Streaming di eventi sportivi, in UK 3 miliardi di visualizzazioni illegali e crescono le minacce cyber
In Gran Bretagna esplode lo streaming illegale degli eventi sportivi e si allungano i tentacoli della criminalità digitale
Dietro l’entusiasmo che accompagna ogni mese milioni di tifosi britannici davanti alle partite della Premier League, soprattutto in un periodo cruciale come quello del calciomercato e dei cambi in panchina, si muove un’economia criminale parallela di proporzioni colossali, quella che più comunemente chiamiamo pirateria audiovisiva.
A fotografare questa realtà è la Campaign for Fairer Gambling (CFG), che ha appena pubblicato l’aggiornamento del suo “CFG GB National 2024 and 2025 First Half Report” sul mercato del gioco online in Gran Bretagna. L’analisi tecnica è stata realizzata da Yield Sec, piattaforma di intelligence sui mercati digitali recentemente acquisita da Gaming Compliance International (GCI).
Un sistema che non si limita a sottrarre valore allo sport e ai broadcaster, ma che alimenta un ecosistema illegale fatto di malware, furto di dati e promozione sistematica del gioco d’azzardo illegale.
Non solo streaming illegale che viola il diritto d’autore, ma anche enormi pericoli per la sicurezza informatica e dei dati personali
I numeri parlano da soli. Nel solo 2024, il pubblico britannico ha generato 3,1 miliardi di visualizzazioni illegali di streaming sportivo, ciascuna superiore ai 90 secondi (soglia che gli analisti definiscono come “committed view”, ovvero una fruizione consapevole e continuativa del contenuto). Nei primi sei mesi del 2025, il fenomeno ha già raggiunto 1,6 miliardi di visualizzazioni, confermando una crescita che appare già preoccupante.
Il dato più allarmante riguarda però la natura di questi flussi. Secondo il report, l’89% delle visualizzazioni illegali di eventi sportivi in Gran Bretagna nel 2024 e nella prima metà del 2025 è riconducibile a infrastrutture criminali che veicolano una grande quantità di malware, spyware, keylogger e sistemi di furto di identità e dati personali.
In questo schema, le piattaforme media sono il bersaglio, mentre gli utenti, spesso inconsapevoli o comunque scarsamente informati, diventano il prodotto da sfruttare.
Dal punto di vista del copyright e della proprietà intellettuale, il danno è enorme. Le principali leghe sportive e i broadcaster legittimi vengono sistematicamente depredati. Tra i soggetti citati figurano la Premier League e colossi dell’intrattenimento come BBC, ITV, Sky, Apple, Amazon, Netflix, DAZN, UFC, WWE e Warner Bros. Discovery. Contenuti premium, protetti da diritti esclusivi e sostenuti da investimenti miliardari, vengono sottratti e redistribuiti su scala industriale, senza alcuna tutela né ritorno economico per i legittimi titolari.
Proprio la Premier League, uno dei campionati di calcio più seguiti e redditizi al mondo, ha avviato una nuova e significativa azione giudiziaria negli Stati Uniti contro Cloudflare per contrastare il fenomeno dello streaming illegale delle partite. Una strada intrapresa anche in Italia, con l’Autorità garante per le comunicazioni (Agcom) che ha inflitto sempre a Cloudflare una multa da 14 milioni di euro per violazione della legge italiana antipirateria.
Il rapporto sempre più stretto tra pirateria audiovisiva e siti di giochi d’azzardo illegali. Nel mirino dei criminali i minori
Ma il cuore dell’inchiesta riguarda il legame sempre più stretto tra streaming illegale e gioco d’azzardo non autorizzato. Il report rivela che l’89% dei flussi illegali di eventi sportivi conteneva pubblicità di siti di gambling illegali o non autorizzati. Di fatto, il gioco d’azzardo illegale è diventato il principale “partner commerciale” del business criminale dello streaming pirata.
Questa connessione trasforma lo streaming pirata in una porta d’ingresso privilegiata per la diffusione del gambling illecito, con conseguenze particolarmente gravi. Finora, i bersagli principali di questi operatori erano gruppi vulnerabili come i minori e i giocatori auto-esclusi tramite il sistema GAMSTOP. Tuttavia, secondo CFG, il modello sta cambiando rapidamente.
Con l’entrata in vigore delle riforme del settore del gioco online previste per il 2026 e l’aumento continuo dei costi dei diritti sportivi premium, il mercato britannico rischia un effetto “fuoco sulla benzina”.
In Gran Bretagna la criminalità online diventa “minaccia sistemica”
Per sostenere il furto sistematico dei contenuti sportivi, la criminalità ha bisogno di monetizzare un pubblico sempre più vasto. Il risultato è uno spostamento strategico verso la platea mainstream, composta da milioni di tifosi che accedono agli streaming illegali per risparmiare o per aggirare restrizioni geografiche e di prezzo.
Il quadro che emerge è quello di una minaccia sistemica. Lo streaming illegale non è più solo una violazione del diritto d’autore, ma un reato economico complesso che danneggia l’industria creativa, mette a rischio la sicurezza digitale degli utenti e alimenta un mercato del gioco d’azzardo fuori da ogni controllo normativo.
Come sottolinea la Campaign for Fairer Gambling, quando il gioco illegale diventa il motore economico della pirateria sportiva, la spiegazione è semplice: il crimine genera profitti. E quei profitti crescono solo ampliando la base degli utenti coinvolti. Per questo, lo streaming illegale di eventi sportivi rappresenta oggi la più seria minaccia emergente non solo per gli utenti vulnerabili, ma per l’intero pubblico britannico.
Un problema di ordine pubblico, di tutela dei diritti e di sicurezza digitale che, se non affrontato con decisione, rischia di ridisegnare il mercato dello sport e dell’intrattenimento in Gran Bretagna sotto il segno dell’illegalità.
Tax credit audiovisivo: chiarimenti giuridici a partire dal caso “Io sono notizia” di Corona finanziato con 800mila euro pubblici
Quando una serie distribuita su una grande piattaforma internazionale incrocia il tema degli incentivi pubblici, il dibattito è inevitabile. È accaduto di recente con “Io sono notizia”, la docuserie dedicata a Fabrizio Corona, finita al centro dell’attenzione mediatica per il tax credit di quasi 800mila euro riconosciuto alla produzione. Tra titoli polemici, cifre rilanciate e accuse di “soldi pubblici alle piattaforme”, il rischio è però quello di affrontare la questione con categorie sbagliate.
Per comprendere davvero cosa c’è in gioco, occorre spostare lo sguardo dal singolo caso al funzionamento strutturale del tax credit audiovisivo, e al suo rapporto con la produzione di contenuti, con le piattaforme e, soprattutto, con la valorizzazione dei diritti di proprietà intellettuale in un mercato sempre più globale.
Il tax credit non è un finanziamento, ma una leva fiscale
Il primo punto da chiarire è concettuale. Il tax credit cinema e audiovisivo non è un contributo in denaro erogato dallo Stato, né un finanziamento “a fondo perduto”. È un credito d’imposta, cioè uno strumento che consente alle imprese beneficiarie di compensare imposte e contributi dovuti, recuperando parte dei costi sostenuti per la produzione di un’opera.
In termini pratici, lo Stato non “paga” una serie o un documentario, ma rinuncia a incassare una quota di imposte future a fronte di spese già sostenute, documentate e certificate. Il beneficio nasce solo se l’opera viene prodotta, se si investe sul territorio, se si attivano professionalità, contratti e filiere. Questa distinzione è tutt’altro che formale: il tax credit interviene a valle di un investimento reale, non come anticipo né come premio sul contenuto.
Chi beneficia davvero del tax credit?
Altro equivoco ricorrente riguarda l’identità del beneficiario. Nel dibattito pubblico si tende spesso a identificare la piattaforma di distribuzione come destinataria dell’agevolazione. In realtà, il tax credit non è riconosciuto alle piattaforme, ma alle società di produzione italiane o ai produttori esecutivi stabiliti fiscalmente in Italia.
Anche quando l’opera è destinata a una piattaforma globale come Netflix, il meccanismo resta invariato: il credito d’imposta è legato alla produzione svolta in Italia, non al soggetto che poi acquisisce o licenzia i diritti di distribuzione.
È il produttore a sostenere il rischio imprenditoriale iniziale, a organizzare la produzione, a stipulare contratti con autori, registi, interpreti e tecnici, e a strutturare giuridicamente l’opera come bene immateriale tutelato dal diritto d’autore.
Tax credit e proprietà intellettuale: un legame strutturale
Ed è proprio qui che il tax credit mostra la sua natura più profonda. L’opera audiovisiva non è soltanto un contenuto culturale, ma un asset di proprietà intellettuale, destinato a generare valore nel tempo attraverso diritti di sfruttamento economico: riproduzione, comunicazione al pubblico, distribuzione, adattamento, licensing.
Il tax credit interviene nella fase più rischiosa di questo ciclo, quella della creazione dell’opera, quando il diritto ancora non esiste e il valore economico è solo potenziale. Riducendo il costo dell’investimento iniziale, lo strumento consente ai produttori di arrivare sul mercato con un’opera già strutturata, rafforzando la loro posizione contrattuale nei confronti di broadcaster e piattaforme.
In questo senso, il tax credit non finanzia la piattaforma, ma rafforza l’ecosistema dei diritti, rendendo sostenibile la produzione e la successiva circolazione internazionale delle opere.
Il ruolo delle piattaforme: licenza, non beneficio pubblico
Dal punto di vista giuridico, le piattaforme svolgono un ruolo diverso rispetto a quello spesso evocato nel dibattito pubblico. Non sono beneficiarie dell’agevolazione, ma licenziatarie o cessionarie dei diritti di sfruttamento dell’opera.
Il valore di quei diritti dipende anche dalla capacità del produttore di sostenere i costi e i rischi della produzione. In questo quadro, il tax credit agisce come fattore di equilibrio, consentendo che opere prodotte in Italia entrino nei circuiti globali senza che l’intero peso economico ricada sui soggetti produttivi nazionali.
