FCC vota per aprire la banda 800 MHz dei cellulari ai droni

La FCC americana ha votato all’unanimità per l’apertura di 50 MHz in banda 800 MHz ai droni.

Si tratta di un provvedimento volto a maggiore innovazione e parità di utilizzo in una banda che tradizionalmente è usata per la comunicazione cellulare.

A prima vista, se considerata insieme alla notizia dell’acquisizione da parte di Starlink di porzioni di spettro 800 MHz per 8 miliardi di dollari per il broadband satellitare, sembra sempre più evidente il passaggio di bande di spettro tradizionalmente usate per la telefonia mobile anche ad altri usi. Una diminuzione del peso specifico delle telco? Di certo una perdita di centralità degli operatori tradizionali sembra trasparire da questi nuovi scenari.

Superato il rischio interferenze

Il documento aggiunge che il provvedimento “stabilisce che la restrizione, in vigore da decenni, sull’uso della banda cellulare a 800 MHz da parte di velivoli non è più necessaria per i sistemi di aeromobili a pilotaggio remoto (UAS), poiché le moderne reti wireless impiegano tecnologie avanzate che impediscono a tali sistemi di causare interferenze alle reti stesse”.

“Per decenni, questo spettro è rimasto confinato a terra”, ha detto il presidente della FCC, Brendan Carr. “L’uso della banda in volo era bloccato da norme tecniche obsolete, redatte negli anni ’90, molto prima che la tecnologia dei droni diventasse una realtà concreta. Aggiornando queste regole, offriamo agli operatori di droni una nuova risorsa di spettro e apriamo la strada a nuovi modelli di business basati sulla connettività aerea”.

“Con questa decisione, facciamo la nostra parte per sostenere l’innovazione continua e trasformare la fantascienza in realtà”, ha aggiunto la commissaria Anna Gomez.

Droni business in divenire

Scott Bergmann, vicepresidente senior per gli affari normativi presso la CTIA, ha commentato: “La CTIA plaude alla FCC per aver reso disponibile una maggiore quantità di spettro commerciale, a sostegno di una connettività affidabile e sicura per operazioni innovative con droni, inclusi i voli oltre la linea di vista visiva (BVLOS). Ringraziamo il presidente Carr e la Commissione per la loro leadership e non vediamo l’ora di proseguire la collaborazione con i responsabili politici per promuovere l’innovazione americana nei settori wireless e dei droni”.

L’Association for Uncrewed Vehicle Systems International (AUVSI) ha concluso: “L’AUVSI plaude all’iniziativa della FCC di aprire la banda cellulare a 800 MHz agli aeromobili senza pilota. Una connettività affidabile è essenziale per i voli di routine oltre la linea di vista visiva; una maggiore disponibilità di spettro, utilizzabile in modo flessibile, aiuterà il settore a crescere su larga scala”.

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Borghi connessi, FTTH modello Pitigliano. Il sindaco Gentili: “Conoscere per deliberare, la fibra per fare politica”

Un check up digitale (standard) replicabile in più di 5mila piccoli Comuni

E’ possibile preservare la bellezza del nostro patrimonio culturale pur guardando al futuro digitale, un asset fondamentale per creare valore per i nostri territori. Territori dalla storia secolare che diventano fonte preziosa di business con i dovuti accorgimenti tecnologici. Lo sa bene il Ministero della Cultura (MIC), che su un totale di 4 miliardi di euro del PNRR alla digitalizzazione, ha riservato ben un miliardo alla modernizzazione dei borghi. Questo per alimentare il fenomeno della “tornanza”, l’altra medaglia dello spopolamento, e per spingere tanti turisti e nomadi digitali a scegliere i nostri meravigliosi territori. Per alimentare questo trend, sono fondamentali gli operatori di TLC, in primo luogo Open Fiber, che con la sua fibra consente di portare il digitale anche nelle aree più remote e a fallimento di mercato.

Pitigliano modello standard

Ed è appunto per i nostri borghi e piccoli comuni, la maggior parte dei quali hanno meno di 5mila abitanti, che l’operatore in fibra wholesale only controllato da CDP (60%) e Macquarie (40%) ha messo a punto un modello di digitalizzazione standard, basato sull’esperienza di Pitigliano, piccolo comune con 3.500 abitanti in provincia di Grosseto, realizzato in collaborazione con ENEA, Università degli Studi dell’Insubria e Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), coinvolto con i test legati al fiber sensing con strumenti di monitoraggio sismico come i DAS .

Il modello di innovazione urbana del progetto “Pitigliano Laboratorio Aperto” è replicabile in circa 5.500 piccoli comuni italiani, i quali corrispondono a circa il 70% dei comuni totali in Italia.

E’ questo il tema della prossima puntata della rubrica FTTH per l’Italia Digitale, che le scorse volte si era già occupata della nuova dorsale in fibra, al rapporto della fibra con l’energia, alla connettività nei piccoli Comuni e borghi e a quella delle farmacie, di fibra e Cultura e quella dei Data Edger si occupa oggi delle ultime novità dell’infrastruttura di rete di Open Fiber.

L’impegno del MIC

In questo contesto, va sottolineato l’impegno del Ministero della Cultura, che dopo la fine del PNRR non vuole abbandonare i piccoli comuni al loro destino ma al contrario ha intenzione di spingere ancora sull’acceleratore del digitale con nuovi fondi da cercare anche in altri ministeri. L’obiettivo è segnalare ai sindaci tutti i bandi digitali aperti che si occupano di digitale per diffondere una cultura tecnologica basata sulla connettività ultraveloce. “Altrimenti, il pericolo è che i borghi restino soltanto località di turismo o seconde case per vacanzieri e stranieri”, ha detto la Sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni.

Il ruolo di ENEA: assesment tecnologico e gap di competenze

Il modello standard di assesment digitale dei nostri borghi e piccoli comuni, Urban Check-Up Model, è stato sviluppato da ENEA, in collaborazione con l’Università dell’Insubria, e prevede una vera e propria valutazione preliminare del livello di digitalizzazione e delle esigenze specifiche dei singoli comuni. Ma un fattore che vale un po’ per tutti è il gap di competenze digitali che si riscontra nelle località più piccole. E non potrebbe essere diversamente, visto che gli amministratori devono occuparsi di tutto. Il rischio però è l’abbandono e la retrocessione in una serie B virtuale del digitale.

