

Si ha notizia che la Sottosegretaria Lucia Borgonzoni abbia convocato “d’urgenza” oggi stesso i rappresentanti di alcune associazioni: da Confartigianato Cinema e Audiovisivo ad Agici passando per Cna Cinema e Audiovisivo e Doc.it… 

Tentativo di arginare la protesta montante, che potrebbe arrivare a salire sul “red carpet” del Festival di Venezia?!

Anche la Cgil interviene e lamenta “rischi disoccupazione di lunga durata” ed “impoverimento della sperimentazione”

Deficit di conoscenza ed approssimazione prevalgono, e ciò rende tutto più sfuggente, scivoloso, controvertibile, confuso, nebbioso…

In quest’ottica, anche la odierna presa di posizione del maggiore sindacato italiano emerge nella sua imprecisione. In un comunicato intitolato “Tax Credit: rischi disoccupazione di lunga durata in assenza di un sistema di welfare adeguato e impoverimento della sperimentazione”, diramato dalla Segreteria Nazionale Slc Cgil (Sindacato Lavoratori della Comunicazione), si ipotizza che i “decreti direttoriali” in gestazione possano apportare correttivi (?!) al “decreto interministeriale”. Il che è tecnicamente (giuridicamente) impossibile, trattandosi di livelli di regolamentazione differenti (sarebbe come pretendere che un “regolamento” di attuazione “corregga” una norma primaria…).

Sostiene Cgil: “in attesa del testo definitivo che consentirà finalmente alle imprese del cineaudiovisivo di usufruire del tax credit, strumento essenziale per promuovere le produzioni cineaudiovisive italiane, ci riserviamo di sollevare alcune questioni che attraversano con preoccupazione il mondo del lavoro del settore in queste ore”. 

Quale attesa per il testo “definitivo?” Quello del 10 luglio 2024 è bello che… definitivo. 

E continua Cgil: “le misure che sono state introdotte e che necessitano di Decreti direttoriali che ne consentano l’attuazione, se non corrette, possono mettere a rischio nella lunga durata l’occupazione del settore che già oggi si registra in flessione, peraltro a fronte di un sistema di welfare che non vede ancora luce”.

E ancora: “l’altra preoccupazione che attraversa le lavoratrici ed i lavoratori; maestranze, tecnici, artisti del settore è che si rischi l’eliminazione di prodotti indipendenti realizzati da piccole e medie imprese e di veder appiattita la produzione alle grandi produzioni e spesso di carattere internazionale, marginalizzando i talenti giovani e la sperimentazione nel nostro paese. Le piccole e medie imprese sono state il luogo della sperimentazione creativa e fonte di nuova autorialità”.

Condivisibile, assolutamente, la tesi seguente: “procedendo non in maniera selettiva e puntuale si rischia “di buttare il bambino con l’acqua sporca”, eliminando non solo la parte di produzioni che utilizza i finanziamenti in maniera distorta o addirittura dolosa senza alcuna funzione di sviluppo per il settore, ma cancellando il lavoro legato alla sperimentazione in un sistema culturale attraversato da grandi cambiamenti sociali, tecnologici e nelle professioni”…

Il fondatore del Festival di Giffoni promuove un sit-in di fronte alla sede del Ministero della Cultura: umanamente comprensibile la sua lamentazione, ma tecnicamente e culturalmente infondata. I danari pubblici che il Ministero gli “sottrae” vanno a vantaggio di centinaia di altri festival

Il “caso Giffoni Festival” conferma le contraddizioni del sistema italiano: il festival maggiormente privilegiato dal sostegno del Ministero della Cultura si lamenta se Sangiuliano decide di allocare meglio le risorse per la promozione, dando ossigeno ad un maggior numero di manifestazioni…

Anche la vicenda del “caso Giffoni Festival” conferma questo “deficit di conoscenza” nella gestione della politica culturale italiana: come abbiamo già ben dimostrato due giorni fa su queste colonne, il fondatore e “dominus” Claudio Gubitosi si lamenta in modo “spettacolare” (oggi ha organizzato un “sit-in” di fronte alla sede del Ministero al Collegio Romano) del presunto “taglio” che la sua kermesse avrebbe subito da parte del Ministero. In verità, Giffoni è stato un soggetto privilegiato nel corso dei decenni, ed ha acquisito una “fetta” sempre crescente della “torta” dei (pochi) danari che il Ministero della Cultura assegna ai festival: nel 2023, quasi 1 milione di euro sul totale di 7 milioni destinati a centinaia di festival. Si rimanda a quel che abbiamo scritto martedì, dati alla mano: vedi “Key4biz” del 30 luglio 2024, “Il “caso Giffoni Festival”, ecco il perché del taglio di circa 600mila euro del contributo ministeriale”.

Anche in questo caso, la Direzione Cinema e Audiovisivo del Ministero si è posta, nel corso degli anni, l’arduo quesito se non fosse necessario “misurare” in qualche modo l’efficacia del proprio intervento nell’ambito della “promozione”, utilizzando un dataset adeguato e realizzando autentiche valutazioni di impatto? 

No. Ed oggi Gubitosi reagisce piccato, allorquando la “razionalizzazione” messa in atto dal Ministro (il decreto direttoriale del 21 giugno, con il nuovo bando “Bando per la concessione di contributi ad attività ed iniziative di promozione cinematografica ed audiovisiva – Anno 2024”), ha imposto saggiamente un “tetto” di 400.000 euro per singola manifestazione sostenuta dallo Stato.

In questo caso, Gubitosi ha proprio torto: è comprensibile la sua umana lamentazione, ma si tratta di un “paletto” che è sano imporre, per estendere la pluralità di soggetti che potranno accedere al fondo ministeriale, estendendo così il pluralismo espressivo. E questo dovrebbe essere il compito di uno Stato lungimirante in materia di politica culturale.

Di fronte al fatto che il Ministro Sangiuliano non ha concesso “udienza”, quest’oggi (almeno fino alle ore 17) al “protestatario” Gubitosi, è emersa esplicita solidarietà da parte del succitato parlamentare Gaetano Amato e delle sue colleghe deputate del M5s Anna Laura Orrico (“da Mic atteggiamento incomprensibilmente punitivo”) ed Anna Bilotti (che si è oggi associata fisicamente al sit-in) (“taglio al finanziamento sconsiderato, chiediamo chiarezza”)…

Riteniamo che le proteste degli esponenti del Movimento 5 Stelle e degli altri esponenti partitici sono sostanzialmente infondate: perché la “difesa” a priori del Festival di Giffoni cozza con l’esigenza di razionalizzare l’intervento dello Stato a favore di centinaia di altre manifestazioni, che meritano anch’essa l’attenzione del sostegno pubblico.

Infuoca anche la polemica tra Gubitosi e i senatori Antonio Iannone e Domenico Matera (Fratelli d’Italia) che hanno accusato il fondatore del Giffoni di poca trasparenza e finanche di rendite di posizione: “chiediamo di verifica se tra le consulenze ci sono politici o parenti di politici e se le procedure, visto che si usano soldi pubblici, rispettino criteri di trasparenza”. Gubitosi risponde piccato: “per l’ennesima volta rispondo al caro amico senatore Antonio Iannone che, nelle ultime ore, insieme al suo collega Matera, che non ho il piacere di conoscere, si sono prodotti in illazioni scomposte che la mia persona, la mia storia e quello che sono stato capace di fare in oltre mezzo secolo di attività non meritano. Stanno provando a fare le pulci a me, a Giffoni, ma voglio rassicurarli: non troverete niente. Sui temi della legalità, della lealtà e della legittimità potrei tenere lezioni magistrali in tutte le università del mondo. D’altronde, i documenti sono in possesso del Ministero della Cultura, quelli che attestano la totale trasparenza con la quale agiamo”. Qui ci limitiamo a segnalare che, comunque, sul sito web di “Giffoni Film Festival”, non risulta ad oggi pubblicato né il bilancio economico né il bilancio sociale della manifestazione dell’organizzatore Ente Autonomo Giffoni Experience. Gubitosi insiste nella sua protesta, di fronte all’ingresso del Collegio Romano: “resto, perciò, qui, al caldo torrido di queste ore, davanti alla sede del Mic, per difendere un percorso di civiltà istituzionale, aspettando che il Ministro decida di aprire questo dialogo con noi”.

Come dire?! Riprova che, in assenza di un sistema informativo completo e di adeguata trasparenza, ognuno… se la può “cantare” e se la può “suonare” (per restare in tema di iniziative “folkloristiche” à la Vincenzo De Luca)…

L’italico Stato dovrebbe veramente attrezzarsi con una strumentazione tecnica adeguata alle dimensioni del suo intervento (stiamo parlando di 800 milioni di euro l’anno di danari del contribuente allocati a favore del cinema e audiovisivo) e – soprattutto – adeguata all’importanza socio-culturale di quest’azione della “mano pubblica” (la delicatezza dell’intervento pubblico nelle industrie culturali e creative). 

E le polemiche che si scatenano… peccano tutte – da una parte o dall’altra (“conservatori” o “riformisti”) – di deficit di conoscenza: “no data” = “mal governo” (comunque, quale che sia la maggioranza al governo).

Anche se – in questo specifico caso, la Cgil ha comunque ragione – così operando si corre veramente il rischio di “buttare il bambino, insieme all’acqua sporca”.

[ Note: questo articolo è stato redatto senza avvalersi di strumenti di “intelligenza artificiale. ]

(*) Angelo Zaccone Teodosi è Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) e curatore della rubrica IsICult “ilprincipenudo” per “Key4biz”. 

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/decreto-tax-credit-il-governo-svende-il-cinema-alle-multinazionali-straniere/500501/




Tivùsat compie 15 anni. Sigismondi: “Con noi 3 milioni di famiglie guardano la tv”. Luppi: “Alti standard tecnologici”

I primi 15 anni di tivùsat

Tivùsat, la piattaforma satellitare gratuita nata con lo scopo di portare la televisione digitale nelle aree non servite dal digitale terrestre, compie 15 anni.

Era il 31 luglio 2009 quando tivùsat si presentò sul mercato nazionale, con un’offerta di 20 canali televisivi.

Lanciata dalla società tivù, partecipata da Rai, Mediaset, TIM, Associazione TV Locali e Aeranti Corallo, tivùsat, oltre a replicare i canali generalisti e i nuovi canali televisivi nazionali, consente di accedere a numerosi altri canali sia italiani che internazionali, offrendo contenuti di intrattenimento, informazione, cultura, sport, fiction, musica e cinema.

Sigismondi: “Tre milioni di famiglie che guardano la televisione grazie a tivùsat”

Abbiamo chiesto ad Alberto Sigismondi, Presidente di tivù S.r.l., di fare un bilancio di questi 15 anni, che raccontano in pieno la storia della recente trasformazione digitale della nostra televisione.

Alberto Sigismondi

“tivù è nata per accompagnare lo sviluppo del DTT e del sat free nel nuovo scenario digitale che si era creato in Italia a partire dal 2003, nella lunga migrazione alla televisione digitale, conclusa nel 2012. C’è voluto del tempo per arrivare a creare la società tivù S.r.l. nel 2008 e subito dopo lanciare tivùsat nel 2009, ossia nel momento cruciale dello switch off dell’analogico.
Mettere d’accordo tutti gli stakeholder del broadcasting free to air italiano non era un compito semplice. È stato fin dall’inizio un esperimento modellato sia su Freeview (la piattaforma DTT inglese) che Freesat (la corrispondente piattaforma sat).

“Alla fine, tracciando una sorta di bilancio, in questi 15 anni, quello che è emerso è stata la grande utilità di tivùsat, una piattaforma satellitare per coprire le aree non raggiunte dal DTT. I numeri ci danno ragione, con tre milioni di famiglie che guardano la televisione grazie a tivùsat.
Credo che ci sia una lezione implicita in tale successo, che la collaborazione in progetti di sistema, che tengono insieme tutti i principali soggetti del broadcasting, favorisce sempre i grandi risultati, che i singoli operatori da soli non sarebbero in grado di raggiungere
“, ha proseguito Sigismondi.

“Le tecnologie distributive dei canali televisivi continuano ad evolversi – ha sottolineato il Presidente tivùsat – ora anche la distribuzione via IP sta diventando una realtà, e anche in questo caso un approccio di sistema sarebbe molto utile”.

Luppi: “oltre 130 canali HD. Un bouquet di qualità, che presenta elementi distintivi come il 4K”

Tivùsat è anche tecnologia avanzata, con un’ampia offerta di canali in HD e la grande qualità del 4K Ultra HD, come ci ha spiegato il Consigliere delegato tivùsat, Stefano Luppi.

Stefano Luppi

“Sin dalla nascita, la piattaforma satellitare si è posta l’obiettivo di favorire la diffusione dell’offerta televisiva gratuita nel nostro Paese nelle zone in cui il segnale del digitale terrestre non arrivava. A distanza di 15 anni, non solo possiamo dire missione compiuta ma – con grande orgoglio – possiamo constatare come quella mission di servizio pubblico si sia progressivamente evoluta; stiamo infatti accrescendo il nostro posizionamento nel mercato televisivo italiano, dimostrando che possiamo essere complementari non solo al digitale terrestre ma anche alle piattaforme IP, come dimostrato dal rinnovo e l’implementazione dell’accordo con DAZN, offrendo ai nostri utenti la possibilità di vedere tutte le partite della Serie A”, ha sottolineato Luppi.

“Dopo 15 anni di vita, tivùsat è dunque in grado di festeggiare non solo il primato nella diffusione del segnale, ma anche negli standard tecnologici e di qualità dell’offerta editoriale. Sul primo fronte, quello tecnologico, siamo convinti che questa piattaforma satellitare gratuita sia lo strumento ideale a disposizione dei cittadini per smarcarsi dal susseguirsi nel tempo degli switch off e superare le criticità introdotte dal refarming delle frequenze. 
Tra i nostri punti di forza
– ha aggiunto Luppi – c’è anche l’ampia offerta, con oltre 130 canali tv. Un bouquet di qualità, che presenta elementi distintivi come il 4K. Voglio sottolineare che, per tivùsat, Rai4K è un canale di punta, un’eccellenza tecnologica del sistema televisivo gratuito nazionale, la cui qualità gli italiani hanno imparando a conoscere e apprezzare con i grandi eventi, come i Mondiali di calcio in Qatar, il festival di Sanremo, i documentari di Alberto Angela e la grande fiction, a partire da Montalbano. Mi riferisco a immagini più definite, con una gamma di colori più ampia, dettagli più realistici, contrasti più vividi e un suono più profondo. E come dirigente Rai sono anche orgoglioso dei 23 canali che trasmettono in diretta altrettanti telegiornali regionali”.

“Un altro vantaggio – ha precisato il Consigliere delegato tivùsat – è rappresentato dalla semplicità dell’installazione. Basta una parabola e un decoder (o una cam) munito di tesserina, il tutto senza nessun canone mensile e con l’assistenza del nostro call center, a cui si affianca una rete di tecnici specializzati al servizio della piattaforma”.

Oltre 130 canali, di cui 70 in HD e 7 in 4K

Oggi la piattaforma è nelle case di 3 milioni di famiglie italiane ed offre gratuitamente ai propri utenti un’ampia scelta tra oltre 130 canali, di cui 70 in HD e 7 in 4K.

Tivùsat è da sempre in prima linea nel passaggio dallo standard DVB a DVB-T2. Uno switch-off che non riguarderà gli utenti della piattaforma, ma che in generale permetterà a tutto il Paese una migliore ricezione dei segnali televisivi digitali terrestri, sia da apparecchi fissi che portatili e una più qualità delle immagini.

