Streaming illegale, Matthew Prince (Cloudflare) atteso in tribunale a Madrid il prossimo 7 aprile

Il CEO di Cloudflare è ufficialmente indagato in Spagna per pirateria audiovisiva di partite di calcio. È stato chiamato a comparire in tribunale il prossimo 7 aprile

Il giudice del Juzgado de Instrucción n. 50 di Madrid ha convocato il CEO di Cloudflare, Matthew Prince, per il 7 aprile, quando dovrà comparire in qualità di indagato (sospettato) nell’ambito di un procedimento per presunti reati contro la proprietà intellettuale, oltre a possibili ipotesi di coercizione, minacce e ostacolo alla giustizia.

L’inchiesta, riportata da Bloomberg, nasce da una denuncia presentata da LaLiga e Movistar Plus+ (Telefónica Audiovisual Digital) e riguarda il presunto favoreggiamento della pirateria sportiva online, in particolare della trasmissione illegale delle partite di calcio in Spagna.

Secondo le stime presentate nel procedimento, il fenomeno della diffusione illecita di eventi calcistici genererebbe perdite economiche fino a 859 milioni di euro all’anno per i titolari dei diritti audiovisivi.

Perché Cloudflare è sotto accusa

Al centro della controversia c’è il ruolo svolto da Cloudflare, società statunitense che fornisce servizi di content delivery network (CDN), sicurezza informatica e reverse proxy utilizzati da milioni di siti web in tutto il mondo.

Secondo i denuncianti, queste tecnologie sarebbero state sfruttate da numerose piattaforme che trasmettono illegalmente partite di calcio, perché consentono di:

  • nascondere l’indirizzo IP reale dei server che ospitano i contenuti pirata
  • mascherare la localizzazione delle infrastrutture che diffondono lo streaming illegale
  • utilizzare sistemi di caching e distribuzione dei contenuti che rendono più difficile bloccare rapidamente le trasmissioni

Nel ricorso si sostiene che circa il 38% dei portali, server e player utilizzati per la pirateria sportiva in Spagna opererebbe tramite infrastrutture o servizi forniti da Cloudflare.

Secondo LaLiga e Movistar Plus+, la società non sarebbe quindi un semplice intermediario tecnico neutrale, ma un nodo infrastrutturale che permetterebbe la continuità operativa delle piattaforme pirata, rendendo molto più complessa l’identificazione e il blocco dei responsabili.

Il contesto giudiziario: la sentenza del tribunale di Barcellona

L’indagine penale si inserisce in un quadro giuridico già segnato da una precedente decisione dei tribunali commerciali spagnoli.

Nel dicembre 2024, il Tribunale commerciale n. 6 di Barcellona ha autorizzato gli operatori audiovisivi a segnalare agli Internet Service Provider gli indirizzi IP associati alla diffusione illegale delle partite, chiedendone il blocco rapido durante le competizioni.

Tra gli IP indicati nelle segnalazioni figuravano anche indirizzi collegati ai servizi Cloudflare.

Secondo la denuncia, l’azienda avrebbe adottato meccanismi tecnici che rendono inefficace l’esecuzione di queste misure di blocco, ostacolando così l’applicazione della sentenza e la repressione della pirateria.

Le accuse nei confronti di Matthew Prince

Il procedimento riguarda sia Cloudflare Inc. come persona giuridica, sia il suo amministratore delegato Matthew Prince, ritenuto dagli accusatori responsabile delle scelte strategiche e delle politiche aziendali contestate.

Tra gli elementi richiamati nella denuncia figurano:

  • oltre 114 notifiche formali inviate alla società, spesso quasi quotidianamente nei giorni delle partite, contenenti segnalazioni dettagliate di servizi pirata
  • la presunta mancata adozione di misure efficaci per interrompere o bloccare tali attività, nonostante la disponibilità delle capacità tecniche necessarie
  • dichiarazioni pubbliche di Prince critiche verso le misure di blocco ordinate dai tribunali europei

Secondo la denuncia, queste posizioni dimostrerebbero una consapevole opposizione all’applicazione delle decisioni giudiziarie europee, circostanza che ha portato a ipotizzare anche il reato di ostruzione alla giustizia.

Che cos’è Cloudflare

In Italia, l’AGCOM ha già sanzionato Cloudflare a gennaio 2026 per non aver bloccato contenuti pirata via Piracy Shield, nonostante ordini specifici. Simili procedimenti sono in corso in Giappone, con la sentenza del tribunale di Tokyo nel 2025 su manga e anime.  

Il 7 aprile dovrà rispondere alla denuncia di LALIGA, secondo cui circa il 40% delle partite piratate passerebbe proprio attraverso le infrastrutture del gruppo tech californiano.
È un segnale di una progressiva attenzione al ruolo delle infrastrutture internet nella lotta allo streaming illegale, già attestato in Italia da Agcom che ha comminato a Cloudflare una sanzione di circa 14 milioni di euro per il mancato rispetto di alcuni ordini di oscuramento legati al sistema antipirateria Piracy Shield
”, ha commentato il commissario Agcom, Massimiliano Capitanio, che più volte si è espresso sulla multa inflitta dall’Italia alla società tecnologica americana.

Si allargano le accuse di favoreggiamento di pirateria audiovisiva ed editoriale, ma è ovvio che Cloudflare è anche molto altro, perché gestisce il 10-20% del traffico web globale con la sua rete edge, ottimizzando i servizi Content Delivery Network (CDN), DDoS protection e DNS per siti legittimi (da Netflix ad agenzie governative), rendendo internet più resiliente e veloce.

Cloudflare e il problema della dipendenza dai giganti tech extra-Ue

Dalle accuse di pirateria o di favoreggiamento della pirateria audiovisiva, Cloudflare si difende definendosi una “infrastruttura neutrale” (qualcosa di simile a un’autostrada, su cui passa di tutto indipendentemente dalla natura del veicolo e di cosa trasporta), denunciando il rischio di “overblocking” (il rischio di bloccare risorse legittime durante azioni antipirateria) che danneggerebbe tutti, anche siti web che offrono servizi legali e nel rispetto del diritto d’autore.

Ma proprio per questo suo ruolo centrale nel funzionamento della rete e dei servizi tanto necessari al funzionamento e lo sviluppo di settori economici strategici, Cloudflare ha sempre più un ruolo chiave in quella che è la crescita e la competitività di intere nazioni o regioni. Le recenti minacce di tagliare i servizi cyber ‘pro bono’ prima alle recenti Olimpiadi invernali di Milano-Cortina e poi all’Italia in generale, non sono ricevibili e accettabili, né dall’Italia, né dall’Unione europea, di cui il nostro Paese è membro fondatore. Ancora di più se si pensa che internet è oggi un diritto riconosciuto come universale. Sempre più impellente affrontare il problema della dipendenza tecnologica europea da aziende straniere, a rischio la nostra autonomia strategica e la nostra sicurezza.

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Warner Bros alla Paramount per 111 miliardi di dollari. Gli Ellison (Oracle) mettono Hollywood contro le Big Tech

Paramount a un passo da Warner Bros per 111 miliardi. Netflix non rilancia e apre la strada alla famiglia Ellison. Ora la partita passa all’Antitrust USA

Paramount-Skydance è a un passo dal diventare proprietaria di Warner Bros. Discovery (WBD) con un’offerta da 111 miliardi di dollari in contanti. Il colpo di scena è arrivato nelle ultime ore, quando Netflix ha deciso di non rilanciare, giudicando il prezzo “non più finanziariamente attraente”, e il board di WBD ha definito la proposta di Paramount “superiore”, raccomandandola agli azionisti.

