Fondo Nazionale Connettività, FiberCop vince la gara per coprire 477mila civici e 712 milioni di contributi

FiberCop si è aggiudicata la gara del Fondo Nazionale per la Connettività (FNC) promosso dal Dipartimento per la Trasformazione Digitale a seguito di una procedura competitiva nella quale l’azienda è risultata l’unica a presentare un’offerta. Invitalia, in qualità di implementing partner, ha assegnato a FiberCop contributi per 712,5 milioni di euro, pari al 70% del costo complessivo.

Il perimetro e l’impegno di FiberCop (non supera 300 milioni)

Il perimetro dell’aggiudicazione di FiberCop riguarda oltre 477mila civici (equivalenti a circa 700 mila unità immobiliari, considerato che in un civico possono trovarsi diverse unità immobiliari vale a dire appartamenti), che FiberCop potrà selezionare su tutto il territorio nazionale, suddiviso in 7 lotti geografici, per un investimento complessivo in capo a FiberCop previsto non superiore a 300 milioni di euro al netto dei contributi attesi. Si tratta in parte dei civici del Piano Italia 1 Giga ai quali aveva rinunciato Open Fiber e in parte di civici frutto dell’ultima mappatura Infratel.

Il roll-out partirà nella seconda metà del 2026, con particolare attenzione sul periodo 2027-2029 e completamento previsto entro la scadenza fissata a giugno 2030. L’incasso dei contributi è previsto durante l’avanzamento del roll-out, con un anticipo di cassa a favore di FiberCop già nel 2026.

Questa attività non impatta sugli altri impegni di copertura di FiberCop

I 477mila civici della gara, che trovano tutti nelle aree grigie, sono distribuiti su tutto il territorio nazionale e si aggiungono ai 1,2 milioni già coperti da FiberCop nell’ambito dei precedenti interventi del PNRR. Questa ulteriore attività di copertura, di dimensioni contenute, è in linea con la strategia precedentemente annunciata da FiberCop di completare il piano di roll-out FTTH nelle aree del Piano Italia a 1 Giga e nelle aree Autonome rispettivamente entro la metà del 2026 ed entro la fine del 2027, strategia che resta confermata e procede secondo le previsioni.

Per FiberCop la gara dovrebbe far crescere il fatturato sul lungo periodo

Dal punto di vista economico, considerando il conseguente aumento della copertura non contendibile di FiberCop e i contributi attesi, l’aggiudicazione della gara del Fondo Nazionale per la Connettività dovrebbe avere un effetto accrescitivo sugli indicatori finanziari strutturali di lungo termine della società, senza tuttavia comportare un impatto materiale sulla guidance di Capex netto, nel breve periodo, sulla leva finanziaria attesa e sulla politica finanziaria.

Cosa prevedeva il bando

Il bando prevedeva la concessione di contributi pubblici destinati al finanziamento di progetti di investimento finalizzati alla realizzazione di reti fisse ad alte prestazioni con capacità Gigabit. Il contributo pubblico potrà coprire fino al 70% delle spese ammissibili. Gli interventi dovranno garantire, per i civici interessati, servizi di connettività con velocità attese, anche nelle ore di picco del traffico, pari ad almeno 1 Gbit/s in download e 200 Mbit/s in upload.

L’offerta risultata aggiudicataria, presentata da FiberCop prevede la realizzazione entro il 2030 di infrastrutture di rete in grado di assicurare la copertura di oltre 477 mila numeri civici sull’intero territorio nazionale, distribuiti in 7 lotti geografici:

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Aggiungi Key4Biz tra le tue fonti preferite

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/fondo-nazionale-connettivita-fibercop-vince-la-gara-per-coprire-477mila-civici-e-712-milioni-di-contributi/578754/




La lista della spesa delle telco per la presidenza Ue dell’Irlanda, investimenti al top delle priorità

Il semestre irlandese di presidenza Ue sta cominciando e la industry delle Tlc fissa le priorità. In cima alla lista della spesa ci sono gli investimenti. Fissare le regole pro-investimenti è in cima all’agenda delle telco Ue, per non allargare il gap con il resto del mondo. E’ quanto emerge da una’analisi approfondita di Euperspectives.eu.

Dalla GSMA a ConnectEurope, le associazioni che raccolgono i principali player Ue vedono i cambiamenti regolatori in arrivo come una opportunità per modernizzare le politiche sullo spettro e rafforzare la posizione nella corsa globale per le reti di nuovo generazione.

Nello specifico, GSMA e Connect Europe chiedono alla presidenza irlandese di concentrarsi sul Digital Networks Act, in particolare sulla gestione dello spettro, per rafforzare un settore che si trova a rischio stagnazione, nonostante si occupi di infrastrutture critiche.

C’è da dire che il semestre di presidenza irlandese inizia in un momento in cui la industry europea delle Tlc è indietro nello sviluppo di connettività avanzata.

Il report di Mario Draghi del 2024 metteva già in evidenza la sfida della competitività. Sono passati due anni di discussioni sul rapporto Draghi, ma l’Europa resta sempre in ritardo significativo soprattutto per quanto riguarda gli investimenti necessari per raggiungere gli obiettivi del Decennio Digitale al 2030.  

Eppure la stessa Commissione Ue sostiene che raggiungere questi obiettivi è essenziale per restare competitivi a livello globale.

Nel frattempo, gli operatori hanno chiesto a gran voce un quadro normativo più chiaro e prevedibile in Europa.