Dal 28 agosto 2024, verranno trasmessi col nuovo standard i seguenti canali Rai: Rai Storia, Rai Scuola e Rai Radio 2 Visual. Rai 1 HD, Rai 2 HD e Rai 3 HD verranno trasmessi sia attraverso la vecchia che la nuova codifica.

Continui adeguamenti tecnologici che non interessano la piattaforma satellitare gratuita tivùsat, necessari per guadagnare spazio fra le frequenze, che poi saranno cedute all’evoluzione tecnologica della telefonia mobile.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/tivusat-compie-15-anni-sigismondi-con-noi-3-milioni-di-famiglie-guardano-la-tv-luppi-alti-standard-tecnologici/500370/




L’Italia ed il pluralismo nei media, i 3 report critici e la lettera di Meloni a von der Leyen. La verità è nei numeri

La polemica s’è scatenata negli ultimi giorni e merita attenzione, anche dal punto di vista “scientifico”, ovvero di chi affianca il mestiere del giornalista investigativo a quello primario del ricercatore specializzato, qual è il caso del laboratorio dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale, curatore di questa rubrica “ilprincipenudo” sul quotidiano online “Key4biz”: decine di articoli, accuse e difese, e su tutto emerge la lettera che domenica scorsa 28 luglio 2024 la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha indirizzato alla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, cercando di scrollarsi di dosso le critiche che sono state rivolte al suo Governo, soprattutto in materia di media, informazione, pluralismo…

Non sappiamo chi ha consigliato la Premier di adottare una procedura così eterodossa: “rispondere” alla Commissione Europea, allorquando le critiche non sono state espresse “direttamente” dalla Commissione stessa, ma soltanto da alcuni suoi uffici e soprattutto da soggetti solo in qualche modo sostenuti dall’istituzione stessa. 

Così facendo, Giorgia Meloni ha finito per paradossalmente amplificare le critiche, che pure erano state rilanciate dalla stampa a lei non favorevole… Una dinamica che peraltro si intreccia nelle complesse relazioni politiche tra il Presidente del Consiglio italiano e la Presidente della Commissione Europea, nella delicata partita per l’assegnazione di incarichi apicali ad esponenti del nostro Paese.

È opportuno fare chiarezza sulla vicenda: IsICult e Key4biz hanno quindi deciso di pubblicare i 4 documenti essenziali intorno ai quali ruota la querelle sul livello di pluralismo in Italia, ed in particolare sul “controllo governativo” della radiotelevisione pubblica…

Procediamo con ordine, anche perché vengono citati – negli articoli giornalistici – alcuni “rapporti”, determinandosi una qual certa confusione. La sequenza più naturale è quella cronologica, dal 26 giugno al 29 luglio 2024.

1ª puntata: “Monitoraggio del pluralismo dell’informazione nell’era digitale” dell’Osservatorio del Pluralismo dei Media – European University Institute (26 giugno 2024)

Il primo rapporto è stato pubblicato il 26 giugno 2024, e si intitola “Monitoraggio del pluralismo dell’informazione nell’era digitale” per l’anno 2023: si tratta del capitolo dedicato all’Italia dall’Osservatorio sul Pluralismo nei Media, ovvero un documento che viene prodotto dall’European University Institute (Eui) di Firenze (una struttura universitaria fondata e fortemente sostenuta dalla Commissione Europea) e specificamente Robert Schuman Centre for Advanced Studiesovvero il Centre for Media Pluralism and Media Freedom. Gli autori sono 4 ricercatori accademici Giulio Vigevani(Università degli Studi di Milano-Bicocca), Gianpietro Mazzoleni (Università degli Studi di Milano), Nicola Canzian(Università degli Studi di Milano-Bicocca) Marco Cecili (Università degli Studi di Milano-Bicocca). Riteniamo importante sottolineare che nel report si legge che “Questa pubblicazione riflette il punto di vista degli autori e non quello dell’European University Institute”. Il “Media Pluralism Monitor” (ovvero il “Monitor sul Pluralismo dei Media”, noto anche con l’acronimo “Mpm”) è uno strumento di ricerca avviato nel 2000, progettato per individuare i “rischi” potenziali per il pluralismo dell’informazione negli Stati membri dell’Unione Europea e nei Paesi candidati. 

Vengono valutati 4 fattori: “Tutela dei diritti fondamentali”, “Pluralismo di mercato”, “Indipendenza politica”, “Inclusione Sociale”. I risultati di ciascuna area tematica e ciascun indicatore sono presentati in una scala da 0 a 100 %: i punteggi da 0 a 33 % rappresentano un livello di “rischio basso”; da 34 a 66 % “rischio medio”; da 67 a 100 % “rischio alto”.

Questi i dati relativi all’anno 2022 e 2023: “Tutela dei diritti fondamentali” 32 nel 2022 e 36 nel 2023; “Pluralismo di mercato” 64 % nel 2022 e 61 % nel 2023; “Indipendenza politica” 55 % nel 2022 e 52 nel 2023; “Inclusione sociale” 54 % nel 2022 e 54 % nel 2023. 

Tutti i valori quindi sono nella fascia “rischio medio” e 2 su 4 migliorano nel 2023 (“pluralismo di mercato” e “indipendenza politica”), 1 resta uguale (“inclusione sociale”) ed 1 soltanto peggiora (“tutela dei diritti fondamentali”)… Nulla di drammatico, quindi.

I 4 ricercatori si sono avvalsi di un “gruppo di esperti”, che sono stati: Isabella Splendore (Responsabile Dipartimento legale e affari internazionali Federazione italiana editori giornali – Fieg), Marina Pietrangelo (Ricercatrice Istituto di Teoria e Tecniche dell’Informazione Giuridica – Consiglio Nazionale delle Ricerche – Cnr), Tommaso Canetta(Vicedirettore “Pagella Politica”), Carlo Bartoli (Presidente Ordine dei Giornalisti), Giorgio Greppi (Direttore della Direzione Servizi Media Agcom).

Questo report non segnala particolari allarmi nel 2023, rispetto alla situazione del 2022…

2ª puntata: “Relazione sullo Stato di diritto 2024 in Italia” a cura dei Servizi della Commissione Europea (24 luglio 2024)

Questo è il documento che ha effettivamente scatenato la polemica, ma va segnalato che, in diversi punti di questo rapporto dei Servizi della Commissione Europea, viene citato il succitato “Osservatorio sul Pluralismo nei Media” ovvero il report “Monitoraggio del pluralismo dell’informazione nell’era digitale”. Questo testo si pone come “documento di lavoro dei Servizi della Commissione”, ed accompagna la “Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale e al Comitato della Regioni”. 

Si tratta quindi di un documento di studio ed analisi. Sono stati ascoltati decine di soggetti, dall’Agcom ad Amnesty International, dalla Corte dei Conti alla Fnsi, dalla Rai a Openpolis…

Va segnalato che il documento si concentra su due temi: la giustizia e l’informazione. 

Per quando riguarda i media, questa la sintesi del documento, in materia di “Pluralismo dei media e libertà dei media” (che va da pagina 25 a pagina 33, su un totale di 47 pagine): “L’Italia dispone di un solido quadro normativo che disciplina il settore dei media, garantendo l’efficace funzionamento di un’autorità di regolamentazione indipendente e dotata di risorse adeguate. Sono in vigore norme volte ad assicurare che i media del servizio pubblico forniscano un’informazione indipendente e pluralistica, anche se i portatori di interessi segnalano il persistere di problemi relativi all’efficacia della governance e del sistema di finanziamento. Il Governo ha adottato ulteriori misure intese a razionalizzare il sostegno finanziario al settore dei media, sebbene i portatori di interessi sottolineino la necessità di azioni più efficaci. I portatori di interessi nel settore dei media hanno accolto criticamente le iniziative legislative che limitano la possibilità, da parte di giornalisti e testate, di accedere a determinate categorie di atti giudiziari e al contenuto delle intercettazioni e di pubblicarli. Malgrado le norme mirate sulla protezione dei giornalisti dalle minacce nei loro confronti, continua a suscitare preoccupazione la situazione relativa alla loro sicurezza e alle loro condizioni di lavoro, così come la crescente prevalenza delle azioni legali strategiche tese a bloccare la partecipazione pubblica (Slapp). Desta preoccupazione anche la mancanza di sviluppi significativi della proposta di riforma della disciplina in materia di diffamazione a mezzo stampa”. Tra le “raccomandazioni”, si legge: “provvedere affinché siano in vigore disposizioni o meccanismi che assicurino un finanziamento dei media del servizio pubblico adeguato per l’adempimento della loro missione di servizio pubblico e per garantirne l’indipendenza”. 

In sostanza, l’edizione “anno 2024” (che per il capitolo sui media ha la stessa consistenza di pagine dell’edizione precedente) focalizza una qualche attenzione alle dinamiche della Rai (che nell’edizione 2023 erano poco prese in considerazione), ma non sembra – anche in questo caso – emergere un particolare allarme da parte della Commissione… Questo allarme è stato senza dubbio invece alimentato anzi amplificato, in Italia, dai quotidiani che contrastano l’operato del Governo Meloni. 

Il documento cerca di sintetizzare le opinioni dei “portatori di interesse” (ovvero gli “stakeholder”), soggetti tra i quali emerge – nell’area dei media – l’Ordine dei Giornalisti. Tra questi “portatori di interesse” viene più volte citato quell’“Osservatorio sul Pluralismo dei Media” dell’European Universitary Institute che abbiamo richiamato supra. Viene poi citata la Federazione Nazionale della Stampa e Ossigeno per l’Informazione. Naturalmente, quando si realizza una indagine sul campo, è questione delicata l’identificazione del “campione” che viene ritenuto qualitativamente adeguato per la costruzione di una corretta visione di scenario. Si leggono giudizi come “i rischi di influenza politica sono frutto della prassi ormai consolidata di riorganizzare le posizioni apicali della Rai basandosi sull’equilibrio dei poteri politici risultante dalle tornate elettorali” (pag. 27): parere questo tratto giustappunto dall’“Osservatorio sul Pluralismo sui Media” (vedi supra)… Complessivamente, non ci sembra che questa “Relazione 2024” segnali un particolare aggravamento rispetto alla “Relazione 2023”.

3ª puntata: Lettera della Presidente del Consiglio dell’Italia Meloni alla Presidente della Commissione Europea von der Layen (28 luglio 2024)

Domenica 28 luglio 2024, l’Ansa rende noto il testo integrale della breve lettera che la Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni ha indirizzato alla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che merita essere letta nella sua interezza perché contiene alcune puntualizzazioni corrette: anzitutto, la “Relazione sullo Stato del diritto” dell’anno 2024 non sembra essere particolarmente più grave o critica o preoccupante rispetto a quella dell’anno 2023.

Meloni accusa alcuni i suoi detrattori di averle mosso critiche strumentali e partigiane su tre principali questioni: (1.) il sistema di “governance” della Rai non garantirebbe la piena indipendenza del servizio pubblico, che sarebbe soggetto ad un’eccessiva ingerenza politica; (2.) il cambiamento della linea editoriale della radiotelevisione pubblica avrebbe determinato le dimissioni di vari giornalisti e conduttori; (3.) il mancato rispetto della ‘par condicio’ durante le ultime elezioni del Parlamento europeo. 

Queste critiche sono estrapolate dalla “Relazione sullo Stato di Diritto”, ma sono attribuite dalla stessa relazioni ai succitati “portatori di interesse”. 

Queste osservazioni sono state “agitate” dai giornali italiani, che hanno preso al balzo la “Relazione” per manifestare critiche feroci nei confronti della Premier.

La quale ha voluto precisare che l’attuale normativa di “governance” della Rai non è stata approvata dal suo Governo… che alcuni conduttori e giornalisti hanno lasciato Viale Mazzini rispondendo soltanto a logiche di mercato… che la stessa Agcom non ha rilevato nel comportamento della Rai dinamiche particolarmente critiche rispetto al pluralismo anche in fase elettorale.

La lettera si chiude in modo duro ed acido: “si tratta quindi di attacchi maldestri e pretestuosi che possono avere presa solo nel desolante contesto di ricorrente utilizzo di fake news che sempre più inquina il dibattito in Europa. Dispiace che neppure la Relazione della Commissione sullo stato di diritto e in particolare sulla libertà di informazione sul servizio pubblico radiotelevisivo sia stata risparmiata dai professionisti della disinformazione e della mistificazione”.

4ª puntata: “Italy Silencing the Fourth State. Italy’s Democratic Drift” Media Freedom Rapid Response – Mfr (29 luglio 2024)

Lunedì 29 luglio 2024, viene pubblicato un terzo rapporto, curato questo da Media Freedom Rapid Response (Mfrr), un osservatorio sui media che può essere ritenuto “indipendente” o “partigiano”: tra i suoi promotori, il Centro Europeo per la Libertà di Stampa e dei Media (Ecpmf), la Federazione Europea dei Giornalisti (Efj), Free Press Unlimited (Fpu), International Press Institute (Ipi), Article 19 Europe, Osservatorio Balcani-Caucaso Traneuropa (Obc Transeuropa)… dipende giustappunto dai punti di vista. Si tratta di un laboratorio di studio che è anch’esso sostenuto dalla Commissione Europea, ma che non rappresenta, evidentemente la Commissione stessa. Gli autori del report non sono riportati.

 Anche questo rapporto – particolarmente critico sull’Italia – viene rilanciato dai quotidiani – come dire?! – “non simpatizzanti” nei confronti del Governo Meloni: da “il Fatto Quotidiano” a “la Repubblica” passando per “Domani”.

Una qual certa confusione

Questa mattina, mercoledì 31 luglio, Marco Travaglio il direttore del “il Fatto Quotidiano” – in un editoriale intitolato “Le censure sulla censura”, segnala come grande sia la… confusione, anche nella reazione della Premier Giorgia Meloni, ma pure da parte dei media rispetto alla querelle scatenatasi a partire – soprattutto – dal “Rapporto sullo Stato di Diritto” del 26 luglio 2024: è quello il report che ha provocato la lettera della Premier, e quel report è basato in parte sul precedente studio dell’Osservatorio sul Pluralismo nei Media, pubblicato il 26 giugno. E lunedì è stato “agganciato” strumentalmente un ulteriore report, di tutt’altra fonte. 

Ma Travaglio scrive a chiare lettere che la situazione non è particolarmente degenerata negli ultimi tempi e la responsabilità non può essere attribuita a Meloni soltanto: in Italia, “l’informazione fa schifo da decenni”.

Così Travaglio ricostruisce la vicenda: il “Rapporto” della Commissione “sul premierato e la libertà d’informazione si limita ad affiancare alle posizioni governative quelle di “portatori di interessi” contrari (associazioni di categoria, osservatori, ong). Raccomanda l’indipendenza della Rai dai partiti, impedita dalla legge Renzi, e una riforma anti-querele temerarie, non certo nate con questo governo”. 

In effetti, il “Rapporto sullo Stato di Diritto” della Commissione non si pone come critica diretta e particolarmente severa al Governo Meloni. 

E continua: “piuttosto minimalista e deludente, il report è pure viziato da sospetti di ricatto: doveva uscire il 3 luglio, ma fu rinviato perché Ursula stava trattando i voti FdI con Giorgia; poi non li ha avuti e oplà, il prezioso incunabolo è saltato fuori. La stessa puzza di estorsione si avvertì con le procedure d’infrazione aperte tre anni fa contro Ungheria e Polonia per violazioni dello Stato di diritto: poi Varsavia fu perdonata senza cambiare nulla perché obbediva alla Nato e dunque a Ursula sulle armi a Kiev, Orbàn invece no perché disobbediva”. 

