Come gli agenti AI comprano e vendono al posto dell’utente

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Pochi giorni fa la piattaforma di trading online Robinhood ha annunciato una funzione inedita, che riguarda il modo in cui i piccoli investitori privati possono gestire i propri soldi in borsa. Robinhood è nata negli Stati Uniti nel 2013 con l’obiettivo di rendere accessibile la borsa anche a chi non ha un broker tradizionale, e conta oggi oltre 25 milioni di utenti. La funzione si chiama Agentic Trading ed è ancora in fase beta: permette agli utenti di collegare alla propria piattaforma un agente AI di terze parti, cioè un programma dotato di intelligenza artificiale capace di agire in autonomia, prendere decisioni e portarle a termine.

L’agente può analizzare report di analisti, valutare come è distribuito il portafoglio e, soprattutto, comprare e vendere azioni senza che l’utente debba cliccare nulla. Il collegamento avviene tramite uno standard tecnico chiamato MCP (Model Context Protocol), che funziona come un protocollo comune per far comunicare applicazioni AI esterne con piattaforme di terzi. Le operazioni dell’agente avvengono su un conto separato da quello principale e ogni transazione genera una notifica sul telefono del titolare, che può interrompere l’agente in qualsiasi momento. Robinhood aveva già lanciato a marzo 2025 il proprio assistente interno Cortex, pensato per gestire investimenti tramite istruzioni in linguaggio naturale; con l’Agentic Trading decide invece di aprire la piattaforma a strumenti AI sviluppati da altri.

Un fenomeno già globale

Robinhood non è la prima a muoversi in questa direzione, e guardare al contesto internazionale serve a capire le dimensioni del fenomeno. In Asia, la fintech di Hong Kong Futu Holdings ha integrato il proprio assistente “Skills” con modelli linguistici di grandi dimensioni come DeepSeek: gli utenti possono collegarsi anche ad altri sistemi AI, tra cui Claude e Cursor, e impartire istruzioni di trading in linguaggio naturale, come se stessero parlando con un consulente. Tiger Brokers, piattaforma di brokeraggio attiva a Hong Kong e Singapore, ha registrato un aumento del 500% delle interazioni con il proprio assistente TigerAI nel giro di un anno dal lancio a marzo 2025. Basta un’occhiata a questi numeri per capire quanto velocemente stia crescendo la familiarità degli investitori retail con questi strumenti.
In Europa il processo è più cauto, ma comunque ben avviato: le banche britanniche NatWest, Lloyds e Starling stanno conducendo sperimentazioni in stretto coordinamento con la FCA (Financial Conduct Authority, l’autorità di vigilanza finanziaria del Regno Unito), che ha già predisposto una sandbox regolamentare, cioè un ambiente controllato in cui le aziende possono testare prodotti innovativi prima di immetterli sul mercato.

La società di ricerca Gartner stima che il 40% delle società di servizi finanziari utilizzerà agenti AI entro la fine del 2026. Ad aprile, il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato un paper specifico sull’argomento, rilevando che gli agenti AI sono già in grado di gestire la liquidità di un conto, ottimizzare le conversioni valutarie e prioritizzare i pagamenti in tempo reale, in alcuni casi senza necessità di addestramento specializzato. Tutto questo riguarda anche i risparmiatori italiani: chi vuole orientarsi tra i prodotti bancari disponibili oggi può confrontare le offerte di conti correnti su SOSTariffe.it, dove è possibile valutare costi di gestione, tassi e condizioni dei principali istituti in pochi minuti.

I rischi: comportamenti gregari e responsabilità

Con la diffusione rapida di questi strumenti, i problemi concreti su cui regolatori e analisti si interrogano sono già visibili. Il più discusso è quello che gli esperti chiamano “herding behavior”, ovvero il comportamento gregario: se molti agenti AI addestrati su modelli simili prendono le stesse decisioni in simultanea, i mercati possono amplificare le oscillazioni in modo incontrollato. Alcuni analisti hanno paragonato questo meccanismo alla corsa agli sportelli che nel 2023 affossò la Silicon Valley Bank: quando tutti i correntisti decisero di ritirare i propri depositi nello stesso momento, la banca collassò nel giro di poche ore. Con gli agenti AI, lo stesso effetto potrebbe verificarsi su scala molto più ampia e molto più veloce.

Sul fronte della sicurezza, i dati già disponibili sono tutt’altro che rassicuranti: nel corso del 2025, circa un terzo di tutti gli episodi legati all’AI nei servizi finanziari ha riguardato frodi e attività fraudolente che sfruttavano strumenti di intelligenza artificiale. La SEC americana (Securities and Exchange Commission, l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari degli Stati Uniti) ha inserito nelle sue priorità di controllo per il 2026 uno scrutinio specifico sull’impatto degli strumenti di trading automatizzato sugli investitori retail, con attenzione particolare alle categorie meno esperte. Sul piano legale, lo studio internazionale Debevoise & Plimpton ha evidenziato che l’uso di agenti AI privi di adeguata supervisione umana espone broker e consulenti finanziari a rischi regolatori rilevanti; e che, in ogni caso, la responsabilità delle operazioni eseguite dall’agente ricade sull’utente finale, non sulla piattaforma.

Il cantiere aperto di governance e regolazione

I quadri normativi esistenti sono stati costruiti per un mondo in cui le decisioni finanziarie le prendono gli esseri umani, e adattarli agli agenti AI richiede un lavoro che è appena cominciato. La FCA britannica ha dichiarato esplicitamente che gli agenti AI introducono rischi nuovi, legati soprattutto alla velocità con cui operano e alla capacità di interagire con altri agenti in modo del tutto autonomo; per questo ha predisposto un regime di responsabilità che riconduce in capo ai dirigenti delle istituzioni finanziarie l’obbligo di rispondere degli errori commessi dai sistemi AI che hanno scelto di adottare. Negli Stati Uniti, la SEC ha inserito il tema nelle priorità di vigilanza per il 2026, con un’attenzione specifica agli investitori individuali meno esperti.

Il nodo più delicato riguarda proprio questi ultimi. Configurare correttamente un agente AI, definirne i limiti operativi e monitorarne il comportamento nel tempo richiede competenze tecniche che la maggior parte degli utenti retail non possiede. Il già citato studio Debevoise & Plimpton ha sottolineato che, nell’attuale quadro regolatorio americano, la responsabilità delle operazioni eseguite da un agente ricade sull’utente che lo ha autorizzato. La stessa Gartner che stima una penetrazione del 40% degli agenti AI nei servizi finanziari entro fine 2026 prevede anche che oltre il 40% dei progetti in questo ambito verrà abbandonato entro il 2027, per costi superiori alle attese e difficoltà nel misurare il valore prodotto. SEC, FCA e le authority europee stanno lavorando a framework di accountability dedicati, ma nessuno ha ancora definito regole vincolanti per il trading delegato agli agenti AI.

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TLC, Zorzoni (AIIP): “Basta assistenzialismo regolatorio. Il rilancio passa da concorrenza, Cloud e reti vere”

Una parte dell’industria italiana delle telecomunicazioni continua a fare i conti con investimenti difficili, reti da completare, PNRR agli sgoccioli, nuove regole europee e un mercato che rischia di essere raccontato sempre dalla stessa prospettiva: quella dei grandi operatori.

Ne abbiamo parlato con Giovanni Zorzoni, vicepresidente AIIP, per fare il punto su Piano Italia 1 Giga, Fondo Nazionale Connettività, 5G standalone, Digital Networks Act, Cloud, concorrenza e ruolo degli operatori territoriali.

Key4biz. I fondi del PNRR sono agli sgoccioli. Come è andata dal suo punto di vista con Italia 1 Giga e Piano Italia 5G?

Giovanni Zorzoni. L’esito era largamente prevedibile e, purtroppo, su questo siamo stati facili profeti. Il tempo a disposizione era pochissimo, gli obiettivi molto ambiziosi e, in queste condizioni, l’unico soggetto con un vantaggio operativo reale era la società dell’ex rete TIM, oggi FiberCop. Non per superiorità metafisica, ma per una ragione molto concreta: dispone della rete storica di infrastrutture fisiche già presenti sul territorio, compresa una rete capillare di pali in legno o vetroresina nelle aree periferiche, cioè proprio quelle più difficili da coprire.

Key4biz. Perché la rete di pali è così importante?

Giovanni Zorzoni. Il tema dei pali è centrale e troppo spesso viene trattato come un dettaglio tecnico. Non lo è affatto. Portare fibra in case sparse, frazioni, strade secondarie e civici lontani, potendo appendere i cavi su infrastrutture già esistenti, cambia completamente l’economia dell’intervento. Scavare costa, richiede permessi, cantieri, ripristini e coordinamento con gli enti locali. Usare una palificata già esistente costa molto meno e consente tempi più rapidi.

Key4biz. Cambia qualcosa in termini di copertura?

Giovanni Zorzoni. Sì perché questo non significa che la rete aerea sia la soluzione migliore: una rete scavata bene, ordinata e manutenibile è in generale superiore a una rete costruita inseguendo una scadenza. Ma se si impongono tempi quasi impossibili da rispettare, si finisce per premiare chi può riutilizzare infrastrutture storiche e già ammortizzate, non necessariamente chi avrebbe progettato la rete migliore per i prossimi vent’anni. La lezione è semplice: la spesa pubblica deve generare infrastrutture robuste, non soltanto rendicontazioni ordinate.

Key4biz. Avete criticato il bando con i 733 milioni di euro del Fondo Nazionale Connettività per la copertura dei civici rimanenti rimasti fuori da Italia 1 Giga dopo la rinuncia di Open Fiber. Perché?

Giovanni Zorzoni. Perché era formalmente aperto, ma sostanzialmente accessibile solo a chi aveva già un’infrastruttura nazionale capillare. Il risultato non ha sorpreso nessuno: FiberCop è stata l’unico operatore su tutti i lotti. Quando una gara pubblica produce un solo concorrente reale, il problema non è il mercato, ma come è stata costruita la gara.

Key4biz. In che senso?

Giovanni Zorzoni. Il vantaggio decisivo è sempre lo stesso: le infrastrutture storiche dell’ex monopolista. FiberCop usa i suoi pali. Gli altri, per competere, devono scavare ex novo o affittare quelle infrastrutture dal concorrente. Uno parte con la strada pronta, gli altri devono chiedere il permesso di costruirla, pagando il pedaggio. Non è così che si costruisce un mercato plurale.

Key4biz. È necessario un decreto Telecomunicazioni, come richiesto dall’industria?

Giovanni Zorzoni. Dipende da cosa si intende. Se “decreto Telecomunicazioni” significa l’ennesimo pacchetto di vantaggi selettivi per pochi grandi operatori, la risposta è no. Sconti, proroghe, frequenze gratuite, regole più comode e interventi presentati come politica industriale ma pensati per alleggerire singoli bilanci:  sono misure che possono mascherare alcuni problemi nel breve termine, a costo di aggravarli già nel medio. Non rafforzano la competitività, ma distorcono il mercato e sussidiano inefficienze.

Key4biz. Cosa serve invece per l’AIIP?

Giovanni Zorzoni. Altra cosa sono gli strumenti che stimolano davvero la domanda e producono benefici per tutto il comparto. Da tempo attendiamo voucher cloud e cybersecurity, che aiuterebbero le imprese italiane, soprattutto PMI, a svecchiare infrastrutture ICT, sicurezza, gestione dei dati e servizi digitali. Quella è domanda buona: crea mercato, fa crescere competenze, rafforza il tessuto produttivo.

Lo stesso vale per i voucher destinati agli allacci delle famiglie, in particolare quelli onerosi. In molti casi il problema non è la mancanza astratta di tecnologia, ma il costo concreto dell’ultimo tratto. Se poi questo strumento accelera il passaggio dal rame alla fibra, dovrebbe essere una buona notizia, non un disturbo da gestire con prudenza.