Se l’operazione sarà approvata dal voto del 20 marzo 2026 e supererà l’esame delle autorità regolatorie, nascerà un colosso da circa 70 miliardi di ricavi annui, destinato a ridisegnare gli equilibri di Hollywood.

Paramount Skydance ha chiuso il l’ultimo trimestre del 2025 con ricavi in lieve crescita, ma perdite nette ampliate, ma vede una solida crescita degli abbonati (la vera miniera da cui estrarre l’oro digitale del momento e del futuro).

Ma dietro la cronaca della gara miliardaria si muove una partita più profonda. La famiglia Ellison (Larry, fondatore e primo azionista di Oracle, e il figlio David, ceo di Skydance) non sta solo comprando uno studio: sta tentando di costruire un ponte strategico tra vecchia Hollywood e infrastruttura tecnologica avanzata, usando i contenuti premium come leva per riequilibrare i rapporti di forza con le Big Tech dello streaming puro (come Disney+, Apple TV e la stessa Netflix ovviamente, ma anche le ibride come Amazon).

Il CEO di Oracle Larry Ellison

Il colpo di scena, Netflix si ritira: “Operazione finanziaria non più attraente

Netflix ha deciso di sfilarsi: “Il prezzo per eguagliare l’offerta di Paramount non è più attraente, data la nostra disciplina finanziaria e i rischi antitrust”, hanno dichiarato i co-amministratori delegati Ted Sarandos e Greg Peters.

In un comunicato congiunto hanno precisato: “La transazione che avevamo negoziato avrebbe creato valore per gli azionisti con un chiaro percorso verso l’approvazione regolatoria. Tuttavia, siamo sempre stati disciplinati. Questa operazione era un “nice to have” al giusto prezzo, non un “must have” a qualsiasi prezzo”.

Il gigante dello streaming globale decide di uscire dalla partita, preservando cassa e flessibilità finanziaria. Rinuncia a un catalogo iconico, come si è detto più volte, ma evita un’operazione che avrebbe potuto esporla a rischi regolatori e a un significativo aumento del debito.
Netflix ha chiuso l’ultimo trimestre del 2025 con ottimi risultati, superando le attese degli analisti, con ricavi in crescita del 16% su base annua e un +30% sugli utili per azione, per un totale di 300 milioni di utenti abbonati (+18 milioni nell’ultimo trimestre considerato).

Una trattativa lunga mesi

La battaglia per Warner Bros va avanti da mesi. A ottobre 2025, WBD aveva aperto alla cessione di parti del gruppo. A dicembre Netflix aveva messo sul tavolo circa 82 miliardi di dollari (27,75-28 dollari per azione, incluso il debito) per rilevare Studios e streaming, inclusa HBO Max, lasciando fuori le reti tradizionali come CNN.

Paramount, sostenuta dalla famiglia Ellison, aveva inizialmente tentato un’offerta alternativa per l’intero perimetro del gruppo, comprendendo anche CNN e le reti televisive. Dopo un primo rifiuto, ha rilanciato in modo aggressivo: prima 108 miliardi (30 dollari per azione), poi 111 miliardi in contanti, pari a 31 dollari per azione, con un premio del 50% rispetto al prezzo pre-offerta.

Non solo. Paramount ha accettato di coprire la penale da 2,8 miliardi di dollari che Warner Bros avrebbe dovuto pagare a Netflix in caso di rottura dell’accordo precedente, e si è impegnata a versare fino a 7 miliardi di dollari qualora l’operazione non andasse in porto. Una struttura “cash-heavy” che ha rafforzato la percezione di certezza e rapidità di chiusura.

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Sotto il tetto Paramount una grossa fetta della produzione cinematografica, televisiva e informativa

Warner Bros ha definito la proposta di Paramount “superior” rispetto a quella di Netflix. L’operazione riguarda l’intero gruppo: Studios cinematografici (Batman, Harry Potter, Il Signore degli Anelli), HBO Max, CNN, TNT Sports e le reti lineari.

David Ellison ha accolto con favore la decisione del board: “La proposta offre agli azionisti di Warner Bros valore superiore, certezza e velocità di chiusura”.

Se andrà in porto, Paramount integrerà nel proprio portafoglio HBO Max, CNN, Food Network e un ampio pacchetto sportivo, affiancandoli ai brand già controllati come CBS, Nickelodeon e Comedy Central. Una concentrazione che riporterebbe sotto un unico tetto una parte rilevante della produzione cinematografica, televisiva e informativa americana.

Hollywood come arma contro le Big Tech. Oracle integra contenuti media e cinema con AI, cloud e dati

L’operazione, inoltre, ha un evidente significato industriale, ma anche tecnologico. Larry Ellison controlla circa il 42% di Oracle, colosso del software enterprise e del cloud, oggi fortemente posizionato su intelligenza artificiale e infrastrutture dati.

Il paradosso è evidente: un protagonista storico della Big Tech entra in Hollywood per “difendere” l’industria tradizionale proprio dalle Big Tech dello streaming. Ma la logica è meno contraddittoria di quanto sembri.

Da un lato, l’acquisizione crea un gigante ibrido (studios, streaming, news e sport) capace di competere con gli altri player del settore non solo sui contenuti, ma sulla distribuzione e sull’analisi dei dati. Dall’altro, consente a Oracle di rafforzare indirettamente la propria posizione come fornitore di cloud e AI per un grande gruppo media integrato, riducendo la dipendenza da AWS o Google Cloud.

Non si tratta di un’invasione frontale di Oracle nell’entertainment, ma di un’integrazione strategica: contenuti premium alimentati da infrastrutture tecnologiche avanzate, con personalizzazione e analytics come fattori chiave. In un’epoca in cui la competizione si gioca sugli algoritmi tanto quanto sulle sceneggiature, la combinazione può fare la differenza e creare nuovo business.

David Ellison, Chairman & CEO di Paramount Skydance Corporation

Le ombre regolatorie e politiche

La partita, comunque, è tutt’altro che chiusa. Paramount dovrà ottenere il via libera del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e delle autorità antitrust europee. In California, il procuratore generale Rob Bonta ha già avvertito che “non è un affare concluso”.

Questi due titani di Hollywood non hanno ancora superato il vaglio regolatorio – ha scritto bont – in più il Dipartimento di Giustizia della California ha un’indagine aperta e intendiamo essere rigorosi nella nostra revisione”.

Le preoccupazioni riguardano la concentrazione nel settore degli Studios, dello streaming e dell’informazione, in particolare per il destino di CNN. Il presidente Donald Trump, che in passato ha attaccato duramente l’emittente definendone i vertici “corrotti o incompetenti”, aveva dichiarato a dicembre di ritenere che CNN dovesse essere venduta separatamente.

Il coinvolgimento della famiglia Ellison (Larry è un noto donatore repubblicano) ha alimentato ulteriori interrogativi sul possibile intreccio tra politica e media.
Jared Kushner, genero di Trump, aveva inizialmente sostenuto l’offerta tramite il suo fondo Affinity Partners, salvo poi ritirarsi sotto la pressione delle polemiche.

Se l’operazione supererà l’esame regolatorio, Hollywood entrerà in una nuova fase di consolidamento. Paramount-Warner diventerebbe uno dei principali poli globali per cinema, streaming, sport e news, con inevitabili razionalizzazioni, possibili tagli al personale e una riorganizzazione delle redazioni, a partire da CNN.