L’eredità della connettività irlandese

L’Irlanda è particolarmente ben posizionata per affrontare questa sfida. Nicola Cooke, direttrice di Telecommunications Industry Ireland (TII), l’associazione che rappresenta i principali operatori irlandesi,  ha sottolineato la“lunga e gloriosa” storia delle comunicazioni globali, ricordando l’isola di Valentia come punto di approdo del primo cavo telegrafico transatlantico che collegava con successo l’Europa e il Nord America. “Quel risultato è stato rivoluzionario: ha rimpicciolito il mondo, accelerato il commercio e la diplomazia e posto l’Irlanda al centro di una rivoluzione globale delle comunicazioni. Oggi, per molti versi, ci troviamo in un punto di svolta simile”, ha detto.

Sebbene le tecnologie si siano evolute dal telegrafo alla fibra, dalla voce ai dati e dai cavi al 5G, Cooke sostiene che l’importanza strategica della connettività rimane altrettanto profonda. “Ancora una volta, l’Irlanda si posiziona come un hub cruciale per la connettività globale e le decisioni che prendiamo ora plasmeranno il nostro ruolo per i decenni a venire.”

La connettività è ampiamente riconosciuta come infrastruttura critica, eppure a livello nazionale questo non sempre si riflette nelle decisioni di pianificazione e investimento, lamentano gli operatori. Un sentiment condiviso un po’ in tutta Europa e anche in Italia. Eppure, le reti di telecomunicazione sono sempre più considerate un fondamento essenziale a sostegno delle economie, dei pagamenti contactless e dei servizi di emergenza.

Le regole che frenano l’Europa

I relatori di un summit GSMA a Dublino hanno sottolineato che all’Europa non manca l’ambizione. Tuttavia, è la struttura del mercato a frenarla attraverso la frammentazione, hanno affermato. Alcune regole sono semplicemente obsolete: ad esempio, lo spettro non viene gestito in modo prevedibile a lungo termine.

Secondo gli amministratori delegati, questo non è casuale: riflette un modello politico che privilegia i prezzi bassi rispetto agli investimenti a lungo termine. Tutti hanno concordato sul fatto che la presidenza ha una reale opportunità di contribuire alla crescita e alla competitività, grazie a un quadro normativo favorevole agli investimenti derivante dal DNA e a una regolamentazione della sicurezza basata sul rischio.

Le maggiori preoccupazioni sollevate da GSMA e Connect Europe si concentrano su questa frammentazione normativa e sulle regole obsolete relative allo spettro che ostacolano gli investimenti. Sottolineano la necessità di una strategia unificata per promuovere la connettività come infrastruttura vitale. Le associazioni affermano che vi sono anche molte sfide poste dalle normative esistenti, in particolare dal Cybersecurity Act (CSA).

“La sfida in Europa non è la capacità di innovare, ma la capacità di investire. Quando non si investe nelle nostre reti, le conseguenze sono di vasta portata: le persone non possono usufruire di una connettività leader a livello mondiale, le imprese non possono espandersi e i servizi pubblici non sono in grado di modernizzarsi”, ha detto Vivek Badrinath, Direttore Generale della GSMA.

“Se l’Europa vuole colmare il suo divario di investimenti, deve creare le condizioni che consentano la crescita su larga scala. Abbiamo bisogno di operatori forti e di condizioni di mercato che permettano loro di investire, innovare ed essere leader”, ha aggiunto.

Il buono, il cattivo e il DNA

Il settore ha accolto con favore l’ambiziosa proposta della Commissione, contenuta nel DNA (Accordo di partenariato e cooperazione) relativo alle aste per lo spettro radio, che prevede il passaggio dalle tradizionali licenze di 15-20 anni a licenze di durata indeterminata. Adesso la industry dele Tlc chiede alla presidenza irlandese di garantire che la posizione finale del Consiglio rifletta tale cambiamento.

Switch off del rame da rivedere secondo Connect Europe

Tuttavia, Connect Europe ha espresso preoccupazione per il fatto che, da un punto di vista legale, “le disposizioni del DNA che impongono il passaggio dalle reti in rame a quelle in fibra ottica potrebbero essere in conflitto con le leggi dell’UE in materia di diritti di proprietà e concorrenza di mercato”.

“La transizione alla fibra ottica dovrebbe essere resa possibile da investimenti, adozione volontaria e condizioni di migrazione praticabili, non da rigidi obblighi di disattivazione che rischiano di ridurre la scelta dei consumatori anziché accelerare l’adozione della FTTH”, ha aggiunto l’associazione.

Allo stesso tempo, i rappresentanti del settore concordano ampiamente sul fatto che il DNA proposto potrebbe dare una spinta al settore delle telecomunicazioni europeo se riuscisse a incrementare gli investimenti, accelerare la diffusione delle reti e rimodellare il panorama competitivo.

La GSMA sottolinea che “ci si aspetta che gli operatori di telecomunicazioni forniscano: le reti più resilienti, le reti più sicure e le reti più economiche, nel rispetto della regolamentazione più stringente, pur essendo al contempo i più innovativi. Queste aspettative sono legittime, ma non neutrali. Soddisfare tutte queste esigenze richiede condizioni di investimento sostenibili, che sono sotto pressione”.

“Per realizzare il cambiamento di politica necessario, l’Europa deve riequilibrare la propria strategia, passando da una focalizzazione a breve termine sui prezzi per i consumatori a investimenti infrastrutturali a lungo termine”, ha aggiunto.

Il tessuto sociale

Si tratta di creare posti di lavoro oltre che connettività, ha affermato Connect Europe, i cui membri offrono lavoro a oltre un milione di persone in Europa. “Ma i bassi rendimenti degli investimenti costringono gli operatori ad affidare un numero crescente di compiti a fornitori esterni, con il rischio di perdere competenze interne, anziché offrire opportunità di lavoro dirette e più stabili. Nel 2024, il numero di dipendenti diretti dei membri di Connect Europe è diminuito del 4,1%”.