C’è poi un settore molto importante per il digitale, l’agricoltura italiana. Masserie, aziende agricole, filiere rurali: lì servono connettività reale, cloud, sensoristica, controllo remoto, sicurezza, gestione affidabile e sicura dei processi già automatizzata. Un euro pubblico messo lì genera valore, molto più che quello destinato a ennesimi interventi “ad hoc” che beneficiano pochi grandi.

Key4biz. Il 5G standalone è indietro in Italia. Come incentivarlo? La richiesta delle telco di un’allocazione non onerosa dello spettro in cambio di impegni di investimento è una soluzione adeguata per accelerare la copertura?

Giovanni Zorzoni. No. Il 5G standalone non si incentiva regalando spettro. È la solita scorciatoia: si prende un bene pubblico scarso, le frequenze, e lo si trasforma in sostegno indiretto ai bilanci degli operatori mobili. Dietro obiettivi nobili quanto generici – innovazione, competitività e transizione digitale – si rischia di invalidare, a vantaggio ancora di pochi grandi attori, consolidati principi di corretta gestione del patrimonio pubblico.

Il 5G standalone è indietro per un motivo semplice: gli operatori radiomobili non hanno voluto investirvi. I casi d’uso sono stati raccontati con troppa enfasi, ma la realtà è che il 5G è stato sovrastimato e oltremodo spinto, anche finanziariamente, dall’UE, con risultati gravemente insoddisfacenti. Prima doveva cambiare tutto, poi è arrivato il standalone, domani sarà il 6G. Intanto il mercato mobile, dopo la telefonia, ha prodotto solo Internet mobile. Utile, ma non è la rivoluzione permanente raccontata nei convegni.

Key4biz. Cosa bisognerebbe fare allora per incentivare il 5G?

Giovanni Zorzoni. Se lo Stato vuole davvero incentivare il 5G, deve permettere a più soggetti di usarlo, non solo agli operatori radiomobili. Parlo del 5G privato su bande gratuite all’interno di sedime privato, come già si fa in Germania. Solo così vedremmo un proliferare di usi reali nei distretti produttivi, nei porti, nella logistica, in agricoltura, nella sanità. Non regalando spettro a chi ha già dimostrato di non saperlo sfruttare.

Quanto agli impegni di investimento in cambio di frequenze non onerose: le promesse costano poco. Se si discutono rinnovi o proroghe, servono obblighi misurabili, verificabili, territorialmente puntuali, con penali vere e decadenza dei diritti in caso di mancato rispetto. Altrimenti non è politica industriale, è credito regolatorio senza garanzie: solo una totale regolamentazione di un pieno servizio bistream wholesale sul 5G potrebbe avere come contropartita equilibrata uno sconto sui rinnovi delle frequenze.


Key4biz. Il Digital Networks Act è in discussione a Bruxelles: quali sono le principali criticità dal punto di vista di AIIP?

Giovanni Zorzoni. La prima è il cambio di filosofia: DNA non è una manutenzione tecnica, è un tentativo di spostare poteri dalle autorità nazionali alla Commissione Europea, un organo non eletto e non sfiduciabile. Si passa da un modello in cui AGCOM analizza i mercati e definisce rimedi, a uno più accentrato, rigido, insensibile alle differenze tra Paesi e territori.

Per noi è un punto enorme. Le reti non sono tutte uguali. L’Italia non è la Germania, la Lombardia non è la Calabria, un operatore territoriale non è un ex monopolista. Governare tutto da Bruxelles con un modello uniforme significa scrivere regole eleganti sulla carta e dannose nella pratica.

Key4biz. Qual è la seconda criticità?

Giovanni Zorzoni. La seconda criticità è il consolidamento: per decenni l’Europa ha messo al centro la concorrenza. Nel DNA emergono parole ambigue: competitività europea, campioni continentali, semplificazione. Tradotto: meno operatori, più grandi, più vicini al potere politico e finanziario. Una prospettiva che ci preoccupa.

Poi ci sono spettro, switch-off del rame, net neutrality. Le frequenze non sono rendite a vita da prorogare. Il rame va spento, ma con tempi realistici, non date calate dirigisticamente da Bruxelles, e compatibilmente con le capacità di assorbimento del sistema paese, del delivery e della realizzazione degli impianti nell’unità di tempo. La sicurezza delle catene di fornitura deve essere pura cybersecurity, non geopolitica contro l’interesse degli Stati Membri: i rapporti internazionali, e ancor più la sicurezza nazionale, sono riconosciuti dagli stessi trattati come ambiti di competenza primaria degli Stati membri! E la neutralità della rete va difesa, senza reintrodurre il “fair share” che è solo una tassa sulle piattaforme per ripianare i bilanci degli ex monopolisti, ma pretendendo che finalmente il GDPR non sia rispettato solo dalle aziende Europee.

Key4biz. Il mercato fisso rischia di restare bloccato tra rame, prezzi wholesale e migrazione alla fibra?

Giovanni Zorzoni. Il mercato non rischia di restare fermo, anzi. La direzione di questo movimento, tuttavia, dipenderà dal senso che daremo a obiettivi in realtà tutt’altro che univoci.

Da sempre, per noi “fibra ottica” significa “vera” fibra ottica, fino a dentro casa, ma altri soggetti vi ricomprendevano invece reti in misto rame. Analogamente, lo “switch-off” per noi significa passaggio alla fibra ottica, ma già abbiamo sentito letture del termine più ambigue, funzionali a far rimanere i clienti sul rame, riducendo i costi, dismettendo solo i POP, le centrali, con un enfatico -65% come si apprende dal memo Fibercop “NetBook”.

Key4biz. Cosa pensate della nuova politica di prezzo di FiberCop per l’accesso alla rete?

Giovanni Zorzoni. E’ un’altra novità dirompente, non soltanto per gli operatori al dettaglio, ma per le imprese e le famiglie italiane. Con i nuovi listini FiberCop, oggetto della Comunicazione AGCOM del 23 aprile 2026 e relativo “avvio della verifica delle proposte di FiberCop per i servizi wholesale dei Mercati 1B e 2B”, ai sensi della delibera 58/26/CONS. Dopo la qualifica di FiberCop come operatore wholesale-only – qualifica che per AIIP è erronea – vediamo proposte di aumento su servizi essenziali: componenti passive, costi di cessazione, kit, colocazione, servizi accessori. Non è una questione marginale. Sono i costi su cui gli operatori costruiscono offerte retail, investimenti e migrazioni dei clienti verso la fibra.

Key4biz. Per FiberCop si tratta della logica conseguenza del passaggio al nuovo status di operatore wholesale only, con l’adeguamento graduale dei prezzi alla media europea.

Giovanni Zorzoni. Il rischio è che il passaggio da prezzi orientati al costo a prezzi “equi e ragionevoli” diventi una deregulation di fatto. Per noi “equo e ragionevole” significa ancora dimostrabile, trasparente, coerente con i costi sottostanti. Ci sono costi di disattivazione (!) che sono aumentati dell’440% sulla vecchia rete in rame… parliamo di 50€ di disattivazione per eseguire uno shutdown di una porta su un cabinet stradale con un prezzo precedente di 10€ già esoso? Se il servizio diventa talmente caro da impedire l’uscita di un contratto o rispettare i costi del contratto già in essere con il cliente finale la libertà di scelta degli operatori diventa solo teorica. Questo si chiama lock-in economico. Punto.

Se le cosiddette fibre primarie diventano più costose perché le centrali vengono accorpate e le tratte si allungano, non siamo davanti a una maggiore prestazione richiesta dagli operatori. Siamo davanti a una scelta di rete di FiberCop scaricata sul mercato. Sono profili fortemente tecnici che difficilmente arrivano nel dibattito pubblico, ma se AGCOM non interverrà in modo deciso, a fine anno si scaricheranno sugli italiani aumenti finora impensabili nelle telecomunicazioni.

A questo si aggiunge il tema CUP (Canone Unico Patrimoniale), che profila rischi esistenziali per moltissimi operatori territoriali: alcune interpretazioni rischiano di produrre richieste sproporzionate verso aziende che non controllano grandi infrastrutture fisiche, ma rivendono o integrano servizi di accesso di terzi. Si stanno producendo esiti manifestamente irragionevoli, e e sono quasi esauriti i margini temporali per un intervento legislativo che riconduca il CUP nei parametri della proporzionalità e della non distorsività. Confidiamo che il Governo possa intervenire con un emendamento entro l’inizio di settembre, prima che si producano conseguenze occupazionali irreparabili.

Insomma, il mercato non è fermo, siamo anzi in una fase di transizione, in cui si prospettano però direzioni non necessariamente positive per il sistema paese.

Key4biz. Nel memo “NetBook” di FiberCop c’è un dato che secondo voi merita particolare attenzione?

Giovanni Zorzoni. Sì, il dato più interessante è quello sul traffico medio per linea attiva. Va letto bene, perché FiberCop precisa che si tratta delle linee che terminano sui propri apparati, escludendo quindi quelle servite da infrastrutture di altri operatori. Non è il traffico complessivo di una regione, ma il traffico che resta dentro il perimetro tecnico di FiberCop. Ed è proprio qui che il dato diventa interessante (tra l’altro questo memo fa capire perché il CUP lo devono pagare gli operatori infrastrutturali e non gli operatori retail: dimostra chi “accende i cavi”, e non ne è solo proprietario).

In diverse regioni del Nord, cioè nelle aree economicamente più forti del Paese, il traffico medio per linea risulta inferiore alla media nazionale: Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Liguria e Valle d’Aosta sono sotto il dato medio italiano. La Lombardia, che è il motore economico dello Stivale, è appena sopra. Al contrario, alcune regioni del Centro-Sud e delle isole, come Lazio, Campania, Calabria e Sicilia, risultano sopra media.

La lettura industriale, a mio avviso, è abbastanza chiara. Dove esiste più concorrenza infrastrutturale, quindi reti territoriali realizzate da operatori di AIIP, oltre a Open Fiber e Fastweb, una parte della clientela più evoluta e più esigente potrebbe essere uscita dal perimetro FiberCop. Dove invece la concorrenza infrastrutturale è più debole, o dove storicamente la rete dell’ex monopolista è rimasta dominante anche grazie a importanti piani pubblici sulla FTTC, il traffico continua a concentrarsi maggiormente su quella rete.

Non è una prova contabile di perdita di clientela, per quello servono altri indicatori: ricavi, abbandoni, ARPU, nuove attivazioni. Ma è un segnale industriale da non sottovalutare. Se nelle aree più ricche e più competitive il traffico medio sulle linee FiberCop non cresce in modo proporzionale, la domanda è inevitabile: FiberCop sta trattenendo davvero la clientela più avanzata, o sta soprattutto conservando quella ancora legata alla sua infrastruttura storica?

Key4biz. TIM e Fastweb + Vodafone hanno avviato un percorso di RAN sharing sul mobile. Che ne pensate?

Giovanni Zorzoni. Dipende dalle condizioni. La condivisione di infrastrutture mobili può avere senso nelle aree meno dense: riduce duplicazioni, accelera coperture, permette di usare meglio energia, siti e apparati. Nessuno qui vuole la religione dello spreco, con tre tralicci accanto soltanto per dimostrare che il mercato esiste. Ma il punto è un altro: quando la condivisione riguarda soggetti molto rilevanti e porzioni importanti del mercato, non può essere trattata come una semplice ottimizzazione tecnica.

