Telemarketing selvaggio, AGCOM punta sui numeri brevi a tre cifre per fermare le frodi

AGCOM apre a una nuova misura contro le frodi telefoniche e il telemarketing aggressivo: l’uso di numerazioni brevi, a tre cifre, anche per le chiamate e i messaggi di teleselling e telemarketing legali.

La proposta è stata messa in consultazione pubblica per 45 giorni dalla Commissione Infrastrutture e Reti dell’Autorità, nella riunione del 17 dicembre, attraverso una modifica del Piano di numerazione nazionale.

Telemarketing selvaggio sempre più aggressivo

L’iniziativa nasce in un contesto di mercato segnato da un uso sempre più aggressivo del contatto telefonico verso i consumatori, spesso collegato a tentativi di frode. Al centro del fenomeno c’è il CLI spoofing, la tecnica che consente di falsificare il numero del chiamante, rendendo difficile risalire all’autore della chiamata e aggirando le norme su privacy e Registro delle opposizioni.

Telemarketing selvaggio, bloccate 7,4 mln chiamate al giorno

Negli ultimi mesi AGCOM ha già rafforzato il quadro regolatorio. Con le delibere 106/25/CONS e 271/25/CONS l’Autorità ha imposto agli operatori l’obbligo di bloccare le chiamate illecite provenienti dall’estero che simulano numerazioni fisse o mobili italiane, chiarendo anche le responsabilità di controllo nel caso di traffico VoIP originato sul territorio nazionale.

Le misure, pienamente operative dal 19 novembre, secondo AGCOM hanno prodotto risultati estremamente positivi. Secondo i primi dati sono state bloccate 7,46 milioni di telefonate al giorno secondo il dato comunicato dai quattro principali operatori (Tim, Vodafone-Fastweb, WindTre e Iliad).

Il problema dei numeri esteri

Il sistema di filtraggio ha infatti consentito di bloccare in modo significativo il flusso di chiamate fraudolente con numerazione nazionale e, per la prima volta, di misurare in modo oggettivo l’ampiezza del fenomeno illegale. Come spesso accade, però, l’effetto collaterale è stato uno spostamento del traffico illecito verso numerazioni estere, che non possono essere bloccate dagli operatori per via degli obblighi di interconnessione e interoperabilità internazionale delle reti.

Numeri a tre cifre per il teleselling e telemarketing

In questo scenario, l’Autorità ritiene che i consumatori siano oggi più protetti dalle frodi che simulano chiamate da numeri italiani e, allo stesso tempo, più diffidenti verso chiamate provenienti da numeri esteri sconosciuti. Per completare il quadro delle tutele, AGCOM propone ora di consentire ai call center e agli operatori che operano nel rispetto delle regole di utilizzare numerazioni brevi italiane anche per il teleselling e il telemarketing.

Si tratta di numeri a tre cifre, già utilizzati per servizi di assistenza clienti o numerazioni senza oneri per l’utente, che oggi non possono essere impiegati per chiamate in uscita. L’idea è renderli immediatamente riconoscibili per i cittadini e associabili a soggetti certi e identificabili, riducendo il rischio di confusione sull’identità del chiamante.

Secondo AGCOM, l’uso di numerazioni brevi contribuirebbe a rafforzare la fiducia degli utenti nei confronti delle imprese che li contattano, aumentando la trasparenza e distinguendo in modo netto le attività legali da quelle fraudolente o aggressive. Un ulteriore elemento di sicurezza è legato al fatto che questi numeri non possono essere replicati dall’estero, rendendo più difficile il loro utilizzo per finalità illecite.

La consultazione pubblica servirà ora a raccogliere osservazioni da operatori, associazioni e stakeholder, per valutare l’impatto concreto della misura e definire le modalità operative di un possibile cambiamento che potrebbe incidere in modo significativo sul mercato del telemarketing e sulla tutela dei consumatori.

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Cosa sono le Superfici Intelligenti Riconfigurabili (RIS)

Le Superfici Intelligenti Riconfigurabili (Reconfigurable Intelligent Surfaces – RIS) rappresentano una delle principali innovazioni previste per le reti di comunicazione di nuova generazione. Si tratta di un paradigma tecnologico che trasforma l’ambiente radio da elemento passivo a componente attivo e programmabile, capace di modificare dinamicamente le caratteristiche del canale di propagazione.

Questa tecnologia è oggetto di studio e standardizzazione da parte di organismi internazionali, come l’ETSI, che ne riconoscono il potenziale nel ridisegnare l’architettura dei sistemi wireless, le tecniche di accesso e i protocolli di rete.

Principi di funzionamento e tecnologie

Le RIS si basano su un insieme di unità elementari (unit cells), ciascuna progettata per interagire con le onde elettromagnetiche incidenti. L’innovazione risiede nella possibilità di riconfigurare dinamicamente queste unità attraverso segnali di controllo, trasformando la superficie in un nodo di rete programmabile. Ogni unità può essere configurata in modo da modificare parametri quali: riflessione e rifrazione del segnale, focalizzazione e collimazione, modulazione e assorbimento.

Il controllo avviene tramite un RIS controller, che invia segnali di configurazione dinamici o semi-statici. In questo modo la superficie diventa un nodo di rete programmabile, capace di adattare l’ambiente radio alle esigenze del sistema.

Aspetti tecnologici

Metamateriali e metasuperfici: le unit cells sono realizzate con materiali ingegnerizzati che consentono proprietà elettromagnetiche non ottenibili con materiali convenzionali.

Controllo elettronico digitale: la configurazione delle unità può avvenire tramite circuiti integrati, MEMS (Micro-Electro-Mechanical Systems) o semiconduttori, permettendo tempi di risposta rapidi.

Gestione centralizzata e distribuita: il RIS controller può operare in modalità centralizzata (coordinato dalla rete) o distribuita (con logiche locali di adattamento).

Funzionalità avanzate: oltre a riflessione e rifrazione, le RIS possono implementare beamforming passivo, cancellazione di interferenze, modulazione del segnale e persino funzioni di sicurezza fisica del canale.

Integrazione con AI e edge computing: algoritmi di apprendimento automatico possono ottimizzare la configurazione delle superfici in tempo reale, riducendo latenza e migliorando resilienza.

Questi elementi rendono le RIS una tecnologia flessibile e scalabile, capace di adattarsi a diversi scenari di rete e di evolvere insieme agli standard futuri.