Pezzetti (Università dell’Insubria): “I Comuni con meno di 5mila abitanti hanno tante cose in comune”

La mappatura di tutti i servizi urbani locali consente di pianificare al meglio gli interventi e di analizzare i gap da colmare. “I Comuni con meno di 5mila abitanti hanno tante cose in comune – ha detto Roberta Rita Pezzetti, Direttrice scientifica del Centro di Ricerca SMARTER dell’Università dell’Insubria – possono così essere clusterizzati per diverse tipologie, come ad esempio i rischi geologici o la popolazione over 65. La clusterizzazione, sviluppata in collaborazione con Open Fiber, permette di creare dei set di conoscenze standardizzate, aprendo così alla customizzazione delle soluzioni”. Oggi sono 433 le unioni di Comuni che si raggruppano per mettere a fattor comune diversi servizi. I borghi del tufo, ad esempio, sono gemellati con Pitigliano.

La fibra, uno strumento anti digital divide. Gozo (ENEA): “Come le classi energetiche, un modello minimo di innovazione”

“Per contrastare lo spopolamento, il ruolo della fibra è importante, visto che raggiunge l’80% del territorio”, ha detto Nicoletta Gozo, Coordinatrice Progetto Lumiere&Pell e Progetto SmartItaly Goal presso ENEA.  

Fibra su cui si colloca un set di servizi minimi digitali, che abbracciano l’illuminazione pubblica e le scuole, e che consentono di fatto di dire ai singoli comuni quali sono gli interventi prioritari. “Il nostro modello è scalabile, è un modello di piccoli passi. Ma così come esiste la classe energetica, perché non dovrebbe esistere anche un livello minimo di innovazione standardizzato?”, aggiunge Gozo.

Pitigliano modello digitale. Parasecolo (Open Fiber): “Anche il teatro connesso in fibra FTTH”

In Italia il 70% dei Comuni ha meno di 5mila abitanti e l’85% ne ha meno di 10mila. Open Fiber ad oggi ha investito 12 miliardi di euro per coprire 17,5 milioni di unità immobiliari in fibra FTTH e “Pitigliano è rappresentativo delle aree bianche a fallimento di mercato, che sono il cuore della cultura e delle tradizioni del nostro Paese”, ha detto Francesca Parasecolo, Head of Engineering di Open Fiber, che copre in fibra già 6.500 comuni di piccole dimensioni. 

Pitigliano è un comune a forte vocazione turistica, noto come la Piccola Gerusalemme, che a partire dal XVI secolo ospitò una comunità ebraica, riconducibile al Ghetto Ebraico, che ospita anche una Sinagoga. Nel borgo c’è una rete di 28,1 chilometri in fibra. Un ecosistema di 13 aziende partner, pubbliche amministrazioni, due centri di ricerca e una università. ““Oggi anche il teatro di Pitigliano è connesso in fibra ottica, con una soluzione FTTR (Fiber to the Room) – aggiunge Parasecolo – Con ENEA abbiamo sviluppato un modello che, partendo dall’Urban Check-Up Model, consente di valutare il livello di digitalizzazione del Comune e di individuare i servizi più adatti alle esigenze dello specifico territorio e, di conseguenza, gli interventi necessari per abilitarli”.

I servizi: dalla sovranità digitale sui dati al monitoraggio ambientale

In primo luogo, è stato collocato un mini edge data center in una sala del Comune di Pitigliano, “per garantire la sovranità digitale dei dati”, aggiunge Parasecolo. “I dati sono a disposizione della PA”, dice ricordando anche la quantità di sensori sul territorio per il monitoraggio ambientale. Vista la vocazione turistica del luogo, è stato messo in funzione un monitoraggio turistico giornaliero, accanto ad un altro servizio di efficientamento energetico, insieme a sensori per l’illuminazione pubblica.

Conoscenza dai dati

“La conoscenza a partire dai dati raccolti è il punto di partenza per mappare il territorio”, dice la manager che poi fa un esempio concreto: “la stagionalità turistica si può verificare dalla mobilità ciclistica che potrebbe essere utilizzata in modo diverso, a seconda delle stagioni”.  Per quanto riguarda i punti di interesse turistico, i dati vengono raccolti tramite un QR Code: “Tutti i dati ci raccontano i comportamenti più diffusi dei territori, il 22% degli accessi è stato in inglese”. Altri servizi sono la sorveglianza del territorio grazie alle telecamere ed ai sensori, ed il controllo del territorio tramite digital twin.

Il sindaco Gentili: “Conoscere per deliberare, è anche una questione politica”

Il sindaco di Pitigliano Giovanni Gentili sintetizza il progetto con uno slogan: “L’analisi approfondita dei dati ci permette di conoscere diversi aspetti del territorio, che vanno dai flussi turistici ai rischi geologici ai consumi energetici. Mai come in questo caso vale il motto conoscere per deliberare, dove la conoscenza affonda le sue radici nell’analisi dei dati raccolti grazie all’infrastruttura in fibra FTTH”.

Decisioni più consapevoli, quindi, grazie alla fibra, che diventa così “uno strumento centrale per la sopravvivenza dei borghi e per alimentare anche il fenomeno del contro esodo e della restanza, grazie al grande investimento fatto nelle aree bianche a partire dal 2016-2017”, chiude il primo cittadino.

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Frequenze TLC, Protto (Cellnex Italia): “Agli operatori servono certezze per investire dopo il 2029”

“Servono certezze sul rinnovo delle frequenze in scadenza nel 2029 per consentire gli investimenti necessari allo sviluppo delle infrastrutture TLC fondamentali per lo sviluppo di nuove tecnologie come il Quantum e l’AI”. Lo ha detto Federico Protto, Presidente & Ceo di Cellnex Italy in occasione della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – che si è tenuta a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobre su iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.

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TLC, cambio di paradigma. Le Tower Company fanno gola a Starlink (che punta a 80mila torri negli Usa)

SpaceX, l’operatore spaziale di Elon Musk che controlla Starlink, sarebbe interessata ad accaparrarsi 80mila torri cellulari per entrare direttamente nell’arena del mobile negli Usa. L’indiscrezione lanciata da Bloomberg fa saltare le telco Usa sulla sedia ma in realtà non fa dormire sonni tranquilli nemmeno alle tower company a stelle e strisce.

Starlink, obiettivo quarto operatore negli Usa

Dopo il recente annuncio dell’acquisto di frequenze in banda 800 MHz, le stesse usate dagli operatori Tlc per le comunicazioni wireless 4G e volendo 5G, Starlink è pronta a fare un ulteriore salto in avanti per entrare a buon diritto nell’arena del mobile negli Usa come quarto operatore e sfidare i tre storici Verizon, A&T e T-Mobile. Il salto di qualità sarebbe appunto l’acquisizione di una rete di proprietà di antenne terrestri.

Nel mirino di Musk 80mila torri negli Usa

Secondo Bloomberg, Elon Musk avrebbe già intavolato delle discussioni con una tower company: l’obiettivo è assicurarsi un’infrastruttura di 80mila siti di telefonia negli Usa per avere così una copertura cellulare nazionale su tutto il territorio.

