Tlc, Labriola (Asstel): “Subito un decreto Telecomunicazioni. Senza 5G standalone e fibra addio AI, Cloud e Gigafactory”

La crescita del traffico mobile e fisso dal 2019 al 2025 è stata rispettivamente del +280% e del 130%, ma il 70%-80% del valore viene catturato da sei piattaforme digitali, che fanno man bassa della capacità di banda occupando l’85% dell’intera ampiezza trasmissiva pur non contribuendo con un euro alla realizzazione e manutenzione delle reti ultrabroadband. Sta in questi pochi dati il dato drammatico della situazione della industry italiana delle telecomunicazioni, che si è riunita ieri alla Luis alla presentazione della ricerca del Centro di Ricerca in Strategic Change “Franco Fontana” della Luiss: “L’urgenza di agire: regole eque per crescere, investire, competere nel digitale” promossa da Asstel.

Labriola: “Senza reti niente AI né Cloud”

Ma un dato emerge con forza, al di là dell’appello del presidente di Asstel Pietro Labriola al Governo per un pronto intervento per affrontare pochi punti in modo urgente – dal rinnovo delle frequenze alle agevolazioni fiscali allo status di energivori – per la industry. E’ necessario uscire dalla autoreferenzialità di questi eventi, uscire dalla nicchia di settore per sensibilizzare davvero la politica su un punto nevralgico, come ha ribadito con forza Labriola: “Senza reti Tlc di ultima generazioni possiamo scordarci l’AI, il Cloud e altro che Gigafactory e supercomputer”, ha detto il presidente di Asstel, chiedendo urgentemente un decreto telecomunicazioni che preveda subito nuove regole immediate di allocazione delle frequenze in scadenza nel 2029; super deduzioni e crediti d’imposta per la realizzazione del 5G standalone; ristabilire una dinamica competitiva equa e sana fra telco e multiutility che hanno le Tlc nel loro bundle; una riforma del golden power.

I dati il solito pianto greco

Secondo lo studio, il settore è attraversato da uno squilibrio strutturale sempre più evidente: tra il 2019 e il 2025 il traffico dati è cresciuto di oltre il 280% sulle reti mobili e di oltre il 130% su quelle fisse, con una quota compresa tra il 70% e l’80% delle risorse di rete assorbita da poche grandi piattaforme digitali. A fronte di questa crescita, la capacità di monetizzazione resta limitata: nel 2024 l’ARPU mobile medio in Europa è pari a 20,4 euro, meno della metà rispetto ai 42,4 euro degli Stati Uniti, mentre sul fisso si attesta a 17,9 euro contro i 32,8 euro americani.

Il divario emerge anche sul fronte degli investimenti e dello sviluppo infrastrutturale. Gli investimenti pro capite nelle telecomunicazioni sono pari a 118 euro in Europa, contro 217 euro negli Stati Uniti. La copertura delle reti gigabit fisse raggiunge l’82,5% nell’UE, a fronte del 90,3% negli USA, mentre la copertura 5G Standalone si ferma al 63% della popolazione europea, contro l’81% negli Stati Uniti e il 93% in Cina.

Parallelamente, il valore economico si sta progressivamente spostando verso i servizi digitali e le piattaforme: il mercato globale degli OTT è destinato a crescere da 202,5 miliardi di dollari nel 2022 a 434,5 miliardi nel 2027, con un tasso annuo del 16,5%, mentre le grandi piattaforme hanno registrato una crescita della capitalizzazione del 357% tra il 2015 e il 2023.

La ricerca individua cinque direttrici di intervento: integrare gli obiettivi della regolazione economica con investimenti, qualità e sicurezza; ridurre la stratificazione normativa; passare da una regolazione ancorata alla qualifica formale degli operatori a un approccio fondato sulla funzione economica svolta, in modo che obblighi e responsabilità riflettano il servizio prestato e il ruolo effettivamente esercitato nel mercato; creare nuovi strumenti di monetizzazione della qualità e di cofinanziamento degli investimenti; riconoscere economicamente gli oneri legati a sicurezza e resilienza.

Asstel: Obblighi di interesse generale vanno scomputati

“È necessario superare una situazione in cui gli operatori di telecomunicazioni continuano a sostenere obblighi pubblicistici, investimenti infrastrutturali e costi di sicurezza senza adeguati meccanismi di compensazione. Le reti TLC non sono più un servizio ordinario di mercato: sono infrastrutture strategiche per la sicurezza nazionale, la resilienza del Paese, la competitività industriale e la sovranità digitale. Se l’ordinamento chiede alle Telco di sostenere costi per proteggere sicurezza nazionale, resilienza e continuità del servizio, non possono poi trattarli come se fossero costi privati qualsiasi, senza alcun riequilibrio economico. Per questo, occorre introdurre strumenti che riconoscano in modo esplicito la natura pubblicistica di tali oneri e ne rendano sostenibile l’assorbimento da parte degli operatori, ad esempio attraverso incentivi fiscali, fondi dedicati, meccanismi di compensazione compatibili con il diritto europeo sugli aiuti di Stato e criteri regolatori che tengano conto dei costi imposti da obblighi di interesse generale.”, ha detto Labriola.

Frequenze, allocazione licenze senza oneri

“È necessario allocare le frequenze in scadenza con una logica industriale e non meramente fiscale, premiando gli impegni di investimento nelle infrastrutture del Paese. Serve una nuova politica dello spettro che colleghi le assegnazioni allo sviluppo degli investimenti per reti VHCN, 5G standalone, backbone, edge, densificazione mobile ed efficientamento energetico”.
Labriola ha inoltre sottolineato la necessità di “ridurre la stratificazione normativa che oggi rallenta l’innovazione, indebolisce la capacità di investimento e crea incertezza per le imprese. Occorre coordinare norme primarie, regolazione settoriale, obblighi di sicurezza e procedimenti autorizzativi, rendendo anche più prevedibili gli strumenti di golden power e più rapido il coordinamento sulle misure previste dalla NIS2”.

Enzo Peruffo, Prorettore per la Didattica e Direttore del Centro di Ricerca in Strategic Change “Franco Fontana” della Luiss ha detto, commentando gli esiti della ricerca: “Ogni transizione tecnologica impone una ricognizione critica delle regole ereditate. Questo studio documenta come l’ecosistema digitale europeo si sia trasformato in profondità, mentre il quadro normativo che lo governa non ha tenuto il passo all’innovazione. Colmare questo divario è la condizione necessaria perché la transizione digitale produca valore reale e distribuito, con implicazioni dirette sulla competitività del sistema Paese”.

Corti (WindTre) al Governo: “Aiutateci a investire, via le asimmetrie con le multiutility”

Gianluca Corti, vicepresidente Asstel e Co-Ceo di WindTre: “Un quarto dei ricavi delle nostre aziende viene destinato a investimenti. Da anni invitiamo le istituzioni ad aiutarci a continuare a investire. In un quadro complicato da diversi livelli di governo – locale, nazionale, europeo – il Governo ha in questo momento l’opportunità di prendere una decisione pro-investimenti anticipando la decisione sulle frequenze in scadenza nel 2029, anticipando l’orientamento europeo indicato nel Digital Networks Act. Rilanciare gli investimenti richiede anche 18 mesi, è importante agire presto”.
Corti ha sottolineato il problema urgente legato alla diversità di trattamento fra telco e multitutility nella promozione dei servizi, con le multiutility che possono tramite call center promuovere la vendita di contratti Tlc mentre alle telco non è consentito fare altrettanto per i servizi energetici che forniscono. Una disparità che pesa non poco sui conti delle telco.