Impatti sul design dei sistemi wireless

L’introduzione delle RIS comporta un cambiamento radicale nei paradigmi di progettazione.

Canale programmabile: il canale non è più un vincolo fisico da subire, ma una risorsa da modellare.

Ottimizzazione delle prestazioni: possibilità di migliorare copertura, capacità e affidabilità senza ricorrere a infrastrutture costose.

Nuove opportunità di innovazione: protocolli di accesso e architetture di rete dovranno integrare la gestione delle RIS come entità di sistema.

Vantaggi tecnologici ed economici

Le RIS si distinguono per una serie di benefici.

Basso costo di implementazione: l’utilizzo prevalente di componenti passivi riduce la necessità di amplificatori e circuiti complessi.

Efficienza energetica: l’assenza di elementi attivi comporta consumi ridotti, favorendo la sostenibilità delle reti.

Compatibilità con la sicurezza elettromagnetica: non essendo sorgenti attive di emissione, le RIS non incrementano l’esposizione ai campi elettromagnetici (EMF).

Scalabilità: possono essere integrate in ambienti urbani, edifici e infrastrutture senza impatti significativi sui costi operativi.

Applicazioni e scenari d’uso

Le RIS aprono prospettive concrete in molteplici ambiti delle telecomunicazioni.

Reti mobili 5G e 6G: estensione della copertura in aree urbane dense e ambienti indoor complessi, riduzione delle zone d’ombra e miglioramento della qualità del segnale, nonché supporto a servizi ad alta capacità come realtà aumentata/virtuale e comunicazioni olografiche.

Internet of Things (IoT): ottimizzazione della connettività per dispositivi a basso consumo energetico, miglioramento dell’affidabilità delle comunicazioni in ambienti industriali, nonché possibilità di gestire reti massive con milioni di sensori distribuiti.

Comunicazioni veicolari (V2X): supporto alla mobilità con canali adattivi e affidabili, miglioramento della sicurezza stradale grazie a collegamenti stabili tra veicoli e infrastrutture, nonché integrazione con sistemi di guida autonoma e smart mobility.

Smart cities e infrastrutture critiche: installazione di RIS su edifici, ponti e gallerie per garantire continuità di servizio, ottimizzazione della connettività in spazi pubblici e aree ad alta densità di utenti, nonché supporto a servizi di pubblica utilità (videosorveglianza, monitoraggio ambientale, gestione energetica).

Ambiti specializzati: ambienti industriali: miglioramento delle comunicazioni wireless in fabbriche e impianti produttivi, sanità digitale: supporto a reti di sensori biomedicali e telemedicina, nonché difesa e sicurezza in scenari tattici per comunicazioni resilienti e sicure.

Sfide e prospettive

Nonostante i vantaggi, l’adozione delle RIS comporta alcune importanti sfide.

Standardizzazione: definizione di interfacce e protocolli comuni per l’integrazione nei sistemi esistenti.

Controllo e gestione: sviluppo di algoritmi efficienti per la configurazione dinamica delle superfici.

Interoperabilità: necessità di garantire compatibilità con diverse tecnologie di accesso radio.

Sicurezza e affidabilità: protezione dei meccanismi di controllo da attacchi e malfunzionamenti.

Le prospettive di ricerca includono l’uso di intelligenza artificiale per la gestione autonoma delle RIS e l’integrazione con architetture di edge computing, al fine di ridurre la latenza e migliorare la resilienza delle reti.

Conclusioni

Le Superfici Intelligenti Riconfigurabili rappresentano una tecnologia abilitante per le reti del futuro. Grazie alla loro capacità di trasformare l’ambiente radio in un attore intelligente e programmabile, esse aprono la strada a nuove soluzioni di connettività, più efficienti, sostenibili e scalabili.

Il loro sviluppo e la loro standardizzazione saranno determinanti per l’evoluzione delle reti 6G e per l’abilitazione di scenari avanzati come le smart cities, l’IoT massivo e le comunicazioni veicolari.

Scenario di utilizzo delle Superfici Intelligenti Riconfigurabili (RIS)

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Frequenze TLC, cosa vogliono le non-Telco: da Starlink a Kuiper

Non soltanto le telco hanno partecipato alla consultazione Agcom sul rinnovo delle frequenze in scadenza nel 2029. Anzi, il drappello delle non-telco è molto nutrito e ha avanzato richieste spesso e volentieri ben diverse da quelle degli operatori, che si sono concentrati sul rinnovo non oneroso delle licenze in scadenza in cambio di investimenti in 5G standalone. Ma cosa hanno chiesto gli operatori satellitari? Partiamo da loro, da Starlink, l’operatore di Elon Musk che fa capo a SpaceX, e da Kuiper (da poco ribattezzato Amazon LEO), l’operatore satellitare di Jeff Bezos che fa capo ad Amazon.  

Le richieste di Starlink: la difficile convivenza con gli operatori FWA in banda 28 Ghz

Starlink, si legge nel suo contributo alla consultazione Agcom, è contraria ad una proroga tout court delle licenze in banda 28 Ghz e accusa gli operatori FWA di discriminarne l’accesso e chiede un’audizione all’Agcom per esporre nel dettaglio le “criticità riscontrate nell’ottenimento delle frequenze necessarie”. Le richieste di Starlink Italy, rappresentate dall’avvocato Eugenio Prosperetti, si concentrano in particolare sulla banda 28 Ghz. Starlink auspica che qualsivoglia assegnazione e rinnovo della banda 28 Ghz sia condizionato a obblighi e condizioni che rendano veloce ed efficace il coordinamento tra operatori FWA e operatori satellitari richiedenti stipulando accordi di coordinamento che indirizzino future richieste ed esigenze di coordinamento (es. installazione di nuovi gateways o spostamento dei medesimi)”, si legge nel parere di Starlink alla consultazione.  

Starlink discriminata dagli operatori FWA?

Starlink lamenta di dover attendere mesi, stando poi ai tempi e alle disponibilità dell’operatore FWA per poter coordinare un gateway. “Questo ha un impatto devastante” che di fatto “nega il servizio a decine di migliaia di utenti Starlink e spesso tali utenti sono situati in zone dove non ci sono altre opzioni per la banda larga”, si legge. L’operatore che fa capo a Elon Musk, a questo proposito, propone di rendere facoltativa la risposta negativa o mancata alla richiesta da parte dell’operatore terrestre, come accade in altri paesi europei.

