L’Europol si lamenta dell’home routing: è un ostacolo per le intercettazioni


L’home routing è un bel problema per la sicurezza nazionale: secondo l’Europol, questa tecnologia impedisce alle forze dell’ordine di intercettare comunicazioni sospette e di conseguenza interagire per proteggere i cittadini.

Europol home routing

Pexels

L’home routing consente a un fornitore di servizi di telecomunicazioni di continuare a offrire i propri servizi ai consumatori anche quando essi si trovano all’estero. “Questo significa che quando un consumatore viaggia al di fuori dei confini nazionali, le sue comunicazioni (chiamate, messaggi e traffico internet) sono processati tramite la sua rete casalinga e non quella del Paese che sta visitando” si legge nel report.

Ciò implica che, in caso di necessità, i provider esteri non sono in grado fornire i dati di comunicazione alle forze dell’ordine, e questo significa che qualsiasi attività sospetta non può essere intercettata. Il problema si presenta sia quando un consumatore usa la propria SIM (estera) nel Paese che sta visitando, sia se un residente di una nazione usa una SIM estera nel proprio Paese.

Questo accade quando il service provider a cui si appoggia l’utente ha abilitato i sistemi Privacy Enhancing Technologies (PET), ovvero tecnologie che permettono di raccogliere e analizzare informazioni senza però compromettere la riservatezza dei dati personali. Nel caso delle comunicazioni mobile, si tratta di un ulteriore livello di cifratura dato dal service provider.

L’Europol specifica che molti criminali sono a conoscenza di questa problematica e la stanno sfruttando da tempo per eludere i controlli delle forze dell’ordine e portare avanti le loro attività illecite. Anche se è comunque possibile sottomettere una richiesta al provider per accedere ai dati di comunicazioni, le tempistiche di risposta possono essere molto lunghe e quindi non è un’opzione valida in caso di emergenze.

Nel suo paper, l’Agenzia ha proposto due soluzioni: o si disabilitano del tutto le tecnologie PET, oppure si abilita la possibilità di richiedere l’intercettazione delle comunicazioni di una persona sospetta al service provider di riferimento, con una risposta che però deve essere immediata.

La prima soluzione è semplice da implementare e mantiene l’attuale livello di sicurezza, ovvero lo stesso che si ha con le SIM nazionali; la seconda, al contrario, richiederebbe la definizione di precisi standard di comunicazione tra i service provider di diverse nazioni e una stretta collaborazione tra le parti coinvolte. L’Agenzia sottolinea inoltre che, in questo modo, i service provider dell’altro Stato sarebbe al corrente dell’identità della persona sospettata e “operazionalmente questo non sempre è auspicabile“.

L’Europol si è detta pronta ad aprire un tavolo di confronto per risolvere le implicazioni di sicurezza dell’home routing e continuare a garantire la privacy delle persone. “Bisogna trovare una soluzione che permetta alle autorità dei Paesi di intercettare legalmente le comunicazioni di una persona sospetta nel proprio territorio, senza ostacolare le comunicazioni sicure“.

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Apple Intelligence and other features won’t launch in the EU this year

A photo of a hand holding an iPhone running the Image Playground experience in iOS 18
Enlarge / Features like Image Playground won’t arrive in Europe at the same time as other regions.

Three major features in iOS 18 and macOS Sequoia will not be available to European users this fall, Apple says. They include iPhone screen mirroring on the Mac, SharePlay screen sharing, and the entire Apple Intelligence suite of generative AI features.

In a statement sent to Financial Times, The Verge, and others, Apple says this decision is related to the European Union’s Digital Markets Act (DMA). Here’s the full statement, which was attributed to Apple spokesperson Fred Sainz:

Two weeks ago, Apple unveiled hundreds of new features that we are excited to bring to our users around the world. We are highly motivated to make these technologies accessible to all users. However, due to the regulatory uncertainties brought about by the Digital Markets Act (DMA), we do not believe that we will be able to roll out three of these features — iPhone Mirroring, SharePlay Screen Sharing enhancements, and Apple Intelligence — to our EU users this year.

Specifically, we are concerned that the interoperability requirements of the DMA could force us to compromise the integrity of our products in ways that risk user privacy and data security. We are committed to collaborating with the European Commission in an attempt to find a solution that would enable us to deliver these features to our EU customers without compromising their safety.

It is unclear from Apple’s statement precisely which aspects of the DMA may have led to this decision. It could be that Apple is concerned that it would be required to give competitors like Microsoft or Google access to user data collected for Apple Intelligence features and beyond, but we’re not sure.

This is not the first recent and major divergence between functionality and features for Apple devices in the EU versus other regions. Because of EU regulations, Apple opened up iOS to third-party app stores in Europe, but not in other regions. However, critics argued its compliance with that requirement was lukewarm at best, as it came with a set of restrictions and changes to how app developers could monetize their apps on the platform should they use those other storefronts.

