La Germania starebbe pensando di finanziare Deutsche Telekom per sostituire Huawei. E in Italia?  

La Germania sta valutando l’utilizzo di fondi pubblici per compensare Deutsche Telekom e altri operatori nella sostituzione di hardware Huawei presente nelle reti di telecomunicazioni del Paese. Per una spesa complessiva che supererebbe i 2 miliardi di euro. Lo scrive Bloomberg, aggiungendo che la mossa rientrerebbe nel più ampio sforzo per potenziare la cybersecurity nazionale e ridurre la dipendenza da tecnologie cinesi.

Huawei, cambio di linea in Germania?

L’indiscrezione, però, è indicativa di una possibile linea politica: Berlino potrebbe decidere di mettere sul piatto delle risorse finanziarie per cambiare fornitori e affidarsi a soggetti meno controversi di quelli cinesi assicurando così la sicurezza e l’integrità della rete in tutto il paese. I fornitori cinesi sono da tempo visti come una minaccia per la sicurezza e fonte di potenziale spionaggio soprattutto secondo gli Usa. C’è da dire che non ci sono mai state prove concrete a corroborare le accuse avanzate da anni da Washington.

La Ue spinge per la sovranità digitale

Il contributo del Governo sarebbe una spinta importante per Deutsche Telekom, un incentivo per adeguarsi ai desiderata europei che da tempo spingono per sostituire i grandi fornitori cinesi, Huawei e ZTE, con player europei come Nokia e Ericsson anche in ottica di sovranità digitale.

Si tratta di un cambio di marcia significativo, anche perché finora la Germania, prima con Angela Merkel e poi con il cancelliere attuale Friedrich Merz, non era mai stata ostile ai fornitori cinesi anche se il dibattito è sempre stato vivo a Berlino. Tanto che nel 2020 sono state fatte delle stime secondo cui smantellare le apparecchiature cinesi dalle reti mobili tedesche sarebbe costato 50 miliardi di extra costi in più a Deutsche Telekom e agli altri operatori del paese.    

Reti 4G e 5G asset strategici, tema attuale anche in Italia

Il tema dei fornitori extra Ue, in particolari cinesi, visti come potenziale minaccia alla sicurezza delle reti asset nazionali, è attuale anche in Italia, dove i sistemi 4G e 5G sono stati recentemente inseriti tra gli asset strategici per la cybersicurezza con un DPCM del 2 ottobre scorso.

Nessun cenno si fa nel documento all’ipotesi di smantellare le reti esistenti degli operatori, che fanno in larga misura affidamento su apparecchiature cinesi. Men che meno si fa cenno ad un eventuale contributo economico alle telco per una eventuale sostituzione delle tecnologie cinesi.

Il Governo italiano, così come Berlino, sarebbe pronto a valute un contributo ai costi per gli operatori di una eventuale sostituzione delle apparecchiature cinesi che sono presenti nelle reti mobili?

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Poste e CDP celebrano i 150 anni del risparmio postale. Del Fante: “Vale 320 miliardi”. Scannapieco: “Pronti a lavorare per la rete unica”

CDP è sempre al lavoro per la creazione della rete unica attraverso la fusione di FiberCop e Open Fiber, nonostante il continuo battibecco tra le due società, anche a colpi di ricorsi a Bruxelles da parte della società guidata da Massimo Sarmi.

Scannapieco (CDP): “Pronti a lavorare per la rete unica”

A confermare la volontà da parte di Cassa Depositi e Prestiti, che attraverso la controllata CDP Equity possiede una quota del 60% di Open Fiber, di guardare sempre alla Rete unica viene direttamente dal suo amministratore delegato Dario Scannapieco.

Noi crediamo che l’attuale assetto industriale non sia proprio ottimale, perché ci sono delle duplicazioni e siamo pronti a lavorare per la rete unica”, ha detto Scannapieco a margine dell’evento a Roma per celebrare i 150 anni del risparmio postale alla presenza del Capo dello Stato.

Come investire in innovazione?

Come investite i risparmi degli italiani nell’Innovazione tecnologica? Abbiamo chiesto all’AD di CDP.

Molte di queste risorse vengono investite nel venture capital, CDP è il più grande player in questo senso, cerchiamo di far crescere l’’ecosistema dell’Innovazione, ma non in maniera spot. Serve far lavorare insieme startup, ricerca, università e imprese più grandi. Noi facciamo crescere sia nuovi fondi, dove l’Italia è più indietro rispetto ad altri Paesi, sia investiamo in fondi dedicati all’intelligenza artificiale’’.

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Poste-Cdp: Mattarella: ‘Risparmio postale strumento di democratizzazione’

Siamo qui per parlare dell’Italia, unita non solo territorialmente, ma anche dal risparmio postale, che conta 150 anni dei libretti postali e 100 anni dei buoni fruttiferi postali. Uno strumento di democratizzazione della finanza e del risparmio per lo sviluppo del Paese”, ha detto Sergio Mattarella, ricordando che CDP è nata nel 1850 nel Regno di Sardegna.

E che poi è stato Cavour ad introdurre il principio della garanzia statale per i buoni fruttiferi postali. “CDP e Poste italiane hanno dinanzi il compito di continuare a contribuire all’ammodernamento del Paese”, ha concluso il Presidente della Repubblica.

“CDP e Poste Italiane sono state pensate con lungimiranza e cura come un progetto finalizzato allo sviluppo del Paese, grazie all’idea di quell’internet della rete capillare degli uffici postali. Il risparmio postale, iniziato dai piccoli comuni 150 anni fa, oggi vale 320 miliardi di euro”, ha detto Matteo Del Fante, CEO di Poste Italiane, nel corso dell’evento presso la Nuvola a Roma per celebrare con CDP i 150 anni del risparmio postale, in particolare 150 anni di libretti postali e 100 anni di buoni fruttiferi postali. Tra l’altro, la Campania è la Regione con il più alto tasso di risparmio.