Almeno un player Usa sarebbe coinvolto nelle discussioni esplorative di Starlink, che in questo modo si potrebbe assicurare i tralicci e le torri dove posizionare apparati di proprietà dive veicolare il suo segnale in banda 800 MHz.

Fantascienza?

Non sembra fantascienza, anche perché non più tardi di due settimane fa Starlink ha acquisito frequenze mobili in banda 800 MHz per 8 miliardi di dollari. Un’operazione che ha fatto crollare i titoli in borsa delle telco tradizionali negli Usa ma anche in Europa.

Crown Castle tower company papabile

Sul fronte delle tower company Usa, un partner papabile potrebbe essere Crown Castle, una delle principali tower company americane insieme a American Tower e Vertical Bridge Holdings. Secondo stime di Bernstein, riportate da Les Echos, per realizzare da zero una sua rete di proprietà negli Usa, SpaceX dovrebbe spendere non meno di 70 miliardi di dollari ma ci vorrebbero almeno 8 anni.

Nuovo servizio mobile entro il 2028

Certo, a quanto pare l’obiettivo di Elon Musk sembra quello di entrare anche nel mercato del mobile, unendo la sua costellazione LEO ad orbita bassa di più di 10mila satelliti, con 13,6 milioni di clienti che pagano in media 69 dollari al mese, con una rete classica di telecomunicazioni terrestri. In questo modo, Starlink Mobile non sarebbe più limitato esclusivamente alle aree bianche.

Perché ad oggi Starlink si limita a fornire connettività internet fissa ultrabroadband e mobile D2D tramite altri operatori, come ad esempio T-Mobile negli Usa e Kyivstar in Ucraina.

SpaceX punta all’inizio del 2028 per l’attivazione del suo nuovo servizio mobile.

Otto anni per una rete

Queste ambizioni, tuttavia, non fanno affatto sorridere gli operatori già presenti sul mercato, che stanno stringendo alleanze per far fronte a questo colossale elemento di disturbo. Il 1° ottobre, AT&T, Verizon e T-Mobile hanno lanciato una joint venture per estendere la copertura satellitare. In Europa, il 19 ottobre, Orange, Deutsche Telekom, Telefónica e Vodafone hanno firmato una lettera d’intenti per concorrere congiuntamente all’assegnazione di frequenze satellitari in banda 2 GHz.

Un’ulteriore prova del fatto che si sta organizzando un fronte comune: i tre operatori statunitensi hanno espresso le proprie preoccupazioni all’autorità di regolamentazione delle comunicazioni (la FCC, il cui vertice è peraltro considerato vicino a Elon Musk). In una lettera del 22 ottobre, la loro associazione di categoria (CTIA) ha chiesto di escludere due bande di frequenza 5G dall’accesso ai satelliti, al fine di preservare il controllo sullo spettro radio. Gli operatori richiedono l’imposizione di obblighi analoghi sia per gli attori terrestri che per quelli satellitari.

Secondo gli analisti di BNP Paribas e New Street, SpaceX starebbe bluffando, puntando in realtà a un accordo con un operatore già affermato – sulla falsariga del modello MVNO (operatore virtuale) – il che eviterebbe la necessità di implementare una rete estremamente costosa. “Anche in Francia, quando Free è entrata nel mercato della telefonia mobile, lo ha fatto appoggiandosi alla rete di Orange”, ricorda Stéphane Beyazian. A suo avviso, partire da zero richiederebbe almeno otto anni.

Ma con Musk di mezzo alle telco non conviene abbassare la guardia.

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DNA, la bozza Kobosko piace alle telco sullo spettro. Ma spunta il nodo roaming

Connect Europe, l’associazione che raccoglie le principali telco Ue, accoglie con favore la bozza del Digital Networks Act (DNA) pubblicata dall’europarlamentare Michał Kobosko, presidente della Commissione ITRE, che presenta una serie di novità rispetto alla bozza presentata a gennaio dalla Commissione Ue.

Una delle novità principali sono le proposte di modifiche del “Rapporto Kobosko” in tema di roaming.   

Le principali novità introdotte riguardano due aspetti fondamentali:

  • Taglio dei massimali per il roaming dati all’ingrosso (wholesale caps): La proposta prevede una drastica riduzione dei tetti massimi che gli operatori mobili si addebitano a vicenda per l’utilizzo delle reti in roaming. Il limite verrebbe abbassato inizialmente a 65 centesimi di euro per gigabyte, con una traiettoria di progressiva riduzione fino a 40 centesimi di euro per gigabyte entro il 2031. Questa misura punta ad agevolare gli operatori più piccoli, consentendo loro di competere in modo più efficiente oltre i confini nazionali senza subire costi insostenibili da parte dei grandi gruppi (come Deutsche Telekom, Vodafone, Orange e Telefónica).
  • Rimozione del “roaming permanente” come barriera autonoma: Viene eliminata la possibilità di vietare o limitare l’accesso al roaming all’ingrosso basandosi esclusivamente sul criterio del “roaming permanente” (permanent roaming). Pur mantenendo intatti i presidi e le salvaguardie contro utilizzi anomali o abusivi, questa modifica punta a permettere alle aziende di TLC di vendere stabilmente servizi e competere per i clienti anche al di fuori del proprio Paese d’origine.

Connect Europe contraria all’abolizione del roaming

“Tuttavia, le modifiche proposte al roaming rischiano di minare gli incentivi a investire nelle reti mobili, con potenziali conseguenze per i consumatori e la concorrenza. È inoltre necessaria maggiore ambizione in materia di regolamentazione dell’accesso e migrazione al rame per sbloccare gli investimenti nelle reti gigabit.

La prova decisiva per il DNA è se l’industria europea delle telecomunicazioni sarà in grado di fornire il 5G, il futuro 6G, la fibra ottica e le infrastrutture edge e cloud basate sull’intelligenza artificiale necessarie a consumatori, imprese e governi. La connettività è un imperativo strategico e il DNA dovrebbe riflettere una visione industriale orientata alla crescita, all’innovazione e agli investimenti”, si legge nella nota dell’associazione.

Nel complesso, Connect Europe vede positivamente

• Licenze per lo spettro che premiano gli investimenti. Il sostegno ai diritti di spettro a tempo indeterminato e a una durata minima di 50 anni per le licenze a tempo determinato offrirebbe agli operatori maggiore certezza per investire nel 5G e nel futuro 6G. Dare priorità alla copertura e agli impegni di implementazione rispetto ai costi iniziali per lo spettro sosterrebbe ulteriormente gli investimenti nelle reti.

