Galli (INWIT): “Dialogo sulle torri, ma soltanto su nuovi investimenti”

La disponibilità al dialogo c’è, ma non si traduce in una riapertura dei patti che hanno sostenuto la nascita del modello italiano delle torri. I Master Service Agreement (MSA) possono essere riconsiderati soltanto sulle condizioni dei nuovi investimenti”, queste le dichiarazioni di Diego Galli Direttore Generale di INWIT nell’intervista pubblicata oggi su Il Sole 24 Ore dove fa un bilancio dell’anno che sta per finire, confermando che la sfida principale per il 2026 risiede nel rilancio del ciclo di investimenti.

Contratti MSA validi fino al 2038

E prosegue “I nostri MSA presentano condizioni in linea o migliori dei benchmark di mercato, anche grazie al modello di business e a un’efficienza che garantisce benefici strutturali ai nostri clienti. Gli MSA sono parte di un’operazione complessiva fatta nel 2020, INWIT ha investito circa 10 miliardi per l’acquisizione delle torri da Tim e Vodafone, un investimento che prevede ritorni di lungo termine. Inoltre, a seguito del cambio di controllo del 2022, la scadenza dei contratti MSA si è automaticamente estesa al 2038. Creare incertezza intorno a questo modello di business significa limitare anche l’attrattività degli investimenti infrastrutturali sul mercato”. E aggiunge “Restiamo aperti al dialogo con gli operatori e siamo molto sensibili alla loro esigenza di continuare a creare efficienza e questa è la nostra missione”.

Rinnovo delle frequenze

Snodo importante per il settore telco è il rinnovo delle frequenzeIn termini sviluppo del 5G l’Italia è rimasta indietro, c’è un gran bisogno di densificazione e sviluppo, sia outdoor sia indoor, necessaria la ripartenza del ciclo degli investimenti. Siamo pertanto favorevoli a soluzioni che supportino la sostenibilità dell’industria e quindi a una riallocazione delle frequenzeche sia guidata nonsolo da un approccio di cassa, ma orientata allo sviluppo infrastrutturale. E conclude “Per le tante partite aperte il 2026 sarà un anno decisivo per il settore Telco”.

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Telefonate truffe dall’estero con numeri italiani, bloccate 50 milioni sui telefonini. Capitanio (Agcom): “Ottimi risultati, ma fenomeno complesso”

Bloccate 4 milioni di telefonate truffa al giorno sui nostri telefonini. È un numero impressionante che ci fa esultare! Grazie al filtro anti-spoofing, voluto da Agcom e realizzato con la collaborazione tra gli operatori che instradano il traffico dalle direttrici internazionali e gli operatori di rete mobile, le telefonate truffe dall’estero ma camuffate con un numero italiano (da qui il termine “spoofing”) hanno subìto una sonora batosta. E ce ne stiamo accorgendo ogni giorno: meno telefonate di questo tipo significa meno probabilità di essere vittima di truffe informatiche.

Massimiliano Capitanio, Commissario Agcom: “Ottimi risultati, ma il contrasto al fenomeno è progressivo e complesso, perché gestito da associazioni criminali”

Massimiliano Capitanio, Commissario Agcom, ha così commentato a Key4Biz i risultati raggiunti: “I risultati sono incoraggianti, ma come abbiamo sempre detto, il contrasto a questo fenomeno, che è gestito prevalentemente da associazioni criminali, è progressivo e complesso, quindi non siamo ancora arrivati alla soluzione definitiva, ma abbiamo raggiunto ottimi risultati. Oltre agli strumenti di blocco e alle nuove numerazioni a cui sta lavorando l’Autorità, è fondamentale l’educazione civica digitale per tutta la popolazione per imparare a riconoscere le proposte commerciali lecite dalle truffe, che al momento sono prevalenti”.

