Disney investe 1 miliardo di dollari in OpenAI, 200 personaggi animati per alimentare Sora

Accordo storico tra Walt Disney Company e OpenAI sull’AI

The Walt Disney Company segna una svolta nel panorama dei media e delle tecnologie digitali, annunciando un accordo di licenza triennale e un significativo investimento in OpenAI di un miliardo di euro.

Disney diventa così il primo grande partner di licenza per i contenuti sulla piattaforma di generazione video tramite intelligenza artificiale, Sora, e per ChatGPT Images.

L’intesa è di vasta portata e trasforma Disney, precedentemente in prima linea in battaglie legali per la protezione del proprio copyright contro l’uso non autorizzato di AI, in un partner strategico di OpenAI.

I punti chiave dell’accordo

A partire dall’inizio del 2026, gli utenti di Sora e ChatGPT Images potranno generare video e immagini con oltre 200 personaggi animati, creature, costumi, oggetti di scena, veicoli e ambienti iconici tratti dagli universi Disney, Marvel, Pixar e Star Wars.

L’accordo esclude esplicitamente l’utilizzo delle voci o delle sembianze di attori e talenti reali, un elemento cruciale per la tutela dei diritti degli artisti.

Disney effettuerà un investimento azionario di 1 miliardo di dollari in OpenAI e riceverà warrant per l’acquisto di ulteriore capitale, cementando la partnership. Diventerà anche un importante cliente di OpenAI, utilizzando le sue API per sviluppare nuovi prodotti ed esperienze, anche per la piattaforma streaming Disney+, e implementando il chatbot ChatGPT per i propri dipendenti.

Selezioni curate di video generati dagli utenti su Sora saranno rese disponibili per la visione su Disney+, e la collaborazione tra le due aziende mira a creare nuove esperienze interattive per gli abbonati.

Rispettando e proteggendo i creatori e le loro opere

Il rapido avanzamento dell’intelligenza artificiale segna un momento importante per la nostra industria, e attraverso questa collaborazione con OpenAI estenderemo in modo ponderato e responsabile la portata della nostra narrazione attraverso l’AI generativa, rispettando e proteggendo i creatori e le loro opere”, ha commentato in nota ufficiale Robert A. Iger, CEO di The Walt Disney Company.

Questo accordo dimostra come le aziende AI e i leader creativi possano lavorare insieme in modo responsabile – ha sottolineato Sam Altman, co-fondatore e CEO di OpenAI – per promuovere l’innovazione a beneficio della società, rispettare l’importanza della creatività e aiutare le opere a raggiungere nuovi vasti pubblici”.

Implicazioni per l’industria media e l’AI

Questo accordo potrebbe rappresentare un cambio di paradigma nel rapporto tra i grandi studios di Hollywood e l’AI generativa. Giusto ad ottobre la Motion Picture Association (MPA) invitava OpenAI ad adottare “misure immediate e decisive” per impedire la violazione del copyright su Sora.

In un momento in cui l’industria è alle prese con le sfide del copyright nell’era dell’AI (Disney stessa ha recentemente intrapreso azioni legali contro altri generatori di immagini AI), la partnership con OpenAI sancisce la volontà dello storico studio di animazione di Burbank (che ha compiuto da poco 100 anni) di integrare la tecnologia, non di respingerla, ma di farlo in modo regolamentato e a pagamento.

Questo modello di licenza ufficiale offre un potenziale percorso per trasformare la proprietà intellettuale da fonte di contenzioso a nuova fonte di ricavo nell’economia dell’AI.

Le aziende hanno infatti annunciato un impegno congiunto per un uso responsabile dell’AI che protegga la sicurezza degli utenti e i diritti dei creatori, mantenendo “robusti controlli” per prevenire la generazione di contenuti illegali o dannosi.

L’alleanza tra il colosso dell’intrattenimento e il pioniere dell’AI generativa non è solo una notizia finanziaria rilevante, visto anche l’importo dell’investimento, ma un segnale che il futuro della creazione di contenuti personalizzati e fan-inspired passerebbe (il condizionale è ancora d’obbligo) inevitabilmente attraverso l’intelligenza artificiale, purché si stabiliscano regole chiare e si tutelino i diritti dei creatori.

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Corte Ue diritti umani condanna Italia per mancate frequenze tv a Europa Way

La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per aver violato il diritto alla libertà d’espressione di Europa Way, una società che opera nel settore delle trasmissioni televisive, nel momento in cui ha annullato una procedura di gara per l’assegnazione delle frequenze per il digitale terrestre, stabilita dall’autorità di regolamentazione competente, l’Agcom.

I fatti risalgono al 2011 e 2012

I fatti risalgono 2011 e 2012, gli anni in cui in Italia si passava dalla televisione analogica a quella digitale terrestre. Nel 2010 l’Agcom ha stabilito le regole per l’assegnazione gratuita delle frequenze digitali terrestri. Europa Way ha partecipato alla gara d’appalto indetta nel luglio 2011, concorrendo per una delle frequenze riservate ai nuovi operatori e a quelli piccoli.

La procedura di gara è stata tuttavia sospesa con decreto ministeriale nel gennaio 2012, e poi annullata da una nuova legge entrata in vigore nel marzo 2012 e sostituita con una procedura di selezione a pagamento nel 2013. L’azienda ha impugnato senza successo queste misure davanti ai tribunali italiani.