Il risparmio postale è anche un risparmio digitale”. ha concluso Del Fante, “accessibile dalle app di Poste Italiane. Siamo lo strumento ideale per il risparmio delle famiglie e per il futuro del Paese”.

Altri numeri digital di Poste italiane

  • 1,5 milioni di pacchi al giorno
  • 30 milioni di Spid, il 72% di quelli erogati

Grazie a Poste italiane e a CDP il risparmio privato è diventato un investimento pubblico”, ha dichiarato Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e delle Finanze. “Le sfide internazionali ci impongono l`autonomia in alcuni settori chiave, come la Difesa e per far fronte a queste sfide sono necessari investimenti di vasta portata e a lungo periodo. Nell’era della digitalizzazione, che offre opportunità e rischi”, ha concluso Giorgetti, “’il miglior investimento è nella conoscenza”.

Silvia Maria Rovere, presidente di Poste italiane, ha sottolineato: “Poste è un’infrastruttura strategica a forte impegno sociale: siamo un`infrastruttura sociale”. Rovere ha poi ricordato quando l’educazione finanziaria iniziava dalle scuole, gli alunni potevano effettuare versamenti in un libro di risparmio collettivo e si potevano coinvolgere le famiglie, spesso analfabeti, che iniziarono ad avere a che fare con il risparmio. Quando le somme versate da un allievo raggiungevano l’importo minimo di una lira, allora veniva aperto il vero e proprio libretto di risparmio.

Risparmio postale, stock di circa 320 miliardi di euro

Il Risparmio Postale conta circa 27 milioni di sottoscrittori e ha raggiunto uno stock complessivo di circa 320 miliardi di euro. Oltre a essere cartacei, i libretti di risparmio e i buoni fruttiferi postali oggi sono anche dematerializzati e possono essere acquistati e rimborsati anche online, attraverso il sito di Poste Italiane e l’app P. Sui buoni fruttiferi postali la tassazione applicata sugli interessi è agevolata ed è pari al 12,50%. I buoni, inoltre, sono esenti dall’imposta di successione.

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A rischio la revisione di Italia 1 Giga per salvare i fondi del PNRR?

La denuncia di FiberCop alla Ue per presunti aiuti di Stato a Open Fiber rischia di mandare a monte la revisione del Piano Italia 1 Giga con il taglio di 700mila civici richiesto da Open Fiber, che il Governo ha messo a punto e condiviso con Bruxelles per salvare i fondi del PNRR.

La revisione, data per fatta dall’Italia e informalmente già approvata e condivisa dalla Ue, rischia adesso di saltare visti gli ultimi sviluppi dello scontro fra Fibercop e Open Fiber.  

La segnalazione di Fibercop sul tavolo del Governo

La segnalazione di Fibercop alla Ue per presunti aiuti di Stato arriva sui tavoli del Governo, scrive oggi il Sole 24 Ore, che avrà ora 20 giorni lavorativi di tempo per rispondere. In definitiva il Governo dovrà rispondere entro il 20 novembre prossimo.  

I presunti aiuti di Stato riguardano di fatto le aree bianche per un ammontare compreso fra 2 e 4,5 miliardi. Open Fiber aveva attivato l’articolo 24 della concessione per il riequilibrio delle condizioni economico-finanziarie, chiedendo e ottenendo l’allungamento della durata della concessione mediamente di sette anni e 660 milioni di sovvenzioni aggiuntive, di cui 50 milioni già anticipati, e il resto da corrispondere a rate in tre anni a partire dal 2027.

Italia 1 Giga, proposti 700mila civici in meno

Nella denuncia di Fibercop, anche se questo non rientra nel conteggio dei presunti aiuti di Stato, si parla anche della possibilità di tagliare 700mila numeri civici dagli otto lotti delle aree grigie aggiudicati a Open Fiber.

La riduzione dei 700mila numeri civici fa tra l’altro parte di un pacchetto complessivo che riguarda il PNRR che sarà portato dall’Italia all’Ecofin del 13 novembre. Per quanto riguarda le aree grigie la soluzione avrebbe già ottenuto, come detto, il benestare informale della Ue.

Cosa può succedere?

Se saltasse la correzione del Piano Italia 1 Giga concordata informalmente con Bruxelles, ricorda il Sole 24 Ore, l’Italia perderebbe i fondi del PNRR relativi al piano stesso e dovrebbe intervenire sulla manovra per compensare l’ammanco.

Alla fine, Bruxelles avrà un ruolo centrale per decidere il futuro del Piano Italia 1 Giga ma anche quello dell’intero PNRR del nostro paese, che rischia di dover subire una correzione in manovra per compensare eventuali sforbiciate.

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WINDTRE BUSINESS, il FWA 5G nei punti vendita di Alice Pizza per migliorare i processi

WINDTRE BUSINESS è il partner scelto da Alice Pizza nella sfida della trasformazione digitale. Per garantire una gestione efficiente e centralizzata dei dati provenienti dai singoli punti vendita, Alice Pizza ha adottato un’infrastruttura di connettività su misura, basata su FWA 5G, fornita da WINDTRE BUSINESS. Questa soluzione ha permesso di ottimizzare i processi operativi, migliorare l’esperienza d’acquisto e rendere più efficiente la gestione delle risorse, grazie alla possibilità di analizzare in tempo quasi reale i dati di vendita, i flussi di clientela e le esigenze logistiche.

