Data breach più che raddoppiati in un anno. Nel 2018 rubati 4,5 miliardi di dati

Secondo il rapporto Breach Level Index 2018 della società di sicurezza digitale Gemalto, nel primo semestre di quest’anno sono stati compromessi oltre 4,5 miliardi di dati, in aumento del 133% rispetto al rapporto dello scorso anno.

 

Sono oltre 25 milioni di record di dati persi o rubati al giorno, oltre un milione ogni ora, oltre 17 mila al minuto e 291 al secondo.

 

Il Breach Level Index è un database globale che traccia le violazioni dei dati e ne misura la gravità in base alle dimensioni, tra cui il numero di dati compromessi, il tipo, l’origine della violazione, il modo in cui i dati sono stati utilizzati e se i dati sono stati crittografati. Il report ha evidenziato come solo l’1% dei dati rubati, persi o compromessi è stato protetto mediante crittografia, in calo dell’1,5% rispetto ai primi sei mesi del 2017.

 

 

Le zone geografiche

Gemalto ha registrato un totale di 945 episodi di violazione a livello mondiale nella prima metà del 2018, dove la maggioranza (559) degli incidenti si è verificata in Nord America; 339 si sono verificati nella regione Asia-Pacifico, prevalentemente in Australia, mentre l’Europa ha registrato il 36% di incidenti in meno. Il Regno Unito rimane il paese più colpito del vecchio continente. Il report evidenzia inoltre, che con il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) in vigore da maggio 2018, il numero di incidenti segnalati potrebbe iniziare a salire nel secondo semestre del 2018.

 

Industrie più colpite: Sanità e Social network

L’assistenza sanitaria continua a guidare il numero di incidenti (27%). I social network sono al primo posto per numero di dati violati (56%) a causa dell’alto numero di profili attivi, in modo particolare Facebook e Twitter, che coinvolgono rispettivamente 2,2 miliardi e 336 milioni di utenti.

 

Gli altri settori colpiti sono stati: Istituzioni Finanziarie ed Educative (14% e 9%), Organizzazioni Governative e Professionali (7%), Vendita al Dettaglio (6%), Settore Industriale (3%) e altro ancora. Le violazioni, tuttavia, hanno avuto un tema comune: il furto di identità, che ha rappresentato il 65% delle violazioni con oltre 3,9 miliardi di dati compromessi.

 

Il fattore umano resta la seconda causa degli incidenti

Non sorprende che la principale fonte di violazioni dei dati sia stata “malintenzionati attori esterni”. Tali attacchi hanno compreso oltre 3,6 miliardi di dati, o l’80% del totale dalla prima metà del 2018. La seconda causa prevalente di dati compromessi è stata la perdita accidentale dei dati, che è scesa del 47%: da oltre 1,6 miliardi nel rapporto del 2017 a 879 milioni nel 2018. Gli errori umani rappresentano ancora 318 dei 945 incidenti totali di quest’anno.

 

Per approfondire:

  • Per scaricare il report completo ‘Breach Level Index 2018’ di Gemalto clicca qui.

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Google+ shutting down after data leak affecting 500,000 users

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Enlarge (credit: Ade Oshineye / Flickr)

Google exposed the private details of almost 500,000 Google+ users and then opted not to report the lapse, in part out of concern disclosure would trigger regulatory scrutiny and reputational damage, The Wall Street Journal reported Monday, citing people briefed on the matter and documents that discussed it. Shortly after the article was published, Google said it would close the Google+ social networking service to consumers.

The exposure was the result of a flaw in programming interfaces Google made available to developers of applications that interacted with users’ Google+ profiles, Google officials said in a post published after the WSJ report. From 2015 to March 2018, the APIs made it possible for developers to view profile information not marked as public, including full names, email addresses, birth dates, gender, profile photos, places lived, occupation, and relationship status. Data exposed didn’t include Google+ posts, messages, Google account data, phone numbers, or G Suite content. Some of the users affected included paying G Suite users.

Google Chief Executive Sundar Pichai knew of the glitch and the decision not to publicly disclose it, the WSJ reported. Based on a two-week test designed to measure the impact of the API bugs before they were fixed, Google analysts believe that data for 496,951 users was improperly exposed. According to the report:

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Data economy, varrà il 4% del PIL Ue entro 2020 ma serve la libera circolazione dei dati

Super computer e super connettività, intelligenza artificiale, economia digitale, robotica e automazione per le imprese e l’industria, sono alcune delle tecnologie abilitanti il processo della trasformazione digitale di società, economia e territori.