UNI Europe, la federazione sindacale europea dei lavoratori dei servizi, ha collaborato con Connect Europe per chiedere un DNA che tenga conto delle parti sociali. L’organizzazione, che rappresenta oltre sette milioni di iscritti in 242 sindacati nazionali in 50 paesi, sostiene che, mentre gli europei beneficiano di una connettività accessibile e di alta qualità, le politiche digitali dovrebbero considerare anche i cittadini e i lavoratori, non solo i consumatori.

“Sebbene l’accessibilità economica rimanga un aspetto importante, chiediamo congiuntamente ai responsabili politici di agire con urgenza per far crescere l’ecosistema europeo della connettività, dando priorità agli investimenti di qualità, all’innovazione e all’aumento della competitività. Le parti sociali hanno un ruolo fondamentale nell’accompagnare la transizione digitale”, si sostiene.

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Aggiungi Key4Biz tra le tue fonti preferite

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/la-lista-della-spesa-delle-telco-per-la-presidenza-ue-dellirlanda-investimenti-al-top-delle-priorita/578732/




In Italia un’azienda su tre userà robot entro il 2028, il mercato vale 3,5 miliardi

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Il racconto del futuro è stato monopolizzato, negli ultimi anni, dall’intelligenza artificiale, e cioè da qualcosa di molto immateriale e apparentemente poco eclatante: un cambiamento che ha sostituito l’immaginario “fisico” della vecchia fantascienza, che già ci pensava, a quest’ora, con robot antropomorfi a farci le pulizie di casa o guidare la nostra auto per andare al lavoro. Ingenuità, con gli occhi di oggi, ma questo non significa che i progressi per la robotica siano rallentati; anzi, è stata proprio l’intelligenza artificiale a dare una consistente accelerata anche da questo punto di vista.

Qualche settimana fa Figure AI, startup californiana specializzata in robot umanoidi, ha avviato a San José un livestream pensato originariamente per durare otto ore: un robot Figure 03 alle prese con lo smistamento pacchi, compito elementare quanto ripetitivo. Prendere scatole e buste, allineare il codice a barre verso il basso, posizionarle su un nastro trasportatore. Il pubblico avrebbe dovuto scrollare via e passare ad altro dopo pochi minuti. È successo il contrario: la diretta ha raccolto migliaia di spettatori, i robot in servizio hanno ricevuto persino un nome sul cartellino identificativo, e l’azienda ha deciso di prolungare l’esperimento ben oltre il piano iniziale, fino a 200 ore consecutive, con i modelli che si avvicendavano ai cambi turno per via dell’autonomia della batteria, limitata a circa cinque ore sotto carico massimo. Il bilancio finale, diffuso da Figure AI, è stato di 249.560 pacchi smistati senza interruzioni operative significative.

Nel mezzo della maratona,la sfida diretta tra un robot e uno stagista umano, dieci ore di smistamento a confronto e un’atmosfera sinistramente simile al vecchio film di Sydney Pollack Non si uccidono così anche i cavalli?: il risultato ha premiato l’uomo, ma con un margine quasi impercettibile, 12.924 pacchi contro 12.732, con un tempo medio di 2,79 secondi a pacco per l’operatore e 2,83 per la macchina.

Il mercato italiano vale 3,5 miliardi

Il legame tra la maratona di Figure AI e i dati appena pubblicati dall’Osservatorio Innovative Robotics del Politecnico di Milano è proprio nella distanza tra lo spettacolo e l’adozione reale di queste tecnologie. Secondo la ricerca, presentata il 24 giugno 2026, oggi il 28% delle aziende italiane utilizza soluzioni di robotica, una quota che dovrebbe salire al 36% entro il 2028.

Il mercato vale 2,2 miliardi di euro considerando le sole spese in conto capitale, e arriva a 3,5 miliardi se si includono anche i costi operativi. La spesa media annua per impresa si attesta sui 456 mila euro, con un divario netto tra grandi aziende (700 mila euro) e piccole imprese (160 mila euro).

Il parco installato racconta ancora una robotica prevalentemente tradizionale: l’82% è composto da manipolatori industriali, gli stessi bracci meccanici che da decenni lavorano nelle linee di assemblaggio. Le prospettive di investimento per il prossimo triennio, però, disegnano un cambio di passo netto verso i robot collaborativi (dal 25% al 34% di diffusione prevista), i robot mobili autonomi (dal 24% al 30%) e gli umanoidi, che pur restando oggi al 3% dovrebbero raggiungere l’11% entro il 2028.

L’automazione porta con sé anche un consumo energetico crescente per le imprese, che devono fare i conti con bollette sempre più pesanti quando aggiungono flotte di robot alle proprie linee produttive; anche per questo motivo tenere sotto controllo la spesa energetica diventa una voce di bilancio da monitorare con attenzione, e strumenti come il comparatore di SOSTariffe.it permettono di confrontare le offerte di energia elettrica disponibili sul mercato, individuando la tariffa più adatta alle esigenze di consumo, siano esse domestiche o aziendali.

Umanoidi, startup e il nodo delle competenze

Tra le curiosità della ricerca, il fatto che gli umanoidi restano ancora un fenomeno di nicchia nel panorama industriale italiano; appena il 3% delle aziende che hanno già investito in robotica li sta sperimentando, ma le intenzioni dichiarate sono altre: il 35% delle imprese non esclude di investirci nei prossimi anni. I motori di questo interesse, secondo l’Osservatorio, sono soprattutto la possibilità di assegnare ai robot le mansioni più rischiose, ripetitive o usuranti (per il 70% dei rispondenti), seguita dalla necessità di compensare la carenza di manodopera nei reparti produttivi. Non è un caso che sei aziende italiane su dieci considerino oggi la robotica una risposta concreta al calo demografico e alla riduzione della forza lavoro attesa nei prossimi decenni, un tema che lega direttamente lo scenario italiano a quanto mostrato dal livestream di Figure AI, pensato esplicitamente per dimostrare la tenuta di un umanoide su turni prolungati e senza pause.