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Streaming pirata, sanzioni in arrivo per 120 utenti in 60 province italiane

Nuova operazione del Nucleo Speciale Beni e Servizi della Guardia di Finanza di Roma contro la pirateria audiovisiva

Giro di vite sulla pirateria audiovisiva. Una nuova operazione della Guardia di Finanza, coordinata dalla Procura della Repubblica di Bologna e condotta dal Nucleo Speciale Beni e Servizi di Roma, ha portato all’individuazione e alla sanzione di oltre 100 utenti che avevano acquistato e utilizzato servizi di streaming illegale forniti da un “reseller” residente in provincia di Rimini.

Secondo quanto riportato nel comunicato ufficiale, i finanzieri del Gruppo Radiodiffusione ed Editoria hanno ricostruito l’attività del rivenditore romagnolo analizzando i flussi finanziari, tracciando pagamenti bancari e ricariche su carte prepagate riconducibili al soggetto indagato

Una rete criminale estesa, con clienti in 60 province d’Italia

In questo modo sono stati identificati 120 clienti, residenti in 60 diverse province italiane, che versavano un abbonamento mensile per accedere illegalmente ai palinsesti delle principali piattaforme di pay-TV e streaming, tra cui Sky, Dazn, Netflix, Disney+ e Prime Video.

Non si trattava quindi di un fenomeno occasionale, ma di un sistema strutturato: un’organizzazione che, violando la normativa sul diritto d’autore, ritrasmetteva contenuti protetti senza alcuna autorizzazione dei titolari dei diritti, traendone profitto economico.

Chi sono gli utenti coinvolti

Un elemento che emerge con chiarezza è la trasversalità del fenomeno. I clienti sanzionati hanno un’età compresa tra i 20 e i 70 anni e appartengono a categorie professionali eterogenee: lavoratori dipendenti, liberi professionisti, pensionati

È stata riscontrata una particolare concentrazione di utenti nel territorio romagnolo, anche perché la diffusione del servizio illecito avveniva non solo online, ma spesso tramite passaparola e conoscenze dirette

Questo dato conferma un aspetto spesso sottovalutato: la pirateria non è un fenomeno marginale o limitato a specifiche fasce sociali, ma una pratica diffusa che incide sull’intero sistema economico.

Cosa rischiano i clienti

Dal punto di vista giuridico, gli utenti non sono stati accusati di un reato penale, ma sono stati destinatari di una contestazione per violazioni amministrative in materia di tutela del diritto d’autore.

La Guardia di Finanza ha applicato l’articolo 174-ter della legge n. 633 del 1941 (Legge sul diritto d’autore), che punisce chiunque abusivamente utilizzi opere protette. Le sanzioni pecuniarie partono da 154 euro e possono arrivare fino a 5.000 euro nei casi più gravi o di recidiva

A ciascun soggetto è stato notificato un verbale di accertamento e contestazione della violazione riscontrata.

È importante chiarire che la posizione degli utenti finali è distinta da quella degli organizzatori del sistema illecito. Chi gestisce e distribuisce i flussi pirata rischia infatti conseguenze penali ben più gravi, mentre l’utente finale risponde, in questi casi, a titolo amministrativo.
Tuttavia, ciò non significa che la condotta sia “irrilevante”: l’illecita fruizione di contenuti protetti costituisce comunque una violazione della legge.

Perché la pirateria danneggia tutti

La Guardia di Finanza sottolinea che l’illegale fruizione di contenuti audiovisivi provoca un danno economico significativo all’intera filiera: emittenti, produttori, autori, tecnici e lavoratori del settore

Quando si paga un abbonamento pirata, si alimenta un circuito che sottrae risorse all’industria legale, altera la concorrenza e finanzia attività criminali. Non si tratta quindi di una semplice “furbizia” per risparmiare qualche euro al mese, ma di un comportamento che incide sull’economia e sulla tutela del lavoro creativo.

Un segnale chiaro alla criminalità organizzata e a chi sceglie l’illegalità

L’operazione rappresenta un segnale preciso: non solo chi organizza e vende servizi pirata viene perseguito, ma anche chi li utilizza può essere individuato grazie all’analisi dei pagamenti e dei flussi finanziari.

La tecnologia e la cooperazione tra autorità giudiziaria e polizia economico-finanziaria rendono oggi molto più efficace l’attività di tracciamento. L’idea che l’utente finale sia “invisibile” o al sicuro dietro uno schermo è sempre meno realistica.

In definitiva, questa operazione conferma che la lotta alla pirateria non riguarda solo grandi reti criminali, ma coinvolge anche i singoli consumatori. E ricorda a tutti che il rispetto del diritto d’autore non è una formalità, ma una regola fondamentale per garantire legalità, concorrenza leale e tutela del lavoro creativo.

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Byte magazine artist Robert Tinney, who illustrated the birth of PCs, dies at 78

On February 1, Robert Tinney, the illustrator whose airbrushed cover paintings defined the look and feel of pioneering computer magazine Byte for over a decade, died at age 78 in Baker, Louisiana, according to a memorial posted on his official website.

As the primary cover artist for Byte from 1975 to the late 1980s, Tinney became one of the first illustrators to give the abstract world of personal computing a coherent visual language, translating topics like artificial intelligence, networking, and programming into vivid, surrealist-influenced paintings that a generation of computer enthusiasts grew up with.

Tinney went on to paint more than 80 covers for Byte, working almost entirely in airbrushed Designers Gouache, a medium he chose for its opaque, intense colors and smooth finish. He said the process of creating each cover typically took about a week of painting once a design was approved, following phone conversations with editors about each issue’s theme. He cited René Magritte and M.C. Escher as two of his favorite artists, and fans often noticed their influence in his work.

A phone call that changed his life

A recent photo portrait of Robert Tinney provided by the family.

A recent photo portrait of Robert Tinney provided by the family.

A recent photo portrait of Robert Tinney provided by the family. Credit: Family of Robert Tinney

Born on November 22, 1947, in Penn Yan, New York, Tinney moved with his family to Baton Rouge, Louisiana, as a child. He studied illustration and graphic design at Louisiana Tech University, and after a tour of service during the Vietnam War, he began his career as a commercial artist in Houston.

His connection to Byte came through a chance meeting with Carl Helmers, who would later found the magazine. In a 2006 interview I conducted with Tinney for my blog, Vintage Computing and Gaming, he recalled how the relationship began: “One day the phone rang in my Houston apartment and it was Carl wanting to know if I would be interested in painting covers for Byte.” His first cover appeared on the December 1975 issue, just three months after the magazine launched.

Over time, his covers became so popular that he created limited-edition signed prints that he sold on his website for decades. “A friend suggested once that I should select the best covers and reproduce them as signed prints,” he said in 2006. “Byte was gracious enough to let me advertise the prints when they could fit in an ad (it did get bumped occasionally), and the prints were very popular in the Byte booth at the big computer shows, two or three of which my wife, Susan, and I attended per year. When an edition sold out, I then put the design on a T-shirt.”

https://arstechnica.com/gadgets/2026/02/byte-magazine-artist-robert-tinney-who-illustrated-the-birth-of-pcs-dies-at-78/




Programmatic Tv, al via l’iniziativa europea per superare la frammentazione

L’European Programmatic TV Initiative (EPTVI) ha annunciato l’avvio della Fase Due della sua collaborazione guidata dal settore, passando dal dibattito e dall’allineamento teorico all’azione pratica, mentre il settore lavora per rendere la TV programmatica più facile da utilizzare su larga scala in tutta Europa.

Cosa è la Tv programmatica

La TV programmatica (o programmatic TV) è l’acquisto e la vendita automatizzati di spazi pubblicitari televisivi basati su dati, algoritmi e software, anziché tramite trattative manuali tradizionali. 

Questo approccio trasforma la pubblicità televisiva, rendendola simile a quella digitale online, permettendo di mostrare l’annuncio giusto alla persona giusta, indipendentemente dal programma televisivo specifico che sta guardando. 