Se due grandi blocchi industriali condividono porzioni significative della rete di accesso radio, allora bisogna parlare seriamente di vero wholesale mobile, non quello che abbiamo visto sinora: offerte commerciali complicate, fragili, negoziate caso per caso, che rendono la vita difficile agli operatori mobili virtuali e agli operatori territoriali. Parliamo del bistream dati su rete mobile: rinnovi di frequenze a prezzi calmierati e/o accordi di RAN sharing devono avere come imposizione il vero wholesale bistream dati della rete mobile e non certo su “slicing” a bassa velocità, bensì sulla stessa slice che i grandi operatori mettono i propri clienti.

Altrimenti il rischio è sempre lo stesso: si chiama efficienza ciò che nella pratica diventa consolidamento. Si dice che si vogliono ridurre costi per investire, poi però il mercato a valle resta chiuso o semi-chiuso. AIIP non è contraria alla cooperazione infrastrutturale quando serve. È contraria alle cooperazioni chiuse che privatizzano il controllo del mercato. Se la rete mobile diventa più condivisa, l’accesso deve diventare più aperto. Le due cose devono stare insieme, altrimenti manca metà del ragionamento.

Key4biz. Il tema dei vendor cinesi e della cybersecurity è diventato centrale. Qual è la posizione di AIIP?

Giovanni Zorzoni. La sicurezza è una cosa seria e non va trasformata, come si sta facendo da anni, in propaganda. La cybersecurity deve basarsi su criteri tecnici, oggettivi, verificabili: codice, processi, vulnerabilità, aggiornamenti, gestione delle chiavi, audit, supply chain, risposta agli incidenti. In AIIP sappiamo di cosa parliamo, perché molti di noi nel weekend fanno glitching su CPU di sistemi embedded, invece di andare a farsi una passeggiata. Se invece il criterio principale diventa la provenienza geografica del fornitore, allora siamo in un altro campo: geopolitica e sicurezza nazionale.

Sono temi legittimi, ma vanno chiamati con il loro nome, e sono temi che non possono essere accentrati nella Commissione Europea, dovendosi rispettare il principio di attribuzione sancito dai Trattati. Uno Stato membro potrebbe decidere, per ragioni geopolitiche, che certi fornitori devono essere esclusi o limitati, assumendosene la responsabilità di fronte ai propri cittadini, ma l’Unione Europea non può arrogarsi questo potere, che non le compete. Non si può scaricare tutto sugli operatori, magari piccoli e medi, che hanno comprato apparati legittimamente, li hanno installati, li gestiscono, e poi si trovano davanti a obblighi di sostituzione costosi e spesso poco proporzionati.

Inoltre la filiera tecnologica globale è molto più intrecciata di quanto piaccia raccontare. Un apparato può essere assemblato in Cina, contenere componenti americane, software europeo, chip asiatici e pezzi di supply chain sparsi in mezzo mondo. Fare finta che la sicurezza si risolva con una bandierina sul passaporto del vendor costituisce una drammatica semplificazione. La Cina è la fabbrica del mondo e non è un caso che governo americano, imprenditoria della filiera del complesso militare-tecnologico e il massimo esponente della finanza americana siano andati di persona dal presidente cinese. Noi dovremmo chiudere con l’oriente quando il paese che si suppone più industrializzato va a chiedere aiuto alla Cina? C’è un cortocircuito in termini.

AIIP chiede un approccio oggettivo e responsabile: sicurezza tecnica vera, criteri trasparenti, proporzionalità, tempi sostenibili e, quando la scelta è geopolitica, copertura pubblica dei costi. Altrimenti si usa la cybersecurity come etichetta elegante per fare politica industriale a spese degli operatori.

Key4biz. Che ruolo possono avere gli operatori territoriali e indipendenti nel futuro delle Tlc italiane?

Giovanni Zorzoni. Un ruolo da assoluti protagonisti. E non lo dico per orgoglio associativo, ma perché i numeri raccontano una storia molto più chiara di tante presentazioni patinate.

In un mercato delle telecomunicazioni che da anni fatica a trovare una traiettoria credibile, gli operatori indipendenti rappresentati da AIIP sono una delle poche componenti industriali che continua a crescere, investire, assumere e innovare. Parliamo di circa settanta imprese, attive su tutto il territorio nazionale, con un fatturato aggregato di circa 1,7 miliardi di euro: più del dieci per cento del mercato italiano di riferimento. Non è una nicchia, non è folklore territoriale, non è il “piccolo operatore” da trattare con paternalismo. È un pezzo fondamentale dell’industria digitale italiana.

Gli associati AIIP sono imprese che costruiscono fibra, gestiscono reti, realizzano data center, offrono servizi cloud, cybersecurity, connettività business, soluzioni per pubbliche amministrazioni, distretti industriali, aree artigianali, territori turistici e case sparse. Sono aziende che hanno portato Internet dove i grandi operatori non arrivavano o arrivavano soltanto quando c’erano soldi pubblici, obblighi regolatori o convenienza immediata. Noi abbiamo fatto quello che in Italia viene sempre invocato e quasi mai premiato: investimenti privati, competenze tecniche, presidio del territorio, rischio d’impresa e infrastrutture vere.

Per questo credo che gli operatori AIIP siano oggi il vero Made in Italy digitale. Non perché usiamo una bella etichetta da convegno, ma perché siamo italiani nella proprietà, nelle competenze, negli investimenti, nel personale, nei territori serviti e nella responsabilità verso i clienti. Nel momento in cui tutti parlano di sovranità digitale, cloud nazionale, sicurezza delle infrastrutture e riduzione delle dipendenze da piattaforme extraeuropee, bisognerebbe avere il coraggio di guardare dove queste cose esistono già: nelle imprese indipendenti che da trent’anni fanno rete, fibra, cloud e servizi digitali senza aspettare che qualcuno disegni per loro un grande piano salvifico.

A Bruxelles, purtroppo, si continua spesso a misurare il valore industriale in base alla dimensione del logo, alla presenza di una rete mobile o alla capacità di sedersi ai tavoli giusti. È un errore enorme. Il futuro delle Tlc italiane non sarà salvato da un campione unico, né da tre super-operatori continentali costruiti a tavolino, ma da una pluralità di reti, imprese e competenze capaci di competere, innovare e stare vicino ai clienti. La qualità non nasce dalla concentrazione; nasce dalla concorrenza vera, dalla responsabilità diretta e dalla capacità di rispondere ai territori.

La regolazione europea sembra ancora innamorata dell’economia di scala, ma continua a sottovalutare l’economia di densità, di prossimità e di specializzazione. Gli operatori indipendenti conoscono i territori, conoscono le imprese, sanno dove passa una dorsale, dove serve un collegamento ridondato, dove un distretto produttivo non può permettersi mezza giornata di fermo, dove un data center deve essere raggiungibile con fibra vera e non con promesse in formato PowerPoint, quella grande invenzione umana per trasformare il nulla in slide.

Quindi il nostro ruolo non è difensivo. Non chiediamo di essere protetti perché piccoli. Chiediamo che venga riconosciuto ciò che siamo già: una componente industriale solida, in crescita, italiana, indipendente e strategica. Se l’Italia vuole davvero avere un futuro digitale autonomo, competitivo e meno dipendente da soggetti esteri, deve partire da chi quel futuro lo sta già costruendo. E gli associati AIIP lo stanno facendo da anni, metro dopo metro di fibra, cliente dopo cliente, data center dopo data center.

Con questa intervista Key4Biz vuole continuare il dibattito sul rilancio delle Telecomunicazioni in Italia e in Europa, per cui benvengano altri contributi di autorevoli esperti e stakeholder.

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5G, Germania e Spagna contro il bando Ue a Huawei e ZTE (Pechino potrebbe vendicarsi sull’AI)

Germania e Spagna si sono messi alla guida dell’opposizione nei confronti del piano della Commissione Ue di mettere al bando Huawei e ZTE, i fornitori cinesi di attrezzature di reti 5G considerati ad alto rischio cybersecurity. Lo scrive Bloomberg, aggiungendo che le autorità dei due paesi vogliono mantenere a livello nazionale il controllo delle reti. Madrid e Berlino dietro le quinte avrebbero espresso preoccupazioni sul fatto che il bando di tecnologie cinesi di Huawei e altri fornitori (ZTE) potrebbe portare al rischio di una rappresaglia da parte di Pechino.

I due paesi hanno inoltre messo in guardia sul fatto che il bando rischia di rendere più cari i piani europei per la realizzazione di un’infrastruttura di Intelligenza Artificiale.   

Il piano Ue contro fornitori extra-ue ad alto rischio per le reti 5G

La Commissione Ue ha etichettato Huawei e ZTE come “fornitori ad alto rischio” per le reti di telecomunicazioni, e Bruxelles ha chiesto agli Stati membri di escludere le due aziende dalle infrastrutture di connettività.

C’è da dire che le decisioni sulle infrastrutture vengono prese a livello di governi nazionali, ma la Commissione Ue sta spingendo per un controllo più rigoroso attraverso una revisione della sua legge sulla cybersecurity.

Le modifiche amplierebbero le valutazioni di cybersicurezza per includere i rischi di influenza di Stati esteri e di dipendenza da fornitori specifici, e renderebbero le raccomandazioni della Commissione giuridicamente vincolanti in tutta l’UE. I governi europei si trovano nel mezzo di una lotta di potere tra Stati Uniti e Cina, in bilico tra i vantaggi degli scambi commerciali con la nazione asiatica e la necessità di esaminare attentamente le fonti estere di infrastrutture critiche.

Il cancelliere Merz si sta riavvicinando a Pechino

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che in passato si era mostrato critico nei confronti di un’eccessiva dipendenza dalla Cina, ha detto quest’anno che cambierà registro spingendo per rafforzare i legami sino-tedeschi.

L’UE sta anche pianificando di proporre la revoca temporanea delle sanzioni contro un fornitore cinese di chip per rafforzare la catena di approvvigionamento del settore automobilistico.

Da anni, legislatori ed esperti di sicurezza in Europa e negli Stati Uniti esprimono preoccupazione per la possibilità che le aziende cinesi possano inserire backdoor nelle loro apparecchiature, consentendo l’accesso non autorizzato ai dati personali dei cittadini europei. Sia Huawei che ZTE hanno negato tali affermazioni e non ci sono mai state prove concrete in questo senso.

Angela Merkel e Deutsche Telekom aperti con fornitori cinesi

In passato, Angela Merkel aveva avuto un atteggiamento aperturista nei confronti delle aziende tecnologiche cinesi, in particolare con i fornitori di attrezzature di rete 5G.  Lo stesso vale per Deutsche Telekom.

Secondo Huawei la proposta di escludere i fornitori cinesi in base al loro paese di origine “viola i principi giuridici fondamentali di equità dell’UE”.

La Commissione ha stimato che le compagnie di telefonia mobile dovranno spendere dai 3,4 ai 4,3 miliardi di euro in tre anni per sostituire la tecnologia e toglierla dalle reti dove si trova attualmente montata.

Berlino e Madrid al lavoro

Un portavoce del Ministero dell’Interno tedesco ha detto che le discussioni sulla legge sulla sicurezza informatica sono in corso, aggiungendo che le consultazioni tra i ministeri sono iniziate questa settimana.

Un rappresentante della Spagna ha detto che il Paese sostiene la revisione della legge e “ritiene che gli Stati membri debbano continuare ad avere un’adeguata partecipazione al processo decisionale in merito alla presenza di determinati rischi strutturali in un Paese, un fornitore o un prodotto”.

Anche la Spagna è diventata negli ultimi anni una sostenitrice più attiva degli interessi cinesi nell’UE. Il Primo Ministro Pedro Sánchez si è recato a Pechino quattro volte in altrettanti anni per corteggiare gli investimenti cinesi in settori come i veicoli elettrici e le energie rinnovabili.

Anche la Germania si è unita a questo sforzo, nonostante i disaccordi all’interno della coalizione di governo e tra i diversi ministeri coinvolti nel processo, secondo quanto riferito da alcune fonti.

