Fastweb+Vodafone: Luigi Ferraris entra nel Cda come vicepresidente esecutivo
Luigi Ferraris, ex ad di Fibercop che nel suo curriculum può vantare anche un passato alla guida di Ferrovie dello Stato e di Terna, entra a far parte del Consiglio di amministrazione diFastweb+Vodafonecon il ruolo di vicepresidente esecutivo.
“L’ingresso di Ferraris ben riflette il nuovo posizionamento e il peso industriale dell’azienda a seguito dell’incorporazione di Vodafone Italia; conferma la volontà di dotarsi di una governance all’altezza delle sfide industriali, tecnologiche e strategiche che attendono l’azienda nel nuovo perimetro” ha detto l’ad Walter Renna.
“Questo gruppo si distingue per serietà e affidabilità – sottolinea Luigi Ferraris – In un contesto sfidante e in continua evoluzione, sarò lieto di mettere a disposizione l’esperienza maturata nella gestione di infrastrutture e sistemi complessi per affrontare insieme le sfide tecnologiche e industriali che ci attendono”.
Tim, riassetto e nuovo piano in vista. Il titolo vola sulle ali di Poste
Continuano a salire le azioni Tim a Piazza Affari, dove dall’inizio dell’anno hanno guadagnato oltre l’11% e sono salite ai massimi dal novembre del 2019, guadagnando il 200% da quando il governo Meloni è in carica. A dare linfa al titolo dell’azienda guidata da Pietro Labriola dopo lo scorporo della rete ci ha pensato l’ingresso di Poste.
Il calendario del riassetto è fissato. Il 28 gennaio 2026 i soci voteranno sulla conversione delle azioni di risparmio: un passaggio tecnico ma centrale per semplificare la struttura del capitale.
Il 24 febbraio 2026 è invece atteso un consiglio di amministrazione sui risultati preliminari e su un aggiornamento del piano, mentre la presentazione completa al mercato è attesa più avanti nel 2026, quando alcuni dossier saranno più definiti.
Quali sinergie industriali con Poste?
Intanto, si attende di capire quali saranno le reali sinergie industriali con Poste Italiane, preannunciate dalla creazione di una joint venture sul Cloud. Ma i dettagli dell’iniziativa saranno importanti per capire la portata di questa operazione, che potrebbe rivelarsi molto importante anche sul fronte dell’a concorrenza. La nascita di un nuovo player del “Cloud sovrano” – ma cosa significa esattamente? – potrebbe modificare non poco gli assetti del mercato sia nel pubblico sia nel privato.
L’attesa del mercato, tuttavia, è soprattutto legata ai vantaggi economico delle potenziali sinergie industriali con Poste, che secondo diverse voci potrebbero arrivare ad un potenziale compreso fra 1 e 1,3 miliardi di euro nel tempo.
Accordo con Open Fiber
Infine, secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore Tim e Open Fiber trattano un accordo per attivare 200mila nuove linee in fibra. Si potrebbe arrivare così a 400mila linee attivabili entro la metà del 2028. La conditio sine qua non comporta, però, la chiusura dell’accordo fra Tim e Open Fiber entro il primo trimestre di quest’anno. Uno speciale focus sarà dedicato alle aree bianche, le più disagiate, ma le nuove linee potranno essere attivate in tutte le altre aree del Paese, facendo leva sulla rete di Open Fiber.
Digital Networks Act, una riforma a metà per la industry delle Tlc
Di certo la industry europea delle Tlc si aspettava di più dal Digital Networks Act. La riforma del settore, attesa da tempo, ha tradito le aspettative.
Più potere nelle mani della Commissione Europea e di altre agenzie centrali, ma mancanza di una leadership coraggiosa: la GSMA lo riassume così, derubricando la portata del provvedimento ad una semplice “evoluzione, laddove era necessaria una rivoluzione”.
Cambio di governance, centralità alla Commissione
La Commissione europea ha pubblicato la sua proposta di Legge sulle reti digitali, volta ad aggiornare, semplificare e armonizzare l’approccio normativo dell’Unione europea alle infrastrutture di telecomunicazione. Ciò include reti mobili, fisse, non terrestri, cloud e i relativi ecosistemi.
L’obiettivo è incoraggiare gli investimenti e garantire l’accesso a infrastrutture digitali affidabili, sicure e veloci in tutta l’Unione, come fondamento di un’UE sicura, connessa e prospera. Se tutto andrà secondo i piani, sostituirà il Codice europeo delle comunicazioni elettroniche (EECC), semplificando la conformità agli obblighi normativi e riducendone così l’onere.
Riforma Breton annacquata?
Il documento è lungo e ci vorrà del tempo perché possa essere in qualche modo recepito nella sua interezza. Quel che è chiaro è consoliderà e centralizzerà il potere nelle mani della Commissione e di altre agenzie dell’UE come il BEREC – che non tutti amano – e alcune nuove agenzie centrali.
Insomma, secondo gli esperti il DNA non è la rivoluzione che ci si aspettava ed è una riforma alquanto “annacquata” rispetto alle prime versioni proposte dall’ex commissario al Mercato interno Thierry Breton.
Resta il tema centrale del Telecom Single Market, ma il testo rivela un approccio pragmatico, con un aggressivo cambio di gestione e controllo dalle capitali nazionali a Bruxelles in particolare sulla governance dello spettro e sulle autorizzazioni satellitari, disegnate per ridurre la frammentazione e rafforzare la sovranità in un contesto geopolitico teso in cui le infrastrutture delle telecomunicazioni sono diventate un pilastro fondamentale della strategia industriale e della sicurezza europea.
Per la GSMA il DNA non ha fatto abbastanza per spingere al competitività digitale
Secondo la GSMA, l’associazione che raccoglie le principali telco mobili europee, il DNA non fa abbastanza in termini di spinta alla competitività digitale. Manca il fari share, secondo l’associazione, che pur apprezzando l’intervento in materia di spettro radio e attribuzione di licenze indeterminate nel tempo, riscontra una mancanza nel resto delle proposte.
Il che rischia di lasciare la industry nell’attuale situazione di difficoltà per assicurarsi gli investimenti necessari per sostenere la crescita, l’innovazione e la sicurezza del continente.
“Ora dobbiamo collaborare con il Parlamento, la Commissione e gli Stati membri per sviluppare queste proposte e realizzare un DNA che possa riportare l’Europa a un ruolo di leadership digitale”. La GSMA ha inoltre descritto il DNA come “evoluzione laddove era necessaria una rivoluzione”.
Fine del recepimento?
Il trasferimento di potere alla Commissione è dimostrato da un grande cambiamento rispetto alla regolamentazione precedente: mentre le direttive venivano “recepite” nei quadri normativi e giuridici nazionali di ciascuno dei 27 Stati membri, in futuro gli obblighi dovranno essere applicati direttamente anziché interpretati. Questo perché il recepimento ha causato frammentazione a causa della mancanza di un’attuazione uniforme, che, ad esempio, può impedire la cooperazione e l’integrazione transfrontaliere.
Analogamente, nell’interesse di rapidità e semplicità, la proposta di “Autorizzazione al passaporto unico” prevede che la fornitura di reti e servizi in tutta l’UE debba essere notificata da uno solo degli Stati membri interessati anziché da tutti. Ciò non si applica ai cosiddetti servizi over-the-top, ovvero, nel linguaggio ufficiale, “servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero”.
L’Organismo dei regolatori europei delle comunicazioni elettroniche (BEREC) istituirà un modello armonizzato per le notifiche e gli Stati membri non potranno imporre obblighi di notifica aggiuntivi o separati. Tuttavia, le condizioni per l’autorizzazione comprenderanno il rispetto delle norme sulla sicurezza informatica.
Ma il ruolo degli Stati membri non sparisce
Nonostante la spinta verso una maggiore armonizzazione, le società di telecomunicazioni e i fornitori di servizi di comunicazione saranno comunque soggetti ai requisiti dei singoli Stati membri, che probabilmente differiranno notevolmente, e all’applicazione delle norme a livello nazionale. Avere due padroni è sempre un compito arduo.
Aspetto controverso sui Cloud Provider Usa
Un altro aspetto controverso è l’approccio del DNA ai giganti del cloud e ai fornitori di contenuti statunitensi. Prima della pubblicazione della bozza del DNA, si è parlato di un’attenuazione delle norme proposte per contrastare il predominio dei giganti del cloud statunitensi e far loro pagare i costi che creano per gli altri tramite un fair share. Una proposta vista come il fumo negli occhi dall’amministrazione statunitense.
A novembre, durante una visita a Bruxelles, Howard Lutnick, Segretario al Commercio degli Stati Uniti, ha detto senza mezzi termini all’UE che deve allentare le normative tecnologiche proposte se vuole che gli Stati Uniti riducano i dazi su acciaio e alluminio. Ha anche aggiunto che l’UE dovrebbe “risolvere” i casi pendenti contro Google, Microsoft e Amazon e “creare un quadro normativo con cui sentirsi a proprio agio“, secondo un articolo del Financial Times.
A giochi fatti, si può sostenere che gli Stati Uniti abbiano ottenuto ciò che Lutnick chiedeva, sotto forma di una Cooperazione per l’Ecosistema Digitale e di una procedura di conciliazione volontaria, invece di implementare un accordo di “fair share” in base al quale coloro che generano costi (la manciata di hyperscaler che generano la stragrande maggioranza del traffico di rete, richiedendo ingenti investimenti infrastrutturali per trasportarlo) debbano sostenerli.