Leso diritto di espressione

Nel ricorso alla Cedu Europa Way ha sostenuto che la sospensione e l’annullamento della procedura di gara originaria hanno leso in modo illegittimo il suo diritto di diffondere informazioni e idee, e quindi la sua libertà d’espressione, diritto protetto dall’articolo 10 della convenzione europea dei diritti umani. I giudici di Strasburgo hanno dato ragione a Europa Way, evidenziando che in Italia non c’erano “garanzie giuridiche adeguate per l’assegnazione delle frequenze per la trasmissione televisiva digitale”.

Con la sentenza che diverrà definitiva, se le parti non domanderanno e otterranno un nuovo esame del caso, la Cedu ha stabilito che lo Stato deve pagare a Europa Way 113.828 euro a titolo di risarcimento del danno patrimoniale, 12mila per risarcire il danno morale e 35mila per i costi legali che ha sostenuto. 

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Tassa etica, che cos’è e a quali siti si applica

La tassa etica del 25% sul materiale pornografico

I contenuti per adulti, o video porno, sono a tutti gli effetti opere audiovisive o multimediali “sensibili” secondo la classificazione ATECO. Certo, non le trovi ovunque, le devi cercare e soprattutto sono confinate in determinati siti, a cui, appunto, vi può accedere chi ha raggiunto la maggiore età (posto che davvero funzioni il sistema di verifica dell’età).
Non essendo considerati contenuti editoriali ai fini fiscali in Italia, in quanto creatori di contenuti, coloro che producono e pubblicano questi video, per la legge italiana e per il fisco, devono pagare quella che è stata definita tassa etica.

L’Agenzia delle Entrate ha recentemente risposto ad un interpello presentato dalla società Fiscozen, che chiedeva chiarimenti sull’applicazione al forfettario della tassa etica e sui criteri di calcolo, stabilendo che l’applicazione di questa tassa è da valutarsi “caso per caso”.

La “tassa etica“, nota anche come “porno-tax“, è un’addizionale del 25% sulle imposte sul reddito introdotta dalla legge finanziaria 2006 (art. 1, comma 466, L. 266/2005) e applicata ai ricavi derivanti dalla produzione, distribuzione, vendita o rappresentazione di materiale pornografico, contenuti che incitano alla violenza o trasmissioni che sollecitano la credulità popolare, come cartomanzia.

Il D.P.C.M. del 13 marzo 2009 definisce il materiale pornografico come giornali, opere teatrali, letterarie, cinematografiche, audiovisive o multimediali – inclusi supporti informatici o telematici – contenenti immagini o scene di atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti.

La creator economy di OnlyFans, Fansly, Patreon & Co.

Questa norma colpisce piattaforme online come OnlyFans, Fansly o Patreon, dove creator producono contenuti erotici espliciti, obbligandoli a versare l’addizionale sui ricavi correlati.

Secondo il Rapporto I-Com 2024, con 37.700 creator attivi e una media di 82 influencer ogni 100.000 abitanti, l’Italia si classifica al terzo posto nella “creator economy” europea, preceduta da Spagna e Regno Unito.
Un creator con almeno 10.000 follower può anche arrivare a generare un reddito annuo medio di oltre 84.000 euro l’anno. Su OnlyFans, ad esempio, i creatori di contenuti possono monetizzare il proprio lavoro attraverso abbonamenti a pagamento. Nel 2023, il mercato della creator economy in Italia ha raggiunto un valore di 4,06 miliardi di euro.

Applicazione al regime forfettario

L’Agenzia delle Entrate, con la risposta all’interpello n. 285 del 4 novembre 2025, ha chiarito che anche i contribuenti in regime forfettario (imposta sostitutiva al 15%) devono pagare la tassa etica, poiché questa addizionale non è sostituita dalla flat tax e si applica alla quota di reddito netto proporzionale ai ricavi “sensibili”.

La base imponibile si calcola forfettariamente applicando il coefficiente di redditività dell’Ateco ai ricavi pertinenti, con aliquota del 25% indicata nel quadro RQ49 del modello Redditi PF.

Modalità di versamento

Il tributo si versa con modello F24 telematico (codici 4003 per acconto prima rata, 4004 per seconda rata o unica soluzione, 4005 per saldo), in saldo e acconto entro il 30 giugno e 30 novembre, seguendo le regole Irpef/Ires.

Per i forfettari con versamenti entro il 30 giugno 2025, la scadenza slitta al 21 luglio senza maggiorazioni.

Tornando all’informazione iniziale, che significa imporre la tassa etica “caso per caso”?
L’interpello di Fiscozen richiede intanto un’analisi valutativa di cosa sia o meno pornografia. Quindi, non è la piattaforma (OnlyFans o altri) a catalogare come porno un contenuto, bisogna guardare nel merito e quindi verificare se ci sia o meno un esplicito atto sessuale e tenere in debito conto il contesto.

Come spiegato su La Repubblica da Elena Battistini, commercialista partner di Fiscozen, dovrebbero restare fuori tassazione le foto di piedi, mani o altri contenuti fetish, che non mostrano atti sessuali espliciti, scene di autoerotismo, semplice nudità o anche simulazione di atti sessuali.

In tutti questi casi mancherebbero gli elementi richiesti dalla definizione di pornografia richiamata dall’Agenzia. A riguardo, lo scorso mese, i Radicali ha presentato un emendamento dal nome “Stop tassa etica”, con l’on. Giulia Pastorella, Deputata e Vicesegretario di Azione, e il Senatore di Azione, Marco Lombardo.