While Apple says in the statement it’s open to finding a solution, no timeline is given. All we know is that the features won’t be available on devices in the EU this year. They’re expected to launch in other regions in the fall.

https://arstechnica.com/?p=2032820




Chat Control, cosa dice la proposta di legge dell’UE per scansionare tutti i messaggi sui nostri smartphone

L’Unione Europea potrebbe approvare nuove regole che imporrebbero la scansione in massa dei messaggi digitali, compresi quelli crittografati. Doveva tenersi ieri ma la votazione con cui i paesi parte dell’UE dovranno adottare una posizione sulla proposta di legge volta a individuare materiale pedopornografico (CSAM) sui sistemi dei cittadini, è stata rimandata a data da destinarsi. L’Italia è tra le nazioni che non ha ancora preso una posizione in merito, così come Grecia e Portogallo. Solo Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria e Polonia sono relativamente chiari nel dire che non sosterranno la proposta, ma questo non è sufficiente per una “minoranza di blocco”.

Una prima bozza della norma, denominata Chat Control e voluta dalla presidenza belga dell’Unione, è stata introdotta per la prima volta nel 2022, con requisiti che mettono a serio rischio la privacy degli europei.

Cosa dice il testo di Chat Control

Tra le novità c’è un sistema di “moderazione dei caricamenti” che scansiona tutti i messaggi digitali, comprese immagini, video e collegamenti condivisi. Ogni servizio richiesto per installare questa tecnologia di monitoraggio “controllata” deve chiedere l’autorizzazione per scansionare le conversazioni. Chi si opporrà allo strumento non potrà condividere immagini o URL. Come se questo non sembrasse abbastanza limitativo, la legislazione proposta deve anche approvare e respingere la crittografia end-to-end. In un primo momento, il testo evidenzia come la crittografia E2E “sia un mezzo necessario per proteggere i diritti fondamentali”, ma continua dicendo che i servizi di messaggistica crittografati potrebbero “inavvertitamente diventare zone sicure in cui materiale di abuso sessuale su minori può essere condiviso o diffuso”.

Grande Fratello dei messaggi

La soluzione proposta è lasciare i messaggi aperti alla scansione, ma in qualche modo senza compromettere il livello di privacy offerto dalla crittografia end-to-end. Il nuovo sistema di moderazione potrebbe ottenere il risultato monitorando il contenuto dei messaggi prima che app come Signal, WhatsApp e Messenger li crittografino. In risposta, la presidente di Signal Meredith Whittaker ha affermato che l’app smetterà di funzionare nell’UE se le regole diventeranno legge, poiché la proposta “mina sostanzialmente la crittografia”, indipendentemente dal fatto che venga scansionata prima della crittografia o meno. “Possiamo chiamarla backdoor, porta d’ingresso o moderazione dei caricamenti’”, scrive Whittaker . “Ma comunque lo chiamiamo, ognuno di questi approcci crea una vulnerabilità che può essere sfruttata da hacker e stati nazionali ostili, rimuovendo la protezione e mettendo al suo posto una vulnerabilità di livello superiore”.

Diverse organizzazioni, tra cui la Electronic Frontier Foundation, il Center for Democracy & Technology e Mozilla, hanno firmato una dichiarazione congiunta che invita l’UE a respingere le proposte che scansionano i contenuti degli utenti. I sostenitori della privacy non sono gli unici a lanciare l’allarme. A inizio settimana, decine di membri del Parlamento hanno scritto al Consiglio dell’UE per esprimere la loro opposizione alla proposta. Anche Patrick Breyer, membro tedesco del Parlamento europeo, si è espresso sulla proposta di legge, affermando che “le ricerche indiscriminate e le fughe di notizie soggette a errori di chat private e foto intime distruggono il nostro diritto fondamentale alla corrispondenza privata”.

Periodo di transizione

Secondo Breyer, i sostenitori di Chat Control vogliono approfittare del nuovo legislativo europeo, ossia di un periodo durante il quale il parlamento è in fase di costituzione, dunque l’attenzione su alcuni temi può essere più bassa del solito e così la copertura mediatica. In una dichiarazione a The Verge, Breyer sottolinea che la presidenza belga terminerà alla fine di questo mese e che l’attuale ministro degli Interni del paese è stato in prima linea nel disegno di legge sul controllo delle chat. “L’anno scorso i sostenitori non sono riusciti a ottenere la maggioranza”, afferma Breyer. “Questa potrebbe essere la loro ultima opportunità.”

Se la legislazione otterrà il sostegno, inizieranno le negoziazioni tra il Parlamento, il Consiglio e la Commissione dell’UE per formare il testo finale della legge. Ma anche con un’approvazione da parte dei governi dell’UE, potrebbero ancora esserci delle difficoltà per i fautori della norma. L’anno scorso, un sondaggio condotto dal gruppo European Digital Rights (EDRi) ha suggerito che il 66% dei giovani nell’UE non è d’accordo con le politiche che consentono ai provider Internet di analizzare i loro messaggi. “Molti legislatori capiscono che i diritti fondamentali proibiscono la sorveglianza di massa, ma non vogliono essere visti come oppositori di un piano che viene presentato come una lotta al CSAM”, afferma Breyer. “Il mio messaggio è che i bambini e le vittime di abusi meritano misure che siano veramente efficaci e che reggano in tribunale, non solo promesse vuote, soluzioni tecnologiche fuorvianti e programmi nascosti”.