Non soltanto connettività WINDTRE BUSINESS: sicurezza e office collaboration

La collaborazione non si limita alla connettività. WINDTRE BUSINESS ha affiancato Alice Pizza anche nella protezione dell’infrastruttura IT, offrendo soluzioni di cybersecurity e di office collaboration per i punti vendita, la sede centrale e il personale itinerante. È stato avviato un programma di formazione WINDTRE BUSINESS dedicato ai dipendenti di Alice Pizza per rafforzare la cultura della sicurezza digitale all’interno dell’organizzazione e aumentare la capacità di resilienza di fronte alle crescenti minacce informatiche.

Alessia Ciociano Kam (Wind Tre): ‘Soluzione personalizzata per Alice Pizza’

Abbiamo sviluppato una soluzione personalizzata, pensata per rispondere alle esigenze specifiche di Alice Pizza e capace di evolversi insieme a loro,” sottolinea Alessia Ciociano Kam Corporate Sales di Wind Tre S.p.A. “Questa partnership rappresenta un esempio concreto di come l’innovazione tecnologica possa diventare un motore di successo per il settore retail e conferma la nostra visione della digitalizzazione: rendere i processi più efficaci ed efficienti grazie a soluzioni accessibili a tutte le realtà, indipendentemente dalla loro dimensione o settore”.

“Operiamo in un mercato molto competitivo, e per continuare ad essere leader è necessario investire in nuove tecnologie”, dichiara Angelo Gatti, IT Manager di Alice Pizza. “Per questo ci siamo appoggiati ad un partner affidabile, innovativo e strutturato. La collaborazione in corso si snoda su diversi fronti, dalla fornitura di connettività alla formazione e questo ci ha permesso di gettare delle solide fondamenta per una crescita solida e sostenibile”.

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Usiamo la GenAI da soli. E così non funziona

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Ce ne serviamo per scrivere una mail più in fretta, riassumere un documento creando un abstract o cercare un’informazione difficile da trovare, il problema (ammesso che lo sia) è che poi chiudiamo il nostro bravo tab di ChatGPT, Gemini o Claude e torniamo al lavoro come se nulla fosse.

È qui che inizia il paradosso della Generative AI in ambito lavorativo: è ovunque ma incide poco, decisamente troppo poco per il giro di soldi che è in grado di generare.

In Italia nove professionisti su dieci la utilizzano almeno una volta a settimana, e oltre la metà più volte al giorno ma secondo uno studio del MIT il 95% dei progetti pilota in ambito GenAI non genera valore concreto e solo il 5% produce ritorni misurabili.

Anche i dati raccolti dall’Osservatorio Platform Thinking HUB del Politecnico di Milano confermano un utilizzo ancora superficiale di questa tecnologia. L’86% dei professionisti la impiega per cercare informazioni, il 67% per generare opzioni alternative, il 63% per riassumere testi o scrivere email.

L’effetto è quello di una tecnologia potente ma confinata a compiti marginali: un peccato (e soprattutto uno spreco, tenendo conto di quanto costi sia a livello economico che ambientale alimentare i grandi server indispensabili per le piattaforme IA). L’approccio del Platform Thinking offre una chiave per cambiare prospettiva: non limitarsi a usare la GenAI, ma integrarla nei processi di creazione del valore. Ispirato ai modelli delle piattaforme digitali, il Platform Thinking spinge le organizzazioni a sperimentare, condividere conoscenza e collaborare con l’AI, trasformando un insieme di strumenti in un ecosistema di innovazione.

GenAI: dall’assistente personale al pensiero condiviso

Dietro l’entusiasmo per la GenAI, insomma, si nasconde un uso ancora molto individuale e poco condiviso. Secondo la survey dell’Osservatorio, condotta su 419 professionisti di 162 imprese italiane, il 57,5% utilizza strumenti di intelligenza generativa più volte al giorno, il 10% almeno una volta al giorno e il 20% più volte a settimana.

Ma la maggior parte lo fa da sola, per migliorare l’efficienza quotidiana: in questo senso, la GenAI funziona come un co-pilota (non a caso, l’AI Companion di Microsoft per Office si chiama proprio Copilot) che assiste, velocizza, semplifica, a differenza della minore diffusione dell’approccio “Co-thinking”, attraverso il quale l’AI diventa un vero partner di riflessione e progettazione.

Il modello, proposto da Elisa Farri e Gabriele Rosani nella HBR Guide to Generative AI for Managers e adottato anche nella ricerca del Politecnico, distingue due livelli d’uso: il primo, quello di supporto operativo, aiuta a svolgere compiti ripetitivi; il secondo, più evoluto, introduce l’AI nei processi decisionali e creativi.

È qui che la tecnologia smette di rispondere e inizia a collaborare, aiutando a esplorare alternative e mettere in discussione ipotesi di più ampio respiro. Naturalmente, questo approccio richiede un’ampia concesione di fiducia, apertura mentale e la capacità di integrare l’AI nel dialogo professionale, non di tenerla ai margini.

In Italia il modello “Co-pilot” resta prevalente, ma è il “Co-thinking” a mostrare i risultati più promettenti: quando la GenAI entra in un processo collettivo di analisi o ideazione, la qualità delle decisioni migliora. È in questa direzione che il Platform Thinking diventa un metodo utile anche fuori dal mondo digitale, permettendo alle imprese di sperimentare la collaborazione uomo-macchina in modo strutturato, trasformando la GenAI da strumento tattico a infrastruttura cognitiva. E, come accade con i comparatori di SOSTariffe.it per la fibra ottica, la logica è la stessa: mettere a confronto opzioni, selezionare la più efficace e imparare dai dati.

