Cyberstalking: anatomia di una persecuzione digitale tra diritto, tecnologia e nuove frontiere dell’IA

Ogni giorno, silenziosamente, milioni di persone aprono uno smartphone e trovano quello che ormai è diventato il simbolo di un terrore moderno: un messaggio non richiesto, una notifica da un profilo sospetto, la certezza di essere osservate da qualcuno che non ha il diritto di farlo. Il cyberstalking è uno dei crimini digitali in più rapida crescita al mondo, un fenomeno che ha trasformato la connettività ubiqua da opportunità a vulnerabilità, e che oggi si arricchisce di strumenti tecnologici sempre più sofisticati, dall’intelligenza artificiale ai deepfake, dagli AirTag allo stalkerware.

Analizzarlo significa attraversare il confine tra tecnologia, diritto penale, psicologia e politica pubblica. Significa capire perché, nonostante le leggi esistano, soltanto l’11% delle vittime sporge denuncia e perché il 92% di chi prova a bloccare il proprio persecutore scopre che la molestia continua attraverso altri canali. Significa, soprattutto, capire dove stiamo andando.

Che cos’è il cyberstalking: una definizione in evoluzione

Il termine cyberstalking non ha ancora trovato una definizione universalmente condivisa né in ambito giuridico né in ambito accademico, e questa lacuna costituisce uno dei principali ostacoli al suo contrasto efficace. La definizione operativa più autorevole a livello internazionale è quella elaborata dal RAND Institute nel suo studio del 2023 commissionato dal National Institute of Justice statunitense: il cyberstalking è l’utilizzo di tecnologie di comunicazione per condurre atti di sorveglianza, formulare minacce ed esprimere l’intenzione di ferire, molestare o intimidire le vittime, al punto da indurre in esse un ragionevole timore per la propria incolumità o un significativo disagio emotivo.

Un elemento fondamentale distingue il cyberstalking dalle molestie episodiche: la reiterazione della condotta. Non si tratta di un singolo episodio sgradito, ma di un pattern sistematico, spesso pianificato, che può combinarsi con lo stalking fisico o evolvere verso di esso. Secondo i dati del Bureau of Justice Statistics statunitense, circa l’80% di tutte le vittime di stalking sperimenta anche forme di persecuzione digitale, mentre il 67% subisce stalking tradizionale: i due fenomeni si sovrappongono sempre più frequentemente, alimentandosi a vicenda.

Il cyberstalking si manifesta attraverso una vasta gamma di condotte: l’invio compulsivo di messaggi minacciosi o molesti via e-mail, social network o applicazioni di messaggistica; il monitoraggio ossessivo dell’attività online della vittima; la diffusione di informazioni personali o false (doxxing); la creazione di profili falsi per danneggiare la reputazione della vittima (impersonation); l’installazione di stalkerware sui dispositivi della vittima; il tracciamento della posizione fisica tramite dispositivi GPS o tracker come gli AirTag di Apple; la diffusione non consensuale di immagini intime (revenge porn).

I numeri di un’epidemia silenziosa

Le dimensioni globali del fenomeno sono imponenti, anche se sottostimate a causa della drammatica percentuale di casi non denunciati. Negli Stati Uniti, le stime più recenti indicano che circa 7,5 milioni di persone sono vittime di cyberstalking ogni anno. Il Bureau of Justice Statistics, nella sua analisi formale relativa al 2019, aveva già documentato 3,4 milioni di vittime (l’1,3% della popolazione over 16), ma le proiezioni più aggiornate segnalano una crescita sostenuta. Il costo economico aggregato supera 1,3 miliardi di dollari annui tra spese legali, perdita di produttività e supporto psicologico.

Lo studio più rigoroso disponibile a livello europeo è quello pubblicato nel luglio 2025 sul British Journal of Criminology dai ricercatori Madeleine Janickyj (UCL), Niels Blom (University of Manchester) e Leonie Maria Tanczer (UCL), nel quale sono stati analizzati i dati del Crime Survey for England and Wales (CSEW) su un campione di 147.711 partecipanti di età compresa tra i 16 e i 59 anni, su un arco temporale di otto anni (2012-2020).

I risultati mostrano che il cyberstalking è stata l’unica categoria di stalking a registrare un aumento statisticamente significativo: una crescita del 70%, dall’1% all’1,7% degli intervistati, superando sia lo stalking fisico (aumentato solo del 15%) sia quello cyber-enabled (in diminuzione). La ricercatrice Tanczer ha commentato: “Il cyberstalking non solo sta diventando più comune, ma è anche sotto-riconosciuto come reato grave. Molte vittime sentono che quello che è successo loro era sbagliato ma non un crimine.”

Un dato allarmante aggiuntivo emerge dalla Suzy Lamplugh Trust: una sua indagine del 2023 ha rilevato che l’84% dei giovani tra i 16 e i 24 anni ha sperimentato qualche forma di comportamento ascrivibile al cyberstalking, contro il 70% che ha subito comportamenti persecutori in persona.

Sul versante europeo più ampio, i dati dell’European Institute for Gender Equality (EIGE) del 2025 indicano che circa una donna su dieci ha sperimentato forme di molestia o minaccia online almeno una volta nella vita. Le fasce d’età più colpite sono i giovani tra i 16 e i 24 anni (2,4% di probabilità di essere vittima di cyberstalking, quasi il doppio rispetto alla fascia 45-59 anni), mentre donne e persone appartenenti alla comunità LGB sono sistematicamente sovrarappresentate: le prime hanno quasi il doppio delle probabilità degli uomini di subire qualsiasi forma di stalking, le seconde sono più del doppio delle volte colpite dal cyberstalking rispetto agli individui eterosessuali.

Il quadro italiano: i dati della Polizia Postale e di Eurispes

In Italia, il quadro che emerge dai dati istituzionali del 2024 è articolato e in chiaroscuro. Il Report annuale della Polizia Postale per la Sicurezza Cibernetica, presentato in occasione del Safer Internet Day 2025, registra una dinamica significativa: nel 2024, i casi di cyberstalking con vittime donne sono aumentati dell’8% rispetto al 2023, passando da 117 a 126. Il numero di persone indagate ha subito un incremento ancora più marcato, pari al 54% (da 80 a 123), segnale di un’intensificazione delle attività di contrasto da parte delle autorità. I casi con vittime uomini sono invece in calo del 12%, da 67 a 59.

La stessa Polizia Postale lombarda, nel suo rendiconto 2024, ha evidenziato come le donne siano “sempre più spesso vittime di reati online quasi interamente ‘al femminile’, come il cyberstalking, il revenge porn e le ‘truffe sentimentali’”, richiamando esplicitamente al ruolo del silenzio come fattore di rischio.