Scrive ancora Marco Travaglio: “la Meloni aggiunge che “la Commissione Europea riporta accenti critici di alcuni portatori di interesse, diciamo stakeholder: ‘Domani’, ‘Fatto Quotidiano’ e ‘Repubblica’”. E questo è falso. I tre quotidiani sono citati, con i nomi dei giornalisti consultati, da un altro report sulla libertà d’informazione: quello di un consorzio privato, Media Freedom Rapid Response, che la premier confonde o finge di confondere con quello di Bruxelles per degradare le critiche europee come attacchi della stampa ostile. C’è poi un terzo rapporto, quello dell’osservatorio Centre for Media Pluralism and Freedom, che va giù duro sui bavagli Cartabia, Nordio e Costa, la Rai governativa e i conflitti d’interessi di Mediaset, Angelucci e Gedi. Ma Rep è riuscita a parlarne citando i finti martiri di TeleMeloni e censurando proprio il passaggio sul loro editore impuro. C’è una bella differenza anche trai “portatori d’interessi”: noi del Fatto portiamo solo l’interesse dei lettori a essere informati”. 

Polemiche e rivendicazioni a parte, temiamo vi sia una qualche imprecisione in questa ricostruzione, perché Meloni cita i “portatori d’interesse”, nella sua lettera alla von de Leyen di domenica 28, ovvero quegli “stakeholder” che sono richiamati nella “Relazione sullo Stato di Diritto” del 24 luglio 2024, ma non fa i nomi dei tre quotidiani in questione (che sono invece citati nel report del Media Freedom Rapid Response). Quello che Travaglio definisce “il terzo rapporto” è in verità, in termini cronologici, il primo, perché si tratta del “Monitoraggio del pluralismo dell’informazione nell’era digitale” dell’European University Institute – Centre for Media Pluralism and Freedom, pubblicato il 26 giugno 2024. Ed infine va osservato che il rapporto del Media Freedom Rapid Response è stato pubblicato il 29 luglio 2024, ovvero l’indomani rispetto alla lettera di Meloni a von der Leyen…

Al di là della ricostruzione… “storiografica” della vicenda, si invitano i lettori a leggere i 4 documenti che IsICult / Key4biz mettono a disposizione, per comprendere quanto la questione sia stata “amplificata” strumentalmente o meno.

Sulla Rai l’attuale Governo è in “sospensione” sulle procedure per la elezione dei 4 consiglieri di nomina parlamentare: forse a causa della “spada di Damocle” del ricorso al Tar del Lazio, attendendo saggiamente l’udienza pubblica del 26 ottobre, o… semplicemente perché non è ancora stato raggiunto l’accordo politico.

I 4 documenti in forma integrale

Clicca qui per il report “Monitoraggio del pluralismo dell’informazione nell’era digitale” dell’Osservatorio del Pluralismo dei Media – European University Institute (26 giugno 2024)

Clicca qui per la “Relazione sullo Stato di diritto 2024 in Italia” dei Servizi della Commissione Europea (24 luglio)

Clicca qui, per la lettera della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen (28 luglio)

Clicca qui, per il report “Italy Silencing the Fourth State. Italy’s Democratic Drift” del Media Freedom Rapid Response (29 luglio)

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/litalia-ed-il-pluralismo-nei-media-i-3-report-critici-e-la-lettera-di-meloni-a-von-der-leyen-la-verita-e-nei-numeri/500311/




Il “caso Giffoni Festival”, ecco il perché del taglio di circa 600mila euro del contributo ministeriale

Ieri mattina, il quotidiano online “Key4biz” ha pubblicato un corposo dossier curato dall’Istituto italiano per l’Industria Culturale, anticipando – in anteprima ed in esclusiva – il tanto atteso decreto cosiddetto “Tax Credit Produzione”, ovvero quello che dovrebbe rappresentare uno degli atti fondamentali della riforma della “Legge Franceschini” avviata ormai un anno fa: decreto in data 10 luglio 2024, che reca la firma del Ministro Gennaro Sangiuliano (Ministero della Cultura) e di Giancarlo Giorgetti (Ministero dell’Economia e Finanze)…  Vedi “Key4biz” del 29 luglio 2024, “Dossier esclusivo IsICult & Key4biz: in anteprima, il tanto atteso Decreto “Tax Credit” di riforma del settore cine-audiovisivo”.

La ricaduta mediatica dell’iniziativa è stata quasi nulla, il che sorprende veramente, a fronte di una attesa divenuta ormai esasperante: è vero che siamo a fine luglio e molti si dedicano alle vacanze… è vero che sembra prevalere – nel Paese ed anche nel “microcosmo” del settore cineaudiovisivo – un clima di rassegnazione, spirituale e politica… ma questa assenza di reazioni è per alcuni aspetti sconcertante. 

Si ha notizia in verità di agitate riunioni di alcune associazioni (quelle dei piccoli produttori, in Anica ed Apa pare invece si sia brindato al nuovo decreto…), si vocifera di imminenti azioni di protesta (da associazioni come “Siamo ai titoli di coda”), ma, a distanza di 24 ore dalla pubblicazione del decreto (che è stato rilanciato nel pomeriggio di ieri soltanto dalla versione web della rivista specializzata “Box Office” – edita dalla eduesse guidata da Vito Sinopoli – con un articolo di Cristiano Bolla, che non ha nemmeno ritenuto di citare la fonte IsICult/Key4biz), tutto tace, almeno a livello mediatico e politico (silenzio totale anche da parte dei sindacati). Non un dispaccio di agenzia che registrasse reazioni di sorta, non un articolo sui quotidiani di questa mattina…

Il tema “Tax Credit” scomparso dai radar nell’ultima settimana: tutti gli operatori sfiancati dall’estenuante attesa?!

In verità, se si cerca “tax credit” nei motori di ricerca delle agenzie stampa (Telpress) e della stampa quotidiana e web (da L’Eco della Stampa a Telpress), focalizzando l’attenzione sull’ultima settimana, emergono soltanto due articoli due, quelli di ieri su “Key4biz” e su “Box Office”. 

Nulla di nulla altrove. 

Eppure… il tema “tax credit” è centrale, fondamentale, essenziale, nell’economia del sistema cinematografico e audiovisivo nazionale.

Eppure… la primaria agenzia stampa del Paese qual è l’Ansa ha diramato ieri pomeriggio due dispacci (si veda in calce), uno segnalando l’iniziativa IsICult per “Key4biz” e l’altro rilanciando, in particolare, le posizioni critiche manifestate dall’avvocato Michele Lo Foco, membro del Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo (Csca). 

Il Consiglio Superiore si è riunito ieri pomeriggio a Santa Croce in Gerusalemme, ma non ha nemmeno affrontato la surreale dinamica: essendo l’organo di massima consulenza del Ministero, sarebbe stato naturale che la bozza del decreto “Tax Credit” fosse stata sottoposta al suo preventivo parere (evidentemente prima della firma dei due ministri), ed invece il Csca è stato completamente ignorato… 

Il Csca ha invece ieri discusso una bozza del decreto, certamente importante ma meno “pesante” in termini di risorsepubbliche, cosiddetto dei “Contributi Selettivi”, che parrebbe non essere ancora stato firmato dal Ministro Gennaro Sangiuliano. Senza dubbio i “selettivi” sono uno strumento importante della politica culturale, ma si ricordi che nel 2024 ben 413 milioni di euro, sul totale di 696 milioni del Fondo Cinema e Audiovisivo verranno assorbiti dal credito di imposta: si tratta del 59 % del totale! 

Si noti bene: 413 milioni di euro per il “tax credit” e 84 milioni di euro per i “contributi selettivi”: un rapporto di 5 ad 1.

Il Ministro Gennaro Sangiuliano si vanta di aver deciso di far allocare nel 2024 ben 52 milioni di euro – nell’ambito degli “aiuti selettivi” appunto – a favore specificamente di “opere su personaggi e avvenimenti dell’identità culturale italiana”: questa decisione è sì senza dubbio un intervento di “politica culturale”, ma rappresenta una modesta “correzione di rotta” rispetto all’impianto complessivo della Legge Franceschini… E si segnala che ancoranon si ha nessuna traccia dei novelli bandi per i “selettivi”, giustappunto, e siamo a fine luglio 2024.

A cosa serve il Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo se non gli vengono sottoposte le bozza dei provvedimenti?!

Ci si domanda a questo punto a cosa serva il Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo, se siamo a questo livello di autocrazia da parte del Ministro Gennaro Sangiuliano, della Sottosegretaria Lucia Borgonzoni e del Direttore Generale Nicola Borrelli.

Dibattito pubblico sulle bozze dei provvedimenti in gestazione? Zero. 

Discussione nell’ambito del Consiglio Superiore Cinema e Audiovisivo? Zero. 

Prevale discrezionalità ed autocrazia del Principe, ma anche – va osservato con franchezza – una discreta passività da parte delle associazioni, sia dell’anima creativa sia dell’anima imprenditoriale del settore cine-audiovisivo.

Le agenzie stampa non hanno registrato un commento uno da parte di esponenti di associazioni o di partiti. Anzi, ad essere precisi, una voce s’è udita (ripresa da alcune testate giornalistiche locali), quella di Gregorio Mariggò, Portavoce provinciale di Taranto Europa Verde-Verdi, che sabato 28 ha diramato un comunicato nel quale dichiara, commentando il decreto Tax Credit, “con questa firma, di fatto, è stata emessa una condanna per le decine di migliaia di maestranze e aziende che lavorano nel settore dell’audiovisivo e del cinema, ed ora devono affrontare disoccupazione, precarietà e fallimento. Non solo, con questa scelta politica, il governo Meloni, ha decretato la morte della cultura, del cinema italiano, del cinema libero, del libero pensiero, della libertà di espressione”. Esagerato?!

Per il resto, silenzio assoluto.

Silenzio sul “Tax Credit” e gran ricaduta mediatica della polemica di Claudio Gubitosi sugli annunciati tagli del contributo ministeriale al Festival di Giffoni, gran privilegiato degli ultimi anni

Eccellente ricaduta mediatica ha invece registrato, negli ultimi due o tre giorni, un’altra vicenda, che non è direttamente connessa, ma rientra comunque anch’essa – in qualche modo – nell’ambito della discrezionalità del Principe: il fondatore e direttore di uno dei più famosi festival cinematografici italiani, Claudio Gubitosi, in occasione della cerimonia di chiusura della edizione n° 54 della kermesse del Giffoni Valle Piana, domenica 28 luglio 2024, si è lamentato perché il decreto direttoriale (che reca la firma del Dg Nicola Borrelli) pubblicato poche settimane fa, con il bando per l’assegnazione dei contributi per l’anno 2024 a favore della cosiddetta “promozione” – ovvero festival, rassegne, premi, iniziative di studio… – ha introdotto quest’anno un “tetto” all’assegnazione delle sovvenzioni pubbliche. 

Il tetto è stato quantificato, dal Dg Borrelli, in 400.000 euro per iniziativa, allorquando negli ultimi anni il Festival di Giffoni ha invece beneficiato di contributi molto più alti, arrivando nel 2023 a superare 1 milione di euro…

Claudio Gubitosi ha sostenuto, con la sua abituale veemenza, che questo “taglio” sarebbe stato determinato dalla sua decisione di apprezzare l’intervento del Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca di sostenere comunque il Festival, superando quei ritardi nei finanziamenti che sarebbero invece da attribuire alla volontà della Premier Giorgia Meloni. Notoriamente i rapporti tra Meloni e De Luca non sono esattamente idilliaci…

Molti quotidiani nazionali hanno rilanciato la posizione critica di Gubitosi, senza approfondire gli aspetti tecnici della questione. 

Fonti del Mic: “nessun intento politico” contro il Festival di Giffoni, si tratterebbe soltanto di “razionalizzazione della spesa”

Quel che appare anche curioso è che nella serata di domenica stessa viene diramato un dispaccio di agenzia Ansaintitolato “Fonti Mic, da quest’anno a Giffoni gestione più equa dei fondi”. Si tratta di una modalità comunicazionale discutibile, perché non è ben chiaro cosa si possa (e debba) intendere con “fonti” ministeriali?

Viene così spiegato: “nessun intento politico”, si tratterebbe soltanto di “razionalizzazione della spesa”.

L’argomentazione delle “fonti Mic” è senza dubbio razionale, logica e condivisibile, ma al tempo stesso inevitabilmente politica: “in Italia, ogniqualvolta si tenta di riformare e si toccano santuari e rendite di posizione si scatenano polemiche. Ma cambiare, quando sono in gioco i soldi dei cittadini, è necessario. Pensare a un intento politico e, peggio ancora punitivo, è una gigantesca falsità. Nulla di tutto questo: c’è stata solo la volontà di moralizzare e razionalizzare la spesa”. 

Spiegano le fonti (…): “al Festival di Giffoni sono state erogate somme che sono arrivate fino a 950mila euro per l’edizione del 2023: più di ogni altra iniziativa di questo tipo, fatta eccezione per la Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2023, il contributo al Giffoni Film Festival è stato di 950mila euro, su uno stanziamento complessivo di 7 milioni di euro”… questo stanziamento generale è rimasto invariato nel 2024”. 

Lo stanziamento generale è rimasto senza dubbio immutato: 7 milioni nel 2023 e 7 milioni nel 2024. 

È la “ripartizione” che è destinata a cambiare, significativamente, con l’introduzione del “tetto” a 400.000 euro.

In effetti, ad oggi, il bando “Promozione 2024” – ovvero per iniziative che vanno dal 1° gennaio al 31 dicembre 2024 – del Ministero non è ancora chiuso (l’avviso scadeva sabato 28 luglio, ma è stato rimandato a giovedì 1° agosto)… la Commissione Esperti chiamata a selezionare le candidature non è stata ancora nominata… non si sa quando la selezione e le graduatorie verranno pubblicate (si teme verso novembre se non addirittura dicembre)… 

E comunque è stato introdotto, per l’anno 2024 (con il nuovo bando Dgca pubblicato – sempre troppo tardi – il 21 giugno 2024), un “tetto” di 400.000 euro, e quindi l’assegnazione di 950.000 euro dell’anno 2023 a Giffoni è ormai un ricordo del passato.

Le fonti Mic precisano: “al Gff, quindi, nel 2023 è andato il 13,57 per cento dell’intero ammontare delle risorse destinate a tutti i festival, rassegne e premi cinematografici italiani. Accogliendo anche la proposta di molti altri promotori si è pensato di mettere nel bando annuale un tetto di 400mila euro, per giungere a una ripartizione più equa e aprire a un numero maggiore di soggetti beneficiari. C’è stata una correzione generale del bando e una razionalizzazione che non puntavano a penalizzare alcuno, ma solo a introdurre principi più equi. Il resto sono fantasie”. 

Infine una precisazione tecnica e di cortesia (per l’assenza del Ministro alla kermesse): “il dialogo da sempre appartiene allo stile di questa stagione del Ministero, con tutti e sempre, ma non i diktat. Quanto alla partecipazione del ministro, non è stata possibile perché gli spazi proposti non erano compatibili con altri impegni”.

Due parlamentari intervengono nella querelle Giffoni: la deputata Imma Vietri (Fratelli d’Italia) “difende” il Ministero e la senatrice Vincenza Aloisio (Movimento 5 Stelle) invoca criteri più equi 

Nel pomeriggio di ieri lunedì 29, interviene una deputata di Fratelli d’Italia, Imma Vietri, che dichiara che “le critiche rivolte dal direttore Claudio Gubitosi al Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano sui fondi destinati al Festival di Giffoni sono politicamente strumentali e soprattutto infondate”. Vietri rilancia la “nota” anonima del Ministero della Cultura: “al Festival di Giffoni – come precisato dal Mic – sono state erogate somme che sono arrivate fino a 950mila euro per l’edizione del 2023 su uno stanziamento complessivo di 7 milioni di euro: un investimento notevole, secondo solo a quello previsto per la Mostra del Cinema di Venezia”. Imma Vietri riproduce l’affermazione delle “fonti” Mic, sul budget complessivo per il 2024 (gli stessi 7 milioni del 2023): “questo stanziamento generale è rimasto invariato nel 2024”. 