Renna (Fastweb + Vodafone): “Vincoli regolamentari vanno allentati”

Walter Renna, vicepresidente Asstel e Ceo di Fastweb + Vodafone: “Il settore delle telecomunicazioni sta attraversando una crisi strutturale, ma resta più che mai un pilastro strategico: da qui passano la competitività del Paese e la sua sicurezza. Oggi gli operatori si muovono con vincoli regolamentari significativamente più stringenti rispetto alle grandi piattaforme digitali, con effetti diretti sulla capacità di investimento e innovazione. Siamo alla vigilia di una trasformazione radicale trainata dall’intelligenza artificiale, con agenti autonomi, droni, robot e servizi che richiederanno reti ancora più potenti e sicure. In questo scenario è essenziale che le regole evolvano: servono condizioni che permettano alle telco di sviluppare nuovi servizi e competere alla pari. Ridurre le asimmetrie normative non è solo una questione di equità, ma una scelta industriale e geopolitica. Una visione condivisa da operatori ed istituzioni può assicurare all’Italia un ruolo di leadership continentale in questa transizione”.

All’evento, moderato dalla giornalista Simona Rossitto, hanno partecipato, inoltre: Giacomo Lasorella, Presidente Agcom, Davide Quaglione, Professore di Economia applicata, Luiss, Cesare Pozzi, responsabile scientifico di progetto del Centro di Ricerca in Strategic Change “Franco Fontana”; Bernardo Giorgio Mattarella, professore di Diritto amministrativo, Luiss e Giorgio Maria Tosi Beleffi, dirigente del Gabinetto del Ministro delle Imprese.

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Poste, OPAS su TIM primo passo per consolidamento Tlc. Trattativa con Cdp per il 20% del PSN

L’OPAS di Poste Italiane su TIM non è punto di arrivo ma sarà il punto di partenza per il consolidamento del mercato italiano delle Tlc. Lo ha detto l’Ad di Poste Matteo Del Fante, come riporta Il Sole 24 Ore, sottolineando come l’operazione sia il primo passo di un processo più ampio.

Nel corso di un’audizione alla Camera sul contratto di programma con il Mimit, il manager ha anche aperto alla possibilità di destinare una quota delle nuove azioni ai dipendenti, nell’ambito dell’aumento di capitale a servizio dell’offerta.

Poste in trattativa con Cdp per rilevare il 20% del Polo Strategico Nazionale

L’operazione su Tim, se andrà a buon fine, porterà in automatico all’ingresso di Poste nel Polo Strategico Nazionale, l’iniziativa nata per migrare e conservare i dati della Pubblica amministrazione. “Siamo in negoziazione con Cassa Depositi e Prestiti per acquisire il 20% di sua proprietà”, ha annunciato il numero uno di Poste. “Qualora l’operazione Tim andasse a compimento, avremmo il 45% di Tim più il 20% di Poste, e avremmo così la maggioranza” con la compagine azionaria a completarsi con il 25% di Leonardo e il 10% in mano a Sogei.

Intanto, prosegue il quotidiano, l’uscita della posta prioritaria dal servizio universale darà più flessibilità operativa, accelerando il passaggio verso i pacchi, mentre il gruppo conferma il contributo pubblico a 262 milioni e difende la capillarità della rete, che punta a rafforzare anche con il progetto Polis.

Del Fante, il 50% delle consegne di pacchi fatta dai postini

“La posta prioritaria esce dal servizio universale, questo ci dà più flessibilità nella gestione operativa – ha detto – Ad esempio, quando dobbiamo andare nei cinque giorni a consegnare una lettera, aspettiamo che in quella casa ci vada anche un pacco e riusciamo a fare sinergie. Il 50% delle consegne dei pacchi di Poste viene fatta dai nostri postini. I postini non hanno più posta da consegnare, stiamo trasformando i portalettere indirizzandoli verso la consegna dei pacchi”.

Capillarità sul territorio resta prioritaria. Sinergie eventuali con rete tabaccai

Il manager ha rassicurato sul fatto che la presenza del gruppo presenza sul territorio rimarrà e verrà rafforzata “da un eventuale sostegno da parte della rete dei tabaccai. I requisiti di capillarità e continuità continueranno a essere soddisfatti con la sola rete degli uffici”.

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Connettività globale, 1,3 trilioni di dollari di ricavi nel 2025. Accelera il 5G

Il mercato mondiale della connettività cresce del 5%, in aumento anche i ricavi del 4% su base annua

Il mercato globale della connettività, che comprende telefonia mobile, banda larga fissa e servizi di telefonia fissa, ha raggiunto i 333 miliardi di dollari nel quarto trimestre del 2025, registrando una crescita del 5% su base annua, si legge nel nuovo aggiornamento di Omdia.

I ricavi complessivi si attestano a 1.3 trilioni di dollari nel 2025, in aumento del 4% rispetto all’anno precedente. Numeri che confermano la solidità di un settore ancora centrale per l’economia digitale, ma che evidenziano al tempo stesso le difficoltà strutturali di “un’industria ancora fortemente dipendente da un core business a bassa crescita e impegnata nella ricerca di nuove fonti di ricavo”, si legge nel commento ai risultati.

Accelera il 5G, +34% di connessioni mondiali

Il principale motore di trasformazione della connettività resta il 5G, che continua a espandersi a ritmi sostenuti. Le connessioni globali hanno raggiunto i 3 miliardi, con un incremento del 34% anno su anno.

Sebbene il 4G resti dominante con 8,3 miliardi di connessioni, l’adozione del 5G sta accelerando rapidamente, trainata in particolare dall’Asia, che rappresenta il 69% delle connessioni globali, con l’Europa che però rischia seriamente di rimanere indietro in questa corsa.

Si tratta di una dinamica che conferma il ruolo strategico della regione nel guidare l’innovazione nelle infrastrutture di rete e nei servizi avanzati.

Banda larga: è boom di connessioni. Nel 5G FWA l’India supera gli USA e diventa primo mercato

Sul fronte della banda larga fissa, le connessioni hanno toccato quota 1,6 miliardi nel 2025. La tecnologia FTTx (Fiber to the x) si conferma leader indiscussa, superando 1,169 miliardi di connessioni e crescendo a un ritmo annuo del 7%.

Un segnale chiaro della crescente domanda di capacità e velocità, alimentata dall’espansione dei servizi digitali, dal cloud e dall’intelligenza artificiale.

Parallelamente, emerge con forza il segmento del 5G FWA (Fixed Wireless Access): nel quarto trimestre del 2025 l’India ha superato gli Stati Uniti diventando il primo mercato mondiale, con 14,5 milioni di connessioni contro i 13,9 milioni statunitensi.