Le difficoltà del mercato pubblicitario europeo

Il mercato pubblicitario televisivo europeo si trova in un momento critico. Con l’espansione dell’accesso programmatico all’inventario premium da parte di emittenti e streamer, la domanda non è più il vincolo principale. Acquirenti e venditori devono destreggiarsi tra definizioni, approcci di misurazione e flussi di lavoro diversi, spesso affidandosi a configurazioni specifiche per mercato e piattaforma che aumentano i costi, limitano la fiducia e rallentano l’adozione.

La Fase Due

La Fase Due, si legge nella nota della European Programmatic TV Initiative (EPTVI), è supervisionata da un Comitato Direttivo Congiunto del Settore (JISC) che definisce la direzione strategica e supervisiona l’implementazione. Tra questi figurano aziende tecnologiche leader che svolgono un ruolo fondamentale nell’abilitazione della TV programmatica, tra cui Google Ad Manager, Equativ, Adform, LiveRamp, The Trade Desk, FreeWheel e Cape.io, oltre a importanti emittenti, streamer, gruppi di agenzie e associazioni di categoria. Queste aziende sono tutti attori chiave nel settore dell’Ad Tech (tecnologia pubblicitaria), specializzati nel facilitare l’acquisto, la vendita, la gestione e la misurazione degli annunci pubblicitari digitali (display, video, Connected TV, mobile). 

Sono benvenuti anche altri partner. Questa fase si concentra sulla trasformazione dell’allineamento precedente in azioni concrete, producendo linee guida chiare e condivise su come la TV programmatica dovrebbe funzionare quotidianamente e aiutando le aziende ad applicarle in modo coerente, anziché ricostruire approcci su più mercati e piattaforme.

Fase 2: focus e risultati

Strutturato attorno a un modello federato che bilancia l’allineamento a livello europeo con la flessibilità del mercato locale. Il programma di lavoro si concentra su tre risultati principali:

1. Principi North Star: punti di riferimento comuni su come la TV programmatica dovrebbe funzionare nei mercati europei, che riguardano interoperabilità, misurazione, trasparenza, flusso di lavoro e adattamento locale.

2. Componenti principali riutilizzabili: linee guida e documentazione condivise, inclusi modelli di metadati, convenzioni di misurazione e reporting, guide per il flusso di lavoro e l’interoperabilità.

3. Programma Premium Programmatic Partner (3Ps): un framework di settore per supportare una negoziazione più chiara e responsabile dell’inventario TV programmatica premium.

Insieme, questi risultati mirano a sostenere un mercato della TV programmatica che scala in modo più efficace, preservando al contempo il valore, la qualità e l’integrità dell’inventario TV premium. Il lavoro sarà svolto attraverso tre gruppi di lavoro intersettoriali, incentrati su Definizioni e Misurazione; Fondamenti Tecnici e Operativi e Programma 3P.

L’iniziativa ospiterà anche una serie di Town Hall virtuali del settore a partire dal 25 febbraio per condividere i progressi e sollecitare un più ampio contributo del settore.

Prospettive del settore

“La TV programmatica può espandersi al meglio in Europa attraverso un’azione coordinata e un’innovazione condivisa”, ha detto Oliver Friedrich, Responsabile Sellside Video, DACH di Google. “Le sfide che affrontiamo, in termini di interoperabilità, misurazione, trasparenza e flussi di lavoro, sono sistemiche e transfrontaliere per natura. La Fase Due riflette il riconoscimento condiviso che il progresso dipende da una collaborazione continua e intersettoriale, basata su risultati concreti che funzionino in tutti i mercati, nel rispetto delle differenze nazionali”.

“La TV premium si sta aprendo alla domanda programmatica più rapidamente della transizione dei modelli di trading tradizionali. Questa iniziativa è fondamentale per dare forma a un approccio europeo scalabile e guidato dalle emittenti, ed è in linea con l’obiettivo di Equativ di abilitare e fornire accesso diretto all’inventario premium”, ha affermato James Grant, VP Advanced TV & Video di Equativ.

Will Jones, Global Head of Advanced TV di Adform, ha commentato: “Oggi gli acquirenti si trovano a dover gestire regole, formati, segnali e metriche diverse tra emittenti e streamer. Questa iniziativa è fondamentale per garantire maggiore coerenza alla TV programmatica e si collega direttamente al modo in cui Adform aiuta gli inserzionisti a pianificare, confrontare e ottimizzare gli investimenti TV tra venditori e modelli di trading”.

Luke Fenney, SVP, Publishers & Platforms International di LiveRamp, ha commentato: “La TV Programmatica potrà crescere in modo efficiente solo se identità e misurazione funzioneranno in modo coerente, anziché essere ricostruite mercato per mercato o piattaforma per piattaforma. Questa iniziativa chiarisce questa sfida e si riferisce direttamente al ruolo di LiveRamp nel fornire collaborazione sui dati, inclusa un’infrastruttura interoperabile di identità e misurazione nell’intero ecosistema televisivo”.

“Gli inserzionisti sono pronti ad accelerare i loro investimenti nella TV premium attraverso la TV Programmatica, tuttavia le strutture di mercato frammentate continuano a ostacolarne la scalabilità”, ha detto Sven Hagemeier, GM Inventory Development EMEA, The Trade Desk. “Siamo lieti di collaborare con l’iniziativa europea per la TV Programmatica, che sarà fondamentale per generare la fiducia necessaria per guidare investimenti sostenuti e scalabili”.

“Le emittenti televisive stanno modernizzando il modo in cui viene distribuita la pubblicità televisiva, ma lo fanno con attenzione, concentrandosi fortemente sulla preservazione del valore e sulle modalità di negoziazione televisiva”, ha aggiunto Nicolas Mignot, Vicepresidente e Responsabile Vendite e Strategia per gli Editori di FreeWheel. “Consideriamo questa iniziativa un forum importante per promuovere l’allineamento tra stakeholder, mercati e piattaforme, nel rispetto dei modelli di negoziazione televisiva consolidati”.

“Cape.io è orgogliosa di aderire all’iniziativa Project X. Lavorando con inserzionisti, agenzie, emittenti televisive ed editori in tutta Europa, abbiamo visto in prima persona come le lacune operative tra media e creatività causino attriti. La semplificazione di questi flussi di lavoro eliminerà le barriere alla scalabilità e genererà valore in tutto il settore”, ha aggiunto Joe Hollywood, Responsabile Prodotto di Cape io.

La partecipazione all’iniziativa è volontaria e non vincolante, non implica l’approvazione di alcun risultato e non conferisce alcuno status preferenziale o vantaggio commerciale. Tutte le discussioni si svolgono nel rigoroso rispetto delle leggi sulla concorrenza.

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Cloudflare sanzionato anche in Giappone sulla pirateria

Cloudflare condannata anche in Giappone

Non solo l’Italia sanziona Cloudflare. La piattaforma di servizi digitali è stata condannata anche in Giappone per aver consentito a siti pirata di offrire illegalmente accesso a contenuti editoriali protetti da diritto d’autore. Oltre al nostro Paese, quindi, anche un tribunale di Tokyo ha deciso di sanzionare la piattaforma guidata dal Matthew Prince sempre per violazione del copyright.

Quattro dei maggiori gruppi editoriali giapponesi, KADOKAWA, Kodansha, Shueisha e Shogakukan, hanno vinto una causa storica contro Cloudflare per aver favorito la violazione del diritto di d’autore di quattro titoli manga, tra cui opere di successo a livello mondiale come “One Piece” e “L’attacco dei Giganti (Attack on Titan)”.