Il rapporto Eurispes 2024 delinea un quadro ancora più ampio nella percezione sociale del fenomeno: il cyberstalking colpisce il 14% degli italiani, con percentuali che superano il 20% nelle fasce d’età tra i 18 e i 34 anni. Lo stesso report segnala il revenge porn come fenomeno correlato e in crescita, che colpisce l’8,1% degli italiani, con percentuali superiori al 14% nella fascia 18-34 anni.

Un ulteriore indicatore della gravità del fenomeno riguarda i dispositivi di monitoraggio elettronico: alla fine del 2024, in Italia erano attivi 10.458 braccialetti elettronici, di cui 4.677 con funzione antistalking, strumenti introdotti dal Decreto Legge n. 16/2023 convertito nella Legge n. 56/2023. Sul fronte delle segnalazioni, il numero di pubblica utilità 1522 ha registrato nel 2024 un incremento del 32,5% rispetto al 2023 nelle richieste di aiuto per stalking, segnale di una maggiore emersione del fenomeno.

Il Commissariato di P.S. Online ha gestito nel corso del 2024 oltre 82.000 segnalazioni e 23.000 richieste di assistenza relative a fenomeni come truffe online, spoofing, smishing ed estorsioni a sfondo sessuale. Il totale dei fascicoli di indagine aperti dalla Polizia Postale è stato di 54.554, con 7.884 persone denunciate.

Il quadro normativo italiano: art. 612-bis, Codice Rosso e aggiornamenti recenti

In Italia, il cyberstalking non configura una fattispecie di reato autonoma, ma rappresenta una modalità di esecuzione aggravata degli atti persecutori disciplinati dall’art. 612-bis del Codice Penale, introdotto con il Decreto Legge n. 11 del 23 febbraio 2009, convertito nella Legge n. 38 del 23 aprile 2009.

La norma punisce chiunque, con condotte reiterate, minacci o molesti taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto, oppure costringere la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita. La pena base è la reclusione da sei mesi a cinque anni, su querela della persona offesa. La legge prevede tuttavia circostanze aggravanti che elevano la pena fino a un minimo di un anno e un massimo di sei anni e sei mesi di reclusione, in presenza di condotte commesse:

dal coniuge, anche separato o divorziato, o da altra persona legata sentimentalmente alla vittima (aggravante del comma 2); attraverso strumenti informatici o telematici (aggravante specifica per il cyberstalking); nei confronti di un minore, di una donna in gravidanza o di una persona con disabilità.

In queste circostanze il reato diventa procedibile d’ufficio, il che significa che la Procura può avviare le indagini senza necessità di querela.

La giurisprudenza ha tracciato un quadro applicativo consolidato. La Corte Costituzionale, nella sentenza n. 172 del 18 giugno 2014, ha stabilito che la reiterazione della condotta non richiede una lunga sequenza temporale: sono sufficienti anche solo due episodi, purché legati da un unico intento persecutorio.

La Cassazione penale ha poi esteso la rilevanza penale anche alle condotte digitali: messaggi minacciosi via WhatsApp o Telegram, post denigratori sui social network, creazione di profili falsi (impersonation), diffusione di immagini senza consenso. Con la sentenza n. 25516 del 27 giugno 2024 (Cass. Pen., Sez. 5), la Suprema Corte ha ribadito la concorrenza tra il reato di atti persecutori e quello di sostituzione di persona (art. 494 c.p.) quando il persecutore crea profili social falsi utilizzando nome e fotografie della vittima.

Il sistema normativo italiano si è rafforzato nel tempo attraverso interventi successivi:

la Legge n. 69/2019 (“Codice Rosso”) ha impresso un’accelerazione procedurale fondamentale, imponendo al pubblico ministero l’obbligo di assumere informazioni dalla persona offesa entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, e introducendo pene più severe per i reati di violenza di genere e domestica;

la Legge n. 168/2023 ha esteso l’applicabilità dell’ammonimento del Questore anche alle condotte di molestie digitali non ancora sfociate in reati consumati, potenziando così lo strumento preventivo di natura amministrativa. I dati del 2025 mostrano un ricorso massiccio a questo strumento, con un incremento significativo delle richieste di ammonimento rispetto agli anni precedenti;

il Decreto Legge n. 16/2023 (Legge n. 56/2023) ha introdotto e disciplinato l’uso del braccialetto elettronico per gli stalker, strumento ora attivo su migliaia di soggetti in tutta Italia;

la Legge n. 90/2024 (DDL Cybersicurezza) ha potenziato ulteriormente le capacità investigative della Polizia Postale, favorendo un’osmosi operativa più efficace tra forze dell’ordine, magistratura, Presidenza del Consiglio e ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale).

Un aspetto critico che il sistema normativo attuale non ha ancora risolto riguarda il profilo probatorio. La norma impone tempi serrati di audizione della vittima, ma l’acquisizione formale della prova digitale richiede competenze forensi specializzate. La mera produzione di screenshot di messaggi persecutori può risultare insufficiente per fondare un giudizio di responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio, se non accompagnata dall’estrazione forense dei dati con metadati certificati e catena di custodia conforme all’art. 254-bis c.p.p. Nel 2024, i Ministeri dell’Interno e della Giustizia hanno rafforzato l’investimento nella formazione della Polizia Giudiziaria specializzata e nell’acquisizione di software di mobile forensics, necessari anche per analizzare i dati provenienti da app di messaggistica cifrata come Telegram o Signal.

Stalkerware: il controllo invisibile sui dispositivi

Uno degli strumenti più insidiosi del cyberstalking moderno è lo stalkerware, categoria di software progettati per monitorare un dispositivo mobile a insaputa del proprietario. Il report annuale State of Stalkerware pubblicato da Kaspersky nel marzo 2024 documenta 31.031 utenti colpiti a livello mondiale nel 2023, con un aumento del 5,8% rispetto all’anno precedente. Il trend inverte il calo registrato nel 2021 e conferma che la sorveglianza digitale negli abusi è un problema strutturale in espansione.

In Europa, il 2023 ha registrato 2.645 casi, con Germania (577), Francia (332) e Regno Unito (271) in testa. Kaspersky ha rilevato complessivamente 195 diverse applicazioni stalkerware, con TrackView come la più diffusa a livello mondiale (4.049 utenti colpiti). La ricerca ha incluso anche l’Italia, in un sondaggio condotto su 21.000 intervistati in 21 nazioni: il 23% degli intervistati ha dichiarato di aver subito qualche forma di stalking online da parte di un partner, mentre il 39% ha riferito esperienze di violenza o abuso da parte di un partner attuale o precedente.

Lo stalkerware si traveste tipicamente da applicazione di controllo parentale o antitheft. Una volta installato, di norma senza consenso e senza essere visibile nell’elenco delle app, consente al persecutore di accedere a messaggi, chiamate, posizione GPS, foto, cronologia del browser e, in alcune varianti avanzate, al microfono e alla fotocamera del dispositivo.