Il valore del lavoro in team

Nonostante il consenso crescente, quindi, la GenAI resta per molti un’esperienza solitaria: oltre la metà dei professionisti italiani (52%) la utilizza solo individualmente e il 43% lo fa soltanto in modo occasionale con un collega o un gruppo. Eppure il 69% degli intervistati dall’Osservatorio Platform Thinking HUB è convinto che l’AI funzioni meglio se usata in team. È una contraddizione che racconta molto della fase attuale: la tecnologia è disponibile, ma manca ancora un contesto organizzativo che ne favorisca l’uso collaborativo (e si è più propensi a ripetere degli slogan, piuttosto che lavorare per implementarli).

La governance è in genere debole. Quasi la metà delle imprese non ha ancora definito un piano strutturato per la GenAI; il 35% si limita a diffondere policy d’uso e il 31% a sviluppare progetti pilota. Solo il 18% consente ai dipendenti di sperimentare in modo diretto, ad esempio creando agenti o chatbot interni. In molti casi, la sensazione prevalente è di incertezza: non è chiaro cosa sia permesso fare con l’AI né come l’organizzazione intenda orientarne l’impiego. La conseguenza è un proliferare di esperimenti spontanei, spesso scollegati dalle priorità aziendali e quindi incapaci di generare valore sistemico.

Dalla sperimentazione alla trasformazione

Le sperimentazioni condotte dall’Osservatorio mostrano come la collaborazione con la GenAI possa diventare un terreno di innovazione concreta; durante l’edizione 2025, i partner dell’Osservatorio hanno partecipato a tre workshop dedicati alla soluzione di problemi complessi, utilizzando un modello di “Platform Thinking GPT” come supporto metodologico. I risultati indicano che l’efficacia percepita cresce con le iterazioni, soprattutto quando nel team è presente almeno un membro con esperienza diretta nel metodo. La GenAI, in questi contesti, agisce come facilitatore che organizza le informazioni e stimola la generazione di soluzioni condivise.

L’approccio si colloca in un percorso di ricerca più ampio, riassunto nel volume The Digital Phoenix Effect di Daniel Trabucchi e Tommaso Buganza, che spiega come le imprese consolidate possano reinventarsi adottando i principi delle piattaforme digitali. L’obiettivo non è automatizzare, ma potenziare, rendendo la conoscenza aziendale più accessibile, attraverso l’integrazione della creatività collettiva e trasformando la GenAI in un’infrastruttura di collaborazione. La stessa logica che guida molte esperienze di open innovation, dove la capacità di condividere diventa un vantaggio competitivo.

In prospettiva, il Platform Thinking apre la strada a organizzazioni più porose, capaci di far circolare competenze e informazioni senza rigidità gerarchiche. La GenAI non sostituisce i processi decisionali, ma li rende più dinamici, favorendo la sperimentazione continua e la valorizzazione della conoscenza diffusa.

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Tariffe telefoniche, in arrivo adeguamenti automatici? La Connettività non una commodity

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Nel cantiere del DDL Concorrenza 2025, uno dei provvedimenti più attesi di questa parte dell’anno legislativo, la telefonia torna, un pò a sorpresa, protagonista. Il testo approvato dal Consiglio dei Ministri a giugno sembrava destinato a non occuparsi dell’argomento, ma in Senato il dibattito ha preso una piega diversa.

Tra gli emendamenti depositati in Commissione Industria a fine settembre, infatti, sono comparsi interventi che potrebbero cambiare le regole per milioni di utenti e per un settore che vale oltre 26 miliardi di euro l’anno. In particolare, gli operatori telefonici guardano con interesse alla possibilità di rendere più “dinamici” i contratti.

Il tavolo politico, nel frattempo, si è infiammato: la discussione iniziata a luglio in Commissione sta trasformando un provvedimento tecnico in un confronto serrato tra chi invoca la libertà di impresa e chi difende il diritto alla trasparenza.

A spingere il dibattito è anche l’inflazione, che pur rallentando rimane sopra il 2% e mette pressione sui margini delle compagnie; in questo scenario, la tentazione di legare i prezzi delle offerte telefoniche al costo della vita è tornata a circolare nei corridoi del Parlamento.

L’idea – che fino a pochi anni fa aveva fatto insorgere l’AGCOM e i tribunali amministrativi – si riaffaccia con una veste legislativa più solida: la Commissione dovrà decidere se queste clausole di adeguamento ai prezzi al consumo vadano considerate una garanzia di equilibrio economico o una scorciatoia per legittimare rincari automatici.

Aumento delle tariffe telefoniche: le clausole sull’inflazione

Il cuore della contesa è racchiuso in poche righe di un emendamento: il 9.0.113, firmato dai senatori Trevisi, Paroli e Damiani. L’idea è permettere agli operatori telefonici di indicizzare i prezzi delle offerte all’inflazione, con la possibilità di aggiungere anche un piccolo coefficiente di maggiorazione. In pratica, le tariffe potrebbero crescere ogni anno in linea con l’aumento del costo della vita, il tutto senza che l’utente possa recedere gratuitamente dal contratto.

La proposta affida all’AGCOM il compito di fissare un tetto massimo all’indicizzazione e di definire le modalità di applicazione, ma non tutti si sentono rassicurati: la storia recente ha già mostrato quanto queste clausole possano essere terreno scivoloso, tanto che proprio l’anno scorso il TAR del Lazio aveva annullato parte della delibera AGCOM 307/23/CONS che regolava l’adeguamento automatico dei prezzi, giudicando eccessive alcune disposizioni.

In parallelo, un secondo emendamento (l’8.0.14, a firma Licheri, Bevilacqua e Naturale) punta invece a vietare del tutto queste clausole. La proposta riscrive un passaggio del decreto-legge 7/2007, aggiungendo il divieto di “rimodulazione unilaterale delle tariffe mediante adeguamento automatico al tasso di inflazione”.