Quando una serie distribuita su una grande piattaforma internazionale incrocia il tema degli incentivi pubblici, il dibattito è inevitabile. È accaduto di recente con “Io sono notizia”, la docuserie dedicata a Fabrizio Corona, finita al centro dell’attenzione mediatica per il tax credit riconosciuto alla produzione. Tra titoli polemici, cifre rilanciate e accuse di “soldi pubblici alle piattaforme”, il rischio è però quello di affrontare la questione con categorie sbagliate.
Per comprendere davvero cosa c’è in gioco, occorre spostare lo sguardo dal singolo caso al funzionamento strutturale del tax credit audiovisivo, e al suo rapporto con la produzione di contenuti, con le piattaforme e, soprattutto, con la valorizzazione dei diritti di proprietà intellettuale in un mercato sempre più globale.
Io sono notizia: contenuto, polemiche e neutralità del diritto
Il caso “Io sono notizia” ha acceso il dibattito soprattutto per il contenuto dell’opera e per la figura raccontata. È comprensibile che un prodotto legato a un personaggio divisivo sollevi interrogativi sul piano etico, culturale o politico.
Tuttavia, il diritto d’autore e gli strumenti fiscali che lo accompagnano non operano sulla base di giudizi di merito morale. La tutela giuridica dell’opera prescinde dalla valutazione del personaggio o del messaggio, così come l’accesso al tax credit prescinde dalla popolarità o dalla controversia.
Il cosiddetto test culturale previsto dalla normativa non è un filtro ideologico, ma un controllo tecnico, volto a verificare il legame dell’opera con il sistema produttivo nazionale e il rispetto dei requisiti di legge.
Il vero nodo: quale politica dei diritti per l’audiovisivo?
Se il dibattito ha un merito, è quello di riportare al centro una domanda più ampia: che tipo di politica dei diritti e degli incentivi vuole adottare l’Italia nel settore audiovisivo.
Il tax credit incide sul modo in cui le opere vengono prodotte, sui contratti di cessione e licensing, sull’equilibrio tra produttori e piattaforme, e sulla capacità del sistema di trattenere valore economico dagli asset immateriali che genera.
La discussione, quindi, dovrebbe spostarsi dal singolo titolo alla coerenza complessiva del modello: se e come gli incentivi pubblici riescano davvero a rafforzare la filiera nazionale della proprietà intellettuale in un contesto dominato da operatori globali.
Conclusione
Il tax credit audiovisivo non è una scorciatoia né un’anomalia, ma uno strumento che vive all’incrocio tra fiscalità, industria culturale e diritto della proprietà intellettuale. Il caso “Io sono notizia” dimostra quanto sia facile ridurre questa complessità a uno slogan, perdendo di vista il funzionamento reale del sistema. Fare chiarezza significa riportare il dibattito sul piano corretto: quello delle regole, dei diritti e delle strategie di valorizzazione degli asset immateriali, che oggi rappresentano una delle principali leve di competitività dell’audiovisivo italiano
Capitanio (Agcom) su Cloudflare: “La tutela del diritto d’autore non è censura”
Capitanio difende l’operato di Agcom e risponde al CEO di Cloudflare: “Vedremo nei fatti chi protegge la rete e chi, magari involontariamente, aiuta chi la saccheggia”
“Se qualcuno pensa che il “free internet” equivalga a consentire in rete violenze, furti, frodi, spaccio, traffico di armi, Houston abbiamo un problema. Serio”. Massimiliano Capitanio, commissario Agcom, dice la sua sul caso Cloudflare in Italia a seguito delle pesanti dichiarazioni del CEO e co-fondatore della piattaforma di servizi digitali, Matthew Prince.
“La tutela del diritto d’autore non è censura. Le dichiarazioni del CEO di Cloudflare, Matthew Prince, nascono probabilmente dalla mancata conoscenza del lungo percorso che ha portato Agcom a sanzionare la sua azienda. La multa da 14 milioni di euro non riguarda la libertà di espressione, ma la tutela di diritti e posti di lavoro saccheggiati dalla pirateria”, ha sottolineato Capitanio.
Prince in un post infuocato contro l’Agcom aveva innalzato la bandiera della libertà di parola e dell’open internet, ergendosi a difensore della democrazia e dei suoi valori fondanti, chiamando anche in causa il vicepresidente JD Vance e il patron di Tesla e SpaceX, Elon Musk.
Il CEO di Cloudflare aveva anche minacciato la sospensione dei servizi gratuiti di cybersecurity per le imminenti Olimpiadi invernali italiane Milano-Cortina 2026, ma anche i servizi gratuiti agli utenti italiani in generale e i futuri piani di investimento nel nostro Paese.
Cloudflare invoca la censura, ma è il caso?
Una reazione pesante, che è chiaro sta andando oltre la semplice multa. Come scrive Capitanio, perché tirare in ballo il free speech quando si sta combattendo la pirateria audiovisiva? Perché accusare l’Autorità italiana di censura quando si sta ribadendo semplicemente un principio cardine della proprietà intellettuale (di cui si giova la stessa Cloudflare), cioè la difesa del diritto d’autore dall’assalto di gruppi criminali online?
“Combattere chi ruba ogni anno all’Italia 12.000 posti di lavoro e 2 miliardi di euro è privare qualcuno della libertà? Stanare i criminali della pedopornografia è negare la libertà a qualcuno? Rimuovere contenuti nocivi per i minori (come la challenge della cicatrice francese) è una privazione di libertà? Vogliamo davvero la libertà di truffare, plagiare, adescare, coprire criminali spacciandola per neutralità tecnologica?”, si chiede il commissario Agcom.
L’operato Agcom difende anche gli interessi delle aziende americane
Per Prince l’azione dell’Agcom è un esempio pratico di “eccesso di potere extragiudiziale”, perché fa i conti in tasca a Cloudflare e può anche arrivare a imporgli un risarcimento pari al 2% del suo fatturato mondiale.
Il vero problema, ha spiegato Capitanio, è che “accertato che i servizi di Cloudflare consentivano l’accesso a siti pirata, AGCOM ha solo applicato la legge chiedendo di rendere inaccessibili questi contenuti”, ottenendo però come risposta “nessuna collaborazione” da parte della società americana.
Capitanio ha ricordato che proprio “gli USA subiscono circa 29,2 miliardi di dollari di perdite ogni anno per colpa della pirateria audiovisiva”: “Il nostro lavoro tutela anche le aziende americane colpite dai pirati (The Walt Disney Company, Amazon, Netflix, Sky, etc…). Dovremmo smettere?”.
“Tra l’altro – ha aggiunto Capitanio – Cloudflare si è dotata di un collegio difensivo di primissimo ordine per interloquire con AGCOM e con i Giudici. E ci è riuscita bene, tant’è che il Consiglio di Stato, con una recente ordinanza, ha imposto ad AGCOM di dare accesso a Cloudflare a tutti i documenti riguardanti i quindicimila siti pirata ospitati sull’infrastruttura della società, per cui è stata in seguito sanzionata”.
A questo punto, ha chiuso il commissario nel suo lungo post social, “vedremo nei fatti chi protegge la rete e (anche) le aziende americane e chi, magari involontariamente, aiuta chi le saccheggia”.
Marzano (MiC): “Censura? Tesi che il tempo, la prassi e l’evoluzione normativa hanno già ampiamente ridimensionato”
Riguardo l’accusa di censura all’Agcom, invocata da Prince, secondo l’avvocato Paolo Marzano, Componente Comitato Consultivo permanente per il Diritto d’Autore (MiC) e docente LUISS: “Colpisce il riemergere di argomentazioni note, già ampiamente discusse e ormai superate, utilizzate anche ad esempio per tentare di arrestare l’adozione del Regolamento Agcom antipirateria. Tesi che il tempo, la prassi e l’evoluzione normativa hanno già ampiamente ridimensionato”.
“Si sostiene che la tecnologia utilizzata da Cloudflare non consenta l’attuazione dei provvedimenti dell’Autorità senza produrre danni a terzi. Un esame più attento porta però a due rilievi difficilmente contestabili: Cloudflare è già stata condannata da diversi tribunali europei, nessuno dei quali ha ritenuto sussistente tale impossibilità tecnica; la stessa Cloudflare evita di instaurare quel dialogo – doveroso – che le consentirebbe di rappresentare le proprie ragioni davanti ad autorità e giurisdizioni dell’Unione”, ha precisato Marzano in un post social.
Cloudflare importante, ma la pirateria è una minaccia gravissima per le imprese, gli investimenti e i posti di lavoro
In ultima analisi, Cloudflare è sicuramente un gigante tecnologico del nostro tempo. Fanno affidamento sui suoi servizi 25 milion di siti, grazie ad una rete di oltre 300 data center su 165 città di 125 Paesi, servendo in media 78 milioni di richieste HTTP al secondo.
Il problema, come ha ricordato il presidente della FAPAV, Federico Bagnoli Rossi, intervenendo sul caso Cloudflare, è che i suoi fondamentali servizi “vengono frequentemente utilizzati dagli amministratori di siti pirata per celare le loro attività ritenute illecite sia in Italia sia all’estero”. Se un’attività è criminale offline, lo è anche online. Proteggere il diritto d’autore, significa proteggere innovazione, investimenti, imprese e posti di lavoro.
Secondo l’ultima ricerca FAPAV/Ipsos sulla pirateria audiovisiva in Italia, queste attività criminali hanno causato una perdita diretta di fatturato pari a 800 milioni di euro e indiretta per 2,2 miliardi di euro, 1 miliardo di euro di danno all’economia nazionale, oltre 12 mila posti di lavoro a rischio.
Proteggere le imprese da questa tempesta non può essere paragonato a censurare o limitare ipotetiche libertà di internet, ma tutelare diritti e crescita economica. In una parola, difendere la cultura della legalità, anche nel digitale, dove è palese (o almeno il rischio pare tale) lo scontro non tra visioni di internet e quello che ci devo o meno accadere sopra, ma tra blocchi di interessi: quello americano da un lato e quello europeo dall’altro.