• Spazio per l’innovazione e regole più eque. La bozza sembra compiere passi positivi verso regole più chiare sulla gestione del traffico e sui servizi innovativi, estendendo al contempo i requisiti di internet aperto all’intera catena del valore digitale, inclusi i fornitori di contenuti e applicazioni e le reti di distribuzione dei contenuti.

• Un ecosistema internet più equo, a tutela degli innovatori europei. Richiedere ai principali fornitori di traffico di negoziare l’interconnessione è un passo significativo verso relazioni commerciali più equilibrate e incentivi più forti per gli investimenti e l’innovazione nelle reti in Europa.

Principali preoccupazioni: roaming e switch off del rame (che resta)

• Le modifiche al roaming rischiano di indebolire gli investimenti. L’eliminazione delle garanzie esplicite contro il roaming permanente e l’ulteriore riduzione dei limiti di roaming all’ingrosso potrebbero minare gli incentivi a investire nella futura copertura, capacità e resilienza della rete. Potrebbero inoltre favorire l’arbitraggio normativo e creare rischi di frode, sicurezza e applicazione delle norme, potenzialmente a vantaggio di operatori extraeuropei privi di investimenti comparabili nelle reti UE. L’Europa deve tutelare la sostenibilità del servizio “Roam Like at Home” per i cittadini europei.

• Le norme di accesso necessitano di maggiore ambizione. La bozza mantiene in gran parte il tradizionale quadro basato sulla posizione dominante sul mercato, una gerarchia prescrittiva di rimedi e un prodotto di accesso armonizzato, anziché offrire un regime lungimirante e più simmetrico che supporti gli investimenti in fibra ottica, preservando al contempo salvaguardie mirate per i reali colli di bottiglia locali.

• La migrazione del rame rimane troppo prescrittiva. L’eliminazione della scadenza uniforme a livello UE per lo spegnimento e la semplificazione della procedura sono aspetti positivi, ma rimane un regime di spegnimento obbligatorio del rame. La migrazione della fibra dovrebbe tutelare la libertà di scelta dei consumatori e la concorrenza infrastrutturale, ed essere guidata dalla domanda, dalle decisioni commerciali e dalle condizioni del mercato locale, non da obblighi normativi.

• Riserve di spettro paneuropee. La possibilità di assegnazioni a livello UE per porzioni del nuovo spettro armonizzato rischia di ridurre lo spettro disponibile per le assegnazioni nazionali e solleva preoccupazioni in merito all’efficienza dello spettro, alla concorrenza e agli incentivi agli investimenti.

• La semplificazione deve significare meno burocrazia. Ulteriori obblighi per gli utenti finali e il mantenimento del margine di manovra per le misure nazionali di servizio universale rischiano di aumentare la complessità e la frammentazione. L’Europa ha bisogno di un alleggerimento normativo significativo e di una maggiore armonizzazione, non di nuove divergenze nazionali.

Connect Europe auspica una collaborazione costruttiva con il relatore Kobosko, il Parlamento europeo e il Consiglio, al fine di rafforzare le misure positive a favore degli investimenti e dell’innovazione, intervenendo al contempo su disposizioni che potrebbero ostacolare lo sviluppo delle reti. La presente dichiarazione riflette la valutazione iniziale di Connect Europe in merito alla bozza di relazione. Seguirà un’analisi più dettagliata.

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Frequenze TLC, lo spauracchio Starlink delle telco è eccessivo?

Fa bene la industry delle TLC ad agitare lo spettro di Starlink? O la minaccia dell’operatore satellitare è esagerata? La domanda sorge spontanea dopo che ieri il presidente di Asstel e ad di Tim Pietro Labriola ha detto a margine del forum annuale delle telecomunicazioni ha gettato una provocazione sul rinnovo delle frequenze in scadenza nel 2029, dicendo che potrebbero finire a Starlink. L’incertezza sul futuro dello spettro in scadenza di certo esiste, ma c’è davvero il pericolo di una Starlink pigliatutto?   

Più realistica, eventualmente e in chiave ipotetica, l’idea che l’operatore di Elon Musk possa rilevare direttamente un operatore.  

Banda 28 GHz limitata all’FWA

Intanto, le frequenze su cui Starlink potrebbe mettere gli occhi, secondo Repubblica, sarebbero quelle a 28 GHz che di fatto servono per la connessione FWA ed eventualmente potrebbero dare più fastidio agli operatori FWA come Eolo o a quelli in fibra, come Open Fiber e FiberCop per la copertura dell’ultimo miglio nelle aree scoperte.

In Italia non ci sarebbero in ballo frequenze a 800 MHz, per dire, come quelle che Starlink ha recentemente rilevato negli Usa, diventando di fatto il quarto operatore mobile del paese.

Il rinnovo delle frequenze

L’allarme Starlink lanciato ieri da Labriola va inserito in un contesto più ampio, che riguarda il rinnovo delle frequenze in scadenza nel 2029 che gli operatori vorrebbero fosse non oneroso (nel senso senza asta, perché un canone annuo complessivo di 684 milioni è comunque previsto) e automatico, in modo da cristallizzare lo status quo.  

Un approccio che era stato di fatto accettato dall’Agcom, che aveva sostanzialmente sposato la linea degli operatori, vale a dire che le reti di Tim, WindTre e Fastweb + Vodafone abbiano in qualche modo più diritti di quella di iliad, e quindi sostiene un rinnovo integrale.

Dal canto suo, il MIMIT è favorevole alla richiesta degli operatori di non onerosità, a prescindere da come saranno suddivise le frequenze. Lo ha ribadito ieri il ministro del MIMIT Adolfo Urso dal palco del Forum delle Telecomunicazioni di Asstel. Il ministro ha detto che sono in corso interlocuzioni con il MEF per capire come procedere. Il timore degli operatori è il MEF, alle prese con una situazione di bilancio alquanto complicata.

Da quanto emerge sul fronte degli operatori, Tim, WindTre e Fastweb + Vodafone non soltanto vogliono la non onerosità, ma sostengono che andrebbe congelato tutto. In altre parole, non vorrebbero che lo spettro che detengono fosse messo in questione, visti gli ingenti investimenti in termini infrastrutturali sono stati fatti nel corso del tempo.

Anche iliad, dal canto suo, è favorevole alla non onerosità delle frequenze, nessuno vuole affrontare un’asta con rilanci vista la crisi ormai strutturale del settore. Ma chiede che questa non venga usata come scusa per giustificare scelte anticoncorrenziali. In altre parole, iliad chiede una redistribuzione più equa della dotazione spettrale nel nostro paese, fortemente sbilanciata a favore degli altri operatori. Una richiesta rispedita al mittente dall’Agcom.  

