Legge 90/2024 – Novità e Criticità della normativa italiana sulla cybersicurezza

La recente normativa italiana in materia di sicurezza informatica, approvata con la Legge 90/2024 – “Disposizioni in materia di rafforzamento della cybersicurezza nazionale e di reati informatici”, rappresenta un’importante evoluzione nella strategia nazionale di protezione dei sistemi informatici e di contrasto al crimine digitale.

Il testo approvato dalla Camera il 15 maggio 2024 e dal Senato il 19 giugno 2024, si compone di 24 articoli introduce una serie di disposizioni volte a rafforzare la resilienza delle infrastrutture critiche, a disciplinare in maniera più stringente l’accesso ai dati sensibili e a inasprire le pene per i reati informatici.

Tuttavia, una lettura critica del provvedimento mostra come alcune scelte legislative possano risultare controverse, soprattutto se confrontate con il panorama normativo europeo e le strategie di cybersecurity dell’Unione Europea.

Nonostante alcune migliorie introdotte nel testo finale della Legge 90/2024, come una maggiore attenzione agli obblighi di segnalazione e un rafforzamento delle misure di sicurezza dei dati attraverso la crittografia (artt. 9 e 10), permangono diverse criticità. In particolare, l’introduzione di nuove ipotesi di reato e l’inasprimento delle pene sollevano dubbi sulla loro reale efficacia nel contrasto al crimine informatico.

Vincoli protezionistici e concorrenza internazionale

Uno degli aspetti centrali della legge è l’introduzione di criteri di premialità per le tecnologie di cybersicurezza sviluppate in Italia o in ambito europeo e NATO. Questa misura, pur mirando a garantire una maggiore sicurezza negli approvvigionamenti di tecnologie strategiche, solleva questioni di compatibilità con i principi di concorrenza e libero mercato sanciti dal diritto europeo. Se da un lato si rafforza l’autonomia tecnologica dell’Italia, dall’altro si corre il rischio di limitare la competitività, escludendo potenziali fornitori extra-UE che potrebbero offrire soluzioni innovative ed efficienti.

A livello europeo, la strategia per la sicurezza informatica si basa su un equilibrio tra protezionismo strategico e apertura al mercato globale, come dimostrato dall’approccio adottato nel Cybersecurity Act e nelle direttive NIS2, che pongono l’accento sulla certificazione dei prodotti senza introdurre vincoli di natura protezionistica.

Legge 90/2024 – Inasprimento delle pene per i reati informatici

Un altro punto rilevante della legge riguarda l’inasprimento delle pene per i reati informatici. Il codice penale viene modificato con un aumento delle sanzioni per l’accesso abusivo ai sistemi informatici e per i crimini legati all’estorsione digitale. Questo adeguamento normativo è giustificato dall’escalation delle minacce informatiche, che oggi non si limitano più a episodi di hacking isolati, ma coinvolgono organizzazioni criminali transnazionali.

Tuttavia, l’inasprimento delle pene non è sempre efficace come deterrente se non accompagnato da una robusta capacità di enforcement. In Europa, il rafforzamento della cooperazione tra Stati membri attraverso strumenti come l’EU Cybersecurity Strategy e la Joint Cyber Unit ha dimostrato che la prevenzione e la collaborazione internazionale sono strumenti più efficaci del solo aumento delle pene detentive.

Il ruolo rafforzato dell’ACN e le sue implicazioni

Un aspetto innovativo della normativa italiana è l’attribuzione di un ruolo più incisivo all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), che diventa l’interlocutore privilegiato per la gestione degli incidenti informatici e per la comunicazione con la Procura Nazionale Antimafia nei casi in cui attacchi cyber siano riconducibili a organizzazioni criminali. Tuttavia, l’ACN avrà anche il potere di assistere agli accertamenti tecnici irripetibili e partecipare agli incidenti probatori (art. 22 co. 4-bis.4), sollevando preoccupazioni circa l’indipendenza delle indagini giudiziarie.

Il comma 4-bis.4 dell’articolo 22 stabilisce che il pubblico ministero, quando procede ad accertamenti tecnici irripetibili in relazione ai delitti previsti, deve informare l’ACN, che potrà assistere al conferimento dell’incarico e partecipare agli accertamenti, anche nel contesto dell’incidente probatorio. Questa disposizione solleva interrogativi sulla separazione delle funzioni tra l’autorità giudiziaria e un’agenzia amministrativa che collabora anche con i servizi di intelligence. La questione è stata già evidenziata dall’Osservatorio “Scienza, processo e intelligenza artificiale“, che ha messo in guardia sui possibili rischi per la trasparenza delle procedure giudiziarie.

Estensione delle intercettazioni e questioni di privacy

Sul piano delle procedure investigative, la nuova legge estende l’uso delle intercettazioni per i reati informatici e introduce tempi più lunghi per le indagini preliminari nei casi di attacchi contro infrastrutture critiche. Questa scelta mira a fornire agli inquirenti strumenti adeguati per affrontare minacce complesse, ma potrebbe sollevare preoccupazioni in materia di tutela della privacy e dei diritti fondamentali.

Nell’ordinamento europeo, il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) stabilisce principi stringenti sulla raccolta e l’uso delle informazioni personali, e l’introduzione di intercettazioni estese potrebbe entrare in tensione con tali principi. Un equilibrio tra sicurezza e tutela dei diritti individuali è già stato oggetto di dibattito nell’ambito della proposta di regolamento e-Evidence, che disciplina la cooperazione giudiziaria in materia di acquisizione di prove digitali tra Stati membri.

Rafforzamento delle misure per la Pubblica Amministrazione e il settore privato

La Legge 90/2024 introduce specifici adempimenti per la Pubblica Amministrazione e per il settore privato, con particolare attenzione alla gestione degli incidenti informatici. In base all’articolo 1, le PA e le aziende operanti in settori critici sono tenute a notificare tempestivamente gli incidenti all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), con una prima segnalazione entro 24 ore e un rapporto finale entro 72 ore.

Tuttavia, la definizione dell’ambito di applicabilità non è del tutto chiara, con richiami a normative preesistenti che rendono complessa l’interpretazione. Inoltre, la normativa impone l’istituzione di una struttura dedicata alla sicurezza e la nomina di un referente per la cybersicurezza, sebbene non siano specificati requisiti stringenti di indipendenza per questa figura. Questo elemento potrebbe rappresentare un ostacolo per le realtà più piccole, che potrebbero incontrare difficoltà nell’implementare strutture adeguate senza risorse aggiuntive.

Conclusioni

Nel complesso, la Legge 90/2024 rappresenta un passo avanti significativo nella protezione della sicurezza informatica nazionale, introducendo strumenti di contrasto più incisivi e allineandosi alle tendenze europee di rafforzamento delle agenzie di cybersecurity. Tuttavia, il rafforzamento delle misure punitive e l’introduzione di vincoli protezionistici potrebbero rivelarsi controproducenti se non accompagnati da un efficace sistema di cooperazione internazionale e da una regolamentazione equilibrata che garantisca la tutela dei diritti digitali.

Il dibattito su queste tematiche è ancora aperto e sarà cruciale monitorare l’implementazione della normativa per comprendere se riuscirà a bilanciare efficacemente sicurezza nazionale, tutela della concorrenza e protezione dei diritti individuali.

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DeepSeek: la nuova frontiera dell’intelligenza artificiale

In questo articolo, esploreremo come DeepSeek sta rivoluzionando la ricerca e la consultazione online, analizzando le sue caratteristiche principali, i benefici per gli utenti, ma anche i dubbi e le preoccupazioni emerse a riguardo. Inoltre, vedremo come questa può essere un’arma potente nelle mani dei marketer e dei professionisti del web per migliorare la visibilità online e raggiungere il loro pubblico attraverso vari formati, aumentando l’engagement e migliorando le conversioni.

Nel vasto oceano di informazioni presenti su Internet, trovare il contenuto giusto e adatto alle nostre esigenze, può essere una sfida notevole. Da sempre, la ricerca online è stata dominata da motori di ricerca tradizionali come Google, che hanno reso possibile scoprire risorse in base a parole chiave. Tuttavia, con l’evoluzione della tecnologia e la crescita esponenziale dei dati, emergono nuove soluzioni per affinare e migliorare l’esperienza di ricerca. Una di queste è DeepSeek, una piattaforma che sta rapidamente guadagnando attenzione per il suo approccio innovativo nella scoperta di contenuti.

Cos’è DeepSeek?

DeepSeek è un motore di ricerca, un chatbot avanzato progettato per ottimizzare l’esperienza di ricerca online utilizzando tecnologie di intelligenza artificiale (AI), machine learning e ricerca semantica. A differenza dei motori di ricerca tradizionali, che si basano principalmente su algoritmi che indicizzano e classificano le pagine web in base alle parole chiave, DeepSeek adotta un approccio più sofisticato, mirando a comprendere l’intento dell’utente e il contesto della ricerca.

È stato sviluppato da una startup cinese e che ha fatto parlare molto di sé a inizio 2025 a causa della sua capacità di generare contenuti ottimizzando al massimo le risorse hardware su cui si poggia la sua infrastruttura. Il suo modello di intelligenza artificiale a basso costo, ha fatto tribolare la Silicon Valley.

Fondata nel 2023 dal fondo d’investimento High-Flyer e sotto la guida di Liang Wenfeng, l’azienda si distingue per il suo approccio innovativo all’intelligenza artificiale. Seleziona giovani ricercatori provenienti dalle principali università cinesi e promuove una cultura inclusiva, attirando anche professionisti da settori che non sono strettamente legati all’informatica.

DeepSeek ha guadagnato attenzione grazie alla sua politica open source per modelli e algoritmi, che consente a chiunque di utilizzarli, modificarli e contribuire al miglioramento dell’intelligenza artificiale generativa. I suoi modelli DeepSeek-V2 e V3, lanciati nel 2024, sono stati riconosciuti per le loro prestazioni superiori rispetto ai concorrenti, nonché per la loro efficienza e il ridotto consumo di risorse.

Nel 2025 infatti, l’azienda ha lanciato il suo modello di punta, DeepSeek-R1, che si confronta con il suo competitor ChatGPT, di cui vedremo più avanti le differenze, in termini di prestazioni, ma a un costo molto più basso. Il suo sviluppo è infatti costato solo 6 milioni di dollari, una cifra ben inferiore ai 100 milioni necessari per realizzare GPT-4 di OpenAI.

Nonostante le difficoltà derivanti dalle sanzioni statunitensi contro la Cina, in particolare le restrizioni sui chip Nvidia, la nuova intelligenza artificiale ha ottenuto un notevole successo. Nel gennaio 2025, l’azienda ha lanciato anche la sua app ufficiale per dispositivi mobili, che ha rapidamente guadagnato popolarità, diventando l’app più scaricata sull’App Store negli Stati Uniti.

La piattaforma non solo cerca le parole chiave inserite dagli utenti, ma analizza anche il significato semantico dietro le query, restituendo risposte più pertinenti e accurate. Ciò la rende particolarmente utile per gli utenti che desiderano risposte più specifiche o per quelli che cercano informazioni su argomenti complessi e articolati.

Inoltre, può effettivamente essere integrato nella routine quotidiana, magari per svolgere parte del tuo lavoro oppure per gestire alcuni aspetti della tua vita personale.

Come funziona DeepSeek?

La caratteristica distintiva di DeepSeek è l’uso di tecniche avanzate di analisi semantica e linguistica. Mentre i motori di ricerca tradizionali si concentrano principalmente sulle parole chiave, DeepSeek cerca di comprendere il contesto e l’intento dietro la ricerca. Questo consente di offrire risultati più precisi, anche quando le query sono vaghe o complesse. La piattaforma è in grado di analizzare i contenuti testuali, identificare concetti e relazioni tra le informazioni, e restituire gli esiti più pertinenti.

Inoltre, DeepSeek offre funzionalità di ricerca multidimensionale, permettendo agli utenti di esplorare diversi tipi di contenuti, come articoli, video, immagini e risorse interattive, in modo fluido e integrato. La piattaforma può anche adattarsi ai bisogni specifici degli utenti, offrendo suggerimenti personalizzati e affinando progressivamente la ricerca in base ai comportamenti di navigazione.

Perché DeepSeek è molto interessante? Caratteristiche e vantaggi

Ogni giorno vengono pubblicati miliardi di nuovi contenuti su vari argomenti, che spaziano dalla scienza alla cultura, dalla politica all’intrattenimento. Con così tante informazioni a disposizione, emergono due sfide fondamentali per gli utenti di Internet:

  1. La difficoltà di individuare informazioni davvero rilevanti: La crescente quantità di contenuti rende difficile individuare ciò che è veramente utile e pertinente per le proprie esigenze.
  2. La qualità dei risultati di ricerca: I motori di ricerca tradizionali, pur essendo potenti, non riescono a rispondere adeguatamente a tutte le necessità degli utenti, specialmente quando si tratta di ricerche più complesse o ambigue. Questi motori si basano principalmente su algoritmi che si concentrano su parole chiave e link, ma non riescono sempre a capire l’intento sottostante alla ricerca.

DeepSeek è una piattaforma che risponde a queste sfide, grazie alla sua capacità di ottimizzare e semplificare la ricerca di informazioni pertinenti, rendendo l’accesso ai contenuti digitali più preciso, rapido ed efficiente. Ma cosa rende allora DeepSeek così importante in un panorama digitale così saturato?

  1. Tecnologia avanzata per una ricerca più intelligente

La ricerca online tradizionale si basa su algoritmi che esaminano il contenuto delle pagine web e lo classificano in base a fattori come la presenza di parole chiave, il numero di link e la struttura del sito. Sebbene questi sistemi siano efficaci, tendono a trascurare aspetti cruciali come il significato e il contesto della query di ricerca. DeepSeek, invece, utilizza un approccio basato sulla ricerca semantica, che va oltre la semplice ricerca per parole chiave.

Cos’è la ricerca semantica?

La ricerca semantica si concentra sul significato e sul contesto dietro le parole, anziché solo sulla corrispondenza tra le parole chiave. Questo significa che DeepSeek è in grado di comprendere la relazione tra concetti e di restituire risposte che riflettono meglio ciò che l’utente sta realmente cercando. Ad esempio, se un utente cerca “approccio sostenibile nella gestione delle risorse idriche”, DeepSeek non si limiterà a riportare gli esiti che menzionano solo queste parole, ma cercherà di capire l’intento dell’utente e di fornire contenuti che trattano argomenti come l’uso responsabile dell’acqua, la gestione delle risorse naturali e le politiche di sostenibilità.