Cloudflare. Bagnoli Rossi (FAPAV): “La sanzione Agcom coerente con la legge antipirateria italiana”
La sanzione Agcom a Cloudflare. FAPAV: “Non esiste alcuna censura, né alcuna violazione della libertà d’impresa”
La recente sanzione di oltre 14 milioni di euro imposta dall’Autorità garante per le comunicazioni (Agcom) alla società Cloudflare ha suscitato forti reazioni da più parti. In merito a questo caso, la FAPAV, Federazione per la Tutela delle Industrie dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali, operando ogni giorno al fianco delle imprese del cinema, della tv e dello sport per garantire la tutela dei diritti di proprietà intellettuale in Italia, invita alla riflessione su alcuni punti chiave di questa faccenda.
Il confronto deve partire dalle norme approvate dal Parlamento che tutelano il Diritto d’Autore e contrastano il grave fenomeno della pirateria a cui bisogna attenersi.
Secondo la Federazione, “non esiste alcuna censura, né alcuna violazione della libertà d’impresa”. La sanzione riguarda esclusivamente l’inottemperanza a un ordine di un’autorità indipendente che opera in forza di una legge della Repubblica Italiana approvata all’unanimità dal Parlamento, per la quale il settore esprime la più sincera gratitudine. La legge reca la firma di esponenti della maggioranza, con il Presidente della VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati Federico Mollicone e l’On.le Elena Maccanti (Lega).
Tale normativa consente di bloccare, entro 30 minuti, eventi illegalmente riprodotti in rete: inizialmente partite di calcio, oggi anche prime cinematografiche e televisive. “Riteniamo sia un principio condivisibile da tutti quello secondo cui chi fruisce, o consente ad altri di fruire abusivamente, di un’opera protetta dal diritto d’autore debba essere bloccato. Non parliamo di censura, ma della limitazione dell’accesso a siti illegali“, sostiene la FAPAV.
Bagnoli Rossi (FAPAV): “Collaborare per ristabilire il diritto“
“La pirateria online provoca ogni anno danni economici per miliardi di euro, incidendo sia sul settore sia sul sistema Paese (fonte Ipsos) – spiega il Presidente FAPAV, Federico Bagnoli Rossi – per vincere questa sfida occorre il contributo sostanziale di tutti: leggi, regole, autorità, Forze dell’Ordine, come la Guardia di Finanza e la Polizia Postale, e collaborazione degli stakeholders. Questo è ciò che chiediamo da sempre: collaborare per ristabilire il diritto, tutelare le imprese e rispettare il lavoro delle industrie dei contenuti e della creatività”.
La cosiddetta “legge dei 30 minuti” esprime esattamente questo concetto: difende il diritto di proprietà, il diritto di chi crea, di chi investe e il lavoro di migliaia di professionisti che ogni giorno contribuiscono a quella che definiamo l’industria delle emozioni, capace di appassionare milioni di persone.
Agcom, con il supporto degli stakeholder di settore e grazie a una piattaforma tecnologicamente avanzata (Piracy Shield), blocca oggi entro 30 minuti i siti pirata, impedendone l’accesso agli utenti. Inoltre, è importante rimarcare come il regolamento Agcom sul diritto d’autore sia operativo da oltre 10 anni, ispirando a livello globale altri Paesi nello sviluppo e nell’implementazione di azioni similari.
Riguardo a CloudFlare, sottolinea la FAPAV, è una delle poche aziende che non coopera attivamente nel contrasto alla pirateria. I suoi servizi vengono frequentemente utilizzati dagli amministratori di siti pirata per celare le loro attività ritenute illecite sia in Italia sia all’estero.
“Da anni AGCOM e gli operatori del settore chiedono a CloudFlare di collaborare per contrastare pirateria“
Da anni AGCOM e gli operatori del settore chiedono a CloudFlare di collaborare per contrastare pirateria e illegalità. “La risposta è stata invariabilmente negativa, invocando la censura come giustificazione“.
“Rispetto a quello che per noi rappresenta un alibi alquanto debole non possiamo non porci delle domande: Si può parlare di censura quando si parla di rispetto della legge? È libertà disattendere un ordine di un’autorità amministrativa? È censura bloccare siti pirata che calpestano i diritti altrui? È libertà di espressione proteggere attività penalmente sanzionate in Italia? Qui non si parla di libertà di pensiero – ha precisato Bagnoli Rossi – ma della pretesa libertà di commettere atti illeciti. Dopo anni di richieste da parte di AGCOM rimaste inevase, l’Autorità ha emesso un provvedimento sanzionatorio, come previsto dalla legge. Non ci sembra affatto irragionevole che una pubblica autorità sanzioni chi non rispetta obblighi di legge”.
“Le leggi italiane antipirateria sono in perfetta armonia con il diritto europeo e ne sono espressione nonché applicazione coerente”, ha aggiunto Bagnoli Rossi.
“Ciò è stato espressamente affermato dalla Commissione europea, che ha respinto le osservazioni provenienti da un’associazione di categoria di cui CloudFlare è associata – ha sottolineato il Presidente FAPAV – ed ha sottolineato in modo chiaro ed inequivoco l’importanza dell’adozione delle ingiunzioni dinamiche negli ordinamenti nazionali per dare corretta attuazione a quanto previsto dal DSA e dalla Raccomandazione della Commissione Europea sulla tutela del live sportivo e di contenuti audiovisivi assimilati, come prime cinematografiche e televisive”.
Streaming pirata di partite di calcio, la Premier League porta in tribunale Cloudflare
La Premier League cita in giudizio Cloudflare per reprimere lo streaming pirata delle partite di calcio
La Premier League, uno dei campionati di calcio più seguiti e redditizi al mondo, ha avviato una nuova e significativa azione giudiziaria negli Stati Uniti contro Cloudflare per contrastare il fenomeno dello streaming illegale delle partite.
L’obiettivo è colpire alla radice l’ecosistema della pirateria audiovisiva online, che continua a erodere miliardi di euro di ricavi derivanti dalla vendita dei diritti televisivi.
L’iniziativa legale coinvolge uno dei principali provider globali di servizi di rete e Content Delivery Network (CDN), utilizzato anche (seppur indirettamente) da numerosi siti di streaming illegale. Sono decine i siti di cui si chiede la chiusura. Questi alcuni dei nomi di dominio in lista: da antenasport.org a bingsport.site, da livesports088.com (reindirizza a keelalive52.com) a ronaldo7.me (reindirizza a streameasthd.com).
In Italia, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha sanzionato Cloudflare per violazione della legge sulla pirateria audiovisiva, con una multa di 14 milioni di euro. In particolare, era stato chiesto alla Società, in quanto fornitore di servizi della società dell’informazione coinvolto nell’accessibilità di contenuti diffusi illecitamente, di provvedere alla disabilitazione della risoluzione DNS dei nomi di dominio e dell’instradamento del traffico di rete verso gli indirizzi IP segnalati dai titolari dei diritti attraverso la piattaforma Piracy Shield, o comunque di adottare le misure tecnologiche e organizzative necessarie per rendere non fruibili da parte degli utilizzatori finali i contenuti diffusi abusivamente.
Il ricorso al tribunale federale della California
All’inizio di gennaio, la Premier League ha presentato una richiesta formale presso la U.S. District Court for the Central District of California, chiedendo l’emissione di una DMCA subpoena (Digital Millennium Copyright Act). Si tratta di uno strumento legale che consente ai titolari dei diritti d’autore di ottenere informazioni identificative su presunti soggetti responsabili di violazioni del copyright.
Per cercare di costringere Cloudflare a fornire dati utili a identificare gli operatori dei siti pirata, assistita nel procedimento dallo studio legale statunitense Hagan Noll & Boyle, la Premier League ha indicato decine di domini e “access points” coinvolti nella trasmissione non autorizzata di partite di calcio.
Secondo la documentazione depositata in tribunale e diffusa da torrentfreak.com, la a massima serie del campionato inglese di calcio chiede che Cloudflare fornisca:
nomi e cognomi degli intestatari degli account
indirizzi fisici
indirizzi IP
numeri di telefono
indirizzi email
informazioni di pagamento
cronologia e aggiornamenti degli account
La richiesta non si limita quindi ai dati anagrafici di base, ma punta anche a ricostruire eventuali tracce finanziarie, considerate fondamentali per smascherare organizzazioni che operano in modo strutturato e transnazionale.
La subpoena, al momento, non è ancora stata formalmente approvata dal giudice, ma rappresenta un passaggio chiave nella strategia antipirateria della lega inglese.
Anche la Liga spagnola contro Cloudflare
Il presidente de La Liga spagnola Javier Tebas ha dichiarato all’Associated Press che Cloudflare è un’organizzazione “pienamente consapevole” che “una quota significativa della pirateria audiovisiva sportiva si basa sulla sua infrastruttura e, nonostante questa consapevolezza, continua a proteggere e monetizzare tale attività, come riconosciuto dai tribunali di molteplici giurisdizioni”.
Tebas ha affermato che solo in Spagna, oltre il 35% della pirateria dei contenuti della Liga continua a essere distribuita tramite Cloudflare e questo nonostante migliaia di notifiche formali e azioni giudiziarie di controllo e contrasto eseguite nel tempo dai proprietari dei diritti.
Il ruolo della piattaforma: infrastruttura neutrale, ma centrale
Cloudflare non ospita direttamente contenuti pirata, ma fornisce servizi di protezione DDoS, caching e CDN, che hanno l’effetto di mascherare l’infrastruttura di hosting reale dei siti web. Questo rende più difficile per i titolari dei diritti individuare i server e i responsabili delle violazioni.
In caso di segnalazioni formali, Cloudflare può collaborare rivelando l’hosting provider sottostante, ma per ottenere dati più sensibili sugli utenti è necessario un ordine del tribunale, come nel caso della DMCA subpoena richiesta dalla Premier League.
Streaming illegale: come funziona il sistema e quali danni causa all’industria sportiva
Gli atti giudiziari descrivono nel dettaglio il funzionamento tecnico dei siti di streaming pirata, che spesso utilizzano diversi strumenti tra cui catene di reindirizzamento tra più domini (ad esempio da dooball345.com a dooball345s.com fino a dooball345x.com), link CDN univoci, token e session ID temporanei.