Cooperazione volontaria al posto del fair share. Funzionerà?
Al contrario, la bozza di DNA propone che il BEREC pubblichi linee guida per promuovere la cooperazione tra coloro che forniscono reti di comunicazione elettronica e settori strettamente correlati, come i fornitori di contenuti e le società cloud. Propone inoltre di introdurre una procedura di conciliazione volontaria.
La natura volontaria della proposta ha fatto sì che alcuni, come la GSMA, si sentissero traditi, ma alcuni osservatori hanno dato una risposta più sfumata, affermando che il dibattito sulla “fair share” “è stato eluso anziché risolto. I cosiddetti “grandi generatori di traffico” non sono soggetti a commissioni vincolanti. Invece, un quadro di “cooperazione per l’ecosistema” offre una conciliazione volontaria senza esito esecutivo”.
In altri termini, la battaglia sul fair share potrebbe essere semplicemente rimandata a tempi migliori per la Ue.
Il BEREC è lo strumento giusto?
Un aspetto potenzialmente più preoccupante della Cooperazione per l’Ecosistema Digitale è l’attribuzione al BERECdella responsabilità della sua supervisione. Alcuni direbbero che non è adatto allo scopo. Alcuni hanno accusato il BEREC di mancanza di trasparenza e di aver negli anni favorito eccessivamente i consumatori a scapito degli operatori spesso ingiustamente penalizzati a causa di supposizioni su ciò che i consumatori desideravano e di un’attenzione errata alle velocità di trasmissione, a discapito di altri fattori come l’affidabilità e la copertura.
Spazio e spettro, novità positive per la industry
Con la rapida diffusione del direct-to-device (D2D), la bozza propone un’autorizzazione unica dell’UE per i servizi satellitari, a sostegno di una maggiore scala e di un maggior numero di costellazioni satellitari. Tale autorizzazione farà riferimento a una nuova Tabella Europea di Allocazione delle Frequenze Satellitari che la Commissione istituirà.
Secondo gli analisti, in tema di satelliti la Commissione è stata più audace. L’autorizzazione a livello UE per le costellazioni satellitari elimina la frammentazione normativa che ha avvantaggiato gli operatori non europei. Per IRIS² e le future iniziative europee LEO, si tratta di una sfida diretta per la sovranità tecnologica, volta a esercitare il controllo su costellazioni non europee come Starlink e Kuiper/Leo. Il che posiziona la Commissione come custode dell’accesso paneuropeo allo spettro.
Nuovi obblighi per le frequenze radio
Anche il costo dello spettro, la sua allocazione frammentata e le condizioni d’uso devono essere armonizzati. Queste problematiche hanno rappresentato un problema enorme per le società di telecomunicazioni, compresi gli elevati prezzi applicati da alcune amministrazioni nazionali fra cui l’Italia, che hanno danneggiato la loro capacità di investire in infrastrutture. La Commissione si sta impegnando a semplificare l’assegnazione e a concedere licenze di durata illimitata, che saranno soggette a revisioni periodiche. Altre modifiche proposte includono la possibilità di condividere lo spettro e l’obbligo per gli operatori che non utilizzano le frequenze assegnate di condividerle.
Modifiche alla governance delle infrastrutture digitali in ottica di difesa
Il DNA propone la creazione di un Ufficio per le Reti Digitali (ODN) a Riga, in Lettonia, che apporterà modifiche al quadro di governance. L’ODN supporterà il BEREC e assisterà il nuovo RSPB(Radio Spectrum Policy Body) proposto, che dovrebbe sostituire il Gruppo per la Politica dello Spettro Radio (Radio Spectrum Policy Group) e assumersi il suo carico di lavoro.
L’ODN sarà inoltre responsabile della stesura di un Piano di Preparazione dell’UE per le Infrastrutture Digitali, che rifletta la crescente attenzione alla sicurezza informatica e ai rischi per la catena di fornitura ICT. Il Piano di Preparazione integrerà la proposta di revisione della legge sulla sicurezza informatiche altre norme sulla sicurezza informatica, tra cui la NIS2.
Il quadro di resilienza è la sezione meno appariscente, ma potenzialmente più importante, sostengono alcuni analisti. Gli operatori hanno l’obbligo di garantire la disponibilità della rete durante le crisi, inclusa la continuità delle comunicazioni di emergenza e i sistemi di allerta pubblica. Il BEREC deve elaborare un piano di preparazione dell’Unione, mentre la Commissione ottiene il coordinamento transfrontaliero per gli incidenti. Nulla di tutto ciò sarebbe sembrato urgente cinque anni fa. Con le vulnerabilità dei cavi sottomarini esposte nei Paesi Baltici e le interferenze del GNSS [Global Navigation Satellite System] ormai all’ordine del giorno nell’Europa orientale, è ormai da tempo che si attendeva un intervento del genere.
Status quo e switch off del rame nel 2035
ECTA (European Competitive Communications Association), che rappresenta i fornitori di servizi di comunicazione non di Livello 1, ha commentato di essere lieta che la “regolamentazione ex ante sull’accesso” dell’UE rimarrà in vigore laddove necessario per garantire la concorrenza e affrontare le carenze del mercato. ECTA valuterà, tuttavia, se la proposta della Commissione salvaguardi efficacemente il panorama competitivo che ha guidato la connettività e l’innovazione in Europa.
ECTA sostiene che la competitività a lungo termine dell’Europa richiede un ecosistema delle telecomunicazioni dinamico, diversificato e orientato all’innovazione. Garantire un’ampia gamma di operatori di mercato di tutte le dimensioni e incoraggiare un’ampia varietà di prodotti e servizi è fondamentale per potenziare l’intera economia europea e liberare il suo potenziale digitale.
Infine, almeno in questa sintesi, la scadenza per lo switch-off del rame verrà posticipata dal 2030 alla fine del 2035. Cinque anni sono un periodo lungo nel settore delle telecomunicazioni.
E ora che succede?
La proposta di DNA passerà adesso al Parlamento europeo e al Consiglio dei ministri per l’approvazione. Ci sono da aspettarsi molte discussioni tra loro e la Commissione, che porteranno a molti emendamenti e compromessi, dovuti a divergenze di opinioni e priorità interne, e a questioni di sovranità nazionale. Per non parlare delle potenti influenze esterne, dai governi esteri alle organizzazioni commerciali come la GSMA.
DNA, l’analisi del presidente Agcom Lasorella: “Garantire la concorrenza e le differenze nazionali in termini di infrastrutture”
“L’analisi del settore delle telecomunicazioni italiano nell’anno 2025-2026, restituisce l’immagine di un sistema in profonda trasformazione, come sapete meglio di me, sospeso in qualche modo tra realtà storica e l’accelerazione imposta dal futuro digitale”. Così il Presidente AGCOM Giacomo Lasorella nell’intervento alla giornata finale dell’evento “Shaping Horizons in Future Telecommunications”, in corso a Roma dal 19 al 21 gennaio 2026, organizzato dal programma RESTART. Key4Biz ha potuto visionare i testo integrale del suo intervento e pubblica alcuni passaggi chiave.
“L’industria delle telecomunicazioni, un tempo caratterizzata dalla stabilità delle rendite di posizione degli operatori storici e dalla centralità della voce, mentre oggi è un campo di battaglia fluido, sempre in movimento, in cui convergono connettività, capacità di calcolo e primazia del dato. È proprio questa convergenza che il regolatore chiamato governare, superando la tradizionale segregazione reti-contenuti, lungo le direttrici di sviluppo definite dalla legislazione nazionale ed europea”, ha detto Lasorella.
Riguardo il Digital Networks Act
“Agcom ha seguito con grande attenzione tutte le fasi preliminari di questo dibattito sia in ambito europeo attraverso il BEREC, di cui sono alla Vicepresidenza, e sia a livello nazionale partecipando alle consultazioni”.
DNA, i tratti qualificanti su spettro e passaporto unico
“A un primo esame, una primissima lettura, è tuttavia possibile individuare alcuni tratti qualificanti di questo regolamento, anche se ovviamente occorre aspettare con evidenza il testo definitivo”, ha precisato il presidente di Agcom, aggiungendo:
“Sembra confermata la tendenza alla centralizzazione in capo alla Commissione di alcuni importanti strumenti e processi regolatori.
Mi riferisco in particolare alla destinazione dei diritti d’uso per lo spettro radio,
alla gestione del regime dell’autorizzazione generale per l’accesso ai mercati delle comunicazioni elettroniche, per le quali una proposta sembrerebbe contenere questa idea del single passport,
alla previsione di un prodotto/rimedio di accesso “paneuropeo” e stesse procedure per l’introduzione di rimedi regolatori ex ante dei mercati”.
La scelta del Regolamento e della centralizzazione
“La scelta stessa dello strumento legislativo del Regolamento in luogo della Direttiva testimonia l’intenzione della Commissione di assicurare un’adozione rapida e uniforme delle nuove previsioni su tutto il territorio dell’Unione”, ha continuato. “In questa sede mi preme unicamente ribadire”, ha aggiunto Giacomo Lasorella, “che ogni intervento che vada nella direzione di una maggiore centralizzazione della regolamentazione delle comunicazioni elettroniche dovrà necessariamente partire da un’attenta considerazione dei costi e dei benefici attesi in ossequio ai principi di sussidiarietà e proporzionalità cui si conforma la legislazione europea”.