Il parere dell’Antitrust

Ma in seguito è arrivato un fulmine a ciel sereno con la segnalazione dell’AGCM, che in poche parole ha criticato la posizione assunta dall’AGCOM, definendola anticoncorrenziale. Una posizione, quella dell’Antitrust, in linea con quella di altri organismi internazionali, in primis il BEREC.

Secondo l’AGCM, non è vero che l’unico sistema per procedere al rinnovo sia quello non oneroso. E’ possibile organizzare delle aste non onerose, delle sorte di beauty contest aprendo ad un riequilibrio dello spettro in ottica pro-concorrenziale.   

Una posizione che ha preso alla sprovvista sia l’Agcom sia gli operatoti, anche se non è certo la prima volta che l’Autorità per la tutela della concorrenza nel mercato si esprime contro le proroghe di beni scarsi come lo spettro.

A stretto giro, è poi trapelato che nel governo la posizione non è univoca, perché il MEF (ma forse anche Palazzo Chigi?) non sarebbero propensi a cedere le frequenze con la formula della totale non onerosità. 

La crisi energetica e il quadro delicato di finanza pubblica non giustificherebbero una decisione di questo tipo.

E’ in questo contesto che ieri è arrivata la provocazione di Labriola su Starlink.

L’accordo D2D di Fastweb + Vodafone e Starlink

Ma a onor del vero c’è da dire che in Europa il business model di Musk è insieme alle telco, non alternativo e in sostituzione, basti vedere l’accordo che hanno fatto con Fastweb + Vodafone in Italia. La sperimentazione per il D2D è finita da poco in Umbria.

Ma Starlink davvero è interessata?

A Starlink, secondo Repubblica, interessa la banda 28 GHz, ma come detto in precedenza per il servizio di connettività fissa FWA.

Se realmente Starlink volesse fare incetta di frequenze in Italia, avrebbe partecipato alla gara 26 GHz attualmente in corso. Ma non l’ha fatto.

Ad ogni modo, se il timore è che con una procedura competitiva arrivi Starlink in partita, allora basta scrivere che possono partecipare all’assegnazione delle frequenze (rinnovo, proroga, asta, sorteggio) soltanto operatori che sono già sul mercato. il Codice delle Comunicazioni Elettroniche consente di mettere questo tipo di paletti.

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FiberCop, ancora rilievi dall’Agcom: nuovi listini da rivedere

Doccia gelata dall’Agcom per FiberCop, che dopo la segnalazione al primo azionista KKR ricevuta lunedì da Bruxelles deve incassare oggi un altro cartellino giallo in casa. I nuovi listini proposti dall’operatore wholesale only non vanno bene e vanno rivisti. L’Autorità ha accolto, quanto meno parzialmente, le rimostranze dei concorrenti che avevano fortemente criticato lo schema dei listini presentati a giungo da FiberCop, con aumenti ritenuti eccessivi soprattutto a fronte di una qualità del servizio criticata apertamente dall’ad di Tim Pietro Labriola, in un conflitto ormai aperto con il suo “gemello siamese” ormai separato e diventato bersaglio della società controllata da Poste. Insomma, non è un periodo facile per FiberCop.

La replica di FiberCop

A stretto giro, la preplica di FiberCop: “FiberCop prende atto della comunicazione di AGCOM e prosegue il costruttivo confronto con l’Autorità per lavorare sui pochi punti ancora aperti. Il riconoscimento dei progressi compiuti conferma il percorso svolto finora. Siamo fiduciosi di poter giungere positivamente alla conclusione dell iter in breve tempo, i cui effetti, come previsto dalla regolamentazione, decorreranno dal 16 settembre 2026”.

Agcom, sui listini restano ancora criticità

Agcom, comunque, perentoria nel suo comunicato odierno: “I nuovi listini FiberCop (che invece li difende ndr), permangono criticità. Necessaria nuova proposta”. L’Autorità di via Isonzo ha aggiunto che.“Esaminata la nuova proposta avanzata dalla società, ha rilevato i progressi fatti ma anche il permanere di criticità e dunque l’impossibilità di giungere all’approvazione dei nuovi listini. La commissione, in sede di indirizzo, ha dato mandato alla direzione di comunicare tale esito a Fibercop. Secondo la procedura, AGCOM non può formulare direttamente l’indicazione dei prezzi, ma deve limitarsi alla verifica che i listini proposti contengano indicazioni di prezzo eque e ragionevoli. Pertanto, la conclusione del procedimento sarà determinata dalla iniziativa della società, vale a dire dalla formulazione di una nuova proposta che a giudizio dell’Autorità abbia le caratteristiche sopra citate”.

Chiesta nuova proposta

FiberCop sarà quindi costretta a formulare una nuova proposta, presumibilmente meno onerosa e più in linea con le richieste dei concorrenti, e dal momento in cui verrà approvata, i nuovi prezzi di accesso alla rete entreranno in vigore in maniera retroattiva a partire dal 15 settembre.  

Nel frattempo, un tavolo tecnico sulla qualità del servizio e il provisioning di FiberCop con tutti gli stakeholder interessati è stato convocato dall’Agcom per il prossimo 9 novembre.

C’è da dire che piove sul bagnato per FiberCop. Il primo azionista deve affrontare anche un fronte aperto (forse più grave) in Europa. Non più tardi di lunedì scorso, la Commissione europea ha contestato a KKR di aver fornito “in maniera quanto meno negligente” informazioni errate o fuorvianti in merito all’acquisizione da 22 miliardi di euro della rete fissa di TIM di due anni fa, confluita in FiberCop. La Commissione aveva approvato l’operazione nel 2024 senza condizioni, ma nel 2025 ha avviato un’indagine a seguito dei reclami presentati da altri operatori concorrenti, che sostenevano che i prezzi per l’accesso alla rete fissa a banda larga di Tim fossero stati aumentati unilateralmente dopo l’operazione, nonostante KKR avesse convinto la Commissione di non avere il potere di peggiorare le condizioni di accesso all’ingrosso.

Non è chiaro quali siano esattamente le informazioni fuorvianti sull’acquisizione da parte di KKR citate dalla Commissione Ue.

Alcune contestazioni dei concorrenti

Fra le contestazioni dei concorrenti avanzate a suo tempo alla Commissione Ue prima del via libera allo scorporo di NetCo da Tim, approvata senza condizioni da Bruxelles, il rischio di coordinamento tra i fornitori di servizi di accesso a banda larga all’ingrosso – in merito a prezzi, quote di mercato, investimenti e/o altri elementi del relativo mercato – decisamente più agevole rispetto alla situazione antecedente alla creazione di NetCo.