Secondo il test condotto da AV-Comparatives nel settembre 2025 su 17 applicazioni stalkerware installate su un dispositivo Samsung Galaxy A36 con Android 15, le differenze di rilevamento tra i principali prodotti di sicurezza mobile sono significative: Malwarebytes raggiunge il 100% di rilevamento; Bitdefender, ESET, Kaspersky e McAfee si attestano al 94%; Avast, Avira e F-Secure all’88%; Norton e Sophos all’82%; G Data al 65%; Trend Micro al 59%; Google Play Protect al 53%.

Il test ha anche evidenziato che nessuno dei prodotti provvede alla rimozione automatica dello stalkerware, una scelta appropriata: la disinstallazione improvvisa può allertare il persecutore qualora stia monitorando il dispositivo in tempo reale. Solo Kaspersky ha incluso un avvertimento esplicito sulle possibili conseguenze di una rimozione immediata.

Un dato culturale di particolare preoccupazione emerso dalla ricerca Kaspersky: la consapevolezza dello stalkerware è in calo tra la popolazione generale, con il 46% degli intervistati nel 2024 che dichiara di non sapere cosa sia (rispetto al 40% del 2021). Parallelamente, il 38% trova “accettabile in certe circostanze” il monitoraggio segreto del partner, una quota quasi raddoppiata rispetto al 17% del 2021: una normalizzazione del controllo digitale nella coppia che alimenta il fenomeno culturalmente.

Kaspersky ha co-fondato nel 2019 la Coalition Against Stalkerware, un gruppo internazionale che riunisce oltre 40 aziende IT, ONG, istituzioni accademiche e forze dell’ordine, con un sito disponibile in sette lingue dove le vittime possono trovare supporto. Ha inoltre sviluppato TinyCheck, uno strumento open source e gratuito per rilevare stalkerware senza allertare il persecutore, utilizzabile da organizzazioni non profit e unità di polizia.

L’escalation tecnologica: AirTag, OSINT e deepfake

Il cyberstalking contemporaneo non si limita ai messaggi molesti: l’intero ecosistema tecnologico del quotidiano è diventato potenziale vettore di persecuzione. Tre tendenze meritano attenzione specifica per la loro recente accelerazione.

Tracker GPS e dispositivi di localizzazione. Gli AirTag di Apple, i Tile e i tracker integrati nei fitness wearable hanno introdotto un nuovo vettore di sorveglianza fisica. Apple è stata oggetto di una class action presentata nel dicembre 2022 da decine di vittime di stalking davanti al tribunale distrettuale federale della California settentrionale. I

l procedimento, che lamenta come gli AirTag abbiano “rivoluzionato la portata, l’ampiezza e la facilità dello stalking basato sulla localizzazione”, è ancora in corso: nel marzo 2024 il giudice Vince Chhabria ha rigettato la mozione di Apple per il rigetto, consentendo a tre istanze di procedere con le accuse di negligenza e responsabilità da prodotto ai sensi del diritto californiano. I casi superstiti riguardano vittime alle quali l’AirTag risultava nascosto nella propria autovettura, con notifiche di rilevamento tardive o incomprensibili che hanno prolungato la persecuzione per settimane o mesi.

Il caso più emblematico è quello di un’attrice irlandese costretta ad abbandonare la carriera negli Stati Uniti e a tornare in patria per sfuggire a un persecutore che la tracciava tramite un AirTag nella sua auto. Il problema rimane strutturale: la miniaturizzazione dei dispositivi di tracciamento li rende sempre più facili da nascondere e difficili da individuare.

OSINT e profilazione automatizzata. Le tecniche di Open Source Intelligence (OSINT), originariamente sviluppate per l’intelligence e le indagini forensi, sono oggi accessibili a chiunque attraverso strumenti automatizzati e, sempre più, potenziati dall’intelligenza artificiale. Un persecutore tecnologicamente capace può aggregare dati pubblici da social network, registri elettorali, database di data breach, check-in geolocalizzati e fotografie per costruire un profilo dettagliato della vittima senza mai violare sistemi informatici.

Le recenti capacità di geolocalizzazione dei modelli GPT-4o e o3 di OpenAI, che possono inferire la posizione geografica di una persona da caratteristiche visive di un’immagine (architettura, vegetazione, segnaletica), hanno sollevato preoccupazioni concrete tra i ricercatori: si tratta di capacità un tempo riservate ad analisti specializzati che diventano accessibili a qualsiasi utente, con ricadute dirette sulla sicurezza personale.

Deepfake e violenza sintetica. L’intelligenza artificiale generativa ha introdotto una dimensione inedita nella persecuzione digitale: la capacità di creare contenuti sintetici e credibili che danneggiano la reputazione o la vita privata della vittima. Nel solo primo trimestre del 2025, si sono verificati 179 incidenti legati a deepfake, un numero che ha già superato il totale dell’intero 2024 del 19%. Le perdite finanziarie da frodi deepfake hanno raggiunto 410 milioni di dollari nel primo semestre 2025, rispetto ai 359 milioni dell’intero 2024 (fonte: Brightside AI, 2025).

Il caso più citato negli ambienti giuridici e tecnologici è quello del preside Eric Eiswert della Pikesville High School di Baltimora, Maryland. Nell’aprile 2024, la polizia della contea di Baltimore ha arrestato Dazhon Darien, 31 anni, direttore sportivo della scuola, con le accuse di furto, stalking e ritorsione contro un testimone. Darien avrebbe creato e diffuso un audio sintetico nel quale la voce del preside proferiva commenti razzisti e antisemiti, diffondendolo via e-mail alle caselle dei docenti e poi sui social network, dove fu condiviso oltre 27.000 volte.

L’audio aveva già spinto il preside in aspettativa forzata, con la polizia che presidiava la sua abitazione e una valanga di minacce personali che lo avevano raggiunto prima che l’indagine chiarisse la natura artificiosa della registrazione. Esperti di forensica digitale convocati dagli inquirenti hanno riscontrato che il file “conteneva tracce di contenuto generato dall’IA con editing umano successivo”, ma la natura pienamente sintetica dell’audio non è stata confermata con certezza. Il caso ha spinto le autorità del Maryland ad avviare i primi dibattiti legislativi sull’adeguamento delle norme all’era dell’IA.

Il profilo delle vittime e dei persecutori

I dati di ricerca convergono su profili abbastanza definiti, pur con le variabili tipiche di un fenomeno socialmente stratificato. Le vittime sono prevalentemente donne: considerando stalking fisico e digitale insieme, una donna su tre e un uomo su sei ne sperimentano almeno una forma nel corso della vita, secondo le stime del RAND Institute. Sul piano esclusivamente digitale, le donne risultano quasi il doppio più esposte degli uomini a tutte le forme di stalking.