Sul fronte delle startup, il quadro globale resta fortemente sbilanciato: 493 aziende fondate dal 2020 e attive in 39 paesi hanno raccolto complessivamente 7,39 miliardi di dollari di finanziamenti, ma le realtà italiane sono soltanto dieci, il 2% del totale mondiale, per una raccolta di poco superiore ai 120 milioni di dollari. Una distanza che si spiega anche con le barriere all’adozione segnalate dalle imprese italiane: per il 51% di chi non investe in robotica il freno principale è un contesto normativo ancora incerto, a partire dalla mancanza di una definizione legale univoca di “robot” e dall’assenza di standard tecnici specifici per gli umanoidi.

Il lavoro che cambia ma non sparisce

I dati sull’occupazione, raccolti sempre dall’Osservatorio, evitano la lettura più semplicistica, quella della sostituzione. La relazione tra robotica e lavoro non è infatti un rapporto di causa-effetto diretto, visto che se da un lato alcune attività sono destinate a essere automatizzate, dall’altro cresce la domanda di figure professionali dedicate alla progettazione, allo sviluppo, all’implementazione e alla manutenzione dei sistemi robotici. Il 41% delle aziende che vedono nella robotica una risposta al calo di manodopera opera oggi su processi con un potenziale di automazione nullo o basso, segno che il fenomeno riguarda ormai anche settori considerati fino a poco tempo fa fuori portata per questo tipo di tecnologia.

I benefici più monitorati dalle imprese che hanno già investito restano legati alla produttività (75% dei rispondenti) e alla qualità di processo (65%), ma crescono anche le valutazioni su capacità di analisi dei dati e flessibilità operativa, segnale di un approccio che comincia a guardare oltre il semplice risparmio sui costi di produzione.

La maratona di Figure AI, con i suoi 249.560 pacchi smistati in 200 ore e la sfida finita per un soffio a favore dello stagista umano, resta un caso isolato, pensato per generare attenzione mediatica. I numeri dell’Osservatorio descrivono un mercato ancora dominato dai manipolatori industriali tradizionali, l’82% del parco installato, con normative da scrivere sulla certificazione di sicurezza degli umanoidi e piccole imprese che, nel 51% dei casi, indicano proprio l’incertezza normativa come primo freno all’investimento.

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Aggiungi Key4Biz tra le tue fonti preferite

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/in-italia-unazienda-su-tre-usera-robot-entro-il-2028-il-mercato-vale-35-miliardi/578541/




Perché gli operatori bocciano i nuovi listini di FiberCop

I principali operatori italiani – Fastweb + Vodafone, WindTre, iliad e Sky – contestano aspramente gli aumenti dei prezzi di accesso all’ingrosso alla rete di FiberCop, che ha pubblicato i nuovi listini, al vaglio dell’Agcom, il 16 aprile scorso.

Cosa chiedono gli operatori

Gli operatori hanno preso carta e penna chiedendo una correzione del listino all’Agcom, auspicando che l’autorità riapra il dossier valutando il ripristino di obblighi regolatori più stringenti.

Gli operatori, quindi, bocciano il primo test per FiberCop in veste di fornitore ‘wholesale only’, accusato di utilizzare pro domo sua il monopolio su parte della rete (più del 50%) e de-regolamentazione sfruttati per alzare i prezzi.

Sotto esame gli impatti del modello “wholesale only” approvato dal regolatore. La tesi degli operatori: gli aumenti sono ingiustificati e hanno forti implicazioni anticoncorrenziali.

Le principali criticità individuate sono:

1. Aumenti concentrati dove FiberCop è in monopolio. Gli incrementi riguardano in particolare le aree (grigie) e i servizi dove Fibercop esercita un monopolio, che secondo gli operatori avviene su più del 50% del territorio: canoni fibra nelle aree grigie, canoni per servizi rame e servizi legacy (co-locazione, disattivazione dei servizi, utilizzo dei system) ovvero servizi per i quali gli operatori non hanno alternative.

Effetto lock-in

2. Effetto “lock-in” sulle migrazioni. Contributi di disattivazione del rame aumentati fino al 500% (aumenti maggiori se si passa a reti FTTH del concorrente Open Fiber). Disincentivi a migrare verso la fibra e barriera economica quasi “insormontabile” al cambio di operatore. Contrariamente a quanto sostenuto da Fibercop, secondo gli operatori i nuovi prezzi disincentivano la migrazione verso reti in fibra, aumentando in modo rilevante il prezzo per “spegnere” la rete in rame, oltre a creare una barriera ancora più alta se il passaggio alla rete in fibra è a favore dell’operatore concorrente Open Fiber.

Servizi passivi più cari

3. Servizi passivi resi più costosi.  Fibra spenta, co-location e Semi-VULA: gli aumenti più sostenuti impattano l’utilizzo di fibra spenta e altri servizi necessari a costruire infrastrutture alternative, penalizzando chi vuole costruire propri servizi end-to-end e spingendo gli operatori ad acquistare il servizio attivo da FiberCop.

La disattivazione del rame e della fibra è un software scatta che scattando cancella la configurazione di un circuito. Di lì in poi il cliente è per così dire morto. Se invece si tratta di un circuito passivo, un addetto va a staccare il doppino o la permuta fibra.

Per entrambi i casi, come si giustificano gli aumenti?

Indicizzazione all’inflazione

4. Indicizzazione all’inflazione. Introdotta una clausola di adeguamento automatico: aumenti permanenti anno-su-anno, anche su infrastrutture già ammortizzate che esistono da tempo.