Queste tecniche consentono di distribuire flussi live a milioni di utenti in tutto il mondo, rendendo estremamente complessa l’attività di contrasto.
Tra le partite trasmesse illegalmente denunciate dall’associazione britannica figurano incontri di alto profilo come Brentford–Leeds United, Crystal Palace–Manchester City e Nottingham Forest–Tottenham Hotspur.
La Premier League genera miliardi di sterline all’anno dalla vendita dei diritti di trasmissione televisiva, una cifra senza eguali nel panorama calcistico mondiale. La pirateria audiovisiva rappresenta oggi la principale minaccia economica per questo modello di business, più ancora della concorrenza di altri campionati.
Negli ultimi anni, la lega inglese ha promosso ordini di blocco dei siti pirata in diversi Paesi, azioni civili e penali contro operatori di IPTV illegali, collaborazioni con autorità giudiziarie e forze dell’ordine, che in alcuni casi hanno portato a condanne detentive.
L’azione contro Cloudflare si inserisce in questa strategia globale e mira a colpire non solo i siti visibili, ma l’intera filiera tecnica ed economica della pirateria.
Un precedente importante per il diritto d’autore online
Se il tribunale dovesse autorizzare la DMCA subpoena, il caso potrebbe costituire un precedente rilevante per la tutela del copyright nell’era dello streaming. L’accesso a dati di pagamento e cronologie degli account potrebbe infatti aprire la strada a azioni legali più efficaci contro reti organizzate di streaming illegale.
Resta tuttavia l’incognita sull’effettiva qualità dei dati forniti: molti operatori pirata utilizzano identità false o informazioni di copertura. Ma per la Premier League, ogni passo avanti nella tracciabilità rappresenta un vantaggio strategico.
Secondo il Tribunale, Cloudflare ha fornito strumenti che hanno contribuito causalmente alle violazioni dei diritti d’autore. Attraverso i suoi servizi di reverse proxy, open DNS e VPN, i siti pirata sono stati in grado di aggirare i blocchi imposti dall’AGCOM tramite il sistema Piracy Shield.
Cinema, mercato nazionale da 500 milioni di euro nel 2025. Un terzo dell’incasso va ai film italiani
Box office nazionale in crescita, cinema italiano premiato in sala
Il botteghino in Italia torna a lavorare. Secondo i nuovi dati sul cinema italiano illustrati dall’Anica– Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Digitali, il box office nazionale ha incassato quasi 500 milioni di euro (496,5 milioni di euro per l’esattezza) per 68,3 milioni di biglietti venduti durante tutto il 2025.
Il 32,7% del box office è rappresentato da film italiani, cosi come il 33,3% delle presenze in sala, rispettivamente 162,4 milioni di euro e 22,7 milioni di biglietti venduti.
Secondo i nuovi dati Cinetel diffusi oggi: “Si tratta del migliore risultato dal 2016 sia in valore assoluto che percentuale, superiore in termini di quota anche alla media del decennio 2010-2019 (26,2% incassi; 27,1% presenze), raggiunto grazie ad una crescita costante durante l’anno e che superava già il 29% delle presenze totali a metà dicembre, prima dell’uscita in sala dei film delle feste”.
Ricordiamo che molto probabilmente il dato finale è stato raggiunto grazie alla programmazione natalizia di “Buen Camino”, il nuovo film della premiata coppia Checco Zalone e Gennaro Nunziante (alla sesta pellicola assieme).
Zalone ha infatti portato in sala 4,4 milioni di persone, incassando con “Buen Camino” 36 milioni di euro.
Bergonzoni (Mic): “Le sale si confermano presidi culturali fondamentali“
Su questo, la Sen. Lucia Borgonzoni, Sottosegretario di Stato al Ministero della Cultura, ha dichiarato: “Già prima delle uscite natalizie e di questo titolo, il cinema italiano aveva raggiunto il 29% di quota di mercato. Le sale si confermano presidi culturali fondamentali, come dimostra la risposta del pubblico nei mesi estivi, trainato dall’ampia offerta internazionale e dalle iniziative promozionali per il cinema italiano ed europeo. Il confronto internazionale vede l’Italia reggere meglio di altri grandi mercati di riferimento. Il cambiamento nel profilo degli spettatori, con l’innalzamento dell’età media, risente anche della diversa presenza, anno per anno, del prodotto americano, ma anche su questo apriremo un confronto con gli esercenti”.
In effetti le produzioni americane, di solito molto apprezzate dal pubblico italiano, non sono state particolarmente numerose (né di qualità aggiungiamo noi). Se poi ampliamo il confronto con gli altri grandi Paesi europei, il mercato francese è quello maggiormente in flessione, con il 13,6% di presenze in meno rispetto al 2024, mentre negativo è anche il segno del mercato spagnolo (-5%). Stabile quello britannico (+0,9%) e in lieve crescita quello tedesco (+7,3%).
Altra notizia interessante (e non è la prima volta) sul podio dei film più visti in Italia durante il 2025 troviamo sul gradino più alto il già citato “Buen Camino”, seguito da altri due film italiani: “Lilo & Stitch” (€ 22.3mln; 3.1mln di presenze) e “Follemente” (€ 17.9mln; 2.4mln di presenze).
A seguire arrivano le produzioni internazionali, come Avatar: fuoco e cenere” (€ 17.3mln; 1.8mln di presenze) e “Zootropolis 2” (€ 16.6mln; 2.1mln di presenze).
Usai (Anica): “Premiato il prodotto nazionale, ma i film USA fondamentali per colmare il gap pre-pandemia“
“Ben quattro titoli italiani figurano nella top ten nazionale (contro uno in Francia e due in Germania). Ancora più rilevante è che l’Italia è l’unico Paese europeo dove il prodotto nazionale nel 2025 supera per incassi e presenze la media del periodo 2017-2019 (+33% incassi, +18% biglietti). Basti pensare che il film vincitore del Biglietto d’Oro nel 2019 oggi sarebbe settimo. Resta però un gap da colmare rispetto al periodo pre-pandemico, e per farlo sarà decisiva la ripresa del prodotto statunitense: nel 2025 i film US e UK hanno registrato in Italia 27,3 milioni di spettatori in meno rispetto al triennio 2017-2019”, ha sottolineato Alessandro Usai, Presidente di ANICA.
Considerati molto positivi anche i risultati registrati durante la stagione estiva, confermando la domanda di cinema in sala da parte del pubblico nei mesi storicamente considerati più deboli. Nonostante sia inferiore ai numeri del 2024, che grazie ai titoli dello scorso anno avevano permesso al nostro mercato di registrare il miglior trimestre giugno-agosto nella storia del box office, la stagione estiva 2025 ha comunque ottenuto il 12,1% in più d’incassi e lo 0,8% in più di presenze rispetto alla media del triennio 2017-2019.
Dati incoraggianti, frutto di iniziative istituzionali e di settore tese a portare il pubblico in sala a prezzi contenuti, come “Cinema Revolution” e “Cinema in Festa”.
Altri fattori che hanno concorso a questo risultato considerato positivo da Anica sono l’aumento numerico del pubblico più adulto (60+ anni; +26% rispetto al 2024; il primo importante incremento dalla pandemia) e la conferma dell’importanza del pubblico nella fascia tra i 15-24 anni, sempre superiore in termini di ingressi (+9%) alla media del triennio 2017-2019. Quest’ultima fascia rimane anche quest’anno la più importante in termini di biglietti venduti (22% del totale).
Sky acquisisce in esclusiva i diritti del MotoGP per i prossimi due anni
Sky e Dorna Sports, che detiene i diritti commerciali della MotoGP, annunciano un nuovo accordo pluriennale: la MotoGP resta nella Casa dello Sport anche i prossimi due anni.
Sky ha infatti acquisito i diritti di trasmissione per tutti i Gran Premi del FIM MotoGP World Championship fino alla stagione 2027 compresa.
Su Sky e NOW sarà quindi possibile continuare a seguire in diretta tutti i Gran Premi di MotoGP, Moto2 e Moto3, con alcune gare delle tre classi visibili anche in chiaro su TV8.
Andrea Duilio, CEO Sky Italia: “Siamo orgogliosi di annunciare questo nuovo accordo con Dorna e di continuare a portare l’adrenalina delle due ruote nelle case degli appassionati, con l’eccellenza del nostro racconto sportivo e le tecnologie più all’avanguardia. Il Motomondiale è da 11 anni un punto fermo della vasta offerta di motori della nostra Casa dello Sport e lo sarà ancora fino alla fine del 2027. Una conferma di quanto la MotoGP e tutte le classi del Motomondiale siano importanti per Sky, che continuerà a garantire la migliore esperienza di visione possibile”.
Carmelo Ezpeleta, CEO di Dorna Sports, detentrice dei diritti MotoGP: “Sky Sport è un partner fantastico per la MotoGP. Nel 2025, la MotoGP ha registrato un aumento dell’audience media globale, una crescita significativa della sua fanbase globale e nove record di spettatori, quasi metà della stagione. Puntiamo ancora più in alto guardando al futuro. Partner come Sky Sport, che mostrano il meglio di questo sport e portano i tifosi nel cuore dell’azione, svolgono un ruolo chiave per il futuro. Siamo molto felici di vedere lo sport più emozionante del mondo continuare su Sky Sport per altre due stagioni”.
Il canale di riferimento sarà sempre Sky Sport MotoGP, che trasmette questo grande sport da 11 anni, con circa 30 ore live per ogni weekend in pista dedicate a gare, studi, approfondimenti, rubriche e produzioni originali. Già a partire dall’inizio del nuovo anno, con lo Shakedown Test e i primi test ufficiali della MotoGP attesi per fine gennaio a Sepang, il canale 208 continuerà a offrire una copertura editoriale completa e di qualità grazie alla grande squadra di Sky Sport e ai migliori sistemi tecnologici.