Telefonate truffe dall’estero, nei primi 11 giorni bloccate 49,3 milioni di chiamate illecite da numerazioni mobili

I dati raccolti da Agcom nel primo periodo di applicazione confermano l’efficacia dell’intervento: 

  • tra il 19 e il 30 novembre sono state bloccate circa 49,3 milioni di chiamate illecite da numerazioni mobili italiane. 
  • Sono 4,1 milioni al giorno, pari a circa il 56% del totale delle chiamate da rete mobile con numero italiano (88,3 milioni circa)

In questo modo si completa la misura avviata il 19 agosto scorso, quando è stato introdotto il blocco delle chiamate internazionali con numeri fissi italiani. In questo caso, le chiamate provenienti dall’estero con numerazione di rete fissa bloccate sono circa 10 milioni

L’analisi dinamica dei dati evidenzia con chiarezza l’impatto del filtro

Nei giorni immediatamente successivi all’attivazione del blocco sui numeri mobili, il numero di chiamate con CLI di rete mobile italiano provenienti dall’estero si è ridotto drasticamente.

Dall’analisi del traffico internazionale emerge, inoltre, che la diminuzione di tentativi di chiamate provenienti da numeri mobili italiani contraffatti si è accompagnata a uno spostamento delle attività illegali di teleselling verso numerazioni con prefisso estero. 

Ciò rappresenta un chiaro segnale di ripiego da parte delle attività illecite, che, non potendo aggirare il blocco, tentano di utilizzare numerazioni non filtrate, sebbene facilmente riconoscibili dagli utenti.

Telefonate truffe dall’estero, dal 19 agosto 2025 bloccate 10 milioni di chiamate illecite da numeri fissi italiani

Si conferma, inoltre, l’efficacia del filtro relativo alle chiamate internazionali da numeri fissi italiani, introdotto il 19 agosto. La percentuale di chiamate bloccate si è stabilizzata su valori di circa il 2% del totale, registrando una netta riduzione rispetto alla fase iniziale, quando era stato rilevato un picco prossimo al 9%.

I residui casi di spoofing con numerazioni italiane, opportunamente segnalati all’Autorità, sono attualmente oggetto di vigilanza per l’individuazione dei soggetti responsabili, i quali non possono più nascondersi dietro l’irrintracciabilità derivante dall’utilizzo di un operatore estero.

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Fibercop, ricorso al Tar contro Infratel: ha favorito Open Fiber nei bandi Italia 1 Giga

Fibercop ha depositato un ricorso al Tar del Lazio contro Infratel, accusando l’agenzia controllata da Invitalia di riservare un trattamento di favore al suo principale concorrente, Open Fiber, nel quadro di Italia 1 Giga, il bando da circa 4 miliardi per la copertura delle aree grigie. Lo scrive Bloomberg, aggiungendo che Fibercop imputa a Infratel il fatto di aver ridotto gli obblighi di copertura di Open Fiber dopo che l’operatore controllato da CDP ha ammesso che non sarebbe riuscita a rispettare i target fissati dal PNRR entro la metà del 2026. E in effetti sono 700mila i civici che Open Fiber ha dichiarato di non riuscire a coprire e che sono stati stralciati dal piano.  

C’è da dire che già lo scorso mese di ottobre Fibercop aveva segnalato Open Fiber per violazione delle norme sugli aiuti di Stato a Bruxelles in relazione al bando Italia 1 Giga (aree grigie con i fondi del PNRR) e anche al piano BUL (aree bianche).

Per Fibercop aiuti di Stato

Secondo Fibercop, Infratel, che gestisce i bandi pubblici per la copertura a banda larga del paese, in base al contratto di gara avrebbe dovuto applicare sanzioni o revocare contratti. Secondo l’operatore controllato da KKR il trattamento speciale potrebbe configurare una violazione delle norme dell’Unione Europea sugli aiuti di Stato.

Scontro continuo

L’accusa di Fibercop è soltanto l’ultima mossa in un crescendo di attacchi e contrattacchi che vanno avanti da tempo fra i due principali operatori wholesale only italiani. Lo scontro potrebbe complicare il tentativo del governo di raggiungere gli obiettivi di copertura a banda ultralarga fissati dalla Ue.

Chiesto l’annullamento del taglio di 700mila civici

FiberCop, proprietaria e gestore della rete di accesso fissa scorporata da Tim, chiede al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio di Roma di annullare una comunicazione formale emessa a novembre da Infratel.