Inoltre, Starlink chiede anche la realizzazione di un catasto delle frequenze, con la disponibilità di tutti gli impianti presenti sul territorio. “Una volta richiesto il coordinamento, se esso non viene portato a termine in tempi ragionevoli, dovrebbe comunque essere rilasciata la licenza d’uso delle frequenze” da parte del Mimit, aggiunge.

Starlink non detiene (per ora) licenze esclusive

Si ricorda che i detentori legittimi delle frequenze in banda 28 Ghz sono gli operatori FWA che se le sono aggiudicata, fra cui Eolo, TIM, Open Fiber. Starlink non detiene attualmente licenze esclusive per l’uso della banda 28 GHz in Italia e deve quindi coordinarsi – per evitare interferenze – con i detentori delle frequenze per usare la banda, che ha una destinazione d’uso co-primaria (paritaria) fra uso terrestre FWA e uso satellitare.

In passato, Starlink aveva avuto un contenzioso con Tim sull’uso della banda 28 Ghz poi superato con la mediazione del Mimit.  

Kuiper sulla stessa linea di Starlink: chiesto obbligo di coordinamento

C’è da dire che anche Kuiper (ribattezzata Amazon LEO), l’operatore satellitare in orbita bassa di Amazon, è sulla stessa linea di Starlink. Pur non avendo ancora avviato il suo servizio commerciale in Italia (potrebbe partire nel 2026), Kuiper mette le mani avanti e chiede una maggior trasparenza e velocità nei processi di condivisione della banda 28 Ghz da parte degli operatori FWA, che la detengono. “L’attuale approccio al coordinamento in vigore in Italia consiste nel richiedere all’operatore FSS (Fixed-Satellite Service) come – Kuiper e Starlink ndr – di passare prima attraverso il coordinamento bilaterale con l’operatore FS (Fixed Service) cui è stato assegnato l’uso di parti di banda 28 Ghz, e di poter ricorrere all’intervento del Ministero delle Imprese e del Made in Italy solo dopo un manifesto fallimento dei tentativi di coordinamento bilaterale”, si legge ancora. Ma in questo contesto, aggiunge Kuiper, “l’intervento del Ministero risulta spesso tardivo rispetto alle esigenze degli operatori”. Il coordinamento bilaterale, chiude Kuiper, dovrebbe avvenire in buona fede e chiudersi entro un limite massimo di 30 giorni.

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Tim, Poste sale al 27,3% ma niente Opa. Dopo 10 anni addio a Vivendi

Tim positiva in Borsa dopo che il Cda di Poste Italiane ha deliberato l’acquisizione della partecipazione residuale di Vivendi, pari al 2,51%, avviandosi ad avere una partecipazione complessiva del 27,32%. Dopo 10 anni addio senza rimpianti a Vivendi, socio inascoltato contrario a suo tempo allo scorporo che esce di scena dopo anni di battaglie legali. A Piazza Affari in apertura la società guidata da Pietro Labriola guadagna fino all’1,9% a 0,50 euro e Poste sale dello 0,5% a 20,81 euro. Confermate così le indiscrezioni del Fatto Quotidiano di una decina di giorni fa.

Il corrispettivo per l’acquisto è pari al prezzo di chiusura delle azioni del 10 dicembre 2025, è complessivamente pari a euro 187 milioni.

Soglia dell’Opa neutralizzata

Il conseguente superamento dell’attuale soglia rilevante ai fini della disciplina sulle offerte pubbliche di acquisto obbligatorie, si legge nella nota di Poste, sarà neutralizzato avvalendosi “dell’esenzione di cui all’articolo 106, comma 5, del D.lgs. 58/1998 e all’articolo 49, comma 1, lett. e), del Regolamento Consob n. 11971/1999. Pertanto – in vigenza dell’attuale quadro normativo – Poste Italiane si impegna a cedere a parti non correlate le azioni ordinarie detenute in eccedenza rispetto alla predetta soglia rilevante, entro 12 mesi dal perfezionamento dell’acquisto, astenendosi, nel mentre, dall’esercizio dei diritti di voto relativi a tali azioni”, si legge nella nota.

Entro un anno innalzamento della soglia dell’Opa in arrivo

Una mossa temporanea, di un anno, in attesa dell’entrata in vigore de via libera definitivo della riforma del Tuf (Testo unico della finanza) che, fra le altre novità, innalza la soglia dell’Opa al 30%. A quel punto, Poste potrà mantenere la partecipazione del 27,3% senza incorrere in alcun obbligo.

“Con questa operazione”, conclude la nota “Poste Italiane rafforza l’investimento di natura strategica realizzato in Tim, confermando il proprio obiettivo di svolgere il ruolo di azionista industriale di lungo periodo, attraverso la realizzazione di sinergie e la creazione di valore per tutti gli stakeholder”.

Poste-Tim, quali sinergie industriali?

Resta da capire nel dettaglio quali saranno i reali contenuti di questa alleanza dal punto di vista industriale, ma per questo bisognerà attendere il prossimo 24 febbraio l’aggiornamento del piano industriale di Tim, che di certo punterà molto sulla divisione Enterprise e svelerà i contenuti della joint venture sul Cloud sovrano annunciata con Poste.

Sarà Cloud sovrano?

Resta da capire se si tratterà di un Cloud sovrano oppure semplicemente Cloud realizzato con tecnologie americane rivenduto da venditori italiani? La domanda non è secondaria e sta a cuore anche alla Ue.

Ma resta anche da capire se la nuova joint venture sul Cloud farà concorrenza al PSN, che ad oggi ha garantito la migrazione al Cloud di 563 enti pubblici.

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AI, il “codice rosso” di OpenAI e il sorpasso di Gemini

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Uno dei segnali più riconoscibili di un mercato in forte espansione che si avvia a diventare maturo è il susseguirsi di sorpassi e controsorpassi da parte delle aziende che si sfidano per conquistare la vetta. È il caso dell’AI, la cui tecnologia ormai si è evoluta da tempo da curioso passatempo a strumento indispensabile per centinaia di milioni di utenti.

E se per lungo tempo OpenAI e ChatGPT sono stati sinonimo di AI generativa, ora forse qualcosa sta cambiando a favore di un altro concorrente: in questa direzione, almeno, sembra andare il “codice rosso” interno che qualche giorno fa Sam Altman, CEO di OpenAI, ha emesso dopo aver visto i progressi di Gemini 3.