“Concorrenza resta centrale e specificità del mercato italiano“
La stella polare della concorrenza resta in primo piano così come la regolazione ex ante in vigore. “Questa opinione, diciamo, evidentemente basata anche su una serie di risultanze attuali, sul piano nazionale i dati della connettività evidenziano una crescita molto significativa della copertura in fibra, 59,6 nel 2023 e 77 delle famiglie nel 2024, con una rilevante accelerazione negli ultimi anni. Questi progressi avvengono in un mercato sicuramente dinamico, attraversato da cambiamenti strutturali che la stessa Commissione considera molto rilevanti. Mi riferisco ovviamente alla separazione strutturale della rete fissa con l’attività di FiberCop, all’ingresso delle Poste Italiane nel capitale sociale di TIM. Poste oggi è il primo azionista di TIM con il 54% delle azioni e 17,31% del capitale complessivo, alla nascita di un nuovo operatore convergente a seguito della fusione di due big player del servizio, Vodafone e Fastweb, per tacere degli altri movimenti di cui si legge sulla stampa. Di qui la necessità di adottare una prospettiva sistemica che integri le dinamiche sovranazionali dell’Unione con le specificità del mercato italiano, che tenga insieme quindi incentivi e qualità, robustezza delle infrastrutture con attenzione a prestazioni, resilienza e sicurezza dell’ecosistema di connettività”.
Regolazione ex ante garanzia per la concorrenza contro il rischio rimonopolizzazione
“Il focus della regolazione simmetrica, soprattutto su misure simmetriche, rischierebbe infatti di condurre a strutture di mercato efficienti, specialmente in aree dove le barriere all’ingresso rimangono elevate. L’efficacia dell’approccio SMP è peraltro ampiamente provata: l’approccio regolamentare asimmetrico ex ante ha sin qui efficacemente garantito l’apertura dei mercati alla concorrenza, la promozione di investimenti in reti ad alta capacità e visibili benefici per i consumatori e un arretramento da questo fronte rischierebbe di innescare pericolose dinamiche di rimonopolizzazione”.
Nuova analisi del mercato d’accesso adottata a seguito della separazione strutturale della rete TIM
“Quindi, preservare le tutele degli utenti finali e deve restare un obiettivo guida della regolazione. Ma in questo senso, la nuova analisi del mercato d’accesso adottata a seguito della separazione strutturale della rete di TIM e recentemente notificata alla Commissione europea, che conferma alla luce del nuovo assetto societario dell’operatore una parziale deregolamentazione e una rimodulazione dei regimi tradizionali.
Questa è in qualche modo la prova del fatto che regolazioni simmetriche e asimmetriche possono e devono in qualche modo coesistere. Ciò potrà accadere proprio valorizzando gli strumenti introdotti dal codice europeo delle comunicazioni del 2018 nella regolazione SMP, in particolare gli impegni e la disciplina degli operatori di forze in lotta. Questo ovviamente facendo tesoro delle prime applicazioni e valutando aggiustamenti procedurali in corso che ne facilitino l’uso”.
La consultazione Agcom sul rinnovo delle frequenze in scadenza nel 2029
Agcom in questo momento è impegnata “in una complessa consultazione pubblica riguardante l’assegnazione delle frequenze nel bandi 800, 900, 1400, 1800, 2100, 2600 e 3400-3600 MHz, i cui diritti d’uso scadranno simultaneamente nel 2029.Noi ci siamo, ovviamente abbiamo cercato di prepararci per tempo a questa scadenza, che è evidentemente cruciale, l’ipotesi di un rinnovo delle licenze fino al 2037, accompagnato da obiettivi di investimento, copertura e qualità di servizio e di accesso, è al centro del dibattito settoriale”.
Questo orientamento mira a garantire la stabilità degli investimenti in un momento in cui le imprese devono affrontare i costi della transizione energetica e della modernizzazione dei network, come necessario per lo sviluppo di reti e servizi che devono essere, come si usa dire, a prova di futuro.
L’intersezione tra reti e piattaforme impone cambio di prospettiva per i regolatori. In questa direzione procedimento Agcom sulle CDN
“La profonda intersezione tra reti e piattaforme di servizio, l’ingresso dei nuovi attori, impone infatti un radicale cambio di prospettiva anche per i regolatori, chiamati a ripensare a partire dall’esperienza sin qui acquisita i fondamenti della loro azione in chiave modulare, multidisciplinare, anche attraverso la gestione di possibili controversie tra operatori tradizionali e nuovi soggetti in un’ottica di composizione efficace e certezza del quadro”, dice Lasorella.
“Sulla scorta delle esperienze maturate in questi ultimi anni, proprio nella nostra consigliatura, come nel caso DAZN, l’autorità ha avviato nel mese di marzo scorso, uno specifico procedimento proprio alla ricognizione delle condizioni di applicabilità del regime di autorizzazione generale previsto dal codice delle comunicazioni elettroniche alle cosiddette Content Delivery Network (le CDN) per la distribuzione di contenuti di streaming via internet evidenziando le principali relazioni tra i Content and Application Provider (CAP) i CDN provider e gli operatori di comunicazione elettronica”, ha detto.
Documento sulle CDN inviato al Mimit non è fair share
“Il documento finale è stato trasmesso al Ministero delle imprese del Made in Italy, per “la possibile adozione del regolamento specifico per l’autorizzazione generale per le CDN”. “Questo documento, questo approfondimento fatto da AGCOM, lungi dal potersi considerare un tentativo di introdurre, come dire, dalla finestra meccanismi di fair share superati nel dibattito, ha tuttavia l’obiettivo di offrire un contributo alla riflessione in corso, ponendo le basi per la costruzione di un vero level playing field tra i vari attori del lavoro”, precisa Lasorella.
DNA, risoluzione controversie fra telco e OTT su base volontaria, coinvolgendo le Autority nazionali e il BEREC
“Rilevo con soddisfazione, che la proposta della Commissione nel Digital Service Act sembrerebbe dedicare un’ampia attenzione alle esigenze di cooperazione tra operatori telco “tradizionali” e altri operatori coinvolti in attività di comunicazioni elettroniche, mediante linee guida e strumenti di risoluzione di controversie su base volontaria che vedono coinvolte le autorità nazionali ed il BEREC”, ha concluso
Digital Networks Act: “Sì al fair share volontario e frequenze indeterminate, passaporto unico per Telco paneuropee e regole per il satellite”
Digital Networks Act: l’Europa riscrive le regole delle telecomunicazioni
È arrivata la tanto attesa presentazione del Digital Networks Act. Con il DNA la Commissione europea punta a unire il mercato unico alla connettività e alle telecomunicazioni, sostituendo il Codice europeo delle comunicazioni elettroniche del 2018.
Non si tratta di un semplice aggiornamento normativo: il passaggio da Direttiva a Regolamento segna una svolta strutturale, perché rende le nuove regole direttamente applicabili in tutti gli Stati membri, riducendo la frammentazione nazionale che da anni frena investimenti, consolidamento e innovazione nel settore.
L’obiettivo dichiarato è ambizioso: creare un vero mercato unico della connettività, in grado di sostenere la diffusione di reti ad altissima capacità – fibra, 5G e in prospettiva 6G – e di fornire la base infrastrutturale necessaria allo sviluppo di tecnologie chiave come cloud, intelligenza artificiale, edge computing e servizi digitali avanzati. In gioco c’è la competitività europea, ma anche la sicurezza e la resilienza delle reti.
Si introduce di fatto “un passaporto unico” per gli operatori che forniscono reti e servizi nei vari Stati Ue e sarà sufficiente notificare questa volontà e questo status in un solo Stato membro
La proposta sarà ora presentata al Parlamento europeo e al Consiglio per l’approvazione.
“L’innovazione europea inizia con un’Europa realmente connessa. Un’infrastruttura digitale resiliente e ad alte prestazioni è essenziale per rafforzare la leadership europea in termini di innovazione, competitività e sovranità digitale”, ha dichiarato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutivo per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.
“Una connettività avanzata e accessibile consentirà alle startup di sfruttare il potenziale dell’intelligenza artificiale e ai medici di assistere i pazienti da remoto, in modo rapido e sicuro. Il nostro obiettivo – ha precisato Virkkunen – è un ambiente digitale in cui le nuove tecnologie siano prontamente disponibili, accessibili e basate su regole eque e affidabili che vadano a vantaggio delle persone”.
Spettro radio verso un utilizzo indeterminato e non illimitato da parte degli operatori (la maggiore stabilità attira investimenti)
Uno dei punti più rilevanti del Digital Networks Act riguarda lo spettro radio, risorsa strategica per le reti mobili. La Commissione propone di aumentare drasticamente la prevedibilità regolatoria, consentendo licenze indeterminate per l’utilizzo dello spettro radio (indeterminate non significa illimitate, ma dietro il rispetto di impegni concreti), ma allo stesso tempo si prevede anche un maggior numero di rinnovi delle licenze.
Il messaggio politico è chiaro: le Telecomunicazioni sono un settore in cui vale la pena investire nel lungo periodo. Oggi le licenze hanno una durata minima di 20 anni, ma restano soggette a incertezze legate a rinnovi, condizioni economiche e approcci nazionali molto diversi. Con il DNA, Bruxelles punta a una maggiore armonizzazione dei criteri di assegnazione, durata e pricing, offrendo agli operatori un orizzonte temporale compatibile con investimenti miliardari in reti mobili di nuova generazione.
A questo si affianca il principio del “use it or share it”: lo spettro non utilizzato dovrà essere condiviso, per evitare inefficienze e massimizzare l’uso di una risorsa scarsa.