È ancora supremazia degli operatori di tlc americani e cinesi

La geografia competitiva del settore resta concentrata: gli operatori di telecomunicazioni di Stati Uniti e Cina dominano la classifica globale per ricavi da connettività, occupando otto delle prime dieci posizioni, mentre le restanti due sono appannaggio di operatori giapponesi.
Una concentrazione che riflette non solo la scala dei mercati domestici, ma anche la capacità di investimento e innovazione di questi Paesi.

Proprio gli investimenti rappresentano uno degli snodi critici. Nel 2025 il CAPEX globale si è attestato a 303 miliardi di dollari, segnando una flessione del 2% su base annua, sebbene in miglioramento rispetto al calo del 3,5% registrato nel 2024.
Un dato che evidenzia come gli operatori stiano razionalizzando la spesa, dopo anni di forti investimenti nelle reti di nuova generazione, ma anche come il ritorno economico di queste infrastrutture non sia ancora pienamente consolidato.

Limiti e sfide di un settore ancora in transizione, tra necessità di innovare i modelli di business e capacità di monetizzare le reti del futuro

È qui che emergono le principali sfide del settore. Come sottolinea Ari Lopes, Practice Leader di Omdia per i mercati dei service provider, “i risultati del 2025 mostrano che il core business delle telecomunicazioni rimane altamente rilevante, ma affronta forti venti contrari, tra cui una crescita lenta, mentre il settore deve ancora realizzare ritorni significativi dagli investimenti nelle nuove tecnologie”. In altre parole, il 5G e la fibra rappresentano piattaforme abilitanti fondamentali, ma non bastano da sole a generare nuovi flussi di ricavi.

La vera partita si gioca quindi sulla capacità degli operatori di trasformare la connettività in servizi a valore aggiunto: edge computing, soluzioni per l’industria 4.0, applicazioni per smart city e Internet of Things. In questo contesto, il 5G assume un ruolo cruciale non solo come evoluzione tecnologica, ma come infrastruttura strategica per l’intero ecosistema digitale.

Il mercato della connettività globale resta dunque solido, ma in transizione. Tra crescita moderata, pressione sugli investimenti e necessità di innovare i modelli di business, il settore delle telecomunicazioni si trova di fronte a una fase decisiva, in cui la capacità di monetizzare le reti del futuro determinerà la competitività degli operatori su scala globale.

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Spettro radio: il “New Deal Mobile” francese al centro delle consultazioni AGCOM

Si avvicina a grandi passi la terza consultazione Agcom per stabilire le modalità di assegnazione delle frequenze in scadenza nel 2029. Molti operatori, rispondendo alla seconda consultazione, hanno citato il cosiddetto “New Deal Mobile” francese, che rispetto ad altri modelli in discussione – quello tedesco – ha garantito un rinnovo di tre o sei anni in anticipo rispetto alla scadenza senza oneri aggiuntivi, a fronte di impegni di copertura e con un ribilanciamento delle risorse per i quattro operatori.

Il quadro di contesto in Italia

L’Italia si avvicina sempre di più alla scadenza dei diritti d’uso delle frequenze radio fissata al 31 dicembre 2029. Nell’ambito delle delibere 247/24/CONS e 154/25/CONS, il “New Deal Mobile” francese del 2018 è stato richiamato da tutti gli operatori come precedente di riferimento. Il richiamo si concentra soprattutto su due elementi: da un lato, la presenza in Francia di un mercato con quattro operatori infrastrutturali; dall’altro, la scelta di accompagnare il rinnovo dei diritti d’uso con obblighi di investimento e copertura, senza prevedere nuovi oneri monetari.

Il caso francese, però, non si esaurisce nella sola formula del rinnovo non oneroso in cambio di impegni industriali. Il New Deal Mobile ha rappresentato un intervento più ampio, riconducibile a tutti gli effetti, un radicale cambio di paradigma nella politica industriale d’Oltralpe: è stata a una chiara visione di politica industriale costruita per (i) garantire investimenti chiari e dettagliati, (ii) sostenere il miglioramento delle infrastrutture di rete e (iii) favorire una competitività ritenuta funzionale all’innovazione.

Il New Deal Mobile si caratterizza quindi per una struttura composita, nella quale il rinnovo dei diritti d’uso è stato inserito all’interno di una più ampia strategia di sviluppo delle reti e di riequilibrio competitivo.

Il contesto di partenza

Il New Deal si colloca in un mercato mobile a quattro operatori nel quale il newcomer, al momento del lancio dei propri servizi, presentava una forte asimmetria frequenziale rispetto ai tre operatori storici. Nel 2013 la sua dotazione complessiva di spettro risultava infatti pari a meno della metà di quella detenuta dai concorrenti.

L’accordo del 2018 e i tre pilastri del modello

Nel gennaio 2018, in occasione del rinnovo dei diritti d’uso nelle bande 900 MHz, 1800 MHz e 2100 MHz, in scadenza tra il 2021 e il 2024, il Governo francese, d’intesa con ARCEP, ha concluso con i quattro operatori mobili un accordo fondato su tre pilastri:

  • rinnovo dei diritti d’uso senza oneri monetari;
  • impegni vincolanti di investimento;
  • ribilanciamento delle dotazioni frequenziali, con assegnazione al newcomer di una parte delle frequenze oggetto di rinnovo.

Gli obblighi di investimento e copertura a partire dalle aree bianche, da strade e ferrovie

Il rinnovo non oneroso dei diritti d’uso è stato accompagnato dall’impegno, da parte degli operatori, a investire in ambiti ben definiti.

Un primo asse ha riguardato le aree bianche, con la richiesta di effettuare una copertura mirata delle medesime aree attraverso lo sviluppo, per ciascun MNO, di circa 5mila siti individuati dal ministro competente, una parte dei quali da realizzare in modalità condivisa. A questo si è aggiunto l’obbligo di copertura delle principali vie stradali e ferroviarie, per consentire agli utenti di comunicare durante il viaggio. Il piano ha inoltre previsto il graduale miglioramento della qualità della rete mobile, anche attraverso la densificazione della rete, e il rafforzamento della copertura interna agli edifici mediante soluzioni complementari. Un ulteriore capitolo ha riguardato lo sviluppo del 4G fisso, utilizzato per integrare la copertura della rete fissa.

L’accordo è stato poi recepito da ARCEP nel regolamento pubblicato nel luglio 2018, che ha incorporato tali impegni negli obblighi associati ai diritti d’uso riallocati.

Il riequilibrio delle frequenze e il precedente del 2013

Il ribilanciamento delle frequenze non ha avuto origine soltanto con il New Deal Mobile del 2018. Un passaggio rilevante si colloca già nel 2013, in seguito alla richiesta di Bouygues Telecom di poter utilizzare la banda 1800 MHz senza limitazioni tecnologiche, secondo il principio di tech neutrality. ARCEP ha autorizzato la rimozione delle restrizioni d’uso della banda per Bouygues Telecom e, su richiesta, anche per Orange e SFR.

Questa decisione è stata però accompagnata da un riequilibrio delle frequenze disponibili, con l’obiettivo di garantire pari condizioni tra gli operatori e una concorrenza effettiva sul mercato. Al termine del processo, Free Mobile ha ottenuto 2×15 MHz nella banda 1800 MHz, mentre Bouygues Telecom, SFR e Orange hanno rilasciato parte delle frequenze detenute, restando titolari di 2×20 MHz ciascuno.