Lo studio accademico di Walsh et al. (2024), pubblicato dall’Università del New Hampshire e basato su un campione rappresentativo nazionale che ha indagato sia adolescenti sia adulti, aggiunge alcune distinzioni rilevanti: il 31,4% delle vittime di cyberstalking nel campione appartiene a comunità non eterosessuali, una sovrarappresentazione significativa già dall’adolescenza. I perpetratori adulti hanno maggiori probabilità di ricorrere all’impersonation rispetto agli adolescenti, mentre i giovani persecutori fanno più ricorso ad app di messaggistica e hanno maggiori probabilità di emettere minacce fisiche dirette.

Sul fronte dei persecutori, la ricerca di Blais et al. (2024) ha identificato che la componente antisociale della psicopatia, intesa come comportamenti antisociali precoci e ripetuti, risulta significativamente associata alla perpetrazione di cyberstalking negli ultimi 12 mesi, con un odds ratio di 2,74. Nella maggioranza dei casi di cyber-enabled stalking, il persecutore è noto alla vittima e ha un legame domestico o sentimentale con essa: il 61% delle vittime donne è perseguitato da un partner attuale o precedente (Bureau of Justice Statistics, Stalking Victimization, 2019).

L’impatto psicologico e sociale: danni duraturi e sistematici

Il cyberstalking non è un fastidio digitale: è un’esperienza traumatica con conseguenze documentate sulla salute mentale e sulla vita quotidiana. Le vittime di cyberstalking hanno una probabilità 2,5 volte maggiore rispetto alle vittime di stalking offline di sviluppare problemi psicologici a lungo termine, tra cui disturbo post-traumatico da stress, ansia generalizzata e depressione.

I dati aggregati da diverse fonti disegnano un quadro sistematico:

il 33% delle vittime riferisce ansia e depressione come conseguenza diretta della persecuzione; il 49% segnala un impatto negativo sulla performance lavorativa o accademica; il 55% di chi denuncia alla polizia sperimenta una vittimizzazione secondaria durante le procedure di indagine; il 62% riporta sentimenti di impotenza e disperazione. Il 92% di chi prova a bloccare il proprio persecutore online scopre che la molestia continua attraverso altri canali, evidenziando la sistematicità dell’approccio persecutorio. Le vittime di cyberstalking sono quattro volte più propense a sviluppare disturbi del sonno dovuti a stress e paura.

L’escalation verso la violenza fisica è un rischio documentato: le vittime di cyberstalking hanno una probabilità 2,9 volte superiore di subire violenza offline. Il 41% dei persecutori minaccia esplicitamente di fare del male alla vittima o ai suoi cari. Solo l’11% dei casi viene denunciato alle autorità, con il 42% delle vittime che cita vergogna o imbarazzo come freno principale. Il 13% dei casi segnalati porta a incriminazioni penali, a causa della combinazione di barriere probatorie e carenza di formazione investigativa specializzata.

Le sfide del contrasto: prova digitale e competenza investigativa

Sul piano delle criticità nel contrasto al fenomeno, emergono strutturalmente tre aree problematiche.

Il problema probatorio. La raccolta e la preservazione della prova digitale in contesti di cyberstalking è tecnicamente complessa. I screenshot prodotti dalla vittima possono essere contestati dalla difesa se non corroborati da estrazione forense certificata con metadati integri. L’art. 254-bis c.p.p. regolamenta l’acquisizione dei dati informatici, ma la sua applicazione pratica richiede competenze specialistiche non sempre disponibili a livello locale.

La competenza investigativa. A livello globale, circa l’80% delle agenzie di law enforcement non dispone di formazione specializzata per indagare efficacemente i casi di cyberstalking, con ricadute dirette sui tassi di incriminazione. In Italia, la Polizia Postale rappresenta un’eccezione virtuosa, con 100 uffici territoriali coordinati e centri specializzati (CNAIPIC, CNCPO, Commissariato di P.S. Online), ma la capacità operativa rimane concentrata nelle grandi aree urbane.

Il problema dell’underreporting. Solo l’11% delle vittime sporge denuncia. Le barriere sono molteplici: molte vittime non percepiscono l’esperienza come un reato (come documentato dallo studio UCL del 2025, in cui il 48,7% di chi ha subito stalking lo ha definito “sbagliato ma non un crimine”); la paura di ritorsioni è concreta; la sfiducia nell’efficacia del sistema giudiziario è diffusa. Il 41% dei persecutori continua la propria condotta anche dopo l’intervento delle forze dell’ordine.

Verso nuovi strumenti di risposta: piattaforme, AI Act e formazione

Il contrasto efficace al cyberstalking richiede un approccio sistemico che superi la sola risposta penale.

L’intervento delle piattaforme. Le piattaforme social sono il teatro principale delle persecuzioni digitali e il luogo dove gli strumenti di prevenzione possono avere il maggiore impatto. Il Digital Services Act europeo introduce obblighi più stringenti per le piattaforme nella gestione dei contenuti illeciti, con la possibilità di sanzioni fino al 6% del fatturato globale. Apple ha aggiornato le notifiche di rilevamento degli AirTag a seguito delle polemiche. Tuttavia, la facilità con cui i persecutori creano nuovi account vanifica spesso i sistemi di blocco.

L’AI Act e la regolamentazione dei deepfake. Il Regolamento sull’Intelligenza Artificiale dell’Unione Europea (AI Act, Regolamento UE 2024/1689), entrato in vigore nell’agosto 2024, introduce obblighi di trasparenza per i sistemi di IA generativa e vieta alcune applicazioni considerate ad alto rischio. Sebbene non affronti esplicitamente il cyberstalking, l’AI Act crea un quadro regolatorio potenzialmente applicabile ai sistemi di deepfake usati per molestare o diffamare, ove qualificati come applicazioni ad alto rischio in quanto incidenti sui diritti fondamentali. La questione rimane aperta e dibattuta tra i giuristi europei.

La risposta educativa. I dati Eurispes e la ricerca UCL convergono sulla necessità di affiancare alla risposta penale un’azione educativa strutturale. La normalizzazione del controllo digitale nelle relazioni, segnalata dal calo di consapevolezza sullo stalkerware rilevato da Kaspersky, indica che il problema ha radici culturali che le sole sanzioni penali non possono estirpare. La Polizia Postale ha investito in questo senso con il progetto “Una vita da social” e con iniziative di sensibilizzazione nelle scuole, ma la scala dell’intervento educativo rimane insufficiente rispetto all’entità del problema.

Come difendersi: misure pratiche per le vittime

Dal punto di vista della prevenzione individuale, le raccomandazioni consolidate delle principali autorità di sicurezza digitale includono i seguenti elementi.