Cercando nel database della Direzione Cinema e Audiovisivo, non è disponibile un foglio elettronico che consenta rapidamente un’analisi dell’evoluzione diacronica del sostegno ministeriale a Giffoni, ma, IsICult ha “scavato” nelle graduatorie allegate alle delibere direttoriali, ed emerge la seguente sequenza (a partire dall’anno 2017, primo di applicazione della Legge Franceschini del dicembre 2016).

Come si può osservare, il flusso del sostegno del Mic a favore di Giffoni è stato intenso ed è cresciuto dagli 850.000 euro dell’anno 2017 ai 950.000 euro dell’anno 2023, facendo riferimento soltanto al contributo che possiamo definire “ordinario” ovvero riferito specificamente alla iniziativa centrale… Nell’arco di 7 anni, il Giffoni ha beneficiato complessivamente di 7,440 milioni di euro di sovvenzioni dal Ministero della Cultura…

Continua Vietri: “al Gff, quindi, nel 2023 è andato il 13,57 per cento dell’intero ammontare delle risorse destinate a tutti i festival, rassegne e premi cinematografici italiani. Il Mic, inoltre, accogliendo la proposta di molti altri promotori ha pensato di mettere nel bando annuale un tetto di 400mila euro per giungere a una ripartizione più equa e aprire a un numero maggiore di soggetti beneficiari. C’è stata   una correzione generale del bando e una razionalizzazione che non puntavano a penalizzare alcuno, ma solo a introdurre principi più equi. I numeri, quelli veri, smentiscono dunque sul nascere la polemica tutta politica inscenata dal direttore Gubitosi”.

E qui l’affondo… “politico” di Vietri: “tra l’altro il Festival di quest’anno, leggendo il programma e vedendo le foto pubblicate sui social, si è trasformato di fatto in una passerella elettorale per i leader dei partiti di opposizione come Elly Schlein, Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni. E ieri anche per un solo deputato, guarda caso sempre di opposizione, che è anche figlio del governatore della Campania, al quale Gubitosi è noto essere politicamente assai vicino. Peccato – sottolinea la deputata – che il direttore del Festival non abbia avuto il garbo istituzionale di estendere l’invito a noi parlamentari di maggioranza del territorio, ai quali però ora chiede di promuovere un emendamento alla prossima legge di bilancio per un finanziamento fisso da stanziare per il Festival. Al di là di tutto, comunque, il sostegno da parte del Governo Meloni e in particolare del Ministro Sangiuliano non verrà mai meno. Il Festival però è del cinema, è della cultura, è dei ragazzi ed a tutti loro bisogna consegnare non polemiche ma strumenti per accompagnarli nel loro percorso di vita” conclude Vietri.

Esistono già criteri e parametri per la quantificazione dei contributi ministeriali ai festival, ma la Commissione Esperti non dispone ancora di una strumentazione tecnica adeguata e completa

Questa presa di posizione lascia comprendere come i festival siano anche – in talune occasioni – una sorta di passarelle per le istituzioni e per la politica, e come queste dinamiche “spettacolari” possano in qualche modo influenzare – si teme – i processi selettivi ed il “decision making”. 

In passato, per esempio, ha beneficiato di particolare attenzione, per molti anni – da parte del Ministero la Fondazione Ente dello Spettacolo (Feds), ovvero una emanazione Conferenza Episcopale Italiana (Cei), che è arrivata ad acquisire molte centinaia di migliaia di euro di contributi, prima di incomprensibilmente cadere in disgrazia… E che dire del sostegno intenso, intensissimo, fornito dal Ministero negli ultimi anni ai Ragazzi del Cinema America (ormai organizzati in modo ben strutturato attraverso la Fondazione Piccolo America) ormai titolari anche del ben sovvenzionato Cinema Troisi in quel di Trastevere?! 

Se si analizzasse la serie storica dei contributi promozione della Dgca del Mic nell’arco degli ultimi 10 o 20 anni, emergerebbero senza dubbio numerosi punti interrogativi, ma si ha ragione di ritenere che la Commissione degli Esperti abbia operato in assoluta autonomia e senza subire pressioni politiche di sorta.

E sulla base del dataset disponibile. E questo è un problema (o forse anche “il” problema), perché esso è incompleto, frammentario, insufficiente.

Ieri sera, arriva in sostegno di Gubitosi la senatrice del Movimento 5 Stelle Vincenza Aloisio, il cui intervento evidenzia – ahinoi – la non comprensione (o non conoscenza) dei processi decisionali che sono alla base del sostegno ministeriale al festival di Giffoni… 

Riportiamo quel che ha dichiarato perché sintomatico di come “la politica” (ovvero una parte della politica) non conosca i fondamenti della politica culturale italica, le tecnicalità di base: “reputo fondamentale accendere un faro sui criteri scelti per i bandi finalizzati alla concessione dei contributi ai festival e alle rassegne cinematografiche, così che non si verifichino più episodi incresciosi come avvenuto nel caso del Festival di Giffoni, che ha conosciuto un taglio importante degli stanziamenti rispetto allo scorso anno e che è una realtà che va tutelata perché rappresenta una eccellenza. È importante stabilire criteri oggettivi e trasparenti per l’assegnazione delle risorse destinate ai festival che contribuiscono alla valorizzazione del nostro patrimonio culturale italiano, evitando che tali finanziamenti vadano a beneficio di amici o che siano negati a presunti “nemici”, al fine di garantire una distribuzione equa e non discriminatoria delle risorse”. Questi criteri, almeno sulla carta (i bandi ed i verbali delle commissioni di selezione) ci sono.

Or bene, francamente riteniamo che la decisione assunta dal Mic di porre “un tetto” all’assegnazione delle risorse ad un singolo festival non possa essere considerata “discriminatoria”, rispetto ad un soggetto – qual è Giffoni – che è stato storicamente molto ma molto privilegiato. 

Semplicemente si cerca di ridurre l’asimmetria che si è andata consolidando nel corso degli anni, togliendo – per così dire – ad un… “ricco” per dare un po’ più di risorse pubbliche ai… “poveri”. 

Ci sono festival ben curati ed efficaci come stimolazione culturale e territoriale per i quali un 20.000 o 30.000 euro in più di contributo pubblico rappresentano una risorsa preziosa e talvolta vitale…

Continua la senatrice Aloisio: “i festival rappresentano un pilastro importante della nostra cultura e devono essere sostenuti in modo imparziale, basandosi su criteri che premiano l’eccellenza e l’impatto positivo sul territorio. Proprio per questo, occorre fissare dei criteri chiari e oggettivi per l’assegnazione dei fondi, tenendo conto, ad esempio, di parametri come la storicità dell’evento, la sua portata generale e circoscritta, il coinvolgimento di giovani o disabili e il numero di partecipanti totali”.

Temiamo che la senatrice non sappia che la Commissione degli Esperti questi elementi li prende “già” in considerazione, sebbene sulla base delle autocertificazioni dei promotori: senza dubbio, il “sistema informativo” del Ministero della Cultura andrebbe implementato, perché non esistono soggetti terzi – indipendenti dai promotori degli eventi – che “certifichino” i risultati quantitativi e qualitativi delle manifestazioni, dalla quantità di pubblico alla ricaduta mediale e web, per arrivare alla valutazione della effettiva capacità dei festival di stimolare la circolazione delle opere presentate e l’“audience development”…

Non esiste ancora un dataset completo e una valutazione di impatto che possa consentire al Ministero di “misurare” l’efficacia dei festival, e quindi il margine di discrezionalità da parte della Commissione Esperti nell’assegnazione dei contributi è ampio

In sostanza, il Ministero della Cultura non è attrezzato per poter disporre di una “valutazione di impatto” dei festival, i quali – come emerge dalla ricerca che IsICult sta realizzando (avendo vinto il bando “Progetti Speciali” promosso dalla stessa Dgca) nell’economia dell’iniziativa “Italia dei Festival” – sono una quantità impressionante: oltre 3.000… 

Allo stato attuale delle schedature elaborate dall’IsICult, risultano già “censiti” ben 2.730 festival, di cui il 45,1 % al Nord (1.208 festival), il 28,8 % al Sud (772 festival), il 26,1 % al Centro (730 festival). Che il Meridione sia svantaggiato emerge dal confronto della quota percentuale di festival con la quota percentuale della popolazione: 

Va osservato che, anzi, nell’ambito dei “festival”, il Sud si mostra meno svantaggiato rispetto ad altri indicatori culturali (la fruizione di cinema, teatro, di libri, ecc.): il che significa che è notevole l’attivismo degli organizzatori culturali del Meridione, e questa dinamica andrebbe premiata dallo Stato.

Conclude la senatrice Aloisio: “inoltre, è essenziale che l’Esecutivo garantisca un’equa distribuzione dei finanziamenti tra le diverse regioni d’Italia, evitando privilegi o favoritismi. Solo attraverso una gestione trasparente ed equa delle dotazioni assegnate possiamo assicurare la continuità e la crescita di questi importanti eventi culturali, che rappresentano una risorsa preziosa per la promozione della cultura e dell’arte nel nostro Paese. La cultura non deve conoscere confini né discriminazioni: è un bene comune che va tutelato e valorizzato per le generazioni presenti e future”.

Al di là delle dichiarazioni retoriche (che potrebbero essere fatte proprie – crediamo – da qualsiasi parlamentare della Repubblica, al di là della sua cromia partitica), quel che la senatrice del Movimento 5 Stelle evoca è corretto: esiste una grande asimmetria, anche nella quantità di festival attivi sull’intero territorio nazionale e si tratta di squilibri socio-culturali che confermano la debolezza del Mezzogiorno rispetto al resto del Paese… Abbiamo affrontato molte volte questo tema, in particolare in occasione dell’edizione pubblicata nel 2022 dello storico Annuario Statistico della Società Italiana Autori Editori che fu affidato all’IsICult, con la realizzazione del “1° Rapporto Siae sullo Spettacolo e lo Sport nel Sistema Culturale Italiano” (vedi “Key4biz” del 2 dicembre 2022, “L’Italia divisa in due: cresce il divario culturale tra Nord e Sud).

Conclusivamente, ha ragione Gubitosi o no?! 

Trattandosi di un soggetto che, nel corso degli anni, è stato sempre finanziato dal Ministero (e da altre entità pubbliche), la reazione rispetto al “taglio” è umanamente comprensibile, ma la motivazione addotta dal Ministero ha una sua valida logica interna… 

All’interno del budget allocato complessivamente dal Ministero ai festival (7 milioni l’anno, sia nel 2023 sia nel 2024), Giffoni negli ultimi anni ha beneficiato di una “fetta” importante della “torta”…

Questo status privilegiato (certamente giustificato dalle valutazioni tecniche della Commissione Esperti) poteva essere oggetto di un diverso approccio da parte del Ministero, con un trattamento particolare: “ad hoc”, insomma, senza andare a penalizzare tutti gli altri festival. Questa è una decisione che rientra nelle competenze del Ministro: volendo, basterebbe un “emendamento” alla Legge Franceschini, elevando Giffoni ad uno “status” altro rispetto a tutti gli altri festival. Volendo.

Conclusivamente, Claudio Gubitosi non riteniamo sia titolato a lamentarsi, se finalmente il Ministero della Cultura decide di apportare una correzione di rotta, che riduce le dimensioni di un privilegio estremo di cui il Festival di Giffoni Valle Piana ha beneficiato nel corso del tempo. 

Insomma, quei 600.000 euro “in meno” dal Mic a Giffoni per il 2024 potranno andare a vantaggio delle decine anzi centinaia di organizzatori culturali che bussano alla porta del Ministero della Cultura: basti osservare che nel 2023 coloro che hanno partecipato al bando “Promozione” della Dgca (limitatamente ai festival e rassegne e premi) sono stati quasi 434 e soltanto 221 sono stati “eletti”… Una metà (213 iniziative) è rimasta a bocca asciutta.

Queste valutazioni selettive dovrebbero essere correlate ad un discorso organico, anche rispetto al sostegno ai festival da parte della Regioni, dei Comuni, delle ex fondazioni bancarie, di sponsor privati: anche dal punto di vista della sua economia interna, ogni singolo festival dovrebbe essere valutato in modo completo, con un datasetadeguato.

Meglio sarebbe però se Gennaro Sangiuliano decidesse di ridurre un altro squilibrio, molto più grave: ha senso, in termini di politica culturale moderna, destinare ai festival ed in generale alla promozione soltanto l’1 % del totale del sostegno pubblico al cinema e all’audiovisivo, a fronte del 42 % destinato al controverso “Tax Credit”?!

Per quanto il budget assegnato dal Mic ai festival sia andato un po’ crescendo (soprattutto dal 2022), esso rappresenta ancora oggi una quota molto modesta del totale dei fondi pubblici a favore del cinema e dell’audiovisivo: si è passati dai 4,5 milioni di euro dell’anno 2017, scendendo ai 4,0 milioni del 2018, salendo ai 5,0 milioni dal 2019 al 2021, per arrivare ai 6,5 milioni del 2022, fino ai 7 milioni del 2023 e 2024. Comunque, spiccioli…

In fondo, a pensarci bene, la dimensione del sostegno alla promozione festivaliera è semplicemente  ridicola (7 milioni di euro previsti nel 2024) a fronte del fiume di danaro assegnato al credito di imposta (432 milioni), sul totale complessivo di 696 milioni di euro del Fondo Cinema e Audiovisivo… Da queste considerazioni dovrebbe partire una nuova politica culturale, che volesse essere veramente innovativa.