Secondo quanto riporta Bloomberg, tale comunicazione ha avviato una revisione della copertura di oltre 700.000 indirizzi nell’ambito del programma “Italia a 1 Giga”, il piano sostenuto dall’Unione europea che prevede sussidi pubblici per la realizzazione di reti fisse con velocità di almeno 1 gigabit al secondo. L’azione legale rappresenta l’ultima escalation del confronto tra FiberCop e Open Fiber, i due principali operatori wholesale di rete in fibra in Italia, e rischia di complicare gli sforzi del governo per raggiungere gli obiettivi europei di diffusione della banda ultralarga.

Fondo connettività da 733 milioni

C’è da dire che il Governo ha inserito in Manovra fondi per 733 milioni di euro per finanziare un fondo Connettività per completare il Piano Italia 1 Giga.

La controversia si inserisce in un contesto di forte competizione nel settore delle telecomunicazioni, caratterizzato da anni di pressione sui prezzi e da investimenti infrastrutturali sovrapposti. Il dibattito sulla rete si è intensificato dopo la cessione, avvenuta lo scorso anno, della rete fissa di Tim a un consorzio guidato da KKR per circa 19 miliardi di euro. KKR è il principale azionista di FiberCop, con una quota di circa il 38%. Interpellati da Bloomberg, FiberCop, KKR, Infratel e Open Fiber hanno rifiutato di commentare.

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5G, la Francia apre la banda 3.8-4.2 Ghz ad uso industriale. E in Italia?

Chiusa la consultazione ad hoc, l’Arcep, regolatore francese, ha aperto la banda 3.8-4.2 Ghz all’uso industriale da parte delle aziende. Laure de La Raudière, Presidente dell’Arcep, ha detto che “Gli operatori industriali hanno esigenze specifiche in termini di connettività; questa rappresenta una leva di competitività e innovazione per le aziende francesi. Con l’implementazione di questo quadro permanente per l’assegnazione delle frequenze che abilita il 5G privato, Arcep intende rispondere alle esigenze dell’industria, adattando nuovamente la propria offerta all’evoluzione del mercato”.

Come funziona

Le aziende interessate potranno chiedere fino a 100 Mhz di banda sotto forma di autorizzazione locale, per usi professionali e per un massimo di 10 anni.

E in Italia?

Si tratta di una bella scossa al segmento delle reti locali che potrebbe in qualche modo fungere da volano anche per il nostro paese, dove la banda 3.8-4.2 Ghz potrebbero finire sotto la lente dell’Agcom per i Vertical 5G che finora non sono ancora del tutto decollati.

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6G, Trump sceglie la banda 7 Ghz e valuta anche la 2.69-2.9 GHz e la 4.4-4.94 GHz

Il presidente Trump ha chiesto agli attuali utenti della banda 7 Ghz (7.125-7.4 GHz) di cominciare a pensare ad un trasloco dei loro servizi per liberare le frequenze per un completo utilizzo del 6G commerciale.

Obiettivo 7 Ghz

L’obiettivo, si legge in un memorandum della Casa Bianca, è liberare la banda 7 Ghz per il 6G nel giro dei prossimi 12 mesi.

Ma non è tutto, perché la Casa Bianca ha avviato uno studio urgente per altre due bande di spettro considerate critiche, vale a dire la banda 2.69-2.9 GHz e la 4.4-4.94 GHz nel quadro di in più ampio piano di riallocazione delle frequenze sempre in ottica 6G.  

  • Il Memorandum ordina al Segretario di Stato e agli altri membri dell’Amministrazione di promuovere la leadership americana nel 6G attraverso impegni diplomatici.

Vincere la gara 6G 

Il presidente Trump sta prendendo misure decisive per vincere la corsa globale al 6G.

  • Le reti 6G forniranno la base per far funzionare tecnologie all’avanguardia del prossimo decennio, tra cui IA, robotica, tecnologie impiantabili e molti altri progressi. Offrirà inoltre velocità di connessione molto più elevate, latenza ultra-bassa e maggiore capacità dati.
  • Il Working Families Tax Cuts Act del presidente Trump riflette l’impegno degli Stati Uniti a vincere la corsa al 6G e a essere leader globale nello sviluppo di tecnologie che si basano sul 6G, mettendo all’asta lo spettro necessario per le reti di prossima generazione.
  • Il piano di riallocazione dello spettro identificato in questo Memorandum darà alle aziende americane e alleate la certezza immediata di cui hanno bisogno riguardo a quali bande saranno disponibili per pianificare lo sviluppo della rete 6G.