L’obiettivo dei radicali è “cancellare definitivamente una discriminazione fiscale fondata su un giudizio morale, non su criteri di giustizia tributaria”. Una sorta di invito ad uscire da ogni “moralismo punitivo”, muovendosi verso un sistema fiscale più equo e giusto, non basato sul giudizio di moralità della professione, che produce solo discriminazioni e stigmatizzazioni, ormai fuori dalla storia.

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Pirateria. La Grecia segue il modello italiano. Smantellata rete IPTV illegali, multe agli utenti finali

Smantellata in Grecia rete IPTV pirata, 68 utenti finali a rischio multa salata

Un’operazione mirata delle autorità greche segna un punto di svolta nella lotta contro la pirateria IPTV (Internet Protocol Television) nel Paese ellenico. L’azione, che ha portato all’arresto di un rivenditore e al deferimento di ben 68 utenti finali per procedimenti penali, è il risultato di un nuovo e più severo quadro normativo entrato in vigore solo pochi mesi fa.

L’operazione della Direzione Cybercrime di Atene

L’operazione, condotta dalla Direzione della Procura per la Criminalità informatica (Cybercrime Prosecution Directorate), è scattata nelle prime ore del 19 novembre. L’unità, con base ad Atene, ha preso di mira una rete di rivendita che offriva l’accesso illecito a contenuti televisivi premium tramite abbonamenti IPTV pirata.

Obiettivo delle Forze dell’ordine era un network che vendeva illegalmente l’accesso a canali a pagamento. Il blitx è scattato sull’isola di Santorini, nelle Cicladi.

Arrestato per il momento un uomo di 48 anni, identificato come un rivenditore (reseller) di una rete più ampia.

Secondo le ricostruzioni proposte dalla stampa greca e riportate su torrentfreak.com, l’arrestato gestiva vendite e abbonamenti (a circa 50 euro per 3 mesi o 100 euro per 6 mesi) tramite una piattaforma online nota come “panel”, offrendo supporto sia da remoto che di persona. L’impatto del raid è stato immediato e vasto sull’isola, con centinaia di utenti – tra alberghi, caffè e residenze – che hanno perso l’accesso a streaming economici. Durante la perquisizione domiciliare sono stati sequestrati un dispositivo IPTV modificato per la ricezione illegale di canali, un laptop, un telefono cellulare e 4.820 euro in contanti.

Le prove digitali sono ora al vaglio della Direzione delle Indagini Criminali per analisi di laboratorio.

IPTV (Internet Protocol Television) è una tecnologia legale per la trasmissione di segnali televisivi via Internet. Tuttavia, il termine è spesso associato, nel linguaggio comune, ai servizi che offrono illegalmente l’accesso a contenuti premium (sport, film, serie TV) di diverse piattaforme pay-TV tramite streaming non autorizzati, venduti a prezzi irrisori.

La pirateria IPTV danneggia l’industria audiovisiva su più fronti

Causa un’enorme perdita di entrate per gli operatori legali, gli studi di produzione e gli artisti, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro (come si stima anche in Italia).

Un fenomeno criminale che genera un’economia sommersa (“denaro nero”), sottraendo entrate fiscali (come l’IVA) e contributi allo Stato greco.

A causa della pirateria audiovisiva diminuisce l’incentivo per gli operatori a investire in nuove tecnologie, contenuti originali e infrastrutture di rete.

Multe salate in arrivo: la posizione degli utenti finali

L’elemento più significativo e dissuasivo di questa operazione è il deferimento di 68 utenti finali per procedimenti giudiziari.

La nuova legislazione greca, arrivata solo due mesi fa, prevede multe consistenti. Rivenditori e operatori rischiano sanzioni nell’ordine delle migliaia di euro (un precedente caso a Sparta ha visto un café proprietario affrontare una multa fino a 6.000 euro).

Ma rischiano molto anche gli utenti privati, fino a 750 euro di sanzioni. La situazione si fa più grave per coloro che utilizzavano l’IPTV in locali commerciali, come si sospetta per molti dei 68 deferiti. Questi rischiano multe fino a 5.000 euro, poiché l’utilizzo in esercizi commerciali è considerato un’infrazione più seria.

L’azione, con un numero di utenti deferiti così elevato, segna un cambio di passo decisivo da parte delle forze dell’ordine greche, che ora puntano a colpire non solo i distributori ma anche l’intera catena di approvvigionamento, compresi i clienti.

La Grecia segue il modello italiano anti-pirateria?

L’azione in Grecia riflette chiaramente la tendenza già vista in Italia, dove la repressione della pirateria audiovisiva, in particolare legata all’IPTV, è molto più intensa.

L’Italia, con l’introduzione della Legge antipirateria e della piattaforma Piracy Shield gestita dall’AGCOM, è diventata un modello in Europa per la lotta contro lo streaming illegale, in particolare per gli eventi sportivi live.

In Italia, gli utenti rischiano sanzioni penali e multe salate (fino a €25.000 nel caso di grandi raid come l’operazione Xtream Codes). Le autorità condividono i dettagli degli utenti multati con le pay-TV (come DAZN e Serie A) che possono richiedere ulteriori risarcimenti danni.

Il fatto che la Grecia stia ora perseguendo un numero così significativo di utenti finali, con sanzioni differenziate tra uso privato e commerciale, suggerisce che Atene stia adottando un approccio aggressivo e olistico, molto simile al modello italiano, per disincentivare l’uso dei servizi pirata e proteggere il mercato legale dell’audiovisivo.