L’Ansa sul dossier IsICult-Key4biz del 29 luglio 2024 “Decreto Mic-Mef Tax Credit Produzione”

Note: qui di seguito, i dispacci Ansa diramati ieri 29 luglio 2024, a seguito della pubblicazione del dossier IsICult / Key4biz sul decreto interministeriale Mic-Mef “Tax Credit Produzione” del 10 luglio 2024

ANSA 29 luglio 2024 20:00

IsICult, Tax Credit Produzione è una riforma ‘nasometrica’ 

IsICult, Tax Credit Produzione è una riforma ‘nasometrica’ Zaccone Teodosi, il provvedimento non corregge le storture (ANSA) – ROMA, 29 LUG – L’Istituto italiano per l’Industria Culturale pubblica oggi sul quotidiano online Key4biz un dossier esclusivo di commento dell’atteso decreto interministeriale Mic d’intesa col Mef “Tax Credit Produzione”, proponendone il testo in anteprima. Il Presidente di IsICult Angelo Zaccone Teodosi si domanda se, dopo sette anni di governo “nasometrico” del settore cine-audiovisivo, anche la annunciata riforma non sia stata impostata “con criteri approssimativi, senza dataset accurati e l’adeguata strumentazione tecnica”. Secondo Zaccone, il provvedimento favorisce i grandi gruppi (anche stranieri) e penalizza i piccoli produttori indipendenti, non correggendo adeguatamente le storture e gli abusi del credito di imposta. Dalla “valutazione di impatto” della Legge Franceschini (per l’anno 2022), emergono poi dati sconcertanti: 7 film su 10 prodotti sostenuti dallo Stato non sarebbero mai usciti nei cinematografi ed il totale delle risorse assegnate col Tax Credit non coinciderebbe con quanto previsto dal “piano di riparto” approvato con i decreti annuali del Ministro, con scostamenti impressionanti tra “preventivo” e “consuntivo”. Zaccone Teodosi auspica che “si faccia luce nelle nebbie”, con le necessarie tecnicalità, per non vanificare la riforma voluta dal Ministro Gennaro Sangiuliano. (ANSA). 2024-07-29T20:00:00+02:00 CHI-COM ANSA  

ANSA 29 luglio 2024 18:18

ANSA: “Pronta la bozza del tax credit produttori, i rilievi di Key4biz“

Il sito anticipa alcuni contenuti del provvedimento (ANSA) – ROMA, 29 LUG – Un provvedimento che “agevola tutti i gruppi dominanti, compresi quelli stranieri, che sono la maggioranza”, che non “pone alcun limite agli esborsi statali, se non in misura irrilevante” e che “si dilunga in date e termini per i produttori, ma non dice nulla di termini entro i quali lo Stato deve versare”. Sono le prime considerazioni che offre il sito Key4biz che ha potuto esaminare la bozza del decreto sul credito di imposta per le imprese di produzione cinematografica. Il sito ha raccolto il parere di uno dei membri del Consiglio superiore del Cinema e dell’Audiovisivo in rappresentanza delle associazioni, Michele Lo Foco. Il decreto “condanna il Cinema italiano e ingabbia questa espressione culturale in un recinto elettrificato dalla direzione Cinema e Audiovisivo” afferma l’avvocato dopo aver letto, sempre in via informale, la bozza del documento. Per l’avvocato l’unica definizione che andava approfondita è quella di “produttore indipendente, cui sono dedicate invece tre parole già contestate in Consiglio”. Lo Foco – riporta Key4biz – si concentra poi sul requisito che viene introdotto, ovvero un vincolo di circuitazione minima nelle sale cinematografiche dell’opera sostenuta con il “tax credit” da parte delle 20 società di distribuzione “theatrical” per incassi, che pure può essere “bypassato” da una diversa selezione effettuata dalla direzione Cinema e Audiovisivo del Ministero (Dgca Mic): “La definizione di ‘società di distribuzione’ è un capolavoro di autoritarismo: oltre alle 20 società che primeggiano per incassi negli ultimi due anni – afferma – sono state aggiunte come equiparabili quelle che la direzione Cinema e Audiovisivo ritiene abbiano adeguati requisiti. Pertanto per le nostre distribuzioni sarà difficilissimo rientrare nelle 20, e non sarà possibile adeguarsi agli standard di posizionamento nelle sale che invece favoriscono quei trafficanti di schermi che la Direzione ben conosce”. Inoltre, rileva il sito specializzato, non sarà “indifferente il ruolo dei decreti direttoriali che dovranno essere adottati” che potranno consentire ancora un qualche margine di “manovra” anche se, si conclude: “Tutto l’anno 2024 è ormai perduto, rispetto al sostegno pubblico al settore cine-audiovisivo. Anche i risultati del bando Promozione 2024 si vedranno paradossalmente a fine anno”. Il sito ricorda infatti che sono molti gli operatori del settore che sostengono che in sostanza tutto l’anno 2024 sia stato ormai “perduto”, considerando che gli investimenti in opere cinematografiche e audiovisive richiedono una previsione temporale di almeno un anno, e che invece dal gennaio 2024 sostanzialmente tutti i processi pre-produttivi sono stati di fatto sospesi, nelle more degli attesi decreti ministeriali. (ANSA). 2024-07-29T18:18:00+02:00 CHI ANSA  

[ Note: questo articolo è stato redatto senza avvalersi di strumenti di “intelligenza artificiale. ]

(*) Angelo Zaccone Teodosi è Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) e curatore della rubrica IsICult “ilprincipenudo” per “Key4biz”. 

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/il-caso-giffoni-festival-ecco-il-perche-del-taglio-di-circa-600mila-euro-del-contributo-ministeriale/500101/




Dossier esclusivo IsICult & Key4biz: in anteprima, il tanto atteso Decreto “Tax Credit” di riforma del settore cine-audiovisivo

Lunga (lunghissima, da oltre un anno) l’attesa, finalmente conclusa, anche se ancora non sono stati diramati i comunicati stampa ufficiali: l’Istituto italiano per l’Industria Culturale è in grado di anticipare – in esclusiva assoluta per “Key4biz” – il tanto atteso decreto Tax Credit, co-firmato dai titolari del Ministero della Cultura (Mic) e del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), rispettivamente Gennaro Sangiuliano e Giancarlo Giorgetti, in versione finanche “bollinata” dal Ragioniere Generale dello Stato Biagio Mazzotta (che pure pare destinato ad essere sostituito nei prossimi giorni da Daria Perrotta, prima donna ai vertici della Ragioneria: e qui lo segnaliamo, in particolare, perché Perrotta è anche uno degli 11 membri del Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo: vedi infra). Formalmente si tratta di un decreto del Mic “in concerto” con Mef, “sentito” il Mimit (Ministero per le Imprese e il Made in Italy). 

Il decreto riguarda l’articolo 15 della Legge Franceschini, ovvero il “credito d’imposta per le imprese di produzione” (l’articolo 16 della Legge n. 220/2016 riguarda invece le imprese di distribuzione, il 17 l’ esercizio e le industrie tecnichee di post-produzione, il 18 ancora l’esercizio cinematografico, il 19 l’ attrazione in Italia di investimenti cinematografici e audiovisivi stranieri, il 20 le imprese non appartenenti al settore…).

Il testo, intitolato “Disposizioni applicative in materia di credito di imposta per le imprese di produzione cinematografica e audiovisiva di cui all’articolo 15 della legge 14 novembre 2016, n. 220” (che è appunto la cosiddetta “Legge Franceschini”), reca la data del 10 luglio 2024 ed il numero 225 (“Udcm”) come decreto: ci limitiamo a segnalare che si tratta di un intervento corposo, basti pensare alle 57 (cinquantasette!) pagine di testo.

Già soltanto questo aspetto “dimensionale” dovrebbe provocare una qualche riflessione sulla frequente abitudine italica di produrre “norme” e “regolamenti” che sono sovradimensionati nell’articolato e caratterizzati da uno stile burocratico non esattamente agevole, rispetto a forma e comprensibilità…

Nel caso in ispecie, sembra veramente un apparato di regole complesso, minuzioso, barocco, senza dubbio finalizzato a ridurre il rischio di utilizzazioni improprie dei benefici del credito di imposta, ma determinando una complessificazione burocratica estrema: restiamo convinti che sarebbe (stato) opportuno semplificare ed in modo radicale.

Il testo vede finalmente la luce, ma non sembra discostarsi in modo granché significativo dalla bozza che IsICult & Key4biz avevano diffuso ormai oltre due mesi fa: vedi “Key4biz” del 20 maggio 2024, “Decreto ‘Tax Credit’ cinema e audiovisivo, ecco la bozza”. Come è noto, IsICult non è nuovo a queste “avanguardie” informative e documentative, per spirito di iniziativa civile: basti ricordare che, una settimana dopo,  pubblicava in anteprima anche il testo del “contratto di servizio” della tv pubblica: vedi “Key4biz” del 27 maggio 2024, “Il testo del contratto di servizio tra Rai e Mimit per il quinquennio 2023-2028. Anteprima IsICult / Key4biz. Scarica il pdf”)… Nell’arco delle ultime settimane, sono stati apportati al testo in bozza ritocchi che appaiono marginali, in materia di “intelligenza artificiale” e “contratti collettivi nazionali di lavoro” e di “obblighi di investimento in promozione” e quantità di “proiezioni” e poco altro… 

Piccoli ritocchi a parte, a prima vista (lettura) non ci sembra che le critiche emerse negli ultimi mesi nei confronti del provvedimento – soprattutto da parte delle associazioni dei produttori indipendenti e degli autori – siano state accolte. Ci si domanda anche perché la gestazione sia stata quindi così tanto ritardata…

Un passaggio già presente nella bozza del 20 maggio è confermato anzi lievemente rafforzato, ovvero l’obbligo di fornire informazioni complete sulla “fruizione” da parte degli spettatori, una questione essenziale di trasparenza: “a pena di inammissibilità ovvero di decadenza dal beneficio, le imprese cinematografiche o audiovisive italiane sono tenute a prevedere nei contratti sottoscritti con i fornitori di servizi di media audiovisivi ovvero con i distributori cinematografici, l’obbligo in capo a questi ultimi di trasparenza e di informazione sui dati relativi alla fruizione da parte degli spettatori delle opere sostenute sia in Italia che nel resto del mondo e secondo le specifiche contenute in un apposito decreto direttoriale. Tali dati devono essere comunicati, a pena di decadenza dal beneficio, alla Dgca, secondo le modalità indicate nel decreto previsto nel precedente periodo, fermo restando la tutela dei segreti industriali e delle informazioni riservate” (così l’articolo 7 comma 2 del decreto del 10 luglio 2024).

Il decreto “Tax Credit” non è stato sottoposto al vaglio del Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo: per quale ragione?!

Va segnalato che il testo in questione – incomprensibilmente – non è stato sottoposto al vaglio del Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo, che pure – sulla base della stessa “Legge Franceschini” – è il massimo organo di consulenza del Ministero su queste tematiche: dovrebbe essere quindi chiamato ad esprimere il proprio parere su documenti strategici di politica culturale di questa importanza e portata… Il che non è stato.

Immaginiamo che la dinamica sarà oggetto di polemica in occasione della riunione del Csca che si tiene proprio quest’oggi (lunedì 29 luglio), sotto la presidenza dell’avvocatessa Francesca Assumma, e con la partecipazione, per la prima volta, del consigliere neo-cooptato, l’attore ed ex parlamentare del Movimento 5 Stelle Nicola Acunzo (si rimanda al nostro intervento di venerdì scorso su queste colonne, anche in questo caso con una notizia commentata in anteprima: vedi “Key4biz” del 26 luglio 2024, ““Il Foglio” provoca e prospetta la “privatizzazione” della Rai. Il commento”).

Come scrivevamo venerdì scorso, la gestazione di questi testi avrebbe meritato maggiore trasparenza e migliore dialettica, con il coinvolgimento attivo di tutte le anime del settore cine-audiovisivo, ma il Governo ha scelto metodiche diverse.

Ci sono sì state molte riunioni – sempre a porte chiuse, però (ed a invito esclusivo) – promosse dalla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, ma le bozze di testo non sono mai state sottoposte ad una discussione aperta, libera, plurale. Il Ministero ha preso sì atto di alcune istanze delle associazioni, ma, alla fin fine, ha operato in modo assolutamente autocratico.

L’avvocato Michele Lo Foco (Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo): “il decreto condanna il cinema italiano e ingabbia quest’espressione culturale in un recinto elettrificato dalla Direzione Cinema e Audiovisivo”

Non entriamo oggi nel merito della necessaria analisi critica tecnica del documento, che richiederà una lettura molto attenta (ci torneremo con cura tra qualche giorno), ma ci limitiamo a riportare (e condividere) quel che ha tempestivamente dichiarato uno dei componenti più attivi del Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo, l’avvocato Michele Lo Foco, non appena ha acquisito – anche lui per canali informali – il testo della versione, ormai ultima e definitiva, del Decreto “Tax Credit”: 

« Definizioni: premesso che le parole utilizzate nel decreto sono volutamente artificiose ed in alcuni casi straniere, in modo da non fare capire nulla a quei rari politici che volessero interessarsi della materia (tipo: “servizio di media audiovisivo lineare”), l’unica definizione che andava approfondita è quella di “produttore indipendente”, cui sono dedicate invece tre parole già contestate in Consiglio ».

In effetti, quel che Lo Foco osserva è vero: la questione nodale, centrale, essenziale, della definizione di “produttore indipendente” non viene affrontata dal Decreto n. 225… che si limita a rimandare alla definizione prevista dal Decreto Legislativo n. 208 dell’8 novembre 2021 (articolo 3, comma 1, lettera t), e alle “ulteriori specificazioni dell’Agcom”, allorquando il tema richiede invece approfondimenti ed aggiornamenti per focalizzare meglio questa figura, anche alla luce delle migliori pratiche della legislazione di altri Paesi europei, la Francia in primis. Qui la questione si collega ovviamente al “Tusma”, il Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi, approvato in via definitiva dal Consiglio dei Ministri il 20 marzo scorso (vedi “Key4biz” del 20 marzo 2024, ““Quote obbligatorie” di investimento osteggiate da Netflix e Mediaset (oggi il Tusma in Consiglio dei Ministri). L’autocritica sul flop di Garrone agli Oscar…”). Torneremo su questa dolente questione.

La definizione di “servizio di media audiovisivo lineare” criticata da Lo Foco è prevista alla lettera h.) del comma 2. dell’articolo 1: “un servizio di media audiovisivo fornito da un fornitore di servizi di media per la visione simultanea di programmi sulla base di un palinsesto di programmi”…

Lo Foco si concentra poi sul requisito che viene introdotto, ovvero un vincolo di circuitazione minima nelle sale cinematografiche dell’opera sostenuta con il “tax credit” da parte delle 20 società di distribuzione “theatrical” per incassi, che pure può essere “bypassato” da una diversa selezione effettuata dalla Direzione Cinema e Audiovisivo del Ministero (Dgca Mic): « La definizione di ‘società di distribuzione’ è un capolavoro di autoritarismo: oltre alle 20 società che primeggiano per incassi negli ultimi due anni, sono state aggiunte come equiparabili quelle che la Direzione Cinema e Audiovisivo ritiene abbiano adeguati requisiti !!! Pertanto per le nostre distribuzioni sarà difficilissimo rientrare nelle 20, e non sarà possibile adeguarsi agli standard di posizionamento nelle sale che invece favoriscono quei trafficanti di schermi che la Direzione ben conosce. ».

La versione che IsICult e Key4biz hanno condiviso il 20 maggio 2024 recitava: 

“(…) «primaria società di distribuzione cinematografica»: ai fini del presente decreto, la società di distribuzione cinematografica, avente codice Ateco 59.13, che figura tra le prime venti società di distribuzione in termini di incassi realizzati nelle sale cinematografiche dalle opere da esse distribuite nelle due annualità precedenti rispetto all’anno di riferimento (…)”

La versione finale approvata il 10 luglio 2024 recita:

  • “(…) «primaria società di distribuzione cinematografica»: la società di distribuzione cinematografica, avente codice Ateco 59.13, che risulti essere una delle prime venti società di distribuzione in termini di incassi realizzati dalle opere da essa distribuite nelle sale cinematografiche nelle due annualità che precedono l’anno di riferimento, secondo le ulteriori specifiche previste nel decreto direttoriale di cui all’articolo 38, comma 1, del presente decreto, che disciplina anche le modalità con cui, ai fini del presente decreto, sono considerate equiparabili alle predette venti società ulteriori società di distribuzione di nuova costituzione aventi adeguati requisiti in termini di solidità economica e finanziaria e in termini di capacità operativa (…)”.

All’articolo 2 viene introdotto un obbligo, per i richiedenti l’accesso al “Tax Credit”, di pagamento di 10.000 euro per spese di istruttoria, « ben sapendo che 10.000 euro sono una somma enorme per i piccoli produttori », sostiene Lo Foco… In verità, il comma 3 dell’articolo 2 prevede un campo di oscillazione tra un minimo di 200 euro ed un massimo di 10.000 euro, ed assegna al Direttore della Dgca i criteri di determinazione, con un apposito decreto direttoriale (sono molti i decreti direttoriali che dovranno essere adottati per rendere operativo questo decreto ministeriale…).

All’articolo 3 (comma 2) viene previsto che siano sono eleggibili le spese per persone fisiche soggette a tassazione in Italia: secondo Lo Foco, questo « consente di pagare attori stranieri con il vantaggio del tax credit ».

Sempre all’articolo 3, comma 4: sono “eleggibili” le spese di un produttore esecutivo in misura eccedente la propria quota di competenza, e il membro del Csca commenta « sembra un articolo dettato direttamente dai trafficanti di tax credit ».