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Tim, la conversione delle risparmio piace al mercato

Tim avvia la conversione delle azioni di risparmio in ordinarie, con concambio alla pari e un conguaglio in contanti di 12 centesimi per azione. L’operazione ha sostenuto il titolo in Borsa: le ordinarie hanno chiuso in rialzo del 2,6% e quelle di risparmio dell’8,6%.

Un miliardo sotto l’albero

La conversione è resa possibile dalla sentenza della Cassazione che ha riconosciuto a Tim un risarcimento di un miliardo di euro per il canone non dovuto del 1998. Risorse che arrivano sotto l’albero per Tim e che serviranno a finanziare i circa 720 milioni di euro necessari all’operazione, accompagnata da una riduzione del capitale sociale a 6 miliardi. Il 28 gennaio le assemblee dei soci saranno chiamate ad approvare la conversione e l’abbattimento del capitale, precisa la Repubblica.

Poste si diluisce, ma potrebbe risalire

In questo contesto, Poste — che per il momento anche per motivi Antitrust non dovrebbe entrare in Cda — si diluirà dal 27,4% a circa il 20% del capitale, ma potrebbe risalire in futuro conferendo l’attività di Poste Mobile in Tim, salvo un conguaglio in azioni.

Intanto per i soci Tim anche il 2026 si preannuncia ricco di sorprese. Ieri l’azienda ha ribadito agli analisti che, una volta perfezionata la vendita di Sparkle al Mef (70%) e ad Asterion (30%), metà dei 700 milioni di proventi (pari a 350 milioni) saranno ridistribuiti ai soci sotto forma di cedola o di buy back, con una cedola potenziale fino a 1,65 centesimi per azione.

Più difficile l’earn-out

Resta da capire, invece, come andrà a finire la questione dell’earn-out fino a 2,5 miliardi di euro legati a un’eventuale integrazione tra la rete passata a FiberCopOpen Fiber, che il consorzio guidato da Kkr dovrebbe riconoscere a Tim se entro il 31 dicembre 2026 si raggiungesse il closing della rete unica.

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Italia 1 Giga, come saranno usati i 733 milioni del Fondo Connettività? In arrivo studio AIIP su tutti i civici esclusi

I 733 milioni di euro che la Manovra ha destinato al Fondo di Connettività per il completamento del Piano Italia 1 Giga sono un’ottima notizia per la diffusione della banda ultralarga nel Paese. Una copertura a macchia di leopardo va assolutamente evitata, per scongiurare la presenza di buchi di connessione che escluderebbero intere zone del Paese dai nuovi servizi digitali del futuro, accessibili soltanto in presenza di reti ultraboradband.

Ma a questo punto, dopo il mantenimento in corner dei fondi ad hoc per completare il piano Italia 1 Giga con quattro anni di tempo in più, resta da capire in che modo saranno distribuiti.

La decisione del Governo

Il Governo ha deciso di usare una “facility” (Invitalia) per non restituirli all’Europa e promettere che si farà tutto in un anno e mezzo. Ma visto come è andata finora sembra alquanto difficile.

Si farà una nuova gara per la copertura dei 580mila civici rimasti scoperti dai lotti assegnati a Open Fiber?

Si farà un mega bando unico, oppure si possono pensare mini bandi regionali, per coinvolgere anche i piccoli player dopo il forfait di Open Fiber?

Quale ruolo sarà riservato al satellite di Starlink e ad altre tecnologie come l’FWA?

Ancora la classica mega gara?

La richiesta di alcuni player di mercato, fra cui l’AIIP, è di non fare la classica mega gara, anche se a quanto pare non ci sarà una nuova consultazione. Sarà direttamente il Dipartimento della Transizione Digitale con Invitalia e a decidere come procedere.

Quale ruolo per Open Fiber e Fibercop?

Alcuni punti, però, sembrano assodati. In primo luogo, dopo le difficoltà mostrate in due bandi passati (Italia 1 Giga e Piano BUL) il ruolo di Open Fiber sarà valutato, al netto dei problemi di manodopera e dell’aumento dei costi emersi in corso d’opera.

Tutto a Fibercop?