In un mondo in cui le informazioni sono sovrabbondanti e a volte frammentarie, avere un motore di ricerca che comprenda non solo le parole usate, ma anche l’intento dell’utente, aiuta a ridurre il rumore e a focalizzarsi solo su ciò che conta. DeepSeek è quindi in grado di rispondere in modo più preciso e diretto alle richieste, risparmiando tempo e risorse a chi cerca risposte in un mare di contenuti spesso non rilevanti.

  1. Ricerca personalizzata per ogni utente

La personalizzazione è un altro punto di forza di DeepSeek. La piattaforma utilizza algoritmi di machine learning che apprendono dai comportamenti passati degli utenti e dai loro interessi per affinare continuamente i risultati delle ricerche. Questo approccio rende la ricerca su DeepSeek altamente personalizzata e adattata alle preferenze individuali.

Come funziona la personalizzazione?

Ogni volta che un utente interagisce con DeepSeek, il sistema raccoglie dati sui suoi comportamenti, come i termini di ricerca inseriti, i contenuti cliccati, il tempo trascorso su determinati records, persino le condivisioni e i commenti. Con queste informazioni, DeepSeek è in grado di anticipare le necessità future dell’utente, proponendo risposte più affini e pertinenti ad ogni nuova ricerca.

La personalizzazione non si limita a ripetere gli esiti delle ricerche precedenti. DeepSeek è in grado di offrire una ricerca dinamica, che cambia e si adatta in tempo reale alle necessità dell’utente. Se un ricercatore inizia a cercare articoli scientifici su un determinato tema, DeepSeek offrirà dei riscontri più accademici e tecnici, mentre se un professionista cerca soluzioni pratiche per un problema quotidiano, le risposte saranno più orientate verso guide e tutorial pratici.

La personalizzazione consente infatti di snellire il processo di ricerca, portando gli utenti a trovare ciò che cercano in tempi molto più brevi. Inoltre, aumenta l’accuratezza delle risposte, riducendo il numero di clic su contenuti irrilevanti e migliorando la soddisfazione complessiva dell’utente.

  1. Integrazione di vari tipi di contenuti

Oggi, gli utenti non cercano solo testi, ma vogliono accedere a una varietà di contenuti multimediali: video, immagini, podcast, infografiche e molto altro. DeepSeek è progettato per integrare diversi tipi di contenuti in un’unica ricerca, offrendo un’esperienza fluida e completa.

L’Importanza dei contenuti multimediali

Molti utenti preferiscono contenuti visivi o audiovisivi, soprattutto quando si tratta di imparare nuovi concetti o risolvere problemi pratici. DeepSeek, grazie alla sua capacità di analizzare e classificare anche contenuti non testuali, rende possibile una ricerca che ingloba tutti questi formati, non limitandosi a rispondere solo con articoli di testo.

Inoltre, l’integrazione di vari tipi di contenuti aiuta gli utenti a approfondire un argomento in modo più completo. Ad esempio, un utente che cerca “come imparare a suonare la chitarra” su DeepSeek non troverà solo articoli, ma anche video tutorial, immagini di accordi, e persino lezioni audio, creando un’esperienza di apprendimento ricca e interattiva.

La capacità di esplorare diverse forme di contenuto in un’unica ricerca migliora notevolmente la completa soddisfazione dell’utente, poiché consente di soddisfare diversi stili di apprendimento e preferenze.

  1. Strumento ideale per professionisti, ricercatori e studenti

DeepSeek non è solo una risorsa per il grande pubblico, ma si rivolge anche a professionisti, ricercatori e studenti, che hanno bisogno di informazioni accurate e di qualità in tempi rapidi.

  • Professionisti: Per chi lavora in settori complessi, come l’ingegneria, la medicina, la giurisprudenza o la tecnologia, DeepSeek offre una ricerca semantica che può aiutare a trovare contenuti altamente specializzati e tecnici, riducendo il tempo speso nella ricerca di risorse rilevanti.
  • Ricercatori: I ricercatori scientifici o accademici possono beneficiare della capacità di DeepSeek di cercare articoli, studi, paper e risorse da database specializzati. La ricerca semantica consente di trovare riferimenti pertinenti anche quando le query sono formulate in modo complesso o tecnico.
  • Studenti: Gli studenti possono approfittare della capacità di DeepSeek di sintetizzare e raccogliere informazioni da vari tipi di contenuti, fornendo loro una base di risorse completa per i loro studi, dalle lezioni online ai testi accademici, ai video esplicativi.

La capacità di DeepSeek di offrire risultati mirati per professionisti e studenti non solo migliora l’efficienza nella ricerca, ma contribuisce anche a raccogliere informazioni di qualità, cruciali per chi lavora in ambiti dove precisione e aggiornamenti tempestivi sono fondamentali. In particolare, l’integrazione di risorse multimediali permette una maggiore comprensione dei concetti, offrendo ai professionisti e agli studenti strumenti più potenti per apprendere e crescere nelle loro discipline.

DeepSeek vs ChatGPT: quale scegliere

DeepSeek e ChatGPT sono entrambi modelli di intelligenza artificiale progettati per comprendere e generare contenuti in linguaggio naturale, ma presentano alcune differenze chiave.

DeepSeek si distingue per la sua efficienza nell’utilizzo delle risorse hardware, grazie a modelli più compatti e modulari, ciascuno progettato per compiti specifici. Questo lo rende più veloce e accessibile in alcune applicazioni. D’altro canto, ChatGPT punta sulla versatilità e sulla scalabilità, impiegando modelli più complessi e di maggiore dimensione per affrontare una varietà più ampia di compiti con grande precisione.

Un’altra differenza importante tra i due modelli riguarda la censura. DeepSeek adotta misure rigorose per aderire ai requisiti del governo cinese, il che comporta la limitazione delle risposte su temi politicamente sensibili. Al contrario, ChatGPT, sviluppato da OpenAI, opera con minori restrizioni, offrendo risposte più libere e ampie su una vasta gamma di argomenti.

Inoltre, i modelli di business dei due sistemi sono differenti: DeepSeek segue un approccio open-source, permettendo a chiunque di modificare e utilizzare il software gratuitamente (senza necessità di abbonamenti, al momento in cui scrivo), un aspetto che ha avuto un impatto significativo sul mercato. ChatGPT, pur essendo sviluppato da OpenAI, utilizza un modello proprietario, con accesso limitato e la necessità di sottoscrivere un abbonamento (a partire da 20 dollari al mese) per ottenere l’accesso illimitato a tutte le funzionalità.

La scelta tra DeepSeek e ChatGPT dipende dunque dalle esigenze specifiche dell’utente: se si cerca efficienza e specializzazione per compiti specifici, DeepSeek potrebbe essere la scelta ideale; se invece si desidera una maggiore versatilità e accesso a informazioni più ampie, senza restrizioni, ChatGPT potrebbe essere il modello più adatto.

Dubbi e preoccupazioni riguardo il nuovo chatbot AI cinese

Se all’inizio, lo strumento ha attirato molta attenzione per le sue funzionalità innovative, successivamente sono emerse diverse preoccupazioni riguardanti la gestione dei dati personali degli utenti. L’Italia ha già deciso di bloccare il software di intelligenza artificiale, mentre negli Stati Uniti si sta valutando un divieto d’uso sui dispositivi governativi. Recentemente, anche la Corea del Sud ha deciso di vietarne l’uso nel Paese.

La Commissione per la protezione delle informazioni personali (PIPC) della Corea del Sud ha temporaneamente vietato il download dell’app mobile DeepSeek dagli app store del Paese, in attesa di una valutazione più approfondita sulle pratiche di trattamento dei dati da parte della società. Una prima analisi ha infatti rivelato che il software non è conforme alle leggi sulla privacy coreane e, finché non saranno apportate le necessarie modifiche, l’applicazione non sarà scaricabile.

È importante notare che questo divieto non influisce sugli utenti che hanno già scaricato l’app sul proprio smartphone, e la versione web del servizio rimane comunque accessibile. Tuttavia, le autorità coreane sconsigliano agli utenti di inserire dati personali o sensibili nel software, almeno per il momento.

La decisione si basa principalmente sulla politica di gestione dei dati di DeepSeek; infatti, dopo le indagini, è emerso che il software trasferisce i dati degli utenti sudcoreani a ByteDance, la società madre di TikTok, una pratica che è stata già oggetto di preoccupazione in diverse ricerche internazionali.

La società cinese ha affermato che i dati degli utenti vengono archiviati su server sicuri in Cina, ma diversi Paesi hanno sollevato dubbi sulla trasparenza di questa operazione. In seguito, il governo di Seul ha avviato un’indagine formale e richiesto chiarimenti sui metodi di raccolta e gestione dei dati.

In risposta, DeepSeek ha nominato un rappresentante in Corea del Sud e ha ammesso di non aver adeguatamente preso in considerazione le normative locali sulla protezione della privacy. Tuttavia, ha evidenziato che adattare l’app alle leggi sudcoreane richiederebbe un tempo significativo.

La sospensione di DeepSeek in Corea del Sud solleva quindi questioni più ampie riguardo alla gestione dei dati da parte delle applicazioni di intelligenza artificiale, soprattutto quelle sviluppate in Paesi con normative sulla privacy differenti.

Questo caso potrebbe spingere infatti altri governi a scrutinare più attentamente le pratiche di raccolta dei dati delle app AI e a introdurre regolamenti più severi per tutelare la privacy degli utenti.

Conclusioni

DeepSeek rappresenta una nuova era nella ricerca online, e nella attuale competizione sull’intelligenza artificiale, rispondendo alle sfide poste dal volume crescente di contenuti e dall’evoluzione delle tecnologie digitali. Con la sua capacità di interpretare il contesto e fornire risultati semantici più rilevanti, DeepSeek è destinato a diventare un punto di riferimento per chiunque voglia esplorare il web in modo più intelligente ed efficiente.

Tuttavia, alla luce di quanto affermato, appare fondamentale che le aziende di intelligenza artificiale, come DeepSeek, si adattino alle normative locali e garantiscano un trattamento dei dati conforme, per evitare rischi legati alla sicurezza e per proteggere la fiducia degli utenti. In un contesto sempre più interconnesso e globalizzato, la privacy deve essere una priorità per le tecnologie emergenti.

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Data Act ed effetti del CLOUD Act: sfide e vantaggi

Il Data Act, Regolamento (EU) 2023/2854, rappresenta una delle principali iniziative legislative dell’Unione Europea per regolamentare l’accesso, il trasferimento e la gestione dei dati non personali. Questa normativa si pone in un contesto globale complesso, caratterizzato dalla crescente interconnessione dei servizi cloud e dalle implicazioni legali del CLOUD Act statunitense. In questo articolo esploreremo quindi, le caratteristiche principali del Data Act, le sue implicazioni per il mercato europeo e il dibattito in corso sul conflitto tra le normative europee e statunitensi.

Caratteristiche e peculiarità del Data Act

  1. Regole per l’accesso e il trasferimento dei dati

Il Data Act pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 22 dicembre 2023, applicabile a partire dal 12 settembre 2025, (efficacia differita) introduce un quadro normativo chiaro per garantire un accesso equo e trasparente ai dati generati da dispositivi connessi e applicazioni. L’obiettivo principale è favorire lo sviluppo di un mercato dei dati competitivo, incentivando una maggiore accessibilità, disponibilità e fruibilità dei dati come motore di innovazione tecnologica. I punti chiave includono: Accesso ai dati per terze parti e Protezione della privacy,

In questo contesto, le aziende saranno obbligate a condividere dati rilevanti con altre organizzazioni in caso di necessità, rispettando regole specifiche per evitare abusi, mentre viene promosso un utilizzo responsabile dei dati in armonia con il GDPR.

  1. Framework per il cloud switching

Una delle novità più significative riguarda la facilitazione del cloud switching, ovvero il passaggio o la migrazione da un fornitore di servizi cloud a un altro.

Questo aspetto è cruciale per ridurre il fenomeno del lock-in tecnologico, garantire una maggiore libertà di scelta per le aziende europee e incentivare la concorrenza tra i provider. Il lock-in tecnologico si verifica quando un’azienda diventa fortemente dipendente da un singolo fornitore di servizi, rendendo difficile o costoso migrare verso un altro.

Questo può accadere per diverse ragioni, come la compatibilità limitata nel trasferire soluzioni integrate con tecnologie proprietarie, i costi nascosti che alcuni fornitori potrebbero applicare attraverso politiche di spese elevate o clausole restrittive per l’uscita dal contratto, e l’utilizzo di tecnologie proprietarie non interoperabili.

Il Data Act mira a ridurre questi ostacoli, incentivando l’interoperabilità tra i fornitori cloud e aumentando la flessibilità tecnologica delle imprese, con particolare attenzione alle PMI, spesso più vulnerabili a queste dinamiche. La possibilità per le aziende di migrare facilmente tra i vari provider di servizi cloud stimola la concorrenza, traducendosi in offerte più competitive e spingendo i fornitori a migliorare la qualità dei loro servizi in termini di sicurezza, affidabilità e velocità.

  1. Gestione dei dati non personali

Il Data Act si focalizza prevalentemente sulla regolamentazione dei dati non personali, come quelli industriali, logistici o provenienti da IoT (Internet of Things) che non riguardano direttamente la sfera privata delle persone. Ad esempio, dati riguardanti la temperatura, la velocità o il rendimento di una macchina possono essere utilizzati per ottimizzare la produzione o prevedere guasti, migliorando così l’efficienza.

Ancora per esempio in ambito logistico, i dati non personali sono fondamentali per ottimizzare le catene di approvvigionamento, migliorare la gestione dei trasporti e ridurre i costi operativi. Questi dati possono comprendere informazioni sul movimento delle merci, le condizioni dei veicoli, i tempi di transito e le necessità di stoccaggio.

Dunque, il Data Act consente agli utenti di prodotti connessi (ad es. auto connesse, dispositivi medici e fitness, macchinari industriali o agricoli) e relativi servizi di accedere ai dati che co-creano utilizzando i prodotti connessi/servizi correlati. Questo approccio consente quindi di promuovere lo sviluppo di un mercato digitale più dinamico e innovativo.