La spectrum parity nelle bande 900 MHz e 2100 MHz

Partendo dal presupposto che quanto fatto in precedenza non fosse sufficiente, nel 2018 il New Deal Mobile ha portato a una sostanziale parità nello spettro assegnato nelle bande 900 MHz e 2100 MHz tra i quattro operatori mobili attivi nel Paese.

Il riequilibrio non è diventato operativo subito: il nuovo assetto è stato programmato a partire dal 2021, lasciando ai tre operatori chiamati a rilasciare una parte delle frequenze una finestra di circa tre anni per adeguare le reti e garantire la continuità del servizio.

I criteri di accesso e il meccanismo di assegnazione

La partecipazione alla procedura è stata riservata da ARCEP a operatori dotati di una rete mobile preesistente, in grado di utilizzare correttamente i diritti d’uso e con una capacità finanziaria adeguata rispetto agli obblighi di investimento. La logica dichiarata era quella di promuovere una concorrenza efficace e un uso efficiente dello spettro, perseguendo, ove possibile, il riequilibrio e la spectrum parity.

Il regolamento ARCEP prevedeva inoltre un meccanismo di assegnazione collegato al numero di richieste ammissibili. In particolare:

  • con tre richieste ammissibili, ciascun operatore avrebbe avuto accesso al 33% delle frequenze;
  • con quattro richieste ammissibili, ciascun operatore avrebbe avuto accesso al 25%;
  • con più di quattro richieste, si sarebbe proceduto con asta competitiva.

Gli esiti del modello secondo ARCEP

I risultati del modello francese emergono dai dati riportati da ARCEP nel report del febbraio 2024.

  • Sul piano della copertura mobile, tra il 2017 e il 2022 la rete 4G è cresciuta di un numero compreso tra 9.600 e circa 15.500 siti, a seconda dell’operatore. La copertura 4G assicurata da tutti e quattro gli operatori è salita dal 45% all’88% al terzo trimestre del 2023. Nello stesso periodo, le aree bianche prive di rete mobile si sono ridotte dall’11% all’1,9%.
  • Il miglioramento emerge anche su base territoriale. Se nel 2015 soltanto sei dipartimenti, tutti situati nella regione dell’Île-de-France, superavano il 90% di copertura 4G della superficie, alla fine del 2022 erano rimasti soltanto sei dipartimenti in tutta la Francia con una copertura 4G inferiore al 90% della superficie. Il dato conferma l’impatto del piano nella riduzione del digital divide.
  • ARCEP segnala inoltre un aumento generalizzato della qualità del servizio disponibile per i consumatori. Sono migliorati gli indicatori di qualità dei servizi voce, mentre la quota di connessioni in download superiori a 30 Mbps è quasi raddoppiata, passando dal 37% al 67%. Le connessioni con velocità di download pari ad almeno 8 Mbps sono aumentate dal 64% all’82%.
  • A questi risultati si aggiunge la copertura quasi totale delle infrastrutture di trasporto. Al 30 settembre 2023, i dati di monitoraggio trimestrale indicano livelli di copertura 4G avanzati per tutti e quattro gli operatori: dal 99,4% al 99,9% per le reti stradali e dal 97,7% al 99,3% per le reti ferroviarie.

Un modello fondato su continuità, investimenti e riequilibrio

In sintesi, il New Deal Mobile francese rivela una struttura che va ben oltre il  semplice rinnovo delle licenze: rappresenta un modello integrato in cui la continuità dei diritti d’uso per gli operatori, si coniuga con obblighi vincolanti di investimento, espansione della copertura e un progressivo riequilibrio delle risorse spettrali.

È proprio questa combinazione strategica a spiegare la rilevanza del precedente francese nel dibattito sul futuro delle frequenze mobili: non è pertanto un intervento limitato alla sola dimensione economica del rinnovo, ma un modello costruito per agire allo stesso tempo sullo sviluppo infrastrutturale, sulla qualità del servizio e sull’assetto concorrenziale del mercato.

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Poste Italiane e Postepay multate dal Garante privacy per 12,5 milioni di euro. Annunciato ricorso

Il Garante per la protezione dei dati personali ha irrogato una sanzione di 6.624.000 euro a Poste Italiane S.p.A. e una di 5.877.000 euro a Postepay S.p.A., per aver trattato illecitamente i dati personali di milioni di utenti.

L’istruttoria dell’Autorità – avviata a seguito di numerose segnalazioni e reclami pervenuti a partire da aprile 2024 – ha riguardato, in particolare, le modalità di funzionamento delle app BancoPosta e Postepay. Tali applicazioni prevedevano, quale condizione obbligatoria per l’utilizzo dei servizi, il rilascio da parte degli utenti di un’autorizzazione al monitoraggio di una serie di dati contenuti nei dispositivi mobili, incluse le applicazioni installate e in esecuzione, al fine di individuare eventuali software malevoli. Secondo quanto dichiarato dalle società, tali trattamenti sarebbero stati necessari per garantire la sicurezza delle operazioni e conformarsi alla normativa in materia di servizi di pagamento.

Il Garante ha tuttavia rilevato che le modalità adottate comportavano un’ingerenza eccessivamente invasiva nella sfera privata degli utenti, in quanto non risultavano strettamente necessarie rispetto alle finalità di prevenzione delle frodi.

Nel corso dell’istruttoria sono inoltre emerse diverse violazioni della normativa in materia di protezione dei dati personali, tra cui carenze nell’informativa resa agli utenti, assenza di un’adeguata valutazione di impatto sulla protezione dei dati (DPIA), mancata adozione di misure di sicurezza adeguate e di idonee politiche di conservazione dei dati, nonché irregolarità nella designazione del responsabile del trattamento.

Oltre alle sanzioni, l’Autorità ha ingiunto alle società di cessare i trattamenti oggetto di contestazione, ove non vi abbiano già provveduto, e di adeguarsi alle prescrizioni in materia di conservazione dei dati, dandone comunicazione al Garante.

POSTE ITALIANE RESPINGE MISURA GARANTE PRIVACY E ANNUNCIA RICORSO

Poste Italiane accoglie con stupore il provvedimento con il quale il Garante Privacy ha comminato una sanzione per un presunto trattamento illecito dei dati personali degli utenti BancoPosta e PostePay. Provvedimento che, peraltro, oltre che nel merito, è viziato anche sotto il profilo procedimentale, essendo stato adottato in palese ritardo rispetto ai termini perentori previsti dalla legge per l’esercizio dei poteri del Garante. 

A tal riguardo, si sottolinea che il 2 febbraio 2026 il TAR Lazio ha annullato il provvedimento con cui l’Antitrust aveva sanzionato Poste Italiane per una presunta pratica commerciale scorretta relativa al medesimo dispositivo antifrode oggetto delle odierne censure del Garante, riconoscendone la piena legittimità e l’assenza di qualsivoglia intento commerciale nelle condotte di Poste. 

Poste Italiane respinge, dunque, ogni addebito e ribadisce la correttezza e la trasparenza del proprio operato. 