Mercato unico della connettività: meno barriere, più scalabilità, anche per i satelliti
Il Digital Networks Act mira a superare uno dei limiti storici del settore europeo: la frammentazione normativa. Oggi un operatore che voglia offrire servizi in più Paesi deve confrontarsi con 27 regimi autorizzativi, procedure e interpretazioni regolatorie diverse. Il DNA introduce meccanismi che permettono alle imprese di operare su scala europea registrandosi in un solo Stato membro, semplificando l’accesso ai mercati e incentivando modelli paneuropei.
Particolarmente significativa è la proposta di un quadro di autorizzazione a livello UE per i servizi satellitari di comunicazione, che sottrae queste attività alla sola competenza nazionale. È un segnale della volontà di Bruxelles di rafforzare l’autonomia strategica europea anche nello spazio e nelle infrastrutture critiche.
Le comunicazioni satellitari sono vitali per l’autonomia strategica. Si introduce un’unica autorizzazione a livello europeo. Si supera così la regolamentazione nazionale: lo stesso Elon Musk, se vuole utilizzare i suoi satelliti in Italia deve attenersi al DNA quando sarà un Regolamento effettivo.
Un Regolamento che consentirà agli operatori del settore satellitare di crescere e scalare. I nuovi servizi satellitari potranno essere offerti in modalità Direct-to-Device (D2D).
Addio al rame tra il 2030 e il 2035
Un altro pilastro del DNA è la transizione dalle reti legacy in rame alle reti in fibra ottica. La Commissione introduce piani nazionali obbligatori per accompagnare il phase-out del rame tra il 2030 e il 2035, con la presentazione dei piani già nel 2029. L’obiettivo è chiaro: il rame non è più adeguato a sostenere le esigenze di una economia digitale avanzata.
Il processo sarà accompagnato da garanzie per i consumatori, come obblighi di informazione trasparente, continuità del servizio e protezione delle fasce più vulnerabili. È prevista anche una certa flessibilità: i governi potranno estendere le scadenze se necessario, per evitare shock sociali o territoriali.
Investimenti sì, ma senza il contributo “obbligatorio” delle Big Tech (ma sarà volontario)
Uno dei nodi politici più delicati era la richiesta degli operatori di telecomunicazioni – sostenuta da grandi gruppi come Deutsche Telekom, Orange, Telefónica e TIM – di introdurre un contributo obbligatorio delle Big Tech ai costi di sviluppo delle reti, il cosiddetto “fair share”. La Commissione ha scelto accogliere questa istanza, ma a metà. Il Fair Share è un po’ annacquato e azzoppato.
Il fair share sarà volontario e consentirà, nelle intenzioni della Commissione, la risoluzione più rapida e semplice delle dispute, introducendo un meccanismo di “conciliazione volontaria” gestita a livello nazionale dalle Autorità e dal BEREC.
Così, nel Digital Networks Act non c’è alcun obbligo di pagamento per i grandi fornitori di contenuti e servizi digitali (le Big Tech). Al suo posto, Bruxelles propone un meccanismo volontario di cooperazione tra operatori di rete e player come Google, Netflix o Meta, focalizzato su temi come interconnessione IP, efficienza del traffico e sviluppo infrastrutturale.
È una soluzione di compromesso che evita uno scontro frontale con il mondo del cloud e delle piattaforme, ma che lascia insoddisfatti molti operatori, convinti che senza nuove fonti di finanziamento il gap infrastrutturale europeo rispetto a Stati Uniti e Asia resterà difficile da colmare.
In caso di Network fee, le big tech penseranno in autonomia all’ultimo miglio della rete? Con il satellite oppure “mangiando” alcune Telco?
E se, invece, attraverso il meccanismo volontario di cooperazione le Autorità regolatorie nazionali e il BEREC dovessero decidere di far pagare una Network fee agli OTT e agli altri operatori coinvolti nella fornitura di servizi di comunicazioni elettroniche? La reazione delle Big Tech potrebbe essere quella di pensare in autonomia anche all’ultimo miglio della rete? E quindi sostituire le Telco con i servizi satellitari? Oppure, nel peggiore degli scenari gli OTT potrebbe, in alcuni casi, “mangiarsi” e quindi acquisire alcune Telco?
L’analisi: operatori TLC paneuropei, ma solo sui servizi
È molto interessante il meccanismo del single passport per consentire agli operatori di di TLC nazionali di essere attivi anche in altri Stati membri, ma dal nostro punto di vista si potranno creare degli operatori paneuropee solo sui servizi, perché difficilmente nessuno Stato membro cederà la rete a un operatore “straniero”, anche se europeo. Questo perché la rete di telecomunicazioni è un asset di ogni singolo Stato membro e riguarda la sicurezza nazionale.
Infine, sul fronte della neutralità della rete, la Commissione ribadisce il pieno rispetto dei principi dell’Open Internet. Allo stesso tempo, introduce strumenti per chiarire l’applicazione delle regole a servizi innovativi, con l’obiettivo di aumentare la certezza giuridica senza indebolire le tutele per utenti e imprese.
Una riforma strutturale per la competitività europea
Il Digital Networks Act rappresenta dunque una riforma di sistema: meno burocrazia, più armonizzazione (semplificazione burocratica per il settore pubblico e privato) maggiore certezza regolatoria e un chiaro orientamento agli investimenti di lungo periodo. Non risolve tutte le tensioni del settore – a partire dal tema del finanziamento delle reti – ma segna un cambio di passo rispetto al passato.
Ora la palla passa al Parlamento europeo e al Consiglio. Se approvato, il DNA potrebbe diventare uno dei pilastri della strategia europea per la sovranità digitale, trasformando la connettività da collo di bottiglia strutturale a vero motore della crescita digitale del continente.
Agcom, prosegue il calo del rame ma l’FTTC resta al 41,6%. FTTH in crescita al 32,9% degli accessi
Le linee in rame si sono ridotte di circa 150mila unità su base trimestrale di 640mila su base annua, mentre rispetto a settembre 2021 sono diminuite di poco più di 3,4 milioni di accessi. Lo rileva l’Osservatorio sulle Comunicazioni dell’Agcom, aggiornato ai primi 9 mesi dell’anno 2025.
A settembre 2025 nella rete fissa gli accessi complessivi su base trimestrale non mostrano variazioni di rilievo e si attestano ai 20,49 milioni di linee.
Le linee in rame si sono ridotte di circa 150 mila unità su base trimestrale di 640 mila su base annua, mentre rispetto a settembre 2021 sono diminuite di poco più di 3,4 milioni di accessi.
Pur se in flessione su base annua (-778 mila linee), gli accessi FTTC rappresentano il 41,6% della base clienti complessiva. Gli accessi FTTH crescono su base trimestrale di oltre 240 mila unità e di 1,22 milioni su base annua mentre, rispetto a giugno 2021, l’incremento è di poco superiore ai 4,2 milioni di linee; a settembre 2025, esse rappresentano il 32,9% degli accessi complessivi. In crescita risultano anche le linee Fixed Wireless Access, di circa 264 mila unità su base annua, per un ammontare totale stimato a settembre 2025 di 2,56 milioni di accessi.
Le linee broadband e ultrabroadband complessive sono stimate in circa 19,26 milioni di unità, pressoché stabili rispetto al trimestre precedente. Analizzando nel dettaglio la loro composizione, emerge che le linee DSL risultano in riduzione sia su base annua, di circa 822 mila unità, sia su base trimestrale (-73 mila unità). Per ciò che riguarda le linee offerte tramite altre tecnologie, si registra una crescita sia su base annua, di 662 mila unità, sia su base trimestrale, di 95 mila unità, per un volume pari a circa 18,1 milioni di linee a settembre 2025.
Le dinamiche illustrate indicano un ulteriore aumento delle prestazioni in termini di velocità di connessione commercializzata rispetto ai periodi precedenti: il peso delle linee con velocità pari o superiori ai 100 Mbit/s è salito, tra settembre 2021 e settembre 2025, dal 59,2% all’81,8%. Da evidenziare la crescita del peso delle linee commercializzate con capacità trasmissiva ≥1GB/s, passato dallì11,5% al 32,4% sempre nello stesso periodo di riferimento.
Continua la crescita del consumo di dati: in termini di volume complessivo, il traffico medio giornaliero nel corso del primo semestre del 2025 ha segnato un’ulteriore crescita del 7,8% rispetto ai primi nove mesi del 2024, mentre rispetto al corrispondente valore del 2021 la crescita è stata del 49,0%. Ciò si riflette sul traffico giornaliero per linea broadband; i dati unitari di consumo nei primi nove mesi del 2025, infatti, sono aumentati del 44,4% rispetto al 2021, passando da 6,81 a 9,83 GB per linea in media al giorno.
Per ciò che riguarda gli accessi broadband e ultrabroadband, a fine settembre 2025, TIM si conferma il maggiore operatore con il 33,0% degli accessi, seguito da Fastweb+Vodafone con il 29,8% e da Wind Tre con il 14,6%; seguono Sky Italia (4,3%), Eolo (3,6%), Tiscali (2,8%) e Iliad (2,4%). Tra i principali player presenti sul mercato, Iliad è quello che ha mostrato, su base annua, il maggiore dinamismo guadagnando 0,7 punti percentuali. In crescita (+1,9 punti percentuali) anche gli operatori di minori dimensioni, che si valuta rappresentino circa il 9,4% del mercato delle linee broadband e ultrabroadband.