  1. Interazione con e NIS2

Pur non sovrapponendosi al GDPR, il Data Act si integra con esso per garantire una gestione coerente dei dati personali e non personali. Inoltre, l’interazione con la direttiva NIS2 (Network and Information Systems Directive) rafforza le misure di sicurezza informatica, soprattutto per i servizi cloud critici.

La direttiva NIS2 (Network and Information Systems Directive) è un altro strumento normativo dell’UE che si concentra sulla sicurezza informatica e sull’integrazione di misure di protezione nei sistemi che gestiscono dati critici e infrastrutture digitali. Data Act e la NIS2 si intersecano per quanto riguarda i servizi cloud che trattano dati non personali. Molti dei servizi cloud che consentono la gestione e la condivisione dei dati industriali o IoT sono considerati servizi critici.

La NIS2 impone infatti agli operatori di questi servizi, di adottare misure di sicurezza robuste per prevenire incidenti informatici e per garantire che i dati siano protetti da attacchi e vulnerabilità. Ad esempio, se un’azienda decide di trasferire i suoi dati non personali da un fornitore di cloud a un altro, il Data Act facilita questa operazione, ma la NIS2 assicura che il trasferimento avvenga in modo sicuro, senza compromettere l’integrità dei dati.

Impatto del CLOUD Act americano sulle operazioni EU: dibattito e interrogativi

Il CLOUD Act (Clarifying Lawful Overseas Use of Data Act) è una legge statunitense che consente alle autorità americane di richiedere l’accesso ai dati archiviati presso fornitori cloud statunitensi, anche se questi dati si trovano in territorio europeo.

È stato introdotto principalmente per facilitare l’accesso delle forze dell’ordine statunitensi ai dati archiviati all’estero durante le indagini criminali.

Questo accesso diretto ai dati archiviati all’estero riguarda soprattutto le agenzie governative statunitensi come l’FBI, e può avvenire indipendentemente dalla giurisdizione del paese in cui i dati sono fisicamente localizzati. Inoltre, la legge favorisce la cooperazione internazionale, consentendo la creazione di accordi bilaterali tra gli Stati Uniti e altri paesi per regolare l’accesso ai dati, stabilendo regole precise per il trattamento delle informazioni e garantendo la cooperazione tra le forze dell’ordine, pur rispettando, almeno teoricamente, le normative locali sulla privacy.

Una delle questioni principali sollevate dal CLOUD Act riguarda la sovranità digitale, ossia la capacità di un paese di controllare i dati che si trovano sul proprio territorio. L’Europa, infatti, vede questo accesso alle informazioni come una minaccia alla propria sovranità, poiché le autorità statunitensi potrebbero accedere a dati sensibili archiviati in Europa senza il rispetto delle normative locali, come il GDPR.

Quest’ultimo impone che i dati personali dei cittadini europei siano trasferiti solo in paesi che garantiscono un livello di protezione adeguato, ma l’accesso ai dati da parte delle autorità statunitensi potrebbe violare questa disposizione. Le aziende che operano in Europa e utilizzano servizi cloud statunitensi potrebbero trovarsi in difficoltà: da un lato, devono conformarsi al GDPR per proteggere i dati personali, dall’altro potrebbero essere costrette a fornire i dati alle autorità americane, creando un conflitto tra le due normative.

Inoltre, il CLOUD Act ha generato numerose controversie legali, sia in Europa che negli Stati Uniti. Un esempio emblematico è il caso di Microsoft contro il governo degli Stati Uniti, in cui le autorità statunitensi avevano chiesto l’accesso a dati archiviati su un server situato in Irlanda. La Corte statunitense aveva inizialmente deciso che Microsoft dovesse consegnare i dati, ma l’azienda si è opposta, sostenendo che il governo degli Stati Uniti non potesse agire oltre i propri confini. Questo ha portato alla modifica della legge, con l’introduzione del CLOUD Act che consente espressamente alle autorità americane di accedere ai dati archiviati all’estero.

Questo scenario crea incertezze legali riguardo ai diritti degli utenti e alla sicurezza dei dati.

Il successo del diritto alla portabilità introdotto dal Data Act dipenderà allora, dalla capacità di conciliare l’aspetto commerciale della condivisione dei dati, finalizzato all’innovazione, con la protezione dei diritti fondamentali dei cittadini garantita dal GDPR. Inoltre, la Commissione europea mira a sensibilizzare gli utenti sul valore dei loro dati e sui vantaggi che potrebbero ottenere, come servizi migliori e/o più economici, attraverso la loro condivisione.

Per cercare di risolvere queste problematiche, potrebbe essere necessario sviluppare soluzioni diplomatiche e giuridiche tra Stati Uniti e Unione Europea, come la creazione di accordi bilaterali che stabiliscano regole chiare per la gestione dei dati quando sono soggetti sia al GDPR che al CLOUD Act.

Sfide e obiettivi trasversali

La gestione della cybersecurity e l’adeguamento delle infrastrutture pubbliche rappresentano considerazioni cruciali in un contesto in cui il Data Act e la protezione dei dati sono sempre più centrali. È essenziale sviluppare framework di certificazione armonizzati che stabiliscano standard comuni per la sicurezza dei dati, mentre le aziende dovranno investire nella formazione di competenze specialistiche in cybersecurity, per prepararsi a difendere i dati contro minacce sempre più sofisticate. Inoltre, garantirne la sicurezza lungo la supply chain digitale diventa fondamentale, così come integrare controlli di sicurezza nativi direttamente nelle piattaforme cloud, per proteggere le informazioni in ogni fase del processo.

Per le istituzioni pubbliche, sarà necessario un significativo adeguamento delle infrastrutture IT, con un focus sulla formazione di personale specializzato nella gestione dei dati. Le autorità pubbliche dovranno affrontare la sfida di rispettare una compliance multilivello, che implica l’adozione di regolamenti sia a livello nazionale che europeo, e promuovere una cooperazione efficace tra le autorità nazionali ed europee per implementare e monitorare il Data Act in modo efficiente. L’introduzione di sistemi di monitoraggio evoluti sarà necessaria per gestire la crescente quantità e complessità dei dati.

Le sfide future richiederanno quindi un continuo aggiornamento delle normative per stare al passo con l’evoluzione tecnologica, affrontando allo stesso tempo minacce emergenti che potrebbero mettere a rischio la sicurezza dei dati. Inoltre, l’UE dovrà puntare sullo sviluppo di capacità autonome per ridurre la dipendenza da attori esterni, equilibrando la necessità di innovazione con quella di sicurezza. La cooperazione internazionale diventerà sempre più determinante per gestire le sfide legate ai dati, garantendo un approccio globale nella difesa e nella regolamentazione del cyberspazio.

Conclusioni

Il Data Act è da ritenersi un potente propulsore per l’innovazione, creerà sicuramente nuove opportunità nel campo della Data economy, grazie alla rimozione delle barriere e all’introduzione di norme per garantire l’interoperabilità dei dati tra diversi settori economici. Tuttavia, comporterà anche l’introduzione di nuovi obblighi e maggiori rischi per gli operatori economici.

L’obiettivo principale per il futuro digitale dell’Europa consisterà allora, nel bilanciare la sovranità digitale con la necessità di interoperabilità globale, garantendo al contempo sicurezza e innovazione. Le aziende, le istituzioni e gli operatori del settore dovranno quindi collaborare attivamente per affrontare le sfide emergenti e cogliere le opportunità offerte dal nuovo quadro normativo.

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Il Data Governance Act in Italia

Il Data Governance Act in Italia è un quadro normativo progettato per migliorare la gestione e la condivisione dei dati tra le amministrazioni pubbliche e i cittadini, promuovendo l’accesso ai servizi e agli strumenti digitali. Istituito nell’ambito di un più ampio sforzo dell’Unione Europea per armonizzare le normative sui dati, l’atto mira a migliorare il processo decisionale basato sui dati all’interno della pubblica amministrazione, aumentando così l’efficienza e l’efficacia dei servizi pubblici. Questa iniziativa facilita la raccolta, l’analisi e la visualizzazione di dati provenienti da fonti diverse, permettendo ai comuni di adottare pratiche standardizzate per la governance e la comparazione dei dati, in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (Sustainable Development Goals, UN-SDGs).

Uno dei principi fondamentali del Data Governance Act è la promozione della collaborazione tra le diverse entità pubbliche, elemento essenziale per garantire un approccio coerente alla gestione dei dati. L’atto incoraggia la creazione di intermediari fiduciari per la gestione etica della condivisione dei dati, assicurando al contempo la conformità alle rigorose normative sulla protezione dei dati e sulla privacy, come il General Data Protection Regulation (GDPR).

Inoltre, il provvedimento sottolinea l’importanza di strumenti per il monitoraggio in tempo reale dei dati, che consentono risposte tempestive alle sfide emergenti e migliorano la qualità dei servizi nella pubblica amministrazione.

Nonostante i suoi obiettivi ambiziosi, il Data Governance Act ha suscitato polemiche riguardo al suo potenziale impatto sull’innovazione, in particolare nel settore tecnologico. I critici sostengono che le rigide normative possano ostacolare la crescita delle tecnologie emergenti, come l’intelligenza artificiale, a causa delle complessità legate alla conformità e ai possibili divieti preventivi.

Inoltre, le implicazioni dell’atto per i diritti e le libertà individuali, così come il suo approccio all’equilibrio tra segreti industriali e condivisione dei dati, hanno sollevato preoccupazioni significative tra gli stakeholder in merito alla privacy e alle pratiche concorrenziali nell’economia digitale.

Mentre l’Italia procede con l’attuazione del Data Governance Act, gli stakeholder monitorano attentamente le sue disposizioni, la cui entrata in vigore è prevista per settembre 2025. Questo scenario normativo in continua evoluzione presenta sia opportunità che sfide, richiedendo alle imprese e alle amministrazioni pubbliche di adattarsi per garantire un’efficace conformità, promuovendo al contempo l’innovazione e soluzioni basate sui dati per il beneficio economico e sociale.

Il Data Governance Act in Italia: la rivoluzione digitale guidata dall’AgID

La recente pubblicazione del Decreto Legislativo 144/2024 segna un momento decisivo nell’implementazione del Data Governance Act (DGA) in Italia, delineando un nuovo capitolo nella gestione dei dati digitali. Il decreto, che entrerà in vigore il 25 ottobre 2024, rappresenta un passo fondamentale nell’adeguamento della normativa nazionale al Regolamento UE 2022/868, introducendo innovazioni significative nella governance dei dati.

L’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) emerge come protagonista principale di questa trasformazione, assumendo molteplici responsabilità chiave. Il decreto la designa come autorità competente per la supervisione dei servizi di intermediazione dei dati e per la registrazione delle organizzazioni dedite all’altruismo dei dati. Questa scelta strategica pone l’AgID al centro dell’ecosistema digitale italiano, con il compito di coordinare e monitorare le attività di condivisione dei dati in modo imparziale e trasparente.

Un aspetto innovativo del decreto riguarda la creazione di una rete di cooperazione tra le autorità competenti. L’AgID è chiamata a collaborare strettamente con l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e il Garante per la Protezione dei Dati Personali. Questa sinergia istituzionale, formalizzata attraverso accordi di collaborazione non onerosi, mira a garantire un’implementazione efficace e coordinata del DGA.

Il decreto introduce un robusto sistema sanzionatorio, conferendo all’AgID il potere di imporre sanzioni amministrative significative. Le violazioni possono comportare multe da 10.000 a 100.000 euro, o fino al 6% del fatturato mondiale annuo per le imprese. Questo regime sanzionatorio riflette l’importanza attribuita alla corretta implementazione del DGA e alla tutela dei diritti digitali.

L’entrata in vigore del decreto aprirà nuove opportunità per l’innovazione digitale in Italia. La struttura implementativa creata permetterà di facilitare la condivisione dei dati mantenendo elevati standard di sicurezza e trasparenza. Il ruolo dell’AgID come sportello unico semplifica l’accesso alle informazioni e ai servizi, creando un punto di riferimento centrale per cittadini e imprese.

L’implementazione di queste nuove disposizioni rappresenta una sfida significativa ma anche un’opportunità unica per posizionare l’Italia all’avanguardia nella governance dei dati a livello europeo. Il successo di questa iniziativa dipenderà dalla capacità dell’AgID di coordinare efficacemente le diverse parti interessate e di promuovere una cultura della condivisione responsabile dei dati.

Questo nuovo assetto normativo e organizzativo promette di trasformare radicalmente il panorama digitale italiano, creando un ambiente più favorevole all’innovazione e alla collaborazione nel rispetto dei diritti fondamentali e della sicurezza dei dati.

Panoramica

Il Data Governance Act in Italia stabilisce un quadro normativo per la gestione e la condivisione dei dati tra le amministrazioni pubbliche e i cittadini, facilitando l’accesso ai servizi e agli strumenti digitali. L’obiettivo dell’atto è migliorare il processo decisionale basato sui dati, aumentando l’efficacia e l’efficienza dei servizi della pubblica amministrazione. Il provvedimento supporta la raccolta, l’analisi e la visualizzazione di dati provenienti da più fonti, permettendo ai comuni di adottare un approccio standardizzato per la comparazione e la governance dei dati.

Principi chiave

L’atto delinea i principi fondamentali per la progettazione, l’implementazione e la gestione dei servizi digitali. Sottolinea l’importanza della collaborazione tra le varie entità pubbliche per promuovere una comprensione e un’applicazione condivisa della governance dei dati. Grazie all’utilizzo di un archivio comune per la raccolta dei dati, i comuni possono analizzare meglio i fenomeni in diversi ambiti, supportando così vari obiettivi politici in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (UN-SDGs).

Vantaggi del Data Governance Act

Uno dei principali vantaggi del Data Governance Act è l’opportunità di consolidare dati provenienti da diverse fonti in una visione unificata. Questa integrazione consente di ottenere informazioni approfondite su fenomeni sociali ed economici, facilitando la formulazione e l’attuazione di politiche più efficaci. Ad esempio, la combinazione di dati sugli incidenti urbani con informazioni demografiche e ambientali permette di comprendere meglio le problematiche legate alla sicurezza pubblica e alla pianificazione urbana.