La sentenza di un tribunale di Tokyo ha riconosciuto per la prima volta un Content Delivery Network (CDN), in questo caso con sede negli Stati Uniti, come finanziariamente responsabile per danni derivanti dalla pirateria di terze parti.

Nel nostro Paese, invece, l’AGCOM ha nei giorni scorsi multato Cloudflare con 14 milioni di euro per violazione della legge antipirateria (L. 93/2023), in quanto l’azienda non ha disabilitato l’accesso a contenuti pirata nonostante gli ordini specifici tramite la piattaforma Piracy Shield.
Multa che ha mandato su tutte le furie lo stesso Prince, co-fondatore e CEO di Cloudflare, che è arrivato a minacciare l’Italia, mettendo in discussione i servici cyber nel nostro Paese e in particolare per le Olimpiadi Milano-Cortina che inizieranno tra breve. 

Cosa ha fatto Cloudflare e perché è stata ritenuta colpevole

Questo perché Cloudflare non ha violato direttamente il copyright delle opere, ma ha reso possibile il reato permettendo la distribuzione illegale di oltre 4.000 titoli manga senza licenza a due siti web pirata. In alcuni momenti le piattaforme criminali hanno registrato più di 300 milioni di accessi mensili.

Cloudflare non ospitava direttamente i manga pirata. Il punto della sentenza non è la tecnologia in sé, ma le modalità con cui l’azienda ha scelto di offrire i propri servizi. La piattaforma agisce come intermediario tecnico: accelera la navigazione dei siti web e, grazie al sistema di “reverse proxy”, nasconde l’indirizzo IP reale dei server.

Questo significa che chi gestisce un sito pirata può restare anonimo e difficilmente rintracciabile. Secondo i giudici di Tokyo, Cloudflare ha aggravato questa situazione adottando una politica aziendale estremamente permissiva: nessuna reale verifica dell’identità dei clienti (KYC – Know Your Customer); creazione di account rapida e anonima; prosecuzione del servizio anche dopo la ricezione di segnalazioni formali di violazione del copyright (DMCA notice).

I CDN come Cloudflare sono fondamentali per il normale traffico internet, nessuno può farne a meno, ma è anche vero che spesso sono strumenti utilizzati anche da gruppi criminali per perpetrare truffe e profitti illeciti, come lo streaming illegale di contenuti audiovisivi e il download non autorizzato di contenuti editoriali protetti da diritto d’autore.

La Corte ha ritenuto che Cloudflare sapesse o potesse ragionevolmente sapere che quei siti stavano distribuendo contenuti illegali. I giudici hanno sottolineato che i siti pirata erano facilmente riconoscibili: immagini con watermark, avvisi “raw-free” e chiari segnali di scansioni non autorizzate. Nonostante ciò, Cloudflare ha continuato a fornire infrastruttura tecnica essenziale al loro funzionamento.

Questo comportamento è stato qualificato come “aiding and abetting”, cioè agevolazione dell’illecito.

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Il danno della pirateria all’audiovisivo e all’editoria

Il tribunale ha stimato un danno complessivo di circa 3,6 miliardi di yen (circa 24 milioni di dollari). Tuttavia, per ragioni strategiche, gli editori avevano presentato una “domanda parziale”. La condanna effettiva ammonta quindi a circa 500 milioni di yen, più interessi.

Ma il vero peso della decisione non è solo economico. È culturale e industriale.

Solo considerando One Piece, parliamo di un manga che ha venduto nel mondo, dal 1999 ad oggi, più di 500 milioni di copie, 4,2 milioni di copie solo in Giappone nel 2025. L’anime che ne è nato ha avuto in successo strepitoso su scala globale, anche in Italia e la recente serie TV andata su Netflix ha registrato 542 milioni di ore di visualizzazione nella seconda metà del 2023, con oltre 71 milioni di spettatori.

One Piece è un bersaglio primario della pirateria e Shueisha ha citato perdite complessive per il manga pari a 380 miliardi di yen (2,4 miliardi di dollari) annui.

Nel 2024, le visualizzazioni pirata di contenuti editoriali (70% manga) hanno raggiunto 25,7 miliardi di dollari nel Q4, in aumento del 56% annuo e del 347% dal 2019.

Per il Giappone, la pirateria di anime, manga e giochi ha generato perdite di 5,7 trilioni di yen (circa 38 miliardi di dollari) nel 2025, quasi triplicate dal 2022, secondo il Ministero dell’Economia, Commercio e Industria (METI).

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Perché la pirateria danneggia il manga (e tutti noi) e il ruolo dei DCN come Cloudflare

La pirateria non è un fenomeno astratto né una “furbata” senza conseguenze. Ogni manga piratato e offerto illegalmente al pubblico significa:

  • meno risorse per gli autori
  • meno investimenti per nuovi titoli
  • più precarietà per editor, traduttori, animatori e tutta la filiera creativa

Il manga – come l’animazione, il cinema e la musica – vive di un equilibrio fragile tra creatività e sostenibilità economica. Quando la distribuzione illegale diventa sistemica e protetta da infrastrutture tecnologiche che garantiscono anonimato e impunità, l’intero ecosistema culturale viene messo a rischio.

Il tribunale di Tokyo ha sottolineato che molti altri operatori tecnologici già adottano misure di verifica dei clienti e cooperano con i titolari dei diritti. Cloudflare, invece, ha scelto un modello “cieco”, che il tribunale ha ritenuto non più accettabile.

La piattaforma tecnologica, come nel caso della recente sanzione di 14 milioni di euro in Italia, ha espresso forte dissenso, sostenendo che la decisione potrebbe frenare l’innovazione e compromettere la sicurezza di internet. La Corte giapponese, come fatto anche dall’Autorità italiana per le garanzie nelle comunicazioni, ha scelto però di mandare un messaggio chiaro: l’innovazione non può diventare un alibi per ignorare il diritto d’autore. Far rispettare la legge e chiedere il rispetto delle regole non è mai un’azione repressiva o il tentativo di censurare qualcuno o qualcosa.

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Streaming illegale KO con l’operazione “Switch Off” di Polizia Postale, Eurojust, Europol e Interpol

Colpite dallo streaming illegale Sky, DAZN, Mediaset, Amazon Prime Video, Netflix, Paramount e Disney+

A pochi giorni dall’avvio dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina, le autorità italiane ed europee hanno messo a segno un duro colpo contro la pirateria audiovisiva. Con l’operazione “Switch Off”, la Polizia di Stato, sotto il coordinamento della Procura Distrettuale di Catania, ha smantellato una vasta infrastruttura informatica illegale dedicata alla diffusione in streaming non autorizzata di contenuti televisivi, compresi quelli legati ai grandi eventi sportivi internazionali.

L’operazione, condotta dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni, ha avuto una dimensione chiaramente internazionale. Alle attività investigative hanno collaborato Eurojust, Europol e Interpol, con interventi simultanei in Italia, Regno Unito, Spagna, Kosovo, Romania, Canada, India, Corea del Sud ed Emirati Arabi Uniti. In totale, sono 31 le persone indagate.

Capitanio (Agcom): “Da lotta alla pirateria audiovisiva un tesoretto da 500 milioni di euro

Proprio in questi giorni, il Commissario Agcom, Massimiliano Capitanio, commentava così sui social: “La lotta alla pirateria è prima di tutto una questione di legalità”.
Il post era relativo alla vicenda Cloudflare, ma è chiaro che riguarda l’intero mondo dell’audiovisivo e quindi anche i contenuti piratati relativi agli eventi sportivi.
In nome della libertà di internet tolleriamo da anni violenze verbali e uso delle immagini paragonabili a stupri, frodi milionarie, scippi quotidiani, bagarinaggio e contraffazione a danno di utenti e imprese. Se proprio la legalità non interessa, suggerisco una riflessione sui numeri di questo cancro economico e culturale”, ha suggerito Capitanio.