Due visioni opposte dello stesso problema: da una parte la tutela della stabilità economica delle aziende, dall’altra la certezza dei prezzi per gli utenti. Nel mezzo, un equilibrio difficile da trovare: se il primo emendamento punta a “istituzionalizzare” l’inflazione nei contratti telefonici, il secondo prova a chiuderle la porta.

Comunque vada a finire, per i consumatori la scelta più accorta sarà sempre quella di controllare periodicamente il costo delle offerte di telefonia mobile dei vari operatori, anche se, un po’ per pigrizia e un po’ per abitudine, spesso finiamo col pagare qualche euro in più perché temiamo che il trasferimento a tariffe più convenienti sia complicato; ma oggi, anche grazie all’AGCOM, è al contrario molto rapido, e i comparatori come quello di SOSTariffe.it permettono di cogliere al volo le occasioni più interessanti.

Tariffe telefoniche: tra privacy e portabilità

C’è anche un altro emendamento ha fatto drizzare le antenne alle associazioni dei consumatori. A firmarlo sono ancora i senatori Damiani e Paroli, con un’aggiunta che sembra tecnica ma potrebbe avere effetti dirompenti: consentire agli operatori telefonici di utilizzare per fini commerciali i dati raccolti durante le operazioni di portabilità del numero.

In pratica, quando un cliente cambia compagnia, le informazioni che transitano nel database MNP (oggi protette per legge) potrebbero diventare materia di marketing, a patto che l’utente presti il proprio consenso.

Una formula apparentemente innocua che, secondo Consumerismo No Profit, rischia di spalancare le porte a una nuova stagione di telemarketing aggressivo. L’associazione guidata da Luigi Gabriele parla senza mezzi termini di “mercificazione dei dati personali” e teme la nascita di archivi paralleli simili a quelli visti nel mercato energetico dopo la liberalizzazione.

La modifica proposta interviene sul comma 1-bis dell’articolo 98-duodecies del Codice delle comunicazioni elettroniche, che oggi vieta espressamente l’uso delle informazioni raccolte per la portabilità a scopi commerciali.

L’emendamento aggiunge una clausola che fa eccezione in caso di consenso esplicito, trasformando un divieto in una finestra aperta. Per gli operatori significherebbe poter profilare meglio i clienti e proporre offerte mirate in fase di cambio gestore, con un vantaggio competitivo immediato; per i cittadini, invece, l’incognita è capire quanto “esplicito” possa essere davvero quel consenso, e se non finisca per diventare una casella spuntata in fretta pur di attivare una nuova SIM.

Tra nuove regole e vecchie abitudini: il futuro del DDL Concorrenza 2025

Oltre alle clausole inflazione e alla partita sui dati, il pacchetto di emendamenti al DDL Concorrenza 2025 contiene diverse proposte che toccano altrettanti aspetti del mercato delle telecomunicazioni: alcune puntano a rafforzare i diritti degli utenti, altre rischiano di complicarli in favore delle imprese.

Tra le novità sul tavolo ci sono misure sul diritto di recesso, limiti alle pratiche commerciali aggressive e persino la possibilità di introdurre tariffe per i servizi di assistenza clienti, giustificate come incentivo a migliorare la qualità dei call center.

Si parla anche di riequilibrio del mercato digitale, di rimozione delle asimmetrie regolatorie e di una nuova “Concessionaria per il management dello spettro”, un ente che gestirebbe le frequenze radio come una risorsa pubblica strategica.

Tutto ancora in discussione, ma il segnale politico è chiaro e il settore delle comunicazioni elettroniche è entrato a pieno titolo nell’agenda economica del Parlamento.

La Commissione del Senato dovrà ora decidere quali di queste proposte diventeranno parte del testo finale; poi sarà il turno dell’aula e infine della Camera. L’iter è lungo e incerto, ma l’attenzione resta alta perché il provvedimento potrebbe ridisegnare i rapporti tra operatori e utenti per gli anni a venire.

Il commento del direttore di Key4Biz

Key4Biz: Le TLC, le Telco e la connettività Internet NON sono una commodity: sì, a rilanciare il settore chiave per tutti

Come Key4Biz vogliamo alimentare una nuova cultura della connettività, che non può più essere considerata una commodity, ma è un asset fondamentale per l’economia del Paese e delle nostre vite. Per cui, ai consumatori vogliamo spiegare che un possibile piccolo aumento delle tariffe, legato al continuo aumento del costi sostenuti dagli operatori telefonici, andrebbe visto, quindi, con un approccio positivo: sarebbe un modo per contribuire a sostenere il settore delle Telecomunicazioni, senza il quale si spegnerebbe la connessione Internet sui nostri telefonini e nelle nostre case e non avremmo neanche la possibilità di vivere le rivoluzioni tecnologiche in corso, di cui le Telco sono abilitatori.

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KKR rinuncia ai dividendi di Fibercop. La scommessa da 22 miliardi sulle Tlc italiane traballa (Financial Times)

KKR ha scelto di rinunciare ai pagamenti di dividendi della sua controllata italiana di telecomunicazioni, FiberCop, dopo un’accelerazione del tasso di perdita dei clienti, segnalando che una delle più grandi operazioni di private equity realizzate in Europa rischia di andare storta. Lo scrive oggi il Financial Times in un lungo articolo, aggiungendo che le perdite di clienti di FiberCop — che ospita la rete fissa scorporata da Tim nell’ambito dell’operazione di scorporo da 22 miliardi di euro dell’anno scorso — sono state pari a 364.000 nella prima metà del 2025, mettendo l’azienda sulla traiettoria di non raggiungere le proiezioni iniziali di KKR.