Relativamente al segmento delle linee in fibra (FTTH), complessivamente in crescita del 22,0% rispetto a settembre 2024, l’operatore Fastweb+Vodafone detiene il primo posto con il 29,9% degli accessi, seguito da TIM (27,0%), Wind Tre (16,1%), Iliad (6,7%), Sky Italia (5,9%), Enel Energia (2,7%) e Tiscali (2,2%).
Nella rete mobile, a fine settembre 2025, le sim attive (Human e M2M) sono stimate in poco più di 110 milioni: su base trimestrale, le sim M2M crescono di 551 mila unità, mentre quelle Human (cioè, “solo voce”, “voce+dati” e “solo dati” che prevedono iterazione umana) si riducono di 81 mila unità.
Le sim Human sono rappresentate per l’85,4% da utenze residenziali, mentre, con riferimento alla tipologia di contratto, poco più del 91% dei casi ricade nella categoria di sim “prepagata”.
Relativamente alle sim complessive, Fastweb+Vodafone è l’operatore leader di mercato con il 29,9%, seguito da TIM (25,9%), Wind Tre (24,1%), Iliad (11,2%), PostePay (4,0%), Coop Voce (2,1%) e Lyca Mobile (0,9%).
Considerando il solo segmento delle sim “human”, Fastweb+Vodafone è il principale operatore con il 25,4%, seguito da Wind Tre (23,7%), da Tim (22,9%) e Iliad che, con una crescita di 0,9 punti percentuali su base annua, raggiunge il 15,6%; con quote inferiori seguono PostePay (5,5%), Coop Voce (2,9%) e Lyca Mobile (1,3%).
Sono valutabili in circa 61,3 milioni le sim “human” che hanno prodotto traffico dati nel corso dei primi nove mesi del 2025. Il traffico dati giornaliero per sim “human” continua la sua crescita; su base annua del 14,5% e di oltre di poco meno del 113% rispetto al 2021. Corrispondentemente, il consumo medio unitario giornaliero è stimabile in circa 0,98 GB.
Key data – Comunicazioni elettroniche
Variazione %
cfr slide
set-21
set-22
set -23
set -24
set -25
’25/’24
’25/’21
Rete fissa
Linee complessive (mln)
1.1
20,12
20,30
20,18
20,47
20,49
0,1
1,9
– di cui BB/UBB (mln)
1.2
18,74
18,98
18,98
19,42
19,26
-0,8
-2,8
Rete mobile
SIM complessive (mln)
1.8
105,8
107,1
108,5
108,6
110,5
1,8
4,5
– di cui “human” (mln)
1.8
77,9
78,5
78,9
78,2
79,3
1,4
1,7
Traffico dati (medio giornaliero)
– per linea broadband (GB)
1.6
6,8
7,3
8,1
9,1
9,8
7,6
44,4
– per sim “human” (GB)
1.12
0,46
0,63
0,77
0,86
0,98
14,5
112,8
Fonte: elaborazioni e stime Agcom su dati aziendali
Tlc e innovazione, come prevenire incidenti su strade e sui binari
Il ruolo fondamentale, di substrato tecnologico e precondizione necessaria della connettività in fibra e 5G per lo sviluppo di nuove applicazioni digitali. Questo il tema del panel “La connettività come elemento abilitante le applicazioni” che si è tenuto oggi nella seconda giornata dell’evento “Shaping Horizons in Future Telecommunications”, in corso a Roma dal 19 al 21 gennaio 2026, organizzato dal programma RESTART, il Partenariato esteso sulle telecomunicazioni del futuro finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del PNRR, Nicola Blefari Melazzi, Presidente della Fondazione RESTART, parlando del programma, ha ricordato che questo oggi coinvolge 135 partner e ha quindi assunto un significato strategico per la ricerca e l’innovazione nel nostro Paese.
Al panel hanno preso parte Laura Di Raimondo, Direttore Generale di Asstel; Mauro Giancaspro, Direttore Technology, Innovation & Digital Spoke di ANAS; Domenico Giancola, Responsabile Program Management Tecnologie, Direzione Tecnica RFI; Mario Nobile, Direttore Generale di AGID.
Di Raimondo (Asstel): “Il 2026 deve essere l’anno della svolta per le Tlc”
“Il 2026 deve rappresentare l’anno di svolta per il settore delle telecomunicazioni in Italia. Le Tlc sono l’abilitatore digitale del Paese e senza una loro piena sostenibilità industriale ed economica non è possibile garantire crescita, competitività e innovazione per il futuro digitale del Paese”. Lo ha detto Laura Di Raimondo, direttore generale di Asstel, nel suo intervento.
“Oggi le telecomunicazioni vivono una delle fasi più delicate della loro storia, davanti alla crescita impetuosa del traffico e dell’economia digitale. E in ultimo l’arrivo dirompente dell’IA, si contrappone, da oltre quattordici anni, una compressione dei ricavi ridotti di oltre un terzo, mentre il traffico sulle reti fisse e mobili è cresciuto in modo esponenziale. Un paradosso che rischia di indebolire proprio il motore della digitalizzazione del Paese”.
Un passaggio centrale ha riguardato il rinnovo del Contratto nazionale delle Tlc, che adotta un approccio di sistema e definisce una prospettiva strutturata di sviluppo futuro. “È un segnale importante di maturità e responsabilità del settore, che sceglie di governare il cambiamento con una visione condivisa e di lungo periodo”, ha evidenziato Di Raimondo.
Tra i punti chiave individuati da Asstel: stesse regole per tutti, per attrarre gli investimenti servono regole eque, chiare, moderne in Italia e in Europa; investimenti sostenibili che garantiscano un adeguato ritorno economico alle imprese, la crescita passa dallo sviluppo di infrastrutture digitali, veloci, diffuse, sicure in tutto il Paese; allocazione non onerosa delle frequenze; energia a costi competitivi, regole e incentivi che considerino la Filiera alla pari con gli altri settori considerati energivori; la realizzazione di una visione industriale per i call center e il contrasto al dumping contrattuale; puntare sulle persone per crescere, formazione permanente focalizzata sulle competenze a prova di futuro e politiche per il lavoro moderne.
Le speranze di rilancio guardano al Digital Network Act, strumento molto atteso dal comparto. “Il DNA va nella giusta direzione perché riconosce che la competitività digitale europea passa dalle reti, dagli investimenti e da una visione coerente ed equa della catena del valore di Internet. Funzionerà se saprà spostare il baricentro su semplificazione e investimenti sostenibili; rischierà invece di accentuare le criticità se estenderà in modo disordinato l’ambito regolato senza affrontare il tema strategico del riequilibrio del valore”, ha concluso Di Raimondo ricordando la necessità di una regolazione di livello europeo per il mercato digitale.
Giancaspro (ANAS): “TLC fondamentali per il progetto Smart Roads”
Sul fronte delle applicazioni, il progetto Smart Roads di ANAS viene illustrato da Mauro Giancaspro, Direttore Technology, Innovation & Digital Spoke di ANAS: “Il progetto Smart Roads di ANAS è a tutti gli effetti un progetto di telecomunicazioni – ha detto Giancaspro – L’obiettivo è innalzare il livello di sicurezza stradale” tramite l’utilizzo di tecnologie e sensori collocati sulla sede stradale, ma anche a bordo strada, nelle gallerie e in ottica di manutenzione predittiva su ponti e cavalcavia stradali e autostradali.
La prima sperimentazione del progetto Smart Roads è stata realizzata a Cortina, su un tratto di 71 km di strada. Inoltre, la fase di sperimentazione riguarda anche 40 km di strada sul GRA e un tratto di strada sulla Roma-Fiumicino.
“Siamo in fase di sperimentazione avanzata – aggiunge Giancaspro – alcuni servizi ITS (Intelligent Transportation Systems) sono già attivi (misurazione della temperatura dell’asfalto, pali intelligenti, segnalazione di auto contro mano e di ingombri sulla sede stradale, cantieri programmati). Ma serve ancora la validazione operativa e la certificazione finale per chiudere la sperimentazione perché dal punto di vista dell’interoperabilità con gli autoveicoli deve ancora arrivare la bollinatura finale”.
Un altro tema importante è la necessità di saldare l’interoperabilità fra operatori Tlc e car maker. Infine, ANAS ha sviluppato anche una app, destinata ai possessori di auto meno avanzate tecnologicamente ante euro 4, che sono ancora il 30% del parco veicoli nazionale di 40 milioni di veicoli totali. “La app supplisce alla mancanza di comunicazione con il veicolo – dice Giancaspro – è destinata alle auto di vecchia generazione, tenuto conto che già con il 4G e il 5G siamo in grado di migliorare la sicurezza stradale”.
Nobile (AGID): “Serve un veicolo dedicato per lo sviluppo delle Smart Roads”
Ogni anno in Italia muoiono 3mila persone sulle strade ed è per questo che la rapida introduzione di sistemi digitali di prevenzione e controllo del traffico e della manutenzione stradale sono questioni centrali. Creare nuovi servizi digitali, basati sulle smart roads, è il prossimo step per rendere concretamente operativo il sistema. Uscire dalla fase di sperimentazione è la condizione necessaria, ma non semplice, per arrivare all’implementazione di nuovi servizi per la sicurezza stradale basati sulla connettività su strada. In questa direzione va la proposta di Mario Nobile, Direttore dell’AGID ma padre del progetto smart roads ai tempi in cui si trovava il MIT nel 2017 e 2018. “In Italia ci sono 840mila chilometri di strade, ANAS ne gestisce una minima parte, il resto è suddiviso fra una miriade di gestori più piccoli – ricorda Nobile – che sono frenati da diversi vincoli per l’adozione dei nuovi servizi digitali”.