Tale operazione, secondo alcuni concorrenti, avrebbe avuto inoltre “un impatto fortemente negativo sulle attività degli operatori alternativi, determinando le seguenti conseguenze pregiudizievoli: un aumento dei prezzi dei servizi all’ingrosso; una discriminazione a danno degli operatori alternativi rispetto a TIM in termini di prezzi, derivante da possibili sconti escludenti, obblighi di esclusione reciproci e clausole del tipo “cliente più favorito” (Most Favored Customers); un ritardo negli investimenti, in particolare nei mercati FTTH e segnatamente nelle “aree grigie” previste dal “Piano Italia a 1 Giga”; la possibilità, per NetCo e TIM, di beneficiare di aiuti di Stato illegittimi, non autorizzati e distorsivi della concorrenza”.

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Cloud, in Italia la spesa sale ma la sovranità digitale resta un problema

Nel 2026 le organizzazioni italiane spenderanno 9,48 miliardi di euro in servizi cloud, e cioè in programmi, archivi e capacità di calcolo che non stanno nei computer di casa propria ma nei data center di un fornitore e si usano via internet. La cifra, che è aumentata del 17% sul 2025, è stata presentata il 16 ottobre a Milano dall’Osservatorio Cloud Ecosystem & Sovereignty della POLIMI School of Management del Politecnico di Milano, nel convegno «Cloud & Sovereignty: l’ecosistema digitale europeo tra ambizioni e realtà». A far crescere la spesa sono, secondo la ricerca, la diffusione dell’intelligenza artificiale e gli investimenti in cybersecurity.

C’è però un lato della questione assai meno rassicurante: tra le grandi imprese italiane analizzate, il 78% della spesa in servizi di infrastruttura e di piattaforma cloud finisce ai grandi fornitori statunitensi, e inoltre lo stesso squilibrio si ritrova a livello europeo. Intanto la sovranità digitale, cioè la capacità di decidere in autonomia dove e da chi far gestire dati e servizi, è un obiettivo dichiarato dall’Unione europea, ma il 70% delle grandi e grandissime imprese italiane la interpreta ancora quasi soltanto come la collocazione fisica dei dati.

Dove va la spesa cloud in Italia

Il grosso del mercato è il Public & Hybrid Cloud, che vale 6,8 miliardi di euro (+17%). Con «pubblico» si intendono i servizi condivisi, offerti da grandi fornitori a molti clienti; «ibrido» indica l’uso combinato di questi servizi e di infrastrutture private. L’Osservatorio lo scompone in tre voci, corrispondenti ai tre modi in cui il cloud viene venduto.

La prima è l’IaaS (Infrastructure as a Service), l’affitto di macchine, spazio e capacità di calcolo. Con circa 3 miliardi di euro (+14%) è la voce più importante, pari al 44% della spesa del comparto. Secondo l’Osservatorio, la sostengono soprattutto i servizi di continuità operativa, di ripristino dopo un guasto (il disaster recovery) e le macchine virtuali.

La seconda è il SaaS (Software as a Service), cioè i programmi usati direttamente online, senza installarli. Raggiunge 2,6 miliardi di euro (+20%) ed è la componente che cresce di più tra quelle del cloud pubblico. A spingerlo sono le soluzioni di sicurezza informatica, anche per rispondere agli obblighi della direttiva europea NIS2, e le applicazioni di intelligenza artificiale pronte all’uso.

La terza, infine, è il PaaS (Platform as a Service), l’ambiente già predisposto su cui le aziende costruiscono le proprie applicazioni. Sale del 16% fino a 1,2 miliardi di euro, grazie ai servizi di intelligenza artificiale e di analisi dei dati accessibili tramite API (le interfacce che fanno dialogare un programma con un altro) e agli strumenti di supporto allo sviluppo.

Accelera anche il Private Cloud, cioè l’infrastruttura riservata a una sola organizzazione, che cresce del 19%. L’Osservatorio indica fondamentalmente due ragioni, e cioè mantenere un controllo diretto sui dati e sui carichi di lavoro critici, anche per rispondere alla stessa NIS2 e al regolamento europeo DORA (sulla resilienza digitale), ma anche tenere sotto controllo la spesa per l’intelligenza artificiale. Per alcuni carichi di lavoro di questo tipo, spiega la ricerca, il modello a consumo del cloud pubblico può generare costi difficili da prevedere, e questo rende più interessante l’infrastruttura privata.

Ricavi in crescita in Europa

Sul piano europeo i numeri sono più alti. Secondo l’Osservatorio, nel 2026 il fatturato dei fornitori di servizi IaaS e PaaS cresce del 29% e arriva a 131,4 miliardi di dollari, contro un +18% dell’anno precedente. Ma il 68% di quel fatturato fa capo a soli tre hyperscaler, i giganti del cloud su scala mondiale: AWS (Amazon), Microsoft e Google. Considerando tutti i fornitori statunitensi, la quota sale al 92%.

Il +29% europeo e il +17% italiano non vanno confrontati alla leggera. A livello europeo l’Osservatorio misura i ricavi dei fornitori, che comprendono anche gli acquisti di capacità di calcolo fatti da altri operatori della filiera digitale; in Italia misura invece la spesa delle organizzazioni che usano i servizi. Per la ricerca, ciò significa che i grandi investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale non si sono ancora tradotti in una crescita della domanda finale della stessa intensità.

Per chi usa strumenti in cloud anche fuori dall’ufficio, la qualità del collegamento conta quanto quella del fornitore. A questo proposito, su SOStariffe.it si possono confrontare le offerte di telefonia mobile per scegliere quella con i giga e le condizioni più adatti al proprio modo di lavorare.

Le imprese italiane tra alta dipendenza e una consapevolezza solo parziale

La dipendenza dai fornitori statunitensi si legge nelle scelte delle imprese italiane. Secondo l’Osservatorio, il 78% della spesa in servizi IaaS e PaaS delle imprese analizzate va ai grandi operatori americani. La quota è del 86% nelle grandissime imprese e del 74% nelle grandi.

Qualcosa si muove. Il 63% delle grandissime imprese, che la ricerca definisce trend-setter (apripista), dichiara di avere già avviato azioni per rafforzare la propria autonomia: per esempio scegliendo fornitori europei per i nuovi progetti o progettando applicazioni più facili da spostare da un fornitore cloud all’altro. Lo ha fatto anche il 55% delle grandi imprese, a volte ricorrendo alle offerte di «cloud sovrano» dei fornitori extraeuropei.