Le sanzioni per gli utenti dei servizi messi a disposizione dalle mafie del web (pezzotto, app contaminate da malware e pubblicità, link di ogni genere, chiavette trojan etc,) variano, in base alla legge 93 del 2023, da 150 a 1500 euro”, ha spiegato il commissario Agcom.

Le operazioni di Guardia di Finanza e Polizia postale dimostrano che è possibile identificare gli utenti. Si sta facendo il possibile?  Conti alla mano, c’è un tesoretto che, al ribasso, vale mezzo miliardo di euro. Senza calcolare il valore sociale e culturale di una robusta pennellata di legalità”, ha sottolineato Capitanio.

Una rete internazionale di IPTV illecite

Tornando all’operazione “Switch Off“, secondo quanto accertato dagli investigatori, la rete criminale aveva costruito un sistema altamente sofisticato di IPTV illegali, capace di captare e ridistribuire in tempo reale palinsesti televisivi e contenuti on demand protetti da diritto d’autore per il periodo della manifestazione sportiva (dal 6 al 22 febbraio 2026). I segnali provenivano dalle principali piattaforme legali, tra cui Sky, DAZN, Mediaset, Amazon Prime Video, Netflix, Paramount e Disney+, e venivano rivenduti a un prezzo estremamente competitivo: 10-12 euro al mese.

Andrea Duilio, Amministratore Delegato di Sky Italia, ha dichiarato: “Desidero ringraziare la Procura Distrettuale di Catania e la Polizia Postale per l’operazione “Switch Off”, che conferma ancora una volta come la pirateria sia parte integrante di sistemi di criminalità organizzata su scala internazionale. Questa indagine mostra chiaramente come gli utenti di questi servizi illegali, oltre a rischiare di essere individuati e sanzionati, alimentino business criminali e si espongano a pericoli di cybersicurezza di cui spesso non sono consapevoli”.

Dal punto di vista giuridico, le condotte contestate sono particolarmente gravi e articolate. Le accuse includono la diffusione illecita di palinsesti televisivi ad accesso condizionato, l’accesso abusivo a sistemi informatici, la frode informatica, l’intestazione fittizia di beni e il riciclaggio. Un quadro che evidenzia come la pirateria audiovisiva non sia più un fenomeno marginale, ma una vera e propria attività criminale strutturata, con ingenti profitti e ramificazioni globali.

Nel nostro Paese bloccati 1000 rivenditori e oscurati 100 mila utenti finali, ma anche gruppi Telegram

I numeri dell’operazione sono significativi. In Italia è stata bloccata l’attività di circa mille rivenditori, con l’oscuramento di oltre 100 mila utenti finali sul territorio nazionale e milioni di utenti a livello mondiale. Sono state sequestrate tre delle più note piattaforme IPTV illegali italianeiptvItalia, migliorIptv e DarkTv – insieme a numerosi gruppi Telegram utilizzati per la promozione e la vendita degli abbonamenti pirata.

Particolarmente rilevanti anche i sequestri tecnici. A Napoli è stata individuata una sim-farm con oltre 200 schede telefoniche, decine di smartphone e numerose carte di credito, strumenti essenziali per la gestione anonima dei flussi di pagamento e delle comunicazioni.

I profitti dello streaming illegale reinvestiti in criptovalute e altre attività criminali

In Romania, invece, è stata localizzata una piattaforma IPTV di dimensioni globali, proEuropaTV, che distribuiva contenuti attraverso sei server, ospitati sia in Romania sia in uno Stato africano. I proventi dell’attività illecita venivano in larga parte reinvestiti in criptovalute, a conferma della volontà di occultare le tracce finanziarie.

L’operazione “Switch Off” non è casuale nel suo tempismo. L’imminente inizio delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina rappresenta un momento di massima esposizione economica e mediatica per i detentori dei diritti televisivi. Proprio per questo, la tutela delle produzioni audiovisive e degli investimenti legati ai grandi eventi sportivi è diventata una priorità strategica per le forze dell’ordine e la magistratura.

Dal punto di vista investigativo e del diritto d’autore, l’intervento dimostra come il contrasto alla pirateria richieda oggi cooperazione internazionale, competenze tecnologiche avanzate e un approccio integrato tra repressione penale e tutela dei diritti. Un segnale chiaro: lo streaming illegale non è un reato “minore”, ma un fenomeno criminale che danneggia l’economia, il sistema culturale e, in occasione di eventi come Milano-Cortina, l’immagine stessa del Paese.

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Creator e AI sottraggono tempo e traffico all’editoria. Cosa dice il report Reuters

La Generative AI può ribaltare l’industria dell’informazione offrendo modi più efficienti per accedere e “distillare” informazioni su larga scala.

In parallelo, creator e influencer stanno spingendo un consumo di notizie sempre più “personality-led”, a scapito delle istituzioni mediatiche tradizionali, percepite spesso come meno rilevanti, meno interessanti e meno autentiche.

E’ quanto evidenzia il report Journalism, media, and technology trends and predictions. Nel 2026, dice il report, i media rischiano di essere ulteriormente compressi da queste due dinamiche.

Meno fiducia nel giornalismo

Uno dei punti più indicativi del report è il divario tra fiducia nel settore e fiducia in casa propria. Solo poco più di un terzo dei leader intervistati (38%) si dice confidente sulle prospettive del giornalismo nell’anno davanti, in calo marcato rispetto a quattro anni fa.

Al contrario, circa la metà (53%) resta positiva sul futuro del proprio business. Tradotto: la percezione è di un ecosistema che si deteriora, mentre alcuni modelli (soprattutto quelli basati su abbonamenti e traffico diretto) intravedono ancora una traiettoria di sostenibilità.

Disintermediazione: il ruolo di youTuber e podcaster

Nel report la pressione non è solo tecnologica. C’è una spinta politica e reputazionale che porta molti attori pubblici a bypassare i media: politici, imprenditori e celebrity scelgono interviste a podcaster e YouTuber “sympathetic”, evitando il filtro delle redazioni.

Questo schema è spesso accompagnato da minacce legali contro gli editori con l’obiettivo di erodere ulteriormente la fiducia verso giornalisti e testate. Il terreno è fertile soprattutto tra le audience più giovani, che preferiscono la comodità delle piattaforme e hanno legami più deboli con i brand tradizionali.

Da motori di ricerca ad “answer engines”

L’altra faglia è la distribuzione. Secondo il report, i publisher si aspettano che il traffico dai motori di ricerca scenda di oltre il 40% nei prossimi tre anni. La paura non è solo teorica: il passaggio verso interfacce che rispondono direttamente (anche in finestre conversazionali) riduce il valore del click e mette in discussione i modelli basati su referral e advertising. Il report ricorda anche che il declino delle piattaforme social come fonte di traffico è già un fatto: negli ultimi anni le visite in arrivo dai social sono calate pesantemente, con un impatto immediato sulla reach di molte testate.

La risposta: contenuti più distintivi e più “umani”

I publisher, spiega il report, indicano una direzione: puntare su ciò che l’AI fatica a replicare bene e che non si riassume in tre bullet.

Più inchieste e reporting sul campo, più analisi e spiegazione, più storie umane, più fact-checking e verifica. E, specularmente, meno “service journalism”, meno evergreen e meno news generaliste, considerate le più esposte alla competizione dei chatbot.