Che fare per semplificare il processo di adozione dei nuovi servizi? “Si potrebbe pensare ad in veicolo dedicato, un soggetto pubblico-privato che funga da service per Comuni, Province, ANAS, Autostrade per l’Italia e tutti gli altri soggetti interessati. Serve un lavoro di squadra per evitare che le smart roads si sviluppino a macchia di leopardo”.
C’è poi il tema delle regole, che in certi casi rischiano di trasformarsi in un boomerang. “Per salvare una vita umana non posso scontrarmi con il Data Protection Officer per i dati di chi ha fatto un incidente – dice Nobile – se le regole complicano le cose non va bene. Noi dobbiamo alleggerire il quadro normativo, un soggetto come ANAS non può avere problemi di GDPR, AI Act, DMA o Digital Omnibus”.
Giancola (RFI), “Tlc parte integrante della rete ferroviaria che è un’infrastruttura critica”
Le ferrovie italiane hanno adottato, tra le prime in Europa, l’European Rail Traffic Management System/European Train Control System (ERTMS/ETCS) di livello 2 sulle nuove linee della rete ad Alta Velocità/Alta Capacità. Il sistema – basato su standard europeo – permette ai treni dei diversi paesi di circolare senza soluzione di continuità su tutte le linee europee che ne sono dotate ed è capace di garantire la circolazione in sicurezza dei treni con l’adozione di funzionalità e tecnologie all’avanguardia.
Al 30 giugno 2025 sono attrezzati con ERTMS 1.063 km di linee alta velocità senza sovrapposizione con sistemi di segnalamento nazionale ed in assenza di segnali luminosi laterali. “Si tratta di un sistema di controllo sicurezza per il segnalamento ferroviario, ma è importante non soltanto per l’impiantistica e per la circolazione dei treni – ha detto Domenico Giancola, Responsabile Program Management Tecnologie, Direzione Tecnica RFI – ad oggi abbiamo più di mille chilometri con ERMTS e GSMR che consentono lo spostamento e la transizione di messaggi verso l’infrastruttura e viceversa per la localizzazione dei treni, con uno scambio in real time di informazioni”.
Il GSMR sta per lasciare il posto al 5G ferroviario, e in questo contesto “Le Tlc sono un sottosistema integrante della rete ferroviaria, che è un’infrastruttura critica – ha detto Giancola – la manutenzione può essere predittiva quando riesce a prevenire quella programmata e quella da guasto. La manutenzione predittiva implica l’analisi di un numero importante di informazioni ed è il prossimo gradino”.
TLC. Blefari: “Sfruttare l’AI per creare un’intelligenza di rete”
Blefari: “La sostenibilità del settore TLC non dipende solo da riforma legislative e regolatorie, ma anche dalla capacità di innovare”
In apertura dell’evento “Shaping Horizons in Future Telecommunications”, in corso a Roma dal 19 al 21 gennaio 2026, organizzato dal programma RESTART, il Partenariato esteso sulle telecomunicazioni del futuro finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del PNRR, Nicola Blefari Melazzi, Presidente della Fondazione RESTART, parlando del programma, ha ricordato che questo oggi coinvolge 135 partner e ha quindi assunto un significato strategico per la ricerca e l’innovazione nel nostro Paese.
Nel corso di questi tre anni, ha spiegato Blefari, “sono stati realizzati 32 progetti di ricerca, lavorando con sei istituzioni di supporto e otto laboratori innovativi. Ma il dato che più ci rappresenta è quello dei 435 giovani ricercatori che sono stati assunti e formati nell’ambito di questa iniziativa. È un investimento concreto sul capitale umano e sul futuro del settore”.
Nicola Blefari Melazzi
“All’inizio i partner erano 25. Successivamente, anche per ragioni legate ai bandi e alla necessità di includere competenze diverse – operatori, vendor, integratori – il partenariato si è progressivamente ampliato. Oggi possiamo dire di contare 135 partner distribuiti su tutto il territorio nazionale”, ha precisato Blefari.
“Noi non facciamo solo ricerca in senso stretto. Accanto ai progetti di ricerca operano diverse strutture di supporto, ormai pienamente sperimentate: una dedicata alla progettazione e all’installazione dei laboratori; una al trasferimento tecnologico e all’innovazione; una al supporto a startup e spin-off; una all’integrazione e valorizzazione dei risultati; una alla proprietà intellettuale; e infine una dedicata alla comunicazione. La ricerca si sviluppa quindi all’interno di un ecosistema strutturato, che consente ai risultati scientifici di trasformarsi in valore concreto”, ha detto Blefari.
Riguardo alle criticità strutturali del settore delle telecomunicazioni, Blefari ha poi affermato: “Parliamo di una competizione molto forte e spesso non pienamente equa; di vincoli normativi e regolatori che talvolta limitano l’introduzione di nuovi servizi; dei costi dello spettro e, più recentemente, dell’aumento dei costi energetici. Ma accanto a tutto questo c’è un tema che non possiamo ignorare: la mancanza di innovazione, un problema che non nasce oggi, ma che si trascina da decenni e che ha impedito al settore di cogliere importanti opportunità”.
“Integrare l’AI per creare un’intelligenza di rete che consenta agli operatori di giocare un ruolo centrale in questo nuovo mercato“
Blefari ha poi chiamato in causa Pietro Labriola, CEO TIM e Presidente Asstel: “Il vero punto di svolta è stato tecnologico, con l’introduzione del protocollo IP, che ha spostato la catena del valore dalle telecomunicazioni tradizionali verso le applicazioni, facendo perdere agli operatori il controllo sui servizi. La tecnologia, quindi, è la chiave. Non per colpevolizzare il passato, ma per imparare la lezione. Oggi ci troviamo di fronte a una sfida analoga: l’intelligenza artificiale. Anche qui possiamo scegliere un approccio difensivo, limitandoci a usare l’AI per migliorare l’efficienza delle reti e ridurre i costi, lasciando però lo sviluppo delle applicazioni ancora una volta agli attori over-the-top. Oppure possiamo fare una scelta diversa: integrare l’intelligenza artificiale con le reti, i terminali e il cloud, creando un’intelligenza di rete che consenta anche agli operatori di giocare un ruolo centrale in questo nuovo mercato. Per farlo è necessario sviluppare applicazioni integrate: scambi di informazioni machine-to-machine, apprendimento e inferenza distribuiti, nuovi paradigmi e soluzioni radicalmente innovative. L’obiettivo è evitare di subire l’innovazione dall’esterno e costruirla invece dall’interno del sistema”.
Un ultimo punto da cui ripartire è la ricerca che si fa in Italia: “Abbiamo bisogno di ricercatori motivati, coinvolti, che credano in quello che fanno. Noi ne abbiamo formati 435, una nuova generazione di ricercatori italiani nel settore, e il nostro obiettivo è riuscire a trattenerli nel Paese, offrendo loro prospettive concrete. Quello che abbiamo fatto finora non è un punto di arrivo, ma un inizio. Per continuare serve l’impegno congiunto della ricerca, dell’industria e delle istituzioni, affinché i risultati di questo lavoro possano tradursi in crescita, innovazione e competitività per il sistema Paese”.
Letta: “Le TLC sono diventate una questione di sicurezza e vanno sostenute con il fondo per la Difesa Comune Ue”
Blefari: “La sostenibilità del settore TLC non dipende solo da riforma legislative e regolatorie, ma anche dalla capacità di innovare”
In apertura dell’evento “Shaping Horizons in Future Telecommunications”, in corso a Roma dal 19 al 21 gennaio 2026, organizzato dal programma RESTART, il Partenariato esteso sulle telecomunicazioni del futuro finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del PNRR, Nicola Blefari Melazzi, Presidente della Fondazione RESTART, parlando del programma, ha ricordato che questo oggi coinvolge 135 partner e ha quindi assunto un significato strategico per la ricerca e l’innovazione nel nostro Paese.
Nel corso di questi tre anni, ha spiegato Blefari, “sono stati realizzati 32 progetti di ricerca, lavorando con sei istituzioni di supporto e otto laboratori innovativi. Ma il dato che più ci rappresenta è quello dei 435 giovani ricercatori che sono stati assunti e formati nell’ambito di questa iniziativa. È un investimento concreto sul capitale umano e sul futuro del settore”.
Nicola Blefari Melazzi
“All’inizio i partner erano 25. Successivamente, anche per ragioni legate ai bandi e alla necessità di includere competenze diverse – operatori, vendor, integratori – il partenariato si è progressivamente ampliato. Oggi possiamo dire di contare 135 partner distribuiti su tutto il territorio nazionale”, ha precisato Blefari.
“Noi non facciamo solo ricerca in senso stretto. Accanto ai progetti di ricerca operano diverse strutture di supporto, ormai pienamente sperimentate: una dedicata alla progettazione e all’installazione dei laboratori; una al trasferimento tecnologico e all’innovazione; una al supporto a startup e spin-off; una all’integrazione e valorizzazione dei risultati; una alla proprietà intellettuale; e infine una dedicata alla comunicazione. La ricerca si sviluppa quindi all’interno di un ecosistema strutturato, che consente ai risultati scientifici di trasformarsi in valore concreto”, ha detto Blefari.