Mentre parte del governo concorda generalmente sulla necessità di ridurre la dipendenza dalla Cina, altri hanno definito l’idea una bomba politica, hanno aggiunto le fonti.

Il governo tedesco ha concordato nel 2024 di rimuovere i componenti Huawei e ZTE dalla rete mobile 5G principale entro la fine di quest’anno per motivi di sicurezza nazionale.

Mercoledì, il Ministro dell’Economia tedesco Katherina Reiche ha affermato che l’UE dovrebbe garantire che qualsiasi misura applicata al commercio con la Cina non danneggi le esportazioni del blocco verso il Paese.

“In quanto nazione esportatrice, abbiamo due interessi”, ha dichiarato Reiche ai giornalisti durante una visita a Pechino. “Dobbiamo contrastare la concorrenza sleale, ad esempio nel settore dell’acciaio e delle ferroleghe, con misure adeguate, garantendo al contempo che le nostre aziende possano continuare a esportare”.

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Piccoli Comuni e Borghi finalmente connessi grazie alla fibra FTTH, i Sindaci: “Non siamo più lumache. E con smart working, PA digitale e turismo meno spopolamento”

Rubrica settimanale su come la fibra ottica fino a casa abilita i nuovi servizi digitali: FTTH tutto quello che c’è da sapere. Per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca qui.

I vantaggi dell’FTTH (la fibra ottica fino a casa) per i piccoli Comuni nelle cosiddette “aree bianche”, con particolare attenzione al ruolo dell’infrastruttura tecnologica in fibra al 100% che va al di là della mera funzione di connettività. È il tema di questa carrellata di voci di Sindaci smart, che abbiamo sentito per capire che cos’è cambiato nel loro territorio dall’avvento della fibra FTTH, nella seconda puntata della nostra rubrica FTTH per l’Italia Digitale, dopo il debutto dedicato ai vantaggi dell’FTTH dal punto di vista energetico.

Il nostro viaggio

Il nostro viaggio comincia a Roccabianca, in provincia di Parma, un Comune di 3mila abitanti. Un tempo chiamata Arzenoldo (o Arsinoldo o Rezinoldo), deve probabilmente il nome attuale al fatto di essere stata nel XV secolo residenza di Bianca Pellegrini, amata da Pier Maria II de’ Rossi, che vi fece costruire la rocca a lei dedicata; secondo un’altra interpretazione il nome deriverebbe invece dalla colorazione bianca della rocca, in origine completamente intonacata. 

Il sindaco di Roccabianca Alessandro Gattara (Pr)

L’FTTH accende la concorrenza

“Nel maggio del 2019, quando ho cominciato il mio primo mandato, avevamo soltanto l’Adsl”, racconta a Key4Biz il Sindaco Alessandro Gattara. “Nell’estate del 2020 ci è arrivato il progetto di Open Fiber per la posa della fibra FTTH nei centri abitati. Nell’autunno del 2020 comincia anche la posa di una fibra FTTC da parte di Tim, che poi nella primavera 2021 viene attivata”.

Fino ad allora, la fibra ottica arrivava soltanto in municipio e alla scuola media.

Incubo Adsl durante il Covid

Inizia da lì a poco la realizzazione della fibra FTTH di Open Fiber, dopo tutti i nulla osta necessari per la posa. La nuova rete è stata accesa lo scorso mese di dicembre 2025. “Da pochi mesi sono iniziate le prime attivazioni FTTH, per noi è una cosa freschissima”, aggiunge il sindaco, precisando che era molto attesa perché “con l’Adsl nel 2020 e tutti a casa, durante il periodo del Covid in smart working, è stata dura. Si faceva fatica a mandare le mail e le video chiamate erano a intermittenza visto l’intasamento completo della rete”. Da allora, il lavoro da casa è sempre più esteso e diffuso e quindi l’FTTH risolve il problema dello smart working superando il disagio di andare ancora con un Adsl, una tecnologia ormai quasi inservibile.

La gente si aspetta la connettività, come l’acqua

Certo, l’Appennino non si spopola se c’è l’FTTH, però “avere l’acquedotto, avere la fibra ottica FTTH, il 5G, avere una buona copertura cellulare (da noi è un po’ scarsa) sono servizi che le persone oggi si aspettano”, ha aggiunto il sindaco Gattara.

Per il resto, le case sparse sono coperte invece con l’FWA o con il satellite sulle orbite terrestre basse (LEO).

Servizi pubblici abilitati con la fibra

Grazie al PNRR per il digitale, il Comune di Roccabianca ha digitalizzato quasi tutto, a partire dalle Poste, le banche hanno tutte l’home banking, e la digitalizzazione avanza anche nella fascia di età più avanzata perché i servizi digitali sono sempre più necessari. “Se non avessimo cominciato nel 2020 con Open Fiber, oggi non saremmo arrivati a questo risultato perché è una vera e proprio percorso ad ostacoli l’ottenere tutti i permessi, la quantità di pareri necessari e nulla osta per i lavori di posa”, ha aggiunto il primo cittadino. Il Sindaco, infine, conosce bene anche l’attuale problema, ossia ora c’è la disponibilità nella fibra in paese, ma: “c’è un’inerzia da parte dei cittadini per il passaggio all’FTTH, nonostante il prezzo favorevole”.

Qui servirebbero strategie nazionali, regionali e provinciali per favorire il take-up, ossia l’attivazione effettiva in casa da parte delle famiglie della fibra ottica FTTH.

Marcello Catanzaro, Sindaco di Isnello (Pa)

La fibra FTTH nel Borgo di Isnello nel cuore delle Madonie (e dell’Osservatorio Astronomico)

Il nostro viaggio prosegue a Isnello, in provincia di Palermo, un piccolo Comune che si estende da 420 metri a 1600 metri sul livello del mare, che fa parte del Parco delle Madonie. Isnello confina con i Comuni di: Cefalù, Gratteri, Collesano, Scillato, Polizzi Generosa, Petralia Sottana, Castelbuono. Il corso d’acqua, denominato Isnello, che discende dalle Madonie, lambisce il paese a Nord, per incunearsi in un suggestivo stretto canyon formato tra l’altura del castello e la ripida parete della Montagna Grotta Grande. Il Borgo è conosciuto inoltre per l’Osservatorio Astronomico.

Fibra fondamentale per i servizi e il lavoro

“L’aver portato la fibra nelle aree interne, a Isnello e nelle Madonie, è un vantaggio molto importante per il territorio per vari motivi – ha detto a Key4Biz Marcello Catanzaro, Sindaco di Isnello – è chiaro che i collegamenti a Internet oggi sono fondamentali per la mera funzionalità dei servizi ma anche per il lavoro. Soprattutto per tutte le attività che consentono di svolgere un lavoro da remoto”.   

Smart working e co-working

Tutto questo ha consentito al Comune di Isnello di sentirsi alla pari rispetto a tanti altri Comuni d’Italia: infatti, ha potuto partecipare al bando del Ministero della Cultura per la riqualificazione dei borghi nelle aree interne, consentendo di fare alcuni investimenti. Tra cui “la ristrutturazione di un immobile in Piazza Mazzini dal quale si dirameranno sentieri, percorsi culturali nel quadro di un progetto denominato Itinera e sarà inoltre un centro di smart working e co-working”, ha continuato il Sindaco.  Anche la nuova scuola di Isnello è coperta in FTTH ed è possibile usare delle postazioni ad hoc per lo smart working.

Isnello punto di riferimento dei nomadi digitali

“Questo è importante perché, soprattutto dopo la pandemia, questo ci ha consentito di far lavorare tante persone da remoto nel proprio paese – ha detto il sindaco – ma anche di diventare un punto di riferimento per i cosiddetti nomadi digitali. Sono tanti coloro che preferiscono spostarsi e non avendo una sede fissa lavorano viaggiando”.

In sostanza, ci sono diverse persone che pur avendo un contratto di lavoro fuori dalla Sicilia, sono di Isnello e quindi lavorano nel loro Comune di nascita. Poi, ci sono diverse persone, magari professionisti (ingegneri, economisti, dipendenti di grandi aziende ecc) che scelgono di viaggiare e lavorare da remoto e decidono di sostare a e fare tappa a Isnello.

Il complesso astronomico di GAL Hassin

Il complesso di GAL Hassin, dove si trova l’Osservatorio di ricerca Astronomico di Isnello, si compone anche di diversi strumenti come un telescopio, che è stato collocato a Monte Mufara a 1800 metri, e che grazie a Open Fiber che ha portato la fibra con gli elicotteri è collegato con la rete super veloce, ottimizzando così il lavoro del centro astronomico”, ha spiegato, con grande orgoglio e soddisfazione, il Sindaco.

Il Telescopio a 1800 metri di altezza da realizzare, grazie all’FTTH, con l’ESA per individuare ed intercettare elementi pericolosi per la Terra

Il centro astronomico di Isnello è molto attivo e ha recentemente siglato un accordo di collaborazione con l’INAF (Istituto Nazionale di Astro Fisica) e sta portando avanti un progetto con l’ESA (Agenzia Spaziale Europea) per il collocamento di un altro telescopio sempre a Monte Mufara, si chiamerà Fly Eye per individuare ed intercettare elementi pericolosi per la Terra: dagli asteroidi ai rifiuti spaziali. “Si tratta di uno dei quattro telescopi mondiali di questo tipo, uno sarà collocato qui in Sicilia”, ci ha raccontato il primo cittadino.   

Davide Petruccione, sindaco di Castel Di Sasso (Ce)

L’FTTH nel Comune sparso di Castel di Sasso (Caserta), un’arma contro il calo demografico

La nuova tappa del nostro viaggio è a Castel di Sasso, in provincia di Caserta, un suggestivo “Comune sparso” di circa mille abitanti nel Medio Volturno, a circa 400 metri sul livello del mare sulle falde del monte Friento. Famoso per il suo borgo medievale arroccato, offre viste panoramiche sul Golfo di Napoli e rappresenta una destinazione ideale per il turismo lento, escursionismo e natura, a soli 18 chilometri da Caserta.

Comune ampio, ma la logistica è buona

“Il Comune di Castel di Sasso è molto ampio, con una copertura di 20 chilometri quadrati, è un’area interna, polmone verde del casertano, ma dal punto di vista logistico non è svantaggiato visto che si trova ad una quarantina di chilometri da Napoli”, ha raccontato a Key4Biz il sindaco Davide Petruccionevale a dire a una cinquantina di minuti dal centro di Napoli. Questo è un punto fondamentale su cui insistere, anche attraverso le possibilità che la fibra può offrire contro il calo demografico endemico degli ultimi decenni”.

Ambiente più friendly con la fibra

Spazi di co-working, una logistica non svantaggiata e risorse naturalistiche, paesaggistiche ed enogastronomiche di grande interesse sono un mix che rende attrattivo il territorio da punto di vista economico e turistico. “L’idea è di rendere il Comune attrattivo anche per chi vuole e può lavorare da remoto – aggiunge il sindaco Petruccione – Penso ai lavoratori da remoto, ma anche ai tanti concittadini e concittadine che, accrescendo la loro posizione lavorativa o studiando sono andati via, ma che grazie alla fibra potrebbero trovare qui un ambiente più accogliente e idoneo per lavorare al meglio, conciliando qualità della vita e soddisfazioni professionali”.

La fibra per promuovere il territorio

Tra l’altro il territorio ha una tassazione vantaggiosa, c’è un’area industriale e anche un CUP, il che rende il territorio attrattivo.