Sky si conferma così il punto di riferimento per il motorsport mondiale grazie a un’offerta ricchissima che include il campionato del mondo di Formula 1, Formula 2, Formula 3, Porsche Super Cup, oltre alla NTT IndyCar, F1 Academy, LamborghiniSuper Trofeo e tanto altro ancora. Inoltre, per la stagione 2026, Sky sarà anche official broadcaster dellaDakar, offrendo highlights e aggiornamenti quotidiani di tutte le tappe della competizione.
News in tempo reale, interviste e rubriche anche su Sky Sport 24, sul sito skysport.it, sull’App e sugli account social ufficiali di Sky Sport.
Il Mercato TV in Italia 2025-27. La partita si gioca sull’attenzione
Il mercato nel 2025
Se l’emergenza Covid-19 ha accelerato la trasformazione dell’industria televisiva italiana, con un consolidamento delle tendenze emerse nel periodo post pandemia, gli ultimi due anni (dal 2023 al 2025) sono stati caratterizzati da segnali contraddittori.
Continua infatti la progressiva migrazione della tradizionale tv lineare verso i servizi di video streaming a banda larga, al contempo però non si assiste più all’accelerazione del passato, laddove l’abbandono di abbonati dalla tv a pagamento lineare (cord cutting), in favore di meno costose e attraenti offerte di video streaming (SVOD), aveva costituito il fenomeno più eclatante e innovativo degli ultimi decenni nella storia della televisione italiana.
Il video streaming, infatti, è diventato ormai una componente molto importante del consumo d’intrattenimento degli italiani, e avendo ormai raggiunto la piena maturità, non riesce più a crescere ai tassi registrati nel recente passato.
Da qui, secondo ITMedia Consulting, l’inizio di una fase di transizione verso nuovi modelli di consumo e di business con il mercato che a fine 2025 registrerà un +2,2%, meno della metà dei risultati ottenuti lo scorso anno (+4,6%). La Pay-TV, ormai al termine dell’ampio processo di ricomposizione tra Pay-TV lineare e VOD streaming, crescerà del 2,9%, mentre la pubblicità chiuderà l’anno con un +2,6%.
Figura 1 – Andamento del Mercato TV 2022-2024 (Mln €)
Ancora più rilevante la crescita della pubblicità non lineare / online, dove le trasformazioni del modello di business (ibrido) dello SVOD hanno determinato l’ingresso recente anche in questo mercato dei grandi streamer (Netflix, Disney, Amazon Prime Video, oltre a DAZN presente da più tempo), che hanno fatto decollare le risorse di circa il 30% su base annua.
Il mercato nel 2027
In termini di risorse nei prossimi due anni il mercato sarà sostanzialmente stabile, con un aumento del 2,2%, superando per la prima volta nel 2026 la barriera dei €9 Mld. La pubblicità continua a crescere (+2,2%), grazie all’online che sopperisce al calo del broadcast (generalisti e tematici), anche se meno della Pay-TV (+3,2%).
Sky, MFE e Rai scenderanno per la prima volta sotto i 2/3 del mercato televisivo totale nel 2025, e continueranno a perdere quote nel successivo biennio, con gli Altri Operatori che supereranno il 36% e €3,3 Mld a fine 2027.
L’advertising cresce più della Pay-TV
Gli Altri Operatori crescono meno rapidamente rispetto a pochi anni orsono, ma a un tasso pur sempre rilevante (CAGR +6,5%). Contrariamente al recente passato, è la parte advertising che cresce di più rispetto alla Pay-TV.
Nel periodo 2025-2027, in un contesto di continua trasformazione, la Broadband TV, pur crescendo meno del passato, raggiungerà il 58% delle abitazioni nel 2025, quando sarà presente in più della metà delle famiglie italiane, fino ad arrivare al 64% nel 2027.
Digitale in graduale discesa, più stabile il satellite
Conseguentemente, mentre il digitale terrestre continua la sua sempre più lenta ma graduale discesa, per la piattaforma satellitare, dopo anni di forte flessione, si prospetta un periodo di maggiore stabilità: il limitato incremento del modello gratuito, da attribuire alla piattaforma TivùSat, compensa quasi del tutto il previsto minor calo degli abbonati pay satellitari di Sky.
Pay-TV al 71% delle famiglie nel 2027
In questo scenario, la TV gratuita solo in chiaro continuerà a perdere quote di mercato a vantaggio della Pay-TV, che dopo il sorpasso avvenuto nel 2021, ha raggiunto il 66% nel 2025 e arriverà a oltre il 70% (71%) delle famiglie italiane nel 2027.
All’interno della Pay-TV, ITMedia Consulting prevede che a fine 2025 la BB TV sarà ampiamente la prima piattaforma a pagamento, nell’87% delle famiglie, e nel 2027 sarà utilizzata dall’89% degli utenti a pagamento in Italia.
Penetrazione delle piattaforme in Italia (% su totale abitazioni TV)
In conclusione, dal rapporto di quest’anno emerge come i consumatori italiani oggi guardino la televisione con una maggiore consapevolezza dei diversi modelli di offerta, lineari e non lineari, in un contesto – l’ecosistema digitale – sempre più ampio, complesso e interdipendente.
Ne discende, secondo ITMedia Consulting che una delle chiavi di sviluppo del settore sarà rappresentata proprio da come i broadcaster, che in Italia hanno ancora un ruolo di primo piano nel consumo dei contenuti audiovisivi, affronteranno questa nuova sfida, integrando le proprie strategie con il mondo internet, attraverso lo sviluppo della TV connessa, dei canali FAST e della pubblicità online collegata anche all’ibridazione dei modelli di business, integrando il mondo Internet con il digitale terrestre.
Mercato dei media, in Italia online e piattaforme spingono il valore del settore a 20,4 miliardi pari allo 0,95% del PIL
Agcom fotografa il Sistema integrato delle comunicazioni nel 2023: il valore complessivo del SIC raggiunge i 20,4 miliardi di euro, pari allo 0,95% del PIL. Un dato che conferma il peso economico del comparto media e comunicazioni, ma che soprattutto mette in evidenza una trasformazione ormai strutturale: la centralità crescente del digitale e, in particolare, della pubblicità online.
Nel dettaglio, la raccolta pubblicitaria online vale circa 7 miliardi di euro, pari al 34,7% del totale del SIC, con una crescita annua del 12,2%. Un andamento che amplia ulteriormente il divario rispetto ai mezzi tradizionali, fermi intorno ai 5 miliardi di euro e al 24,6% del totale. La dinamica riflette lo spostamento continuo degli investimenti verso le piattaforme digitali, ormai diventate il fulcro del mercato pubblicitario.
Dal punto di vista degli assetti di mercato, l’Autorità segnala che nel 2023 nessun operatore supera la soglia del 20% dei ricavi complessivi del SIC. I soggetti con una quota almeno pari all’1% restano dodici, come nel 2022, e concentrano insieme il 69,3% delle risorse. La Rai mantiene la prima posizione con una quota del 12,3%, in calo di 0,7 punti percentuali, mentre Alphabet/Google conferma il secondo posto con l’11,8%, in crescita di 0,4 punti, riducendo il divario con il primo operatore. Seguono Fininvest e Comcast/Sky, entrambi sotto il 10% e in lieve flessione.
Prosegue intanto il rafforzamento delle grandi piattaforme online. Meta/Facebook supera l’8,5% delle risorse complessive e sale al quinto posto, mentre Amazon, Netflix e DAZN si collocano nelle posizioni successive con quote rispettivamente del 4,5%, 3,3% e 2,4%. Un segnale chiaro dell’allargamento del perimetro competitivo del SIC, sempre più influenzato dagli operatori globali del digitale e dello streaming.
Guardando alla composizione del SIC per aree di attività, i servizi di media audiovisivi e radiofonici restano la componente principale con quasi 8,9 miliardi di euro e un’incidenza del 43,6% sul totale, in lieve calo rispetto al 2022. All’interno del comparto, i servizi in chiaro mostrano una leggera flessione, legata soprattutto alla riduzione dei fondi pubblici, mentre i servizi a pagamento crescono. La forte espansione della componente online compensa ampiamente il calo del segmento tradizionale.
L’editoria elettronica e la pubblicità online raggiungono complessivamente il 35,9% del SIC, con un aumento di oltre due punti percentuali in un solo anno, trainato quasi interamente dalla pubblicità digitale. Continua invece la contrazione dell’editoria tradizionale, che scende al 14,4% del totale: la riduzione delle entrate del 6,1% riflette una crisi strutturale che coinvolge sia la vendita di copie sia la raccolta pubblicitaria.
Completano il quadro la pubblicità esterna, che cresce a 715 milioni di euro con un’incidenza del 3,5%, e il cinema, che raggiunge i 523 milioni di euro, segnando un balzo del 37,3% grazie alla ripresa del box office. Nel complesso, la fotografia scattata da Agcom conferma un sistema in profonda trasformazione, dove il baricentro economico si sposta sempre più verso il digitale, con implicazioni rilevanti sul piano competitivo, regolatorio e industriale.
Audiovisivo, più di un ragazzo italiano su due compie atti di pirateria. Lo studio FAPAV/Ipsos Doxa
FAPAV/Ipsos Doxa presentano la prima ricerca in Italia sui comportamenti illegali dei giovani nella fruizione di contenuti audiovisivi
Il 56% dei ragazzi italiani compie atti di pirateriaonline perché non ha maturato ancora la percezione che tali comportamenti possono generare, essendo dei veri e propri reati, conseguenze e rischi reali a carattere individuale.
La propensione a compiere questi atti illeciti nellafruizione di contenuti audiovisivi, da parte dei giovanissimi (10-14 anni) e della fascia adolescenziale (15-25 anni), non deriva solo da motivazioni anticonformiste, di ribellione o di trasgressione nei confronti della società, neppure dalla consapevolezza generalizzata che la pirateria danneggia l’industria e l’economia del nostro Paese, con forti ripercussioni occupazionali.
Per capirne a fondo le origini e le motivazioni, FAPAV-Federazione per la Tutela delle Industrie dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali e Ipsos Doxa hanno realizzato la ricerca “Stili di vita dei giovani italiani e pirateria audiovisiva”, realizzato da.