Inoltre, l’atto promuove l’adozione di strumenti per il monitoraggio in tempo reale dei dati, garantendo che le amministrazioni pubbliche possano rispondere tempestivamente alle sfide emergenti e mantenere elevati standard di qualità nei servizi. Questi strumenti funzionano in modo simile ai data dashboard, fornendo informazioni rilevanti per la governance e la manutenzione delle infrastrutture digitali.

Protezione dei dati e conformità

In linea con le disposizioni dell’atto, sono previste rigide normative sulla protezione dei dati e sulla privacy. La gestione dei dati personali è regolata da definizioni e requisiti specifici che garantiscono il rispetto dei diritti degli individui e la gestione efficace delle violazioni dei dati. Termini chiave come “dati personali”, “trattamento” e “interessato” sono chiaramente definiti per guidare l’attuazione delle misure di governance dei dati in conformità con gli standard legali.

L’atto distingue inoltre tra diverse tipologie di trattamento dei dati, inclusi i cookie tecnici e i cookie di profilazione, e stabilisce le condizioni per il trattamento di categorie particolari di dati personali, garantendo trasparenza e responsabilità nelle pratiche di gestione dei dati.

Contesto legislativo

Il Data Governance Act (DGA) in Italia fa parte di un più ampio sforzo legislativo dell’Unione Europea volto ad armonizzare le normative sulla protezione dei dati tra gli Stati membri, facilitando la creazione di un mercato digitale coeso. Questa iniziativa si allinea agli obiettivi del General Data Protection Regulation (GDPR), che mira a migliorare la circolazione dei dati garantendo al contempo una solida protezione delle informazioni personali.

Disposizioni chiave

Il DGA impone alle piattaforme di condivisione video soggette alla giurisdizione italiana l’obbligo di incorporare elementi identificabili, come l’acronimo “AI”, nei propri contenuti per proteggere il pubblico da potenziali disinformazioni e deepfake. Questa misura riflette l’attenzione del governo italiano nella tutela dei cittadini in un panorama digitale sempre più complesso. Inoltre, il mancato rispetto di tali disposizioni comporta sanzioni amministrative che variano da €10.329 a €258.228.

Il DGA enfatizza, inoltre, la necessità di regimi chiari di etichettatura e registrazione per favorire la fiducia e migliorare il riutilizzo dei dati, affrontando le preoccupazioni relative all’efficacia dei quadri normativi esistenti. Tuttavia, l’interazione tra il DGA e altre normative, come il futuro Regolamento ePrivacy, ha sollevato interrogativi tra i co-legislatori in merito ai possibili oneri burocratici e sovrapposizioni normative.

Attuazione e supervisione

Per garantire un’implementazione efficace del DGA, vengono condotte varie attività di supervisione e supporto, tra cui consultazioni pubbliche e relazioni annuali sull’applicazione della normativa sulla privacy presentate al Parlamento e al Governo. Inoltre, il DGA si allinea con leggi nazionali come la Legge n. 205/2021, che impone restrizioni all’uso delle tecnologie di riconoscimento facciale negli spazi pubblici, affrontando così importanti questioni legate alla privacy nel trattamento dei dati biometrici.

Prospettive future

A partire dai primi mesi del 2024, gli stakeholder stanno attivamente cercando chiarimenti sull’attuazione del DGA, con la maggior parte delle disposizioni destinate a entrare in vigore il 12 settembre 2025. Il panorama legislativo è in continua evoluzione e le valutazioni in corso della Commissione Europea influenzeranno l’approvazione finale e l’applicazione pratica del DGA. Ciò rende fondamentale per aziende e cittadini adattarsi di conseguenza.

Il DGA non solo rappresenta un significativo passo avanti nella governance dei dati, ma dimostra anche l’impegno dell’Italia nell’integrare soluzioni innovative per affrontare sia le sfide digitali che quelle ambientali.

Disposizioni principali

Il Data Governance Act in Italia stabilisce un quadro normativo volto a facilitare la condivisione dei dati tra diversi settori, sottolineando la necessità di fiducia e neutralità nei servizi di intermediazione dei dati. Questa misura legislativa mira a rafforzare la cooperazione tra enti pubblici e privati nell’accesso e nell’utilizzo dei dati, contribuendo alla creazione di un’economia dei dati più efficiente.

Quadro per la condivisione dei dati

L’atto definisce linee guida chiare per la condivisione dei dati del settore pubblico, con l’obiettivo di migliorarne l’usabilità proteggendo al contempo le informazioni sensibili. Impone la creazione di intermediari fiduciari dei dati, i quali svolgono un ruolo chiave nella supervisione della condivisione etica e del riutilizzo dei dati.

Questi intermediari devono garantire il rispetto delle normative vigenti sulla protezione dei dati e facilitare la collaborazione tra fornitori e utilizzatori dei dati, promuovendo trasparenza ed equità nell’ecosistema digitale.

Governance dei servizi di intermediazione dei dati

Uno degli aspetti fondamentali dell’atto è l’istituzione di un quadro normativo per la regolamentazione dei servizi di intermediazione dei dati. Questi servizi devono operare in modo neutrale, rafforzando la fiducia nelle pratiche di condivisione dei dati.

Le disposizioni includono requisiti per l’interoperabilità e la standardizzazione dei dati, garantendo che le informazioni possano essere condivise e comprese tra diverse piattaforme e settori.

Diritti e responsabilità

Il Data Governance Act definisce i diritti degli individui e delle organizzazioni in merito all’uso dei dati generati dai dispositivi e servizi IoT. Consente agli utenti di condividere direttamente i propri dati con terze parti, promuovendo così un maggiore controllo da parte degli utenti nel panorama digitale.

Inoltre, l’atto disciplina gli obblighi dei detentori di dati, inclusa la necessità di fornire una compensazione equa quando i dati vengono condivisi con le imprese, garantendo che i costi associati alla diffusione e all’archiviazione dei dati siano coperti.

Conformità e supervisione

La conformità al Data Governance Act è essenziale per tutti gli stakeholder coinvolti nella condivisione dei dati. L’atto conferisce alle autorità di regolamentazione, inclusa l’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali (Garante Privacy), il potere di supervisionare e applicare le disposizioni, assicurando che le pratiche di condivisione dei dati siano conformi alle normative nazionali ed europee sulla protezione dei dati.

Attraverso questi meccanismi, il Data Governance Act mira a creare un’economia dei dati più inclusiva ed efficiente in Italia, contribuendo all’innovazione e al miglioramento dei servizi pubblici.

Implementazione

Formazione ed educazione

L’attuazione efficace del Data Governance Act richiede un’ampia formazione ed educazione per i dipendenti di diverse organizzazioni. Ciò include workshop incentrati sulla conformità, sull’etica dei dati e sulle migliori pratiche di sicurezza, al fine di garantire che i lavoratori comprendano le implicazioni dell’atto per i loro ruoli e responsabilità.

Programmi di formazione regolari sono essenziali per mantenere il personale aggiornato sui cambiamenti normativi in corso e sull’importanza della conformità nelle operazioni quotidiane.

Sviluppo dei sistemi e condivisione dei dati

Le organizzazioni sono incoraggiate a sviluppare sistemi avanzati per la condivisione dei dati, come Application Programming Interfaces (API) e piattaforme di condivisione sicura, per garantire un accesso fluido ai dati da parte di utenti e partner.

Questa infrastruttura deve essere progettata con interfacce intuitive per semplificare la gestione e l’accesso ai dati. Inoltre, le organizzazioni devono aggiornare i propri contratti e quadri giuridici per allinearli ai principi di equità delineati nel Data Act, assicurando che tutti gli accordi di condivisione dei dati rispettino i requisiti normativi.

Quadro di governance dei dati

L’istituzione di un solido quadro di governance dei dati è un aspetto fondamentale per l’attuazione del Data Governance Act. Ciò include la definizione dei diritti degli utenti sui dati, consentendo agli individui di ottenere accesso e controllo sui dati generati dai dispositivi connessi.

Le imprese sono obbligate a condividere i dati secondo condizioni eque, prevenendo così che le grandi organizzazioni traggano vantaggi a scapito delle piccole imprese. Inoltre, l’atto prevede disposizioni che consentono alle autorità pubbliche di accedere ai dati detenuti da soggetti privati in situazioni di emergenza, rafforzando così l’interesse pubblico.

Monitoraggio della conformità

Audit regolari e il monitoraggio della conformità sono essenziali per garantire l’adesione al Data Governance Act. Le organizzazioni dovrebbero istituire team dedicati alla supervisione degli sforzi di conformità e al costante aggiornamento sulle evoluzioni normative.

Svolgere audit periodici consente alle organizzazioni di individuare eventuali lacune nelle pratiche di gestione dei dati e di adottare misure correttive in modo proattivo.

Collaborazione e coinvolgimento degli stakeholder

La collaborazione con gli stakeholder del settore e i responsabili politici è fondamentale per un’implementazione efficace. Si raccomanda alle organizzazioni di interagire con associazioni di settore per scambiare migliori pratiche e contribuire allo sviluppo di linee guida per l’attuazione.

Le consultazioni pubbliche hanno svolto un ruolo significativo nel raccogliere opinioni e suggerimenti da vari stakeholder per orientare l’adozione delle direttive di attuazione.

Adattamento futuro

Considerato il rapido progresso tecnologico, la strategia di implementazione del Data Governance Act verrà rivista e aggiornata annualmente, con il primo aggiornamento previsto per settembre 2024. Questo approccio iterativo mira a fornire alle amministrazioni pubbliche e alle organizzazioni gli strumenti e le conoscenze necessarie per adattarsi al panorama digitale in continua evoluzione.

Promuovendo una cultura della conformità e dell’innovazione, il Data Governance Act non solo mira a migliorare le pratiche di gestione dei dati, ma intende anche stimolare la crescita tecnologica e consentire agli utenti di avere un maggiore controllo sui propri dati.

Impatto

Implicazioni economiche

Il passaggio a un’economia basata sui dati è destinato ad avere un impatto significativo sia a livello sociale che economico. Promuovendo la predisposizione a prendere decisioni basate sui dati, il Data Governance Act (DGA) contribuisce a migliorare l’efficacia e l’efficienza economica in vari ambiti.

Le imprese, grandi e piccole, possono beneficiare della riduzione dei costi legati all’acquisizione, all’integrazione e all’elaborazione dei dati, oltre a una diminuzione delle barriere all’ingresso nei mercati. Questo ambiente favorisce lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi basati sui dati, accelerando i tempi di commercializzazione di queste innovazioni.

Vantaggi della condivisione dei dati

Il Data Governance Act mira a migliorare la condivisione dei dati tra diversi settori e Paesi dell’Unione Europea, sfruttando così il potenziale dei dati a vantaggio sia dei cittadini europei che delle imprese.

Una gestione e condivisione efficace dei dati è prevista per facilitare lo sviluppo di prodotti e servizi innovativi, migliorare l’efficienza e la sostenibilità di numerosi settori economici e svolgere un ruolo cruciale nell’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale. La disponibilità di dati permetterà inoltre alle amministrazioni pubbliche di elaborare politiche più efficaci, favorendo una governance più trasparente e servizi pubblici migliorati.

Sfide legali e normative

L’entrata in vigore del DGA comporta anche una serie di complessità e sfide, in particolare per quanto riguarda la conformità e l’interpretazione delle sue disposizioni.

Gli stakeholder devono affrontare questioni legate alla portabilità dei dati, alla sicurezza e a un modello di applicazione decentralizzato che potrebbe portare a incoerenze tra gli Stati membri. L’efficacia del Data Governance Act nel promuovere un’economia digitale competitiva dipenderà dalla capacità di risolvere queste problematiche e dall’adattabilità delle imprese al nuovo contesto normativo.

Impatto ambientale e sociale

Oltre ai benefici economici, il Data Governance Act avrà un ruolo chiave nell’affrontare le sfide ambientali attraverso soluzioni innovative basate sui dati.

L’impegno dell’Unione Europea per promuovere la transizione digitale e quella ecologica sottolinea l’importanza di quadri normativi che massimizzino il potenziale trasversale dei dati tra i vari settori. Cresce l’attenzione su come la governance dei dati possa facilitare i progressi in queste aree, evidenziando la necessità di ulteriori ricerche e sviluppi normativi che colleghino la gestione dei dati alla sostenibilità ambientale.

Considerazioni sulla protezione dei dati e sulla privacy

L’attuazione del Data Governance Act deve necessariamente tenere conto delle implicazioni relative alla protezione dei dati e alla privacy, in conformità con normative come il General Data Protection Regulation (GDPR).

Il trasferimento di dati personali, come previsto dal GDPR, deve rispettare decisioni di adeguatezza, garanzie appropriate o deroghe pertinenti. Man mano che le imprese navigano all’interno di questi quadri giuridici, la capacità di garantire la conformità normativa senza ostacolare l’innovazione sarà un fattore determinante per il successo del DGA e il suo impatto sull’economia digitale in Italia e nell’intera Unione Europea.

Casi studio e storie di successo

Panoramica sulle iniziative di governance dei dati

Il Data Governance Act in Italia ha catalizzato diverse iniziative volte a migliorare la gestione dei dati in vari settori, potenziando la capacità di prendere decisioni basate sui dati. Queste iniziative hanno prodotto risultati promettenti nei comuni, nell’industria e nel settore sanitario, dimostrando il potenziale dell’atto nel migliorare l’efficienza, la trasparenza e l’erogazione dei servizi pubblici.

Comune di Parma: un caso di maturità digitale

Uno degli esempi più significativi di implementazione efficace della governance dei dati è il Comune di Parma. Il comune ha raggiunto un livello complessivo di maturità digitale pari al 75%, con punteggi elevati in Digital Business Strategy (93%) e Digitalizzazione Human-Centric (93%). Tuttavia, ambiti come Gestione dei Dati e Sicurezza (53%) e Interoperabilità (56%) hanno evidenziato margini di miglioramento.

L’iniziativa ha impiegato una soluzione software che ha unificato i dati di diversi settori, consentendo analisi approfondite allineate agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (UN-SDGs). Questo approccio integrato alla governance dei dati dimostra come i comuni possano sfruttare i dati per raggiungere obiettivi politici più ampi.

Impatto sulla sanità pubblica e sull’occupazione

Il Data Governance Act ha avuto un impatto significativo anche nei settori della sanità pubblica e dell’occupazione. Un esempio rilevante è la Legge 193/2023, che ha introdotto in Italia il diritto all’oblio per i sopravvissuti al cancro.