La copertura ha raggiunto peraltro un borgo del territorio che oggi è disabitato. “Si tratta di Borgo Vallata, che è uno dei 15 o 16 borghi che compongono il territorio e che è l’emblema dello spopolamento del territorio. La fibra è arrivata lì perché ci sono degli immobili di proprietà comunale che vengono oggi sfruttati per attività culturali, eventi di promozione del territorio”, ha proseguito il Sindaco, “in uno di questi immobili è stato attivato un info-point che segue il territorio. L’obiettivo è farne il punto di riferimento per le attività turistico culturali del territorio”.  

Alessandro Spaggiari, Sindaco di Soiano del Lago (Bs)

A Soiano del Lago, che dà sul lago di Garda: 16 chilometri di fibra per modernizzare la PA

Prossima tappa al Comune di Soiano del Lago, in provincia di Brescia, sul Lago di Garda. “La realizzazione della rete FTTH nel Comune di Soiano del Lago rappresenta un investimento strategico fondamentale per il futuro del territorio. Grazie alla posa di circa 16 chilometri di fibra ottica, oggi possiamo garantire connettività ultraveloce non soltanto agli edifici pubblici, come Municipio e Scuole, ma anche alle abitazioni private e alle attività produttive presenti nelle zone più decentrate del paese”, racconta il sindaco Alessandro Spaggiari, secondo cui per un piccolo Comune, la fibra ottica non significa soltanto internet più veloce: significa rendere la Pubblica Amministrazione più efficiente, moderna e vicina ai cittadini.

Digitalizzazione del PNRR valorizzata con l’FTTH

“Gli importanti finanziamenti PNRR ottenuti dal Comune per la digitalizzazione, dall’abilitazione al cloud ai servizi tramite SPID, CIE, App IO, pagoPA, ANPR e interoperabilità delle banche dati, possono oggi essere valorizzati pienamente proprio grazie a questa infrastruttura”, aggiunge Spaggiari.

Nella PA smaterializzazione delle pratiche e digital divide ridotto

“La connettività in fibra consentirà agli uffici comunali di accelerare la smaterializzazione delle pratiche, ridurre i tempi amministrativi, migliorare lo scambio documentale tra gli uffici, con gli enti sovracomunali e offrire servizi digitali sempre più accessibili e immediati per cittadini e imprese”, dice ancora il sindaco Spaggiari. “Allo stesso tempo, la fibra contribuisce a ridurre il divario digitale che spesso penalizza i piccoli Comuni e le aree bianche, creando nuove opportunità di sviluppo economico, smart working, innovazione e attrattività territoriale. È una condizione essenziale per costruire un Comune realmente smart, capace di offrire servizi moderni senza perdere la qualità della vita e il legame con il territorio che caratterizzano le nostre comunità locali. Possiamo dire che da oggi, a Soiano del Lago, il futuro è presente!”.

Antonio Rizzo, Sindaco di Viggianello (Pz)

A Viggianello 50 chilometri di fibra ultraveloce

Infine, il nostro viaggio si chiude nel borgo di Viggianello, in provincia di Potenza, dove sono stati posati 50 chilometri di fibra ottica ultraveloce. Nel cuore del Parco del Pollino, è stato realizzato un progetto ad alto impatto sostenibile con scavi ridotti al minimo e il riutilizzo di oltre l’80% delle infrastrutture esistenti. Un’opportunità di transizione digitale – con la trasformazione del centro lucano in un ‘Borgo Smart’ – della quale ha tratto beneficio, in primis, l’amministrazione comunale, come ha confermato il Sindaco Antonio Rizzo: “È stato un vero e proprio passaggio al mondo moderno che ha permesso di collegare un luogo molto periferico al resto del mondo. Qui da noi”, ha detto, “le strade sono complesse, ma quella per il digitale è diventata molto più semplice”.

Benefici per gli uffici comunali

Il primo cittadino ha messo in evidenza inoltre i benefici per gli uffici comunali “dove navigare a mille mega era un sogno” e quelli per i cittadini. “Il servizio ottimizzato è un beneficio soprattutto per la nostra comunità per quanto l’età media non sia bassissima, e lo abbiamo notato, per esempio, quando un anziano si reca all’ambulatorio e si può scaricare velocemente il fascicolo sanitario”. E le facilitazioni sono visibili anche dal punto di vista turistico: “Oggi non siamo più delle lumache”, ha concluso.

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DNA, governi UE lontani da accordo. Il piano in 12 punti delle telco Ue

I paesi europei faticano a trovare una posizione unitaria sul Digital Networks Act, il nuovo pacchetto di regole proposto dalla Commissione Ue al vaglio delle istituzioni di europee. Pesa in primo luogo la mancata volontà di cedere pezzi di sovranità nazionale a Bruxelles da parte delle 27 capitali del Vecchio Continente su regole Tlc, net neutrality e modalità di finanziamento delle nuove reti in fibra e 5G standalone.

Il nodo dello spettro

Uno dei punti nodali di scontro è la volontà di Bruxelles di centralizzare la gestione dello spettro radio e le regole sulla concorrenza.

Un altro tema alquanto divisivo è quello delle tariffe per l’utilizzo delle reti. Le Big Tech devono o non devono pagare per l’occupazione massiccia delle reti? In che modo dovrebbero contribuire al finanziamento delle nuove reti che pesa sulle telco?

Anche la net neutrality è a rischio, con le nuove regole proposte nel DNA.

Lo switch off del rame

Un altro tema critico è lo switch off del rame, che secondo la proposta controversa della Commissione dovrebbe chiudersi entro il 2035, ma che nei diversi paesi Ue sarà programmata e portata avanti a seconda delle diverse situazioni dei singoli Stati.

Insomma, i nodi da sciogliere sono numerosi ei diversi blocchi in gioco sono essenzialmente tre.

Il blocco dei sovranisti

In primo luogo, il blocco dei paesi “sovranisti” (Italia, Francia, Germania, Austria, Ungheria, Slovenia) che a novembre ha presentato un documento congiunto (non-paper) per contestare la struttura stessa della proposta della Commissione Ue. In poche parole, la nuova legge dovrebbe essere una semplice direttiva – che lascia maggiore flessibilità di recepimento – e non un regolamento direttamente applicabile, che imporrebbe regole identiche per i diversi paesi indipendentemente dalle condizioni di mercato dei singoli Stati.   

I sei Stati si oppongono poi alla cessione di sovranità sulla gestione dello spettro radio e alla centralizzazione delle licenze. Sono infine scettici sulle semplificazioni relative ai merger transfrontalieri tra grandi operatori.

I nordici e digitalizzati

C’è poi il fronte dei paesi nordici e digitalizzati (Spagna, Svezia, Danimarca, Lussemburgo) che sono favorevoli alle riforme ma sono più scettici sulle tempistiche. Per quanto riguarda lo switch off de rame, hanno meno problemi visto che ad esempio la Spagna e la Svezia lo hanno pianificato entro quest’anno mentre Lussemburgo e Danimarca entro il 2030.    

Fornitori cinesi

Un altro punto divisivo riguarda la volontà di Bruxelles di estromettere i fornitori cinesi (Huawei e ZTE) dalle reti cellulari, in particolare per quanto riguarda il 5G per timori di carattere geopolitico, di cybersicurezza e spionaggio industriale.

Fair share tramontato, che fare con le Big Tech?

Per quanto riguarda, infine, il contributo al finanziamento delle reti in fibra e 5G da parte delle Big Tech (Google, Netflix, Amazon, Facebook ecc), i governi sono stati talmente divisi che la proposta di fair share è stata già accantonata. Favorevoli sarebbero stati paesi come Francia, Italia e Spagna. Contrari, invece, Germania, Paesi Bassi e Irlanda. Paesi storicamente più vicini alle Big Tech anche per questioni fiscali.    

Il piano in 12 punti di Connect Europe

Nel contempo, è arrivato oggi un nuovo piano in 12 punti per migliorare il Digital networks Act da parte di Connect Europe, l’associazione che raccoglie le principali telco europee.

Il messaggio centrale è che la connettività non è soltanto un’infrastruttura tecnica, ma una leva industriale strategica per l’Europa: senza reti più solide, scalabili e sostenibili, anche le ambizioni europee su AI, cloud, cybersecurity, competitività e sovranità digitale restano più difficili da realizzare.

1. Semplificazione, armonizzazione e parità di condizioni

Il DNA dovrebbe eliminare le norme duplicate anziché aggiungere complessità e burocrazia, riducendo al contempo la frammentazione e garantendo una reale parità di condizioni nell’intero ecosistema digitale, in linea con il principio “stessi servizi, stesse regole”.

2. Rafforzare la certezza dello spettro a lungo termine

Gli investimenti richiedono prevedibilità. Le licenze per lo spettro dovrebbero essere a tempo indeterminato o a lungo termine (40 anni), supportate da quadri di rinnovo automatico prevedibili e giuridicamente sicuri. Le misure di modellazione del mercato e la condivisione obbligatoria devono rimanere giustificate e proporzionate. Una chiara definizione tempestiva delle bande future, incluso il 6G, è fondamentale per ancorare gli investimenti nell’ecosistema. La governance dello spettro deve rafforzare le economie di scala, non introdurre incertezza.

3. Favorire una transizione alla fibra guidata dal mercato

Con oltre il 77% di copertura FTTH, la migrazione alla fibra è ben avviata e in molti Stati membri si è già registrata un’elevata diffusione senza un mandato normativo. Lo spegnimento dovrebbe rimanere guidato dal mercato. Tempistiche uniformi a livello UE, scollegate dalle realtà del mercato, mancano di proporzionalità e rischiano di distorcere la concorrenza e ridurre la pluralità delle infrastrutture. Le politiche dovrebbero dare priorità alla condivisione delle migliori pratiche, supportare l’implementazione e la domanda, piuttosto che imporre scadenze rigide che indeboliscono la fiducia, gli incentivi agli investimenti e la certezza del diritto.

4. Sostituire la regolamentazione di accesso tradizionale con un regime di accesso “di sicurezza” a prova di futuro

Il DNA dovrebbe rendere la deregolamentazione la norma predefinita, limitare l’intervento normativo a colli di bottiglia locali realmente eccezionali, rifiutare prodotti di accesso UE standardizzati e garantire che qualsiasi rimedio sia rigorosamente giustificato, proporzionato, con scadenza definita e a supporto degli investimenti nelle infrastrutture Gigabit.

5. Aggiornare le regole di Internet aperto per le reti avanzate

I principi di Internet aperto devono essere preservati, adattando al contempo le regole all’evoluzione tecnologica. Le architetture 5G avanzate e cloud-native si basano su una gestione flessibile del traffico, sulla differenziazione della qualità e sul network slicing, consentendo offerte più personalizzate e servizi innovativi. I servizi di connettività business-to-business (B2B) dovrebbero essere esclusi dall’ambito di applicazione per evitare di ostacolare la digitalizzazione industriale. Le norme aggiornate dovrebbero favorire l’innovazione e consentire ai consumatori di beneficiare delle reti moderne.

6. Correggere gli squilibri nella catena del valore della connettività

È necessario affrontare le asimmetrie persistenti. I grandi generatori di traffico che influenzano i carichi di rete dovrebbero impegnarsi in negoziati equi sull’interconnessione e sul trasporto dati IP nell’ambito di un quadro normativo UE vincolante con un’efficace risoluzione delle controversie. Gli approcci di conciliazione volontaria sono insufficienti. Inoltre, i principali attori della catena del valore di Internet che incidono sull’instradamento del traffico dovrebbero rispettare i principi di un Internet aperto. Lasciare irrisolti squilibri ingiustificati compromette la capacità dell’Europa di raggiungere i suoi obiettivi di connettività, sostenibilità e politica industriale.