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Proton is taking its privacy-first apps to a nonprofit foundation model

Swiss flat flying over a landscape of Swiss mountains, with tourists looking on from nearby ledge
Getty Images

Proton, the secure-minded email and productivity suite, is becoming a nonprofit foundation, but it doesn’t want you to think about it in the way you think about other notable privacy and web foundations.

“We believe that if we want to bring about large-scale change, Proton can’t be billionaire-subsidized (like Signal), Google-subsidized (like Mozilla), government-subsidized (like Tor), donation-subsidized (like Wikipedia), or even speculation-subsidized (like the plethora of crypto “foundations”),” Proton CEO Andy Yen wrote in a blog post announcing the transition. “Instead, Proton must have a profitable and healthy business at its core.”

The announcement comes exactly 10 years to the day after a crowdfunding campaign saw 10,000 people give more than $500,000 to launch Proton Mail. To make it happen, Yen, along with co-founder Jason Stockman and first employee Dingchao Lu, endowed the Proton Foundation with some of their shares. The Proton Foundation is now the primary shareholder of the business Proton, which Yen states will “make irrevocable our wish that Proton remains in perpetuity an organization that places people ahead of profits.” Among other members of the Foundation’s board is Sir Tim Berners-Lee, inventor of HTML, HTTP, and almost everything else about the web.

Of particular importance is where Proton and the Proton Foundation are located: Switzerland. As Yen noted, Swiss foundations do not have shareholders and are instead obligated to act “in accordance with the purpose for which they were established.” While the for-profit entity Proton AG can still do things like offer stock options to recruits and even raise its own capital on private markets, the Foundation serves as a backstop against moving too far from Proton’s founding mission, Yen wrote.

There’s a lot more Proton to protect these days

Proton has gone from a single email offering to a wide range of services, many of which specifically target the often invasive offerings of other companies (read, mostly: Google). You can now take your cloud files, passwords, and calendars over to Proton and use its VPN services, most of which offer end-to-end encryption and open source core software hosted in Switzerland, with its notably strong privacy laws.

None of that guarantees that a Swiss court can’t compel some forms of compliance from Proton, as happened in 2021. But compared to most service providers, Proton offers a far clearer and easier-to-grasp privacy model: It can’t see your stuff, and it only makes money from subscriptions.

Of course, foundations are only as strong as the people who guide them, and seemingly firewalled profit/non-profit models can be changed. Time will tell if Proton’s new model can keep up with changing markets—and people.

https://arstechnica.com/?p=2031934




Privacy e potere: considerazioni per una democrazia perpetua

Diamo valore alla democrazia perché conferisce potere ai più, ponendosi all’opposto dall’autocrazia o dall’ oligarchia, dove sono in pochi ad esercitarlo, il potere. Potere appartenente ai più. In una parola, democrazia. Non è possibile parlare di democrazia senza parlare di potere. Analogamente, è impossibile parlare di privacy senza considerare il ruolo fondamentale del concetto di potere.

La privacy è ciò che resta alle persone al netto dell’esercizio di un potere, pubblico o privato che sia. Affinché si possa dire che c’è democrazia occorre che questo spazio, ‘quel che resta’ alle persone, sia ampio abbastanza, sia significativo abbastanza. E non solo come fine a sé stesso, poiché la privacy e la protezione dei dati hanno un immenso valore strumentale rispetto all’esercizio di altri diritti e libertà, come la libertà di espressione o di associazione, o quella sessuale.  La protezione della privacy è uno di quei diritti che contraddistingue le democrazie liberali dove l’esercizio democratico è perpetuo, e si rafforza e rigenera con il voto.

Nelle ultime due decadi vi è stata una consolidazione crescente di potere economico, politico e sociale nelle mani di un numero estremamente limitato di aziende, che controllano il mercato e monopolizzano l’accesso ai dati, realizzando un’intrusione smisurata in pensieri, parole opere ed omissioni dei più, in breve nelle nostre vite.  Queste poche aziende sono le uniche oggi in grado di far scalare le tecnologie che contano, come l’Intelligenza Artificiale, prendendo delle decisioni con un impatto ampissimo sull’umanità. E tuttavia, l’umanità non è parte di queste decisioni. 

Esiste un troppo ampio disequilibrio di potere tra i pochi e i più nel nostro mondo digitale. È legittimo chiedersi, chi decide del se e del quando della sperimentazione di certe tecnologie, che hanno implicazioni enormi non solo in tempo di pace ma anche di guerra (e non può certo dirsi che il nostro mondo sia attualmente attraversato da venti di pace)? Dall’altra parte, quanto grande è la mancanza di trasparenza, di scelta reale per le persone, e di contestabilità da parte dei più piccoli operatori di mercato?  Affinché la democrazia in senso sostanziale possa dirsi esistente, occorre che vi sia uguaglianza. Cos’è rimasto di questo valore nel nostro mondo digitale? In queste condizioni di mercato, di così imponente squilibrio di potere, la privacy non può prosperare.