Questa normativa vieta a banche, compagnie assicurative e datori di lavoro di richiedere informazioni su malattie oncologiche da cui una persona è guarita, promuovendo così la non discriminazione e tutelando i diritti degli individui che si stanno riprendendo da gravi patologie. La legge mira a favorire un mercato del lavoro più inclusivo, in linea con i principi di protezione dei dati e governance etica.

Miglioramenti nella cybersecurity e nell’utilizzo dei big data

Le strategie di governance dei dati hanno stimolato un aumento degli investimenti nella sicurezza informatica in diversi settori. Il settore bancario è in prima linea per quanto riguarda la spesa in cybersecurity, seguito da industrie che stanno sempre più riconoscendo l’importanza della protezione dei dati come parte integrante delle loro strategie operative.

Inoltre, settori come la sanità e il retail hanno adottato tecnologie big data per migliorare l’esperienza del cliente e ottimizzare le operazioni. Questi sviluppi dimostrano l’effetto trasformativo di una governance efficace dei dati nel rafforzare la sicurezza e l’efficienza operativa nei settori critici.

Legislazione correlata

Quadro normativo sulla protezione dei dati

Il panorama normativo italiano sulla protezione dei dati è principalmente definito dal General Data Protection Regulation (GDPR), armonizzato con le leggi nazionali attraverso il Decreto Legislativo 101/2018. Questo decreto ha modificato diverse disposizioni del precedente Decreto Legislativo 196/2003, noto come Codice della Privacy, introducendo misure transitorie per facilitare la conformità ai requisiti del GDPR.

Il GDPR non solo disciplina il trattamento dei dati personali all’interno dell’UE, ma si applica anche extraterritorialmente alle organizzazioni al di fuori dell’Unione che trattano dati di individui situati al suo interno.

Normative sul trattamento dei dati

Il Data Governance Act Europeo, entrato in vigore nel settembre 2023, ha l’obiettivo di migliorare la condivisione dei dati tra enti privati e istituzioni pubbliche in Italia. Questa legislazione fa parte di una più ampia iniziativa per creare un Mercato Unico Digitale e supporta l’istituzione di Spazi Europei Comuni dei Dati in vari settori.

L’atto sottolinea l’importanza della fiducia nella condivisione dei dati e stabilisce obblighi per gli stakeholder affinché rendano disponibili i dati, prevedendo sanzioni per la mancata conformità. Inoltre, l’Italia ha introdotto normative specifiche per il trattamento dei dati a fini di giustizia penale, come stabilito dalla Direttiva UE 2016/680 e dal Decreto Legislativo n. 51/2018. Queste normative impongono che la raccolta di dati da parte delle autorità richieda generalmente un’approvazione giudiziaria, garantendo il rispetto dei principi di protezione dei dati personali.

Tutela dei whistleblower e dati biometrici

Recenti aggiornamenti legislativi, come il Decreto Legislativo n. 2023/24, hanno allineato le normative nazionali sul whistleblowing alla Direttiva UE 2019/1937, introducendo protezioni uniformi nei diversi settori. Il decreto pone particolare attenzione al rispetto dei principi del GDPR, inclusi la privacy by design e la riservatezza dei segnalanti.

Inoltre, la Legge n. 205/2021 ha vietato l’uso della tecnologia di riconoscimento facciale da parte delle autorità pubbliche fino alla fine del 2023, evidenziando l’approccio prudente dell’Italia verso il trattamento dei dati biometrici.

Critiche e controversie

Impatto sull’innovazione

Il Data Governance Act in Italia ha suscitato un ampio dibattito tra gli stakeholder, in particolare per le sue implicazioni sull’innovazione, la privacy e la conformità normativa.

I critici sostengono che regolamentazioni stringenti, come quelle imposte dal DGA, possano soffocare l’innovazione, specialmente nel campo dell’intelligenza artificiale (AI). Il rapido declino di aziende AI come DeepSeek in Italia esemplifica una tendenza crescente in cui i regolatori agiscono preventivamente imponendo divieti o restrizioni senza comprendere appieno il panorama tecnologico. Questo approccio può generare un effetto dissuasivo, inducendo le startup a esitare nell’entrare nel mercato per timore di restrizioni improvvise, ostacolando così lo sviluppo tecnologico e la concorrenza nel settore.

Preoccupazioni sulla protezione dei dati

Dal punto di vista della protezione dei dati, emergono timori legati ai rischi per i diritti e le libertà individuali. I critici sottolineano che il trattamento dei dati personali può portare a discriminazione, furti d’identità, perdite finanziarie e danni alla reputazione.

La complessità della conformità al GDPR e le specificità locali del DGA complicano ulteriormente la gestione per le organizzazioni, specialmente per quelle operanti a livello transfrontaliero. Questa complessità può rappresentare un ostacolo alla gestione efficace dei dati e alla conformità, minando gli obiettivi stessi della normativa.

Quadro normativo per l’intelligenza artificiale

L’emergente quadro normativo per la regolamentazione degli strumenti di intelligenza artificiale solleva ulteriori interrogativi.

Sebbene l’Unione Europea abbia proposto l’AI Act per stabilire regole sullo sviluppo e l’uso dell’intelligenza artificiale, permangono dubbi sulla sua capacità di affrontare efficacemente le sfide poste dalle tecnologie dirompenti. I critici sostengono che l’atto potrebbe non riuscire a bilanciare adeguatamente la necessità di regolamentazione con il bisogno di stimolare l’innovazione nell’AI.

Inoltre, la bozza della normativa italiana sull’AI è stata descritta come più restrittiva rispetto alla sua controparte europea, imponendo ulteriori oneri di conformità sia alle aziende locali che a quelle estere.

Consapevolezza pubblica e coinvolgimento

Un altro punto di discussione riguarda il ruolo delle consultazioni pubbliche e il coinvolgimento dei cittadini nel processo legislativo.

Alcuni sostengono che, sebbene la normativa incoraggi la partecipazione, i risultati delle consultazioni pubbliche abbiano un impatto limitato sulle decisioni finali. Questa percezione di disconnessione può generare frustrazione tra gli stakeholder, i quali ritengono che le loro opinioni non siano adeguatamente rappresentate nella definizione delle politiche di governance dei dati.

Segreti industriali e condivisione dei dati

L’intersezione tra il diritto di accesso ai dati e la tutela dei segreti industriali è un altro aspetto controverso.

Le disposizioni del Data Act potrebbero privare i detentori dei dati della possibilità di invocare i segreti industriali come difesa contro le richieste di accesso ai dati, sollevando preoccupazioni circa l’esposizione di informazioni sensibili delle imprese. I critici temono che ciò possa scoraggiare le organizzazioni dalla condivisione dei dati, ostacolando la collaborazione necessaria per l’innovazione e la crescita.

Fonti:

  • https://www.trade.gov/country-commercial-guides/italy-digital-economy
  • https://european-digital-innovation-hubs.ec.europa.eu/knowledge-hub/success-stories/empowering-data-driven-governance-through-ddg-pillars
  • https://www.europarl.europa.eu/thinktank/it/document/EPRS_BRI(2021)690674
  • https://gupea.ub.gu.se/handle/2077/82518
  • https://www.agid.gov.it/index.php/en/agenzia/stampa-e-comunicazione/notizie/2023/08/04/agid-adopts-guidelines-open-data
  • https://interoperable-europe.ec.europa.eu/collection/open-source-observatory-osor/news/italys-public-service-digital-strategy-updated
  • https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/data-governance-act
  • https://research.aimultiple.com/data-governance-case-studies/
  • https://www.forbes.com/sites/nizangpackin/2025/01/31/a-deep-see-on-deepseek-how-italys-ban-might-shape-ai-oversight/
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Cyber Crime Conference 2025: una preview dell’evento

La Cyber Crime Conference 2025 si prepara a portare a Roma, il 16 e 17 aprile, un’analisi approfondita delle sfide più urgenti nel panorama della sicurezza informatica. Due giornate intensive che metteranno in dialogo esperti internazionali e nazionali, forze dell’ordine e accademici per esplorare le frontiere più avanzate del contrasto al cybercrime.

Cyber Crime Conference 2025: anticipazioni di programma

Il programma entrerà nel vivo con un’analisi approfondita del modello italiano di contrasto al cybercrime, esaminando l’approccio sistemico che caratterizza la risposta nazionale alle minacce informatiche. A guidare questa esplorazione saranno alcune delle figure più autorevoli del panorama istituzionale: Giovanni Melillo, Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Pasquale Stanzione, Garante per la protezione dei dati personali, Bruno Frattasi, Direttore dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, Luigi Birritteri, Capo del Dipartimento per gli affari di Giustizia e Ivano Gabrielli, Direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni.

Cyber Crime Conference 2025: Giovanni Melillo, Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Pasquale Stanzione, Garante per la protezione dei dati personali, Bruno Frattasi, Direttore dell'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, Luigi Birritteri, Capo del Dipartimento per gli affari di Giustizia e Ivano Gabrielli, Direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni. Donatella Curtotti

Sotto la moderazione esperta della Prof.ssa Donatella Curtotti, questa sessione esplorerà come l’Italia stia costruendo un ecosistema di difesa integrato, dove prevenzione, investigazione e azione giudiziaria si fondono in una strategia coesa, bilanciando sapientemente sicurezza e diritti fondamentali. L’approccio italiano al contrasto delle minacce cyber verrà presentato come case study di un sistema integrato, dove competenze tecniche e giuridiche si fondono in una strategia coordinata di protezione nazionale.

L’architettura del programma riflette la complessità dell’ecosistema cyber contemporaneo, dove l’intelligenza artificiale si intreccia con le capacità cognitive umane nel prevedere e contrastare le minacce emergenti. Dalla gestione predittiva dei rischi all’analisi comportamentale degli attori malevoli, la conferenza esplorerà come le nuove tecnologie stiano rimodellando il panorama della sicurezza informatica.

Un filo conduttore significativo sarà l’evoluzione delle metodologie investigative nell’era della crittografia avanzata. Mentre la privacy digitale diventa un diritto sempre più centrale, le forze dell’ordine si trovano ad affrontare sfide inedite nel bilanciare protezione individuale ed esigenze investigative. Il dibattito si estenderà naturalmente alle implicazioni dei media sintetici e dei deepfake, che stanno ridefinendo i confini tra realtà e manipolazione digitale.

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Guarda il video della passata edizione:

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La conferenza si distingue per il suo approccio olistico, che abbraccia tanto gli aspetti tecnici quanto quelli strategici della cybersecurity. Attraverso sessioni interattive, momenti di networking e un’area espositiva dedicata alle ultime innovazioni, l’evento si propone come catalizzatore di connessioni e conoscenze nel panorama della sicurezza informatica.

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Il Divieto di TikTok, una panoramica approfondita

TikTok, una piattaforma di social media ampiamente popolare sviluppata dalla società cinese ByteDance, è al centro di un intenso dibattito e scrutinio riguardo a possibili divieti negli Stati Uniti a causa di preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale e alla privacy dei dati. Con oltre 170 milioni di utenti negli Stati Uniti e più di un miliardo a livello globale, TikTok è diventato un attore significativo nel panorama digitale, in particolare tra il pubblico più giovane, grazie al suo algoritmo unico che promuove video in formato breve generati dagli utenti e facilita la creazione di contenuti virali.

Questa popolarità ha reso TikTok uno strumento di marketing cruciale per le aziende che desiderano coinvolgere segmenti di pubblico mirati. Il dibattito sul futuro della piattaforma negli Stati Uniti si concentra principalmente sulla sua struttura proprietaria, sollevando allarmi tra i legislatori riguardo ai potenziali rischi di influenza straniera e uso improprio dei dati degli utenti. I critici della piattaforma sostengono che i suoi legami con la Cina rappresentano una minaccia seria per la privacy dei dati americani e la sicurezza nazionale, portando a discussioni su misure legislative che potrebbero portare a un divieto a livello nazionale se TikTok non si separasse da ByteDance.

D’altro canto, gli oppositori del divieto sostengono che esso violerebbe il First Amendment e avrebbe un impatto negativo su creatori di contenuti e aziende che dipendono dalla piattaforma per visibilità e reddito. Le recenti iniziative legislative a livello statale e federale riflettono una tendenza crescente alla restrizione dell’accesso a TikTok sui dispositivi governativi, con stati come Kentucky, Virginia e Tennessee che hanno implementato limitazioni specifiche. A livello federale, la U.S. House of Representatives ha approvato il Protecting Americans from Foreign Adversary Controlled Applications Act, che potrebbe effettivamente portare a un divieto a meno che TikTok non interrompa i legami con la sua società madre cinese.

Questa spinta legislativa segna un cambiamento significativo nell’approccio del governo degli Stati Uniti alla regolamentazione delle piattaforme digitali di proprietà straniera. Man mano che il dibattito e le sfide legali proseguono, il potenziale divieto ha suscitato reazioni pubbliche contrastanti, evidenziando una dicotomia tra i sostenitori della sicurezza nazionale e i difensori della libertà di espressione. Le conseguenze di queste azioni potrebbero ridefinire il panorama dei social media, costringendo aziende e creatori di contenuti a rivedere le loro strategie digitali in un ambiente sempre più diffidente nei confronti delle tecnologie straniere.

Con l’evolversi della situazione, il futuro di TikTok negli Stati Uniti rimane incerto, con possibili sviluppi che potrebbero influenzare milioni di utenti americani e l’intera economia digitale.

TikTok, cos’è e come funziona

TikTok, una piattaforma di social media di proprietà della società cinese ByteDance, è stata oggetto di un intenso scrutinio e dibattito in merito al suo possibile divieto negli Stati Uniti. Con oltre 170 milioni di utenti negli Stati Uniti e più di un miliardo in tutto il mondo, la piattaforma è diventata un fenomeno culturale, in particolare tra le giovani generazioni, offrendo uno spazio creativo per la condivisione di video in formato breve e l’interazione comunitaria.

L’algoritmo della piattaforma personalizza i contenuti in base alle interazioni degli utenti, permettendo anche agli account più piccoli di ottenere successo virale, rendendo TikTok essenziale per le piccole e medie imprese che cercano di connettersi con un pubblico mirato. Tuttavia, sono emerse preoccupazioni sulla sicurezza nazionale a causa della proprietà cinese della piattaforma, portando a discussioni sul suo potenziale ruolo come threat vector per la diffusione di disinformazione e violazioni della privacy dei dati.