Gli aumenti oltre a non essere “neutri” non hanno nessuna connessione con i costi sottostanti.

FiberCop stessa ha dichiarato un WACC (costo medio ponderato del capitale) del 6,32% (vs 7,49% usato precedentemente da Agcom). Ovvero: costo del capitale inferiore che rispecchia rischio minore: i prezzi dovrebbero scendere, invece salgono.

Incentivi anticoncorrenziali

Agcom ha allentato la regolazione perché FiberCop si è presentata come operatore wholesale only neutrale. I primi listini, secondo gli operatori, dimostrano invece che gli incentivi anticoncorrenziali esistono ancora e che FiberCop è in grado di sfruttare la propria posizione monopolistica per estrarre una rendita.

Gli operatori non chiedono soltanto una correzione del listino, ma auspicano che Agcom riapra il dossier e valuti il ripristino di obblighi regolatori più stringenti. In definitiva, considerano gli aumenti ingiustificati nonché fonte di incertezza e di uno shock immediato per il mercato.

FiberCop ha già replicato, rispedendo al mittente le accuse degli operatori, sostenendo che i prezzi del listino restano i più bassi d’Europa.

Vedremo come andrà a finire l’analisi dell’Agcom, tenuto conto che il 16 settembre è prevista la pubblicazione dei nuovi listini.

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Aggiungi Key4Biz tra le tue fonti preferite

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/perche-gli-operatori-bocciano-i-nuovi-listini-di-fibercop/578246/




La Linea 1 entra nell’era della connettività: Napoli accende il 4G e il 5G in metropolitana

Napoli compie un nuovo passo verso la trasformazione digitale. Da oggi la copertura mobile 4G e 5G è disponibile lungo l’intero percorso della Linea 1 della metropolitana, consentendo ai passeggeri di restare connessi senza interruzioni anche nelle gallerie e nelle stazioni sotterranee.

L’attivazione del servizio è stata celebrata martedì 30 giugno con una videochiamata effettuata dalla stazione Municipio dall’assessore comunale alla Transizione Digitale e Smart City, Valerio Di Pietro. A seguire si è svolto il convegno “Connessi al futuro”, promosso da Cellnex con il patrocinio del Comune di Napoli, in collaborazione con ANM e organizzato da Key4Biz.

L’intervento rappresenta molto più di un semplice miglioramento della copertura telefonica. La nuova infrastruttura digitale costituisce infatti la base tecnologica sulla quale potranno svilupparsi nuovi servizi per la mobilità, la sicurezza, il turismo e la gestione intelligente della città.

La connettività come primo tassello della smart city

Per l’assessore Valerio Di Pietro l’attivazione del servizio segna un cambio di paradigma.

“Questa mattina abbiamo fatto una ottima prova dimostrativa di questa connessione 4G e 5G. Fare una videochiamata fino a qualche giorno fa era impensabile. Si tratta di un tassello importante nel percorso di digitalizzazione, che consente agli utenti di poter fruire meglio del trasporto metropolitano per motivi di svago, lavoro e turismo. Avere connettività per quella mezz’ora che stai in banchina e in treno è importante – dice l’assessore – Importante anche per ragioni di sicurezza e questioni di emergenza. Oggi all’interno della Linea 1 è possibile”.

Si tratta quindi di un assaggio importante per i cittadini ma anche per l’amministrazione di Napoli e per tutta la rete. “Perché si consente di usare la connettività e nell’immaginare una smart city del futuro è l’infrastruttura più importante per aggiungere in futuro altri sistemi hardware. Primo passo per una Napoli smart city del futuro e marcare un cambio di passo sostanziale per queste tematiche”.

L’infrastruttura invisibile che abilita i servizi

Il ruolo dell’infrastruttura è stato al centro dell’intervento di Federico Protto, presidente e amministratore delegato di Cellnex Italia, che ha evidenziato come il valore del progetto stia proprio nella sua capacità di rendere la tecnologia “invisibile” agli utenti. “Quello che noi abbiamo abilitato è una tecnologia. Ieri sono entrato in metropolitana, non ho visto le tecnologie ma in compenso le tecnologie ci sono eccome e il 4G e il 5G è ottimo, c’erano 150 persone in banchina e fruivano tutte di una connettività ottima. Tutto ciò permette un’esperienza senza interruzioni da quando siamo fuori a quando entriamo in banchina e anche sul treno. E sul treno la copertura è anche migliore, essendoci una copertura dedicata”.

Protto (Cellnex Italia): “Nelle nostre città italiane copertura in metropolitana meglio di Londra”

Il tutto considerato che la copertura nei tunnel della metropolitana è complessa e I’impatto visivo dei DAS (Distributed Antenna System) è stato minimo: “E’ un impianto multi operatore, neutrale, noi siamo il neutral host aperto a tutti gli operatori – aggiunge Protto – Napoli è una città a forte vocazione turistica: i turisti si aspettano questa copertura, così come i cittadini. Lasciamenti dire con una punta di orgoglio che nelle principali città italiane abbiamo questo tipo di copertura, mentre in una città come Londra non c’è la copertura in metropolitana, quindi è un orgoglio italiano che le nostre grandi città siano coperte”.

Napoli si pone così all’avanguardia anche relativamente ad altre aree del digitale come il supercomputer, il gemello digitale e la prima smart road in Italia realizzata in tangenziale. “La base è la copertura 4G e 5G di alto livello, il prossimo passaggio per Cellnex sarà la Linea 6. Sicuramente il sistema di connettività è il sistema nervoso con cui possiamo abilitare tutti i servizi, sono orgoglioso che Napoli sia all’avanguardia”.