La battaglia per i diritti d’autore in Europa si sta intensificando e gli utenti finali non sono più al sicuro da azioni legali. La cultura del rispetto dei diritti parte anche da qui, ma è chiaro che non si vince la pirateria audiovisiva solo con la repressione e l’azione sanzionatoria, serve anche una parallela attività di comunicazione, rivolta soprattutto ai più giovani.

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Nasce Sky Cinema Stories, dal 7 dicembre si accende il canale dedicato ai grandi film

Le emozioni più profonde del cinema, le storie che restano, i personaggi che diventano iconici e i racconti che parlano al cuore e alla mente.

Da domenica 7 dicembre l’offerta Sky Cinema si arricchisce con Sky Cinema Stories, un canale dedicato alle narrazioni più coinvolgenti e al grande schermo che lascia il segno.

Il canale, disponibile per i clienti Sky Cinema, nasce per celebrare le storie premiatele storie ispirate alla realtà e i film che hanno scritto la storia del cinema: tutte riunite in un unico luogo, per un viaggio cinematografico attraverso emozioni, personaggi indimenticabili e racconti che continuano a parlare allo spettatore, ieri come oggi. 

Set della Film “La stranezza” di Roberto Andò, 2022

Nel giorno del debutto, domenica 7 dicembre alle 21:15, arriverà per la prima volta su Sky Cinema LA STRANEZZA, il film pluripremiato di Roberto Andò che unisce il talento comico di Ficarra & Picone al grande cinema d’autore. Un omaggio originale a Luigi Pirandello, impreziosito dall’interpretazione magistrale di Toni Servillo. 

La programmazione di Sky Cinema Stories proporrà una selezione ricca e trasversale di titoli, sempre disponibili anche on demand: troveremo film tratti da storie vere o ispirati a grandi vicende, come LE ASSAGGIATRICITHE WOLF OF WALL STREETRUSHIL TRADITORE; il cinema acclamato e premiato, tra cui ANORAGIURATO NUMERO 2CONCLAVETHE BRUTALISTDIAMANTI; e le pellicole che hanno segnato la storia del cinema, da IL MIGLIO VERDE a PULP FICTION, da IL GRANDE LEBOWSKI a C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA

Un canale pensato per chi ama le grandi storie: capolavori di registi celebrati, film che hanno fatto epoca, racconti potenti e indimenticabili che continuano a emozionare e a parlare alle generazioni di oggi.

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Sky, dal 1° dicembre arriva Disney Jr.

Dal 1° dicembre su Sky arriva Disney Jr., il canale Disney pensato per accompagnare i bambini in età prescolare nelle loro prime grandi scoperte, con le storie e i personaggi che hanno fatto sognare intere generazioni. Un mondo di magia, musica e avventure, dove ogni racconto accende la fantasia dei più piccoli e regala momenti di autentica condivisione anche ai genitori.

Con una programmazione – disponibile anche on demand – che include cartoni animati e serie tv, Disney Jr. stimola l’apprendimento attraverso il gioco, incoraggiando i bambini a ridere, cantare, ballare e, soprattutto, a divertirsi.

Il canale offrirà una ricca selezione di titoli amati dai più piccoli e dalle loro famiglie: da La casa di Topolino, dove Topolino e i suoi amici accompagnano i bambini tra gioco e scoperta, a Spidey e i suoi fantastici amici, con i piccoli supereroi Marvel pronti a insegnare il valore dell’amicizia e del lavoro di squadra, fino al mondo sottomarino di Disney Jr. Ariel. E ancora Sofia la principessaSuperKitties e Bluey: storie che uniscono musica, avventura e fantasia, accendendo meraviglia, gioia e immaginazione in ogni episodio.

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Audiovisivo e copyright alla prova dell’AI, Viola (DG Connect Ue): ‘Più vantaggi che svantaggi’

“L’AI è al centro dell’attività della Commissione Europea. Si tratta di una tecnologia che permette grandi cose per il settore audiovisivo, dall’automazione degli effetti visivi all’incremento della produzione video delle telecamere, riducendo così i costi di produzione e persino ringiovanire artificialmente gli attori. A mio avviso, i vantaggi nell’uso dell’AI sono molto superiori agli svantaggi”. Così Roberto Viola, Direttore Generale della DG Connect della Commissione Europea, nel suo intervento da remoto alla XXXVIII edizione di Eurovisioni che si è tenuto all’Ambasciata di Francia il 21 novembre.  

Legittime preoccupazioni

Detto questo, è evidente che vi siano delle legittime preoccupazioni nell’uso dell’AI generativa su questioni importanti e centrali per il settore, in primis il copyright e autenticità dei contenuti. L’uso dei contenuti esistenti per l’addestramento dei modelli di AI è certamente utile, “ma i creatori devono essere rispettosi”, ha detto Viola. Bene quindi l’uso dell’AI nella fase creativa, ma “i deepfake vanno combattuti”.

Per quanto riguarda il copyright, l’AI Act prevede due disposizioni in ottica di trasparenza nell’uso di contenuti protetti nella fase di addestramento dei modelli di AI.

I provider di LLM devono compilare una sintesi approfondita dei contenuti utilizzati per l’addestramento dei modelli, precisa Viola. “Si tratta di un obbligo fissato dalla Commissione Ue”.