La conoscenza del tema resta però limitata. Per il 70% delle organizzazioni intervistate, la sovranità coincide quasi solo con il luogo fisico in cui sono custoditi i dati. Restano in secondo piano il controllo logico delle informazioni (chi può accedervi e con quali chiavi), la giurisdizione a cui sono soggetti i fornitori e la possibilità di continuare a lavorare in scenari geopolitici avversi.

Ancora più rara è la scelta dell’open source, il software il cui codice è pubblico e modificabile, come priorità strategica: la indica il 2% delle grandissime imprese e il 7% delle grandi. Secondo l’Osservatorio frenano la difficoltà di trovare fornitori in grado di garantire un supporto adeguato alle esigenze aziendali e la mancanza di competenze interne per gestire in proprio applicazioni e infrastrutture.

Intelligenza artificiale: sperimentare senza perdere il controllo

L’intelligenza artificiale sta cambiando anche il modo in cui le imprese comprano il cloud. Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio, descrive un’adozione ancora «in gran parte spontanea»: il SaaS, usato dal 52% delle grandi imprese e dal 46% delle grandissime, permette di sperimentare in fretta ma «rischia di alimentare una diffusione poco governata». Le imprese, aggiunge, devono dare autonomia alle persone, per esempio con strumenti che consentono di costruire propri agenti (programmi che svolgono compiti in modo automatico), ma dentro un perimetro chiaro e nel rispetto delle regole aziendali. Governare l’intelligenza artificiale significa anche proteggersi dal lock-in, il vincolo che rende costoso lasciare un fornitore una volta adottata la sua tecnologia, e ottimizzare la spesa.

Le grandissime imprese stanno iniziando ad affiancare al SaaS modelli più strutturati: il 21% usa piattaforme PaaS per sviluppare applicazioni su misura, il 9% adotta architetture ibride che combinano servizi pubblici e infrastrutture private. Sviluppare un’applicazione di intelligenza artificiale sul cloud pubblico e farla girare poi su infrastrutture private consente, in alcuni casi, di mantenere un maggiore controllo sui costi di calcolo e sui dati utilizzati.

Insomma: il cloud italiano cresce, ma la crescita, da sola, non riduce la dipendenza dai grandi fornitori americani. Secondo l’Osservatorio la partita si gioca sempre meno sulla scelta di un fornitore e sempre più sulla progettazione dei sistemi, sulle competenze interne e sulla capacità di distinguere i dati e i servizi davvero critici da quelli che si possono affidare a chiunque.

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Ex rete TIM, Ue contesta a KKR informazioni fuorvianti su acquisizione

La Commissione europea contesta a KKR di aver fornito informazioni errate o fuorvianti in merito all’acquisizione da 22 miliardi di euro della rete fissa di TIM di due anni fa, confluita in FiberCop. La Commissione aveva approvato l’operazione nel 2024 senza condizioni, ma nel 2025 ha avviato un’indagine a seguito dei reclami presentati da altri operatori concorrenti, che sostenevano che i prezzi per l’accesso alla rete fissa a banda larga di Tim fossero stati aumentati unilateralmente dopo l’operazione, nonostante KKR avesse convinto la Commissione di non avere il potere di peggiorare le condizioni di accesso all’ingrosso.

Conclusione preliminare

La Commissione ha comunicato che la nuova indagine ha portato alla conclusione preliminare che KKR “quantomeno per negligenza, abbia fornito informazioni errate e/o fuorvianti sui termini dei propri accordi a lungo termine esistenti per l’accesso all’ingrosso, anche riguardo al fatto che i termini vigenti avrebbero continuato ad applicarsi”.

La Commissione ha precisato di aver inviato tali obiezioni a KKR, che avrà ora la possibilità di rispondere.

KKR nega ogni addebito da parte della Commissione. Il 19 aprile 2024 Kkr aveva notificato alla Commissione un progetto di operazione consistente nell’acquisizione del controllo esclusivo di NetCo.

KKR pronta a difendersi

“Confermiamo l’accuratezza delle informazioni fornite durante l’esame condotto dalla Commissione nel 2024 sull’acquisizione di NetCo. Contesteremo con fermezza queste accuse preliminari nella nostra risposta allo Statement of Objections, continuando al contempo a collaborare in modo costruttivo con la Commissione”, ha dichiarato un portavoce di Kkr.

“Lo Statement of Objections non costituisce una decisione definitiva che accerti una violazione e l’autorizzazione dell’operazione già concessa dalla Commissione resta valida”, ha aggiunto.

Rischio sanzione

Se questa impostazione venisse confermata, ci può essere una sanzione ai sensi del regolamento sulle concentrazioni. La Commissione può, mediante decisione, infliggere ammende non superiori all’1 % del fatturato complessivo dell’impresa.

Ribera: “KKR potrebbe aver aumentato i prezzi di accesso all’ingrosso”

“Un controllo efficace delle concentrazioni dipende dal fatto che le imprese forniscano alla Commissione informazioni corrette. Sembra che KKR abbia fornito informazioni inesatte o fuorvianti sul mantenimento dei vigenti accordi di accesso a lungo termine alle stesse condizioni, salvo diverso accordo con gli operatori terzi. I dati di cui disponiamo indicano che, dopo la concentrazione, KKR potrebbe aver aumentato i prezzi per gli attuali clienti all’ingrosso della banda larga, in alcuni casi in modo significativo. La Commissione si è basata su queste informazioni per approvare l’acquisizione di NetCo del 2024. KKR ha ora la possibilità di rispondere”. Così Teresa Ribera, Vicepresidente esecutiva per una Transizione pulita, giusta e competitiva.

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AI, solo il 5,2% dei dirigenti sa spiegare le decisioni degli algoritmi

L’intelligenza artificiale può produrre risultati economici soddisfacenti anche quando le aziende faticano a ricostruire il percorso che porta a una decisione automatizzata: questo, almeno, si evince dal rapporto The Confidence Gap in AI Decisions, realizzato da Corinium Global Intelligence per FICO, società specializzata nell’analisi dei dati e nei sistemi di supporto alle decisioni. La ricerca, condotta nell’estate del 2026, ha coinvolto 1.004 responsabili senior delle attività legate a tecnologia, dati e intelligenza artificiale, appartenenti a sette settori economici e distribuiti in quattro aree geografiche.

L’85,1% degli intervistati dichiara che i risultati economici ottenuti con l’IA hanno raggiunto o superato le aspettative iniziali; soltanto il 5,2%, tuttavia, afferma di avere piena fiducia nella propria capacità di spiegare le decisioni prese dai sistemi alle autorità di regolamentazione e ai clienti. Il ritorno economico riguarda il rapporto fra benefici ottenuti e aspettative aziendali; la capacità di spiegare richiede, invece, di comprendere quali elementi abbiano determinato una specifica decisione, ma anche di poterli illustrare a chi ne subisce le conseguenze. Per esempio un sistema può ridurre i tempi di lavorazione o automatizzare attività ripetitive senza che l’impresa disponga di strumenti adeguati per chiarire perché abbia assegnato un punteggio a un cliente, segnalato un’operazione come sospetta oppure escluso una richiesta da una procedura.