Dal PNRR ai nuovi servizi digitali

Per Marco Bellezza, amministratore delegato di di Eutalia, in rappresentanza del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, la conclusione del PNRR apre una nuova fase: quella della valorizzazione delle infrastrutture realizzate. “Stamattina siamo arrivati a 9mila e passa scuole connesse, superando il target del PNRR – dice Bellezza – Nell’ambito del digitale il PNRR la connettività è stata una parte cospicua. Tanti operatori si sono impegnati a creare il substrato tecnologico per abilitare nuovi servizi. I dati della Commissione europea mostrano che negli ultimi cinque anni l’Italia ha registrato un trend positivo nella digitalizzazione.”

ANM: Sicurezza, mobilità e nuovi servizi

Dal punto di vista di Azienda Napoletana Mobilità (ANM), dell’azienda che gestisce il trasporto pubblico di Napoli, la disponibilità della connettività apre scenari completamente nuovi. Francesco Favo, Direttore Generale ANM: “Noi siamo l’esercente, quindi sfruttiamo l’infrastruttura. Ad oggi l’infrastruttura è già attrezzata. Avere tutta la infrastruttura coperta dà vantaggi in termini di sicurezza per la sorveglianza. Oggi possiamo fare tutto. Il paradigma cambia. Adesso possiamo sapere dove si trovano i treni per la geolocalizzazione. Adesso avremo maggiori oneri di sicurezza e dobbiamo confrontarci. Un focus sulla cybersicurezza. Dovremo comunicare meglio con i cittadini. Questo tema sarà spostato anche sugli autobus e sulla sosta. Questo è un tema di smart city per migliorare la mobilità di Napoli”.

Un progetto nato nel 2019

Serena Riccio, Responsabile Area Infrastrutture di Trasporti, Comune di Napoli ANM, ha ripercorso il lungo iter che ha portato alla realizzazione dell’intervento. “La Linea 1 della metropolitana è l’asse portante della mobilità di Napoli. Una linea così moderna non poteva non avere la connessione per percezione di sicurezza e sicurezza personale. L’iter è stato travagliato è partito nel 2019 ma serve una volontà politica. L’esecuzione è stata complessa. Anche la lavorazione è stata complessa, le finestre di lavoro sono state molto ridotte. Lavoro complesso ma alla fine ci siamo riusciti. Il futuro è la Linea 6”.

La rete digitale della città

Edoardo Fusco, Responsabile Area Infrastrutture di Trasporti del Comune di Napoli ha illustrato gli investimenti del Comune nelle infrastrutture digitali cittadine. “Il Comune di Napoli ha investito 14 milioni di euro per il digitale. Tutti gli impianti semaforici sono dotati di sensori intelligenti per leggere i flussi veicolari. Il prossimo step a questo punto è usare il 5G. Abbiamo attrezzato le gallerie con sistemi di videosorveglianza. Tutti questi interventi si collegano alla necessità di una presenza sempre più completa del 5G”.

Gli operatori: la collaborazione è la chiave

Nel secondo panel gli operatori telefonici hanno ribadito che lo sviluppo delle reti richiede infrastrutture condivise e collaborazione tra pubblico e privato. Luciano Ausiello, South Deployment & Maintenance Operations Director di WindTre: “L’esperienza della Linea 1 della metropolitana di Napoli dimostra concretamente che la collaborazione tra operatori e soggetti infrastrutturali non è più una semplice opportunità, ma una condizione necessaria per accelerare lo sviluppo della connettività nel nostro Paese”.

“La condivisione di infrastrutture e investimenti consente di ottimizzare le risorse, ridurre tempi e costi di realizzazione e portare servizi sempre più performanti nei territori già coperti, favorendone al tempo stesso l’estensione verso nuove aree strategiche e produttive. Le collaborazioni già avviate, anche con tower company come Cellnex, confermano l’efficacia di un modello fondato sulla cooperazione industriale e sulla neutralità delle infrastrutture, prosegue Ausiello. La vera sfida dei prossimi anni sarà rafforzare questa convergenza strategica nello sviluppo delle reti, lasciando alla competizione il compito di valorizzare innovazione, qualità dei servizi ed esperienza dei clienti. I risultati raggiunti finora sono importanti e testimoniano i benefici concreti di questo approccio, ma il potenziale di crescita resta ancora molto ampio. Continuare a fare sistema sarà determinante per rendere la connettività un fattore sempre più decisivo per la competitività, la sostenibilità e la trasformazione digitale dei territori”, conclude il manager”.

Domenico Ferro, Head of Architecture & Demand di TIM: “Oggi il cittadino entra in metro e dà per scontata la connettività. Si abilitano tutti i servizi digitali che i cittadini si aspettano”.

Massimiliano Gasparroni, CTSO di Fastweb + Vodafone: “Senza l’infrastruttura di base questi servizi non sono possibili. Nuovi servizi migliorano Napoli, proiettandola nel futuro”.

Ersilia Manzo, CTO di Iliad: “Quando la connettività entra nei contesti pubblici diventa un diritto essenziale. La metropolitana è stata una scommessa vinta”.

Il modello Napoli

A chiudere i lavori è stato Alessandro Prosdocimo, di Cellnex Italia, che ha indicato nella collaborazione tra amministrazione pubblica, gestori della mobilità e operatori il vero valore del progetto. “Cellnex ha scommesso sulla sinergia delle infrastrutture una decina di anni fa. Creare infrastrutture condivise permette di indirizzare gli investimenti e permette a una tower company di creare una rete condivisa, agli operatori di creare servizi e ai cittadini di fruire dei servizi digitali. Abbiamo voluto replicare qui a Napoli il modello Milano nella metropolitana. C’era la volontà di portare i servizi al cittadino. Esiste il partenariato pubblico-privato per realizzare infrastrutture che possono portare beneficio alla società e ai cittadini. Dovremmo spingere perché questo diventi una leva di sviluppo per il Paese”.