Questi fenomeni sono particolarmente preoccupanti in tempo di elezioni, in ragione della diffusione di fake news e di deep fakes, o di contenuto divisivo o estremista, ingigantita proprio dall’IA. Una parte importante di questa macchina della manipolazione è squisitamente diretta ai più piccoli. Proteggere la prossima generazione, c’è forse un obiettivo più importante? E tuttavia, la democrazia viene minata dal fatto che alcune piattaforme basano i propri proventi esattamente su questo modello dell’amplificazione della menzogna e dell’assuefazione digitale, realizzato attraverso l’abuso dei nostri dati personali.

Dobbiamo intraprendere un ripensamento profondo e totale delle strutture di mercato e dell’accumulazione di potere che ne deriva, perché l’impatto sui diritti e le libertà, compresa la privacy, è troppo grande. Sono grata e orgogliosa della nuova legislazione che promana dall’ Europa, come il Digital Markets Act o il Digital Services Act, che sta già contribuendo ad avanzare la causa della protezione dei diritti. Ma occorrerà andare oltre, perché questi atti non realizzano un ripensamento fondamentale del nostro mondo digitale. 

Abbiamo il dovere morale di tracciare una nuova traiettoria, per un futuro che possa dirsi giusto ed equo per tutti. Questa traiettoria dovrà riequilibrare il concetto di potere, superare le disuguaglianze, in breve dovrà ricreare le condizioni di base affinché la privacy possa realmente operare come un diritto fondamentale in questo mondo.

Occorre un nuovo patto, globale e partecipato da governi, aziende e cittadini, che faccia del rispetto della persona un imperativo categorico imprescindibile e non compromissibile. Affinché vi sia un rispetto perpetuo del valore della privacy. Affinché vi sia un esercizio perpetuo di democrazia. 

The views expressed here are entirely her own.

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Facebook e Instagram a pagamento. Meta in attesa del verdetto del Garante Privacy irlandese

Intelligenza artificiale, piattaforme social, app e boom dell’uso digitale. Tutti elementi di un unico quadro, incentrato sulla gestione dei dati personali. Se ne è parlato durante “Bootcamp 2024“, l’evento organizzato da Labor Project e Opticon Data Solutions, presso il Museo di Scienza Naturale di Milano. “L’IA non è solo un’applicazione divertente sullo smartphone” sottolinea Matteo Colombo, CEO di Labor Project. “L’intelligenza artificiale sta entrando nei consigli di amministrazione delle nostre aziende e questo pone una necessità fondamentale: governare questa rivoluzione. Come è possibile farlo? Non in maniera indipendente ma seguendo i fari rappresentanti dalle autorità garanti. Non a caso, l’articolo 4 dell’AI Act sottolinea la necessità dell’alfabetizzazione digitale. È una sfida, un modo per sviluppare in maniera corretta soluzioni di intelligenza artificiale sempre con al centro la persona. Dobbiamo vincere questa sfida che è fondamentale per il futuro”.

A Colombo fa eco Alberto Guglielmi, CEO di Opticon Data Solutions: “Siamo nell’era delle tecnologie distruttive, ossia in grado di stravolgere il modo di lavorare. Parliamo di AI, 5G, blockchain: tutte piattaforme che si alimentano di dati per funzionare. Il grosso è rappresentato dalle informazioni personali, utili a personalizzare i servizi. Assume allora un ruolo sempre più importante l’uso di strumenti a tutela della privacy. Quando si parla di tecnologie per la privacy, c’è ancora un elemento che non riusciamo a governare nel suo complesso: il tempo. Contestualizzare le tempistiche può servire per gestire in maniera ottimale le casistiche.

Grandi piattaforme, grandi doveri

L’Unione Europea si è sempre mostrata attenta agli sviluppi del digitale che impattano con i dati delle persone. Lo ha raccontato Riccardo Acciai, Direttore del Servizio relazioni internazionali e con l’Unione Europea del Garante per la protezione dei dati personali: “Fino al 25 maggio 2018, un colosso come Meta si basava sul consenso come base giuridica dei trattamenti per fini di pubblicità. Grazie al GDPR, tale modus operandi è stato cambiato, dovendo basare tali trattamenti su un contratto con gli utenti. Queste piattaforme social non sono più solo delle applicazioni ma luoghi dove si mettono in moto più attività, anche professionali.

A sinistra Alberto Guglielmi, CEO di Opticon Data Solutions, a destra Matteo Colombo, CEO di Labor Project. Modera il direttore di Key4Biz, Luigi Garofalo

Nulla di equiparabile a quanto è presente nel nostro ordinamento”. Mai più dati in vendita è la sintesi di ciò che l’Ue ha stabilito nelle sue procedure di concerto con i regolatori nazionali, portando Meta a non seguire il concetto secondo cui gli utenti o pagavano per non accedere a contenuti pubblicitari o i loro dati erano la merce di scambio. “Adesso, il colosso americano dovrà fornire, rispondendo al Garante della privacy in Irlanda, una terza opzione agli iscritti che non vogliono pagare per un abbonamento o accettare, senza alcuna contrapposizione, l’utilizzo del social con regole imposte dalla piattaforma.