Il nuovo modello di Google segna infatti un punto di svolta difficilmente riducibile al semplice “incremento generazionale” con cui oggi si presentano le novità nel settore. A differenza dei consueti miglioramenti marginali, infatti, Gemini 3 sembra introdurre verediscontinuità: non soltanto si impone in 19 benchmark su 20 tra i principali utilizzati dall’industria, ma lo fa con una costanza e una superiorità tali da ridefinire del tutto le aspettative sulle capacità di un modello generalista.

Che si tratti di ragionamento, pianificazione a lungo raggio o gestione multimodale di informazioni complesse, la nuova architettura di Google appare in grado di offrire risposte più stabili, meno “rumorose” e più profondamente integrate rispetto a quelle dei concorrenti diretti. Le stesse analisi di settore mostrano la distanza che separa (almeno per ora) Gemini 3 da GPT-5.1 e da Claude Sonnet 4.5, una distanza che raramente si osserva in un’industria abituata a iterazioni ravvicinate. Perfino la comunicazione ufficiale di Google, di solito piuttosto prudente, stavolta assume toni assertivi: la compagnia parla di “state-of-the-art reasoning capabilities” e di “world-leading multimodal understanding”, ma stavolta le formule di rito sembrano meno iperboliche del solito.

I test dove Google va meglio

Se si entra più nel dettaglio delle comparazioni pubblicate da Google, il quadro diventa ancora più eloquente: Gemini 3 non solo vince quasi ovunque, ma lo fa con margini sorprendenti. Per esempio, nel test chiamato Humanity’s Last Exam – una grande raccolta di domande difficili su oltre cento materie, pensata per misurare quanto un modello “sa ragionare” in generale – Gemini 3 raggiunge il 37,5%, mentre GPT-5.1 si ferma a circa 26%. Impressionante è anche il comportamento nel test Vending-Bench 2, che misura se un’AI riesce a prendere decisioni sensate, simili a quelle di un piccolo imprenditore che deve far funzionare un’attività per settimane: comprare, vendere, organizzare le scorte.

Anche qui Gemini 3 sembra capire meglio la situazione e correggersi quando sta sbagliando, ma ancora più evidente è il vantaggio nel test SimpleQA Verified, che serve a valutare quanto un modello sia affidabile quando deve dare risposte di fatto corrette, senza “inventare” cose (le allucinazioni sono tuttora uno dei problemi più deprimenti quando si tenta di usare l’AI in maniera fruttuosa). Gemini 3 arriva al 72,1%, quasi il doppio dei concorrenti. Infine, l’Artificial Analysis Intelligence Index, un indice che combina dieci prove diverse per creare una valutazione complessiva: qui Gemini 3 stacca GPT-5.1 di tre punti, e in questo settore sono tantissimi.

È vero, i benchmark non dicono tutto. Nessun test riesce a catturare la complessità di un modello. Però quando un sistema vince test diversi, costruiti da gruppi diversi, e lo fa sempre con vantaggi chiari, diventa difficile pensare che sia fortuna; sembra piuttosto che Google abbia migliorato ogni parte del modello per rendere l’AI più solida in generale. Più che “alzare l’asticella”, insomma, si rende più stabile e migliore il pavimento; una buona notizia per tutti quelli che già usano gli strumenti di Google, da Gmail a Google Drive o Docs, tutti i giorni, e stanno valutando se abbonarsi anche a un piano a pagamento, da abbinare alla propria connessione per renderla più smart (a proposito, su SOSTariffe.it è sempre possibile mettere a confronto le opzioni più convenienti per la fibra, anche quelle che comprendono abbonamenti a Google come TIM Business).

Da Jimmy Fallon alle guerre della zuppa

Il nervosismo si vede da più elementi, anche dai tentativi di mostrare che l’AI non è pericolosa. L’ha fatto vedere la comparsata di Altman al Tonight Show di Jimmy Fallon, un’ospitata televisiva presto etichettata come la “più sfacciata mossa pubblicitaria della Silicon Valley” degli ultimi tempi. Altman ha sfruttato l’intervista per dipingere un’immagine dell’AI come strumento umano e rassicurante, raccontando come ChatGPT lo abbia aiutato a gestire l’ansia legata alla sua esperienza da neo-genitore. Queste operazioni-simpatia però non sembrano convincere più di tanto, anche se aziende come Meta, Anthropic e Google investono tonnellate di soldi in pubblicità per promuovere i loro prodotti AI.

In ogni caso, molti esperti pensano che, anche se Google ha fatto il botto con il suo nuovo modello, OpenAI non è affatto fuori dai giochi, anzi. Hanno ancora talento, soldi e progetti di ricerca che possono permettere una rimonta lampo, e del resto è la stessa storia recente dell’AI, ma più in genere della tecnologia, a insegnarcelo: ogni volta che qualcuno sorpassa, l’altro risponde con una mossa spesso inaspettata che rimescola tutte le carte. Pensiamo, per i telefoni, all’introduzione dei modelli pieghevoli da parte di Samsung che, malgrado le difficoltà iniziali di progettazione, hanno via via costretto gli altri player del settore ad adeguarsi, ultima Apple che l’anno prossimo dovrebbe lanciare il suo nuovo iPhone Fold, se davvero si chiamerà così.

Ecco, a OpenAI serve una mossa del genere: bisogna accelerare, far entrare meglio i modelli nella vita di tutti i giorni e creare una strategia più completa che unisca prestazioni tecniche di alto livello e fiducia del pubblico. Quella che oggi sembra una rivoluzione definitiva domani potrebbe essere solo un gradino intermedio.

È proprio questa competizione feroce, questa tensione quasi “darwiniana”, a rendere il settore così elettrizzante, ma anche brutale, come dimostrano le acquisizioni dei migliori ingegneri e informatici dai concorrenti a cifre al di là dell’immaginabile, e pure con metodi decisamente poco ortodossi: Mark Chen, a capo della ricerca di OpenAI, ha recentemente raccontato al podcast di Ashlee Vance che Mark Zuckerberg ha portato di recente zuppa fatta in casa ai ricercatori che voleva assumere per Meta.

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Frequenze, il Governo nicchia sul rinnovo e resta il nodo Antitrust   

L’esito della consultazione pubblica dell’Agcom sul rinnovo delle frequenze in scadenza nel 2029 parla chiaro: la maggior parte delle telco – in primis quelle assegnatarie, e non potrebbe essere altrimenti – sono favorevoli al rinnovo delle dotazioni, con un prolungamento delle scadenze al 2037. Il tutto, in cambio di forme di accesso condiviso e impegni stringenti di copertura per la realizzazione del 5G standalone, che nel nostro paese è fermo al 2%.