Lo sguardo al futuro della mobilità

Nelle conclusioni dell’incontro è intervenuto anche Alfonso Pecoraro Scanio, presidente della Fondazione UniVerde, che ha richiamato il valore delle infrastrutture digitali come elemento sempre più strategico per coniugare innovazione, sostenibilità e qualità dei servizi pubblici, sottolineando come la trasformazione delle città passi dalla capacità di integrare tecnologie e mobilità.

A chiudere i lavori è stato l’assessore alle Infrastrutture e Mobilità del Comune di Napoli, Edoardo Cosenza, che ha inserito il progetto della copertura 4G e 5G della metropolitana all’interno della più ampia strategia di sviluppo della città. “Un grazie a tutto e tutti. La Linea 1 si apre e si vede la storia. Questa è l’unica città che ha lasciato l’impianto e le direttrici greco-romane. Siamo una città proiettata verso il futuro, pensiamo all’America’s Cup. Tecnologia ovunque. Il sindaco Manfredi, che è un ingegnere come me, pensa alla tecnologia di queste barche che hanno a bordo tecnologie all’avanguardia. Partiamo da questa bellissima operazione di Cellnex, a Londra non c’è la stessa connettività. Noi avremo nel 2027 una connettività completa in 5G. La Linea 1 fa 140mila passeggeri al giorno, abbiamo tolto 120mila passaggi di automobile al giorno e in un anno siamo a +23% di passeggeri rispetto all’anno scorso”.

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Aggiungi Key4Biz tra le tue fonti preferite

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/la-linea-1-entra-nellera-della-connettivita-napoli-accende-il-4g-e-il-5g-in-metropolitana/577938/




Il Comune di Napoli accende il 4G e il 5G sulla Linea 1 della metro. Il sindaco Manfredi: “La città sempre più tecnologica”

Napoli è sempre più digitale. Martedì 30 giugno, è stata ufficialmente “accesa” la copertura 4G e 5G lungo l’intera Linea 1 della metropolitana con una videochiamata, nella stazione “Municipio”, da parte di Valerio Di Pietro, Assessore alla Transizione Digitale e Smart City del Comune di Napoli. A seguire, si è tenuto il convegno “Connessi al futuro”, nella Sala della Giunta comunale a Palazzo San Giacomo con i principali attori del progetto. L’evento è stato promosso dalla tower company europea Cellnex, con il patrocinio del Comune di Napoli e in collaborazione con ANM – Azienda Napoletana Mobilità, ed è stato organizzato dal quotidiano Key4Biz.

[embedded content]

4G e 5G a bordo della Linea 1 della metropolitana: i vantaggi per la città, i cittadini e turisti

Il progetto 4G e 5G nella metropolitana Linea 1, realizzato da Cellnex (attraverso soluzioni DAS – Distributed Antenna Systems), in collaborazione con il Comune di Napoli eANM Azienda Napoletana Mobilità – abilita una connettività mobile stabile e ad alte prestazioni nelle 16 stazioni e in tutte le gallerie della Linea, contribuendo a migliorare sia la navigazione, le telefonate e le videochiamate di cittadini e turisti sia a rafforzare il ruolo delle infrastrutture di TLC per lo sviluppo di servizi digitali nella città.

Obiettivo è estendere la connettività alla Linea 6

Nel realizzare il progetto, Cellnex ha predisposto ulteriore capacità infrastrutturale per ospitare più operatori, contribuendo alla razionalizzazione degli interventi di rete e alla diffusione di servizi mobili ad alte prestazioni. L’obiettivo è estendere prossimamente la connettività 4G e 5G anche sulla Linea 6.

Il Sindaco Manfredi: “Passo in avanti in una città sempre più tecnologica”

Il potenziamento della connettività lungo la Linea 1 della Metropolitana, una delle infrastrutture di mobilità più importanti del territorio cittadino, è un punto strategico per quest’Amministrazione. Non soltanto garantisce a cittadini e turisti la possibilità di navigare in 4G e 5G, in banchina e durante il viaggio, ampliando l’offerta di servizi, ma costituisce un notevole passo in avanti in una città che punta sempre di più sull’innovazione tecnologica“, così il sindaco Gaetano Manfredi.

Cosenza: “La Linea 1 ha superato 44,5 milioni di passeggeri”

Con la connessione 4G e 5G nelle stazioni della Linea 1 della metropolitana di Napoli – ha detto Edoardo Cosenza, assessore alle Infrastrutture, Mobilità e Protezione civile del Comune di Napoli – si amplia l’offerta di servizi agli utenti sempre più numerosi. Basti pensare che la Linea 1 ha superato i 44,5 milioni di passeggeri nell’ultimo bilancio consolidato. I dati più recenti evidenziano una crescita verticale della frequentazione, con circa 2 milioni di passeggeri in più rilevati nei soli primi mesi rispetto ai record dell’anno precedente. Ai tanti passeggeri occorre offrire un servizio sempre più efficiente ed efficace. L’obiettivo, nello specifico, è avere la piena connettività in tutte le stazioni e lungo le gallerie nella Linea 1, ma in seguito anche nella Linea 6, perché garantire una copertura del segnale cellulare stabile e performante nella rete di trasporti pubblici è uno dei fattori chiave per trasformare una città, e la sua rete di trasporti, in una città intelligente“.