Alla fine di novembre Noyb, il Centro europeo per i diritti digitali, un’organizzazione no-profit fondata dall’attivista austriaco Max Schrems, ha presentato un reclamo contro il nuovo sistema di Facebook all’autorità austriaca per la protezione dei dati. Secondo la denuncia, quando si offre agli utenti una “scelta” tra ricevere annunci o pagare, “solo il 3% delle persone desidera essere monitorato – mentre più del 99% decide di non pagare di fronte a una tassa sulla privacy. Noyb ha definito il prezzo “inaccettabile”.

Nuovi diritti, nuove posizioni, soprattutto nel merito degli obblighi di trasparenza. Carmelo Fontana, AI Senior Regional Counsel di Google e Presidente di AIRIA, associazione nata per regolare l’intelligenza artificiale ricorda le regole fondamentali della data protection. “Il Gdpr e l’AI devono integrarsi con le nome sulla compliance di consumer safety, come il diritto all’oblio. Ci sono poi nuove regole, conseguenza di nuove tecnologie. Non solo trasparenza del dato ma anche pulizia del dato stesso e certezza. Non bisogna fermarsi ai requisiti letterari ma, e l’AI Act ne è la prova, stilare testi che saranno sempre in divenire, sfruttando la tecnologia come parte della soluzione e non il problema”. Ci sono organizzazioni e architetture diverse che ci permettono di andare al di là delle questioni formativi. Per Fontana, urge promuovere una riflessione su questi trend tecnologici, con un occhio positivo verso il domani.

Il valore del dato personale

Dare una lettura diversa sull’utilizzo dei dati personali come strumento di “pagamento” della nostre vite è il focus dell’intervento di Mario Mazzeo, Avvocato e Coautore del libro “Altruismo dei dati” di Gangemi Editore. “Oggi è innegabile che i dati personali siano il nuovo petrolio. È ricco chi ha informazioni. L’IA è la dimostrazione che gli algoritmi vanno alimentati con tali informazioni per essere davvero utili, anche se i metodi di ottenimento sono spesso discutibili. Di fronte alle novità e alla sfide, l’UE ha lavorato bene per dare una serie di ma ad una sfliza di no. Aiutare a trovare soluzioni alternative di acquisizione dei dati è un modo per sensibilizzare soggetti pubblici e privati sul reale valore delle informazioni sensibili, che non di rado vengono concesse con troppa semplicità a terzi”.

Riccardo Acciai, Direttore del Servizio relazioni internazionali e con l’Unione Europea del Garante per la protezione dei dati personali

Di sfide e difficoltà ne ha parlato Edoardo Raffiotta, Prof.re di Diritto Costituzionale dell’Università Bicocca e componente del Comitato di Coordinamento per l’aggiornamento delle strategie nazionali AI. “Siamo in una condizione di over-regulation. L’AI Act è l’esempio di una complessità che non trova una piena sistematizzazione nello scenario globale. Se manca un coordinamento c’è il forte rischio di un’implosione dell’ecosistema complessivo. Una società più povera di diritti è sicuramente meno libera. L’IA PACT è un modo per cominciare ad avere a che fare con il testo, accompagnando le aziende verso la compliance normativa”.

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L’Ue contro Meta: “Rischi per la salute fisica e mentale dei giovani che usano Facebook e Instagram”

La Commissione Europea non perde un colpo. L’ultima mossa volta a indagare le pratiche digitali dei colossi americani sul mercato continentale riguarda Meta. Il commissario per il Mercato interno, Thiery Breton, ha spiegato in pochi e semplici passaggi il perché dell’apertura di una procedura nei confronti dell’azienda. “Non siamo convinti che Meta abbia fatto abbastanza per rispettare gli obblighi del Digital Services Act nel mitigare i rischi di effetti negativi sulla salute fisica e mentale dei giovani europei sia su Facebook che Instagram”. Il gruppo guidato da Mark Zuckerberg aveva già fornito alcune delucidazioni sul finire dello scorso anno, ossia dopo essere stato messo in guardia sulle possibili violazioni a danno della tutela dei minori.

A Breton, fa eco su Linkedin Veronique Ciminà, Legal Officer dell’unità DSA della Commissione Europea: “I procedimenti – ricorda – riguardano vari settori. Ad esempio il rispetto da parte di Meta degli obblighi di legge sulla protezione dei dati in materia di valutazione e mitigazione dei rischi causati dalla progettazione delle interfacce online di Facebook e Instagram, che possono sfruttare le debolezze e l’inesperienza dei minori e causare comportamenti di dipendenza. Poi la questione dei requisiti del Digital Service Act in relazione alle misure di mitigazione per impedire l’accesso dei minori a contenuti inappropriati, in particolare gli strumenti di verifica dell’età, che potrebbero non essere ragionevoli, proporzionati ed efficaci”.

Ciminà tira in ballo anche i dubbi su come Meta abbia attuato misure “adeguate e proporzionate” per garantire un elevato livello di privacy, sicurezza e protezione per i minori, in particolare per quanto riguarda le impostazioni predefinite nei sistemi di raccomandazione.