Nuova consultazione Agcom sul rinnovo a gennaio

Un’opzione, questa, che sarà discussa ulteriormente con una nuova consultazione Agcom prevista per il mese di gennaio, per fissare i paletti di questi rinnovi, che non potranno essere totalmente automatici per un motivo semplice: lo spettro radio è un bene pubblico scarso e prezioso. Lo Stato non potrà rinunciare a cuor leggero agli introiti di un’asta competitiva, una modalità di assegnazione che in passato ha fruttato entrate pesanti per le casse dell’Erario. E dovrà tenere conto di tutti gli stakeholder. 

Viene consolidato l’indirizzo verso il rinnovo dei diritti d’uso delle frequenze nelle bande 800, 900, 1400, 1800, 2100, 2600 e 3400-3600 MHz, nonché la proroga per la banda 28 GHz, fino al 31 dicembre 2037. Tale indirizzo, volto a garantire la continuità dei servizi e sostenere gli investimenti nel 5G Stand Alone.

Il rinnovo sarà quindi subordinato alla definizione di obblighi di copertura tecnicamente evoluti (che includano parametri di qualità quali latenza e densità di connessioni) e, secondo all’imposizione di un obbligo di accesso wholesale rafforzato (inclusivo di spectrum sharing e network slicing) a carico degli operatori con maggiore dotazione spettrale (Fastweb-Vodafone, Tim, Wind Tre) a beneficio dei soggetti con minore spettro e degli Mvno (operatori virtuali, ndr). Iliad è tra i soggetti a minore spettro, avendo 70 Mhz.

Levi (iliad): No al rinnovo automatico

L’operatore low cost ha già fatto sapere per bocca del suo ad Benedetto Levi di essere contraria ad un rinnovo automatico delle frequenze, e questo in particolare per questioni di concorrenza. Secondo iliad, sarebbe necessario un riequilibrio della dotazione spettrale e un superamento dello status quo, anche per incentivare l’ingresso di nuovi Mvno nell’arena del mobile e non cristallizzare la situazione.

Antitrust contraria alle proroghe già nel 2018

In tutto questo, resta da capire se l’ipotesi del rinnovo tout court sarà accettabile per l’AGCM. L’Autorità Antitrust già in passato è stata critica sulla proroga senza gara delle licenze spettrali.  Basti pensare al caso della proroga di sei anni della banda 3.4-3.6 Ghz criticata a suo tempo nel 2018 dall’Autorità di Piazza Verdi.

Governo spaccato sul rinnovo

Al momento, si ricorda che lo scorso 20 novembre un emendamento che prevedeva il rinnovo non oneroso delle frequenze è stato stralciato dai segnalati bozza della Manovra.

A quanto pare, non c’è una posizione unitaria all’interno del Governo sul rinnovo non oneroso delle frequenze. Lo scrive oggi il Sole 24 Ore secondo cui da un lato, il ministro del Mimit Adolfo Urso e il sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti sarebbero favorevoli, a fronte di impegni di copertura 5G standalone. Ma pare che il Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) abbia delle riserve sul fatto di rinunciare agli introiti di un’asta competitiva.

Vedremo come andrà a finire.

Chiesto riordino complessivo frequenze

Intanto, leggendo la sintesi della consultazione pubblica indetta alla delibera n 154/25/CONS, emergono diversi aspetti interessanti.

In ottica pro-concorrenziale, un operatore chiede di adottare l’approccio francese, che ha promosso la redistribuzione delle frequenze fra tutti gli operatori per arrivare ad un quadro di maggiore omogeneità.

Opzione mista bocciata: rischio ingresso OTT, gatekeepers e satellitari nell’arena del mobile

L’opzione mista, che di fatto prevede una quota di frequenze prorogata e una quota (inferiore) da mettere a gara, sembra lo spauracchio per gli operatori, perché darebbe adito al possibile ingresso di nuovi entranti in sede di asta.

L’opzione mista è stata affossata perché assottiglierebbe la dotazione spettrale delle telco, con il rischio ulteriore rafforzamento di iliad, o dell’ingresso di nuovi entranti – Mvno – ma soprattutto con il pericolo che nell’arena del mobile arrivino OTT, gatekeepers non europei inclusi operatori satellitari.  

Rete più frammentata un problema per il traffico crescente?

Un’altra argomentazione contro l’opzione mista è che “un eventuale procedimento di riassegnazione tramite gara potrebbe determinare una frammentazione nelle assegnazioni agli operatori, sia attuali che nuovi entranti, che potrebbe tradursi in minori possibilità di sviluppare delle reti, con conseguenti impatti negativi a livello di coperture e qualità dei servizi”, si legge nella sintesi della consultazione.   

Chieste assegnazioni locali e copertura migliore in aree a fallimento di mercato

L’opzione mista sarebbe anacronistica per un altro rispondente, perché non terrebbe conto dell’evoluzione del traffico, sempre crescente, per il quale gli operatori non potrebbero rinunciare all’attuale dotazione, ma anzi dovrebbero incrementarla per rispondere alla crescita della domanda. C’è chi, invece, chiede l’apertura delle frequenze tramite confronto competitivo e senza una riallocazione selettiva delle risorse e il ricorso a modelli di utilizzo con licenze locali, uso condiviso, e assegnazione geografica o settoriale. C’è chi chiede altresì la partecipazione ad una gara in forma consortile per le Pmi. Altre richieste riguardano misure anti accaparramento e obblighi di miglioramento del servizio in aree a fallimento di mercato in coerenza con la Strategia BUL e il Piano “Italia 5G”.

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L’illusione del controllo nell’era dell’AI

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Un concetto che si sente ripetere spesso, da qualche anno, è quello di sovranità digitale. Ora questo concetto guida una nuova corsa globale agli investimenti nell’intelligenza artificiale, presentata come una forma di emancipazione dalla dipendenza tecnologica verso gli Stati Uniti.

I governi di mezzo mondo (dall’Asia di Giappone e Cina al Medio Oriente, fino all’Europa) stanno costruendo ogni giorno nuovi data center, per i quali sono necessari programmi di formazione per le competenze. Vengono messi da parte miliardi per le infrastrutture nazionali, con l’obiettivo dichiarato di trattenere sul territorio il valore creato dai dati dei cittadini.