Gestione delle credenziali. Utilizzare password complesse e diverse per ogni account, aggiornandole periodicamente. Attivare l’autenticazione a due fattori su tutti i servizi che la supportano. Non condividere mai credenziali con partner romantici, indipendentemente dal livello di fiducia percepito.

Privacy sui social network. Impostare i profili come privati e monitorare regolarmente l’elenco dei follower. Limitare la pubblicazione di informazioni geolocalizzate, evitando check-in in luoghi frequentati abitualmente. Non condividere immagini che contengano metadati GPS incorporati.

Monitoraggio dei dispositivi. Installare soluzioni antivirus affidabili in grado di rilevare stalkerware. Controllare le app installate, in particolare quelle con accesso a localizzazione, microfono e fotocamera. In caso di sospetto, non procedere autonomamente alla disinstallazione: una rimozione improvvisa può allertare il persecutore se sta monitorando il dispositivo in tempo reale. Contattare prima le autorità o la Coalition Against Stalkerware (stopstalkerware.org).

Documentazione delle prove. Conservare ogni episodio di molestia digitale: salvare i messaggi con data e ora visibili, fare screenshot con metadati, non cancellare le comunicazioni ricevute. Rivolgersi a un esperto di digital forensics per garantire l’integrità delle prove prima della denuncia formale.

Supporto istituzionale. In Italia, il Commissariato di P.S. Online (www.commissariatodips.it) consente di effettuare segnalazioni online H24. Il numero 1522 è attivo 24 ore su 24 per le vittime di violenza e stalking. I Centri Antiviolenza presenti sul territorio offrono supporto legale e psicologico specializzato.

Conclusioni: un crimine che parla al futuro

Il cyberstalking ci racconta qualcosa di fondamentale sulle trasformazioni della violenza nell’era digitale: la possibilità di fare del male senza confini geografici, senza contatto fisico, spesso senza lasciare tracce immediatamente riconoscibili. È un crimine che si alimenta delle stesse infrastrutture che utilizziamo per lavorare, comunicare, costruire relazioni. E che, nella sua evoluzione più recente, si sta dotando di strumenti come l’intelligenza artificiale generativa, i deepfake e i tracker miniaturizzati che moltiplicano le possibilità del persecutore e le difficoltà della vittima.

I dati internazionali e italiani convergono su un punto: il fenomeno è sottostimato, sottodenunciato e strutturalmente sottodimensionato nelle risposte istituzionali. Le leggi esistono, ma i tassi di condanna rimangono bassi. La tecnologia avanza, ma i sistemi di rilevamento faticano a stare al passo. Le vittime subiscono traumi profondi, spesso in silenzio, per mesi o anni.

Affrontare il cyberstalking richiede lo stesso approccio sistemico che l’Unione Europea ha iniziato ad applicare alla violenza di genere digitale più in generale: legislazione adeguata ai tempi tecnologici, formazione delle forze dell’ordine, responsabilità delle piattaforme, educazione digitale sin dalla scuola primaria e, soprattutto, il superamento della normalizzazione culturale del controllo digitale nelle relazioni affettive. Il confine tra cura e sorveglianza non è mai stato così sottile, né così importante da tracciare con chiarezza.

Note al fact-checking e alle fonti

Tutte le statistiche riportate in questo articolo sono state verificate sulla fonte primaria originale o su fonti istituzionali di primo livello. Le percentuali di natura psicologica (2,5x, 2,9x, 92%, ecc.) derivano da aggregatori di ricerca (Gitnux/Market Data Reports 2025) che citano studi peer-reviewed; il lettore che necessiti della fonte primaria specifica è invitato a consultare il riferimento indicato. I dati Blais et al. (2024) sull’odds ratio della psicopatia antisociale sono citati attraverso fonte secondaria. Le cifre relative ai deepfake (179 incidenti nel Q1 2025, perdite da 410 milioni nel semestre) derivano dall’analisi di Brightside AI (2025), che non rappresenta un ente pubblico o accademico: devono essere lette come stime di settore.

Fonti principali

RAND Institute, Cyberstalking: A Growing Challenge for the U.S. Legal System (RRA2637-1), National Institute of Justice, U.S. Department of Justice, 2023

Janickyj M., Blom N., Tanczer L.M., Online and Offline Stalking Victimisation in the Crime Survey for England and Wales: Its Predictors and Victim/Survivors’ Views on Criminalisation, The British Journal of Criminology, 2025, DOI: 10.1093/bjc/azaf064

Kaspersky, The State of Stalkerware in 2023, marzo 2024

AV-Comparatives, Stalkerware Test 2025, settembre 2025

Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica, Report Annuale 2024, Commissariato di P.S. Online, gennaio 2025

Eurispes, Rapporto Italia 2024

European Institute for Gender Equality (EIGE), Gender-based violence online, 2025

Suzy Lamplugh Trust, indagine su cyberstalking tra giovani 16-24 anni, 2023 (citato in BJC/UCL, 2025)

Ministero della Giustizia italiano, art. 612-bis c.p.

Bureau of Justice Statistics (BJS), Stalking Victimization, 2019, U.S. Department of Justice

Walsh J. et al., Characteristics and Dynamics of Cyberstalking Victimization among Juveniles and Young Adults, University of New Hampshire Crimes against Children Research Center, 2024

Blais J. et al. (2024), ricerca sull’associazione tra psicopatia antisociale e cyberstalking (citato in: Unobravo.com, Cyberstalking: cos’è, caratteristiche e differenze di genere, dicembre 2025)

Coalition Against Stalkerware, stopstalkerware.org

L’Eurispes, Cyberstalking, la nuova frontiera della violenza digitale, marzo 2025

Corte Costituzionale italiana, sentenza n. 172 del 18 giugno 2014

Cass. Pen., Sez. 5, n. 25516 del 27 giugno 2024

Brightside AI, How to Defend Against Deepfake Attacks: 2025 Guide, ottobre 2025

AP News / NPR / Baltimore Sun, caso Dazhon Darien / Pikesville High School, aprile-maggio 2024

CNBC / Harvard JOLT, Apple AirTag Stalking Class Action Survives Motion to Dismiss, marzo 2024

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Palantir employees are talking about company’s “descent into fascism”

It took just a few months of President Donald Trump’s second term for Palantir employees to question their company’s commitments to civil liberties. Last fall, Palantir seemed to become the technological backbone of Trump’s immigration enforcement machinery, providing software identifying, tracking, and helping deport immigrants on behalf of the Department of Homeland Security, when current and former employees started ringing the alarm.

Around that time, two former employees reconnected by phone. Right as they picked up the call, one of them asked, “Are you tracking Palantir’s descent into fascism?”

“That was their greeting,” the other former employee says. “There’s this feeling not of ‘Oh, this is unpopular and hard,’ but ‘This feels wrong.’”