Mentre il dibattito prosegue, i sostenitori del divieto sostengono che esso sia necessario per proteggere gli interessi della sicurezza nazionale, mentre i critici affermano che una tale mossa violerebbe la libertà di espressione e avrebbe ripercussioni economiche negative, in particolare per i creatori di contenuti e le aziende che dipendono dalla piattaforma. È stata proposta una sospensione temporanea di TikTok, mettendo in evidenza la natura diversificata dei contenuti sulle varie piattaforme di social media e l’importanza di comprendere il pubblico target per affrontare queste sfide.

Il dibattito rimane aperto, con diversi possibili esiti che potrebbero influenzare il futuro della piattaforma negli Stati Uniti.

Interventi normativi: divieti a livello Statale

Kentucky

Il 22 marzo 2023, il Kentucky General Assembly ha approvato il Senate Bill 20, successivamente firmato in legge dal Governatore Andy Beshear. Questa legge vieta il download o l’uso di TikTok sulle reti statali e sui dispositivi rilasciati dallo stato per le agenzie dell’esecutivo, i dipendenti, i contraenti e i membri del Kentucky General Assembly, compreso il personale legislativo e i contraenti. Il ramo giudiziario ha la possibilità di imporre restrizioni simili sui propri dispositivi e reti. Tuttavia, sono previste eccezioni per le istituzioni pubbliche di istruzione superiore e per le agenzie dell’esecutivo che utilizzano TikTok per attività di law enforcement, indagini civili o ricerche relative alle minacce alla sicurezza, a condizione che tale utilizzo non comprometta la sicurezza della rete dell’agenzia.

Virginia

Il 23 febbraio 2023, la Virginia General Assembly ha approvato il Senate Bill 1459, attualmente in attesa di azione da parte del Governatore Glenn Youngkin. Se promulgata, questa legge conferirebbe al Chief Information Officer il potere di limitare la possibilità di scaricare o utilizzare specifiche applicazioni, tra cui TikTok e WeChat, sui dispositivi e sulle reti governative degli organi esecutivo, legislativo e giudiziario della Commonwealth. Possono essere concesse eccezioni per scopi di law enforcement.

Tennessee

LA Tennessee General Assembly ha approvato il Senate Bill 834 il 23 marzo 2023, attualmente in attesa di azione da parte del Governatore Bill Lee. Questa legislazione mira a vietare alle università pubbliche che forniscono accesso a Internet di consentire l’uso di piattaforme di social media gestite da aziende con sede nella People’s Republic of China sulle proprie reti. Sono previste eccezioni per i dipendenti impegnati in attività di law enforcement. Inoltre, il 10 dicembre 2022, il Governatore Bill Lee ha ordinato alle agenzie statali di bloccare l’accesso a TikTok sia sui dispositivi personali sia su quelli statali connessi alle reti governative.

Divieti a livello Federale

Nel marzo 2024, la U.S. House of Representatives ha approvato il Protecting Americans from Foreign Adversary Controlled Applications Act. Questa legge vieterebbe effettivamente TikTok negli Stati Uniti a meno che la piattaforma non venga scorporata da ByteDance entro un determinato periodo di tempo. Il Presidente Joe Biden ha indicato la sua intenzione di firmare la legge se questa verrà approvata dal Senate. Successivamente, nell’aprile 2024, la House ha approvato il H.R. 8038, un pacchetto legislativo che include l’atto sopra menzionato insieme ad altre misure relative al supporto internazionale per Ucraina, Israele e Taiwan, tra altri temi. Il periodo di dismissione è stato esteso a 270 giorni, con un’opzione di proroga di 90 giorni.

Reazione pubblica al divieto di TikTok

Le proposte di divieto di TikTok hanno suscitato una risposta pubblica complessa e articolata, con opinioni fortemente divergenti tra i diversi stakeholder. I sostenitori dei divieti affermano che tali misure siano necessarie per la sicurezza nazionale, citando preoccupazioni riguardo al controllo della piattaforma da parte di un avversario straniero. Sostengono che questi provvedimenti siano content-neutral, mirati alla struttura proprietaria di TikTok piuttosto che ai contenuti stessi. Questa posizione è supportata da valutazioni legali che indicano che le misure non impongono restrizioni basate sui contenuti e sono considerate essenziali per proteggere la data privacy degli americani dalle potenziali minacce derivanti dalla proprietà cinese di ByteDance, società madre di TikTok.

Al contrario, i critici del divieto sollevano preoccupazioni riguardo alle implicazioni per la libertà di espressione e l’autorità morale del governo degli Stati Uniti a livello globale. Alcuni osservatori notano che tali azioni potrebbero dare l’impressione che gli Stati Uniti temano l’influenza straniera, minando la loro reputazione di difensori della free expression. Essi chiedono una maggiore trasparenza sui rischi per la sicurezza nazionale posti da TikTok, sostenendo che la mancata declassificazione delle informazioni rilevanti alimenti solo scetticismo e riduca la fiducia nel governo e nel suo impegno per i valori democratici.

Ulteriormente complicando il dibattito, alcune valutazioni legali hanno indicato che, sebbene la decisione di imporre la divestiture da un controllo cinese possa essere coerente con le pratiche normative, essa potrebbe comunque comportare interruzioni significative per milioni di utenti americani che utilizzano TikTok per l’espressione creativa e l’interazione sociale. Le possibili modifiche operative derivanti da un eventuale divieto, comprese le restrizioni sulla condivisione dei dati e sulle strategie di marketing, hanno lasciato molte aziende in una situazione di incertezza.

Mentre le discussioni continuano, esperti di marketing e aziende sono incoraggiati a rimanere flessibili, esplorando piattaforme e strategie alternative per mantenere l’engagement con il pubblico in un panorama digitale in continua evoluzione. La necessità per i brand di diversificare gli approcci di marketing evidenzia le più ampie implicazioni dei divieti su TikTok, non solo per la piattaforma stessa ma per l’intero ecosistema dei social media.

Sfide legali e considerazioni della Corte Suprema

Negli ultimi anni, TikTok ha affrontato numerose sfide legali, principalmente legate alle preoccupazioni per la sicurezza nazionale e ai diritti sanciti dal First Amendment. La Supreme Court è stata incaricata di valutare la costituzionalità del Protecting Americans from Foreign Adversary Controlled Applications Act, che mira a limitare il funzionamento di applicazioni come TikTok, controllate da avversari stranieri, in particolare dalla sua società madre, ByteDance Ltd. Questa legislazione prende di mira esplicitamente le applicazioni gestite da aziende considerate avversari stranieri secondo la legge statunitense.

Le deliberazioni della Supreme Court hanno evidenziato la tensione tra gli interessi della sicurezza nazionale e i diritti garantiti dal First Amendment, sia per TikTok che per i milioni di utenti americani della piattaforma. L’analisi della Corte si concentra sul determinare se TikTok possa rivendicare diritti ai sensi del First Amendment e se le azioni del governo siano giustificate secondo il strict scrutiny standard per la limitazione della libertà di espressione. Gli esperti legali suggeriscono che, anche nel caso in cui TikTok perdesse la sua battaglia legale, le implicazioni per i diritti degli utenti americani e dei creatori di contenuti rimarrebbero una questione da affrontare.

Sicurezza Nazionale e Libertà di Espressione

I sostenitori dell’Act affermano che la legge non vieta direttamente TikTok, ma affronta preoccupazioni legittime in materia di sicurezza nazionale, consentendo al contempo metodi alternativi di regolamentazione. I critici, invece, sostengono che la normativa impone restrizioni eccessive alla libertà di espressione, con potenziali ripercussioni non solo sulla piattaforma stessa, ma anche sugli utenti che la utilizzano per la creazione di contenuti e l’auto-espressione. I dibattiti legali in corso mettono in luce le complessità del bilanciamento tra gli interessi del governo e i diritti individuali, in particolare nel contesto della commercial speech, che storicamente ha ricevuto una protezione minore rispetto all’espressione individuale.

Risposte e restrizioni a livello globale

I problemi legali di TikTok non si limitano agli Stati Uniti. A livello internazionale, la piattaforma è stata oggetto di scrutinio e restrizioni. Ad esempio, in Bangladesh, sono state avanzate richieste di divieto per applicazioni ritenute “pericolose e dannose”, tra cui TikTok, supportate da varie azioni legali che citano preoccupazioni per la sicurezza dei giovani e il degrado sociale. Nell’agosto 2024, TikTok è stata tra le diverse applicazioni bloccate in Bangladesh durante le proteste, dimostrando una tendenza crescente alla regolamentazione della piattaforma a livello globale.

Queste sfide legali in corso riflettono un dibattito più ampio sulla digital privacy, l’influenza straniera e le implicazioni per la libertà di espressione nell’era dei social media. Con l’evoluzione del panorama legale, gli esiti di questi casi avranno probabilmente effetti duraturi sul funzionamento di applicazioni come TikTok, sia negli Stati Uniti che oltre i suoi confini.

Soluzioni alternative e strategie di adattamento

Passaggio ad altre piattaforme

Mentre le discussioni su un possibile divieto di TikTok negli Stati Uniti guadagnano slancio, content creators e marketers stanno esplorando piattaforme alternative per le loro strategie sui social media. Opzioni come Instagram Reels e YouTube Shorts sono emerse come principali alternative, sebbene presentino sfide uniche in termini di coinvolgimento del pubblico e dinamiche algoritmiche. Molti creators che hanno avuto successo grazie al modello di interazione distintivo di TikTok potrebbero trovare difficile replicare i propri risultati su queste piattaforme più consolidate, che spesso danno priorità ai contenuti dei grandi influencers rispetto ai smaller creators.

Strategie di diversificazione digitale

L’incertezza che circonda TikTok ha spinto le aziende a diversificare i propri approcci di marketing. Sempre più imprese stanno sfruttando il email marketing, le collaborazioni con influencers su piattaforme alternative e campagne guidate dalle community per ridurre la dipendenza da un’unica piattaforma di social media. Questo cambiamento consente ai brands di rimanere agili e resilienti in un panorama digitale in continua evoluzione.

Ad esempio, Duolingo ha iniziato a ridurre il proprio coinvolgimento su TikTok, espandendo invece la propria presenza su Instagram e YouTube, dimostrando un approccio proattivo nella gestione di potenziali interruzioni.

Creazione e rafforzamento delle Community

L’investimento in piattaforme dedicate alla costruzione di community, come Discord e Telegram, sta guadagnando popolarità. Queste piattaforme offrono opportunità per connessioni più profonde con il pubblico, meno influenzate dagli algoritmi dei social media, permettendo ai creators di coltivare comunità fedeli indipendentemente dalle regole di una singola piattaforma.

Inoltre, i brands sono incoraggiati a mantenere connessioni con il proprio pubblico su più piattaforme, garantendo visibilità e coinvolgimento anche in un contesto senza TikTok.

Prepararsi ai cambiamenti del mercato digitale

Mentre TikTok attende una decisione sulle sfide legali che sta affrontando, i content creators e le aziende sono consigliati di prepararsi a un possibile futuro senza l’app. Questo implica l’analisi del comportamento del pubblico su piattaforme alternative e lo sviluppo di strategie di contenuto mirate per coinvolgere efficacemente gli utenti in questi ambienti.

Mantenendo flessibilità nelle strategie di marketing ed esplorando nuove opportunità, aziende e creators possono navigare più efficacemente l’evoluzione del panorama dei social media.

Prospettive future per TikTok e i social media

Il futuro di TikTok negli Stati Uniti rimane incerto, mentre i legislatori si confrontano sulle implicazioni delle possibili misure legislative per affrontare le preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale dell’app. Secondo vari report, lo scenario più probabile è che TikTok possa essere vietato se determinate misure legislative non verranno adottate entro l’inizio del 2025, con la possibilità che la piattaforma diventi inaccessibile per gli utenti statunitensi in quel periodo.

Proposte legislative e scenari regolatori

Negli ultimi mesi, all’interno del Senate Commerce Committee si sono svolte importanti discussioni sulla regolamentazione di TikTok. La Committee Chair Maria Cantwell (D-WA) ha espresso la preferenza per una legislazione più solida che possa resistere a eventuali contestazioni legali, cercando di fornire al Commerce Department una maggiore supervisione senza imporre un divieto totale.

La proposta di Cantwell, il GUARD Act, mira ad affrontare le questioni legate alla sicurezza nazionale e alla privacy dei dati, consentendo comunque alla piattaforma di operare sotto standard più severi in materia di raccolta dati.

D’altro canto, alcuni senatori hanno sollevato preoccupazioni sul fatto che le misure proposte possano violare i diritti garantiti dal First Amendment, evidenziando una divisione all’interno del Congress sul miglior approccio per regolamentare TikTok e piattaforme simili. Ad esempio, il Senator Rand Paul (R-KY) ha criticato il crescente controllo federale, sostenendo che rappresenti una minaccia alla libertà di espressione.

Implicazioni per le aziende e i creatori di contenuti

Il possibile divieto di TikTok sta spingendo le aziende a rivalutare le proprie strategie sui social media. Gli esperti suggeriscono che le imprese dovrebbero diversificare gli sforzi di digital marketing su più piattaforme per mitigare i rischi legati alla dipendenza da un unico canale.

Con l’evoluzione del panorama dei social media, le aziende sono incoraggiate a sviluppare direct communication channels con il proprio pubblico, garantendo un coinvolgimento continuo indipendentemente dallo status di TikTok.

Privacy dei dati e protezione delle informazioni degli utenti

Con un’attenzione crescente sulla data privacy e sulla sicurezza, TikTok potrebbe dover implementare modifiche significative alle proprie pratiche di raccolta dati per rimanere accessibile nel mercato statunitense.

Altri tech giants, come Apple e Facebook, hanno già adottato importanti misure di adeguamento alle normative sulla privacy in risposta a preoccupazioni simili, stabilendo un precedente che TikTok potrebbe essere chiamato a seguire.

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Paragon: la vicenda dello spyware Graphite, i chiarimenti del Garante Privacy e il ruolo dell’ACN

Paragon Solutions ltd., società israeliana specializzata in strumenti cyber offensive, ha conquistato nelle ultime settimane un posto di rilievo nella cronaca nazionale e internazionale.

Vediamo in dettaglio come si sia sviluppata la vicenda, in merito alla quale si è recentemente pronunciato anche il Garante italiano per la Protezione dei dati personali.