7. Garantire la neutralità tecnologica e la parità normativa

Servizi equivalenti devono essere soggetti a norme equivalenti. La direttiva ePrivacy, una normativa orizzontale obsoleta e specifica per settore che limita la capacità degli operatori di innovare, combattere le frodi e proteggere gli utenti, dovrebbe essere abrogata per fare affidamento sul GDPR, applicabile in egual misura a tutti gli attori. Con l’espansione dei fornitori di servizi satellitari nei mercati direct-to-device, è necessario garantire la parità normativa, salvaguardando al contempo la certezza dello spettro terrestre. Un quadro normativo tecnologicamente neutrale è essenziale per prevenire distorsioni e proteggere gli investimenti a lungo termine.

8. Riorientare le politiche a tutela degli utenti finali su proporzionalità e coerenza

La tutela degli utenti finali deve rimanere forte ma proporzionata. I quadri normativi orizzontali a tutela dei consumatori dovrebbero prevalere sulle norme nazionali e specifiche del settore delle telecomunicazioni, e gli obblighi settoriali rimanenti dovrebbero essere pienamente armonizzati. Il Servizio Universale dovrebbe orientarsi verso strumenti pubblici mirati per affrontare i problemi di accessibilità economica o eventuali lacune di connettività residue. Gli obblighi relativi alle comunicazioni di emergenza devono essere applicati in modo coerente da tutti gli attori interessati. Le disposizioni in materia di frode dovrebbero essere coerenti con le altre leggi dell’UE e garantire che gli operatori possano agire rapidamente in tempo reale per contrastare le frodi. La tutela dei consumatori e la competitività devono rafforzarsi a vicenda attraverso una regolamentazione coerente.

9. Affrontare la resilienza come obiettivo orizzontale, non settoriale

Un ecosistema di connettività affidabile è un obiettivo condiviso da decisori politici e industria. Gli operatori garantiscono già sicurezza e resilienza attraverso misure tecniche, operative e organizzative complete. I nuovi meccanismi sovrapposti e specifici per settore aggiungeranno confusione e complessità e risulteranno sproporzionati. Gli obiettivi di resilienza dovrebbero essere affrontati attraverso i quadri orizzontali esistenti.

10. Garantire che l’autorizzazione generale non crei oneri aggiuntivi ingiustificati

Gli operatori già autorizzati dovrebbero essere considerati conformi a qualsiasi nuovo sistema che la DNA introdurrebbe per l’autorizzazione generale/passaporto e per l’autorizzazione generale dello spettro. Inoltre, qualsiasi nuovo requisito per l’ingresso nel mercato non dovrebbe creare incertezza giuridica per le parti interessate facendo riferimento a leggi attualmente non in vigore.

11. Semplificare il quadro normativo per le risorse di numerazione

I servizi M2M non interpersonali e IoT dovrebbero essere esclusi dagli obblighi orientati al consumatore e la complessità normativa dovrebbe essere ridotta laddove la numerazione sia utilizzata solo per la connettività delle macchine.

12. Promuovere reti più ecologiche senza nuova burocrazia

La sostenibilità dovrebbe essere perseguita attraverso la modernizzazione, l’efficienza e gli incentivi agli investimenti, non attraverso obblighi di rendicontazione specifici per le telecomunicazioni che si sovrappongono, duplicando la legislazione UE esistente e contrastando l’agenda di semplificazione dell’UE.

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TIM, la promozione delle agenzie di rating è un assist (o un ostacolo) per l’OPAS di Poste?

Il risanamento finanziario di TIM accelera e ridisegna gli equilibri del risiko delle telecomunicazioni. Nel giro di pochi giorni, il gruppo guidato da Pietro Labriola ha incassato una doppia promozione sul debito: prima Moody’s (rating a Ba1 da Ba2) e oggi Fitch, che ha alzato il giudizio di lungo termine a ‘BB+ con outlook stabile. Entrambe le agenzie certificano il successo del deleveraging post-vendita di NetCo e la forte generazione di cassa attesa fino al 2028. In particolare, Fitch sottolinea “l’espansione di TIM Enterprise e la crescita costante in Brasile”, come evidenziato nei conti del primo trimestre. Una settimana d’oro per i conti, che solleva però un interrogativo cruciale: come impatta questo exploit sull’OPAS lanciata da Poste Italiane?

L’assist: un target più solido e meno rischioso

Per Poste Italiane, il doppio upgrade è un indiscutibile assist sul piano della sostenibilità finanziaria. Una TIM strutturalmente più solida e con un merito creditizio vicino all’investment grade riduce drasticamente i rischi legati all’integrazione o al rifinanziamento del debito del target. L’operazione di acquisizione diventa finanziariamente più sicura e difendibile davanti al mercato e agli azionisti del gruppo acquirente.

L’ostacolo: la leva del prezzo e l’appetito del mercato

L’altra faccia della medaglia riguarda la valutazione di TIM. Il combinato disposto dei giudizi di Fitch e Moody’s, unito al sentiment positivo degli analisti (come BofA), funge da propulsore per le quotazioni del titolo. Per Poste, questo successo potrebbe trasformarsi in un ostacolo:

  • Pressione sul concambio: Gli azionisti di TIM, forti di una società risanata e promossa, potrebbero ritenere l’offerta attuale meno generosa.
  • Resistenze sul prezzo: Un titolo TIM rivalutato dal mercato restringe i margini di manovra di Poste, aumentando il rischio di dover ritoccare le condizioni per superare le resistenze del mercato e dei soci chiave.

Il verdetto delle agenzie promuove la strategia industriale di TIM, ma sposta l’asticella dell’OPAS: Poste si trova tra le mani una preda decisamente più sana, ma che potrebbe essere più cara da conquistare.

L’Opas (Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio) lanciata da Poste Italiane su TIM, annunciata il 22 marzo 2026, valorizza ogni azione TIM 0,635 euro. L’operazione totale ha un valore di circa 10,8 miliardi di euro.

Componente in contanti: 0,167 euro.

Componente in azioni: 0,0218 azioni ordinarie Poste Italiane di nuova emissione.

Il prezzo di 0,635 euro per azione rappresenta un premio del 9,01% rispetto al prezzo ufficiale di chiusura di TIM del 20 marzo 2026. L’obiettivo dell’operazione è la creazione di un polo integrato e il delisting di TIM da Piazza Affari, con il completamento previsto entro la fine del 2026.

Quando arriverà la risposta di TIM?

  • Parere del CdA: Secondo fonti finanziarie diffuse da Reuters, il Consiglio di Amministrazione di TIM dovrebbe pubblicare il proprio comunicato ufficiale con il parere (non vincolante) sul prezzo e sull’offerta intorno al 10 agosto 2026.
  • Apertura del periodo di adesione: L’effettivo lancio dell’Opas sul mercato, con la possibilità per gli azionisti di consegnare le proprie azioni, è programmato per luglio 2026.
  • Decisione degli azionisti: La scelta finale spetterà ai singoli azionisti di TIM durante il periodo di offerta, finalizzato al delisting entro la fine del 2026.

Poste Italiane potrebbe rilanciare il prezzo?

Sì, un rilancio è possibile ed è ipotizzato dal mercato. Molti analisti finanziari e banche d’affari (tra cui Barclays) considerano il premio del 9,01% troppo basso, stimando la necessità di un incremento del prezzo vicino al 10% per convincere i soci.

Tuttavia, la posizione ufficiale delle società coinvolte è di attesa:

  • L’Amministratore Delegato di TIM, Pietro Labriola, ha detto lo scorso 7 maggio che è ancora troppo presto per stabilire se l’offerta debba essere alzata.
  • Eventuali ritocchi al prezzo (in particolare sulla componente in contanti) verranno valutati da Poste Italiane soltanto dopo le reazioni formali del CdA di TIM e l’andamento iniziale delle adesioni in estate.

Oggi il titolo Tim viaggia a 0,71 euro e c’è chi sostiene l’asticella minima per l’Opas sarebbe 0,80 euro.

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AT&T, Verizon e T-Mobile US lanciano joint venture satellitare D2D per contrastare la minaccia Starlink

Spaventate da Starlink, e tre principali società di telecomunicazioni degli Stati Uniti, AT&T, Verizon e T-Mobile, hanno emesso un comunicato congiunto, annunciando un accordo di principio per la creazione di una nuova joint venture al fine di promuovere lo sviluppo della tecnologia di comunicazione satellitare diretta al dispositivo (D2D). La mossa sembra disegnata per neutralizzare alla radice, in un certo senso inglobare, la minaccia di invasione di campo degli operatori satellitari, in particolare Starlink, nell’arena delle comunicazioni mobili.

Obiettivo colmare i gap di copertura in aree rurali

L’obiettivo dichiarato nel comunicato è colmare le lacune nella copertura della rete wireless, in particolare nelle aree rurali e remote, scarsamente servite e non coperte. La dichiarazione sottolinea che, nelle aree in cui i servizi cellulari tradizionali sono difficili da coprire, questa cooperazione dovrebbe “quasi eliminare” le zone d’ombra dell’attuale mancanza di servizi mobili negli Stati Uniti, coprendo aree precedentemente non servite. Allo stesso tempo, quando le reti terrestri esistenti vengono interrotte a causa di calamità naturali estreme o altre anomalie, le reti satellitari possono fornire connessioni ridondanti.

Data la quota di mercato dei tre colossi, la cooperazione tripartita potrebbe modificare il loro rapporto con SpaceX, Starlink, AST SpaceMobile, nonché la modalità di cooperazione tra Amazon e i fornitori globali di servizi di rete satellitare.

Accordi già siglati con operatori satellitari

Secondo il loro annuncio congiunto, la joint venture rimane oggetto di negoziati. Potrebbe anche essere soggetto all’approvazione normativa. Ma, qualora verrà raggiunto un accordo definitivo, i tre operatori collaboreranno per condividere IP e spettro terrestre per sviluppare specifiche industriali che, sostengono, offriranno un’esperienza più fluida per clienti e operatori satellitari.

Tutti e tre gli operatori hanno sviluppato strategie di servizio D2D e stretto partnership satellitari, con T-Mobile US che ha già lanciato il proprio servizio D2D, T-Satellite, in collaborazione con Starlink, mentre cerca di colmare le lacune di copertura nelle aree rurali più difficili da raggiungere.

“Avendo lanciato la prima rete nazionale satellitare diretta al dispositivo per testi e dati, abbiamo visto in prima persona quanto possa essere cruciale una connettività affidabile quando l’America ne ha più bisogno,” ha dichiarato Srini Gopalan, presidente e CEO di T-Mobile US. “Con l’espansione delle costellazioni satellitari, che presto saranno supportate da molteplici operatori spaziali, questa joint venture utilizzerà capacità ampliate e prestazioni migliorate per offrire il miglior servizio possibile ai clienti. Insieme, puntiamo a promuovere un futuro in cui l’America rimanga connessa in più luoghi, con meno zone morte e un maggiore accesso ai prodotti e alle esperienze su cui le persone fanno affidamento ogni giorno”, ha aggiunto.

John Stankey, presidente e CEO di AT&T, ha commentato: “Il nostro obiettivo è rendere semplice la connessione, ovunque tu sia – su un’autostrada rurale, in un parco nazionale, su una barca o durante un’emergenza. Unendoci ad altri operatori, portiamo la nostra esperienza combinata per accelerare l’accesso dei nostri clienti a una copertura affidabile e sempre disponibile ovunque. Questa collaborazione non solo rende più facile la connettività; rafforza la leadership americana nelle comunicazioni.”

Dan Schulman, CEO di Verizon, ha dichiarato che la partnership “offre ai clienti più opzioni, continua a rafforzare le infrastrutture americane e ad aumentare la concorrenza per i fornitori di satelliti”.

La mossa arriva mentre il mercato satellitare si sta riscaldando. Aziende come SpaceX (tramite Starlink) hanno messo migliaia di satelliti in orbita terrestre bassa, mentre aziende come Amazon (tramite Project Kuiper) ed Eutelsat OneWeb cercano di tenere il passo con l’azienda di Elon Musk.