AI e deepfake, trasparenza obbligatoria

Sono 27 i player che hanno sottoscritto il codice volontario di condotta della Ue. “Il capitolo sul copyright è un compromesso ragionevole fra le preoccupazioni dei detentori dei diritti e quelle dei provider sui termini legali dell’uso di contenuti coperti da copyright”, ha aggiunto.

E’ stato realizzato un template dall’ufficio Ue per l’AI che consente ai detentori di diritti di verificare in che modo i modelli die AI hanno utilizzato i contenuti, verificando il rispetto di scelte di opt-out e i vari accordi previsti.

Previsto inoltre nell’AI Act un obbligo di trasparenza per distinguere contenuti autentici e deepfake, per distinguere contenuti AI e contenuti umani, per evitare inganno e informazioni false.  

“E’ obbligatorio segnalare se un contenuto è stato generato con strumenti di AI”, sottolinea Viola.

Resta il fatto che la creazione di contenuti con l’AI è lecita in ambito cinematografico, fatto salvo “il giusto bilanciamento in ambito della creazione artistica”. Ma serve una regolazione europea su questo, perché diverse norme a livello nazionale sarebbero incongruenti fra loro.

Viola (DG Connect UE): ‘Servizio pubblico forte va difeso’

“Il servizio pubblico resta uno dei mezzi più importanti per difendere l’ecosistema informativo europeo e si tratta di una caratteristica peculiare dell’Europa. Credo che sia nell’interesse generale che le fonti del servizio pubblico siano affidabili, con finanziamenti pubblici in nome della trasparenza, obiettività e qualità dell’informazione”, ha aggiunto Viola. “Un servizio pubblico forte va difeso e ora è diventato legge europea, con l’articolo 5 del Media Freedom Act è una disposizione innovativa che introduce per la prima volta a livello europeo una serie di norme volte a sostenere il funzionamento indipendente dei media del servizio pubblico, che adesso in Europa è soggetto allo stesso tipo di normativa”, aggiunge.  

Le norme riguardano gli aspetti della stabilità del finanziamento e di come garantire l’indipendenza del servizio pubblico a partire dai criteri di nomina e della stabilità dei vertici.

Il servizio pubblico deve inoltre essere al passo con i tempi. L’AI cambia completamente il modo in cui le persone si informano, considerato che più del 40% dei cittadini si informa sui social e in Italia il 70% lo fa online. Il servizio pubblico deve essere presente online e i diversi servizi pubblici europei devono collaborare fra loro. “I contenuti possono essere tradotti in real time in diverse lingue”, dice Viola.

Viola (DG Connect): ‘Misurazione dell’audience con le piattaforme deve essere comparabile’

Per quanto riguarda un altro tema centrale, vale a dire la misurazione dell’audience con le grandi piattaforme, Viola ammette che si tratta di una questione complessa. L’EMFA promuove standard, l’articolo 24 del Media Freedom Act prevede che per la misurazione fra broadcaster e piattaforme ci vuole comparabilità e trasparenza. Sistemi di auto misurazione, introdotti dalle piattaforme, non sono ammessi. I gatekeepers devono fornire dati trasparenti e serve una verifica indipendente del reach e dell’engagement”.  

Infine, per quanto riguarda la creatività nel settore Media, la Ue ha stanziato più di 3 miliardi di euro nel programma Agorà 2028-2034. “Visibilità e prominence dei contenuti europei sono centrali, il programma Agorà è una direttiva SMA modernizzata in termini di diversità culturale europea”, chiude Viola.

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Warner Bros. in vendita, le offerte di Paramount, Comcast e Netflix. Un affare da 60 miliardi di dollari

Warner Bros. Discovery, l’assalto di Netflix, Paramount e Comcast

Il futuro di Warner Bros. Discovery è entrato in una fase decisiva. Tre protagonisti dell’intrattenimento globale — Paramount, Comcast e Netflix — hanno presentato le loro offerte preliminari per acquistare, interamente o in parte, uno dei gruppi storici dell’industria cinematografica americana e mondiale (data e luogo di nascita: 1923, Los Angeles).

Un’operazione che potrebbe valere complessivamente oltre 60 miliardi di dollari e che promette di ridisegnare le gerarchie del cinema, della televisione e soprattutto dello streaming online a pagamento.

L’acquisto di Warner Bros. Discovery da parte di un potenziale acquirente potrebbe aggirarsi attorno a una cifra compresa tra i 40 e i 45 miliardi di dollari, considerando le offerte finora emerse. Ad esempio, Paramount, Comcast e Netflix hanno formulato offerte indicative con valutazioni intorno ai 20-23,5 dollari per azione, mentre il valore di mercato attuale è circa 56,7 miliardi di dollari, ma nelle trattative di vendita si tende spesso a trattare a valori inferiori rispetto alla capitalizzazione di mercato in caso di operazioni di fusione o acquisizione complesse.

L’asta non è soltanto una contesa fra grandi aziende: è un vero bivio per Hollywood, un settore che attraversa una fase di radicale trasformazione, tra crisi dei ricavi dei canali tradizionali, competizione feroce nello streaming e necessità di consolidamento.