Oltre l’articolo: video, audio e contenuti “liquidi”

Non è solo una questione di temi, ma di formati. Il report prevede più investimenti su video e audio, con una preferenza crescente per piattaforme video-first. L’obiettivo è costruire contenuti più “consumabili” dentro i feed e più difficili da cannibalizzare con una sintesi testuale. Qui entra un concetto-chiave: “liquid content”, cioè contenuti progettati per essere riformattati, personalizzati e adattati a canali e contesti diversi, passando dall’idea di articolo statico a componenti più modulari.

Creator economy: concorrenti e partner

Il report insiste anche sul tema creator: per molti editori stanno sottraendo tempo e attenzione ai contenuti delle testate e, in una quota importante di casi, diventano anche un rischio sul fronte talenti. La reazione più diffusa è culturale: una larga maggioranza dice che proverà a far comportare le redazioni “più come creator”, lavorando su volto, voce, presenza nativa sulle piattaforme.

C’è anche apertura a partnership e, in alcuni casi, all’assunzione di creator o alla creazione di “creator studio” interni. Ma resta il nodo: se spingi troppo sulle personalità, aumenti engagement; se perdi coerenza editoriale e accountability, rischi di erodere ulteriore fiducia.

AI e deepfake: la qualità come campo di battaglia

Nel 2026, secondo il report, crescerà la massa di contenuti a bassa qualità prodotti automaticamente, insieme a deepfake più credibili e a siti “pink slime” costruiti per intercettare traffico. In questo scenario, la “provenienza” dei contenuti diventa una leva strategica: standard, watermarking, attestation e iniziative per certificare origine e manipolazioni potrebbero spostarsi dal dibattito tecnico al mainstream, anche perché piattaforme e governi subiranno pressioni per proteggere soprattutto i più giovani.

Cosa migliorare per sopravvivere

La conclusione del report è un invito a ripensare l’impresa editoriale per l’età dell’AI: più distintività, più formati, più relazione diretta, e un uso della Generative AI che migliori efficienza e qualità senza schiacciare l’identità della testata. Il punto, nel 2026, non è solo fare notizie.

È farsi trovare in un mondo di answer engine, farsi riconoscere in un ecosistema dominato da personalità, e soprattutto farsi sostenere economicamente mentre il valore del click e dei referral si assottiglia.

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Streaming di eventi sportivi, in UK 3 miliardi di visualizzazioni illegali e crescono le minacce cyber

In Gran Bretagna esplode lo streaming illegale degli eventi sportivi e si allungano i tentacoli della criminalità digitale

Dietro l’entusiasmo che accompagna ogni mese milioni di tifosi britannici davanti alle partite della Premier League, soprattutto in un periodo cruciale come quello del calciomercato e dei cambi in panchina, si muove un’economia criminale parallela di proporzioni colossali, quella che più comunemente chiamiamo pirateria audiovisiva.

A fotografare questa realtà è la Campaign for Fairer Gambling (CFG), che ha appena pubblicato l’aggiornamento del suo “CFG GB National 2024 and 2025 First Half Report” sul mercato del gioco online in Gran Bretagna. L’analisi tecnica è stata realizzata da Yield Sec, piattaforma di intelligence sui mercati digitali recentemente acquisita da Gaming Compliance International (GCI).

Un sistema che non si limita a sottrarre valore allo sport e ai broadcaster, ma che alimenta un ecosistema illegale fatto di malware, furto di dati e promozione sistematica del gioco d’azzardo illegale.

Non solo streaming illegale che viola il diritto d’autore, ma anche enormi pericoli per la sicurezza informatica e dei dati personali

I numeri parlano da soli. Nel solo 2024, il pubblico britannico ha generato 3,1 miliardi di visualizzazioni illegali di streaming sportivo, ciascuna superiore ai 90 secondi (soglia che gli analisti definiscono come “committed view”, ovvero una fruizione consapevole e continuativa del contenuto).
Nei primi sei mesi del 2025, il fenomeno ha già raggiunto 1,6 miliardi di visualizzazioni, confermando una crescita che appare già preoccupante.

Il dato più allarmante riguarda però la natura di questi flussi. Secondo il report, l’89% delle visualizzazioni illegali di eventi sportivi in Gran Bretagna nel 2024 e nella prima metà del 2025 è riconducibile a infrastrutture criminali che veicolano una grande quantità di malware, spyware, keylogger e sistemi di furto di identità e dati personali.

In questo schema, le piattaforme media sono il bersaglio, mentre gli utenti, spesso inconsapevoli o comunque scarsamente informati, diventano il prodotto da sfruttare.

Dal punto di vista del copyright e della proprietà intellettuale, il danno è enorme.
Le principali leghe sportive e i broadcaster legittimi vengono sistematicamente depredati.
Tra i soggetti citati figurano la Premier League e colossi dell’intrattenimento come BBC, ITV, Sky, Apple, Amazon, Netflix, DAZN, UFC, WWE e Warner Bros. Discovery. Contenuti premium, protetti da diritti esclusivi e sostenuti da investimenti miliardari, vengono sottratti e redistribuiti su scala industriale, senza alcuna tutela né ritorno economico per i legittimi titolari.

Proprio la Premier League, uno dei campionati di calcio più seguiti e redditizi al mondo, ha avviato una nuova e significativa azione giudiziaria negli Stati Uniti contro Cloudflare per contrastare il fenomeno dello streaming illegale delle partite.
Una strada intrapresa anche in Italia, con l’Autorità garante per le comunicazioni (Agcom) che ha inflitto sempre a Cloudflare una multa da 14 milioni di euro per violazione della legge italiana antipirateria.

Il rapporto sempre più stretto tra pirateria audiovisiva e siti di giochi d’azzardo illegali. Nel mirino dei criminali i minori

Ma il cuore dell’inchiesta riguarda il legame sempre più stretto tra streaming illegale e gioco d’azzardo non autorizzato. Il report rivela che l’89% dei flussi illegali di eventi sportivi conteneva pubblicità di siti di gambling illegali o non autorizzati. Di fatto, il gioco d’azzardo illegale è diventato il principale “partner commerciale” del business criminale dello streaming pirata.

Questa connessione trasforma lo streaming pirata in una porta d’ingresso privilegiata per la diffusione del gambling illecito, con conseguenze particolarmente gravi. Finora, i bersagli principali di questi operatori erano gruppi vulnerabili come i minori e i giocatori auto-esclusi tramite il sistema GAMSTOP. Tuttavia, secondo CFG, il modello sta cambiando rapidamente.

Con l’entrata in vigore delle riforme del settore del gioco online previste per il 2026 e l’aumento continuo dei costi dei diritti sportivi premium, il mercato britannico rischia un effetto “fuoco sulla benzina”.

In Gran Bretagna la criminalità online diventa “minaccia sistemica”

Per sostenere il furto sistematico dei contenuti sportivi, la criminalità ha bisogno di monetizzare un pubblico sempre più vasto. Il risultato è uno spostamento strategico verso la platea mainstream, composta da milioni di tifosi che accedono agli streaming illegali per risparmiare o per aggirare restrizioni geografiche e di prezzo.

Il quadro che emerge è quello di una minaccia sistemica. Lo streaming illegale non è più solo una violazione del diritto d’autore, ma un reato economico complesso che danneggia l’industria creativa, mette a rischio la sicurezza digitale degli utenti e alimenta un mercato del gioco d’azzardo fuori da ogni controllo normativo.

Come sottolinea la Campaign for Fairer Gambling, quando il gioco illegale diventa il motore economico della pirateria sportiva, la spiegazione è semplice: il crimine genera profitti. E quei profitti crescono solo ampliando la base degli utenti coinvolti. Per questo, lo streaming illegale di eventi sportivi rappresenta oggi la più seria minaccia emergente non solo per gli utenti vulnerabili, ma per l’intero pubblico britannico.