I dati dello studio, unico nel suo genere, sono stati illustrati presso l’Associazione Civita di Roma, attraverso un’analisi quali-quantitativa focalizzata su una forbice di età giovanile molto ampia (dai 10 ai 25 anni), da cui emerge un quadro comportamentale alquanto interessante da parte delle nuove generazioni rispetto alla pirateria audiovisiva.
Federico Bagnoli Rossi, Presidente FAPAV
Bagnoli Rossi (FAPAV): “Uno dei pilastri della lotta alla pirateria è la comunicazione, ne serve di più”
“Siamo molto contenti di questa indagine che, per la prima volta, approfondisce più nel dettaglio, con una nuova metodologia, la fascia di età tra i 10 e i 25 anni. Dai risultati emerge chiaramente la necessità di lavorare in modo ancora più deciso su una narrazione che metta in luce ciò che può accadere piratando un contenuto audiovisivo. La nuova normativa italiana, tra le più evolute a livello europeo, unitamente all’innovativa procedura di AGCOM con il blocco in 30 minuti di tutti i contenuti illeciti, rappresenta certamente una frontiera nuova ed efficace in termini di contrasto. Ma non è sufficiente”, ha dichiarato Federico Bagnoli Rossi, Presidente FAPAV, nei saluti istituzionali.
“Serve maggiore comunicazione e al tempo stesso occorre promuovere campagne di sensibilizzazione e di educazione alla legalità. Per FAPAV uno dei pilastri della lotta alla pirateria è proprio la comunicazione. Ad esempio – ha proseguito Bagnoli Rossi – la nostra campagna “We Are Stories”, arrivata alla terza edizione, racconta le storie dei giovani che hanno realizzato o desiderano realizzare il sogno di lavorare nelle industrie audiovisive, sostenendo che scegliendo la legalità si possono proteggere questi sogni. In sostanza per combattere qualunque forma di pirateria occorre agire su più fronti coinvolgendo sinergicamente Istituzioni, Industrie e Forze dell’Ordine”.
Mollicone: “C’è poca informazione tra i ragazzi sul reato di pirateria”
“I dati raccolti da FAPAV e Ipsos Doxa ci offrono uno spaccato molto chiaro, che richiede la massima attenzione e un’ulteriore riflessione, proprio perché sono dedicati alla platea più importante, cioè quella dei ragazzi e delle ragazze”, ha affermato Federico Mollicone, Presidente VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati.
Il Presidente della VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati, Federico Mollicone, ai nostri microfoni
“Il 56% dei ragazzi italiani non ha ancora sviluppato la piena percezione che gli atti di pirateria sono veri e propri reati e possono avere conseguenze e rischi reali a livello individuale e penale. Sono pochissimi coloro che dichiarano di aver ricevuto informazioni chiare e specifiche sui rischi della pirateria audiovisiva, sia a scuola, che in famiglia. Per cui, numeri come questi mostrano in modo inequivocabile che la battaglia si vince prima di tutto sul fronte della consapevolezza, della sensibilizzazione e dell’educazione, non si tratta solo di reprimere. Per questo sono importanti la prevenzione e la sensibilizzazione, ma anche formare cittadini consapevoli del valore del lavoro altrui”, ha aggiunto Mollicone.
“Ho chiesto alla Presidenza del Consiglio di estendere anche all’editoria la protezione offerta dalla legge antipirateria, che ha più di 800 milioni di danni all’anno a causa degli atti di pirateria. Dobbiamo portare il concetto di legalità e di rispetto del diritto d’autore anche tra i giovanissimi, soprattutto oggi che ormai è assolutamente prassi per tutti, compresi i ragazzi, di vedere contenuti alterati e creati dalla intelligenza artificiale, perché non siamo luddisti digitali, non pensiamo che l’innovazione non vada utilizzata, sarebbe antistorico, ma è certo che va governata”, ha precisato Mollicone.
Durante la mattinata sono stati anche annunciati i Premi FAPAV/ACE (Alliance for Creativity and Entertainment), assegnati al Nucleo Speciale Beni e Servizi della Guardia di Finanza e alla Polizia Postale per il significativo impegno profuso sul piano professionale, sociale e culturale a tutela e a sostegno del Diritto d’Autore, della Proprietà Intellettuale e della creatività.
A consegnare i Premi al Colonnello Fabio Marco Vetrano, Comandante del Gruppo Radiodiffusione ed Editoria della Guardia di Finanza, e a Luigi Rinella, Direttore Centrale per la Polizia Scientifica e la Sicurezza Cibernetica, il Presidente FAPAV, Federico Bagnoli Rossi, e Larissa Knapp, Executive Vice President & Chief Content Protection Officer MPA.
Da sinistra Federico Bagnoli Rossi (FAPAV), il Colonnello Fabio Marco Vetrano (Guardia di Finanza) e Larissa Knapp (MPA)Al centro riceve il Premio Ivano Gabrielli (Polizia Postale)
“Condividiamo un metodo, quello dell’analisi dei fenomeni complessi che vanno compresi prima ancora di trovare azioni e strumenti efficaci per risolvere i problemi, assieme ad istituzioni, associazioni e mondo della cultura. Il tema che affrontiamo oggi si è incrociato con un lavoro che abbiamo portato avanti e che ha sempre al centro i giovani. Con cui bisogna parlare per capire la loro condizione emotiva, per comprendere come cultura, partecipazione sociale e attività educative possono favorire il benessere dei nostri ragazzi. Gli effetti della pandemia hanno determinato contraccolpi non ancora indagati a fondo, compresa l’innovazione tecnologica così rapida e repentina con cui sono venuti rapidamente a contatto, occasione di conoscenza, ma anche causa di isolamento e fragilità emotiva. Esiste una difficoltà oggettiva di distinguere reale e fittizio. La pirateria si inserisce proprio qui. Nel nostro studio, l’audiovisivo è l’attività che i ragazzi fanno più volentieri e si avvicina ad un modello culturale più diretto e percepito come libero nella scelta. Le ricette sono sempre le stesse: da parte dei giovani c’è la necessità di conoscere, approfondire, di avere accanto adulti credibili che li ascoltino e li educhino al fallimento e alla crisi, la necessità di occuparsi della salute mentale e del benessere fisico ed emotivo. La ricetta più importante è un approccio corale ed integrato tra stakeholders, con la voglia di capire e creare proposte, partendo dal basso e operatori di settore e istituzioni che sono pronti e preparati. La sfida è globale e questa è la strada per risolvere problemi e guardare con fiducia al futuro”, ha detto Simonetta Giordani, Segretario Generale CIVITA.
Knapp (MPA): “L’educazione è alla base di qualsiasi strategia di protezione dei contenuti”
“Le attività educational sono lo strumento più potente a lungo termine che abbiamo per plasmare abitudini digitali responsabili e rafforzare il rispetto per la creatività. L’Italia è un leader globale in questo ambito, dal quadro pionieristico di blocco dei siti dell’AGCOM all’eccezionale lavoro della Polizia Postale e della Guardia di Finanza nello smantellamento di sofisticate reti di pirateria. La MPA e l’ACE sono orgogliose di affiancare la FAPAV e questi partner, e non vediamo l’ora di ampliare la nostra collaborazione per proteggere l’economia creativa e salvaguardare i consumatori in un mondo digitale sempre più complesso. Oggi presentiamo per la prima volta uno studio dedicato a una fascia d’età storicamente associata a tassi elevati di pirateria, ma che finalmente viene analizzata sulla base di dati concreti e di un’analisi approfondita delle motivazioni. I giovani sono al centro del futuro dell’ecosistema creativo e proprio per questo il focus di questo rapporto è tanto attuale quanto essenziale. La vera sfida è garantire l’accesso ai contenuti, proteggerli e allo stesso tempo favorire l’innovazione. Viviamo in un contesto in cui infrangere la legge è diventato normale, quasi quanto scorrere un feed su Instagram. Per milioni di giovani, in Italia come negli Stati Uniti, questo scenario è già realtà. La pirateria non è più un’attività nascosta: è a portata di clic, è un’abitudine e, sempre più spesso, una norma culturale”, ha spiegato nel Keynote SpeechLarissa Knapp, Executive Vice President & Chief Content Protection Officer, MPA.
Da sinistra Federico Bagnoli Rossi della FAPAV, al centro Larissa Knapp, Executive Vice President & Chief Content Protection Officer MPA
“Ma dietro quel clic non c’è solo contenuto gratuito. Ci sono malware, furti di identità e reti di criminalità organizzata che traggono profitto da queste scelte. I dati mostrano che quasi due terzi dei giovani italiani tra i 15 e i 25 anni utilizzano fonti pirata per accedere a film, serie televisive e contenuti sportivi. L’Italia non è un’eccezione, ma è proprio su questo contesto che abbiamo deciso di concentrare la nostra analisi. Oggi l’intrattenimento non è solo consumo di contenuti, ma identità e senso di appartenenza, e in questo scenario la pirateria viene spesso percepita come qualcosa di normale. A spingerla contribuiscono diversi fattori: i costi elevati, la frammentazione delle piattaforme e l’influenza del gruppo dei pari. Se “lo fanno tutti”, allora sembra accettabile farlo anche per sé. Ma si tratta di una percezione sbagliata. Il 57% delle applicazioni pirata contiene malware, con danni economici rilevanti e profitti che alimentano fenomeni come il riciclaggio di denaro e, in alcuni casi, il finanziamento del terrorismo. Nonostante questi rischi, giovani e adulti tendono a sottovalutarli. Le conseguenze legali appaiono lontane, le minacce informatiche astratte, soprattutto perché la pirateria avviene spesso in un contesto domestico percepito come sicuro. Per questo l’educazione è il pilastro fondamentale di qualsiasi strategia di protezione dei contenuti. Molti comportamenti illegali nascono da una scarsa consapevolezza, ed è quindi essenziale intervenire presto per formare una cultura digitale che rispetti la creatività. Le campagne attuali, tuttavia, spesso non funzionano perché non parlano il linguaggio dei giovani”, ha suggerito Knapp.