Perché Warner Bros. Discovery è così importante

Warner Bros. Discovery (WBD) rappresenta un patrimonio unico nel panorama globale:

  • HBO e HBO Max, tra i brand più prestigiosi della TV di qualità
  • Un catalogo cinematografico storico (da “Casablanca” a “Matrix”)
  • Le saghe più redditizie del cinema moderno: Harry Potter, DC Comics, Il Signore degli Anelli, Game of Thrones
  • Un colosso della produzione televisiva (Warner Bros. TV)
  • Una quota rilevante al botteghino nordamericano

Un acquirente che ottenesse questo insieme di asset acquisirebbe un vantaggio competitivo enorme, soprattutto nello streaming, dove la differenza la fa ormai la profondità delle library, la forza dei franchise e la capacità di produrre contenuti premium.
Il Los Angeles Times ha dedicato al tema un lungo approfondimento dove ha spiegato i vantaggi e i limiti dell’operazione per ognuno dei possibili acquirenti.

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Paramount: la spinta degli Ellison e la scommessa sul “super-studio”

Tra i potenziali acquirenti, Paramount sembra partire avvantaggiata grazie al sostegno finanziario di Larry Ellison, cofondatore di Oracle e tra gli uomini più ricchi del pianeta. Suo figlio, David Ellison, guida Skydance, già protagonista dell’acquisizione di Paramount avvenuta pochi mesi fa.

Perché Paramount vuole Warner Bros. Discovery? Oggi il gruppo ha pochi franchise di grande valore (il più rilevante è Tom Cruise e la saga “Mission: Impossible”, ma l’attore ha 63 anni). Warner porterebbe in dote una potenza di fuoco straordinaria in termini di IP cinematografico e televisivo.

L’unione delle due major aumenterebbe la quota al botteghino nordamericano al 32%, una dimensione mai vista dagli anni d’oro dello studio system.

Paramount ha già presentato un’offerta prevalentemente cash (circa 24 dollari per azione, giudicata insufficiente), e potrebbe rilanciare grazie a ulteriori capitali provenienti da fondi sovrani mediorientali. Lo scoglio principale resta la complessità dell’operazione e la volontà di non accumulare nuovo debito.

Comcast avvantaggiato?

Comcast, proprietaria di NBCUniversal, sembra essere il candidato preferito dell’attuale CEO di WBD, David Zaslav.

Cosa cerca Comcast? Non vuole i canali via cavo di Warner, ma è estremamente interessata agli studi cinematografici e a HBO. L’integrazione con Universal Pictures creerebbe un gigante da oltre il 43% del mercato cinematografico USA.

Warner fornirebbe contenuti cruciali per sviluppare Peacock, oggi un servizio di streaming considerato secondario. Gli asset cinematografici Warner sarebbero inoltre perfetti per l’espansione dei parchi tematici Universal, che già sfruttano il marchio Harry Potter.

Eppure non sarà facile. L’offerta di Comcast conterrà probabilmente una componente azionaria significativa, meno attraente del cash puro. Il clima politico è sfavorevole: il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha più volte attaccato Comcast e il suo presidente Brian Roberts, complicando il percorso regolatorio.

Netflix: l’offerta che potrebbe cambiare tutto

La candidatura di Netflix è la più sorprendente. Storicamente, l’azienda fondata da Reed Hastings ha sempre evitato le grandi acquisizioni, puntando su una crescita organica.

Netflix vuole Warner Bros. per diversi motivi. Prima di tutto per consolidarsi come leader assoluto dello streaming a livello mondiale, ma anche per integrare nel proprio catalogo i franchise più forti di Hollywood, da Harry Potter a Game of Thrones, passando per DC Comics.

Acquisire HBO Max porterebbe Netflix a superare il 30% del mercato streaming USA, una soglia critica per l’antitrust, allo stesso tempo, ottenere finalmente un grande studio fisico a Hollywood, un tassello che manca nel suo ecosistema creativo.

Netflix oggi ha oltre 300 milioni di abbonati: aggiungere gli oltre 70 milioni di HBO/HBO Max significherebbe un dominio quasi inattaccabile.

I rischi ovviamente ci sono e sono di varia natura: i regolatori potrebbero bloccare l’operazione per eccesso di concentrazione, mentre, da un punto di vista cultura, l’eventuale acquisizione rappresenterebbe un cambio radicale rispetto alla strategia storica dell’azienda.

Un’operazione che può riscrivere il futuro dello streaming?

Qualunque sia il vincitore, l’acquisizione di Warner Bros. Discovery avrebbe impatti globali. Intanto, si avrebbe un consolidamento definitivo del mercato. Lo streaming si avvia verso un modello simile alla telefonia mobile: pochi grandi player internazionali, molto capitalizzati, con strategie globali.

La ristrutturazione dei cataloghi sarebbe un ulteriore conseguenza. Chi acquisterà Warner potrà rafforzare la propria piattaforma streaming con IP di enorme valore, rilanciare franchise storici, attirare talenti creativi in modo più aggressivo.

Da non sottovalutare gli “effetti collaterali” su Hollywood. Consolidare due mega-studi significherebbe inevitabilmente: nuove ondate di licenziamenti, chiusura o fusione di strutture, riduzione della produzione complessiva.

Certi, infine, i cambiamenti nel grande mercato dello streaming. Paramount diventerebbe finalmente un player di prima fascia, Comcast trasformerebbe Peacock in un servizio competitivo e Netflix, se dovesse riuscire nel colpo, diventerebbe il primo vero “Google dello streaming”.

La vendita di Warner Bros. Discovery è molto più di una semplice transazione miliardaria: è il simbolo della trasformazione dell’intera industria audiovisiva. Nei prossimi mesi, il mercato potrebbe assistere alla nascita di un nuovo colosso globale dell’intrattenimento, destinato a influenzare cinema, televisione, streaming e persino i parchi tematici.
Qualunque sarà l’esito, è certo che Hollywood non sarà più la stessa.