Articolo 4: i punti “c” / “d” / “e” indicano che gli esperti dovranno dichiarare che i film non sono in grado di attrarre risorse finanziarie: « sembra uno scherzo, ma qualcuno produrrà film di nessun interesse… salvo che per lo Stato ». Qui in effetti sembra emergere una contraddizione logica ed al contempo un paradosso ideologico, rispetto a quel che ha annunciato più volte il Ministro Gennaro Sangiuliano, ovvero basta a film… “invisibili”.

In conclusione, Michele Lo Foco sintetizza infine in poche battute le criticità del provvedimento: 

(1.) il decreto agevola tutti i gruppi dominanti, compresi quelli stranieri, che sono la maggioranza; 

(2.) non pone alcun limite agli esborsi statali, se non in misura irrilevante; 

(3.) mentre il decreto si dilunga in date e termini per i produttori, non dice nulla di termini entro i quali lo Stato deve versare…

E conclude con durezza, e con efficace quanto amara metafora: « il decreto condanna il cinema italiano e ingabbia questa espressione culturale in un recinto elettrificato dalla Direzione Cinema e Audiovisivo ». 

Sarà molto interessante registrare le reazioni delle varie associazioni, nei prossimi giorni. Anche se, ormai, cosa fatta… capo ha. Non indifferente però il ruolo dei “decreti direttoriali” che dovranno essere adottati, che possono consentire ancora un qualche margine di “manovra”…

Tutto l’anno 2024 è ormai perduto, rispetto al sostegno pubblico al settore cine-audiovisivo. Anche i risultati del bando “Promozione” 2024 si vedranno paradossalmente a fine anno!

In ogni caso, va sottolineato che il decreto “interministeriale” firmato il 10 luglio 2024, per divenire concretamente operativo, richiede giustappunto diversi “decreti direttoriali” a firma del Dg Nicola Borrelli: quindi si ha ragione di temere, visto i tempi di approvazione dei “decreti direttoriali”, che il “riavvio” del settore cine-televisivo sia destinato a restare “in sospensione” ancora per non poche settimane. Forse mesi…

Sono molti operatori del settore che sostengono che in sostanza tutto l’anno 2024 è stato ormai “perduto”, considerando che gli investimenti in opere cinematografiche e audiovisive richiedono una previsione temporale di almeno un anno, e che invece dal gennaio 2024 sostanzialmente tutti i processi pre-produttivi sono stati di fatto sospesi, nelle more degli attesi decreti ministeriali…

Ahinoi, che al Ministero della Cultura manchi completamente una visione strategica e di programmazione temporale è assolutamente evidente: abbiamo già denunciato – su altro fronte – la assurdità con la quale il 1° giugno 2024 è stato pubblicato un decreto direttoriale per l’assegnazione dei contributi per l’attività di “promozione” (festival, rassegne, premi, iniziative di studio e ricerca…) per l’anno 2024, ovvero per iniziative che debbono essere svolte tra il 1° gennaio ed il 31 dicembre 2024. Paradossale, anzi surreale.

Il termine per la presentazione delle istanze per la “promozione” scadeva ieri domenica 28 luglio, ma venerdì scorso, a causa di problematiche della piattaforma web della Dgca (che spesso va in tilt), è stato rimandato “in extremis” a giovedì prossimo 1° agosto. 

Si osservi che: 

(A.) ad oggi, non risulta costituita la nuova “Commissione degli Esperti” che deve vagliare le proposte, dato che la precedente è scaduta a metà marzo, ed inspiegabilmente il Ministro non ha ancora nominato la novella;

(B.) nel 2023, i risultati dell’operato della Commissione rispetto alle istanze “Promozione” sono stati resi noti dopo oltre 4 mesi (!) dalla scadenza del bando; 

(C.) ne deriva che, se la nuova Commissione verrà presto nominata (tutti se lo auspicano…), ma seguirà le tempistiche dell’anno scorso, i risultati per le iniziative per l’anno solare 2024 (ovvero le “graduatorie”: ammessi ed esclusi) vedranno la luce forse a novembre… se non dicembre 2024: ovvero entro il termine entro il quale le iniziative previste debbono essere realizzate! 

Surreale. 

Eppure l’in/sofferenza è diffusa e strisciante, anche su questo “fronte”, in centinaia di organizzatori culturali in tutta Italia (si ricordi che nel 2022, le istanze “promozione” sono state quasi 900, a fronte di 461 “eletti”), ma è soltanto… sussurrata, sempre per timore di entrare in una “black list” di postulanti non graditi alla Direzione Generale Cinema e Audiovisivo: silenzio totale da parte anche dell’Associazione Festival Italiani di Cinema (Afic), presieduta dal critico cinematografico de “il Giornale” Pedro Armocida (che è anche Direttore Artistico del Festival di Pesaro – Mostra Internazionale del Nuovo Cinema)…

Un dato sconcertante che emerge dalla “valutazione di impatto” della Legge Cinema e Audiovisivo (per l’anno 2022): soltanto 3 film su 10 di quelli sostenuti dallo Stato è arrivato nei cinematografi

Abbiamo tante volte – anche su queste colonne – lamentato come quella “valutazione di impatto” prevista dalla Legge Franceschini non sia purtroppo mai stata oggetto di adeguata disseminazione nella comunità professionale e come questo rapporto annuale non si sia finora caratterizzato per un approccio critico funzionale alle “correzioni di rotta”. Correzioni che pure sono state tardivamente avviate ormai un anno fa, allorquando il Ministro Gennaro Sangiuliano ha compreso che “qualcosa”, nel sostegno pubblico alla cinematografia, non andasse… 

Negli ultimi 6 anni, la Direzione Cinema e Audiovisivo del Ministero ha affidato sempre allo stesso fornitore l’appalto per la “valutazione di impatto”, il raggruppamento temporaneo di impresa tra l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e la società di consulenza Ptsclas spa: l’ultima relazione, relativa all’anno solare 2022, è stata pubblicata sul sito web del Senato il 6 giugno 2024, nel silenzio totale (soltanto “Key4biz” l’ha segnalata, nessun’altra testata giornalistica, nemmeno quelle specializzate), ma due settimane fa, il 15 luglio, è stata improvvisamente annunciata dalla Sottosegretaria Lucia Borgonzoni, che segnalava che in quello stesso giorno era stata (finalmente!) pubblicata sul sito web del Ministero (vedi “Key4biz” del 16 luglio 2024, “‘Dare i numeri’ nel sistema culturale: scontro tra FdI-Lega Salvini e Pd sulle numerologie ‘Legge Franceschini’”)…

Scrivono Università Cattolica e Ptsclas spa nella valutazione per l’anno 2022 (ivi, pag. 70), “l’impatto sui pubblici delle opere destinate alla circolazione in sala è stato valutato in relazione al loro passaggio sul grande schermo e alla spesa generata. Il passaggio in sala è stato valutato assumendo come riferimento l’anno solare di approvazione della domanda”… Ciò premesso, “il 29 % delle opere beneficiarie di aiuti alla produzione, con eccezione per le opere che hanno ricevuto in via esclusiva aiuti per sviluppo e pre-produzione, ha avuto nel 2022 un passaggio in sala (146 opere)”.

Ciò significa che soltanto 146 opere cinematografiche, su un totale di 562 opere che hanno beneficiato del sostegno dello Stato, sarebbero entrate nel circuito “theatrical”: anche se purtroppo la relazione sull’anno 2022 non propone i dati dettagliati “opera per opera” (come sarebbe necessario per comprendere il vero stato di salute del settore), questa constatazione è inquietante: di fatto, su 10 film prodotti con il sostegno dello Stato, ben 7 non vedono la luce (il buio) della sala cinematografica. Si tratta di una osservazione che è sconsolante.

Questo dato statistico “migliora” prendendo in considerazione le opere che hanno beneficiato di “credito di imposta”, che “tendono ad avere più frequentemente un passaggio in sala” (testuale): la quota percentuale sale al 44 %.

Cattolica & Ptsclas non si soffermano però a definire le dimensioni quantitative di questo “passaggio in sala”, se non a livello molto (troppo) aggregato: il dato dovrebbe essere invece specificato “titolo per titolo” (o anche per classi di entità del sostegno pubblico), perché questa sarebbe invece l’informazione essenziale, per comprendere quale sia stata la reale effettiva ricaduta – in termini di mercato – dell’intervento dello Stato nel settore… Si legge (pag. 71) che “le 146 opere destinate al mercato theatrical, che nel 2022 hanno avuto un passaggio in sala, hanno ricevuto complessivamente aiuti per 85,5 milioni di euro (…) e generato al botteghino un valore pari a 21,9 milioni (8 % del totale spesa al botteghino)”. 

Come abbiamo già avuto occasione di sostenere, temiamo infatti che la “riforma” avviata un anno fa dal Ministro Gennaro Sangiuliano pecchi di quello stesso deficit cognitivo che ha caratterizzato paradossalmente la genesi stessa della Legge Franceschini: ad oggi, in Italia, non è ancora disponibile un dataset adeguato, approfondito, aggiornato, per comprendere in modo accurato l’economico ed il semiotico del cinema e dell’audiovisivo italiano… 

Si procede quindi con correzioni approssimative rispetto ad una legge che è stata impostata senza la adeguata strumentazione tecnica.

Un esempio: leggendo la “valutazione di impatto” prodotta da Cattolica e Ptsclas, emerge una sequenza di dati, secondo la quale nel quadriennio 2019-2022 sarebbero state assegnate “risorse”, considerando soltanto lo strumento del “credito di imposta”, per complessivi 1,5 miliardi di euro (per la precisione 1.473 milioni).

La serie storica – che si ha ragione di ritenere essere stata elaborata sulla base dei “consuntivi” – mostra un evidente disallineamento rispetto a questo previsto ovvero quelli che potremmo definire i “preventivi” dal “piano di riparto” del Fondo Cinema e Audiovisivo dei rispettivi anni, così come deciso con i decreti ministeriali… Approfondiamo e confrontiamo le fonti.

Cinema e audiovisivo: “Tax credit” risorse assegnate tra il 2019 ed il 2022 (milioni di euro) 

[ nota metodologica: la prima colonna riporta i dati contenuti a pag. 48 della “Valutazione di impatto” della Legge Cinema e Audiovisivo per l’anno 2022; la seconda il dato previsto nei Decreti Ministeriali di “riparto”, di anno in anno ]

Complessivamente, si tratterebbe di circa 1,5 miliardi di euro nel quadriennio (2019-2022), secondo Cattolica e Ptsclas, ma la cifra veleggia verso i 2 miliardi, se si prendono in considerazione invece complessivamente i dati dei decreti ministeriali… 

Qualcosa non quadra, senza dubbio, tra “consuntivo” e “preventivo”, ma quel che è certo è che non sono ancora pubblici dei dati completi che siano chiari, univoci, incontrovertibili, sulla gestione di questo fiume di danaro pubblico. 

Basti osservare quel che si legge nel Decreto Ministeriale del 22 marzo 2022: (…) “considerato che il totale delle risorse destinate per l’anno 2021 agli incentivi fiscali di cui agli articoli da 15 a 20 della legge 14 novembre 2016, n. 220, dai decreti ministeriali sopra citati in premessa, è pari complessivamente a 655,1 milioni di euro, le somme corrispondenti al minor utilizzo, per l’anno 2021, rispetto al totale delle risorse destinate agli incentivi fiscali di cui agli articoli da 15 a 20 della medesima legge 220 del 2016, sono individuate in 78,8 milioni di euro”.

Quindi nel 2021 lo Stato avrebbe destinato agli incentivi fiscali ben 655 milioni di euro (!!!), a fronte dei 455 milioniprevisti dal “piano di riparto” per quello stesso anno (con un “delta” di ben 200 milioni di euro?!). Però ne avrebbe… “risparmiati” 79 milioni a causa del… “minor utilizzo”?! 

Si tratta di scostamenti ed oscillazioni di dimensioni impressionanti…

Accolto dal Ministro Sangiuliano l’appello del Ministro Giorgetti?! Quell’“adesso basta!” del gennaio 2024, rispetto all’uso (e abuso) del Tax Credit nel settore cine-audiovisivo…

Verrebbe da chiedere lumi a Daria Perrotta, membro del Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo, designata in quel consesso come esperta del Ministero dell’Economia e Finanze, del quale è Capo dell’Ufficio Legislativo. Sicuramente, anche nella veste di futura “Ragioniera” dello Stato (prima donna nella storia d’Italia a ricoprire un così delicato e prestigioso ruolo), sarà in grado di “fare luce”.

E naturale sorge un altro quesito, “malizioso”: sarà mica che questo “blocco” del 2024 sia dovuto all’aver il Ministro Gennaro Sangiuliano accolto quell’“adesso basta!” (testuale, a caratteri cubitali) invocato dal suo collega Giancarlo Giorgetti in una intervista lanciata in copertina dal mensile “Prima Comunicazione” del gennaio 2024, allorquando il titolare del Mef chiese una revisione radicale del “Tax Credit”?!

Alcuni osservatori malevoli sostengono che la vera verità dello “stop” per il 2024 sarebbe stata determinata dalla scoperta (da parte della Ragioneria dello Stato o della Corte dei Conti?!) che di fatto nel corso degli ultimi anni il Ministero della Cultura si è troppo impegnato con il “Tax Credit”, andando addirittura ben oltre le proprie disponibilità effettive: le casse sarebbero vuote da tempo, ed un anno di blocco avrebbe consentito (consentirebbe?) di “salvare il salvabile” ovvero di compensare in qualche modo l’esposizione cresciuta nel corso degli anni. Chi può dirlo?! Sarebbe una conferma del complessivo deficit di controllo.

Si legge, per esempio, nella “valutazione di impatto” 2022 che “la diminuzione delle risorse assegnate al credito di imposta è riconducibile all’apertura della sessione del 2022 per la presentazione di domande di credito d’imposta per lo sviluppo e la produzione di opere cinematografiche e audiovisive tra novembre e dicembre e, conseguentemente, alla deliberazione delle stesse nel 2023”. 

E quindi… di grazia?! 

Questa osservazione – che pure evidenzia ancora una volta la patologia dei ritardi procedurali del Ministero nell’assegnazione delle risorse – non consente di dare una risposta chiara ed esauriente alle tante perplessità che emergono analizzando questi dati, tra “preventivi” e (presunti) “consuntivi”, tra numeri proposti nella relazione sulla valutazione di impatto e numeri che emergono evidenti nei decreti ministeriali e direttoriali…

Governo “nasometrico” del sistema dal 2017 al 2023? Riforma “nasometrica” del sistema nel 2024?

A cosa serve, a questo punto che il Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo si esprima – per legge – sul “piano di riparto” del Fondo Cinema e Audiovisivo, quest’anno quantificato in 696 milioni di euro (a fronte dei 746 milioni dell’anno 2023), se non si dispone di… “consuntivi” attendibili?!

Ci domandavamo venerdì scorso su queste colonne: il Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo è proprio sicuro che i 746 milioni di euro del “Fondo Cinema e Audiovisivo” per il 2023 siano stati effettivamente spesi come da bilancio preventivo?! 

E oggi domandiamo: che fine faranno i 696 milioni di euro assegnati per il 2024?! 

Intendiamo: che fine faranno realmente nelle casse dello Stato, dopo l’assegnazione teorica sulla carta?! 

A cosa serve “esprimersi”… se poi l’Amministrazione sembra “giocare” con le cifre, rendendo impossibile la comprensione di cosa avviene realmente nella gestione delle risorse pubbliche. 