Un processo che lo scorso giovedì è stato valutato realizzabile solo se basato sulla libera circolazione dei dati non personali all’interno dell’Unione europea e del suo nascente mercato unico digitale.

 

“Accogliamo con favore il voto del Parlamento europeo. Un’economia e una società digitali non sono possibili senza dati: con questo regolamento si concretizza un altro pilastro fondamentale del mercato unico digitale. Solo se i dati circolano liberamente l’Europa può sfruttare al meglio le opportunità offerte dalle tecnologie e dal progresso digitali, come l’intelligenza artificiale e i supercomputer”, hanno commentato congiuntamente Andrus Ansip, Vicepresidente per il Mercato unico digitale, e Mariya Gabriel, Commissaria per l’Economia e la società digitali, a seguito del voto degli europarlamentari sul regolamento relativo alla libera circolazione dei dati non personali proposto dalla Commissione europea nel settembre 2017.

 

Quando si parla di “libera circolazione di dati” è bene sottolineare che ci si riferisce a “dati non personali” e a tutto ciò che il regolamento generale sulla protezione dei dati stabilisce, vale a dire la loro circolazione libera e sicura nell’Unione europea: “Insieme al regolamento generale sulla protezione dei dati, il regolamento sulla libera circolazione dei dati non personali permetterà all’UE di trarre il massimo beneficio, oggi e in futuro, dall’economia mondiale basata sui dati“, hanno spiegato da Bruxelles.

 

Le nuove norme, nelle intenzioni della Commissione e del Parlamento, potrebbero dare un forte impulso all’economia dei dati europea, in quanto “le startup e le PMI europee avranno la possibilità di creare nuovi servizi grazie all’innovazione transfrontaliera basata sui dati, che potrebbe condurre a un aumento del 4% (739 miliardi di euro) del PIL dell’UE entro il 2020”, ha dichiarato Ansip.

 

Il regolamento sulla libera circolazione dei dati non personal, infatti,i non ha alcun effetto sull’applicazione del regolamento generale sulla protezione dei dati (o Gdpr), poiché non riguarda i dati personali: “I due regolamenti funzioneranno tuttavia in maniera complementare per garantire la libera circolazione di tutti i dati (personali e non), creando uno spazio unico europeo dei dati”.

 

Il regolamento mira a eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei dati non personali. Dopo l’odierno voto positivo del Parlamento europeo, nelle prossime settimane il Consiglio dell’UE adotterà il regolamento, che entrerà in vigore entro la fine dell’anno. Quando sarà adottato formalmente, gli Stati membri avranno 6 mesi di tempo per applicare le nuove norme.

 

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Vorticidigitali. Poche semplici mosse per migliorare la propria sicurezza in rete

Nel corso delle ultime settimane, molte sono state le funzionalità che hanno sollevato l’attenzione verso un uso consapevole della Rete: la nuova versione di iOS aiuta a tenere sotto controllo quanto e dove spendiamo tempo online, l’app “Family Link” di Google è stata estesa agli adolescenti per controllarne la navigazione, Youtube Kids è sbarcato in Italia con funzioni di gestione dell’account e pubblicità raccolta esplicitamente per il mondo dei più piccoli.

 

La nostra vita passerà sempre di più dalla dimensione digitale ed è pertanto opportuno che soprattutto i più giovani vengano aiutati a definire limiti e regole della navigazione e del comportamento in Rete a tutela della maturazione di se stessi e di quello che, con termine inglese, si definisce “personal branding”: quanto accade in Rete è ormai parte della vita “reale” e la influenza non solo in quel momento, ma – date le caratteristiche di permanenza e pubblicità delle informazioni digitali – anche nel futuro.

 

Per questo motivo, ciascuno di noi è chiamato a conservare con cura le credenziali di accesso ai diversi profili social e ad adottare un comportamento improntato alla sicurezza e alla riservatezza dei dati che lo riguardano: numeri di telefono, dettagli della propria vita privata, informazioni sulle persone e sui luoghi frequentati non debbono essere comunicati con leggerezza online. E’ buona norma per esempio, per i più giovani, disattivare dalle impostazioni del proprio telefono la condivisione della localizzazione in modo tale che le applicazioni non la riportino nei post pubblicati. Ancor più è opportuno non indicare mai l’esatta ubicazione della propria abitazione.