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Sky rinnova fino al 2031 per UEFA Champions League, Europa League e Conference League

I grandi Club d’Europa continueranno a giocare su Sky e NOW fino al 2031. Sky ha acquisito anche per il quadriennio 2027/2031 i diritti in esclusiva per la trasmissione su tutte le piattaforme di 184 delle 203 partite a stagione di UEFA Champions League e di tutte le 342 partite a stagione di UEFA Europa League e di UEFA Conference League.

La UEFA Champions League, che nella nuova formula ha incrementato lo spettacolo con più partite, più squadre e più campioni, resterà su Sky e NOW fino al 2031, quindi per altri 4 anni, che si aggiungono alla stagione in corso e alla stagione 2026-2027. 

“Siamo davvero orgogliosi di essere il main partner della UEFA e di poter offrire in esclusiva ai nostri abbonati fino al 2031 i grandi match delle competizioni europee” – commenta Andrea Duilio, amministratore delegato di Sky Italia. “Il rinnovo di UEFA Champions League, UEFA Europa League e UEFA Conference League conferma tutto il nostro impegno a rendere unica l’offerta sportiva della Casa dello Sport e a garantire ai nostri clienti la migliore esperienza possibile”. 

Si continuerà a giocare 11 mesi su 12, con ben 36 squadre partecipanti alla fase finale, tutte in un girone unico. Sky trasmetterà in esclusiva 184 delle 203 partite di UEFA Champions League compresi i Playoff, 189 partite di UEFA Europa League e 153 match di UEFA Conference League, anche grazie a Diretta Gol, incluse le tre finali, per un totale di 526 match, oltre alla UEFA Super Cup.

Sky Sport continuerà così a raccontare gol e imprese delle squadre italiane e degli altri grandi club d’Europa, con la qualità di sempre, un grande racconto editoriale e le migliori tecnologie.

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Open Fiber, ruolo chiave anche per il futuro della Tv (soprattutto per eventi live)

Il futuro della Tv, quella dei broadcaster tradizionali, avrà sempre più bisogno di banda ultralarga e in particolare di fibra FTTH per sostenere la crescita del traffico e delle interazioni del second screen, ormai altrettanto vitali dei programmi in sé. E’ per questo che il futuro assetto normativo delle frequenze televisive è uno degli aspetti di maggior interesse per lo sviluppo futuro di Open Fiber. Lo ha detto tra le altre cose l’ad Giuseppe Gola, nel suo intervento al MEF alla presentazione del rapporto “High Tech Economy” del CED.

Gola, portata epocale del futuro assetto delle frequenze televisive

Oltre all’Edge Computing e allo switch off del rame, il futuro assetto delle frequenze televisive “avrà una portata epocale” per Open Fiber che “è già al lavoro per accogliere questa trasformazione e aprire la sua rete attraverso le cosiddette CDN (Content Delivery Network)”, ha detto Gola, aggiungendo che “questo permetterebbe ai broadcaster di gestire e processare i loro dati da remoto e soprattutto, grazie alla diffusa presenza della rete FTTH di Open Fiber su tutto il territorio nazionale, di avvicinarsi agli utilizzatori finali mettendo a loro disposizione un servizio sempre più affidabile”. 

Quali frequenze saranno destinate allo streaming televisivo in futuro?

Quali saranno i device preferiti per la fruizione video?

Quale futuro per il digitale terrestre televisivo, che in teoria dovrebbe andare in pensione nel 2031 ma che nel nostro paese è ancora assai popolare, soprattutto nella crescente fascia della terza età?

Domande aperte che avranno una portata rilevante sulla trasformazione del traffico dati dei prossimi anni, su cui il video ha un peso dominante.

Open Fiber, rete capillare di Edge Data Center

Open Fiber si è già organizzata in vista di questi grandi mutamenti all’orizzonte, investendo su una rete di Edge data center a livello nazionale che consente ai clienti – fra cui i broadcaster rappresentano una categoria potenzialmente molto interessante e interessata – di depositare i loro contenuti più vicino ai clienti finali, con vantaggi diretti in termini di bassa latenza, qualità del servizio e capacità trasmissiva. Più il contenuto si trova fisicamente vicino al cliente finale e maggiore è la qualità dello streaming.   

I broadcaster tradizionali sono certamente interessati, dal momento che in un futuro non troppo lontano dovranno contare sempre di più sulla fibra per trasmettere e abbandonare gradualmente le frequenze del digitale terrestre, destinate alla telefonia mobile, come la banda 700 Mhz. C’è da dire, che lo switch off del digitale terrestre a livello ITU è previsto per il 2031 e che tutti i broadcaster di casa nostra dovranno adattarsi e migrare su nuove frequenze e altre tecnologie più moderne per lasciare spazio al 5G.

La svolta CDN e la gestione dinamica del traffico con l’EDGE

Un altro aspetto molto interessante è il ricorso da parte di Open Fiber alle cosiddette CDN (Content delivery network) che consentiranno di fornire contenuti video con una qualità sostanzialmente migliore.

Ma in definitiva il predominio dello streaming televisivo avrà sempre più bisogno di reti ultrabroadband di alta qualità, come la rete in fibra di Open Fiber, in grado di trasportare grandi quantitativi di dati sempre crescenti garantendo in maniera dinamica maggiore ampiezza di banda in occasione di picchi di traffico legati ad eventi speciali, soprattutto eventi live, con grandissima quantità di spettatori.