Paragon Solutions: la società israeliana dietro allo spyware Graphite

Fondata nel 2019 da alcuni ex membri dell’esercito israeliano (IDF), tutti esperti in raccolta di informazioni e intelligence militare, la Paragon si è sempre più specializzata nello sviluppo di strumenti di Signal Intelligence (SIGINT).

Alla fine del 2024 la società è stata acquisita, per circa un miliardo di dollari, da un fondo di private equity statunitense. Dalle notizie trapelate sembra che verrà fusa con altre aziende già in forza al Dipartimento della Difesa di Washington, entrando a far parte delle risorse di cyber intelligence targate USA.

Sul piano dell’offerta commerciale una delle principali soluzioni di Paragon è lo spyware Graphite, un trojan creato per intercettare le comunicazioni su app di messaggistica istantanea o via email, installandosi sui dispositivi tramite attacchi “zero-click”.

E lo scorso 31 gennaio è stata proprio una piattaforma di messaggistica, Whatsapp, a denunciare l’uso del software Graphite per spiare decine di suoi utenti – inclusi giornalisti, attivisti e rappresentanti di varie ONG – in 24 paesi, fra i quali l’Italia.

Paragon e Pegasus: il ruolo ambiguo degli spyware nello scacchiere internazionale

Dopo l’annuncio di Meta-Whatsapp, basato anche sulle ricerche condotte dal Citizen Lab dell’Università di Toronto, è emerso come i clienti italiani di Paragon fossero due enti istituzionali, in particolare un’agenzia di intelligence e un corpo di polizia.

La notizia ha rapidamente scalato le cronache nazionali ed estere, suscitando reazioni e prese di posizione; l’uso di software-spia riveste infatti un ruolo complesso nel diritto vigente, ponendo delicate questioni di bilanciamento tra difesa della sicurezza e tutela dei diritti individuali.

Dal canto suo Paragon sostiene di attuare un “minimal use of invasion of privacy”, sottolineando che tra le caratteristiche di Graphite non rientra l’accesso a fotocamere o microfoni dei dispositivi su cui è in esecuzione.

Afferma, inoltre, di vendere i propri prodotti solo ai governi democratici e con esclusive finalità di supporto alle indagini in ambito criminale o ad attività di prevenzione e contrasto del terrorismo. In questo modo sì contrappone strategicamente alla competitor NSO, creatrice del noto spyware Pegasus, al centro di numerose inchieste per il suo impiego contro giornalisti e politici di tutto il mondo.

Sebbene il governo italiano abbia negato ogni coinvolgimento nelle intercettazioni, Paragon avrebbe scelto di sospendere l’operatività dei propri prodotti nel nostro Paese e di rescindere il relativo accordo commerciale.

Il motivo risiederebbe nella violazione dei termini contrattuali, che formalmente escludono l’impiego di Graphite contro soggetti non coinvolti in alcuna ipotesi di reato.

A breve la vicenda sarà oggetto di un’audizione presso il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), dalla quale potrebbero emergere nuovi sviluppi; in corso anche una procedura di due diligence condotta in collaborazione tra Servizi e Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN).

L’avviso del del Garante Privacy: l’uso di spyware può violare la normativa italiana

Lo scorso 14 febbraio, il Garante per la Protezione dei dati personali ha emesso una nota in merito alla vicenda.

Il comunicato si rivolge, senza ulteriori specificazioni, a “tutti coloro che dovessero utilizzare lo spyware “Graphite” della società israeliana Paragon Solutions ltd, o sistemi analoghi, o dovessero utilizzare le informazioni raccolte tramite questi software”.

Come ricorda il Garante “tali attività, svolte al di fuori degli usi consentiti dalla legge, violano il Codice privacy e possono comportare l’applicazione di una sanzione amministrativa fino a 20 milioni di euro o al 4% del fatturato”.

L’Autorità ribadisce, più in generale, che “le intercettazioni di comunicazioni elettroniche che non rientrano nelle finalità di sicurezza della Repubblica e di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati, devono rispettare la normativa in materia di protezione dei dati personali”.

Mentre si attende l’esito delle verifiche condotte dall’ACN, è già evidente come la vicenda Paragon – analogamente al caso Pegasus – imponga una riflessione troppo a lungo rimandata sull’ammissibilità di includere il ricorso agli spyware, nonché ad altri strumenti di sorveglianza digitale, tra le risorse che un paese democratico può utilizzare contro i propri stessi cittadini.

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UK ordina ad Apple di sbloccare iCloud, rischi per la sicurezza e la privacy

Il governo del Regno Unito ha recentemente emesso un ordine che impone ad Apple di fornire accesso ai dati crittografati degli utenti archiviati su iCloud, in caso di inchieste rilevanti legalmente autorizzate. Questa richiesta, avanzata ai sensi dell’Investigatory Powers Act del 2016, noto anche come “Snoopers’ Charter”, la carta dello spionaggio, solleva preoccupazioni significative riguardo alla privacy di tutti gli utenti Apple e alla sicurezza dei loro dati. Si tratta quindi di un precedente che potrebbe generare un pericoloso effetto domino.

Da parte di Apple e del Governo, vi è da notare che al momento però non è pervenuta nessuna replica. Vediamo allora insieme quali possono essere i possibili impatti e le conseguenze, qualora Apple decidesse di adeguarsi alla richiesta.

L’Investigatory Powers Act del 2016

L’Investigatory Powers Act è una legge britannica che conferisce alle autorità poteri estesi per raccogliere e accedere a dati elettronici. In particolare, consente al governo di emettere “Technical Capability Notices” (TCN), ordini legali, che obbligano le aziende tecnologiche a fornire mezzi per accedere ai dati degli utenti, anche se crittografati. Queste notifiche possono includere l’obbligo di creare backdoor nei sistemi di crittografia o di fornire chiavi di decrittazione. Con backdoor ci si riferisce invece, a un accesso nascosto o non documentato a un sistema informatico, a un software o a una rete, che permette di aggirare le normali procedure di sicurezza e autenticazione.

La richiesta del Governo britannico ad Apple

Secondo quanto riportato dal Washington Post, il governo britannico ha emesso proprio una TCN intimando ad Apple di creare una backdoor nel suo servizio iCloud, al fine di combattere il terrorismo e la criminalità internazionale. Questa richiesta non si limita agli utenti nel Regno Unito, ma si estende a livello globale, potenzialmente influenzando milioni di utenti Apple in tutto il mondo.

L’istanza del governo britannico ad Apple non è stata improvvisa, ma è il risultato di un processo iniziato anni prima. Già nel 2022, il governo del Regno Unito aveva espresso critiche nei confronti dei piani di Apple per introdurre una crittografia avanzata nel suo servizio cloud, sostenendo che questa misura avrebbe ostacolato le indagini su crimini particolarmente gravi. La situazione si è ulteriormente intensificata nei primi mesi del 2024, quando, secondo alcune indiscrezioni, l’Home Office avrebbe presentato ad Apple una bozza dell’ordine per l’introduzione di una backdoor.

Nel marzo 2024, durante un dibattito parlamentare sugli emendamenti all’Investigatory Powers Act, Apple ha formalmente avvertito il Parlamento britannico, sottolineando che l’adozione della legge avrebbe potuto costringere l’azienda a rimuovere importanti funzionalità di sicurezza per gli utenti nel Regno Unito. Infine, il mese scorso, il governo ha emesso ufficialmente l’ordine sotto forma di una “technical capability notice”, rendendo esplicita la richiesta di accesso ai dati crittografati.

La richiesta del governo britannico non significa però che le autorità inizieranno improvvisamente a setacciare i dati degli utenti Apple. È logico pensare che l’accesso a iCloud sarà richiesto in presenza di un grave rischio per la sicurezza nazionale. In ogni caso, la richiesta delle autorità dovrebbe essere motivata e seguire un procedimento giuridico, sulla base di indagini giudiziarie «autorizzate» e di «ragioni valide». Di contro Apple non può lamentarsene pubblicamente perché la legge britannica in oggetto, glielo impedisce.

La posizione di Apple sui dati iCloud

Apple ha storicamente resistito a richieste governative che potrebbero compromettere la sicurezza e la privacy dei suoi utenti. L’azienda offre una funzione chiamata “Protezione Avanzata dei Dati” per iCloud, che utilizza la crittografia end-to-end, garantendo che solo l’utente possa accedere ai propri dati. Nemmeno Apple ha accesso a queste informazioni.

Di fronte alla richiesta del governo britannico, Apple potrebbe considerare la possibilità di rimuovere la funzione “Protezione Avanzata dei Dati” per i backup iCloud solo nel Regno Unito invece di compromettere gli standard di sicurezza a cui ha abituato i suoi utenti. Questa opzione, tuttavia, non risolverebbe il problema, poiché il governo britannico chiede che l’accesso venga garantito anche per gli utenti al di fuori del territorio del Regno Unito. Si pensi al caso di un individuo indagato per attività sospette e residente in un altro Paese, ma con dati archiviati su iCloud.

Impatto e implicazioni globali

Se Apple dovesse conformarsi, potrebbe affrontare richieste simili da parte di governi di tutto il mondo, inclusi quelli con leggi sulla privacy meno rigorose. Questo solleva preoccupazioni significative riguardo alla privacy globale e alla sicurezza dei dati.

Alcuni esempi di paesi che potrebbero seguire l’esempio britannico:

  • Stati Uniti: L’FBI ha più volte chiesto ad Apple e ad altre aziende tecnologiche di fornire accesso ai dati crittografati per indagini su terrorismo e criminalità organizzata. L’esempio britannico potrebbe fornire agli USA un nuovo argomento per chiedere lo stesso.
  • Unione Europea: Anche se l’UE ha leggi sulla privacy più rigide (come il GDPR), alcuni stati membri potrebbero spingere per ottenere accesso ai dati crittografati in nome della sicurezza nazionale.
  • Cina: Il governo cinese già impone restrizioni severe sulla tecnologia e la privacy. Se Apple concedesse l’accesso al Regno Unito, la Cina potrebbe chiedere lo stesso, aumentando la pressione sulle aziende tecnologiche per fornire strumenti di sorveglianza.
  • Russia e Medio Oriente: Alcuni governi con scarsa trasparenza e rispetto dei diritti umani potrebbero usare questa situazione come scusa per ottenere un maggiore controllo sulle comunicazioni dei loro cittadini.

Ancora, se Apple fosse costretta a creare una backdoor per il Regno Unito, il rischio principale sarebbe che tale vulnerabilità venga sfruttata anche da attori malevoli, tra cui:

  • Hacker e cybercriminali: Una backdoor nei sistemi di Apple potrebbe essere scoperta e utilizzata per accedere ai dati sensibili degli utenti, mettendo a rischio informazioni personali, finanziarie e aziendali.
  • Governi autoritari: Alcuni stati potrebbero sfruttare il precedente per giustificare la vigilanza ed il controllo di massa e la repressione di oppositori politici.
  • Interferenze da parte di intelligence straniere: Servizi segreti di paesi terzi potrebbero cercare di sfruttare le falle create per scopi di spionaggio e guerra informatica.

Una volta che una porta d’accesso viene creata, non è più possibile garantire che venga usata solo dai governi “affidabili”.

Per quanto concerne invece le possibili conseguenze ed effetti sulle aziende tecnologiche e sul mercato globale, si evidenzia che le aziende concorrenti, come Google con Google Drive, Microsoft con OneDrive e Meta con WhatsApp e Messenger, potrebbero trovarsi sotto pressione per adottare misure simili, rischiando di compromettere la sicurezza dei loro utenti. Questo scenario potrebbe generare una perdita di fiducia nei servizi cloud, spingendo molte persone a cercare alternative che offrano una maggiore protezione della privacy.

Allo stesso tempo, le piattaforme che garantiscono una crittografia sicura senza backdoor, come ProtonMail, Signal e i servizi di cloud decentralizzato, potrebbero registrare un aumento significativo della loro base utenti. La vulnerabilità introdotta da una backdoor potrebbe inoltre indebolire la posizione competitiva delle aziende tecnologiche occidentali, favorendo la crescita di soluzioni alternative provenienti da mercati meno regolamentati, come quello cinese. Ciò potrebbe portare a una ridefinizione degli equilibri globali nel settore della sicurezza digitale e della protezione dei dati.

Reazioni e critiche

La richiesta del governo britannico ha suscitato critiche da parte di gruppi per la privacy e i diritti civili. Big Brother Watch, un’organizzazione per la privacy con sede nel Regno Unito, ha definito la mossa come una “erosione storica” della crittografia end-to-end.

Anche altre aziende tecnologiche, come Google e Meta, offrono servizi di archiviazione dati crittografati. Finora, dunque non è chiaro se abbiano ricevuto o meno richieste simili da parte del governo britannico.

Considerazioni legali ed etiche

L’istanza del governo britannico solleva quindi questioni legali ed etiche complesse. Da un lato, le autorità sostengono che l’accesso ai dati crittografati è essenziale per combattere il crimine e il terrorismo. Secondo questa prospettiva, fornire alle forze dell’ordine un accesso regolamentato ai dati degli utenti potrebbe migliorare l’efficacia delle operazioni contro il crimine organizzato, la pedopornografia e il terrorismo, evitando che le tecnologie crittografiche diventino uno strumento per nascondere attività illecite.

Dall’altro lato, gli esperti di privacy avvertono che, come sopra accennato, creare backdoor nei sistemi di crittografia potrebbe compromettere la sicurezza dei dati e violare i diritti alla privacy degli utenti. La crittografia non è solo uno strumento di protezione per criminali, ma anche un mezzo essenziale per difendere la privacy e la libertà di espressione di giornalisti, attivisti, dissidenti politici e cittadini comuni.

Questo crea quindi un delicato equilibrio tra le esigenze di sicurezza nazionale e la protezione dei diritti individuali.

A livello giuridico, la richiesta del governo britannico potrebbe entrare in conflitto con normative internazionali sulla protezione dei dati, come il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) dell’Unione Europea, che garantisce agli utenti il diritto alla riservatezza e impone alle aziende tecnologiche di adottare misure rigorose per proteggere le informazioni personali. Inoltre, l’introduzione di una backdoor potrebbe violare principi sanciti da trattati sui diritti umani, come l’Articolo 12 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che tutela la privacy e la protezione contro interferenze arbitrarie nella vita privata. Inoltre, la scelta di Apple potrebbe tradursi in una pericolosa violazione dei diritti digitali a livello globale, trasformando la crittografia da strumento di protezione a potenziale meccanismo di sorveglianza.