 

La funzione “Nearby friends” di Facebook, a mio avviso, non è pertanto raccomandabile.

 

Il mantenimento privato dei profili che tutte le piattaforme social consentono nelle impostazioni dell’account così da rendere visibili i post solo ad amici e contatti conosciuti e approvati, l’approvazione manuale dei tag nelle foto di altri e l’abitudine a bloccare le persone che riteniamo indesiderate sono solo alcune delle consuetudini che permettono di condurre una vita digitale sicura e serena, al riparo dalle incertezze che questo mondo può sempre nascondere.

 

Non accettare le richieste di amicizia da parte di persone che non conosciamo e con cui non abbiamo contatti in comune può infine essere un modo per evitare di imbattersi in account fittizi che talvolta nascondono i più riprovevoli usi della Rete.

 

La cittadinanza richiede preparazione alle norme della vita civile ed una piena cittadinanza digitale implica conoscere la Rete, anche per non servirsene. Definire delle regole con cui utilizzarla, anche per proteggersene.

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Wickr Announces General Availability of Anti-Censorship Tool

As the balkanization of the internet continues, traveling businessmen are left with concerns over the integrity of their communications from some regions of the globe. Increasing censorship, blocking and other restrictions in many world regions have left internet users unprotected because secure communications are banned.

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Privacy e dati telefonici. Dietrofront della Corte di Giustizia Ue ‘Accesso consentito anche per reati non gravi’

Nel contesto delle indagini su una rapina con sottrazione di un portafoglio e di un telefono cellulare, la polizia giudiziaria spagnola ha chiesto al giudice istruttore competente di accordarle l’accesso ai dati di identificazione degli utenti dei numeri di telefono attivati dal telefono rubato per un periodo di dodici giorni a partire dalla data della rapina. Il giudice istruttore ha respinto tale domanda con la motivazione che, in particolare, i fatti all’origine dell’indagine penale non avrebbero integrato gli estremi di un reato «grave» – vale a dire, secondo il diritto spagnolo, un reato punibile con pena detentiva superiore a cinque anni – posto che l’accesso ai dati di identificazione era in effetti possibile solamente per tale tipo di reati. Il Ministerio Fiscal (pubblico ministero spagnolo) ha interposto appello avverso tale decisione dinanzi all’Audiencia Provincial de Tarragona (Corte d’appello di Tarragona, Spagna).

La direttiva relativa alla vita privata e alle comunicazioni elettroniche [1] prevede che gli Stati membri possano limitare i diritti dei cittadini qualora tale restrizione costituisca una misura necessaria, opportuna e proporzionata, all’interno di una società democratica, per la salvaguardia della sicurezza nazionale, della difesa, della sicurezza pubblica, e per la prevenzione, ricerca, accertamento e perseguimento dei reati ovvero dell’uso non autorizzato del sistema di comunicazione elettronica.

L’Audiencia Provincial de Tarragona spiega che, dopo l’adozione della decisione del giudice istruttore, il legislatore spagnolo ha introdotto due criteri alternativi per determinare il livello di gravità di un reato rispetto al quale siano autorizzate la conservazione e la comunicazione dei dati personali. Il primo è un criterio materiale, riferito a reati specifici e gravi che sono particolarmente lesivi dei beni giuridici individuali e collettivi. Il secondo è un criterio normativo formale, che fissa una soglia minima di tre anni di reclusione, soglia che comprenderebbe la maggior parte dei reati. Inoltre, il giudice spagnolo ritiene che l’interesse dello Stato a reprimere i comportamenti penalmente illeciti non possa giustificare ingerenze sproporzionate nei diritti fondamentali previsti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (in prosieguo: la «Carta»). L’Audiencia Provincial de Tarragona interroga quindi la Corte di giustizia sulla fissazione della soglia di gravità dei reati a partire dalla quale sia giustificata un’ingerenza nei diritti fondamentali, come l’accesso da parte delle autorità nazionali competenti ai dati personali conservati dai fornitori di servizi di comunicazione elettronica.

Con la sua odierna sentenza, la Corte ricorda che l’accesso delle autorità pubbliche ai dati personali conservati dai fornitori di servizi di comunicazione elettronica, nel contesto della fase istruttoria di un procedimento penale, rientra nell’ambito di applicazione della direttiva. Inoltre, l’accesso ai dati che mirano all’identificazione dei titolari di carte SIM attivate con un telefono cellulare rubato, come il cognome, il nome e, se del caso, l’indirizzo di tali titolari, comporta un’ingerenza nei diritti fondamentali di questi ultimi, sanciti nella Carta. Tuttavia, essa dichiara che tale ingerenza non presenta una gravità tale da dover limitare il suddetto accesso, in materia di prevenzione, ricerca, accertamento e perseguimento dei reati, alla lotta contro la criminalità grave.