Quali effetti sul piano di fusione con Open-Fiber? Si allontana per il Governo l’obiettivo di una rete unica?

Una situazione che certamente rende più difficile arrivare ad una rete unica, il sogno della politica si scontra con il memorandum ‘fantasma’ Open Fiber-Fibercop.

Performance inferiore alle attese, KKR taglia i dividendi agli azionisti

Questa performance ha portato FiberCop a rinunciare alla distribuzione di dividendi verso KKR e gli altri investitori, tra cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano e il fondo sovrano di Abu Dhabi, ADIA.

KKR aveva inizialmente previsto che FiberCop avrebbe iniziato a erogare dividendi a partire da dicembre dello scorso anno, secondo documenti interni visionati dal Financial Times. Quei documenti mostrano come i rendimenti quinquennali attesi da KKR sarebbero risultati inferiori di diversi punti percentuali in assenza di tali pagamenti.

Dividendi più probabili dopo il rollout della rete nel 2027

Una fonte vicina a KKR ha però dichiarato che il consiglio non aveva mai formalmente approvato quel calendario di payout e che la scelta è stata di reinvestire in Fibercop. La possibilità di restituire capitale agli investitori aumenterà una volta completato il rollout della rete nel 2027, ha aggiunto la fonte.

Posizione negoziale di Fibercop indebolita

Le perdite di clienti di Fibercop, prosegue il Financial Times, stanno riducendo i ricavi e indebolendo la posizione negoziale di KKR nelle trattative mentre cerca di resistere alle pressioni del governo italiano, che spinge verso una fusione tra Fibercop e il più piccolo rivale controllato dallo Stato, Open Fiber.

Tensioni fra KKR e il Governo

Secondo tre persone vicine alle trattative, KKR teme che i termini di un’eventuale operazione — che consentirebbero al governo di mantenere un certo controllo sulle infrastrutture nazionali strategiche — sarebbero sfavorevoli, alla luce delle perdite di clientela di FiberCop e dei contributi pubblici che Roma sta erogando a favore di Open Fiber. Le tensioni sono state riportate per prime da Reuters questa settimana.

L’acquisizione della rete TIM partita in salita per KKR

Quando l’accordo di scorporo è stato firmato nel luglio 2024, ha rappresentato un’ancora di salvezza per la fortemente indebitata Tim, e sembrava anche un successo per KKR, che acquisiva il controllo di un’infrastruttura di comunicazione strategica in una delle maggiori economie europee.

Tuttavia, l’operazione è partita in salita. In un piano industriale provvisorio condiviso con gli investitori a gennaio, la direzione di FiberCop prevedeva un gap di 2 miliardi di euro nell’EBITDA quinquennale rispetto alle stime originali di KKR.

Questo ha provocato tensioni tra KKR e il management di FiberCop, culminate con le dimissioni dell’allora amministratore delegato, Luigi Ferraris.

In primavera, il partner di KKR che aveva seguito l’operazione, Alberto Signori, è stato sostituito in consiglio da Tara Davies, figura più senior nel fondo e co-responsabile dell’attività regionale di KKR.

Perdite di linea per Fibercop con lo switch off e la perdita di clienti in fibra

I documenti redatti da KKR al momento dell’acquisizione prevedevano che FiberCop avrebbe raggiunto 15 milioni di connessioni attive entro la fine del 2025. Tuttavia, le perdite di linea registrate quest’anno hanno ridotto il totale di Fibercop a 14,1 milioni di connessioni a giugno.

FiberCop ha spiegato che una riduzione delle linee era attesa per quest’anno in quanto la società sta sostituendo la rete in rame legacy con la fibra. Durante questo processo i clienti non vengono automaticamente migrati e sono liberi di passare a un concorrente. Una fonte vicina a KKR ha aggiunto che l’impatto è soltanto parzialmente compensato da maggiori ricavi dal segmento business e da risparmi sui costi.

Generazione di cassa inferiore alle attese

James Ratzer, analista di New Street Research, ha detto che FiberCop era attesa come “una generatrice stabile di cassa”, ma ha aggiunto che la forte concorrenza rende ora le prospettive di flusso di cassa “molto peggiori rispetto al piano iniziale”.

L’agenzia di rating Moody’s ha posto la società sotto outlook negativo, segnalando che si prevede un deterioramento dei relativi indicatori di credito a seguito dei rilevanti investimenti programmati per i prossimi due anni.

“Ulteriori pressioni potrebbero emergere dall’implementazione di una politica finanziaria che privilegi i ritorni agli azionisti rispetto agli interessi dei creditori, inclusi acquisizioni finanziate tramite debito o distribuzioni di dividendi durante la fase di roll-out,” ha affermato Moody’s.

KKR smentisce sotto-performance e difficoltà finanziarie

KKR ha dichiarato che FiberCop haregistrato performance solidedall’acquisizione e che dispone di oltre 5 miliardi di euro di liquidità.

“Le affermazioni su una sotto-performance o su difficoltà finanziarie sono inesatte e contraddette dai risultati certificati, da un’emissione obbligazionaria di successo e dalle valutazioni positive delle tre principali agenzie di rating,” ha detto KKR.

FiberCop, in una nota diffusa lo scorso mese, ha affermato che le decisioni sui dividendi saranno prese con prudenza su base annuae che “i risultati semestrali sono in linea con le aspettative dei nostri azionisti”.

Nel 2024 FiberCop ha registrato un utile operativo (EBITDA) di 1,9 miliardi di euro. Nei primi sei mesi del 2025 la società ha riportato 824 milioni di euro di EBITDA. Una fonte vicina a KKR ha aggiunto che gli utili e il free cash flow di FiberCop sono coerenti con le aspettative.