In particolare, come riconosciuto anche da Banca d’Italia, il Gruppo ha utilizzato legittimamente e in conformità con la normativa in materia di servizi di pagamento l’accesso ai dati tecnici dei dispositivi dei clienti, finalizzati esclusivamente all’attivazione di presidi antifrode e antimalaware, come richiesto dalla normativa europea (Direttiva PSD2), per una piena tutela della sicurezza degli utenti. 

Poste Italiane presenterà ricorso per l’annullamento del provvedimento presso il Tribunale di Roma.

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PA, la gara fantasma da 3 miliardi per la connettività. L’interrogazione di FI al Governo

Che fine ha fatto la gara SPC3 da 3 miliardi di euro per il rinnovo dei servizi di connettività della PA, dei servizi di telefonia fissa, servizi di sicurezza e servizi professionali nell’ambito del Sistema Pubblico di Connettività (SPC) per le Pubbliche Amministrazioni? Se lo chiedono in tanti, visto che la vecchia gara SPC2 è scaduta nel 2023 e che il nuovo bando è stato pubblicato esattamente un anno fa, ma dopo 9 proroghe da parte di Consip è ancora nel limbo senza una data certa.

Gara SPC3, nove proroghe in un anno. Perché?

Una gara da più di 3 miliardi, divisa in 7 lotti, 3 dei quali per le amministrazioni centrali e 4 multiregionali per le PA locali, che in un anno ha subito come detto ben 9 proroghe. Ma perché?

Che problemi ci sono?

Cosa blocca la gara?

La gara sta compiendo un anno ma è ancora ferma ai box, in un limbo amministrativo che lascia le aziende in una situazione di incertezza e perpetua il vecchio bando SPC2, scaduto nel 2023 e assegnato nel 2016.

Ma chi ha atteso (anni) per fare un confronto competitivo non ne può più di aspettare, anche perché l’attesa e la preparazione dei documenti – con stringenti criteri di ammissione – costa non pochi soldi in termini di consulenze, persone impegnate nella risposta amministrativa, tecnica ed economica..  

L’interrogazione del deputato di FI Paolo Emilio Russo a Giorgetti e Zangrillo caduta nel vuoto. “Fatta valutazione su possibile allineamento alle tecnologie più recenti?”

Per fare luce su questa situazione paradossale si è mossa anche la politica, con una interrogazione a risposta scritta indirizzata al ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti e al ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo a firma del deputato di Forza Italia Paolo Emilio Russo. Una interrogazione dello scorso 21 marzo, caduta nel silenzio e che non ha ancora ricevuto alcuna risposta. Di seguito il testo integrale dell’interrogazione del deputato di FI.

Martedì 24 marzo 2026, seduta n. 633

PAOLO EMILIO RUSSO. — Al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro per la pubblica amministrazione.

 — Per sapere –

premesso che:

il Sistema pubblico di connettività (Spc) garantisce alle pubbliche amministrazioni servizi essenziali di rete e connettività, indispensabili per il funzionamento ordinario degli uffici pubblici e per l’erogazione dei servizi a cittadini e imprese;

tali servizi sono stati finora assicurati tramite la convenzione SPC2, avviata nel 2015-2016 e con scadenza originaria al 25 maggio 2023. Tale termine è stato successivamente prorogato fino all’anno in corso per assicurare continuità operativa alle amministrazioni nelle more dell’espletamento della gara per la nuova convenzione SPC3 che, ad oggi, non risulta ancora conclusa;

considerati i tempi tecnici necessari per l’aggiudicazione, i collaudi, l’attivazione dei servizi e le migrazioni delle amministrazioni verso il nuovo assetto contrattuale, appare necessario comprendere quale sia la traiettoria effettiva che condurrà alla piena operatività del nuovo accordo quadro –:

quali siano i tempi entro i quali la nuova convenzione Spc3 entrerà in vigore e se sia stata effettuata una valutazione degli effetti che il ritardo nella conclusione della gara Spc3 potrebbe determinare in termini di prezzi, e in termini di qualità del servizio, in relazione al possibile mancato allineamento alle tecnologie più recenti e agli standard più avanzati richiesti dall’evoluzione infrastrutturale e digitale delle amministrazioni pubbliche.

Le conseguenze del ritardo

 L’interrogazione mette in evidenza le conseguenze del ritardo nell’espletamento della gara. 

Il quadro attuale dei servizi di connettività per la PA vede il mercato – nella versione datata ma sempre in vigore, di proroga in proroga, dell’SPC2 – è affidato all’80% a Fastweb-Vodafone e al 20% a TIM. Un quadro statico che con la gara SPC3, visti i criteri di gara, rimescolerà le carte con il possibile ingresso di nuovi entranti con anche l’utilizzo della rete di Open Fiber, oltre quella di Fibercop. Open Fiber che all’epoca dell’indizione di  SPC2 non esisteva ma che oggi dispone di una rete in fibra FTTH capillare, presente in più di 6mila comuni.

Rischio danno erariale sui servizi di fonia nella PA

L’interrogazione dell’onorevole Russo chiede se tutta questa situazione non configuri un ipotetico danno erariale: si sta forse spendendo di più per tecnologie obsolete per la connettività della PA, con contratti ancora vivi partiti nel 2016 e progettati nel 2013?

La nuova gara SPC3 di fatto ne unisce due, una per la connettività e l’altra per la telefonia fissa. Nel corso degli ultimi anni (dopo l’assegnazione della gara di telefonia fissa nel 2017)  i costi dei servizi di telefonia fissa sono scesi sensibilmente, ma oggi nella PA sono ancora in vigore quelli del listino di quasi 10 anni fa.

Eppure, le proroghe nell’ultimo anno sono state nove, comunicate peraltro in tempi strettissimi quando le aziende che vogliono partecipare alla gara sono costrette a fideiussioni milionarie in banca. La scorsa settimana l’ultima proroga. Una beffa: scadeva il 13 aprile e la proroga è stata pubblicata il 9 aprile, fino al prossimo 3 giugno.

Il tutto senza ancora una decisione definitiva sulle modalità di recepimento del DPCM del 30 aprile 2025. Ci aspettiamo una altra proroga?

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Bouygues, Orange e Free puntano su SFR: proposta da oltre 20 miliardi e negoziati esclusivi

I principali operatori francesi delle telecomunicazioni — Bouygues Telecom, Orange e Free (Iliad) — hanno annunciato l’avvio di negoziati esclusivi con il gruppo Altice France per l’acquisizione di una larga parte delle attività di SFR.

L’operazione rappresenta un passaggio cruciale nel processo di consolidamento del mercato francese delle telecomunicazioni.

Un’offerta da oltre 20 miliardi di euro

Il consorzio ha presentato una nuova offerta pari a 20,35 miliardi di euro (enterprise value), in aumento rispetto alla proposta precedente respinta da Altice nell’ottobre scorso.

La ripartizione dell’investimento evidenzia il ruolo dominante di Bouygues Telecom:

  • 42% a Bouygues Telecom
  • 31% a Free (Iliad)
  • 27% a Orange

L’operazione riguarda la maggior parte degli asset di Altice France, ma esclude alcune partecipazioni e attività specifiche, tra cui infrastrutture e operazioni nei territori d’oltremare.