La Corte segnala che l’accesso delle autorità pubbliche ai dati personali conservati dai fornitori di servizi di comunicazione elettronica costituisce un’ingerenza nei diritti fondamentali al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati, sanciti nella Carta, persino in mancanza di circostanze che permettano di qualificare tale ingerenza come «grave» e senza che rilevi il fatto che le informazioni in questione relative alla vita privata siano o meno delicate o che gli interessati abbiano o meno subito eventuali inconvenienti in seguito a tale ingerenza. La direttiva elenca tuttavia gli obiettivi idonei a giustificare una normativa nazionale che disciplini l’accesso delle autorità pubbliche a questi dati e che deroghi pertanto al principio della riservatezza delle comunicazioni elettroniche. Questo elenco ha carattere tassativo, di modo che tale accesso deve rispondere in modo effettivo e rigoroso ad uno di questi obiettivi. La Corte osserva a tal proposito che, per quanto riguarda l’obiettivo di prevenzione, ricerca, accertamento e perseguimento dei reati, la formulazione della direttiva non limita tale obiettivo alla lotta contro i soli reati gravi, ma si riferisce ai «reati» in generale.

Nella sua sentenza Tele2 Sverige [2], la Corte ha affermato che soltanto la lotta contro la criminalità grave è idonea a giustificare un accesso delle autorità pubbliche a dati personali conservati dai fornitori di servizi di comunicazione che, considerati nel loro insieme, consentano di trarre conclusioni precise sulla vita privata delle persone i cui dati sono oggetto di attenzione. Tale interpretazione era tuttavia motivata dal fatto che l’obiettivo perseguito da una normativa che disciplina tale accesso deve essere adeguato alla gravità dell’ingerenza nei diritti fondamentali in questione che tale operazione determina. In conformità al principio di proporzionalità, infatti, una grave ingerenza può essere giustificata, in tale ambito, solo da un obiettivo di lotta contro la criminalità che deve essere qualificata come «grave». Al contrario, qualora l’ingerenza non sia grave, detto accesso può essere giustificato da un obiettivo di prevenzione, ricerca, accertamento e perseguimento di un «reato» in generale.

La Corte sostiene che l’accesso ai soli dati oggetto della domanda in questione non può essere qualificato come un’ingerenza «grave» nei diritti fondamentali delle persone i cui dati sono oggetto di attenzione, poiché questi dati non permettono di trarre conclusioni precise sulla loro vita privata. La Corte ne trae la conclusione che l’ingerenza che un accesso a tali dati comporterebbe può quindi essere giustificata dall’obiettivo di prevenzione, ricerca, accertamento e perseguimento di «reati» in generale, senza che sia necessario che tali reati siano qualificati come «gravi».

 

[1] Direttiva 2002/58/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 luglio 2002, relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche (direttiva relativa alla vita privata e alle comunicazioni elettroniche) (GU 2002, L 201, pag. 37), come modificata dalla direttiva 2009/136/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2009 (GU 2009, L 337, pag. 11).

[2] Sentenza del 21 dicembre 2016, Tele2 Sverige e Watson e a. (C‑203/15 e C‑698/15, v. comunicato stampa n. 145/16).

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Telecamere facoltative in nidi e asili? Garante Privacy favorevole ‘ma servono miglioramenti’

Il Garante Privacy accoglie con favore, “ma servono miglioramenti”, l’installazione delle telecamere a circuito chiuso, con immagini cifrate, da installare in modo facoltativo nelle strutture in cui si trovano soggetti vulnerabili, come minori, disabili e anziani.

“Il testo proposto presenta indubbi miglioramenti rispetto a quelli originariamente presentati nella scorsa legislatura: l’installazione delle telecamere da obbligatoria è stata resa facoltativa, subordinata al consenso degli ospiti nel caso delle strutture socio-sanitarie o socio-assistenziali”, è iniziato così il giudizio positivo (“ma servono ancora dei miglioramenti”) espresso da Antonello Soro, Garante Privacy, oggi alle ore 12 alla Camera dei Deputati davanti alle Commissioni riunite Affari costituzionali e Lavoro.