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Altice respinge l’offerta congiunta da 17 miliardi dei competitor francesi (ma rilancia il risiko Tlc europeo)

L’offerta avanzata ad Altice avrebbe visto Bouygues Telecom, Iliad e Orange spartire fra loro il quarto operatore respinta al mittente.

Altice ha respinto l’offensiva dei suoi competitor, che avevano messo insieme una somma complessiva di 17 miliardi di euro per rilevare tutti gli asset dell’operatore per poi dividerseli.

L’offerta

L’offerta, di cui si parlava da tempo, avrebbe visto i principali concorrenti di SFR fare a pezzi l’azienda con Bouygues al 43% degli asset, Iliad il 30% e Orange il 27%.

Tutti e tre gli operatori avrebbero preso un pezzo del business consumer di SFR, compresi i clienti della banda larga fissa, mentre la divisione B2B sarebbe stata divisa soltanto fra Bouygues e Iliad.

Gli asset fisici della rete, sia fissa sia mobile, così come lo spettro, sarebbero stati suddivisi fra i tre partner.

L’offerta non comprendeva alcuni asset minori di SFR.

Valore totale

In totale, l’accordo ha valutato SFR circa 21 miliardi di euro, ben al di sotto del prezzo di circa 30 miliardi di euro richiesto dal miliardario proprietario di SFR, Patrick Drahi, il che potrebbe ben spiegare il rifiuto dell’offerta odierna.

I precedenti

Questo tipo di spartizione tripartita non sarebbe senza precedenti; in Brasile, nel 2020, ad esempio, Telefónica, Claro Brasil e TIM Brasil hanno stretto una partnership simile per spartirsi la divisione mobile dell’operatore di telecomunicazioni in difficoltà Oi. Tuttavia, si tratta di un’operazione piuttosto insolita, che potrebbe mettere a dura prova le autorità di regolamentazione nel valutare accuratamente l’impatto dell’accordo sui consumatori.

Ue storicamente contraria ai merger…

Storicamente, le autorità di regolamentazione dell’Ue sono state reticenti a consentire fusioni su larga scala che riducessero il numero di operatori di telecomunicazioni sul mercato, temendo che la riduzione della concorrenza avrebbe fatto aumentare i prezzi e ridotto gli incentivi all’innovazione. L’industria delle telecomunicazioni stessa, d’altra parte, chiede da molti anni un consolidamento, sostenendo che tali accordi siano fondamentali per sbloccare investimenti a lungo termine nel settore. Infatti, proprio il mese scorso, la GSMA è stata nuovamente invitata dalle autorità di regolamentazione a rivedere le proprie linee guida sulle fusioni per facilitare le fusioni e acquisizioni.

…Ma il sentiment sta cambiando

Tuttavia, il sentiment verso tali fusioni si sta distendendo. La recente fusione tra Three e Vodafone nel Regno Unito e Orange e MasMovil in Spagna suggerisce che ottenere l’approvazione normativa per un’operazione del genere, sebbene problematica, sia potenzialmente realizzabile.

Per ora, non è chiaro se Bouygues, Iliad e Orange torneranno al tavolo delle trattative. Ci aspettiamo ulteriori aggiornamenti a breve.

Più di 50 operatori in Europa, in Usa e Cina ce ne sono 3

Secondo un conteggio della Commissione Europea del febbraio 2024, attualmente nel continente operano 50 operatori di telefonia mobile e oltre 100 operatori di Internet fisso, la maggior parte dei quali offre entrambi i servizi. Nel 2024, questi operatori condividevano un mercato di 534 milioni di abbonamenti di telefonia mobile e 178 milioni di abbonamenti di Internet fisso. Ogni paese membro ha, in media, 3,5 operatori proprietari di reti proprie. Al contrario, ce ne sono tre negli Stati Uniti e tre in Cina.

La frammentazione frena gli investimenti

La Commissione non è insensibile a questa “frammentazione”, ha indicato in un Libro bianco sul settore delle telecomunicazioni del 21 febbraio 2024. Teme che i “bassi livelli di redditività” ostacoleranno lo sviluppo delle reti in fibra ottica e 5G, il cui costo stima in “oltre 200 miliardi di euro” entro il 2030. Per migliorare la salute economica degli operatori, Bruxelles vuole creare un mercato unico delle telecomunicazioni per favorire l’emergere di campioni europei in grado di offrire servizi comparabili in diversi paesi. Questa, almeno, è l’ambizione del regolamento sulle reti digitali che l’esecutivo europeo spera di adottare entro la fine del 2025.

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Rete unica, il sogno della politica si scontra con il memorandum ‘fantasma’ Open Fiber-Fibercop. Ecco il cortocircuito

Lo stallo del dossier rete unica tiene banco in questi giorni ed emergono nuovi dettagli sulla vicenda. Il sogno della politica di arrivare ad un unico player della rete, unendo Fibercop, controllata al 37,5% dal fondo americano KKR con il MEF al 16%, e Open Fiber, controllata da CDP al 60% e dal fondo australiano Macquarie al 40%, è in alto mare, con i soggetti interessati distanti e arroccati sulle loro posizioni.

Questo perché chi deve organizzare il “matrimonio” o “il tavolo di confronto” non sta facendo sedere Fibercop e Open Fiber con le stesse condizioni.

C’è davvero un blocco alla rete unica?

Le visioni sono quanto meno discordanti. Non c’è nulla di ufficiale, ma le voci si rincorrono. Secondo quanto ricostruito da Key4Biz, c’è una sola cosa condivisa fra i diversi stakeholder, vale a dire che sicuramente c’è uno stallo. Ma di qui in avanti le posizioni in campo divergono pesantemente fra loro.