Stiamo parlando ad esempio di partite di calcio (sono questi gli eventi che maggiormente “intasano” le reti) ma anche di grandi eventi come concerti, cortei, altri eventi sportivi come le Olimpiadi.

Attualmente, la rete di Open Fiber è presente in circa 7mila comuni italiani con pressappoco 3mila centrali attive su tutto il territorio. A regime, il progetto prevede la realizzazione di 100 edge data center.

FAQ. I broadcaster tradizionali con il nuovo assetto delle frequenze avranno più bisogno di Open Fiber?

I broadcaster tradizionali potrebbero avere un maggiore bisogno della rete in fibra ottica di Open Fiber, sebbene in modi diversi rispetto a un rapporto diretto con l’utente finale.

Ecco i punti chiave per capire il nesso:

1. Il Nuovo Assetto delle Frequenze (Refarming DVB-T2):
Il processo di refarming delle frequenze (passaggio al DVB-T2) ha ridotto lo spettro radio disponibile per la trasmissione terrestre. Questo comporta la necessità per i broadcaster di utilizzare una compressione più efficiente (HEVC) e di ottimizzare l’infrastruttura di trasmissione. La trasmissione terrestre rimane il loro canale principale, ma le sfide tecniche e la necessità di raggiungere tutti gli utenti spingono verso la diversificazione. 

2. Aumento della Distribuzione Ibrida/OTT:
I broadcaster tradizionali stanno sempre più integrando la trasmissione terrestre con la distribuzione via Internet (Over-The-Top, OTT), offrendo servizi come RaiPlay e Mediaset Infinity.

  • Per l’utente finale: Se un utente ha problemi con la ricezione del segnale terrestre (magari a causa della riduzione della potenza o della qualità in alcune aree), una connessione in fibra ottica affidabile (come quella fornita sulla rete Open Fiber dagli operatori partner) diventa essenziale per fruire dei contenuti tramite queste piattaforme streaming.
  • Per i broadcaster: Diventa fondamentale che gli utenti abbiano accesso a connessioni Internet di qualità per non perdere audience che migra verso il digitale terrestre o lo streaming.

3. Distribuzione Professionale e Backhaul:

  • I broadcaster utilizzano già infrastrutture in fibra ottica (non necessariamente soltanto Open Fiber, ma reti in fibra in generale) per il backhaul, ovvero il trasporto dei segnali dai centri di produzione ai vari ripetitori sul territorio nazionale.
  • La rete in fibra ottica viene utilizzata per garantire la massima qualità e affidabilità nella distribuzione del segnale a livello professionale, prima che venga trasmesso via etere.

Conclusione:

L’esigenza non è tanto quella di sostituire la trasmissione terrestre con Open Fiber, quanto di affiancarla e integrarla in modo sempre più robusto. L’obiettivo è garantire la capillarità del servizio e la migliore qualità possibile, sia attraverso l’antenna che, in misura crescente, attraverso la rete Internet in fibra ottica. Open Fiber, fornendo l’infrastruttura wholesale più avanzata, gioca un ruolo chiave in questo scenario ibrido ed in evoluzione.

Sì, i broadcaster tradizionali avranno progressivamente sempre più bisogno della rete in fibra ottica (inclusa l’infrastruttura di Open Fiber) per la distribuzione dei loro contenuti, anche se la trasmissione via etere rimarrà per il momento un canale fondamentale. 

Il nuovo assetto delle frequenze del digitale terrestre (passaggio al DVB-T2) e l’evoluzione tecnologica stanno spingendo verso un modello ibrido.

Perché aumenterà il bisogno di Open Fiber:

  • Necessità di Banda per l’Ultra HD: Il DVB-T2, pur migliorando l’efficienza, ha limiti fisici di banda. La trasmissione di contenuti in Ultra HD (4K e oltre), sempre più richiesta dal pubblico, è molto esigente in termini di dati. La fibra ottica offre la capacità illimitata necessaria per veicolare questi flussi video di alta qualità in modo stabile.
  • Sviluppo di Servizi Aggiuntivi (OTT e Ibridi): I broadcaster stanno investendo nelle loro piattaforme di streaming online (es. RaiPlay, Mediaset Infinity) per offrire servizi on-demand, catch-up TV e contenuti interattivi. Questi servizi viaggiano esclusivamente su Internet e richiedono una connessione in fibra affidabile per essere fruiti al meglio dagli utenti.
  • Superamento del Digital Divide: Nelle aree dove la ricezione terrestre è difficile (aree bianche), la fibra ottica rappresenta spesso l’unica soluzione per garantire l’accesso ai contenuti televisivi in alta qualità.
  • Riduzione delle Frequenze Terrestri: Il “refarming” delle frequenze ha portato a una compressione dello spettro disponibile per i broadcaster, che sono costretti a ottimizzare l’uso della banda residua. L’IPTV su fibra diventa quindi un canale complementare essenziale per ampliare l’offerta senza i vincoli fisici delle onde radio. 

In conclusione, sebbene la trasmissione terrestre rimanga vitale nel breve e medio termine, la fibra ottica sta diventando un pilastro fondamentale per i broadcaster tradizionali per innovare, offrire maggiore qualità e raggiungere il pubblico attraverso nuovi canali distributivi.

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