Gli operatori Usa sostengono che la joint venture proposta porterà benefici ai clienti in diversi modi, tra cui minori lacune di copertura, connettività affidabile in caso di emergenza, prestazioni di rete migliorate e un’esperienza più costante.

Secondo gli operatori, la joint venture avvantaggerà anche il settore, ampliando l’accesso per i fornitori satellitari, facilitando l’integrazione tecnica e creando una piattaforma di innovazione tecnologicamente neutrale che includa la “compatibilità dei dispositivi a livello industriale”.

Almeno un fornitore di satelliti ha accolto con favore la joint venture proposta: AST SpaceMobile ha già partnership con AT&T e Verizon per fornire servizi satellitari in zone remote degli Stati Uniti.

Rispondendo alla notizia, il CEO dell’azienda satellitare, Abel Avellan, ha detto di essere “felice di vedere come l’industria si sta preparando a abilitare la connettività a banda larga cellulare spaziale a ogni americano”, aggiungendo che la sua azienda intende essere un “facilitatore chiave” di questa trasformazione.

No comment invece da parte di Starlink.

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Hollywood e la resistenza contro l’AI. Ma fino a quando?

Pochi giorni fa, il 21 aprile 2026 YouTube ha reso disponibile a chiunque ne faccia richiesta il proprio strumento proprietario di rilevamento dei deepfake, fino a quel momento accessibile solo a un gruppo ristretto di agenzie e figure pubbliche selezionate.

Una mossa arrivata in un momento in cui Hollywood deve fare i conti con una tecnologia sempre più minacciosa per chi teme di essere sostituito dall’intelligenza artificiale: a febbraio, ad esempio, dei, video generati da Seedance 2.0 raffiguranti Brad Pitt e Tom Cruise che se le davano di santa ragione su un grattacielo hanno fatto il giro del web in poche ore, e il presidente dell’MPA (Motion Picture Association), Charles Rivkin, ha parlato apertamente di uso non autorizzato di opere protette su scala massiccia.

Tutto questo pochi mesi dopo il lancio di Sora da parte di OpenAI, nell’autunno 2025, che aveva prodotto una vera inondazione di contenuti che vedevano come protagonisti personaggi di film e serie televisive, oltre a varie ricostruzioni della voce di figure storiche (come Martin Luther King) prima che la piattaforma venisse chiusa, a marzo 2026.

Il meccanismo del tool riconoscimento dei deepfake è concettualmente semplice: chi si iscrive carica il proprio volto nel sistema, che scansiona la piattaforma e segnala i contenuti potenzialmente contraffatti, lasciando al titolare la scelta se richiederne la rimozione oppure lasciarli lì.

La piattaforma continua a garantire degli spazi per la parodia e la satira, ma i contenuti che replicano in modo realistico l’attività professionale di un interprete sono tra quelli rimovibili su richiesta. Intanto, a gennaio, Taylor Swift ha depositato la domanda di registrazione del marchio per due clip audio della propria voce e per un’immagine di scena, percorrendo una strada già aperta in precedenza da Matthew McConaughey, cioè un utilizzo del diritto dei marchi ancora privo di precedenti giudiziari, pensato per coprire il vuoto che il diritto d’autore lascia aperto quando un modello genera un’imitazione ex novo, senza copiare alcuna registrazione esistente.

Hollywood: resistenza contro l’AI, ma fino a quando?

La resistenza organizzata dell’industria creativa all’intelligenza artificiale si è fatta sentire particolarmente lo scorso gennaio, con il lancio della campagna “Stealing Isn’t Innovation” promossa dalla Human Artistry Campaign, una coalizione che riunisce sindacati, associazioni di categoria e gruppi per i diritti degli artisti. Oltre settecento firmatari – tra cui Scarlett Johansson, Cate Blanchett e Joseph Gordon-Levitt – hanno sottoscritto un appello che chiedeva alle aziende tecnologiche di smettere di addestrare i propri modelli su opere protette dal diritto d’autore senza autorizzazione esplicita, e di introdurre meccanismi di opt-out per i creatori, con tanto di pagina acquistata sul New York Times.

Eppure il fronte della resistenza, a guardarlo con attenzione, è più sfaccettatao di quanto le firme in calce lascino intendere. Justine Bateman, un’attrice e filmmaker che aveva affiancato SAG-AFTRA durante lo sciopero del 2023 e aveva fondato Credo23, un’organizzazione che certifica le produzioni realizzate senza AI generativa, continua a sostenere che la tecnologia sia strutturalmente incompatibile con la creatività umana. Natasha Lyonne, invece, dopo aver annunciato il proprio debutto alla regia con Uncanny Valley, un film che fa uso di strumenti AI addestrati esclusivamente su materiale privo di vincoli di copyright per operazioni di post-produzione, si era ritrovata subito al centro di una bufera online (alimentata, a suo dire, dalla scarsa propensione a leggere i comunicati stampa per intero).

Sandra Bullock, interpellata a margine di una conferenza di settore, aveva sintetizzato con un certo pragmatismo la situazione sull’AI in questi casi: «È qui. Dobbiamo osservarla, capirla, starle vicino», aggiungendo che la cautela resta necessaria, perché c’è chi la userà in malafede.

La Creative Artists Agency, nel frattempo, ha investito in due aziende attive nel campo dei deepfake creativi (Metaphysic e Deep Voodoo) e avviato un prodotto interno chiamato CAA Vault per archiviare le sembianze dei propri assistiti, in vista di future opportunità di monetizzazione: un segnale piuttosto chiaro che la distinzione tra tutela e sfruttamento commerciale della propria immagine digitale è destinata a diventare uno dei principali nodi contrattuali del prossimo futuro, in un contesto sempre più dominato dai servizi casalinghi di fruizione dei contenuti, che macinano serie nuove quasi ogni giorno (Su SOSTariffe.it è possibile confrontare le offerte di streaming disponibili sul mercato italiano)

Il rinnovo WGA guarda altrove

Eppure, al momento, il contratto quadriennale ratificato dalla Writers Guild of America nell’aprile 2026 dice molto sullo stato reale della partita tra i sindacati del settore creativo e le major. Il tema dell’intelligenza artificiale, che aveva dominato la retorica dello sciopero del 2023, è scivolato in secondo piano: le major si sono impegnate a continuare a tenere incontri con il sindacato sull’argomento e a notificare alla WGA eventuali accordi di licenza che coinvolgano opere degli sceneggiatori per l’addestramento di modelli, ma hanno respinto la richiesta di remunerare gli autori per questo utilizzo. E la WGA ha rinunciato a questa rivendicazione.

Il centro di gravità della trattativa si è spostato altrove, visto che il fondo sanitario del sindacato accusa un deficit accumulato di circa 200 milioni di dollari negli ultimi quattro anni, e senza un intervento strutturale le riserve si sarebbero esaurite nel giro di altri tre. Le major hanno versato 321 milioni di dollari, cifra record, alzando al contempo la propria quota contributiva dal 13% al 16,75% della retribuzione lorda degli sceneggiatori. In cambio, gli iscritti pagheranno premi mensili più alti, franchigie aumentate e massimali di spesa out-of-pocket più elevati.

Il risultato è un accordo in cui l’AI è formalmente presente ma, di fatto, marginale, mentre la questione della sanità ha assorbito le energie negoziali di entrambe le parti. Una scelta che mostra come siane cambiate le priorità concrete di chi lavora nell’industria, al di là delle campagne e delle dichiarazioni pubbliche. Quando si tratta di scegliere su cosa concentrare la pressione contrattuale, anche i diritti digitali cedono il passo alle spese mediche.

Ben Affleck, Netflix e il riassetto dell’industria

A marzo 2026 Ben Affleck ha venduto a Netflix la propria società di intelligenza artificiale, InterPositive, fondata in segreto nel 2022. La notizia ha suscitato almeno due reazioni: da un lato la sorpresa per la notevole riservatezza con cui l’attore era riuscito a condurre l’operazione, dall’altro l’immediato dibattito sul significato industriale dell’acquisizione. InterPositive non produce video da prompt testuali e non si occupa di generazione di contenuti, ma ha sviluppato modelli addestrati a ragionare sulla logica visiva e sulla coerenza editoriale, con applicazioni in post-produzione, dalla correzione di inquadrature mancanti alla gestione delle incongruenze di illuminazione. Netflix ha inquadrato l’acquisto come un “ampliamento della libertà creativa”, presentando gli strumenti di InterPositive come soluzioni a problemi tecnici e non come sostituti del lavoro umano.

L’operazione si inserisce in un contesto di riassetto industriale di proporzioni storiche, visto che il 23 aprile gli azionisti di Warner Bros. Discovery hanno approvato la fusione da 110 miliardi di dollari con Paramount Skydance, con un’offerta da 31 dollari per azione che rappresenta un premio del 147% rispetto al prezzo di riferimento pre-operazione.

La chiusura dell’accordo è attesa per il terzo trimestre del 2026, salvo ostacoli regolatori: il Dipartimento di Giustizia americano ha già emesso citazioni istruttorie a fine marzo per esaminare gli effetti della fusione sulla concorrenza nelle sale cinematografiche, sulle piattaforme di streaming e sui diritti di distribuzione dei contenuti.

Nel frattempo Paramount si è accollata anche i 2,8 miliardi che Warner Bros. Discovery doveva a Netflix in seguito allo scioglimento dell’altro precedente e chiacchieratissimo accordo di acquisizione.

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Poste, Del Fante “Da combinazione attività Tlc con Tim operatore mobile numero uno”

“La combinazione delle attività di Poste Italiane in ambito telecomunicazioni con il segmento consumer di Tim creerà l’operatore mobile numero uno in Italia, dando avvio alla prossima fase del consolidamento domestico nel settore delle telecomunicazioni”. Così Matteo Del Fante, AD del Gruppo Poste Italiane – che guida insieme al DG Giuseppe Lasco -, commentando i risultati del primo trimestre. Il profilo finanziario dell’operazione proposta è estremamente solido, con un effetto accrescitivo sull’utile per azione (EPS) a partire dal 2027, che diventa a doppia cifra dal 2028″.

Confermate sinergie per 700 milioni l’anno

Per gli azionisti, Poste indica un potenziale di creazione di valore legato a sinergie complessive di ricavi e costi stimate a regime in 700 milioni l’anno. È un perimetro che punta a integrare capillarità territoriale, base clienti, offerta di servizi finanziari e assicurativi e rete di distribuzione con un asset di telecomunicazioni più ampio, in grado di sostenere nuove linee di ricavo e un miglioramento dell’efficienza operativa.

Dividendo confermato

Inoltre, “il dividendo per azione implicito nella guidance 2026 è confermato, e la politica dei dividendi futuri risulterà accrescitiva rispetto allo scenario standalone.

La leva finanziaria pro-forma è attesa a 1,4 volte l’Ebitda al netto del costo dei contratti di leasing entro la fine del 2026, e in progressiva riduzione negli anni successivi, ed il nostro credit rating è stato ad oggi confermato da tutte e tre le principali agenzie di rating. Stiamo entrando in un nuovo capitolo del nostro percorso, fondato su risultati già raggiunti e trainato da una chiara ambizione di lungo periodo. Il 24 luglio presenteremo il nostro piano 2026-2030 standalone, contestualmente ai risultati del secondo trimestre 2026″.

Poste, Del Fante: “Reazione a Opas su Tim positiva, crea valore per tutti gli stakeholder”

“La reazione” all’Opas lanciata da Poste su Tim è stata “in generale positiva”. Lo ha detto l’ad di Poste, Matteo Del Fante in call con gli analisti. “Chiaramente come in ogni transazione ci sono discussioni sul prezzo e tensioni secondo cui avremmo potuto offrire di più”, ma secondo Del Fante i dati mostrati da Poste rappresentano una riposta chiara a questo.