E – si noti bene – qui stiamo trattando soltanto del totale delle risorse a favore del “tax credit”, e non delle risorse assegnate ad ognuna delle linee di intervento (le varie tipologie di “credito di imposta”: “produzione film”, “produzione opere tv”, “produzione opere web”, “produzione esecutiva di opere straniere”, ecc.): dalle analisi sviluppate da IsICult(sui pochi dati pubblici ad oggi disponibili) gli scostamenti, analizzati voce per voce, sono ancora più impressionanti (ed incomprensibili) tra “preventivi” e “consuntivi”… 

Basti osservare che il Decreto Ministeriale di “riparto” per l’anno 2022 prevedeva 60 milioni di euro per la “produzione esecutiva di opere straniere”, ma secondo Cattolica e Ptsclas in quell’anno (v. pag. 69 della relazione 2022), sarebbero stati assegnati ben 75 milioni di euro a quella specifica voce…

Si tratta di domande che restano senza risposta. 

E di numerologie confuse e contraddittorie.

Quindi… governo nasometrico del sistema… dal 2017 al 2023?

E, quindi, si teme, nel 2024… riforma nasometrica del sistema?!

Clicca qui per il Decreto Interministeriale n. 225 (Udcm), intitolato “Disposizioni applicative in materia di credito di imposta per le imprese di produzione cinematografica e audiovisiva di cui all’articolo 15 della legge 14 novembre 2016, n. 220” (che è la cosiddetta “Legge Franceschini”), noto anche come “Decreto Tax Credit”, decreto Mic in concerto col Mef, a firma dei Ministri della Cultura Gennaro Sangiuliano e dell’Economia e Finanze Giancarlo Giorgetti, 10 luglio 2024

[ Note: questo articolo è stato redatto senza avvalersi di strumenti di “intelligenza artificiale. ]

(*) Angelo Zaccone Teodosi è Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) e curatore della rubrica IsICult “ilprincipenudo” per “Key4biz”. 

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/dossier-esclusivo-isicult-key4biz-in-anteprima-il-tanto-atteso-decreto-tax-credit-di-riforma-dellintervento-dello-stato-a-favore-del-settore-cine-audiovisivo/499891/




“Il Foglio” provoca e prospetta la “privatizzazione” della Rai. Il commento

Possiamo testimoniare che due decreti importanti dei tanto attesi nell’economia della riforma della “Legge Franceschini” del 2016 (avviata ormai oltre un anno fa) – quello sul “tax credit” e quello sui “contributi selettivi” – stanno per essere pubblicati: come testimoni oculari privilegiati… li abbiamo visti, li abbiamo anche letti, ma ovviamente non possiamo scriverne fino a quando non verranno pubblicati sul sito web del Ministero della Cultura… Possiamo però anticipare che l’impressione è che non siano granché differenti rispetto alle bozze che in qualche modo erano… “riservatamente” circolate nelle ultime settimane: ribadiamo che la gestazione di questi testi avrebbe meritato maggiore trasparenza e migliore dialettica con tutte le anime del settore cine-audiovisivo, ma il Governo ha scelto metodiche diverse.

Quindi – come prevedevamo anche su queste colonne – la prossima settimana potrebbe essere quella giusta, dopo una attesa divenuta ormai esasperante: un’attesa che ha sostanzialmente paralizzato l’intero settore da fine 2023.

Va segnalato che lunedì prossimo 29 luglio, si terrà una riunione del massimo organo di consulenza del Ministero, ovvero il Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo (Csca), presieduto dall’avvocatessa Francesca Assumma, e verosimilmente la Direzione Cinema e Audiovisivo (Dgca) guidata da Nicola Borrelli sottoporrà al consesso di esperti la versione finale dei due decreti…

La provocazione di Claudio Cerasa sul “il Foglio”: la Premier Giorgia Meloni sta pensando alla privatizzazione della Rai?!

In argomento (Csca), questa è una delle due… notizie “del giorno”: l’altra, apparentemente più importante ma che riteniamo semplicemente una provocazione giornalistica, è data dall’editoriale che il quotidiano “Il Foglio” ha pubblicato questa mattina, rilanciata verso mezzogiorno dall’agenzia stampa Adnkronos, ovvero che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sia tentata da una idea di “privatizzazione” della Rai. Riteniamo si tratti di una boutade di Claudio Cerasa. 

L’articolo è intitolato simpaticamente “Meloni vuole privatizzare un po’ di Rai”. Sottotitolo: “meno politica in Rai, più Rai sul mercato. Dopo Ferrovie, Poste, Mps e Rai Way, la premier studia una mossa a sorpresa per salvare la Rai dai suoi debiti e ribaltare la narrazione su TeleMeloni. Notizia e dita incrociate”. 

Siamo convinti che si tratti di una pura provocazione, forse per smuovere un po’ le acque stagnanti intorno a Viale Mazzini, con l’elezione dei 4 membri del Consiglio di Amministrazione che sicuramente non verrà calendarizzata prima di settembre, e peraltro saggezza vorrebbe che si attendesse l’esito dell’udienza di fronte al Tar del Lazio prevista per il 23 ottobre…

Anche se Claudio Cerasa eleva ad atto di “politica culturale” una simile ipotesi (ed in effetti lo sarebbe, se la prospettiva fosse concreta) si tratta di una proposta assolutamente surreale, perché andrebbe contro una sana idea di presidio pubblico del mercato audiovisivo e mediale: nessuno dei principali Paesi europei ha un servizio pubblico… privatizzato “a metà” (come invece auspica Cerasa). 

Il direttore de “Il Foglio” auspica una simile soluzione (rilanciando vecchie provocazioni della Lega di Salvini), sia per liberare la Rai dal peso dei suoi gravosi debiti, sia per “liberare dalla politica” Viale Mazzini.

Altre possono essere le soluzioni, a partire da una riforma (vera) della “governance” per arrivare alla liberazione di Viale Mazzini dalla servitù della pubblicità (fonte “accessoria” sul totale delle risorse, ma comunque “culturalmente” determinante nell’impostazione complessiva dell’offerta): il modello di riferimento, a livello planetario, non può che essere quello della Bbc. 

E qui ci fermiamo. 

I nostri gesti apotropaici vanno comunque in direzione opposta rispetto a quelli di Cerasa…

Segnaliamo che curiosamente nessuna reazione s’è registrata, a destra o sinistra (o al centro), da parte della politica, a fronte della provocazione mattutina de “Il Foglio”: nessun dispaccio di agenzia (almeno fino alle ore 17, quando questo articolo viene chiuso in macchina). 

Va anche evidenziato che una proposta di questo tipo non sarebbe certamente gradita né a Mediaset (né quindi a Forza Italia), perché andrebbe a modificare l’attuale assetto di mercato del sistema pubblicitario nazionale.

L’altra notizia… “del giorno” è certamente rappresentata dalla decisione assunta dal Ministro Gennaro Sangiuliano di cooptare un ex parlamentare del Movimento 5 Stelle, l’attore campano Nicola Acunzo, nel Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo (Csca), in sostituzione della psicologa Vera Slepoj, venuta a mancare il 21 giugno. Il decreto del Ministro reca la data del 4 luglio 2024, ma è stato pubblicato soltanto ieri 25 luglio. 

Il Consiglio Superiore verrà così reintegrato nella sua composizione completa, formata da 11 membri.

Si tratta di un’ulteriore “designazione” discrezionale da parte del Ministro, ovvero dell’ennesima applicazione di quel principio generale dell’“intuitu personae”, che tante volte abbiamo criticato, nel corso del tempo – anche su queste colonne – perché finisce per determinare una assoluta “autocrazia” del Principe di turno, senza confronto con gli “stakeholder”, che – nel caso in ispecie – sarebbero i rappresentanti del settore cine-audiovisivo, dagli autori agli imprenditori passando per i tecnici. 

Il Ministro seguirà questo criterio di assoluta discrezionalità anche nella nomina delle imminenti “commissioni di esperti” che dovranno essere chiamati ad esprimersi sulla gestione dei “contributi selettivi” della Legge Cinema e Audiovisivo? Come abbiamo segnalato tante volte, il suo predecessore, il “dem” Dario Franceschini, a suo tempo decise di adottare una procedura più trasparente – almeno sulla carta – promuovendo un avviso pubblico per la presentazione di candidature (pubblicato il 27 dicembre 2021)… Si leggeva nell’avviso: “possono presentare la proposta di candidatura per la nomina di Esperto i cittadini dell’Unione Europea che abbiano il godimento dei diritti civili e politici. Gli Esperti sono individuati tra personalità di chiara fama, anche internazionale, e di comprovata qualificazione professionale nel settore cinematografico e audiovisivo”. Requisiti in verità un po’ generici, ma comunque da attestare attraverso l’invio del curriculum. Si segnala en passant che nessun esperto di nazionalità non italiana è stato poi cooptato da Franceschini…

Ancora una volta, prevale l’aspetto “fiduciario” su quello “tecnico”. Il percorso professionale e politico del neo-consigliere Nicola Acunzo, cooptato nel Consiglio Superiore Cinema e Audiovisivo

Nel caso in ispecie, si tratta di un attore che così viene descritto dalla qualificata piattaforma MyMovies, che lo definisce “Il nuovo caratterista del cinema italiano”: « così l’ha definito il suo mentore Michele Placido, che l’ha diretto nelle sue ultime due pellicole, “Il grande sogno” e “Vallanzasca”. Nato a Roma il 28 luglio 1976, viene lanciato nel mondo del cinema da Mario Monicelli, che lo ha diretto nel suo ultimo lungometraggio, “Le rose del deserto” (2006). Grazie alla sua versatilità, l’attore romano si divide da anni con successo fra cinema, teatro e televisione. Infatti, se sul palcoscenico ha affrontato testi classici come “Uno sguardo dal ponte” di Arthur Miller e “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello, sul piccolo schermo ha partecipato alla seconda serie di “Elisa di Rivombrosa” e a due stagioni de “La Squadra”. Certamente i suoi ruoli più interessanti sono quelli interpretati sul grande schermo. Da O’ Calabrese, lo studente fuori corso e politicamente impegnato de “Il grande sogno” a ‘Codino’, il camorrista schizzato di “Sleepless”, ha offerto una serie di brevi quanto incisive performance, come un caricaturista che, in breve tempo, riesce a cogliere le caratteristiche peculiari di un volto. Tra gli ultimi ruoli interpretati quello di Rosario in “Vallanzasca”, nel quale conferma un talento che ricorda i grandi caratteristi del cinema italiano di un tempo, Tiberio Murgia su tutti. A Natale 2015 è nel film di Pieraccioni “Il professor Cenerentolo”. ».

MyMovies ignora però la carriera politica di Nicola Acunzo: Wikipedia segnala: “Dal 1997 al 2002 è consigliere comunale di Battipaglia con una lista civica di centrodestra. Nel marzo 2018 viene eletto nella XVIII legislatura nelle file del Movimento 5 Stelle. Nel marzo 2020, entra in conflitto con i vertici del Movimento che impongono di versare le restituzioni su un diverso conto corrente bancario che da pubblico diventa privato (inizialmente intestato a Protezione civile e/o Bilancio dello Stato). Dopo un lungo periodo di incompatibilità, viene espulso dal movimento con tale motivazione ufficiale. In diverse interviste spiegherà la vera versione dei fatti. Il 15 gennaio 2021 aderisce alla componente del Misto Centro Democratico – Italiani in Europa, che successivamente cambia denominazione in Centro Democratico. Successivamente entra a far parte del Consiglio Nazionale del partito. L’11 maggio 2022 lascia il partito di Bruno Tabacci e aderisce a Forza Italia”. Annalisa Cuzzocrea, in un articolo sul quotidiano “La Stampa” del 10 dicembre 2021, lo classificava tra “le anime perse del Gruppo Misto”. Ricordiamo che Acunzo è stato eletto nel 2018 nel Collegio “Campania 2” con ben 57.458 voti, nelle liste del Movimento 5 Stelle. Dopo essere passato dal Gruppo M5s al Gruppo Misto (nella componente del Centro Democratico), nel maggio 2022 aderisce a Forza Italia. Nel 2020, era Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Cinema e Arti dello Spettacolo. 

Nicola Acunzo è l’ideatore della “Giornata Mondiale del Cinema Italiano”…

Nella XVIII Legislatura, Nicola Acunzo ha elaborato come primo firmatario soltanto 1 proposta di legge, intitolata “Istituzione della Giornata per la promozione del cinema italiano nel mondo” (depositata il 12 agosto 2019), il cui iter non ha avuto seguito, ma, come ricordava nel gennaio 2021 la allora Sottosegretaria alla Cultura (M5s) Anna Laura Orrico, “ad ottobre 2019 insieme al collega Acunzo, abbiamo presentato quella che era la pdl per istituire la Giornata mondiale del cinema italiano. Una proposta che si è poi tradotta in una risoluzione approvata all’unanimità dalle Commissioni Cultura ed Esteri della Camera e presentata esattamente un anno fa in occasione del centenario della nascita di Federico Fellini. L’iniziativa consente di raccontare gli autori emergenti e di narrare in tutto il mondo il made in Italy”… 

La prima “Giornata Mondiale del Cinema Italiano” ha beneficiato della benedizione del Ministro “dem” Dario Franceschini nel giugno 2020 e successivamente è stata sostenuta anche dalla Sottosegretaria Lucia Borgonzoni. Il 20 giugno 2020 Nicola Acunzo così commentava il senso della risoluzione di cui è stato promotore: “offrire ai nostri giovani autori nuove opportunità attraverso la rete degli istituti di cultura all’estero, che, attraverso un’azione coordinata,  distribuiscono le loro opere cinematografiche, è un modo concreto per sostenere il nostro cinema, che, sul mercato internazionale, può trovare sostegno sia artistico che imprenditoriale… Favorire l’esportazione della nostra arte è il miglior modo per consentire che i nostri talentuosi registi trovino oltre che la meritata visibilità anche i finanziatori per i loro successivi lungometraggi ed eventuali coproduzioni internazionali…”. Quella della promozione internazionale del “made in Italy” audiovisivo è certamente una tematica sensibile, rispetto alla quale nessun Governo è finora mai intervenuto in modo adeguato: basti ricordare che l’Italia non ha ancora una sua “agenzia” per la promozione del cinema e dell’audiovisivo italiano nel mondo, a differenza di quella Unifrance che opera attivamente da decenni a favore dell’industria dell’immaginario francese…

E qui ci fermiamo. Nicola Acunzo saprà svolgere al meglio il ruolo nel quale viene chiamato? 

Ce lo auguriamo. Sicuramente non è a digiuno, in materia di spettacolo e di cinema.

Ricordiamo che il Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo è chiamato ad esprimere pareri sull’intervento dello Stato nel settore, e si tratta prevalentemente di pareri su documenti normativi e regolamentativi, su aspetti tecnici che richiedono una competenza specialistica non indifferente, tra il mediologico ed il giuridico e l’economico. 

Per esempio, è il Consiglio Superiore a doversi esprimere sul “piano di riparto” del Fondo Cinema e Audiovisivo, quest’anno quantificato in 696 milioni di euro (a fronte dei 746 milioni dell’anno 2023)… È il Csca a doversi esprimere sui decreti di riforma della Legge Franceschini…

Il Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo è sicuro che i 746 milioni di euro del Fondo Cinema e Audiovisivo per il 2023 siano stati effettivamente spesi come da bilancio preventivo?!

È il Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo a dover rispondere a domande come quella che ponevamo ieri su queste colonne: “va anche osservato che la “ripartizione” del Fondo Cinema e Audiovisivo andrebbe analizzata meglio, perché non è ben chiaro se i “consuntivi” per l’anno 2023 siano coerenti con i “preventivi” per lo stesso anno: la ripartizione per l’anno 2024 (sottoposta in gran fretta al Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo il 3 aprile 2024) ha infatti messo a confronto la colonna “preventivo” 2023 con la colonna “preventivo” 2024. Ma siamo sicuri che il consuntivo per l’anno 2023 sia stato coerente con la previsione dello stesso anno???”. 