Palantir was founded—with initial venture capital investment from the CIA—at a moment of national consensus following the September 11, 2001, attacks, when many saw fighting terrorism abroad as the most critical mission facing the US. The company, which was cofounded by tech billionaire Peter Thiel, sells software that acts as a high-powered data aggregation and analysis tool powering everything from private businesses to the US military’s targeting systems.

For the past 20 years, employees could accept the intense external criticism and awkward conversations with family and friends about working for a company named after J. R. R. Tolkien’s corrupting all-seeing orb. But a year into Trump’s second term, as Palantir deepens its relationship with an administration that many workers fear is wreaking havoc at home, employees are finally raising these concerns internally, as the US’s war on immigrants, war in Iran, and even company-released manifestos has forced them to rethink the role they play in it all.

“We hire the best and brightest talent to help defend America and its allies and to build and deploy our software to help governments and businesses around the world. Palantir is no monolith of belief, nor should we be,” a Palantir spokesperson said in a statement. “We all pride ourselves on a culture of fierce internal dialogue and even disagreement over the complex areas we work on. That has been true from our founding and remains true today.”

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Garante privacy, ok ad accesso proprie email dopo fine rapporto lavoro

Il lavoratore può accedere ai messaggi del proprio account email aziendale e ai documenti presenti nel pc dopo la fine del rapporto di lavoro. Eventuali limitazioni devono essere motivate da specifiche e comprovate ragioni, come la tutela di segreti aziendali.

È quanto ha affermato il Garante per la protezione dei dati personali accogliendo il reclamo di un ex dipendente di una compagnia assicurativa, che aveva chiesto copia dei messaggi della propria casella di posta elettronica aziendale e dei documenti salvati nel pc.

La società, si legge nel comunicato del Garante, aveva effettuato un accesso alla posta elettronica dell’ex dipendente e, dopo averne esaminato il contenuto, aveva fornito esclusivamente i messaggi ritenuti “strettamente personali”, escludendo quelli legati all’attività lavorativa.

Secondo il Garante, sì legge nella nota, il diritto di accesso riguarda tutti i dati personali, comprese le comunicazioni intercorse tramite un account aziendale individualizzato. Non è quindi legittimo selezionare preventivamente i contenuti da fornire né limitarli o oscurarli sulla base della distinzione tra ambito personale e professionale.

L’Autorità ha inoltre rilevato criticità nella gestione dei dati, in particolare per la mancanza di trasparenza nelle informative e per i tempi di conservazione delle email (5 anni) e dei dati di navigazione (12 mesi), ritenuti non proporzionati rispetto alle finalità dichiarate.

Per le violazioni accertate è stata inflitta una sanzione di 50mila euro. Il Garante ha inoltre ordinato di consentire l’accesso integrale ai dati richiesti e di adeguare informative e policy interne alla normativa privacy.

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Intesa Sanpaolo, multa da 31,8 milioni per un data breach durato oltre due anni

Un data breach protratto per più di due anni, migliaia di accessi indebiti e sistemi di controllo ritenuti inadeguati. Con queste motivazioni il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato Intesa Sanpaolo con una multa da 31,8 milioni di euro, una delle più rilevanti in ambito bancario.

Accessi abusivi e controlli inefficaci

L’istruttoria dell’Autorità, avviata dopo la notifica del data breach nel luglio 2024, ha accertato che un dipendente della banca ha consultato senza alcuna giustificazione le informazioni bancarie di 3.573 clienti. Gli accessi indebiti sono stati oltre 6.600 e si sono verificati tra il 21 febbraio 2022 e il 24 aprile 2024.

Il dato più critico riguarda l’assenza di rilevazione: i sistemi interni di monitoraggio non sono stati in grado di individuare tempestivamente l’anomalia, evidenziando lacune strutturali nei meccanismi di prevenzione e controllo.

Coinvolti anche clienti ad alto rischio

Tra i soggetti interessati figurano anche clienti definiti “ad alto rischio”, inclusi individui con ruoli pubblici di rilievo. Secondo il Garante, in questi casi sarebbero stati necessari presidi di sicurezza rafforzati, che invece non risultano adeguatamente implementati.

L’episodio evidenzia un deficit nella gestione dei profili più sensibili, che richiedono livelli di protezione differenziati.

Violazioni dei principi GDPR

L’Autorità ha rilevato la violazione di principi cardine del GDPR, in particolare quelli di integrità e riservatezza dei dati, oltre al principio di accountability.

Il modello operativo adottato dalla banca, che consentiva agli operatori un accesso esteso e trasversale all’intera base clienti, non era accompagnato da controlli efficaci per prevenire o individuare utilizzi impropri. Una configurazione ritenuta non proporzionata rispetto ai rischi.

Gestione del data breach sotto accusa

Ulteriori criticità sono emerse nella gestione dell’incidente. La notifica del data breach è stata giudicata tardiva e incompleta rispetto agli obblighi normativi. Anche la comunicazione agli interessati è avvenuta in ritardo, solo dopo un intervento del Garante del 2 novembre 2024.

Secondo l’Autorità, questi ritardi hanno compromesso la possibilità di un intervento tempestivo a tutela dei diritti degli utenti coinvolti.

Sanzione e misure correttive

Nel quantificare la sanzione, il Garante ha considerato la gravità e la durata delle violazioni, il numero elevato di clienti coinvolti e la natura dei dati trattati.

È stato tuttavia valutato anche l’intervento successivo della banca, che ha introdotto misure correttive per rafforzare i sistemi di controllo interno e i presidi di sicurezza.

Nonostante ciò, la condotta complessiva è stata ritenuta illecita, portando all’applicazione della sanzione da 31,8 milioni di euro.

Il precedente Isybank: profilazione illecita su 2,4 milioni di clienti

La sanzione si inserisce in un contesto recente già critico per l’istituto. Solo due settimane fa, il Garante privacy aveva inflitto a Intesa Sanpaolo una multa da 17,6 milioni di euro per il trattamento illecito dei dati di circa 2,4 milioni di clienti coinvolti nel trasferimento verso la controllata digitale Isybank. In quel caso, l’Autorità ha accertato una profilazione effettuata senza adeguata base giuridica, utilizzata per selezionare i correntisti da migrare sulla nuova banca sulla base di criteri come età, utilizzo dei canali digitali e disponibilità finanziarie. Un provvedimento che, insieme a quello sul data breach, rafforza il quadro di attenzione del Garante sulle pratiche di gestione e utilizzo dei dati personali nel settore bancario.

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Apple begins age checks in the UK with latest iOS update

However, some British iPhone owners are concerned about potential security and privacy risks associated with the proliferation of age checks.

“Myself and everyone I know… are doing everything to bypass these over-reaching age checks,” said one Reddit user in a discussion about Apple’s update. “I definitely do not want to grant my OS permission to decide that I’m happy to share my proven age status, under any situation.”

Apple did not respond to a request for comment about which services its new age checks will cover.