Riguardo alle criticità strutturali del settore delle telecomunicazioni, Blefari ha poi affermato: “Parliamo di una competizione molto forte e spesso non pienamente equa; di vincoli normativi e regolatori che talvolta limitano l’introduzione di nuovi servizi; dei costi dello spettro e, più recentemente, dell’aumento dei costi energetici. Ma accanto a tutto questo c’è un tema che non possiamo ignorare: la mancanza di innovazione, un problema che non nasce oggi, ma che si trascina da decenni e che ha impedito al settore di cogliere importanti opportunità”.
Blefari ha poi chiamato in causa Pietro Labriola, CEO TIM e Presidente Asstel: “Il vero punto di svolta è stato tecnologico, con l’introduzione del protocollo IP, che ha spostato la catena del valore dalle telecomunicazioni tradizionali verso le applicazioni, facendo perdere agli operatori il controllo sui servizi. La tecnologia, quindi, è la chiave. Non per colpevolizzare il passato, ma per imparare la lezione. Oggi ci troviamo di fronte a una sfida analoga: l’intelligenza artificiale. Anche qui possiamo scegliere un approccio difensivo, limitandoci a usare l’AI per migliorare l’efficienza delle reti e ridurre i costi, lasciando però lo sviluppo delle applicazioni ancora una volta agli attori over-the-top. Oppure possiamo fare una scelta diversa: integrare l’intelligenza artificiale con le reti, i terminali e il cloud, creando un’intelligenza di rete che consenta anche agli operatori di giocare un ruolo centrale in questo nuovo mercato. Per farlo è necessario sviluppare applicazioni integrate: scambi di informazioni machine-to-machine, apprendimento e inferenza distribuiti, nuovi paradigmi e soluzioni radicalmente innovative. L’obiettivo è evitare di subire l’innovazione dall’esterno e costruirla invece dall’interno del sistema”.
Un ultimo punto da cui ripartire è la ricerca che si fa in Italia: “Abbiamo bisogno di ricercatori motivati, coinvolti, che credano in quello che fanno. Noi ne abbiamo formati 435, una nuova generazione di ricercatori italiani nel settore, e il nostro obiettivo è riuscire a trattenerli nel Paese, offrendo loro prospettive concrete. Quello che abbiamo fatto finora non è un punto di arrivo, ma un inizio. Per continuare serve l’impegno congiunto della ricerca, dell’industria e delle istituzioni, affinché i risultati di questo lavoro possano tradursi in crescita, innovazione e competitività per il sistema Paese”.
Letta: “L’Europa deve integrare connettività, energia e mercati finanziari”
Nel suo intervento dal titolo “Le politiche europee verso il mercato unico delle telecomunicazioni”, il Presidente di Arel, Enrico Letta, già Presidente del consiglio dei ministri del nostro Paese (2013-2014), ha ricordato uno dei padri fondatori dell’Unione europea, Jacques Delors fece, “che fece di tutto per trasformare il concetto di mercato unico un po’ astratto, sufficientemente digeribile, in cose molto concrete. Lo voglio dire soprattutto ai più giovani che sono qui presenti, se oggi esistono due parole come Erasmus e Ryanair, questo è per via della nascita del mercato unico, cioè per la via dell’eliminazione delle frontiere interne dell’Unione europea che hanno democratizzato il volo. Ho citato questi due piccoli esempi per dire perché quella frase, “non ci si può innamorare del mercato unico”, è stata fondamentale per un racconto del mercato legato alla vita concreta e quotidiana delle persone”.
Enrico Letta
Parlando del suo Rapporto presentato l’anno scorso al Consiglio Europeo, Letta ha spiegato il perché ha messo le telecomunicazioni al centro del rapporto, “perché ho ritenuto che fosse essenziale dare centralità al tema della connettività in generale e delle telecomunicazioni in particolare. Per un motivo molto semplice, se noi guardiamo con un atteggiamento temporalmente un po’ più lungo questo tema e questo settore, ci rendiamo conto che 30 anni fa, negli anni ’90, l’Europa aveva una leadership nel settore delle telecomunicazioni che ha drammaticamente perso nei decenni successivi. Questa perdita di leadership da parte di noi europei, è avvenuta perché non siamo stati in grado di stare al passo con i cambiamenti del settore a livello globale e soprattutto con le dimensioni geopolitiche che erano mutate nel frattempo”.
Negli anni ’90, quando tutto questo ragionamento è iniziato, ha spiegato il Presidente. “la Cina e l’India non c’erano. Erano paesi che erano molto più piccoli dell’Italia dal punto di vista del peso economico. Oggi la Cina e l’India sono 15 volte l’Italia e questo vuol dire che la dimensione che un tempo era la dimensione di un singolo paese europeo, oggi, relativamente ai competitori globali, la possiamo ottenere solo se siamo l’Europa insieme. Se continuiamo a operare da soli, 27 singoli Paesi, come ancora le regole oggi ci portano a fare, semplicemente assistiamo a un declino costante”.
I due fattori chiave, secondo Letta, sono “competitività e sicurezza”. Questi vanno legati ai tre settori strategici su cui invece siamo chiamati a lavorare: “quello della connettività e delle comunicazioni, quello dell’energia e quello dei mercati finanziari”.
In questi tre ambiti, per motivi politici, i paesi membri decisero di rinviare l’applicazione dei principi del mercato interno e quindi di mantenere le frontiere interne nell’ambito di questi tre settori. Cosa è successo dopo? Si è chiesto Letta, “è successo che il mondo è cambiato, sono entrati i giganti che in 20 anni hanno trasformato l’economia mondiale e allo stesso tempo il concetto di competitività e sicurezza ha obbligato a uno scale-up che senza il quale non si è stati in grado di fare gli investimenti che erano necessari per stare all’altezza. Quegli investimenti che altri hanno fatto, che hanno fatto sicuramente gli americani che oggi guidano e guidano perché sono riusciti a creare una logica, una dimensione, uno scale-up che soprattutto gli ha consentito di unificare diversi settori che tra di loro erano prima divisi”.
La strada verso l’autonomia strategica e il problema delle “dimensioni”
Dallo sbarco delle Bg Tech ad America First abbiamo visto un percorso sempre più rapido, che ha visto concentrare i Paesi leader innanzitutto sulla capacità di una resilienza interna che l’Europa non ha mostrato: “Quello che non abbiamo fatto noi europei, che abbiamo invece giocato più a indebolire l’industria del settore, frammentandola, mantenendola frammentata nei 27 piuttosto che a costituire anche all’interno del settore delle comunicazioni quello che invece è stato producendo in altri settori. Faccio l’esempio, classico, nel caso di un altro settore tecnologicamente molto avanzato, come quello dell’industria aeronautica, l’Europa ha deciso di lavorare con un grande cooperatore, Airbus, campione europeo, vincitore sul terreno della competizione europea perché ce n’è uno. Se ci fossero 27 Airbus, Boeing vincerebbe facilmente la partita, perché ci sono temi e settori sui quali ormai a livello globale o si gioca su una scala globale, oppure semplicemente se la scala è solo quella nazionale, la capacità di giocare una partita che non sia semplicemente di rimessa è praticamente impossibile”.
“Oggi, si apre una finestra di opportunità unica. Non era mai accaduto in questi 35 anni che si mettesse l’attenzione veramente sulla capacità di recuperare quella competitività, credibilità, leadership che avevamo prima e che abbiamo perso in questi anni per via di scelte di frammentazione che ci hanno indebolito. Perché abbiamo questa finestra di opportunità che si è aperta? Innanzitutto, per le grandi pressioni internazionali attorno a noi. Oggi è chiaro a tutti quello che sta accadendo a livello globale, nei rapporti soprattutto con gli Stati Uniti, il livello di pressione che l’Europa sta subendo, il livello di pressione che ci sta motivando, spingendoci verso concentrazione necessaria allo sviluppo di un’autonomia strategica. Negli anni, noi europei, abbiamo tentato semplicemente di puntare ai risultati economici, poi siamo stati dipendenti dall’energia con la Russia, dipendenti dalla tecnologia con americani e cinesi, fino alla necessità oggi di fare i conti con una autonomia strategica, che vuol dire capacità di essere resilienti e indipendenti”.
Letta: “Il DNA consentirà all’Europa un grande cambiamento”
Riguardo al DNA, ha precisato Letta, “penso che sia l’inizio di un percorso che porterà ad un cambiamento, come non ci sono mai stati in questo ambito specifico. In particolare dobbiamo coniugare comunicazioni, connettività e sicurezza. Lo considero fondamentale. La sicurezza di domani sono i droni, sono le comunicazioni, la connettività, quindi il dominio cyber. Questa è la sicurezza di domani. C’è però bisogno di investimenti e di innovazione. Bisogna che questi investimenti in difesa e sicurezza, però, tocchino il mondo delle telecomunicazioni, non si fermi all’idea classica della sicurezza. Quindi il primo grande obiettivo è come far sì che questo PNRR cambi completamente la logica. Sicurezza e connettività devono andare di pari passo e il campo delle telecomunicazioni deve entrare nella logica dei grandi investimenti in sicurezza che a livello europeo è cominciato da qualche tempo e che è uno dei punti chiave”.
Un altro problema, ha spiegato Letta, è che “l’Europa investe molti soldi, ma molti di questi soldi finiscono per andare a comprare sicurezza da altre parti, perché la nostra industria della difesa e delle telecomunicazioni è frammentata, è talmente frammentata che non siamo in grado di stare a livello di scala che è necessario. Necessario sostenere le telecomunicazioni con le risorse a disposizione della Difesa europea, percè le TLC sono ormai diventate una questione di sicurezza”.