Il rapporto invita quindi a distinguere la diffusione dell’IA dalla capacità di governarla, visto che rimane una distanza significativa fra la valutazione positiva dei risultati economici e la sicurezza con cui le organizzazioni affermano di poter rendere conto delle proprie decisioni automatizzate.

Decisioni automatizzate: il problema riguarda anche i clienti

Il divario di cui si sta parlando diventa ancora più cruciale, ovviamente, quando l’intelligenza artificiale interviene su decisioni che incidono direttamente sulle persone. Nel credito, per esempio, un modello può contribuire alla valutazione di una richiesta di finanziamento, nei pagamenti può individuare transazioni considerate anomale, o, ancora ,nell’assicurazione può concorrere alla definizione del rischio. In tutti questi casi, conoscere il risultato finale non basta sempre a chiarire quali dati abbiano pesato sulla valutazione, quanto abbia influito ciascuna variabile e come sia possibile contestare un esito errato.

Secondo l’indagine FICO, il 28,5% delle decisioni aziendali che incidono direttamente sui clienti viene preso con il supporto dell’IA, il che significa che una parte consistente di queste scelte resta affidata a persone o a procedure che non impiegano sistemi di intelligenza artificiale: le imprese possono quindi ottenere benefici dall’automazione senza aver trasferito ai modelli algoritmici una quota altrettanto ampia delle decisioni più delicate. L’automazione delle attività interne, infatti, può offrire vantaggi anche quando le decisioni con conseguenze dirette sui clienti rimangono sotto il controllo umano.

Per le aziende, la trasformazione digitale richiede inoltre infrastrutture adeguate e collegamenti affidabili, soprattutto quando gli applicativi vengono utilizzati attraverso servizi cloud. In questo ambito, i comparatori, come quello di SOSTariffe.it per Internet casa, consentono di confrontare le offerte disponibili e verificarne le condizioni economiche. La connettività, tuttavia, è soltanto uno degli elementi necessari per utilizzare strumenti professionali basati sull’IA: occorrono anche procedure interne per controllare i dati, verificare i risultati, e infine stabilire chi debba intervenire quando il sistema produce una valutazione contestata. Un’organizzazione può disporre di applicativi efficienti e ottenere risparmi di tempo senza aver definito un processo completo di controllo, e se un cliente chiede conto di un rifiuto o un’autorità avvia una verifica, l’impresa deve poter risalire al funzionamento del sistema e alle informazioni impiegate, nei limiti pertinenti al modello e al caso specifico. Ne deriva che la qualità di un progetto di IA dipende quindi anche dalla possibilità di documentarne l’impiego e di attribuire responsabilità precise alle persone che ne supervisionano i risultati.

Audit e controllo dei modelli, le imprese sono ancora indietro

Un secondo elemento riguarda gli strumenti con cui le aziende cercano di prevenire errori e discriminazioni: secondo l’indagine, il 58,8% delle organizzazioni intervistate ha adottato sistemi per rilevare possibili distorsioni nei risultati dei modelli, mentre il 53,5% sottopone regolarmente i sistemi di IA ad attività di audit. Le due percentuali indicano una diffusione non irrilevante delle pratiche di controllo, ma testimoniano che una parte consistente delle imprese non ha un presidio dichiarato di questo tipo. Il quadro diventa più articolato quando si considera l’organizzazione complessiva della gestione dell’intelligenza artificiale: soltanto l’8,2% dei rispondenti riferisce di disporre di una piattaforma condivisa per l’IA pienamente operativa. La presenza di verifiche sui singoli modelli, dunque, non coincide necessariamente con un sistema di governo comune a tutta l’azienda, e senza procedure condivise, reparti diversi possono adottare strumenti differenti, utilizzare criteri di valutazione non omogenei e conservare documentazione difficile da confrontare.

La questione riguarda sempre di più anche l’IA agentica, cioè i sistemi progettati per eseguire sequenze di attività con un certo grado di autonomia. C’è da dire che la loro diffusione nei servizi rivolti ai clienti resta agli inizi, e appena il 2,4% delle organizzazioni dichiara di averli implementati su larga scala in questo ambito. Il fatto è che l’automazione di processi articolati pone problemi ulteriori rispetto all’impiego di un modello per una singola operazione poiché diventa necessario ricostruire il susseguirsi delle azioni, individuare il momento in cui si è prodotto un errore e stabilire quali interventi umani siano previsti.

Anche la formazione assume un peso crescente: il 63,2% degli intervistati individua nelle competenze del personale uno dei principali rischi per i prossimi cinque anni. La carenza di professionalità adeguate può rallentare l’adozione delle nuove tecnologie e rendere più difficile valutarne i risultati. Il rapporto fotografa quindi organizzazioni che stanno cercando di consolidare i controlli mentre estendono l’impiego dell’IA.

AI Act, quali obblighi di trasparenza per le aziende

Il tema della trasparenza ha anche una dimensione normativa, e nell’Unione europea, l’AI Act introduce obblighi specifici per determinate categorie di sistemi e di utilizzi, secondo un approccio basato sul rischio. L’articolo 50, applicabile dal 2 agosto 2026, riguarda in particolare la trasparenza delle interazioni con alcuni sistemi di IA e l’identificazione dei contenuti generati o manipolati artificialmente. I fornitori devono progettare i sistemi che interagiscono direttamente con le persone in modo che gli utenti siano informati quando stanno parlando con un sistema di IA, salvo i casi in cui ciò risulti evidente. Sono inoltre previste regole per la marcatura dei contenuti sintetici e obblighi informativi in determinate circostanze, fra cui la diffusione di deepfake.

Il quadro normativo richiede attenzione alle specificità dei singoli casi: gli obblighi dell’articolo 50 non equivalgono a un obbligo generale per ogni impresa di illustrare nel dettaglio qualsiasi decisione presa da un algoritmo. Per alcuni sistemi ad alto rischio operano inoltre disposizioni specifiche, che comprendono requisiti relativi alla documentazione, alla registrazione delle attività e alla supervisione umana. Ma, come dimostra il rapporto, la capacità di spiegare una decisione dipende dalla progettazione del sistema, dalla documentazione disponibile e dalle procedure adottate dall’organizzazione che lo utilizza: per le aziende, prepararsi significa valutare quali decisioni affidare all’IA, quali verifiche mantenere e quali informazioni conservare per ricostruire il processo.

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