After upgrading to the latest version of iOS 26.4, iPhone owners in the UK will be presented with several options to prove their age, including checking the credit card stored in their digital wallet or taking a photo of their driving license or passport. Apple can also use the length of time that digital accounts have been active to confirm a customer’s age.

After installing the update, an on-screen notice tells users: “UK law requires you to confirm you are an adult to change content restrictions.”

Failure to complete the age check will limit which apps the user can access or download, though Apple’s support pages do not specify all of the affected services.

“Adults will have to confirm that they’re 18 or older to use certain services or features, or take certain actions on their account,” an Apple support page states.

Ofcom said it had “worked closely with Apple” and other services to protect users.

“This will build on the strong foundations of the Online Safety Act, from widespread age checks that keep young people away from harmful content, to blocking high-risk sites and stepping up action against child sexual abuse material,” the UK regulator said.

© 2026 The Financial Times Ltd. All rights reserved. Not to be redistributed, copied, or modified in any way.

https://arstechnica.com/tech-policy/2026/03/apple-begins-age-checks-in-the-uk-with-latest-ios-update/




AI e immagini generate senza consenso, il documento di 61 autorità mondiali della privacy a difesa di minori e fragili

Sessantuno autorità di protezione dei dati di tutto il mondo, tra cui il Garante privacy italiano e l’European Data Protection Board (EDPB), hanno firmato una dichiarazione congiunta per affrontare uno dei rischi più delicati legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale (AI): la generazione di immagini e video realistici di persone reali senza il loro consenso.

Il documento, coordinato dal Gruppo di lavoro sulla cooperazione internazionale per l’applicazione delle norme (International Enforcement Cooperation Working GroupIEWG) della Global Privacy Assembly (GPA), rappresenta un segnale forte della crescente attenzione globale verso le conseguenze sociali e giuridiche delle nuove tecnologie di generazione di contenuti basate sull’AI.

A firmare la dichiarazione per il Comitato europeo per la protezione dei dati è stata la presidente dell’EDPB Anu Talus, a testimonianza dell’impegno dell’Europa nel promuovere un dialogo internazionale sulla protezione dei dati e dei diritti fondamentali nell’era dell’intelligenza artificiale.

Un problema globale che cresce con l’AI generativa. A rischio minori e soggetti fragili

Negli ultimi anni, i progressi dell’intelligenza artificiale generativa hanno reso possibile creare immagini e video estremamente realistici partendo da semplici istruzioni testuali. Strumenti sempre più accessibili, spesso integrati direttamente nei social network o in piattaforme online, consentono oggi di produrre contenuti che riproducono fedelmente il volto o il corpo di persone reali.

Il problema nasce quando queste tecnologie vengono utilizzate a insaputa e senza il consenso delle persone ritratte.

Secondo le autorità firmatarie, la diffusione di immagini intime false, video manipolati o contenuti diffamatori che raffigurano individui reali, rappresenta una minaccia concreta per la privacy, la reputazione e la dignità delle persone.
Un rischio che diventa ancora più grave quando riguarda minori o soggetti particolarmente vulnerabili, esposti a fenomeni come cyberbullismo, molestie digitali o sfruttamento.

L’allarme riguarda soprattutto la rapidità con cui questi contenuti possono essere prodotti e diffusi online, spesso prima che le vittime riescano a intervenire per rimuoverli.

Il nostro Garante per la protezione dei dati personali aveva già adottato a gennaio un provvedimento di avvertimento nei confronti degli utilizzatori di servizi basati sull’intelligenza artificiale, come GrokChatGPT e Clothoff (quest’ultima piattaforma già destinataria di un provvedimento di blocco nell’ottobre scorso) e altri servizi analoghi disponibili online, proprio perché consentivano di generare e condividere contenuti a partire da immagini o voci reali, arrivando anche a “spogliare” persone senza il loro consenso.

I quattro principi per uno sviluppo responsabile dell’AI

Pur riconoscendo il grande potenziale dell’intelligenza artificiale per l’innovazione e lo sviluppo economico, le autorità mondiali della privacy ricordano che la tecnologia deve essere progettata e utilizzata nel rispetto delle normative sulla protezione dei dati e dei diritti fondamentali.

Nel documento vengono indicati quattro principi fondamentali che dovrebbero guidare lo sviluppo e l’uso dei sistemi di AI generativa:

introdurre misure efficaci di prevenzione degli abusi, in particolare per impedire l’uso improprio di dati personali e la creazione non consensuale di immagini intime o contenuti lesivi;

garantire massima trasparenza, perché le aziende che sviluppano o utilizzano sistemi di AI devono spiegare chiaramente come funzionano queste tecnologie, quali sono gli utilizzi consentiti e quali possono essere le conseguenze di un uso improprio;

la necessità di offrire strumenti semplici ed efficaci per chiedere la rimozione dei contenuti dannosi, soprattutto quando coinvolgono dati personali o rappresentazioni non autorizzate;

l’importanza di gestire in modo specifico i rischi per i minori, che rappresentano una delle categorie più esposte agli effetti negativi delle tecnologie digitali.

Pensare l’AI a partire dalla privacy by design

La dichiarazione è rivolta principalmente alle aziende che sviluppano o utilizzano sistemi di intelligenza artificiale per la generazione di contenuti, dalle grandi piattaforme digitali alle start-up tecnologiche.

Il messaggio delle autorità è chiaro: la tutela della privacy e della dignità delle persone deve essere integrata fin dalla progettazione delle tecnologie.

Per questo motivo i garanti della privacy invitano le imprese a collaborare in modo proattivo con le autorità di regolamentazione, adottando fin da subito sistemi di sicurezza e meccanismi di protezione efficaci.

L’obiettivo è evitare che l’innovazione tecnologica si trasformi in uno strumento di abuso o di violazione dei diritti fondamentali.

Cooperazione internazionale contro i rischi digitali

La dichiarazione rappresenta anche un esempio concreto di cooperazione globale nella regolazione delle tecnologie emergenti. Il fatto che oltre sessanta autorità di diversi continenti abbiano deciso di prendere una posizione comune dimostra quanto il problema sia percepito come urgente.

Le autorità firmatarie si sono impegnate a condividere informazioni, strategie di intervento e buone pratiche, con l’obiettivo di contrastare in modo più efficace i rischi legati alla diffusione di contenuti generati dall’intelligenza artificiale.

In un ecosistema digitale globale, infatti, i problemi non si fermano ai confini nazionali. Per questo la cooperazione tra autorità di regolazione diventa uno strumento essenziale per garantire una tutela effettiva dei diritti delle persone.

Innovazione sì, ma senza sacrificare privacy e diritti fondamentali

Il messaggio che emerge è uno solo: l’intelligenza artificiale può portare grandi benefici alla società, ma il suo sviluppo non può avvenire a discapito dei diritti fondamentali. Privacy, dignità, sicurezza e tutela dei minori devono restare principi non negoziabili anche nell’era delle tecnologie più avanzate.