E, infine, non si dimentichi che già da tempo l’avvocato Michele Lo Foco, nominato dal Ministro Gennaro Sangiuliano nel Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo, dichiara pubblicamente che, dietro la grandiosa “macchina” del Tax Credit, c’è anche un diffuso “castello di carte” ovvero di… “fatture false”. In argomento, si rimanda – tra l’altro – all’intervento IsICult su “Key4biz” del 23 maggio 2024, “Un giudice come Luigi De Magistris per il ‘Tax Credit’? Per l’avvocato Michele Lo Foco il 60 % delle fatture sono false”). Anche questa questione è all’oggetto della prossima riunione del Consiglio Superiore, lunedì 29 luglio.

La settimana prossima sarà quindi quella decisiva, per sorti magnifiche e progressive del “nuovo” cinema italiano, alla luce della riforma avviata dal Ministro Gennaro Sangiuliano?! 

Intanto si rifletta che, ieri giovedì 25 luglio 2024, erano offerti in tutte le sale cinematografiche attive in Italia (575 cinematografi, per 2.300 schermi), 179 film, di cui ben 53 italiani: il totale degli incassi è stato di 1.354.188 euro, l’incasso dei film italiani è stato di 45.312 euro. La quota del cinema italiano nelle sale è quindi stata ieri del 3,3 %. Gli spettatori sono stati in totale 179mila, mentre soltanto 7.132 spettatori sono andati a vedere un film italiano: ovvero 4 spettatori su 100. 

Come diceva il mitico Renzo Arbore, “meditate gente, meditate…”.

[ Note: questo articolo è stato redatto senza avvalersi di strumenti di “intelligenza artificiale. ]

(*) Angelo Zaccone Teodosi è Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) e curatore della rubrica IsICult “ilprincipenudo” per “Key4biz”. 

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/il-foglio-provoca-e-prospetta-la-privatizzazione-della-rai-il-ministro-della-cultura-nomina-lex-parlamentare-m5s-nicola-acunzo-nel-consiglio-superiore-del/499870/




Equo compenso, provvedimento Agcom crea un precedente. Anche gli OTT pagheranno le notizie

Gli OTT inizieranno a pagare gli editori, la direttiva Copyright prende vita in Italia. Provvedimento storico dell’Agcom, che impone a Microsoft, che pubblica news sul suo motore di ricerca Bing, di pagare un equo compenso al gruppo Gedi. E’ la prima volta che un grande OTT è costretto a pagare un editore per la pubblicazione delle notizie. Si rompe quindi un tabù e la decisione dell’Agcom, che ha quantificato la somma da versare anche per i brevi estratti delle news, sarà un precedente importante che potrà valere anche per tutti gli altri OTT che fanno esattamente la stessa cosa, vale a dire pubblicano le news prodotte da altri.

Leggi anche: Agcom su equo compenso OTT: è una vittoria, ora bisogna arrivare ad un trattato di pace

Il Cdr del Gruppo Gedi, editore di Repubblica, esultano e in una nota dicono che la cosa più importante di questa storica decisione dell’Agcom è il principio per cui “le notizie si pagano”.  

A questo punto, è altamente probabile che lo stesso tipo di accordo sarà siglato con altri editori di notizie da diverse piattaforme social, da sempre accusate di comportarsi in modo parassitario e vampiresco nei confronti del lavoro giornalistico.

Per contro, è vero anche che senza la diffusione garantita dai social le notizie ristagnerebbero molto di più.  

Il calcolo dell’Agcom

– Circa 300mila dollari per il 2022 e circa 400mila per il 2023, per un totale di 700mila dollari. E’ questo, secondo quanto risulta a Radiocor, l’equo compenso che, secondo l’Agcom, Micorsoft deve dare a Gedi per l’uso online delle pubblicazioni di carattere giornalistico del gruppo editoriale su motore di ricerca Bing.

Si tratta del primo provvedimento di questo tipo adottato dall’Autorità, in applicazione del regolamento di cui si è dotata a gennaio 2023. E’ “il primo provvedimento che coinvolge un prestatore di servizi della società dell’informazione (Microsoft) diverso dalle imprese di media monitoring e rassegne stampa”, si legge nella nota.

L’equo compenso dovuto agli editori è stato deciso dall’Agcom applicando vari criteri fra cui i ricavi pubblicitari registrati dal prestatore derivanti dall’utilizzo online delle pubblicazioni di carattere giornalistico dell’editore, al netto dei ricavi dell’editore attribuibili al traffico di reindirizzamento generato sul proprio sito web dalle pubblicazioni di carattere giornalistico utilizzate online dal prestatore.

Il regolamento Agcom sull’equo compenso recepisce la direttiva Copyright europea. Si stabilisce che agli editori di pubblicazioni di carattere giornalistico debba essere riconosciuto un equo compenso per lo sfruttamento dei loro contenuti. Peraltro, ad aprile il Consiglio di Stato, con una decisione che ha rappresentato una vittoria per Agcom e Fieg nella disputa legale con Meta- Facebook, ha ribaltato la decisione del Tar che aveva sospeso il regolamento Agcom sull’equo compenso.

La nota dell’Agcom

Nella riunione del 24 luglio 2024, il Consiglio dell’Autorità ha deliberato, con il voto contrario della Commissaria Elisa Giomi, l’ammontare dell’equo compenso dovuto da Microsoft per l’utilizzo online delle pubblicazioni di carattere giornalistico di GEDI Gruppo Editoriale SpA sul motore di ricerca Bing. Si tratta del primo provvedimento adottato da Agcom che coinvolge un prestatore di servizi della società dell’informazione diverso dalle imprese di media monitoring e rassegne stampa.

L’Autorità, secondo la procedura disciplinata dal Regolamento di cui alla delibera n. 3/23/CONS, ha valutato le proposte economiche formulate dalle parti e ha ritenuto che nessuna di queste fosse conforme ai criteri di cui all’articolo 4 del Regolamento medesimo. Ha, pertanto, determinato l’equo compenso spettante a GEDI secondo quanto previsto dall’articolo 12 del Regolamento. 

Con questa decisione l’Autorità si è espressa altresì sulla definizione di “estratto molto breve”, interpretando il criterio qualitativo dettato dal legislatore alla luce del mutamento che ha caratterizzato l’offerta e la domanda di informazione nel nuovo contesto sociale.

In applicazione dell’articolo 4 del Regolamento, in caso di utilizzo di pubblicazioni di carattere giornalistico da parte di prestatori diversi dalle imprese di media monitoring e rassegne stampa, l’equo compenso dovuto agli editori è calcolato sulla base dei ricavi pubblicitari del prestatore derivanti dall’utilizzo online delle pubblicazioni di carattere giornalistico dell’editore, al netto dei ricavi dell’editore attribuibili al traffico di reindirizzamento generato sul proprio sito web dalle pubblicazioni di carattere giornalistico utilizzate online dal prestatore. A tale base di calcolo si applica un’aliquota fino al 70% determinata sulla base dei criteri di cui al comma 3 dell’articolo 4 del Regolamento.   

Nel determinare la base di calcolo, l’Autorità ha tenuto conto dei meccanismi di funzionamento dei servizi del prestatore e del relativo modello di business, considerando nel dettaglio i meccanismi di funzionamento del motore di ricerca Bing. 

A tale base di calcolo l’Autorità ha applicato un’aliquota determinata sulla base dei criteri di cui al comma 3 dell’articolo 4 del Regolamento, considerati cumulativamente e con rilevanza decrescente:

a) numero di consultazioni online delle pubblicazioni (da calcolare con le pertinenti metriche di riferimento);

b) rilevanza dell’editore sul mercato (audience on line);

c) numero di giornalisti, inquadrati ai sensi di contratti collettivi nazionali di categoria;

d) costi comprovati sostenuti dall’editore per investimenti tecnologici e infrastrutturali destinati alla realizzazione delle pubblicazioni di carattere giornalistico diffuse online; 

e) costi comprovati sostenuti dal prestatore per investimenti tecnologici e infrastrutturali dedicati esclusivamente alla riproduzione e comunicazione delle pubblicazioni di carattere giornalistico diffuse online;

f) adesione e conformità, dell’editore e del prestatore, a codici di autoregolamentazione (ivi inclusi i codici deontologici dei giornalisti) e a standard internazionali in materia di qualità dell’informazione e di fact-checking;

g) anni di attività dell’editore in relazione alla storicità della testata.

Per ciascuno dei menzionati criteri sono state applicate delle percentuali calcolate in base a quanto previsto dalla Nota metodologica che fornisce indicazioni di dettaglio sui diversi elementi che compongono il modello di calcolo cui si attiene Agcom per la valutazione della conformità delle proposte economiche delle parti o per la definizione dell’ammontare dell’equo compenso.”

Due problemi restano aperti

Il primo problema è il precedente che si crea con l’equiparazione tra ‘estratto molto breve’ e pubblicazione giornalistica integrale. La direttiva europea sul Copyright esenta estratti brevi dal pagamento dell’equo compenso mentre Agcom lo applica in considerazione delle mutate abitudini di consumo che avrebbero ormai sostituito la lettura dell’articolo originario con la sua sintesi.

Il secondo aspetto problematico è che il cosiddetto ‘equo compenso’ dovuto dal motore di ricerca all’editore non è calcolato in base all’effettivo utilizzo dei brevi estratti, che Agcom non ha individuato né quantificato, ma attraverso una stima dei ricavi pubblicitari del motore di ricerca, quindi è stato stabilito non in rapporto al reale valore della prestazione dell’editore, come sarebbe stato giusto, ma in via amministrativa e dirigista in base alle entrate pubblicitarie del motore di ricerca.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/equo-compenso-provvedimento-agcom-crea-un-precedente-anche-gli-ott-pagheranno-le-notizie/499713/




Cinema, per ogni biglietto venduto 2,5 atti di pirateria. L’indagine Cinetel-FAPAV

Il Report CinExpert Italia e il focus Pirateria 2023/2024 realizzato insieme alla FAPAV

Nei primi sei mesi del 2024 sono stati venduti 42 milion di biglietti per l’ingresso nelle sale cinematografiche italiane. Nello stesso periodo, però, si sono registrati 56 milioni di atti di pirateria per la visione illegale di opere cinematografiche.

Sono i risultati del Report CinExpert Italia e del focus Piracy 2023/2024 realizzato insieme alla FAPAV, la Federazione per la Tutela delle Industrie dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali, che nel periodo di tempo considerato hanno esaminato in profondità le abitudini di consumo della popolazione italiana, per fasce di età e genere, per quel che riguarda i contenuti cinematografici, l’ingresso in sala e la propensione alla fruizione di titoli offerti illegalmente su piattaforme pirata.

Il primo è dato è eclatante. in termini di violazione del diritto d’autore e di danno all’industria cinematografica: oltre 2,5 atti di visione illegale per singolo biglietto staccato in sala.

In seconda battuta, il Report ha rilevato che gli under35 preferiscono andare al cinema, più di quanto non accada per la fascia di età 35-49 e gli over 50.

Novelli (Cinetel): “Il mercato cinematografico italiano cresce del 6% nel primo semestre 2023”

“I dati del primo semestre ci confermano la resilienza del mercato cinematografico italiano, unico in Europa a crescere (+6%) rispetto al primo semestre del 2023. La varietà di titoli che compongono la Top10 (tra animazioni, film d’essai, film italiani e internazionali) e la distribuzione demografica del pubblico cinematografico (con il forte contributo delle fasce più giovani e la conferma della ripresa del pubblico più adulto), confermano che la qualità viene sempre premiata, sia al botteghino che nel minore impatto nelle visioni illegali”, ha dichiarato Davide Novelli, Amministratore Delegato di Cinetel.

Bagnoli Rossi (FAPAV): “Contro pirateria azioni di enforcement e campagne di educazione a sostegno della legalità”

“La ricerca presentata oggi da Cinetel si valorizza di un’ulteriore analisi, realizzata insieme a FAPAV e con il supporto di ANICA, MPA e UNIVIDEO, focalizzata sull’impatto della pirateria rispetto ai film in programmazione al cinema. Oltre 56 milioni di atti di visione illegale in poco più di sei mesi è un dato molto preoccupante perché mette in evidenza come il fenomeno della pirateria incida anche sulle sale, primo luogo dove il pubblico incontra il film, penalizzando quindi tutto il settore audiovisivo nel suo complesso”, ha spiegato Federico Bagnoli Rossi, Presidente FAPAV.

“Oltre alle necessarie azioni di enforcement e all’implementazione della nuova legge antipirateria, con l’applicazione della tempestività dell’azione di blocco degli illeciti tramite AGCOM anche agli altri contenuti audiovisivi, tra cui le prime visioni cinematografiche, come Federazione continuiamo a promuovere attività di sensibilizzazione e campagne di educazione a sostegno della legalità, come “Il Cinema Siete Voi.”, l’iniziativa promossa da FAPAV in collaborazione con ANEC, ANICA e MPA, dedicata proprio al pubblico in sala e che mira a sensibilizzare lo spettatore sul tema dell’illecita registrazione dei film al cinema. L’altra campagna a supporto dell’industria audiovisiva promossa da FAPAV insieme a ANEC, ANICA, APA, CRTV, MPA, NUOVOIMAIE, SIAE e UNIVIDEO, e che sarà lanciata a Venezia durante la prossima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, è la seconda edizione di “We Are Stories”, una serie di spot diretti da Nicola Conversa con protagoniste alcune giovani professioniste che raccontano come il loro amore per l’audiovisivo le abbia spinte a realizzare i loro sogni. Occorre contrastare in modo sistemico il fenomeno della pirateria che ha una forte incidenza anche sulla frequentazione del pubblico nelle sale, dove si possono condividere momenti unici ed emozionanti. Serve agire in modo rapido, è fondamentare impedire alla pirateria di continuare ad essere un serio freno allo sviluppo industriale ed economico del nostro Paese”, ha precisato Bagnoli Rossi.

I dati della ricerca

La ricerca ha preso in esame 47 titoli ed è stato studiato il comportamento del pubblico tra chi ha scelto di andare al cinema e chi invece ha preferito perseguire la via illegale, con la Top Ten dei film con il “piracy rate” più elevato (principalmente cinema horror, action e family).

Il report del 1° semestre 2024 di CinExpert, ovvero il monitoraggio settimanale di Cinetel sulle caratteristiche sociodemografiche del pubblico in sala realizzato da Ergo research, vede il pubblico maschile leggermente superiore in termini numerici rispetto a quello femminile (53% vs 47%). In un mercato che cresce, in generale, in termini di presenze di quasi il 6% rispetto all’analogo periodo del 2023, il segmento più presente è quello dei 15-24enni mentre i 3-14enni e gli over60 registrano la crescita maggiore (+39% e +25%) rispetto allo scorso anno. In leggera decrescita le fasce anagrafiche “centrali”, i 25-34enni (-8%) e i 35-49enni (-17%), mentre viene confermata anche nel 2024 la crescita delle fasce più adulte over50 (24% del totale) che in Francia rappresentano addirittura il 35% dei biglietti venduti.

Il primo titolo del semestre in termini di presenze è “Inside Out 2” che ha registrato un pubblico in leggera prevalenza femminile, per circa il 53% del totale, e per oltre il 60% under-25. Il primo titolo italiano è “Un mondo a parte” che ha registrato invece un pubblico per oltre il 56% di età superiore ai 50 anni.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/cinema-per-ogni-biglietto-venduto-25-atti-di-pirateria-lindagine-cinetel-fapav/499662/