Tempistiche e iter autorizzativo

Altice ha concesso al consorzio un periodo di esclusiva fino al 15 maggio 2026 per definire i dettagli dell’accordo.

Prima della conclusione, saranno necessari diversi passaggi:

  • consultazione dei rappresentanti dei lavoratori
  • approvazione delle autorità competenti
  • verifica delle norme antitrust (controllo delle concentrazioni)

Non è quindi ancora certo che l’operazione venga finalizzata.

Come verrebbe divisa SFR

Il piano prevede una suddivisione articolata delle attività di SFR:

  • Segmento B2C (clienti privati): distribuito tra i tre operatori
  • Segmento B2B (aziende): assegnato a Bouygues Telecom
  • Infrastrutture e frequenze: condivise tra i tre gruppi
  • Rete mobile nelle aree meno dense: affidata a Bouygues Telecom

Questa spartizione ridisegnerebbe profondamente la struttura del mercato.

Verso un mercato a tre operatori

Se l’operazione andasse in porto, il numero di operatori mobili in Francia passerebbe da quattro a tre.

Secondo le aziende coinvolte, ciò comporterebbe diversi vantaggi:

  • maggiori investimenti nelle reti ad altissima velocità
  • rafforzamento della cybersicurezza
  • sviluppo di tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale
  • maggiore controllo su infrastrutture strategiche

Allo stesso tempo, il consorzio sostiene che verrebbe preservata una concorrenza efficace a beneficio dei consumatori.

Un esito ancora incerto

Nonostante l’avvio delle trattative esclusive, le parti hanno sottolineato che non esiste alcuna garanzia che l’operazione venga completata.

Il futuro di SFR e l’equilibrio del mercato telecom francese restano quindi ancora aperti.

Tabella riassuntiva

Elemento Dettagli
Operatori coinvolti Bouygues Telecom, Orange, Free (Iliad)
Target SFR (Altice France)
Valore offerta 20,35 miliardi €
Ripartizione 42% Bouygues, 31% Free, 27% Orange
Scadenza esclusiva 15 maggio 2026
Struttura mercato Da 4 a 3 operatori (potenziale)
Stato operazione In negoziazione, non certa

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Pagare mentre ci si muove. Il digitale e la mobilità italiana

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Il mercato della mobilità in Italia vale decine di miliardi di euro e anche nel 2025 ha continuato a crescere, per quanto non tutti i comparti viaggino, è il caso di dirlo, alla stessa velocità. Questo almeno è quanto emerge dalla ricerca Il mercato della mobilità in Italia nel 2025: strumenti e canali di pagamento digitali condotta dagli Osservatori Innovative Payments e Travel Innovation del Politecnico di Milano con UnipolMove come partner principale. Lo studio analizza ogni anno l’evoluzione del mercato della mobilità nelle sue diverse componenti, con attenzione particolare ai canali di acquisto e agli strumenti di pagamento adottati dagli italiani.

Iniziamo da un costo particolarmente odiato dagli italiani: il pedaggio autostradale, seconda voce per peso economico dell’intero settore, che ha raggiunto i 9,9 miliardi di euro, con una crescita più contenuta rispetto al rimbalzo post-pandemia. Un andamento che è destinato a consolidarsi nei prossimi anni, anche per ragioni normative: il meccanismo di aggiornamento tariffario è sempre più legato agli investimenti effettivamente realizzati dai concessionari, il che dovrebbe limitare aumenti improvvisi, ma anche – è il rovescio della medaglia – rallentare la crescita del mercato.

Prima del pedaggio per dimensioni c’è poi il trasporto aereo, cresciuto del 5% con 230 milioni di passeggeri, trainati soprattutto dai voli internazionali; naturalmente, i recenti eventi geopolitici impatteranno non poco sul 2026, come sappiamo dalle notizie di ogni giorno sui quotidiani. Il trasporto ferroviario segna poi un +3%, con prezzi stabili e una domanda orientata in prevalenza al tempo libero; gli autobus a lungo raggio aumentano del 6%, un ritmo tra i più sostenuti dell’intero settore. Crescono anche i traghetti, anche se più lentamente rispetto agli anni precedenti, e prosegue il trend positivo dell’autonoleggio, legato soprattutto alla mobilità turistica e ai noleggi in prossimità degli aeroporti.

Il Trasporto Pubblico Locale – TPL, e cioè metropolitane, tram e autobus urbani – vale complessivamente 4,1 miliardi di euro. A sostenerlo in questi ultimi mesi sono stati gli aumenti tariffari introdotti in alcune città, oltre ai flussi turistici e alla domanda legata ai grandi eventi. A penalizzarlo, invece, è lo smart working, visto che la riduzione strutturale dei pendolari ha colpito in modo diretto gli abbonamenti mensili e annuali, spostando una parte degli utenti verso un utilizzo più occasionale del servizio. Il mercato dei taxi ha raggiunto 1,53 miliardi di euro, in un contesto in cui la domanda resta in parte insoddisfatta e potrebbe beneficiare di un ampliamento e dell’offerta e di una maggiore efficienza del settore. Per il 2026 le previsioni restano positive: i Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina hanno aumentato in modo cospicuo i flussi di passeggeri e la domanda di servizi di trasporto integrato nelle aree coinvolte.

Parcheggi e pedaggi: dove il digitale ha già vinto

Sul fronte della mobilità privata, i segnali più chiari arrivano dai parcheggi e dall’autostrada. La cosiddetta sosta in struttura, cioè i garage tradizionali vicino a stazioni e aeroporti, ha superato 1,3 miliardi di euro con una crescita del 7%, sostenuta dai flussi di passeggeri e turisti. Le strisce blu – i parcheggi a pagamento su strada che chiunque conosce per il fastidio di cercare monete in fondo alla borsa – hanno raggiunto i 795 milioni di euro con un più 2%. Qui la svolta digitale è evidente, visto che la quota di pagamenti non in contanti è passata dall’8% del 2019 al 41% del 2025, grazie alla diffusione delle app dedicate come EasyPark, MyCicero e Telepass e alla sostituzione progressiva dei vecchi parcometri con modelli dotati di POS. Un cambiamento che nei prossimi anni potrebbe accelerare ulteriormente, se le amministrazioni comunali decideranno di ridurre o eliminare le agevolazioni tariffarie per i veicoli elettrici e ibridi, riportando al pagamento una fascia di utenti che fino ad oggi è stata di fatto esentata.

Il telepedaggio, cioè quei dispositivi come Telepass che riconoscono il veicolo al casello e addebitano il costo automaticamente senza fermarsi, rappresenta oggi l’88% di tutto il transato nel settore: è il comparto più maturo dell’intera mobilità italiana, quello che ha completato prima degli altri la transizione verso il pagamento automatico e che funziona ormai da anni.

Sul fronte dei pagamenti in struttura e su strada, vale la pena ricordare che alcune piattaforme consentono oggi di gestire pedaggi, parcheggi e persino rifornimenti di carburante attraverso un unico account. È un modello che si chiama MaaS, Mobility as a Service, e che punta a unificare in una sola app la pianificazione e il pagamento di tutti gli spostamenti, dal parcheggio al treno. Siamo ancora in una fase iniziale, ma la direzione è quella.