Possibili scenari futuri

La situazione attuale evidenzia quindi le sfide in corso nel bilanciare la sicurezza nazionale con la privacy degli utenti. A seconda della risposta di Apple alla richiesta britannica, si possono delineare diversi scenari futuri, ognuno con implicazioni significative. Se Apple dovesse rifiutare di conformarsi, il governo britannico potrebbe reagire imponendo sanzioni o limitando l’accesso a determinati servizi Apple nel Regno Unito. L’azienda potrebbe rispondere lanciando una campagna pubblica a difesa della privacy, coinvolgendo altre imprese tecnologiche e organizzazioni per i diritti digitali. Questo scenario potrebbe anche sfociare in una lunga battaglia legale, con cause nei tribunali per stabilire la legittimità della richiesta governativa.

Se invece Apple accettasse di implementare una backdoor, la decisione potrebbe danneggiare la reputazione di Apple come azienda impegnata nella tutela della privacy, causando una perdita di fiducia da parte degli utenti e, di conseguenza, una diminuzione della clientela. Inoltre, governi meno democratici potrebbero sfruttare questa apertura per intensificare la sorveglianza sui propri cittadini, aggravando ulteriormente il problema della violazione dei diritti digitali.

Un’ulteriore possibilità è che Apple decida di modificare i suoi servizi solo per il Regno Unito, rimuovendo la crittografia end-to-end esclusivamente per gli utenti britannici, mentre nel resto del mondo i servizi rimarrebbero inalterati. Tuttavia, questa soluzione potrebbe rivelarsi insufficiente, dal momento che il governo britannico ha esplicitamente richiesto l’accesso anche ai dati di utenti non residenti nel Regno Unito.

La strada intrapresa da Apple in risposta alla richiesta del governo britannico potrebbe avere implicazioni di vasta portata per il futuro della crittografia e della privacy digitale. Gli utenti e le aziende tecnologiche di tutto il mondo seguiranno da vicino gli sviluppi, consapevoli che le decisioni prese oggi potrebbero influenzare le politiche sulla privacy per gli anni a venire.

Conclusioni

La richiesta del governo britannico ad Apple di fornire accesso ai dati crittografati degli utenti riveste carattere peculiare e solleva questioni fondamentali sulla privacy di miliardi di utenti, la sicurezza e i diritti individuali. Mentre la tecnologia continua a evolversi, sarà infatti necessario trovare delle soluzioni per trovare un bilanciamento, in grado di proteggere sia la sicurezza nazionale che diritto fondamentale alla privacy dei cittadini.

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L’intelligenza artificiale privata come risposta europea a Stati Uniti e Cina

Abituati a pensare all’approccio tecnologico, dove cloud, datacenter e software si fondono per creare nuove aspettative di vantaggio, emerge un interrogativo cruciale: come possiamo garantire che un’azienda italiana adotti sistemi di AI in modo etico, sicuro e conforme alla legge? La risposta risiede nello stack normativo dell’AI, un complesso sistema di regole, standard e principi che guida lo sviluppo e l’implementazione dell’AI in Europa al netto delle recenti pressioni operate da Stati Uniti e Cina.

In un’economia sempre più guidata dai dati, dove la capacità di rischio è fondamentale, solo un sistema di garanzie e protezioni può creare la fiducia necessaria per investire e prosperare con l’intelligenza artificiale. Un approccio che combina il rispetto delle regole esterne con il controllo sui dati personali e non personali, rappresenta la via migliore per garantire che l’AI sia sviluppata e utilizzata in modo responsabile e conforme alla legge. L’importanza di un’intelligenza artificiale privata diventa quindi cruciale nel contesto aziendale moderno, soprattutto in relazione alla necessità di proteggere i dati sensibili e di aderire allo stack normativo dell’AI in cui si opera. L’intelligenza artificiale privata è un elemento di analisi nuovo e ancora poco esplorato ma da tenere in considerazione, in quanto si riferisce all’implementazione e all’uso di sistemi di AI all’interno di un’organizzazione che voglia mantenere il controllo completo sui dati e sugli algoritmi utilizzati.

Ma cosa succede quando questo stack normativo è assente o incompleto?

Ci troviamo di fronte a tre scenari distinti:

  • Anomia (US e Cina): l’assenza di diritto e di regole, un Far West digitale dove vige la legge del più forte e i dati sono vulnerabili da altri privati o dallo Stato (es. Stati Uniti e Cina)
  • Autonomia (hyperscaler AI): l’autoregolamentazione, dove le aziende si danno da sole le proprie regole, rischiando di creare sistemi di AI distorti e non conformi ad altre giurisdizioni. (tipico modello degli operatori iperscalari che operano a livello globale)
  • Ortonomia (EU): l’equilibrio tra il rispetto delle regole esterne e il controllo sui propri dati, tra riconoscimento e terzietà del giudice. (tipico modello eurounionale)

La scelta tra questi scenari non è solo una questione legale, ma anche una decisione strategica che influenza la capacità di un’azienda di proteggere i propri dati, mantenere un vantaggio competitivo e guadagnare la fiducia dei clienti. E’ a questo punto, che l’intelligenza artificiale privata diventa essenziale per le aziende che desiderano proteggere i propri dati messi a rischio anche da scenari geopolitici in forte mutamento, senza condividere il proprio patrimonio di conoscenza con sistemi pubblici di AI offerti da operatori globali in sistemi giuridici non garantiti.

In quale sistema giuridico è preferibile investire?

Abbiamo detto che l’anomia è l’assenza del diritto. Negli Stati Uniti – dopo la cancellazione dell’executive order di Biden, c’è oggi una sostanziale anomia. Non che prima ci fosse un sistema giuridico complesso per il settore dell’AI, ma il tentativo della precedente amministrazione USA, era quello di non lasciare che l’executive order rimanesse orfano di coordinamento internazionale, perché altrimenti avrebbe inciso in maniera povera sul sistema globale dell’AI. In assenza di una regolamentazione specifica, lo ricordiamo, c’è anomia e adikia, non c’è regola e non c’è giudice, di conseguenza non c’è giustizia. In un sistema senza regole come quello immaginato da Trump, i mercati a rete prosperano indisturbati, cogliendo i vantaggi prodigiosi di economie di scala e di scopo, effetti rete diretti e indiretti e incrociati potentissimi. I rischi conseguenti sono concreti scenari di insicurezza e di crescenti conflitti internazionali.

L’autonomia invece, c’è quando le parti si danno le regole da sole. Questa è una tensione ricorrente nell’innovazione e si realizza quando la regolazione privata del rapporto è fatta delle parti. In questo caso, vige la legge del più forte. Le parti si scelgono le regole ed anche il giudice che quindi diventa arbitro, non è terzo, e così come è stato imposto può essere rimosso. L’autonomia dei sistemi di AI, segna la resa del privato al sistema di intelligenza artificiale dominante che ha vantaggio ad autoregolarsi, ma solo per limitare a se stesso e per i propri stretti interessi i rischi conseguenti.

Da ultimo ma non per importanza, c’è l’ortonomia dell’Intelligenza Artificiale che si realizza dove ci sono certamente le regole, ma anche un giudice terzo riconosciuto dalle parti. Terzietà e riconoscimento sono il collante dello stack normativo dell’Intelligenza Artificiale. Ad esempio, se Deepseek risponde al Garante Privacy italiano che non lo riconosce, non c’è ortonomia, c’è anomia. Se il Vice Presidente J.D. Vance durante il vertice di Parigi dichiara di non riconoscere la giurisdizione europea, non c’è ortonomia. Il riconoscimento delle regole e la terzietà del giudice creano un unico stack giuridico di garanzia per i privati, perchè se mancasse ci ritroveremmo in un contesto di autonomia (arbitro+autoregolamentazione) oppure di anomia (che è anche adichia, ovvero ingiustizia dovuta ad assenza di regole e di giudice terzo).

Quali sono le conseguenze?

L’anomia ha un vantaggio territoriale, è la legge del più forte, e porta spesso alla guerra. E’ una tentazione che vediamo ricorrere nelle dichiarazioni del Presidente Trump quando minaccia di non riconoscere le giurisdizioni, i popoli, gli Stati, i patti. Ed è lo scenario in assoluto meno desiderabile che infatti preoccupa non poco le democrazie europee.

L’autonomia pure è la legge del più forte ma non porta da sola alla guerra, porta sicuramente all’ingiustizia, all’adikia. Quindi in un sistema di autonomia ci può essere l’ipotesi di un accordo bilaterale tra Stati che “vale finché vale”. È un reale consolidato in mille opzioni possibili, di convenienza. Non garantisce il benessere uniforme e distribuito dei vantaggi tecnologici legati all’intelligenza artificiale.

L’ortonomia dell’intelligenza artificiale si realizza solo con un sistema di regole che si avvantaggia di riconoscimento e diritto, e del giudice-terzo non-arbitro. Ed è un vantaggio decisivo che ha portato prosperità e benessere al nostro continente, pace e prosperità ai popoli. Rappresenta da ultimo anche la nostra culla giuridica per tradizione, seppur oggi minacciata da spinte sovraniste.

L’intelligenza artificiale privata come risposta europea a Stati Uniti e Cina

In un’economia data-driven – che non ha sostituito l’economia della conoscenza ma l’ha ampliata e amplificata – diversi fattori ci portano tuttora a ritenere che le migliori condizioni possibili per investire in AI, si danno solo quando c’è un sistema di garanzie e di protezioni che sono alla base della capacità di rischio degli Stati e dei privati. Essere capaci di rischio crea la fiducia dei mercati solo se questi possono contare su regole certe e giudici in grado di farle rispettare.

Come evidenziato in premessa, è fondamentale riconoscere che, parallelamente allo stack tecnologico dell’AI, è necessario uno stack giuridico che comprenda il riconoscimento delle regole e la terzietà del giudice. Quando tutto questo manca, ci sono evidenti distorsioni ed un livello di rischio inaccettabile per i privati. In Europa lo stack giuridico c’è e si manifesta attraverso una serie di normative e principi che mirano a garantire un approccio etico e responsabile all’AI.

L’Europa però, si trova oggi ad affrontare la sfida di mantenere un quadro normativo per l’AI che sia in grado di promuovere l’innovazione, tutelare i diritti fondamentali e garantire un utilizzo responsabile delle tecnologie legate all’AI. L’approccio europeo, basato sull’ortonomia è ora seriamente minacciato dalle spinte delle superpotenze che nel XX secolo hanno guadagnato un primato tecnologico estremamente avanzato.

I dati sono un asset fondamentale per qualsiasi azienda. Condividerli con fornitori extraeuropei di AI comporta rischi significativi per la sicurezza e la privacy. L’intelligenza artificiale privata ci consente di mantenere i dati all’interno del perimetro aziendale, riducendo il rischio di violazioni, accessi non autorizzati e utilizzi impropri. È fondamentale per questo, che le imprese comprendano l’importanza dello stack normativo dell’AI e che adottino l’intelligenza artificiale privata per proteggere i propri dati aziendali e garantire la privacy dei propri clienti. Questo approccio rappresenta la migliore alternativa all’utilizzo diretto di servizi AI pubblici globali, oggi dominanti, dove tutti i dati vengono condivisi con terze parti. Solo in questo modo sarà possibile sfruttare appieno il potenziale dell’AI, evitando rischi legali, di sicurezza e reputazionali di non poco momento.

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Privacy dei dati: la maggior parte degli utenti teme una violazione


Quando si parla di dati e di privacy, gli utenti si dicono particolarmente preoccupati per le violazioni: secondo l’indagine “Privacy dei dati nel 2025: un sondaggio per conoscere l’opinione degli utenti sulla Cyber Protection” di Acronis, il 64% degli intervistati ha segnalato i data breach come principale fonte di preoccupazione per la riservatezza delle informazioni.

Il timore è tutt’altro che infondato: il report evidenzia infatti che, nonostante il livello di consapevolezza sia aumentato negli ultimi anni, il 25% degli utenti ha subito un furto o una perdita di dati, mentre il 12% non è in grado di affermare se ha subito o meno una violazione.

privacy dati

L’educazione digitale è in aumento: il 44% degli intervistati si avvale di video informativi sulla cybersecurity per apprendere le best practice di sicurezza. Nonostante ciò, c’è un divario significativo tra consapevolezza e azione: se oltre il 60% degli intervistati ritiene la sicurezza dei dati “molto importante”, solo il 40% modifica regolarmente le password e quasi il 70% usa reti Wi-Fi pubbliche anche per attività delicate.

Gli utenti sono invece abbastanza preparati dal punto di vista del backup: il 66% degli intervistati esegue regolarmente il backup, mentre solo il 9% non esegue questa operazione.

Dal punto di vista della sicurezza dell’autenticazione, il 68% degli intervistati afferma di usare password robuste e univoche, ma meno della metà (46%) sfrutta l’autenticazione a due fattori per proteggersi dalle violazioni. Non tutti gli utenti, inoltre, hanno riconosciuto l’importanza dei sistemi di sicurezza per i dispositivi mobili: il 35% degli intervistati non ha familiarità con questi strumenti.

È da notare che quasi il 30% degli utenti trova difficile usare strumenti di sicurezza, mentre il 25% sostiene che il principale ostacolo alla loro adozione sia il costo elevato.

Nonostante i consumatori percepiscano chiaramente i rischi digitali a cui sono esposti e le aree d’azione, manca l’effettiva applicazione delle best practice di base, come i backup regolari, l’uso dell’autenticazione a due fattori e l’uso di app di sicurezza.

Il sondaggio di Acronis dedicato agli utenti evidenzia un paradosso critico dell’odierna sicurezza informatica: le persone sono sempre più consapevoli dei rischi, ma molte non hanno gli strumenti o le conoscenze necessarie per proteggersi in modo efficace” ha affermato Gerald Beuchelt, CISO di Acronis. “A livello globale, le violazioni dei dati rappresentano una delle maggiori preoccupazioni, rendendo fondamentale la disponibilità di soluzioni di cybersecurity più semplici e accessibili, abbinate al backup dei dati, e di attività educational più efficaci che aiutino le persone a proteggere la propria vita digitale. Tutto ciò può contribuire a colmare il divario tra consapevolezza e azione“.

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