L’altro punto da capire è se dovremo dare tutto a Fibercop, l’altro player wholesale only della fibra, che però utilizzerebbe le solite imprese sistemiche che sono già in overload (per loro stessa ammissione). Oppure si potrà tentare di aprire il bando a operatori che hanno dei loro dipendenti e delle loro imprese fuori dal solito contesto “grandi imprese appaltatrici” (Sirti, Valtellina ecc) e che sarebbero quindi delle forze parallele aggiuntive?

Tra l’altro, pesa non poco la conflittualità fra i due player che in prospettiva nei desiderata della politica si dovrebbero unire in un unico soggetto, nonostante la presenza fra i rispettivi azionisti di soggetti pubblici (MEF da un lato e CDP dall’altro) che rappresentano la stessa parrocchia. Un paradosso che stride con il difficile avanzamento della banda ultralarga nel Paese ma anche sul lavoro di Infratel, il soggetto controllato da Invitalia che fa da arbitro e controllore nella partita Italia 1 Giga.

Italia 1 Giga, Zorzoni (AIIP): “Aprire la stagione dei bandi aperti su base provinciale”

“Dopo aver assistito al fallimento dell’approccio centralistico del bando BUL e dopo che il Piano Italia a 1 Giga è stato improntato a un’impostazione escludente, che ha ignorato il valore degli operatori ad alta vocazione territoriale, è ormai evidente che serve un cambio di paradigma. Ora che Invitalia è stata designata come facility per l’attuazione del Fondo Nazionale per la Connettività, si apra finalmente la stagione dei bandi aperti, su base provinciale, capaci di attivare tutte le energie produttive del Paese — a partire da quelle reti locali che, fuori dai riflettori, continuano a costruire connessioni reali con mezzi propri e personale interno”. Così il vicepresidente dell’AIIP Giovanni Zorzoni, che aggiunge: “A sostegno di questa transizione necessaria, il Centro Studi della Società Italiana Internet Provider metterà a disposizione di tutte le istituzioni uno studio indipendente, basato su dati verificabili, relativo ai civici esclusi dai precedenti piani: si tratta degli ultimi tra gli ultimi, i più complessi e onerosi da raggiungere, ma anche i più emblematici per comprendere dove lo Stato deve esserci. Solo partendo da questa fotografia reale, la politica potrà costruire un’azione coerente con la geografia della disconnessione, individuando non solo gli importi realmente necessari per completare la rete, ma anche il modello operativo più efficace per farlo”.

Lotti su base provinciale

Secondo l’Associazione, per raggiungere finalmente l’obiettivo di copertura, appare necessario un frazionamento dei lotti su base provinciale, incrementando la contendibilità degli stessi e permettendo di raggiungere gli obiettivi di copertura prefissati impiegando parallelamente tutta la manodopera a disposizione. Questo processo deve avvenire con regole di accesso trasparenti, che prevedano criteri semplici e aperti anche per i fornitori di dimensioni medio-piccole, evitando filtri, certificazioni o lungaggini che favoriscono solo i grandi attori.

Non operare in questa direzione contribuirebbe a ripercorrere gli errori precedenti per la terza volta.

In merito ai progetti di incentivo per la connettività annunciati in abbinamento alla tecnologia banda larga satellitare, è assolutamente necessario tenere in considerazione la neutralità tecnologica come previsto dal Regolamento Europeo per gli Aiuti di Stato (i.e. GBER), pena la procedura di infrazione che potenzialmente ne scaturirebbe. Sarebbe altresì opportuno prevedere dei meccanismi premianti per la connettività VHCN, in modo da rendere l’investimento quanto più efficace e longevo possibile. Non ultimo porre come condizione il rispetto di tutte le normative di settore, inclusa l’aderenza al Piracy Shield ed agli altri filtri di legge.

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Piano Italia 1 Giga in Manovra: a Invitalia i 700 milioni del Fondo connettività

Il Piano Italia 1 Giga, per le sue evidenti difficoltà, alcune dovute per l’aumento dei costi e in parte alla mancanza di mano d’opera, non potrà essere completato entro il 2026. Così il Governo ha dirottato una parte di risorse, circa 733 milioni di euro, in uno strumento finanziario proprio per provare a raggiungere l’obiettivo: questo Fondo Nazionale di Connettività entra nella Legge di Bilancio, in queste ore discussione al Parlamento. 