Mobilità: Bus, metro e taxi, il digitale avanza (ma il contante resiste)

Nel trasporto urbano e nei taxi il quadro è più sfumato rispetto ai parcheggi e all’autostrada, ma la direzione sembra essere la stessa, in materia di digitalizzazione. I pagamenti digitali nel Trasporto Pubblico Locale sono cresciuti dall’11% del 2019 al 44% del 2025, una progressione non da poco in sei anni. A guidarla è stata soprattutto la diffusione del contactless e dei sistemi Tap&Go, grazie al quale si avvicina la carta di credito o lo smartphone al lettore al tornello o sull’autobus e il sistema addebita direttamente la tariffa corretta. Il sistema è già attivo da tempo in città come Milano, Roma, Napoli e Genova, ma la copertura sul territorio nazionale resta disomogenea e in molte città medie e piccole il biglietto cartaceo o la tessera ricaricabile restano, ancora, le uniche opzioni disponibili.

Nei taxi la quota di pagamenti digitali è salita dal 15% del 2019 al 39% del 2025. Un cambiamento tutt’altro che scontato, accelerato dalla pandemia e dalla pressione delle piattaforme come ItTaxi e Uber che per definizione richiedono il pagamento elettronico. Restano però ancora molte corse pagate in contanti, specie fuori dalle grandi città e tra gli utenti meno abituati agli strumenti digitali. Tutto questo ecosistema di app per pagare, navigare, prenotare e confrontare tariffe gira sullo smartphone: chi si muove molto in città conviene che verifichi di avere un piano dati adeguato. Sul comparatore di offerte mobili di SOStariffe.it è possibile confrontare in pochi minuti i piani tariffari disponibili per trovare quello più conveniente in base al proprio profilo di utilizzo di telefonia mobile.

Anche il canale online per acquistare biglietti TPL e prenotare corse taxi è in crescita, ma rimane distante dai livelli raggiunti dai trasporti a lungo raggio: treni, aerei e autobus a lunga percorrenza hanno ormai una penetrazione online tra il 72% e il 73%, mentre il TPL sconta la natura stessa degli acquisti. Un biglietto del treno si pianifica; un biglietto dell’autobus urbano quasi mai.

Sharing mobility: più noleggi, meno mezzi e operatori in fuga

La sharing mobility, termine che indica tutti i servizi di mobilità condivisa come biciclette, monopattini, scooter e auto a noleggio breve, attraversa una fase che i dati fanno sempre paradossale: la domanda cresce ma l’offerta si contrae. Nel 2024 si sono superati i 50 milioni di noleggi in Italia, con una previsione di 60 milioni per il 2025; nello stesso periodo, però, il numero di operatori attivi è sceso del 24% in tre anni e la flotta complessiva si è ridotta del 15%, arrivando a circa 96.000 veicoli. Sedici capoluoghi di provincia, tra cui Catanzaro, Reggio Calabria, Pesaro e Prato, sono usciti dalla mappa della mobilità condivisa. Il 90% dei noleggi si concentra in dieci città; le uniche cinque che offrono contemporaneamente auto, bici, scooter e monopattini in sharing sono Milano, Roma, Firenze, Bergamo e Torino.

Il comparto più in difficoltà è il car sharing, cioè le auto disponibili a noleggio breve senza conducente, prenotabili via app per pochi minuti o qualche ora, e che fino a qualche anno fa sembravano, per tutti, la mobilità del futuro. Le cose sono andate diversamente. Secondo i dati di Assosharing, ogni veicolo in flotta genera in media una perdita di circa 400 euro al mese tra costi assicurativi, manutenzione e danni da vandalismi. Le flotte di auto si sono ridotte del 17% nei primi mesi del 2025 e diversi operatori hanno abbandonato il mercato o ridimensionato la presenza.

La micromobilità, bici e scooter in sharing, mostra invece segnali più positivi: i monopattini restano il servizio più diffuso con circa il 50% dei noleggi totali, ma anche qui le nuove norme introdotte dalla legge 177 del novembre 2024, che ha reso obbligatori casco, targa e assicurazione, stanno creando problemi applicativi seri agli operatori.

Firenze ha già deciso: dal 1° aprile 2026 niente più monopattini in sharing in città, per la prima amministrazione italiana a fare questo passo. Il bike sharing vola invece in controtendenza, con un più 26% dal 2022, e Bologna è oggi la città italiana con più noleggi per abitante, dato significativo considerando che i monopattini non sono nemmeno presenti.

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Smartphone, vendite in calo del 6% nel primo trimestre del 2026. Apple al top dei vendor

• Le spedizioni globali di smartphone sono diminuite del 6% su base annua nel primo trimestre del 2026, a causa della carenza di DRAM e NAND che ha interrotto le forniture e aumentato i costi per i produttori, mentre la fiducia dei consumatori è rimasta debole a causa delle tensioni in Medio Oriente.

• Apple ha guidato il primo trimestre per la prima volta con una quota di mercato del 21%, in crescita del 5% su base annua, trainata dalla forte domanda di iPhone 17, da una gestione proattiva della catena di approvvigionamento a fronte delle limitazioni di memoria e da prestazioni migliorate in Cina.

• Le vendite di Samsung sono diminuite del 6% su base annua nel primo trimestre del 2026, con una quota di mercato del 20%, a causa del ritardo nel lancio del Galaxy S26 e della debolezza del segmento entry-level.

• Oltre ai primi cinque marchi, HONOR, Google e Nothing sono cresciuti rispettivamente del 25%, 14% e 25% su base annua, grazie alla solidità del portafoglio prodotti, alla forte espansione e alla differenziazione di nicchia.

Il mercato globale degli smartphone resta sotto pressione nel primo trimestre del 2026, con vendite annue in flessione del 6%, a causa delle carenze di componenti di memoria DRAM e NAND e una domanda più debole, secondo i dati diffusi da Counterpoint.  

Sebbene alcune regioni abbiano mostrato una relativa stabilità, il sentiment generale del mercato è rimasto cauto, poiché i produttori hanno adeguato le proprie strategie di prezzo e produzione, ricorrendo a ritardi nella consegna dei prodotti e a un minor numero di lanci, e i consumatori hanno ridotto gli acquisti non essenziali a causa delle tensioni in Medio Oriente. Allo stesso tempo, alcuni produttori hanno anticipato le spedizioni in previsione di aumenti dei prezzi dei componenti e di un’escalation dei costi logistici, compensando così un calo più consistente delle spedizioni.

Memorie per smartphone penalizzate dai data center

Commentando il mercato globale degli smartphone, l’analista senior Shilpi Jain ha detto: “Questo calo delle spedizioni è dovuto principalmente al fatto che i produttori di memorie hanno dato priorità ai data center per l’intelligenza artificiale rispetto all’elettronica di consumo, comprimendo i margini degli OEM e costringendoli a trasferire direttamente ai consumatori l’aumento dei costi dei componenti (BOM). Mentre l’offerta è rimasta limitata, l’aumento dei prezzi dell’energia, i maggiori costi logistici e l’incertezza economica causata dalle tensioni in Medio Oriente hanno mantenuto basso il sentiment dei consumatori verso i nuovi dispositivi, alimentando la domanda di dispositivi ricondizionati e pesando ulteriormente sulle spedizioni. La carenza di chip di memoria e l’aumento dei costi hanno colpito maggiormente i segmenti più sensibili al prezzo, come i dispositivi di fascia bassa e media, che sono i più esposti a tali pressioni sulla domanda e sull’offerta. Mentre i produttori di dispositivi premium come Apple sono rimasti relativamente resilienti a queste pressioni, i marchi cinesi, orientati ai volumi, hanno registrato cali più marcati, soprattutto nelle regioni sensibili al prezzo, contribuendo al calo complessivo delle spedizioni globali.”