Spadaccini (Ipsos Doxa): “Tra i giovani italiani permane una diffusa inconsapevolezza dell’impatto della pirateria”
“Cosa spinge i giovani italiani a ricorrere a canali illeciti per fruire di contenuti audiovisivi? Quali leve sfruttare per diminuire un fenomeno che coinvolge complessivamente il 56% dei ragazzi dai 10 ai 25 anni? Sono state fatte 600 interviste online, tra ragazzi in età compresa tra 10 e 25 anni, ma anche ad adolescenti e preadolescenti, tra i 10 e 14 anni, per capire meglio il peso e l’incidenza di questi specifici comportamenti illegali”, ha detto Lucia Spadaccini, Direttore Ipsos Doxa.
Lucia Spadaccini, Direttore Ipsos Doxa
“Il dato principale è quello del 2024 e abbiamo registrato un 56% di giovani che ha avuto, almeno una volta, l’occasione di entrare in contatto con contenuti piratati: il 40% tra i 10-14ennni, il 63% tra i 15-25enni. I giovanissimi preferiscono guardare Youtube e intrattenersi con il gaming, guardare serie in streaming e ascoltare musica online, nonché navigare sui social. I pirati qui appaiono diversi, perché fanno cose più simili agli adulti. A livello di contenuti sportivi il calcio è il più seguito, ma anche tennis e Formula Uno, qui il popolo giovanile è più omogeneo. Lo sport e il cinema attraggono maggiormente i giovani, perché rappresentano un elemento chiave per la loro crescita, emotiva, culturale e sociale. La pirateria cosa rappresenta per i più giovani? Vedere film serie e sport live è considerato trasgressivo solo dal 32% dei giovani. Peggio è considerato rubare in un negozio, camminare nudi per strada, ma molto meno piratare. La normalizzazione socio-culturale dell’atto di piratare è vissuta come un atto passabile, “lo fanno tutti, quindi non può essere così grave”. C’è poi l’oggettiva percezione del danno e del rischio, poi c’è il tema del relativismo morale, la violenza della società in cui viviamo tende a rimodulare la scala della gravità morale di certe azioni. Il contesto in cui si muove il fenomeno illegale è caratterizzato da numerose barriere nel tempo abbattute. Commettere un furto online assume connotazioni ben distinte rispetto ad un atto fisico, con la percezione che si può sfuggire facilmente alla sanzione. C’ è poi la progressione tecnico digitale, chi sta al passo con la velocità dell’innovazione è motivo di ammirazione. C’è poi la frammentazione dell’offerta, con il boom delle piattaforme si vede un tentativo di sfruttamento economico da parte delle imprese del settore. C’è infine la giustificazione della difficoltà di distinguere online tra lecito e illecito”, ha sottolineato Spadaccini.
“Tra le motivazioni date dai ragazzi (età 10-14 anni) troviamo: il risparmio (33%), “io pirato perché lo fanno tutti” (31%), “perché è giusto così” (31%). Tra chi ha 15-25 anni: per il 41% è giusto piratare, sia a livello economico, sia personale, anche perché c’è l’idea che si tratta di grandi aziende che fanno enormi fatturati, quindi la pirateria non è un gran danno; nel 39% dei casi si fa per emergere nel gruppo; nel 33% per risparmiare. Si tratta di una generazione che si affaccia alla pirateria come un atto di rivendicazione, di ribellione al sistema, che è percepito come insieme di lobby al lavoro. Hanno l’idea di vivere in un sistema che ha difficoltà a sanzionare e comunque non conoscono bene le pene. C’è l’assenza di vittime visibili di ogni atto di pirateria, non si vede il danno, quindi non se ne comprende la gravità. A lo sesso modo, l’impatto sull’occupazione non si vede, mentre è forte la normalizzazione cultural dell’atto di piratare, perché lo fanno in tanti anche in famiglia. A livello di rischi personali, il 40% dei 10-14enni ritiene che le minacce informatiche siano meno gravi di quel che si dice. I 15-25enni invece dichiarano di aver subito attacchi informatici nel 62% dei casi. Pochi sono i giovani informati – ha detto la Direttrice Ipsos Doxa – solo un terzo tra i più grandi si sente informato su tali rischi, soprattutto in famiglia e a scuola tra i giovanissimi. È interessante il 41% di non informati che invece vorrebbe sapere di più sul tema, quindi c’è spazio per comunicare e sensibilizzare, soprattutto sui rischi informatici, le multe e le sanzioni possibili. I giovani inoltre vogliono esempi concreti, vogliono vedere casi chiari di cosa può accadere se si compiono atti di pirateria. Vogliono capire cosa accade dietro le quinte di un film, una serie e un evento sportivo. Cercano testimonial credibili e famosi, anche tra gli ex-pirati, vogliono essere coinvolti, dalla scuola ai social, fino ai contest in ambiti sportivi. Se le conseguenze sono lontane dal proprio vissuto, o considerate improbabili, manca una narrazione collettiva e mass mediatica. Bisogna parlarne a scuola e in famiglia anche da piccoli, dopo tutti devono collaborare, anche le Istituzioni, le associazioni di settore e il mondo dele imprese, per sensibilizzare sul tema e contrastare in maniera credibile il fenomeno criminale”.
“Lo studio presentato da Fapav e Ipsos dimostra, ancora una volta, come i giovani tra i 10 e i 25 anni non abbiano sufficiente consapevolezza della gravità e dell’illegalità dei comportamenti legati alla pirateria informatica e del danno che creano al paese e al loro stesso futuro. È infatti particolarmente significativo che oltre il 60% di loro ammette di aver subito a propria volta attacchi informatici. La lotta alla pirateria non può essere risolta solo attraverso misure sanzionatorie, ma passa necessariamente attraverso un percorso di crescita educativa e culturale di cui dovrebbero farsi maggior carico le famiglie, la scuola e le istituzioni per formare una coscienza civica e digitale nelle nuove generazioni“, ha affermato l’amministratore delegato della Lega Calcio Serie A, Luigi De Siervo, commentando i risultati dell’indagine promossa da Fapav-Ipsos Doxa.
Chi c’è dietro la pirateria? Il panel con le imprese, le associazioni e le Forze dell’Ordine
È poi seguito il panel di interventi con le imprese, le Forze dell’Ordine e le associazioni di settore, moderato dal giornalista Il Sole 24 Ore, Andrea Biondi.
“Noi siamo particolarmente esposti alla pirateria. Il consumo delle opere audiovisive e cinematografiche avviene lungo una catena di finestre di sfruttamento, i nostri prodotti sono costosi, in particolare quello cinematografico, il ritorno sull’investimento, a differenza di alcuni eventi sportivi e della tv lineare che si concentrano sul live, avviene in mesi. Per noi è importante proteggere il contenuto non in un momento specifico, ma nell’arco di mesi, dove ogni finestra rappresenta occasione di ricavo per le imprese del settore. Grazie a Cinetel, che ci dice come vanno tutti i film in cartellone, sappiamo che l’anno scorso l’aumento della propensione di andare al cinema era più elevato tra i giovani, gli stessi che hanno maggiore propensione a piratare. Non è un dato contraddittorio, perché la correlazione tra l’illegalità e la legalità, soprattutto via streaming, è alta. C’è una fascia di popolazione appassionata di film e serie, che consuma questi contenuti in ogni modo. L’educazione e la scuola sono fondamentali, ma dobbiamo anche essere consapevoli che modelli comportamentali dannosi vanno sanzionati per ridurne gli effetti sull’industria audiovisiva, sulle sue imprese e quindi sui lavoratori del settore. Capire chi c’è dietro la pirateria è un primo passo in avanti per cambiare il comportamento dei giovani. Le mafie che esercitano violenza sulla popolazione, nella vita reale, sono le stesse che creano i sistemi di pirateria audiovisiva a cui si rivolgono questi giovani e sarebbe il caso che qualcuno glielo spiegasse bene”, ha dichiarato Alessandro Usai, Presidente di ANICA.
“Diciamo ai più giovani che questo settore potrebbe essere il loro futuro, il loro mondo lavorativo. Piratare significa distruggere anche delle opportunità future, auto-precludersi delle strade di crescita formativa e professionale. Un film inoltre è anche una testimonianza storica, un’opera che racconta storie di vita e pezzi di memoria collettiva. Tutelare un film è proteggere ricordi che vanno condivisi con tutti. Condividere un film significa condividere emozioni. La pirateria rovina tutto questo”, ha affermato Luciana Migliavacca, Presidente UNIVIDEO.
“Internet è un’opportunità immensa per muoversi in questo mondo, in maniera rapida e capillare. Qui si sviluppano un gran numero di attività lecite, ma anche illecite. Anche gli investigatori si sono adeguati, oggi sono operatori specializzati che intervengono in questo mondo sempre più liquido e multistrato. La nostra azione di contrasto si esplicita durante eventi dal vivo e trasmissioni di contenuti audiovideo streaming, intervenendo in tempi rapidissimi. Ma non solo, identifichiamo anche negozi fisici che fungono da base operativa per la pirateria online. Seguendo il denaro, tra cui le criptovalute, si identifica più facilmente il pirata. Serve una cooperazione internazionale, poter lavorare in maniera sinergica per un contrasto efficace di questi fenomeni. Si aggrediscono questi sodalizi criminali soprattutto colpendo il profitto accumulato, togliendogli la possibilità di arricchirsi a danno del settore audiovisivo. L’elenco degli utenti che viene acquisito tramite indagine è decifrato in dati anagrafici e divulgato ai reparti sul territorio, che poi vanno presso l’utente per condurlo in caserma e per presentargli il conto delle proprie azioni. Spesso sono ragazzi, che vengono accompagnati dai genitori, che poi devono dare conto delle proprie azioni e in quel caso comprendono la gravita dell’atto di pirateria. C’è l’esigenza di una maggiore collaborazione tra Paesi a livello internazionale, perché dall’estero vengono divulgati nel nostro Paese un gran numero di contenuti senza autorizzazione. Si tratta di contenere un segnale che parte da lontano e attraversa intere nazioni”, ha sostenuto Crescenzo Sciaraffa, Comandante Nucleo Speciale Beni e Servizi Guardia di Finanza.