Oltre alla sovranità digitale, si parla di decolonizzazione (sempre digitale, s’intende), definitacome il processo che permette ai vari Paesi di gestire autonomamente la propria trasformazione digitale invece di esportare dati grezzi per poi riacquistarli sotto forma di servizi di AI forniti da poche corporation americane.

Ma dietro questo scenario che vorrebbe essere di autodeterminazione tecnologica si nasconde un paradosso strutturale: per diventare indipendenti dalle big tech statunitensi, gli stati come l’Indonesia, l’India, l’Arabia Saudita o la Francia sono costretti a rivolgersi proprio a Nvidia, Google e Amazon per chip, i server, i servizi cloud, visto che, come sa chiunque abbia dato un’occhiata al mercato negli ultimi mesi, Nvidia controlla circa il 90% del mercato dei semiconduttori per AI, e AMD e i grandi fornitori di hardware sono americani.

Perfino quando le aziende nazionali promettenti ci sono (come Mistral in Francia) la loro crescita è legata a doppio filo alle partnership strategiche con i fornitori statunitensi.

Di chi è davvero la nuvola?

Un contraddizione, è chiaro. Difficile da risolvere. E che diventa ancora più evidente quando entrano in gioco le cosiddette soluzioni di cloud sovrano, che sulla carta promettono infrastrutture localizzate e maggior controllo sui dati, tutto grazie a una governance più trasparente; e tuttavia restano comunque vincolate alla giurisdizione americana, visto che il CLOUD Act consente alle autorità USA di accedere ai dati detenuti da aziende statunitensi ovunque nel mondo.

Nel frattempo, la complessità contrattuale e la natura proprietaria di molte tecnologie trasformano i progetti pubblici in costose vetrine per le tecnologie private, difficili da verificare in modo indipendente ma soprattutto impossibili da sostituire senza affrontare costi enormi.

Per questa ragione, alcuni analisti parlano di “sovereignty as a service”: una mera illusione di controllo che maschera un nuovo tipo di dipendenza, meno visibile di quella tradizionale ma potenzialmente più profonda perché radicata nelle infrastrutture digitali essenziali di un paese.

Per gli esperti, la vera sovranità non consiste nel possedere data center perfetti per le brochure ma nella capacità di cambiare fornitore e certificare autonomamente la sicurezza dei sistemi.

Il paradosso dell’indipendenza che alimenta il mercato

Tutto quello che riguarda la tecnologia pubblica ha un’immediata ricaduta sulle strategie commerciali, tenendo conto che il vero asset, la vera posto in gioco, è sempre la stessa, cioè l’accesso a capacità di calcolo su larga scala; una risorsa che è distribuita tutt’altro che in modo uniforme, ma che è invece concentrata nelle mani di pochissimi attori privati a livello globale.

Le decisioni politiche sui data center nazionali rischiano di alimentare la polarizzazione del mercato, anche perché bisogna stabilire chi allenerà i nuovi modelli, e le grandi aziende di intelligenza artificiale si fanno concorrenza – oltre che per fornire un prodotto migliore degli altri – per garantirsi posizioni preferenziali. Ad esempio per le cruciali catene di approvvigionamento dei chip, ma anche sugli accordi energetici e sul cloud, tutti elementi che nessun Paese può sognarsi di controllare davvero.

Così sono proprio le strategie governative a rischiare di accelerare la stessa competizione che vorrebbero mitigare, e gli stati diventano di fatto finanziatori e acquirenti privilegiati di una bolla sempre più gonfiata e che rischia di esplodere con conseguenze potenzialmente disastrose.

Quando si parla delle aziende che dominano il mercato dell’AI, bisogna sempre più rendersi conto di quanto siano in grado di spostare a livello politico.

Ma il controllo non è in mano nemmeno alle big tech

La pressione competitiva è sempre più insostenibile anche dove si riescono a costruire infrastrutture e a gestire al meglio la dipendenza tecnologica, perché non va dimenticato che anche le aziende che forniscono chip e servizi cloud ai governi stanno vivendo un momento di allarme interno.

Tra gli ultimi allarmi, quello interno ad OpenAI lanciato da Sam Altman, un “codice rosso” per ChatGPT che ha imposto di spostare risorse e priorità verso miglioramenti immediati dell’esperienza quotidiana degli utenti, visto che c’è un concorrente che emerge con sempre maggior prepotenza: Google, che dopo aver incorporato Gemini direttamente nella sua piattaforma di ricerca riesce a offrire a un immenso bacino di utenti una distribuzione quasi istantanea della sua tecnologia.

E c’è pure Anthropic con Claude, preferito sempre da più persone grazie alle sue spiccate doti in attività complesse come il ragionamento strutturato e il coding.

Non è in discussione il primato, ovviamente, visto che solo ChatGPT (per ora) può contare su 800 milioni di utenti settimanali, che si collegano da PC o da smartphone (utilizzando le sempre più convenienti offerte di Internet mobile con alta dotazione mensile di giga, come quelle che si possono trovare sul comparatore di SOSTariffe.it).

Ma c’è un rischio strategico più su larga scala, visto che chi controlla l’infrastruttura globale di ricerca e cloud controlla anche l’evoluzione culturale, linguistica e cognitiva dei modelli.

Il problema della sicurezza

È quando si parla di controllo e sicurezza che il quadro si fa davvero preoccupante, visto che un tale potere deve essere regolato con la massima cura per evitare danni globali, e molto spesso non lo è.

Il più recente AI Safety Index del Future of Life Institute mostra che le principali aziende del settore stanno dirigendosi dritti dritti verso sistemi potenzialmente superumani, masenza adeguati meccanismi di controllo.

Otto compagnie sono state valutate e nessuna sembra avere un piano convincente per prevenire gli scenari di perdita del controllo: Google DeepMind, OpenAI e Anthropic guidano la classifica della sicurezza, ma ottengono comunque voti bassini, tra C e C+, mentre per quanto riguarda la variabile “existential safety” (la capacità di evitare eventi catastrofici o irreversibili) tutte le aziende hanno preso tra D o F, da insufficiente a gravemenete insufficiente.

Le aziende riconoscono il rischio (non possono farne a meno), ma continuano a non presentare strategie tecniche e regolatorie concrete per ridurlo.