Quota di mercato globale degli smartphone venduti ai primi 5 marchi (dati preliminari)

Fonte: Rapporto preliminare Market Monitor di Counterpoint Research (basato sulle vendite)

Note: OPPO include OnePlus e realme. Le percentuali totali potrebbero non sommare al 100% a causa degli arrotondamenti.

Apple al topo del ranking

Apple ha guidato il mercato globale degli smartphone per la prima volta nel primo trimestre, raggiungendo una quota di mercato del 21% e una crescita del 5% su base annua nel primo trimestre del 2026. Apple rimane il marchio più al riparo dalla crisi delle memorie grazie al suo posizionamento ultra-premium e alla catena di fornitura altamente integrata. La continua e forte domanda per la serie iPhone 17 e gli aggressivi programmi di permuta, insieme alla fidelizzazione dell’ecosistema, hanno guidato la crescita complessiva dei volumi nonostante un contesto macroeconomico più debole. Il marchio ha registrato una crescita notevolmente più forte in diversi mercati chiave dell’Asia-Pacifico, come Cina, India e Giappone, evidenziando la solida domanda di iPhone e le strategie efficaci in questi mercati ad alto potenziale.

Samsung, vendite in calo del 6%

Nel primo trimestre del 2026, le spedizioni di Samsung sono diminuite del 6% su base annua, mantenendo una quota di mercato del 20%, a causa delle difficoltà incontrate dal marchio per via della minore domanda nel segmento di mercato di massa e del ritardo nel lancio della serie S26. Tuttavia, l’iniziale slancio della serie S26 è rimasto forte, evidenziando una solida domanda per il nuovo hardware e le funzionalità AI integrate, con la variante Ultra che ha registrato il maggior successo. Per gestire le crescenti pressioni sui costi, Samsung ha ulteriormente riorganizzato il proprio portafoglio prodotti, semplificando le opzioni di fascia bassa e puntando sulle configurazioni di fascia alta, aumentando di fatto i prezzi di partenza e rafforzando al contempo il posizionamento premium dei suoi dispositivi.

Xiaomi in flessione del 19%

Xiaomi, pur mantenendo il terzo posto nel mercato globale con una quota del 12%, ha registrato il calo maggiore tra i primi cinque marchi, pari al 19% su base annua. Il marchio sta affrontando una forte pressione, poiché la sua elevata esposizione al segmento di fascia bassa, sensibile al prezzo, lo rende particolarmente vulnerabile all’aumento dei costi della memoria. Xiaomi sta quindi semplificando le proprie linee di prodotto e concentrandosi maggiormente sulle regioni chiave. Allo stesso tempo, sta registrando una crescita nel segmento premium, con la serie Xiaomi 17 che sta ottenendo buoni risultati in Cina.

(La quota di mercato di Xiaomi è stata rivista dal 13% al 12% e il calo su base annua è passato dal 13% al 19%).

OPPO e vivo

OPPO e vivo si sono aggiudicate rispettivamente il quarto e il quinto posto nel mercato nel primo trimestre del 2026 con quote di mercato dell’11% e dell’8%. Nonostante il lieve calo del 2% su base annua, vivo ha mantenuto la sua leadership di mercato in India, sfruttando la sua serie di fascia media per attrarre clienti con upgrade di alto valore, e ha mantenuto il suo slancio anche in Cina. Le spedizioni complessive di OPPO sono diminuite, ma il marchio ha registrato una forte performance nel segmento entry-level con la serie A5, mentre il suo top di gamma Find N5 è stato ben accolto dal mercato.

Le prospettive per il 2026 rimangono deboli, poiché la crisi della memoria potrebbe protrarsi fino alla fine del 2027. Si prevede che i produttori daranno priorità al rapporto qualità-prezzo rispetto al volume, agli aggiornamenti di configurazione, all’eliminazione dei modelli a basso margine e allo sfruttamento dei dispositivi ricondizionati per fidelizzare gli utenti con budget limitato. Con la premiumizzazione che si mantiene stabile ma i margini sotto pressione, i marchi si affideranno sempre più al software, all’espansione dell’ecosistema e ai servizi per la crescita nei prossimi trimestri.

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Tim, prorogata al 15 ottobre la scadenza per la cessione di Sparkle

TIM, nell’ambito della cessione di Sparkle, il cui perfezionamento è atteso per il secondo trimestre del 2026, comunica di aver firmato con Boost BidCo, veicolo controllato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) e partecipato da Retelit, un accordo che proroga al 15 ottobre 2026 la long-stop date per la chiusura dell’operazione”.  Lo si legge in una nota odierna di Tim, che giunge tra l’altro all’indomani del via libera da parte della Commissione Ue all’acquisizione di Sparkle da parte del duo MEF-Retelit.

Cos’è la long-stop date

La long-stop date è la data limite finale prevista in un contratto (solitamente M&A o finanziamenti) entro la quale devono essere soddisfatte le condizioni sospensive, come approvazioni regolatorie o autorizzazioni degli azionisti. Se tali condizioni non vengono avverate entro questa data, le parti possono recedere dal contratto senza penali.

L’offerta per Sparkle

BidCo, la joint venture fra MEF e Retelit ha chiuso in accordo nell’aprile del 2025 per rilevare Sparkle, l’operatore che gestisce una rete Tier-1 che comprende un’infrastruttura di cavi sottomarini, per un valore di 700 milioni di euro.

Via libera della Commissione Ue all’operazione

Nel contempo, la Commissione Ue ha appena dato il disco verde sul suo registro delle transazioni all’operazione che potrebbe anche spianare la strada al previsto riacquisto di azioni proprie da 400 milioni di euro da parte di TIM: due precedenti richieste sono state ritirate a dicembre e gennaio. Tim prevede che l’accordo si concluda nel secondo trimestre del 2026, previa approvazione degli Stati Uniti. La notizia arriva solo poche settimane dopo che la stessa Tim è diventata oggetto di un’importante offerta pubblica di acquisto da 10,8 miliardi di euro da parte di Poste Italiane.

Sparkle, 600mila chilometri di cavi sottomarini

Sparkle gestisce oltre 600mila chilometri di cavi sottomarini che collegano paesi come Israele e gli Stati Uniti, un’infrastruttura che è considerata uno dei cardini della rete in fibra che facilita il flusso globale di dati, comprese le informazioni riservate.

In questo senso, la decisione di Roma di acquistare l’unità via cavo di TIM è in linea con l’approccio del governo Meloni, che ha cercato di assicurarsi il controllo su asset che considera di valore strategico.

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