Non solo multa

Andando nel concreto: cosa rischia Meta? La multa, per chiunque violi le norme del DSA, prevede somme fino al 6% del giro d’affari annuo globale delle società e, in caso di recidiva, il divieto di operare in Europa. Ma il fine non è solo economico: il regolatore, con modus operandi del genere, intende mettere pressione a piattaforme del genere affinché queste adottino pratiche a difesa degli utenti, in modo particolare i minori. Non è un caso se poco meno di un mese fa, il 22 aprile, la stessa Commissione aveva avviato un’indagine nei confronti di TikTok, che in risposta si era vista costretta a rivedere alcune funzionalità lanciate in Francia e in Spagna, relative a d un programma a premi sull’app Lite.

La risposta di Meta

Non si è fatta attendere la risposta di Meta a seguito delle dichiarazioni provenienti da Bruxelles: “Vogliamo che gli adolescenti abbiano esperienze online sicure e adatte alla loro età. Per questo nell’ultimo decennio abbiamo sviluppato oltre 50 strumenti e policy pensate proprio per proteggerli. Questa è una sfida che tutto il settore si trova ad affrontare e siamo pronti a condividere maggiori dettagli sul nostro lavoro con la Commissione Europea” le parole di un portavoce.

Vale la pena ricordare che Meta sta affrontando un’altra indagine relativa alla pubblicità politica in Unione Europea mentre il suo diretto rivale, X, è nel mezzo di un’analisi circa la moderazione dei contenuti, la gestione della privacy e la trasparenza dei post pubblicitari.

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Sviluppo sostenibile, il discorso del presidente Sergio Mattarella all’ONU: ” Tutela della privacy e libertà di espressioni temi centrali”

Signora Vice Segretario Generale delle Nazioni Unite,
Signor Sottosegretario Generale per gli Affari Economici e Sociali,
Signora Direttrice Generale dell’Organizzazione Internazionale di Diritto per lo Sviluppo,
Signore e Signori, 

sono molto lieto di aprire i lavori di questo incontro su “Pace, Giustizia e Istituzioni per lo Sviluppo Sostenibile”, dedicato all’Obiettivo 16 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Ringrazio i Rappresentanti dell’Onu e dell’Organizzazione Internazionale di Diritto per lo Sviluppo per aver lavorato a questo evento, che si tiene per la prima volta qui a New York, dopo le precedenti edizioni svoltesi in Italia.

Rivolgo un saluto a tutti i partecipanti, rappresentanti di governi, delle organizzazioni internazionali, delle istituzioni giudiziarie, delle università, della società civile, inclusi in particolare giovani e donne, impegnati nella promozione di società pacifiche e inclusive, di sistemi giudiziari equi e di istituzioni efficaci, responsabili e trasparenti.

Pace, inclusione, giustizia, sono capisaldi irrinunciabili per lo sviluppo sostenibile di ogni Paese e di ogni società, e mi piace sottolineare come siano principi portanti anche dell’ordinamento costituzionale italiano.

L’esistenza di un sistema di tutele e di garanzie giuridiche è pre-condizione al godimento dei diritti della persona e, appunto, per lo sviluppo umano, inteso nel suo senso più alto.

Si tratta di fondamenti riaffermati dalla stessa Carta delle Nazioni Unite, che sin dal suo preambolo ha enunciato l’impegno “a creare le condizioni in cui la giustizia e il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti” e “a promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita in un contesto di accresciute libertà”.

L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, con i suoi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, ha il merito di avere fornito un orizzonte concreto per il loro realizzarsi, indicando un percorso che tutti gli Stati Membri si sono impegnati a perseguire nell’interesse dei popoli, e che passa anzitutto dalla preservazione del pianeta, il luogo che abitano. 

Giunti alla seconda metà del cronoprogramma di attuazione dell’Agenda, una decisa accelerazione verso il raggiungimento dei nostri obiettivi comuni appare imprescindibile, come riaffermato, lo scorso settembre, durante l’ultimo Vertice Onu in materia.

Ci troviamo, purtroppo, in un contesto più complesso di quanto si immaginava poco tempo addietro.

All’intensificarsi degli effetti negativi del cambiamento climatico si aggiunge il proliferare di drammatici conflitti che allontanano dall’impegno di dare priorità a quell’agenda.

Le conseguenze sono disastrose: allo stato attuale solo una parte modestissima degli obiettivi dell’Agenda 2030 sarebbe raggiungibile nei tempi indicati.

Il lavoro che attende questa Conferenza preparatoria sarà prezioso, come avvenuto per le edizioni precedenti di Roma, in particolare in vista del “Summit per il Futuro”, previsto il prossimo settembre.

Il quadro giuridico entro cui si colloca la capacità di perseguire gli obiettivi dell’Agenda è strumento essenziale.

Affidarsi esclusivamente alla buona volontà degli attori in gioco si è rivelato, spesso, illusorio.

Ecco perché l’Obiettivo 16, oggetto della riflessione di questa giornata, costituisce – e comporta – un passaggio ineliminabile.

Come potremmo parlare, infatti, di pace come sviluppo se non sostenendo i diritti delle persone e dei popoli?

Come potremmo, se non affermando la pratica, nei conflitti, dei principi delle Convenzioni di Ginevra in materia di diritto umanitario, oggi apertamente violati?