Oltre 700 milioni per completare il Piano banda ultra-larga nelle aree grigie

Nel dettaglio, il submendamento governativo riformulato e arrivati ieri in commissione Bilancio al Senato affida il Fondo Nazionale di Connettività di 733 milioni a Invitalia con l’obiettivo, quindi, di completare il Piano Italia 1 Giga e portare la banda ultra-larga (almeno 300 Mbit/s in download nell’ora di picco del traffico) nelle aree grigie del Paese.

Cosa cambia con l’affidamento a Invitalia?

Il subemendamento del governo introduce, così, un blocco di norme aggiuntive che rafforzano l’attuazione degli interventi PNRR dedicati alla connettività. Anzitutto aggiorna il quadro normativo vigente, prevedendo che i piani e i target già programmati possano essere adeguati non solo alla decisione UE vigente, ma anche a future decisioni del Consiglio europeo che modifichino milestone e obiettivi connessi all’investimento sulla banda ultralarga. Questo aggiornamento consente di rimodulare contributi e parametri contrattuali senza alterare il termine finale di esecuzione dei piani, eliminando inoltre il vincolo sul numero di civici da collegare. Contestualmente, al fine di garantire il completamento delle milestone M1C2-30 e M1C2-31, viene attribuita a Invitalia la possibilità di attuare l’investimento 7 del PNRR in materia di connettività attraverso una specifica convenzione con il Dipartimento per la trasformazione digitale, accelerando la registrazione degli atti di controllo. Per sostenere queste attività sono stati, quindi, stanziati oltre 733 milioni di euro dalle risorse PNRR dedicate alla connettività, includendo i costi di gestione riconosciuti a Invitalia entro un tetto massimo del 3%, con una corrispondente riduzione di fondi nella Missione 33 per l’anno 2026.

I vantaggi del Fondo di connettività

In questo modo, grazie al Nuovo Fondo di Connettività si potranno programmare due nuovi piani di copertura. “Il primo, con l’obiettivo di coprire circa 580mila civici sulla falsariga di Italia a 1 Giga, avrà il vantaggio temporale di non essere più vincolato al 2026 ma agli obiettivi europei del Digital decade, quindi al 2030”, aveva spiegato Alessio Butti, Sottosegretario all’Innovazione tecnologica, quando ha presentato il Fondo.

Insomma, quattro anni di tempo in più per raggiungere gli obiettivi del Digital Compass, usando i fondi del PNRR fino al 2030. Alla fine, un risultato che evidenza la capacità negoziale dell’Italia con la Ue e la volontà di concludere il Piano Italia 1 Giga.

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5G, avviata procedura per assegnazione frequenze 2.3 GHz, c’è tempo fino al 31 gennaio

Rete mobile, si assegnano le frequenze in alcune province italiane. Ecco la procedura

Il ministero delle Imprese e del made in Italy ha lanciato un avviso per raccogliere manifestazioni di interesse sull’assegnazione temporanea di diritti d’uso di frequenze nella banda 2.3 GHz (2300-2400 MHz), rivolta a operatori di rete mobile (MNO) in specifiche province italiane. Ù

La scadenza per le istanze è fissata al 31 gennaio 2026, con l’obiettivo di ottimizzare l’uso dello spettro radio in un contesto competitivo e trasparente.
Le province coinvolte sono Milano (fino a 25 MHz disponibili, es. 2335-2360), Monza-Brianza (30 MHz, es. 2300-2330), Bologna (30 MHz, es. 2330-2360), Roma (15 MHz, es. 2315-2330), Napoli (50 MHz, es. 2300-2350) e Palermo (25 MHz, es. 2315-2340).​

L’invito a manifestare interesse

L’avviso, emanato dalla Direzione Generale per il Digitale e le Telecomunicazioni in collaborazione con l’Istituto Superiore delle Comunicazioni, prevede l’assegnazione di diritti d’uso delle frequenze fino a 20 MHz per provincia, in blocchi da 5 MHz accorpabili secondo la decisione CEPT ECCDEC(14)02.

Le frequenze saranno usate esclusivamente per servizi MFCN (Mobile/Fixed Communications Network), con durata fino al 31 dicembre 2029 e possibilità di revoca anticipata in caso di modifiche al Piano Nazionale di Ripartizione delle Frequenze (PNRF).