L’audizione di Soro rientra nell’ambito dell’esame parlamentare della proposta di legge n.1066, presentata alla Camera da Forza Italia, che prevede “misure per prevenire e contrastare condotte di maltrattamento o di abuso, anche di natura psicologica, in danno dei minori negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia e delle persone ospitate nelle strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali per anziani e persone con disabilità”.

Inoltre, il Garante Privacy, nel dettaglio, ha evidenziato le seguenti migliorie previste nella proposta di legge:

  • La cifratura dei dati raccolti e il divieto di accesso agli stessi, superabile solo dagli organi inquirenti in sede di indagine.
  • È stato aggiunto un riferimento alle sanzioni applicabili in caso di violazione delle prescrizioni a tutela della sicurezza dei dati.

 

I miglioramenti proposti dal Garante Privacy

 

Alle Commissioni riunite Affari costituzionali e Lavoro il Garante Privacy ha indicato un utilizzo “proporzionale” della videosorveglianza e un uso più limitato rispetto all’impiego previsto per le strutture indicate nella proposta di legge, ossia agli asili nido, le scuole dell’infanzia, nonché nelle strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali per anziani e disabili, a carattere residenziale, semiresidenziale o diurno.

“Si potrebbe condurre un’ulteriore riflessione sul perimetro di operatività della norma, valutando se effettivamente tutti i luoghi indicati presentino un grado di rischio adeguato a legittimare una limitazione comunque importante della libertà del lavoratore nell’adempimento della prestazione educativa o di cura”, ha proposto Soro, perché la capacità di espressione e di consapevolezza di un bambino all’ultimo anno della scuola dell’infanzia non è, infatti, paragonabile a quello del bambino al primo anno di nido, così come il grado di vulnerabilità – e quindi il fattore di rischio – degli ospiti delle varie strutture socio-sanitarie o socio-assistenziali è estremamente disomogeneo.

 

“Tale considerazione”, ha precisato il Garante Privacy, “può essere utile per circoscrivere la discrezionalità della scelta sull’installazione, orientando la facoltà rimessa dalla legge alla singola struttura in base a parametri quali i fattori di rischio propri del contesto di riferimento, l’effettiva necessità della videosorveglianza in ragione delle caratteristiche dei soggetti ospitati, della durata della permanenza o delle specificità della struttura stessa”.

 

Infine Soro si è espresso anche sulla ragionevole durata dell’archiviazione delle immagini registrate con le telecamere nei luoghi indicati dalla proposta di legge: “Si può oscillare da uno a tre mesi, ma sicuramente non per un anno. Un trimestre credo sia un ragionevole tempo per gli inquirenti per svolgere le indagini in caso di notizia di reato. Poi le immagini vanno eliminate”, ha concluso il Garante Privacy, che attenderà successivamente il decreto attuativo, qualora la legge dovesse essere approvata, per esprimere il suo formale parere.

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Passcode Bypass Method Exposes Photos, Contacts on iPhone XS

An iPhone enthusiast has disclosed yet another method for bypassing the iPhone lockscreen. The latest technique has been confirmed to work on the new iPhone XS running the latest version of Apple’s mobile operating system, iOS 12.

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California IoT Cybersecurity Bill Signed into Law

California Governor Jerry Brown last week signed the country’s first Internet of Things (IoT) cybersecurity law, along with a controversial state-level net neutrality law.

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Facebook, per l’attacco hacker (più grave di Cambridge Analytica) rischia multa di 1,4 miliardi dall’Ue

Per l’attacco hacker più grande della sua storia e peggiore di Cambridge Analytica, Facebook rischia una multa di 1,4 miliardi di euro dall’Unione europea. È la sanziona massima a cui potrebbe andare incontro il social network per il “security breach” comunicato venerdì scorso, qualora il regolatore europeo accertasse una violazione da parte della compagnia guidata da Mark Zuckerberg del Regolamento generale in materia di protezione dei dati.

Infatti il Gdpr punisce le aziende, che non sono state in grado di tutelare i dati degli utenti secondo le norme del Regolamento Ue, con una multa massima di 20 milioni di euro o fino al 4% del fatturato mondiale annuo dell’anno precedente. Si sceglie il valore più alto. E nel caso di Facebook la maxi-sanzione ammonterebbe a 1,4 miliardi di euro.
Secondo fonti del Wall Street Journal la decisione definitiva dell’Ue sul caso potrebbe arrivare nei prossimi mesi.