Un problema di ordine pubblico, di tutela dei diritti e di sicurezza digitale che, se non affrontato con decisione, rischia di ridisegnare il mercato dello sport e dell’intrattenimento in Gran Bretagna sotto il segno dell’illegalità.

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Tax credit audiovisivo: chiarimenti giuridici a partire dal caso “Io sono notizia” di Corona finanziato con 800mila euro pubblici

Quando una serie distribuita su una grande piattaforma internazionale incrocia il tema degli incentivi pubblici, il dibattito è inevitabile. È accaduto di recente con “Io sono notizia”, la docuserie dedicata a Fabrizio Corona, finita al centro dell’attenzione mediatica per il tax credit di quasi 800mila euro riconosciuto alla produzione. Tra titoli polemici, cifre rilanciate e accuse di “soldi pubblici alle piattaforme”, il rischio è però quello di affrontare la questione con categorie sbagliate.

Per comprendere davvero cosa c’è in gioco, occorre spostare lo sguardo dal singolo caso al funzionamento strutturale del tax credit audiovisivo, e al suo rapporto con la produzione di contenuti, con le piattaforme e, soprattutto, con la valorizzazione dei diritti di proprietà intellettuale in un mercato sempre più globale.

Il tax credit non è un finanziamento, ma una leva fiscale

Il primo punto da chiarire è concettuale. Il tax credit cinema e audiovisivo non è un contributo in denaro erogato dallo Stato, né un finanziamento “a fondo perduto”. È un credito d’imposta, cioè uno strumento che consente alle imprese beneficiarie di compensare imposte e contributi dovuti, recuperando parte dei costi sostenuti per la produzione di un’opera.

In termini pratici, lo Stato non “paga” una serie o un documentario, ma rinuncia a incassare una quota di imposte future a fronte di spese già sostenute, documentate e certificate. Il beneficio nasce solo se l’opera viene prodotta, se si investe sul territorio, se si attivano professionalità, contratti e filiere.
Questa distinzione è tutt’altro che formale: il tax credit interviene a valle di un investimento reale, non come anticipo né come premio sul contenuto.

Chi beneficia davvero del tax credit?

Altro equivoco ricorrente riguarda l’identità del beneficiario. Nel dibattito pubblico si tende spesso a identificare la piattaforma di distribuzione come destinataria dell’agevolazione. In realtà, il tax credit non è riconosciuto alle piattaforme, ma alle società di produzione italiane o ai produttori esecutivi stabiliti fiscalmente in Italia.

Anche quando l’opera è destinata a una piattaforma globale come Netflix, il meccanismo resta invariato: il credito d’imposta è legato alla produzione svolta in Italia, non al soggetto che poi acquisisce o licenzia i diritti di distribuzione.

È il produttore a sostenere il rischio imprenditoriale iniziale, a organizzare la produzione, a stipulare contratti con autori, registi, interpreti e tecnici, e a strutturare giuridicamente l’opera come bene immateriale tutelato dal diritto d’autore.

Tax credit e proprietà intellettuale: un legame strutturale

Ed è proprio qui che il tax credit mostra la sua natura più profonda. L’opera audiovisiva non è soltanto un contenuto culturale, ma un asset di proprietà intellettuale, destinato a generare valore nel tempo attraverso diritti di sfruttamento economico: riproduzione, comunicazione al pubblico, distribuzione, adattamento, licensing.

Il tax credit interviene nella fase più rischiosa di questo ciclo, quella della creazione dell’opera, quando il diritto ancora non esiste e il valore economico è solo potenziale. Riducendo il costo dell’investimento iniziale, lo strumento consente ai produttori di arrivare sul mercato con un’opera già strutturata, rafforzando la loro posizione contrattuale nei confronti di broadcaster e piattaforme.

In questo senso, il tax credit non finanzia la piattaforma, ma rafforza l’ecosistema dei diritti, rendendo sostenibile la produzione e la successiva circolazione internazionale delle opere.

Il ruolo delle piattaforme: licenza, non beneficio pubblico

Dal punto di vista giuridico, le piattaforme svolgono un ruolo diverso rispetto a quello spesso evocato nel dibattito pubblico. Non sono beneficiarie dell’agevolazione, ma licenziatarie o cessionarie dei diritti di sfruttamento dell’opera.

Il valore di quei diritti dipende anche dalla capacità del produttore di sostenere i costi e i rischi della produzione. In questo quadro, il tax credit agisce come fattore di equilibrio, consentendo che opere prodotte in Italia entrino nei circuiti globali senza che l’intero peso economico ricada sui soggetti produttivi nazionali.

Quando una serie distribuita su una grande piattaforma internazionale incrocia il tema degli incentivi pubblici, il dibattito è inevitabile. È accaduto di recente con “Io sono notizia”, la docuserie dedicata a Fabrizio Corona, finita al centro dell’attenzione mediatica per il tax credit riconosciuto alla produzione. Tra titoli polemici, cifre rilanciate e accuse di “soldi pubblici alle piattaforme”, il rischio è però quello di affrontare la questione con categorie sbagliate.

Per comprendere davvero cosa c’è in gioco, occorre spostare lo sguardo dal singolo caso al funzionamento strutturale del tax credit audiovisivo, e al suo rapporto con la produzione di contenuti, con le piattaforme e, soprattutto, con la valorizzazione dei diritti di proprietà intellettuale in un mercato sempre più globale.

Io sono notizia: contenuto, polemiche e neutralità del diritto

Il caso “Io sono notizia” ha acceso il dibattito soprattutto per il contenuto dell’opera e per la figura raccontata. È comprensibile che un prodotto legato a un personaggio divisivo sollevi interrogativi sul piano etico, culturale o politico.

Tuttavia, il diritto d’autore e gli strumenti fiscali che lo accompagnano non operano sulla base di giudizi di merito morale. La tutela giuridica dell’opera prescinde dalla valutazione del personaggio o del messaggio, così come l’accesso al tax credit prescinde dalla popolarità o dalla controversia.

Il cosiddetto test culturale previsto dalla normativa non è un filtro ideologico, ma un controllo tecnico, volto a verificare il legame dell’opera con il sistema produttivo nazionale e il rispetto dei requisiti di legge.

Il vero nodo: quale politica dei diritti per l’audiovisivo?

Se il dibattito ha un merito, è quello di riportare al centro una domanda più ampia: che tipo di politica dei diritti e degli incentivi vuole adottare l’Italia nel settore audiovisivo.

Il tax credit incide sul modo in cui le opere vengono prodotte, sui contratti di cessione e licensing, sull’equilibrio tra produttori e piattaforme, e sulla capacità del sistema di trattenere valore economico dagli asset immateriali che genera.

La discussione, quindi, dovrebbe spostarsi dal singolo titolo alla coerenza complessiva del modello: se e come gli incentivi pubblici riescano davvero a rafforzare la filiera nazionale della proprietà intellettuale in un contesto dominato da operatori globali.

Conclusione

Il tax credit audiovisivo non è una scorciatoia né un’anomalia, ma uno strumento che vive all’incrocio tra fiscalità, industria culturale e diritto della proprietà intellettuale. Il caso “Io sono notizia” dimostra quanto sia facile ridurre questa complessità a uno slogan, perdendo di vista il funzionamento reale del sistema.
Fare chiarezza significa riportare il dibattito sul piano corretto: quello delle regole, dei diritti e delle strategie di valorizzazione degli asset immateriali, che oggi rappresentano una delle principali leve di competitività dell’audiovisivo italiano

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