Il contributo è fissato a 122.674,907 euro per MHz/anno, parametrato alla popolazione interessata, senza impatto sui limiti nazionali di spettro per operatore.​

Il 5G e la banda 2.3 GHz

Le frequenze in questione riguardano la rete 5G: la banda 2.3 GHz rientra negli spettri mid-band ideali per 5G NR, offrendo un equilibrio tra copertura e capacità, simile alla n40 (2300 MHz) usata globalmente per alta velocità e bassa latenza.

In Italia, questa banda supporta l’espansione delle reti mobili oltre le bande già assegnate come 3.5 GHz (n78) e 700 MHz (n28), rispondendo a esigenze di densificazione urbana in aree ad alta domanda.​​

Le istanze vanno inviate via PEC a dgtelpec.mimit.gov.it con oggetto “Assegnazione temporanea banda 2.3 GHz“, dando priorità ai principi di concorrenza, non discriminazione e beneficio per i consumatori. Il Ministero potrà non procedere se non compatibile con tali criteri.​​

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Che 2026 sarà? Tra AI, mini-serie e monetizzazione

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Nel 2026, secondo le previsioni di Sensor Tower contenute nel report Predictions for the Digital Economy in 2026, l’economia digitale continuerà a crescere, anche se in modo più mirato rispetto agli anni scorsi.

Le stime della società di analisi e reporting indicano che, se alcune categorie consolideranno il proprio peso specifico all’interno dell’ecosistema digitale, altre (anche autentici big) rallenteranno o, se non altro, cambieranno funzione. Ne emerge un quadro in cui i modelli economici già affermati vengono messi alla prova su scala più ampia, non un nuovo ciclo espansivo che sembra sempre più difficile da sostenere considerando la saturazione del mercato.

L’area che gli analisti credono che potrà mostrare la più netta dinamica di espansione è quella – nessuno si sorprenderà – dell’AI generativa: nel 2026 la spesa consumer globale nelle relative app è infatti destinata a superare i 10 miliardi di dollari, sostenuta soprattutto dagli abbonamenti.

Il dato è rilevante per la sua distribuzione, poiché il tempo di utilizzo previsto supererà i 40 miliardi di ore annue, a rimarcare il passaggio dall’uso episodico dei chatbot e degli altri strumenti dell’intelligenza artificiale a un’abitudine all’insegna della costanza, tutti i giorni, quasi in utomatico.

In parallelo, il traffico web generato da strumenti di AI continuerà a crescere a ritmi molto elevati, pur restando inferiore, in volume, a quello della pubblicità a pagamento; la differenza in ogni caso si ridurrà in modo sensibile per una parte consistente dei siti di maggiore dimensione.

Per quanto riguarda il resto dell’ecosistema digitale, sembra che il 2026 sarà un anno di aggiustamenti. I formati pubblicitari tenderanno a privilegiare soluzioni meno costose e più stabili; i contenuti brevi manterranno un alto tasso di diffusione, senza assorbire tutto il tempo disponibile; il gaming mobile proseguirà lungo una traiettoria con meno crescita nei download e maggiore attenzione alla monetizzazione. Vediamo ora nel dettaglio i diversi punti toccanti dal rapporto.

L’AI generativa come abitudine

Nel 2026 l’AI generativa tenderà a occupare una posizione centrale nell’uso quotidiano delle app digitali, man mano che le pratiche sperimentali degli anni precedenti lasceranno spazio a comportamenti più stabili. Come si è visto, le previsioni di Sensor Tower indicano una spesa consumer globale sostenuta in larga parte da modelli in abbonamento, che diventeranno la forma prevalente di monetizzazione proprio perché favoriscono un rapporto continuativo con l’utente.

Nel corso dell’anno le app di AI generativa entreranno stabilmente tra le prime cinque categorie su mobile per download, fatturato e tempo complessivo di utilizzo, riflettendo sia l’ampliamento della base utenti sia la ripetizione degli stessi gesti. Visto che funzioni come la scrittura assistita, la sintesi di testi, la ricerca di informazioni e la generazione di immagini verranno offerte all’interno di ambienti applicativi unificati, l’esperienza tenderà a prolungarsi nel tempo, favorendo una maggiore propensione alla spesa.