90 milioni di utenti Facebook coinvolti nell’attacco informatico, cos’è successo

Stiamo parlando di un caso più grande e più grave di Cambridge Analytica. Ce lo dicono semplicemente anche i numeri. L’attacco informatico sferrato a Facebook, per colpa di tre bug della piattaforma (funzione e pagina Visualizza come, e lo strumento usato per caricare i video di Buon Compleanno), ha coinvolto direttamente 50 milioni di utenti e potenzialmente altri 40 milioni. Totale 90. Invece 87 milioni sono stati gli utenti che si sono visti trasferire, impropriamente, i dati sui server della società inglese di analisi di big data a scopi politici. E se anche questo attacco avesse come obiettivo influenzare le prossime elezioni democratiche? Quelle europee si svolgeranno alla fine di maggio 2019.

Gli hacker che si sono impossessati dei token di accesso dei 50-90 milioni di utenti Facebook, a quali dati hanno avuto accesso? Se nel caso di Cambridge Analytica c’è stata una fuga della profilazione, questa volta gli attaccanti hanno avuto la possibilità di avere accesso a tutti i dati personali dei circa 100 milioni di utenti coinvolti. Lettura dei messaggi privati, foto, video, accesso non solo al profilo Facebook, ma anche a Instagram (se collegato all’account Facebook) e a tutti gli altri siti a cui gli utenti accedevano senza digitare la password, ma automaticamente attraverso il token Facebook: la chiave di identità digitale che consente di accedere automaticamente ad un sito e un’app (come Instagram) senza digitare ogni volta le credenziali. Questo scandalo è quindi più grave di Cambridge Analytica perché oltre all’enorme data breach, chi ha sferrato l’attacco informatico ha potuto accedere al nostro profilo Facebook e Instagram come se fossimo noi stessi. Meglio allora andare a fare un controllo sulla pagina delle attività di login di Facebook per vedere, eventualmente, qualcosa di anomalo effettuato a nostra insaputa.

Quanti sono gli europei coinvolti?

Cambridge Analytica ha coinvolto 2,7 milioni di cittadini europei, ma per lo scandalo Facebook non è stata sanzionata perché avvenuto prima dell’entrata in vigore delle sanzioni del Gdpr (25 maggio 2018). Invece il più grande attacco informatico subìto da Facebook rappresenta la prima grande occasione per mettere alla prova il Gdpr, anche se al momento non si conosce ancora il numero esatto di utenti europei interessati. Su questo Věra Jourová, la commissaria europea alla giustizia, chiede con fermezza a Facebook di sapere “il numero esatto degli utenti europei coinvolti e cosa è successo ai loro dati”. Jourová ha quindi esortato la compagnia a collaborare con l’autorità irlandese per la protezione dei dati.

Se il Regolamento Ue non esistesse non saremmo mai venuti a conoscenza dell’attacco più grave nei 14 anni di storia della compagnia, che è stata costretta a comunicarlo pubblicamente e in primis al Garante privacy irlandese (a Dublino c’è la sede europea del social network), perché il Gdpr impone “72 ore di tempo al titolare del trattamento, non appena ne viene a conoscenza, per notificare la violazione dei dati personali all’autorità di controllo competente”.

Il Garante Privacy irlandese si è detto “preoccupato perché la violazione dei dati riguarda molti milioni di account, ma Facebook non è in grado di chiarire la natura della violazione e il rischio per gli utenti”. Una portavoce della società ha dichiarato domenica che Facebook risponderà alle domande di follow-up da parte dell’Autorità irlandese e terrà informati i regolatori sugli ulteriori sviluppi. L’amministratore delegato Mark Zuckerberg ha scritto nel post di venerdì che il social network “sta prendendo molto sul serio la violazione e che sta ancora cercando di determinare molti dettagli sulla portata e l’impatto dell’incidente”.

Come visto Cambridge Analytica non ha insegnato nulla a Facebook. Il social network ogni giorno cerca di escogitare nuovi modi per stimolare le interazioni degli utenti sulla piattaforma, dalla funzione ‘Visualizza come’ al caricamento dei video del compleanno fino a tanti altri tool che, sinceramente, non sono fondamentali per un social. Gli utenti chiedono ora al social solo di tenere al sicuro i dati. Altrimenti scatta il Delete Facebook. Un americano su 4 ha cancellato la app di Facebook dallo smartphone nell’ultimo anno.

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