Se non ponendo in campo norme e iniziative a tutela della condizione femminile, contro la violenza sui fanciulli e sulle donne, sullo sfruttamento da parte della criminalità organizzata, sulla marginalizzazione dei disabili?

Sono questioni che riguardano da vicino le istituzioni e l’amministrazione della giustizia.

Si tratta di por fine alla insicurezza cui sono confinate troppe popolazioni e troppe persone.

Siamo particolarmente onorati, in proposito, di avere proposto e ottenuto l’assenso dell’Assemblea Generale, poco più di un mese fa, su una Risoluzione che, a ventiquattro anni dalla Convenzione di Palermo, ha dichiarato, ricordando la figura di Giovanni Falcone, il 15 novembre di ogni anno, “Giornata internazionale per la prevenzione e la lotta contro tutte le forme di criminalità organizzata transnazionale”.

La stabilità degli stessi Stati, la vigenza dello Stato di diritto, troppo spesso vengono messi in causa da queste forme di pervasiva criminalità.

Se questi sono temi di urgenza particolare, la prospettiva verso la quale ci muoviamo è quella di rendere le nostre società più coese e giuste,  allargando gli spazi civici e politici di partecipazione a tutte le componenti delle società; rendendo le istituzioni, a ogni livello, più inclusive e più rappresentative: in ultima analisi rinsaldando il “contratto sociale” tra popoli e istituzioni.

Si tratta di condizioni essenziali per lo sviluppo della persona, purtroppo fragili o assenti in tante parti del mondo.

Anche per questo l’Italia è impegnata con convinzione a far avanzare l’attuazione di questo obiettivo e a collaborare a questo fine con organizzazioni come l’Idlo, che ospitiamo a Roma. 

Signore e signori,

pace e sviluppo hanno destini incrociati.

Non può esservi l’uno, senza l’altra.

Viviamo in un’epoca con il maggior numero di conflitti dalla fine della Seconda guerra mondiale che divorano enormi risorse nella corsa agli armamenti, sottraendole allo sviluppo.

L’appello alla costruzione delle condizioni necessarie per la pace e per porre fine ai conflitti non potrebbe essere più necessario e urgente.

Fronteggiamo oggi un pericolo ulteriore che mina il rapporto di fiducia con le istituzioni e tra i Paesi, quello della disinformazione.

È di venerdì scorso la Giornata mondiale per la libertà di stampa che ammonisce, ogni anno, sul valore della libertà dell’informazione per il mantenimento della democrazia.

Temi come l’accesso all’informazione, la libertà di espressione, la tutela della privacy, appartengono, a buon diritto, alle mete incluse nell’Obiettivo 16, oggetto di questa discussione.

Con – e nelle – Nazioni Unite dobbiamo lavorare per ricostituire la fiducia tra le nazioni, rinsaldare la cooperazione internazionale e tessere nuove reti di comprensione e di collaborazione.

È sulla base di questo approccio che l’Italia dispiega la sua azione, con ferma determinazione nel sostenere gli strumenti di dialogo basati su quel principio di multilateralismo che oggi vediamo così drammaticamente messo in discussione dall’aggressione russa all’Ucraina e dalle conseguenze dell’irrisolto conflitto israelo-palestinese.

Non possiamo continuare ad attardarci in relazioni tra Paesi basate su visioni ed eredità ottocentesche, su pulsioni di potenza.

A chiedercelo con forza sono i cittadini, i giovani, le donne, che chiedono un avvenire ispirato agli obiettivi che l’Agenda 2030 ha delineato.

Con questi auspici auguro a tutti voi buon lavoro.

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https://www.key4biz.it/il-discorso-del-presidente-sergio-mattarella-allonu/489237/




Cloud Object Storage di Aruba Enterprise per l’archiviazione dei dati scalabile e sicura

Archiviare grandi quantità di dati in maniera flessibile

Salvare grandi quantità di dati non strutturati in maniera semplice ed efficace, tramite la creazione automatica di copie multiple degli oggetti distribuite in più nodi storage, questo offre il servizio di Aruba Enterprise Cloud Object Storage, una soluzione affidabile, flessibile, conforme agli standard di sicurezza e privacy e adatta alle esigenze di data storage per aziende di tutte le dimensioni.

Un servizio che consente di gestire agevolmente i picchi di traffico, garantendo prestazioni continue, e che permette di scegliere dove archiviare i propri dati sul cloud, garantendo il controllo totale sulla loro localizzazione.

Casi di applicabilità

In quali scenari il Cloud Object Storage di Aruba Enterprise risulta essere la scelta vincente?

  • Internet of Things e Big Data: comporta lo stoccaggio di notevoli volumi dati in funzione di analisi e utilizzo di Artificial Intelligence e Machine Learning;
  • Backup and Archiving, quando l’obiettivo è la salvaguardia del dato e archiviazione dei dati cost saving rispetto a block storage o file server;
  • Protezione da attacchi ransomware, prevenendo cancellazioni o modifiche (da ransomware) grazie alla funzionalità Object Locking;
  • Tiering, strumenti di cold tiering per applicazioni a lunga conservazione dei dati, in sostituzione di tecnologie on-premises;
  • Applicazioni Cloud Native, grazie alla compatibilità con il protocollo S3;
  • File Sync e Share, con l’accentramento in Cloud dei dati utente e file sharing, tramite portali di terze parti;
  • Rispetto dei requisiti GDPR per il trattamento dei dati personali, grazie alla struttura che permette di settare ACL (Access Control List) è adeguato alla protezione di dati sensibili.