Anche sul web l’impatto continuerà a rafforzarsi. Il traffico generato da strumenti di AI crescerà a ritmi elevati, con un incremento superiore al 130% su base annua, e per una quota rilevante dei principali siti statunitensi raggiungerà livelli comparabili a quelli di alcuni canali di acquisizione a pagamento.

Traffico, pubblicità e nuove intermediazioni

L’anno prossimo, la relazione tra il traffico e la pubblicità digitale passerà attraverso un riequilibrio che riguarderà soprattutto le fonti di accesso ai contenuti. Le previsioni del report indicano che il traffico web generato da strumenti di AI continuerà a crescere a ritmi sostenuti, con un incremento annuo superiore al 130%, pur restando complessivamente inferiore ai volumi prodotti dalla paid advertising. Poiché l’AI intercetta l’utente in una fase già avanzata del processo informativo, il traffico che genera tenderà a essere più qualificato, con una minore dispersione. Di conseguenza, nel 2026 i siti di grandi dimensioni inizieranno a valutare l’AI come vero e proprio “intermediario dell’attenzione”, capace di influenzare la visibilità dei contenuti in modo strutturale.

In questo contesto, il valore economico del traffico diventerà una variabile sempre più importante, perché quando cambia la modalità di accesso cambia pure la qualità delle visite (ad esempio utilizzando connessioni per Internet come quelle dei comparatori di SOSTariffe.it), tanto che una riduzione dei volumi può essere compensata da utenti più informati e più prossimi alla decisione finale.

Giochi e short drama

Sempre secondo il report, il prossimo anno gran parte della crescita dell’economia digitale passerà da prodotti che rinunciano all’idea di “grande esperienza” per puntare su un consumo più frammentato. Le app di short drama, le mini-serie che hanno conquistato mezzo mondo per la loro fruibilità immediata, con ogni probabilità supereranno le piattaforme tradizionali per numero di download globali, pur rimanendo al di sotto in termini di tempo complessivo di utilizzo. Si andrà dunque verso una diversa occupazione del tempo disponibile, in favore di contenuti brevi, facilmente accessibili, perfette per sessioni di pochi minuti; la loro diffusione sarà sostenuta da sistemi di monetizzazione semplici, spesso basati su micropagamenti e accessi progressivi, per ridurre la soglia di ingresso e favorire il consumo seriale (che, come sappiamo, è dietro a ogni prodotto e media di successo: ingolosire per proseguire e sapere come andrà a finire).

Poi c’è il gaming mobile, per il quale il 2026 confermerà un trend già visto e ormai consolidato, con i download globali che resteranno inferiori ai livelli raggiunti durante la fase pandemica – il massimo boom, per ovvi motivi, mai raggiunto da questo settore che costituisce una grossa fetta del fatturato mondiale di economia digitale – mentre i costi di acquisizione pagati dagli utenti continueranno a salire. I titoli che mostreranno maggiore capacità di tenuta saranno senz’altro quelli in grado di integrare pubblicità e monetizzazione in modo coerente, senza affidarsi a una crescita continua della base utenti che, ormai, non è sostenibile: il mercato da questo punto di vista è saturo, e chi non ha mai giocato sul proprio telefonino difficilmente comincerà a farlo proprio adesso.

L’attenzione delle case di produzione si sposterà quindi sulla valorizzazione nel tempo dei giocatori già acquisiti, ottenuto attraverso una combinazione di aggiornamenti frequenti, eventi speciali e meccaniche pensate per un uso prolungato. La parola d’ordine sarà “community” (ed è il motivo per cui ormai anche il più semplice dei giochi prevede un’interazione con altri utenti da ogni parte del mondo: insieme si gioca di più).

Il numero, decisamente elevato, di nuove uscite previste, in particolare su piattaforme come Steam, si tradurrà in un mercato sempre più affollato, con progetti non “monstre” ma più sobri e tempi di sviluppo più brevi, senza gli anni richiesti dai titoli tripla A. La sostenibilità economica, insomma, sarà legata a budget contenuti e a una gestione attenta delle risorse e a aspettative di rendimento calibrate: vietato fare il passo più lungo della gamba, insomma.

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