E anche nella gestione dei danni già visibili, come i modelli che forniscono consigli suicidi o producono effetti psicologici documentati fin troppo bene dagli articoli che leggiamo ogni giorno sui giornali, i sistemi mostrano fragilità diffus.

Senza trasparenza e metriche verificabili l’investimento pubblico nella sovranità digitale rischia di costruire cattedrali senza fondamenta; aspirare al controllo nazionale dell’IA ha senso solo se, contemporaneamente, si sviluppano capacità reali per dominarne i rischi.

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iliad entra nel food: guida gastronomica con oltre 1.000 locali. Levi: “Prima Telco al mondo a farlo”

Dove si mangia bene e il conto è sempre chiaro e trasparente. Così con la stessa filosofia di iliad è nata la prima guida gastronomica ‘Piatti Chiari’ realizzata dall’operatore telefonico. L’iniziativa è stata presentata, a sorpresa, oggi 4 dicembre qui a Milano. “Siamo la prima Telco al mondo a farlo”, ha detto Benedetto Levi, AD di iliad Italia, quando l’ha svelata, come si vede dal video di Key4Biz.

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iliad, guida gastronomica: come è nata l’idea?

Michele Rillo

A differenza di altre Telco italiane, che sono entrate nel mercato delle assicurazioni e dell’energia, iliad ha scelto di entrare nel food. Un progetto editoriale e di community nato dall’idea di Michele Rillo, Chief of Staff and External Affairs Director di iliad.

A contribuire a scegliere i 1.000 locali (ristoranti, trattorie, bar e pasticcerie) sono stati sia i lavoratori di iliad, che ogni giorno girano l’Italia costruendo e raccontando la rete, sia il partner dell’iniziativa ‘Passione Gourmet’.

Tra i mille locali anche PizzAut gestito da personale autistico e Il Tortellante nato su iniziativa dello chef Massimo Bottura

Nella selezione trovano spazio anche luoghi in cui la ristorazione diventa strumento di inclusione e crescita: ne sono un esempio PizzAut a Monza, prima pizzeria in Italia gestita da personale autistico, e Il Tortellante a Modena, dove il lavoro in sala e in cucina diventa un percorso di formazione per ragazzi con disabilità, o Roots, a Modena, che offre opportunità di emancipazione a donne provenienti da tutto il mondo. Qui, la trasparenza non è solo un principio: è un modo di guardare il mondo.

Tutti gli indirizzi sono stati scelti per la capacità di offrire un’esperienza autentica e accessibile, con una ristorazione di qualità a prezzi chiari e corretti: uno scontrino medio di 35 euro.

“Possiamo lavorare sulle antenne, accogliere gli utenti nei nostri punti vendita o lavorare dalle nostre sedi… ma prima o poi abbiamo tutti fame”, ha commentato Benedetto Levi, AD di iliad Italia. “Da qui nasce l’idea di una guida gastronomica che parla di noi partendo da un gesto semplice come sedersi a tavola insieme e lo fa senza giri di parole: in modo trasparente, diretto, chiaro. Siamo orgogliosi di presentare Piatti Chiari, un progetto inedito che racconta quei locali dove la trasparenza si gusta davvero, da nord a sud”.

Chef Bottura: “Il Tortellante nato come doposcuola per ragazzi con sindrome genetica, come mio figlio”

Massimo-Bottura-Chef

Il Tortellante a Modena è nato da un’iniziativa dello chef Massimo Bottura, come lui stesso ha raccontato durante la serata e ripreso da questo video di Key4Biz. Abbiamo avuto anche il privilegio di assaggiarli i tortellini, con fonduta di Parmigiano Reggiano stagionato 36 mesi: è stata un’esperienza unica, abbiamo fatto il bis!

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Tim, in vista l’uscita di scena di Vivendi per mano di Poste?

Poste sarebbe pronta ad acquisire la quota residua del 2,51% di Vivendi in Tim, con un accordo del valore di circa 200 milioni di euro, aumentando la propria partecipazione al 27,3%, secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano che cita fonti finanziarie.

Se le cose stanno davvero così, Poste sarebbe disposta a pagare a Vivendi 0,5197 per ogni azione con la conseguenza di veder uscire definitivamente di scena la famiglia Bolloré, dopo anni di attriti come primo azionista di Tim.

Un’ulteriore salita non stupirebbe

Se confermata, l’indiscrezione non stupirebbe più di tanto. La presa di Poste su Tim è salda e il nuovo affondo consentirebbe (logicamente e con ogni ragionevolezza) all’azienda di Matteo Del Fante di riposizionare la sua quota appena sotto il nuovo limite di OPA, che secondo un decreto in arrivo alzerà l’asticella dal 25% al 30%. Il Governo starebbe così venendo incontro a Poste in Tim con una nuova legge ad hoc, aumentando il limite dell’Opa obbligatoria con un timing che non passa inosservato.

I piccoli azionisti nel frattempo gongolano, perché con Poste si sentono in una botte di ferro.

Tim un affare per Poste

Come dargli torto. Dal suo ingresso in Tim a marzo il titolo è passato da 29 a 49 centesimi con benefici quantificati in 800 milioni di euro per le tasche di Poste. Il tutto, senza nemmeno la necessità di mettere in atto grandi sinergie di carattere industriale in ottica di consolidamento. Sinergie che si concretizzeranno e si capiranno anche meglio più avanti, all’inizio dell’anno prossimo, con la costituzione di una joint venture 51% Tim e 49% Poste sullo sviluppo congiunto del Cloud e dell’AI. Maggiori dettagli su questa iniziativa verranno svelati appunto nel primo trimestre del prossimo anno dall’Ad Pietro Labriola, in occasione dell’annuncio del nuovo piano industriale.  

La joint venture Tim-Poste sul Cloud in concorrenza con il PSN?

Resta da capire se la nuova entità rappresenterà una minaccia nel mercato del Cloud per il PSN, il Polo Strategico Nazionale di cui Tim è peraltro il maggiore azionista con il 45%, insieme a CDP con il 20% e Leonardo con il 25%.

I due player si faranno concorrenza fra loro nel mondo della PA?

La loro offerta di prodotto sarà diversa?  