“Parliamo di fenomeni che hanno un elevato livello di criminalità, strutturate a organizzata, quindi transnazionale. Abbiamo di fronte organizzazioni in grado di muovere capitali, costruire infrastrutture illecite a livello internazionale. Le operazioni “Perfect Storm”, “Gotha” e “Gotha 2”, rappresentano casi di successo in cui le forze dell’ordine globali hanno aggredito capitale illecito mosso a livello internazionale, frutti di attività è in grado di piratare contenuti audiovisivi, arrivando fino a casa degli utenti, per permettere di vedere film e serie, offerti sotto il falso profilo della gratuità, o a prezzo basso. La vera domanda è, ma come fanno? Come si muovono? Dove prendono le risorse per offrire tutto questo? La risposta è che queste organizzazioni sono le stesse che fanno profitti sul traffico di droga, la prostituzione, sulla vendita di armi e anche sul controllo violento del territorio. Bisogna avere la giusta percezione di chi c’è dietro ad un app o un sito che offre gratuitamente un film, una serie o una partita. Aprire la propria casa, con una connessione internet, a queste organizzazioni, significa fornirgli accesso ai dati personali, alle nostre informazioni sensibili, ai nostri conti correnti online. Piratando si contribuisce ad una filiera criminale senza confini e dalle enormi possibilità economiche. Fondamentale è anche cambiare il linguaggio. Pirateria, pezzotto, sono termini che vengono dai romanzi, dal mondo dell’immaginazione, che fa sembrare queste persone meno pericolose di quello che sono. Chiamiamole per quello che sono: organizzazioni criminali, violente e mafiose”, ha spiegato Ivano Gabrielli, Direttore Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica.
All’inizio qualcuno ha creduto che internet fosse gratis e oggi abbiamo l’AI, il percorso culturale mancato verso legalità online
“Storicamente il comitato ha sempre spinto per avere norme di legge più avanzate possibili. Negli ultimi 20 anni, l’Italia ha rappresentato sempre una best practice, grazie all’Agcom, a leggi all’avanguardia, a strumenti estremamente efficienti, come il Piracy Shield. Crediamo molto nell’aspetto comunicativo, nella sensibilizzazione dei più giovani alla legalità. Bisogna ricordarsi che all’inizio di tutto questo c’è un’idea sbagliata, che internet è gratuito e tutto quello che vi gira sopra è accessibile senza pagare. Il problema non è solo legato alle generazioni più giovani, ma anche ai loro famigliari, che per primi non comprendono la gravità della pirateria online. L’educazione civica oggi si fa a colpi di campagne comunicative. Se è vero che il danno economico è enorme, bisogna agire. Oggi c’è la pirateria, domani avremo anche l’AI. Forse, tra bastonate in aula e forme di altro convincimento, i giganti della tecnologia potrebbero iniziare a fare accordi con chi sviluppa contenuti, vedi l’accordo tra Disney e OpenAI. Così si svuota il polmone della pirateria online e si gonfia quello della legalità. Le grandi aziende tecnologiche potrebbero dare una grande mano in questa battaglia. Sono 65 i contenziosi aperti su questo. Vanno convinti che la strada giusta sia quella della legalità”, ha detto Paolo Marzano, Componente Comitato Consultivo permanente per il Diritto d’Autore (Mic) e docente LUISS.
“La pirateria non si sconfigge totalmente, ma si possono contenere maggiormente i danni. Venti anni fa abbiamo iniziato a sostenere che la violazione del diritto d’autore partiva dall’upload di contenuti protetti su piattaforme popolari come Youtube. Da li siamo arrivati ad avere una giurisprudenza che ci ha spiegato che queste piattaforme non erano irrilevanti in questo fenomeno, ma diffondevano contenuti illegalmente perché senza consenso. La protezione del diritto d’autore oggi è implementata sia a livello tecnologico, sia normativo e oggi su Youtube le cose vanno molto meglio. Le condanne al risarcimento e le pene da infliggere sono due temi chiave, chi ruba va punito, sia offline sia online. Il 90% della pirateria da noi monitorata passa da Cloudflare. Siamo riusciti ad ottenere che le partite di calcio piratate siano oscurate in meno di 30 minuti. Le battaglie sono tante e continue e si va avanti ad erodere sempre più lo spazio d’azione dei pirati. L’assalto alla diligenza della creatività adesso arriva con l’AI. L’AI non è il male, ma è uno strumento che se mal utilizzo diventa una grande minaccia per l’industria dei contenuti e per il diritto d’autore. Nel mentre che si lottava per l’articolo 17 per le piattaforme di condivisione, l’articolo 4 diceva che l’AI poteva usare un’opera protetta se nessuno si opponeva in maniera manifesta. La legge oggi dice che si tratta però di un’eccezione, i dati di terzi non possono essere sfruttati senza consenso e la legge italiana ci viene in aiuto. Non si può usare tutto gratis e le piattaforme che vogliono procedere in questo modo non accettano accordi di nessun tipo. Per questo purtroppo dobbiamo seguire la strada dei contenziosi e abbiamo fatto causa a Perplexity. L’AI deve essere uno strumento creativo, non per compiere reati”, ha detto Stefano Longhini, Direttore Gestione Enti Collettivi, Protezione Diritto d’Autore e Contenzioso MEDIASET.
“Rispettiamo la creatività” è un progetto che portiamo avanti da 15 anni. Portare una campagna nelle scuole è difficile, ma insieme si è riusciti a proporre un progetto credibile. Sullo stesso tavolo sono confluite le principali organizzazioni di difesa del diritto d’autore, che tutte assieme partecipano a questa campagna. Abbiamo scelto un taglio educativo, più che punitivo. Son due lati che devono coesistere, ma bisogna prima dare consapevolezza sulle conseguenze che arrivano dall’accedere a piattaforme pirata. La legalità parte dall’esperienza diretta legata al diritto d’autore e ai lavori da esso protetti. Molti giovani hanno acquisito competenze sul campo, hanno dato spazio ai propri talenti, anche nella creazione di film e opere audiovisive di altra natura. Hanno compreso così quanto lavoro e qualità c’è dietro le quinte di un contenuto audiovisivo. È un lavoro lungo, ma dobbiamo favorire la crescita di consapevolezza nei ragazzi, investendo su di loro. Solo così si riesce a comprendere davvero che cos’è un film e perché bisogna difenderlo dalla pirateria”, ha detto Simona Frassone, Presidente Scuolattiva Onlus.
Da sinistra Federico Bagnoli Rossi (FAPAV) e Nicola Maccanico (Associazione CIVITA)
“Noi, come Associazione Civita, abbiamo rilevato come per voi giovani il rapporto con i contenuti audiovisivi e con il mondo dei media sia, prima di tutto, una relazione emotiva. È una relazione che riguarda il tempo libero, ma che può diventare anche parte delle vostre ambizioni professionali. Proprio per questo è fondamentale che vi sentiate coinvolti in questo mondo, perché il coinvolgimento contribuisce direttamente al vostro benessere. Se portiamo questo ragionamento sul terreno della pirateria, credo emerga con chiarezza ciò che risulta anche dalla ricerca Ipsos, come sempre realizzata in modo particolarmente accurato. La ricerca ci dice in maniera inequivocabile che esistono due livelli distinti: la percezione della pirateria e le ragioni per cui i giovani piratano. Le motivazioni emerse sono note e ricorrenti: è normale, lo fanno tutti; non ci sono vittime visibili; la soglia morale si abbassa; di fronte a tragedie come Gaza o l’Ucraina, vedere un film piratato sembra irrilevante; il tema delle opportunità lavorative è percepito come lontano; e infine c’è un elemento molto interessante, quello della lobby, cioè l’idea di un sistema di potere economico rappresentato dal cinema e dallo sport. Onestamente, se osserviamo certi dibattiti sul mondo dei media e dell’audiovisivo, a volte siamo noi stessi a raccontarci come una lobby. Questo è il pensiero dei ragazzi. Ed è quasi inevitabile che questa percezione produca un impatto sulla loro sensibilità. C’è poi un ultimo punto, apparentemente banale ma decisivo: “Non conosco nessuno che abbia piratato e abbia avuto problemi”. Tutto questo è vero. Tutto questo è reale. Ed è la fotografia perfetta del perché la pirateria sia un nemico estremamente complesso e per questo insidioso. Nel confronto con i relatori sono emerse, in sintesi, due direzioni di intervento: da un lato l’educazione, dall’altro la repressione, intesa come sanzione, deterrenza, creazione di un meccanismo di preoccupazione rispetto all’attività illegale. Alla domanda posta ai giovani – “Come si risolve il problema della pirateria?” – le risposte convincono meno, non perché la ricerca sia carente, ma perché è naturale che i giovani non dicano: “Puniteci” o “Venite a prenderci a casa”. Dicono però anche: “Bisogna comunicare meglio, usare testimonial, spiegare di più”. Tutto vero. Ma tutto, in qualche modo, già fatto. E quindi, pur essendo un aspetto da non sottovalutare – e la FAPAV in questi anni lo ha fatto meglio di chiunque altro – non può essere considerato la soluzione definitiva. Durante il confronto è però emerso un principio molto più profondo: un’idea di educazione diversa, che non faccia eccessivo affidamento sull’altruismo. Non basta dire: “Non pirato perché qualcuno perde il lavoro”. È un messaggio giusto, ma lungo, astratto, difficile da interiorizzare. Molto più forti sono invece i valori familiari, l’esempio quotidiano. Come ricordava Paolo Marzano, i quarantenni di oggi piratavano, compravano cassette. Se oggi trasmettessero un messaggio diverso in famiglia, questo ha un valore enorme nella relazione con i bambini. E soprattutto conta la comunicazione del pericolo reale. Perché, come ricordava Alessandro Usai, qui non abbiamo a che fare con un ragazzo che arrotonda: abbiamo a che fare con strutture criminali organizzate, con mafia e camorra. L’elemento educativo, secondo me, è quello che può avere il maggiore impatto reale”, ha dichiarato nelle conclusioni Nicola Maccanico, Vicepresidente CIVITA.