Grazie alla sua flessibilità e alla facilità di accesso e gestione dei dati, la soluzione permette alle imprese di controllare i costi di archiviazione e di ottimizzare le risorse.

Non solo, la soluzione Aruba permette anche di gestire automaticamente eventuali guasti hardware, provvedendo rapidamente a ripristinare le copie perdute sugli storage rimanenti.

I vantaggi del servizio

Grazie all’elevata scalabilità e alla maggiore efficienza nel gestire petabyte di dati non strutturati e milioni di oggetti, la soluzione Aruba offre costi inferiori rispetto ai servizi di Block Storage.

Si tratta di un servizio completamente personalizzabile, con cui è possibile organizzare, categorizzare e cercare i dati in modo efficiente, semplificando le operazioni di gestione degli stessi.

Offre il massimo livello di resilienza, ottenuto con la creazione automatica di copie multiple degli oggetti caricati e distribuiti su nodi storage distinti.

Sono inoltre possibili l’utilizzo di Access Control List (ACL) per rendere il contenuto caricato accessibile pubblicamente o ad altri utenti del servizio, anche in considerazione che, oltre l’Italia, è attivabile in diversi Paesi europei, come Repubblica Ceca, Francia, Germania, Inghilterra e Polonia.

Il Cloud Object Storage consente infine di governare grandi quantità di informazioni non strutturate e di sfruttare una scalabilità illimitata del repository, integrandosi con altri strumenti cloud, grazie a un protocollo standard di mercato ampiamente diffuso (S3).

Modalità di tariffazione

Il Cloud Object Storage di Aruba permette di scegliere tra due modalità di tariffazione, “a consumo”, su base oraria, con cui viene pagato solo lo spazio utilizzato e il traffico in uscita per la massima granularità ed economicità, o “a canone”, su base mensile, con pacchetti a dimensione fissa più convenienti per l’immagazzinamento a lungo termine di file e cartelle.

Per approfondire la soluzione, scarica il documento di approfondimento

https://www.key4biz.it/cloud-object-storage-di-aruba-enterprise-per-larchiviazione-dei-dati-scalabile-e-sicura/488924/




Garante Privacy: “il dipendente ha il diritto di accedere ai propri dati”

Il caso di un istituto bancario

Il lavoratore ha diritto di accedere ai propri dati conservati dal datore di lavoro, a prescindere dal motivo della richiesta.

È quanto ha ribadito il Garante Privacy accogliendo il reclamo presentato da una donna che aveva chiesto, alla banca di cui era stata dipendente, di accedere al suo fascicolo personale per conoscere quali informazioni potevano aver dato origine ad una sanzione disciplinare nei suoi confronti.

La banca non aveva dato un adeguato riscontro alla richiesta e aveva fornito solo un elenco incompleto della documentazione raccolta, omettendo alcune informazioni in base alle quali era stata irrogata la sanzione disciplinare.

L’istruttoria

Solo a seguito dell’avvio dell’istruttoria da parte dell’Autorità, l’istituto di credito aveva consegnato all’ex dipendente l’ulteriore documentazione contenuta nel fascicolo.

Si trattava, in particolare, della corrispondenza intrattenuta dalla banca con una terza persona, che lamentava l’illecita comunicazione di informazioni riservate del marito correntista alla reclamante, che le aveva utilizzate nell’ambito di un procedimento giudiziario.

La banca, nelle note di riscontro all’Autorità, ha sostenuto di non aver fornito all’ex dipendente tale documentazione per tutelare il diritto di difesa e la riservatezza dei terzi coinvolti, nonché per l’assenza di interesse all’accesso da parte della reclamante.

Il controllo sui propri dati personali

Il Garante ha osservato che, in via generale, il diritto di accesso ha lo scopo di consentire all’interessato di avere il controllo sui propri dati personali e di verificarne l’esattezza. Tale diritto, tuttavia, non può essere negato o limitato a secondo della finalità della richiesta. Infatti, in base alle disposizioni del Regolamento, non è chiesto agli interessati di indicare un motivo o una particolare esigenza per giustificare le proprie richieste di esercizio dei diritti, né il titolare del trattamento può verificare i motivi della richiesta.

Tale interpretazione è stata chiarita anche dal Comitato europeo per la protezione dei dati (EDPB) mediante l’approvazione delle Linee guida sul diritto di accesso ed è frutto di un costante orientamento giurisprudenziale della Corte di Giustizia.

Nel sanzionare la banca per 20mila euro l’Autorità ha tenuto conto della natura, gravità e durata della violazione, ma anche dell’assenza di precedenti analoghi.

https://www.key4biz.it/garante-privacy-il-dipendente-ha-il-diritto-di-accedere-ai-propri-dati/488814/