Nel frattempo, l’Ad di Tim Pietro Labriola è intervenuto in maniera critica sulla decisione della Commissione Europea di rimandare a gennaio il via libera al Digital Networks Act, il provvedimento che dovrebbe dare una spinta alla costituzione di un vero Digital Single Market, semplificando le regole per le Tlc sul fronte degli investimenti in fibra e 5G e del consolidamento: “Le nuove sfide di mercato impongono di accelerare. Serve coraggio”, ha detto Labriola. Un coraggio che forse a Bruxelles non c’è, viste le pesanti minacce da parte dell’amministrazione Trump che agita lo spauracchio dei dazi sull’acciaio in caso di inasprimento della normativa Ue sulle Big Tech.

Le prossime mosse di Tim

Le ultime notizie su TIM e Poste Italiane riguardano una nuova joint venture per servizi cloud e AI per le imprese, con TIM che avrà il 51% e Poste il 49%. Inoltre, la migrazione dei clienti di PosteMobile sulla rete di TIM inizierà nel primo trimestre del 2026. Queste iniziative sono parte di una partnership strategica che rafforza il legame tra i due gruppi, già sancito dall’acquisizione di una quota di maggioranza di TIM da parte di Poste Italiane.

La banca francese Bnp Paribas conferma una revisione del target price da 0,50 ad 0,56 euro e Barclays tre settimane fa aveva alzato il target price a 0,60 euro.  

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Tlc mobili, la spesa in cybersecurity a 40 miliardi di dollari l’anno entro il 2030

Perché gli operatori di Tlc mobili aumentano gli investimenti in cybersecurity

In un’epoca in cui la connettività mobile è il vero “battito cardiaco digitale” della società, gli operatori di rete (MNO), le Tlc mobili, si trovano in prima linea in una guerra cibernetica sempre più costosa e complessa. Un nuovo studio indipendente rilasciato dalla GSMA, intitolato “The Impact of Cybersecurity Regulation on Mobile Operators”, getta luce sull’enorme sforzo finanziario profuso dal settore e, al contempo, sulla frustrazione generata da normative spesso inadeguate.

Il dato emerso dalla ricerca, sviluppata in collaborazione con Frontier Economics, è impressionante: gli operatori mobili stanno spendendo tra i 15 e i 19 miliardi di dollari all’anno nelle loro attività essenziali di cybersecurity. Questa cifra, già significativa, è destinata a subire un’impennata vertiginosa, oltre il raddoppio, con le previsioni che indicano un aumento fino a raggiungere i 40-42 miliardi di dollari entro il 2030.

Questo massiccio incremento degli investimenti non è un lusso, ma una necessità imposta dalla rapida evoluzione delle minacce cibernetiche. Le Tlc mobili, che rappresentano un pilastro importante delle economie digitali globali, considerano la garanzia di reti sicure e resilienti una priorità assoluta, sia per i loro clienti che per la società nel suo complesso.

L’impegno è globale, come confermano le interviste condotte con operatori in Africa, Asia Pacifico, Europa, America Latina, Medio Oriente e Nord America.

Lo scorso anno, l’agenzia di rating Moody’s ha collocato il settore delle telecomunicazioni nella fascia di rischio “alta”quindi si tratta di una promozione sgradita tra i ranghi del rischio informatico più elevato.

Il dato è confermato anche dalla Relazione annuale redatta dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN), le telecomunicazioni sono il settore più colpito in Italia dagli attacchi informatici.

La zavorra della burocrazia per le Tlc mobili: quando la norma ostacola la difesa

Nonostante questo impegno economico, lo studio lancia un chiaro avvertimento: gli operatori di Tlc mobili sono pesantemente ostacolati da una regolamentazione in materia di sicurezza cibernetica che risulta spesso mal concepita, disallineata o eccessivamente prescrittiva. Tali quadri normativi, anziché aiutare, secondo l’Associazione, generano costi inutili e, peggio ancora, deviano risorse critiche dalla mitigazione effettiva del rischio, in alcuni casi persino aumentando l’esposizione alle minacce.

Michaela Angonius, a capo della Politica e Regolamentazione della GSMA, è stata lapidaria: “La regolamentazione deve aiutare, non ostacolare, questi sforzi. Quando fatta male, la regolamentazione può reindirizzare risorse cruciali lontano da reali miglioramenti della sicurezza, spingendole verso la conformità fine a sé stessa“.

I problemi evidenziati sono sistemici. Le normative spesso si sovrappongono o sono addirittura contraddittorie, costringendo gli operatori a destreggiarsi tra requisiti diversi imposti da agenzie multiple.

In alcuni casi, un singolo incidente di sicurezza deve essere segnalato più volte, in formati differenti, creando un onere amministrativo enorme. Regolamenti eccessivamente prescrittivi, infine, che impongono strumenti o processi specifici, distolgono l’attenzione dai reali risultati in termini di sicurezza.

Un esempio lampante di questa inefficienza è stato riportato da un operatore: fino all’80% del tempo del proprio team di operazioni di cybersecurity è assorbito da audit e compiti di conformità, sottraendo preziose ore all’attività fondamentale di rilevamento delle minacce e risposta agli incidenti.

Il modello per una regolamentazione efficace della sicurezza delle Tlc mobili

Per affrontare queste sfide e garantire che l’aumento degli investimenti si traduca in una maggiore sicurezza reale, la GSMA ha delineato un blueprint per i governi basato su sei principi fondamentali per una regolamentazione efficace:

  1. Armonizzazione: allineare le politiche di cybersecurity con gli standard internazionali, riducendo la frammentazione.
  2. Coerenza: assicurare che le nuove politiche siano consistenti con i quadri normativi esistenti per evitare duplicazioni e conflitti.
  3. Basata sul Rischio e sui risultati: adottare approcci che si concentrino sui risultati di sicurezza desiderati, concedendo agli operatori la flessibilità di innovare.
  4. Collaborazione: promuovere una cultura normativa di collaborazione con l’industria, supportata da una condivisione sicura delle informazioni sulle minacce.
  5. Security-by-design: incoraggiare un approccio proattivo che integri la sicurezza fin dalla progettazione.
  6. Sviluppo di capacità: rafforzare la capacità istituzionale delle autorità di cybersecurity per garantire un approccio coordinato a livello governativo.

In conclusione, l’impegno finanziario degli operatori mobili è inequivocabile e in continua crescita. Tuttavia, come sottolinea la GSMA, la cybersecurity è una “responsabilità condivisa”. Solo attraverso la collaborazione tra regolatori e industria, guidata da principi coerenti e focalizzati sui risultati, l’intero ecosistema digitale potrà diventare più sicuro, massimizzando l’efficacia di miliardi di dollari investiti per proteggere la connettività digitale globale.

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