Altro grande tema richiamato da Letta è quello delle reti, assiema al tema degli investimenti degli operatori: “Diversi anni fa il tema principale era come fare a tirare su più soldi per rimpinguare il bilancio pubblico. È evidente che quei paesi europei che hanno spinto e giocato in questa direzione hanno creato una condizione che oggi è una condizione di difficoltà. Si deve lavorare all’armonizzazione e al superamento della frammentazione, alle modalità con le quali avere delle regole che siano il più possibile omogenee a livello europeo”.
Letta: “Remare tutti nella stessa direzione in Europa, o sarà declino”
Il Presidente Arel è stato netto: “L’Europa ora più che mai deve remare tutta nella stessa direzione, se vuole evitare il declino”. L’obiettivo è arrivare tutti a mèta nel 2028 e il lavoro che spetta al Consiglio europeo inizierà già a febbraio.
Nel settore tlc in particolare, Letta ha sottolineato: “Abbiamo bisogno di operatori di settore che siano gradi di investire a tutto campo a livello europeo. Io spero che questa settimana e il mese di febbraio con le decisioni che dovranno essere assunte, anche in questo momento importante a livello istituzionale, ci diano l’energia la forza di remare tutti nella stessa direzione. Questo è il punto chiave, abbiamo bisogno di remare tutti nella stessa direzione perchè l’Europa o trova il modo di essere forte e unita oppure non riuscirà ad arrestare il suo declino”.
Tlc in Europa, Capone (RESTART): “Valgono più di mille miliardi di euro: con crescita stimata +8%”
Tutti i dati delle Tlc europee presentati per la prima volta oggi a Roma all’evento “Shaping horizons in future telecommunications” alla presenza di Enrico Letta e dei Ceo degli operatori delle telecomunicazioni. Il valore di AI, Cloud e Dati è pari a 329 miliardi di euro con crescita stimata +14%. Servizi e applicazioni legati alla connettività: oltre 100 miliardi di euro, con crescita solo di 1,4%.
L’ecosistema europeo delle Tlc vale più di mille miliardi (+8%)
L’ecosistema europeo delle telecomunicazioni vale complessivamente 1.142 miliardi di euro, con una crescita stimata dell’8%. Il dato, rilevato per la prima volta, emerge dal white paper di RESTART “A Techno-Economic View of the Future Telecommunications”, realizzato in collaborazione con gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, e presentato in anteprima all’evento “Shaping Horizons in Future Telecommunications”, in corso a Roma da oggi 19 gennaio fino al 21 gennaio 2026 ed è organizzato dal programma RESTART, il Partenariato esteso sulle telecomunicazioni del futuro finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del PNRR con 116 milioni di euro e che ha coinvolto 135 partner (https://fondazione-restart.it/).
Prof. Capone (Vice Presidente e Responsabile Scientifico di RESTART): “Come programma RESTART abbiamo sentito la responsabilità di non occuparci esclusivamente di ricerca scientifica, ma di allargare l’analisi al contesto tecno-economico europeo in cui questa ricerca deve tradursi in valore”
“Come programma RESTART abbiamo sentito la responsabilità di non occuparci esclusivamente di ricerca scientifica, ma di allargare l’analisi al contesto tecno-economico europeo in cui questa ricerca deve tradursi in valore. Le telecomunicazioni sono un’infrastruttura strategica per la competitività, la sicurezza e l’autonomia tecnologica dell’Europa. Servono scelte consapevoli su investimenti, modelli industriali e governance per costruire reti affidabili e resilienti, prerequisito essenziale per l’innovazione digitale e i servizi del futuro”, ha detto il Professor Antonio Capone Vice Presidente e Responsabile Scientifico di RESTART.
Lo studio è stato presentato alla presenza dei CEO degli operatori delle telecomunicazioni e dopo il Keynote Speech di Enrico Letta, che dopo la pubblicazione del report “Much More than a Market” ha continuato a seguire con attenzione il tema delle Telecomunicazioni come uno dei tre pilastri fondamentali, insieme a finanza ed energia, su cui costruire il rilancio della competitività europea. In questi ambiti, la mancata realizzazione di un vero Mercato Unico Europeo rappresenta una delle principali debolezze strutturali dell’UE.
Lo studio e i dati di RESTART sull’ecosistema europeo delle telecomunicazioni
Il white paper “A Techno-Economic View of the Future Telecommunications” introduce un nuovo modello a livelli dell’ecosistema europeo delle telecomunicazioni che include: i) il backbone internazionale; ii) le infrastrutture fisse, mobili e IT; iii) il network management, il provisioning e l’integrazione dei componenti; iv) i servizi di connettività e le tecnologie abilitanti (incluse cloud, AI, dati e tecnologie IoT); v) i servizi digitali collegati alla connettività.
Ecosistema europeo in crescita dell’8%, ma forti differenze interne al paniere
Accanto al modello, lo studio presenta per la prima volta una stima del valore del mercato europeo e dei tassi di crescita (CAGR) fino al 2030, articolati per livelli e per singole attività. I dati indicano che l’ecosistema europeo delle telecomunicazioni vale complessivamente 1.142 miliardi di euro, con una crescita stimata dell’8%. Questo dato, apparentemente positivo, nasconde tuttavia forti differenze tra i diversi livelli dell’ecosistema. In particolare, le attività storicamente dominate dagli attori tradizionali del settore telco sono in media quelle che crescono meno, o che in alcuni casi registrano una riduzione di valore, mentre i segmenti presidiati da altri attori mostrano dinamiche di crescita decisamente più sostenute.
Infrastrutture in crescita del 7%
Il livello infrastrutturale risulta complessivamente in crescita di quasi il 7%. Le infrastrutture fisse valgono 84 miliardi di euro e cresceranno del 6,7%, le infrastrutture mobili valgono 56 miliardi di euro con una crescita del 6,9%, mentre l’infrastruttura IT raggiunge un valore di 105 miliardi di euro e crescerà del 6,8%.
Al contrario, il livello di management, provisioning e integrazione evidenzia una leggera decrescita complessiva. In particolare, le attività di management e provisioning valgono 139 miliardi di euro e registrano una variazione nulla, mentre le attività di integrazione valgono 20 miliardi di euro e mostrano una contrazione stimata del -0,6%.
Valore di AI, Cloud e Dati: 329 miliardi di euro con crescita stimata +14%
Il livello dei servizi di connettività e delle tecnologie abilitanti cresceranno invece in modo più marcato. I servizi di connettività raggiungono un valore di 306 miliardi di euro, con una crescita del 6,8%, mentre le tecnologie abilitanti, che includono cloud, intelligenza artificiale e dati, valgono 329 miliardi di euro e cresceranno del 14,2%.
Anche all’interno dei servizi di connettività emergono però dinamiche differenziate: la connettività fissa e mobile risulta sostanzialmente stabile, mentre i servizi specializzati, i servizi IoT e il mercato dei terminali mostrano una crescita stimata significativa.
Servizi e applicazioni legati alla connettività: oltre 100 miliardi di euro, con crescita solo di 1,4%
Infine, i servizi e le applicazioni digitali legate alla connettività valgono 103 miliardi di euro, ma cresceranno solo dell’1,4%, un dato che indica come la crescita più rilevante del digitale si collochi prevalentemente in altri segmenti, oggi dominati dalle Big Tech.
Quattro possibili scenari futuri
Lo studio identifica infine quattro possibili scenari futuri: due in continuità con le tendenze attuali (commoditizzazione della connettività e consolidamento del mercato) e due di discontinuità, basati su una maggiore autonomia tecnologica europea e su una scomposizione e ricomposizione dell’ecosistema tra infrastrutture e servizi.
La prospettiva della ricerca e dell’innovazione
I risultati della ricerca sviluppata all’interno di RESTART coprono un ampio spettro di temi e affrontano le principali frontiere dell’innovazione nelle telecomunicazioni e nelle tecnologie digitali correlate. Accanto a una produzione scientifica di alto livello, il programma ha generato innovazioni con potenziale industriale, nuove idee imprenditoriali, prototipi, dimostratori e proof-of-concept che mostrano in modo concreto come la ricerca possa tradursi in applicazioni reali e in nuove opportunità per il sistema Paese.
Per valorizzare in modo organico i contributi più significativi, i risultati sono stati organizzati in quattro grandi aree, che delineano l’evoluzione futura delle telecomunicazioni dal punto di vista della comunità di ricerca RESTART.
L’area “New Ecosystem” raccoglie le attività di analisi e modellazione degli scenari futuri dell’ecosistema europeo delle telecomunicazioni, considerando in modo integrato aspetti tecnologici, economici e regolatori. Questa area ha l’obiettivo di fornire strumenti di lettura e supporto alle decisioni per affrontare le trasformazioni strutturali del settore, dal ruolo delle infrastrutture strategiche all’evoluzione dei modelli industriali e di mercato. L’area “New Network” è dedicata all’evoluzione delle architetture di rete e alla gestione di infrastrutture sempre più complesse, eterogenee e distribuite. I risultati riguardano, in particolare, reti programmabili e software-defined, automazione e intelligenza artificiale per il network management, integrazione tra reti terrestri e non terrestri, resilienza, sicurezza ed efficienza energetica, elementi chiave per sostenere i servizi digitali del futuro.