“Mostriamo che guardando al valore che gli azionisti Tim avevano prima dell’offerta e comparando quel valore con quello che hanno dopo che la transazione sarà completata e le sinergie saranno portate a casa c’è un 17% che non abbiamo menzionato nella presentazione e un 10% per gli azionisti di Poste”, ha aggiunto Del Fante.

Il 24 luglio aggiornamento sulla transazione Tim

“Il trend più interessante che stiamo vedendo è che più tempo trascorriamo con gli investitori delle Poste la nostra strategia diventa sempre più chiara agli investitori. Chiaramente è un lungo viaggio e abbiamo ancora davanti a noi tre mesi in cui spiegheremo prima del lancio finale dell’offerta ed è un tempo che useremo per spiegare questo agli investitori. Il Piano del 24 luglio sarà un piano stand alone ma ovviamente avremo l’opzionalità per cui mostreremo un aggiornamento agli investitori sulla transazione di Tim”.

L’ad ha annunciato che il 24 luglio il gruppo presenterà il piano 2026-2030 standalone, contestualmente ai risultati del secondo trimestre 2026. “Le nostre persone restano l’asset più prezioso e desidero ringraziarle per il loro continuo impegno e la loro dedizione al successo di lungo periodo di Poste. Rimaniamo fortemente impegnati nella creazione di valore per tutti gli stakeholder – i nostri azionisti, i nostri clienti, i nostri dipendenti e le comunità in cui operiamo”, conclude l’ad.

Poste: conferma tempistiche su Tim, chiusura operazione entro III trimestre

Poste conferma le tempistiche dell’operazione su Tim. La chiusura dell’offerta pubblica, scrive il gruppo guidato da Matteo Del Fante nel presentare il bilancio al 31 marzo, è attesa entro il terzo trimestre di quest’anno.

Poste, nel 2025 30 milioni di utenti Spid, ricavi 2026 a 70 milioni

Poste ha raggiunto, nel 2025, 30 milioni di clienti con il servizio Spid (che ora prevede un canone di pagamento a paritre dal secondo anno ndr) dai 22 milioni del 2021, con ricavi che passeranno dai 19 milioni del 2025 a 70 milioni di euro nel 2026.

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Fastweb+Vodafone, nel primo trimestre redditività a 460 milioni (+7,4%) con sinergie. Swisscom pronta a trattare con Inwit sulle torri 

Swisscom, per le torri il nodo è il prezzo: “Pronti a discutere con Inwit”

Il braccio di ferro tra Fastweb e Inwit non si risolverà a breve ma Fastweb+Vodafone potrebbe restare se si scioglie il nodo del prezzo. “Ci aspettiamo ci vorrà un po’ di tempo per risolvere, non mi aspetto alcuna risoluzione rapida” risponde il Ceo di Swisscom Christoph Aeschlimann alle domande degli analisti in conference call. “Abbiamo provato a negoziare molte volte con Inwit e loro hanno rifiutato di entrare in discussione con noi, alla fine forzandoci ad uscire”. “Questo non ci impedisce di continuare a investire sul mercato, stiamo costruendo nuove torri, e continueremo a farlo in Italia, ma allo stesso tempo dobbiamo arrivare a costi sostenibili e questo è il motivo per cui stiamo lavorando con Tim per preparare il nostro plano di migrazione. Se Inwit fosse aperta a discutere per tornare a costi sostenibili, siamo aperti a farlo per trovare un accordo”, aggiunge.

La strategia di migrazione comunque, precisa il manager, sarà discussa con Inwit e il tavolo non si è ancora aperto ma “la time line potrebbe essere la stessa di Tim” che ieri ha fatto sapere che potrebbe uscire in 10 anni. “Siamo in discussione con le altre società di torri, stiamo lavorando anche su come costruire nuove torri direttamente o in joint venture”. “La migrazione potrebbe durare almeno tre anni dal momento in cui il contratto finisce, quindi 5 anni di migrazione”. 

INWIT: dichiarazioni CEO di Swisscom false e tendenziose

“INWIT si vede costretta suo malgrado a rettificare quanto oggi, ancora una volta, incautamente comunicato da Swisscom in nome e per conto della controllata italiana Fastweb. 

Non corrisponde al vero, infatti, che INWIT si sia “rifiutata di avviare discussioni” con Fastweb, “costringendo[la] infine a dare disdetta all’intero contratto di MSA”. È vero l’esatto contrario: come agevolmente documentabile, INWIT ha reiteratamente offerto concrete soluzioni migliorative dei termini del MSA in ottica di creazione di valore per entrambe le parti, suggerendo altresì di affrontare la questione relativa alla durata del MSA nelle forme della negoziazione assistita o in sede arbitrale. Fastweb ha irragionevolmente ritenuto di non accogliere tali proposte, contrapponendo una iniqua revisione delle condizioni del MSA secondo termini economicamente esorbitanti, e sempre nella modalità “prendere o lasciare”, cui ha fatto seguito l’introduzione di un giudizio di merito a fini dilatori, nell’ambito del quale INWIT ha dovuto formulare un’istanza cautelare onde far valere, con l’urgenza del caso, le proprie ragioni.

Riservato ogni diritto e azione“.

Fastweb+Vodafone, nel primo trimestre redditività a 460 milioni (+7,4%) con sinergie

Fastweb+Vodafone chiude il primo trimestre 2026 con risultati finanziari e performance in linea con le attese.

Prosegue la strategia basata sulla generazione di valore per tutti i segmenti di clienti – B2C, B2B e Wholesale – basata su innovazione, qualità e acquisizione di clientela ad alto valore, con l’obiettivo di stabilizzare i ricavi da servizi Telco e la marginalità complessiva, focalizzandosi sulla crescita dei ricavi da servizi ICT e beyond the core.

Clienti in calo

Al 31 marzo 2026 i clienti mobili, residenziali e business si attestano a 19 milioni 910 mila, in lieve flessione dello 1,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, per una market share stabile pari al 26%. I clienti residenziali e business di rete fissa sono 5 milioni 550 mila (-2,0%), per una market share, anch’essa stabile, pari al 30%.

Ricavi in flessione del 4,5%

I ricavi totali nel trimestre si attestano a 1.737 milioni di euro (-4,5% rispetto allo stesso periodo del 2025). Nonostante la flessione dei ricavi, l’EBITDA after lease (EBITDAaL) è cresciuto a 457 milioni di euro (+8,5% su base annua), grazie al contributo delle sinergie e delle efficienze di costo. Le CAPEX ammontano a 339 milioni di euro (-11% rispetto al 1° trimestre 2025) e l’Operating Free Cash Flow (OpFCF) è pari a 118 milioni di euro.

Redditività in crescita del 7,4%

Escludendo i costi derivanti dall’integrazione, l’adjusted EBITDAaL è invece pari a 460 milioni di euro (+7,4% rispetto al 1° trimestre 2025) mentre i CAPEX adjusted si attestano a 304 milioni di euro (-17,95% rispetto al 1° trimestre 2025).  L’adjusted Operating Free Cash Flow si attesta a quota 155 milioni di euro, grazie al completamento di progetti strutturali e ad una rigorosa disciplina delle spese in conto capitale, oltre che una diversa distribuzione temporale degli investimenti tra i trimestri, in linea con le guidance 2026.

Nel segmento B2C, che continua ad essere caratterizzato da una pressione competitiva elevata, i clienti mobili si attestano a 15.437 milioni e i clienti fissi a 4.440 milioni.  I ricavi complessivi del segmento residenziale si attestano a 787 milioni di euro, registrando una flessione del 5,4% rispetto al primo trimestre dell’anno precedente. La focalizzazione sulla strategia a valore continua a generare effetti positivi sia rispetto all’ARPU che alla fidelizzazione della base clienti. Il divario nell’ARPU tra i clienti acquisiti e quelli che hanno disdetto il contratto si è ridotto in modo significativo (del 43% nel settore della telefonia mobile e del 21% in quello della banda larga), riflettendo una strategia di acquisizione più orientata al valore e un miglioramento della qualità complessiva e del valore nel tempo della base clienti; anche il tasso di abbandono è migliorato in modo significativo, diminuendo di 2,4 punti percentuali nel settore della telefonia mobile e di 4,2 punti percentuali in quello della banda larga rispetto al primo trimestre.

Crescono i ricavi beyond the core

Allo stesso tempo continuano a segnare una crescita sostenuta i ricavi generati dai servizi beyond the core. Fastweb Energia – ora disponibile anche per i clienti Vodafone – ha raggiunto 119.000 clienti (140.000 includendo i clienti B2B, +184% rispetto all’anno scorso) al 31 marzo 2026. A guidare l’adozione è un approccio trasparente, senza sorprese in bolletta, che consente alle famiglie di pianificare con certezza la propria spesa energetica.

I ricavi della Business Unit B2B si attestano a 739 milioni di euro (-6,9% rispetto al primo trimestre 2025). Una flessione in parte non strutturale che riflette la fisiologica rinegoziazione di alcuni contratti di connettività di grandi clienti, mentre rimane sostanzialmente stabile la base clienti e cresce il portafoglio ordini da parte della Pubblica Amministrazione.

Continua anche nel primo trimestre 2026 l’ottima performance del segmento Wholesale, a conferma della sua centralità nella strategia di Fastweb + Vodafone. Nel primo trimestre 2026 il numero di linee fisse a banda ultralarga fornito a operatori terzi si attesta a 1,194 milioni, in crescita del 23,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, mentre il numero di linee mobili wholesale crescono a 8,190 milioni (+20,7%).  I ricavi totali del segmento si attestano a 205 milioni di euro, in aumento del 10,1% rispetto allo stesso periodo del 2025.

I continui investimenti in infrastrutture, tecnologie e competenze posizionano Fastweb + Vodafone come operatore di riferimento per la costruzione della sovranità digitale del Paese mettendo a disposizione di imprese e PA un ecosistema digitale in grado di integrare infrastrutture proprietarie di rete fisse e mobili e data center, tecnologia Cloud e Cybersecurity e potenza computazionale AI assicurando resilienza e pieno controllo dei dati end to end. Continua, in particolare, la performance positiva delle soluzioni di Intelligenza Artificiale di Fastweb AI Work, la piattaforma che integra GenAI e AI agentica per offrire ad aziende, PMI e PA soluzioni sicure e compliant alle normative. Alla fine del periodo sono più di 35.000 le licenze sottoscritte. A queste si aggiungono oltre 50 progetti di Intelligenza artificiale sviluppati per aziende e pubblica amministrazione.

Integrazione, rete e infrastrutture

Il processo di integrazione procede in linea con i piani. Nel primo trimestre del 2026 le sinergie hanno raggiunto i 77 milioni di euro, principalmente grazie al completamento della migrazione delle SIM Fastweb Mobile sulla rete proprietaria e a ulteriori efficienze di costo. Le sinergie annue complessive a regime sono stimate in circa 300 milioni di euro entro la fine del 2026.

L’integrazione sta procedendo anche sul fronte organizzativo, grazie all’introduzione di politiche del personale armonizzate, tra cui la settimana lavorativa corta e un potenziamento dello smart working.

Prosegue l’espansione delle infrastrutture proprietarie dell’azienda, con la rete mobile 5G che raggiunge a fine marzo l’89% di copertura della popolazione nazionale, +4 p.p. rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Mentre aumenta di 6 p.p. la copertura della rete in fibra FTTH che raggiunge il 58% del territorio nazionale. Sulla base della strategia orientata a fornire la migliore esperienza di servizio ovunque, Fastweb + Vodafone offre a tutti i propri clienti, attraverso gli asset di rete di Fastweb e Vodafone Italia, la più performante connessione disponibile. 

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