Per questo le autorità mondiali della privacy chiedono che la progettazione dell’AI segua un principio semplice ma essenziale: il progresso tecnologico deve sempre rimanere al servizio delle persone, e non il contrario.

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Workers report watching Ray-Ban Meta-shot footage of people using the bathroom

“You understand that it is someone’s private life you are looking at, but at the same time you are just expected to carry out the work,” an anonymous Sama employee reportedly said.

Meta confirms use of data annotators

In statements shared with the BBC on Wednesday, Meta confirmed that it “sometimes” shares content that users share with the Meta AI generative AI chatbot with contractors to review with “the purpose of improving people’s experience, as many other companies do.”

“This data is first filtered to protect people’s privacy,” the statement said, pointing to, as an example, blurring out faces in images.

Meta’s privacy policy for wearables says that photos and videos taken with its smart glasses are sent to Meta “when you turn on cloud processing on your AI Glasses, interact with the Meta AI service on your AI Glasses, or upload your media to certain services provided by Meta (i.e., Facebook or Instagram). You can change your choices about cloud processing of your Media at any time in Settings.”

The policy also says that video and audio from livestreams recorded with Ray-Ban Metas are sent to Meta, as are text transcripts and voice recordings created by Meta’s chatbot.

“We use machine learning and trained reviewers to process this data to improve, troubleshoot, and train our products. We share that information with third-party vendors and service providers to improve our products. You can access and delete recordings and related transcripts in the Meta AI App,” the policy says.

Meta’s broader privacy policy for the Meta AI chatbot adds: “In some cases, Meta will review your interactions with AIs, including the content of your conversations with or messages to AIs, and this review may be automated or manual (human).”

https://arstechnica.com/gadgets/2026/03/workers-report-watching-ray-ban-meta-shot-footage-of-people-using-the-bathroom/




Ring cancels Flock deal after dystopian Super Bowl ad prompts mass outrage

Both statements verified that the integration never launched and that no Ring customers’ videos were ever sent to Flock.

Ring did not credit users’ privacy concerns for its change of heart. Instead, they claimed that a joint decision was made “following a comprehensive review” where Ring “determined the planned Flock Safety integration would require significantly more time and resources than anticipated.”

Separately, Flock said that “we believe this decision allows both companies to best serve their respective customers and communities.”

The only hint that Ring gave users that their concerns had been heard came in the last line of its blog, which said, “We’ll continue to carefully evaluate future partnerships to ensure they align with our standards for customer trust, safety, and privacy.”

Sharing his views on X and Bluesky, John Scott-Railton, a senior cybersecurity researcher at the Citizen Lab, joined critics calling Ring’s statement insufficient. He posted an image of the ad frame that Markey found creepy next to a statement from Ring, writing, “On the left? A picture of mass surveillance from #Ring’s ad. On the right? A ring [spokesperson] saying that they are not doing mass surveillance. The company cannot have it both ways.”

Ring’s statements so far do not “acknowledge the real issue,” Scott-Railton said, which is privacy risks. For Ring, it seemed like a missed opportunity to discuss or introduce privacy features to reassure concerned users, he suggested, noting the backlash showed “Americans want more control of their privacy right now” and “are savvy enough to see through sappy dog pics.”

“Stop trying to build a surveillance dystopia consumers didn’t ask for” and “focus on shipping good, private products,” Scott-Railton said.

He also suggested that lawmakers should take note of the grassroots support that could possibly help pass laws to push back on mass surveillance. That could help block not just a potential future partnership with Flock, but possibly also stop Ring from becoming the next Flock.

“Ring communications not acknowledging the lesson they just got publicly taught is a bad sign that they hope this goes away,” Scott-Railton said.

https://arstechnica.com/tech-policy/2026/02/after-creepy-super-bowl-ad-sparks-outrage-ring-abandons-flock-deal/




Google recovers “deleted” Nest video in high-profile abduction case

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Suspect attempts to cover the camera with a plant.

In statements made by investigators, the video was apparently “recovered from residual data located in backend systems.” It’s unclear how long such data is retained or how easy it is for Google to access it. Some reports claim that it took several days for Google to recover the data.

In large-scale enterprise storage solutions, “deleted” for the user doesn’t always mean that the data is gone. Data that is no longer needed is often compressed and overwritten only as needed. In the meantime, it may be possible to recover the data. That’s something a company like Google could decide to do on its own, or it could be compelled to perform the recovery by a court order. In the Guthrie case, it sounds like Google was voluntarily cooperating with the investigation, which makes sense. Publishing video of the alleged perpetrator could be a major breakthrough as investigators seek help from the public.

It’s not your cloud

There is a temptation to ascribe some malicious intent to Google’s video storage setup. After all, this video expired after three hours, but here it is nine days later. That feels a bit suspicious on the surface, particularly for a company that is so focused on training AI models that feed on video.

We have previously asked Google to explain how it uses Nest to train AI models, and the company claims it does not incorporate user videos into training data, but the way you interact with the service and with your videos is fair game. “We may use your inputs, including prompts and feedback, usage, and outputs from interactions with AI features to further research, tune, and train Google’s generative models, machine learning technologies, and related products and services,” Google said.

https://arstechnica.com/google/2026/02/google-recovers-deleted-nest-video-in-high-profile-abduction-case/




Upgraded Google safety tools can now find and remove more of your personal info

Do you feel popular? There are people on the Internet who want to know all about you! Unfortunately, they don’t have the best of intentions, but Google has some handy tools to address that, and they’ve gotten an upgrade today. The “Results About You” tool can now detect and remove more of your personal information. Plus, the tool for removing non-consensual explicit imagery (NCEI) is faster to use. All you have to do is tell Google your personal details first—that seems safe, right?

With today’s upgrade, Results About You gains the ability to find and remove pages that include ID numbers like your passport, driver’s license, and Social Security. You can access the option to add these to Google’s ongoing scans from the settings in Results About You. Just click in the ID numbers section to enable detection.

Naturally, Google has to know what it’s looking for to remove it. So you need to provide at least part of those numbers. Google asks for the full driver’s license number, which is fine, as it’s not as sensitive. For your passport and SSN, you only need the last four digits, which is enough for Google to find the full numbers on webpages.

ID number results detected.

The NCEI tool is geared toward hiding real, explicit images as well as deepfakes and other types of artificial sexualized content. This kind of content is rampant on the Internet right now due to the rapid rise of AI. What used to require Photoshop skills is now just a prompt away, and some AI platforms hardly do anything to prevent it.

https://arstechnica.com/gadgets/2026/02/upgraded-google-safety-tools-can-now-find-and-remove-more-of-your-personal-info/