Da un lato, c’è chi sostiene che KKR non ha firmato un MoU che avrebbe dovuto dare il via all’operazione e che è stato firmato da MEF, CDP, Macquarie. Per questo il Governo sarebbe molto contrariato. Per chi sostiene questa tesi, per KKR – al di là delle chiacchiere – il tema vero sarebbe il pagamento dell’earn out da 2,5 miliardi a TIM se si facesse l’operazione di merger entro fine 2026, come stabilito a luglio del 2024 all’atto della cessione della rete Tim alla cordata guidata da KKR per un totale di 19 miliardi di euro.

C’è poi un’altra visione, diametralmente opposta

Come risulta a Key4Biz, a KKR non sarebbe arrivato alcun memorandum of understanding da parte di Open Fiber sul progetto rete unica. E dal 2020, da quando KKR ha fatto il suo primo investimento in Fibercop (allora società della rete secondaria di Tim), ce ne sono stati diversi di MoU e KKR li ha sempre firmati tutti.

Quali criteri?

Nel MoU andrebbero fissati i criteri per chiudere l’operazione, a partire dal perimetro che dovrebbe avere la nuova entità. Per KKR il quadro sarebbe piuttosto semplice. Fatto lo spin off della rete, “salvata” Tim da una posizione debitoria grave, che impediva qualsiasi investimento nella rete, creata Fibercop, sono partiti gli investimenti.

Il piano di Fibercop ha visto investimenti di 2,8 miliardi nell’ultimo anno, a fronte di un piano complessivo di 10 miliardi nei prossimi 10 anni.

A che punto siamo con la rete unica? 

L’ultima puntata della rete unica che risulta nei vari colloqui ufficiosi è stata una interlocuzione con la Ue per proporre una rete unica comprensiva delle aree nere, proposta rigetta dalla Ue secondo cui con le aree nere non si può fare. Qualunque proposta, quindi, deve tenere conto della Ue e dei suoi paletti.

L’aspetto finanziario. Il debito di Open Fiber deve essere sostenibile

In secondo luogo, Fibercop a trazione KKR è molto attenta all’aspetto finanziario della questione e l’idea di fare un’operazione con un soggetto non commensurabile dal punto di vista finanziario suscita preoccupazioni.

A quanto risulta a Key4Biz, il fondo americano considererebbe la mancanza di un rating da parte di un’agenzia internazionale per Open Fiber come un aspetto alquanto penalizzante che ostacola l’apertura di una trattativa. Il project financing delle banche non è comparabile con il rating di Fibercop e quindi il valore delle due aziende non sarebbe commensurabile.

Quindi, per KKR chiudere l’operazione di merger con una società pesantemente indebitata sarebbe un danno per il rating di Fibercop, appesantirebbe l’azienda e rallenterebbe gli investimenti.

In altre parole, KKR chiederebbe delle valutazioni accettate sul mercato e condivise da tutti gli azionisti che, al momento, non ci sono. In parole molto tecniche, la richiesta è quella di armonizzare la modalità di comparare il valore delle due aziende. 

I rispettivi multipli sono certamente un po’ diversi, in termini di ricavi e di rapporto fra EBITDA e debito.

Come vuole mettersi al tavolo Open Fiber? 

Open Fiber vuole cedere le aree nere a Macquarie?

In quel caso, quali remedies verrebbero imposti dalla Ue in caso di merger e chi paga cosa?

Il tutto si ridurrebbe, in definitiva, ad una questione matematica e procedurale e non ci sarebbe quindi alcuna preclusione a priori da parte di KKR.

Zorzoni (AIIP): ‘Decine di operatori indipendenti non hanno bisogno né di Open Fiber né di Fibercop’

“Da dopo la caduta del governo Renzi si ripete lo stesso ritornello: unire FiberCop e Open Fiber per “salvare” ciò che resta della vecchia Telecom. Oggi lo chiamano “consolidamento”, ieri era “troppa concorrenza”: cambia il nome, non la sostanza”, dice a Key4Biz Giovanni Zorzoni, vice presidente di AIIP.

“Il paradosso è che, mentre si discute di fusioni e reti uniche, Open Fiber cresce, recupera (almeno in parte) gli errori e sottrae clienti a FiberCop. Nel frattempo esistono decine di operatori indipendenti che costruiscono reti proprie, portando fibra vera e concorrenza vera, che non hanno bisogno né di Open Fiber, né di Fibercop. I dati AGCOM sono lì a dimostrare quanto siano cresciuti questi operatori, molti dei quali appartenenti all’AIIP”.

“È questo il modello che Bruxelles diceva di volere, prima che il nuovo Digital Networks Act iniziasse a spingere verso l’oligopolio.

Parlare oggi di “rete unica” significa ignorare la realtà del mercato: più pluralismo, più operatori, più scelta per cittadini e imprese.

Il tempo dei salvataggi di sistema è sempre più complesso, e l’idea di un monopolio di Stato su fibra (e frequenze) travestito da efficienza è una ricetta che, nel contesto di ibridazione digitale, fa tenerezza e ridere nello stesso tempo”, chiude Zorzoni.

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Protto (Cellnex Italia): “Frequenze TLC a un costo non esoso, ma investimenti per Telco in infrastrutture”

“Un rinnovo agli operatori mobili, qualora lo vorranno, a un prezzo non esoso, come fatto in Germania, in cambio di investimenti infrastrutturali per migliorare le reti mobili del Paese”. Questo il punto di vista di Federico Protto, Presidente e CEO Cellnex Italia in merito alla modalità di rinnovo delle frequenze mobili, in scadenza il 31 dicembre 2029.

La videointervista di Key4Biz a Protto è stata realizzata in occasione del Digital Innovation Forum -ComoLake2025. Key4Biz è media partner.

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