Di Pietro: “Oggi la connettività non è più un semplice accessorio”

L’attivazione della connettività 5G sulla Linea 1 – ha evidenziato l’assessore alla Transizione Digitale e Smart City del Comune di Napoli, Valerio Di Pietrorappresenta un ulteriore passo avanti nel percorso di innovazione dei servizi pubblici della nostra città. La qualità di una Smart City si misura anche dalla capacità di offrire servizi digitali avanzati nei luoghi che i cittadini vivono ogni giorno, a partire dal trasporto pubblico. Oggi la connettività non è più un elemento accessorio, ma una componente essenziale della vita quotidiana: cittadini, studenti, lavoratori e turisti utilizzano dispositivi sempre più evoluti e hanno bisogno di poter contare su connessioni veloci, stabili e affidabili anche durante gli spostamenti. Questo investimento si inserisce in una visione complessiva: migliorare costantemente la qualità del trasporto urbano e accompagnare la trasformazione della città attraverso infrastrutture sempre più moderne ed efficienti“.

Favo (ANM): “4G e 5G a 40 metri di profondità non era scontato”

Le stazioni e i tunnel della Linea 1 della Metropolitana di Napoli si sviluppano a profondità considerevoli, in alcuni casi fino a 40 metri sotto il livello stradale. Garantire ai nostri passeggeri una connessione mobile stabile e di qualità in queste condizioni rappresenta quindi una sfida tecnologica significativa. L’attivazione della copertura 4G e 5G a queste profondità non è un risultato scontato e costituisce un importante passo avanti nel percorso di innovazione e miglioramento continuo dei servizi offerti da ANM, contribuendo a rendere gli spostamenti più confortevoli, sicuri e connessi per cittadini e turisti che ogni giorno scelgono la metropolitana per muoversi in città“, ha commentato Francesco Favo Direttore Generale e Amministratore Delegato di ANM.

Protto (Cellnex): “Passo concreto per una città sempre più connessa”

L’attivazione del 4G e 5G sulla Linea 1 della metropolitana di Napoli rappresenta un passo concreto verso un modello di città sempre più connessa, efficiente e inclusiva. Le infrastrutture digitali sono oggi un elemento abilitante fondamentale per migliorare la qualità della vita di cittadini e turisti e per sostenere lo sviluppo economico dei territori. Come Cellnex, siamo orgogliosi di aver contribuito a questo progetto attraverso un modello di infrastruttura condivisa e neutrale, capace di ottimizzare gli investimenti degli operatori e accelerare la diffusione di servizi mobili ad alte prestazioni anche in contesti complessi come le metropolitane. Napoli dimostra come la collaborazione tra pubblico e privato possa tradursi in risultati tangibili per la comunità e rappresenti un esempio virtuoso per altre grandi aree urbane. Continueremo a lavorare, insieme alle istituzioni e ai partner industriali, per estendere questi benefici e accompagnare la transizione digitale del Paese», ha commentato Federico Protto, Presidente & CEO di  Cellnex Italia.

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Aggiungi Key4Biz tra le tue fonti preferite

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/il-comune-di-napoli-accende-il-4g-e-il-5g-sulla-linea-1-della-metro-il-sindaco-manfredi-la-citta-sempre-piu-tecnologica/577902/




Poste Italiane, upgrade di Barclays e prezzo obiettivo a 35,20 euro (+26%) sulle ali dell’Opas su TIM

Barclays ha alzato il rating di Poste Italiane da “Equalweight” a “Overweight” e ha aumentato significativamente il prezzo obiettivo (target price), passato da 21,60 euro a 35,20 euro. L’upgrade arriva in un momento in cui il prezzo delle azioni è già salito bruscamente: Poste Italiane è attualmente scambiata a 27,98 euro (al 24 giugno 2026, ore 7:43) e registra un netto rialzo sia intraday che da inizio anno.

La motivazione dell’upgrade

Secondo gli analisti della banda d’affari londinese, l’accordo previsto con TIM dovrebbe generare una leva sugli utili nel breve-medio termine e favorire la crescita e le sinergie a lungo termine. Inoltre, si sta delineando una trasformazione strategica verso un’offerta integrata di servizi finanziari, assicurativi e di pagamento.

Upgrade dell’analista: aumento significativo del target price

Barclays sostiene che la solidità del caso di investimento non derivi principalmente da una semplice storia di dividendi. Piuttosto, l’aspettativa è che la fusione con TIM colleghi la generazione di cassa (lato Poste) con le opportunità di investimento (lato TIM). Per gli investitori, questo significa: la leva si sposta dal “dividendo come argomento principale” alla “crescita attraverso una logica aziendale integrata”.

Implicazione: Sulla base del prezzo attuale delle azioni, esiste un potenziale rialzo di circa il 26%

L’accordo con TIM come motore di utili e sinergie

Gli analisti individuano tre angoli di creazione di valore derivanti dall’accordo: (1) sinergie, (2) un cosiddetto “effetto di riparazione del mercato” e (3) una normalizzazione del quadro normativo. La chiave non risiede tanto nelle parole d’ordine in sé, quanto piuttosto nell’ipotesi che questi effetti si traducano in una migliore qualità degli utili e in una maggiore capacità di investimento.

Ciò suggerisce che Barclays si stia concentrando sulle capacità di implementazione e integrazione: soltanto quando le sinergie saranno realizzate e le incertezze normative ridotte, il meccanismo di incremento dell’utile per azione previsto risulterà convincente dal punto di vista del mercato.

Piano aziendale: “Orientato ai dati e incentrato sull’IT” anziché sulla classica logica postale

Un altro elemento chiave è il piano aziendale come catalizzatore cruciale. Barclays immagina la strategia a lungo termine di Poste come un raggruppamento di servizi finanziari, assicurativi e transazioni di pagamento in un modello integrato. La visione: un’azienda maggiormente orientata ai dati e all’IT che, nonostante le sue dimensioni consolidate, possa operare in modo più moderno rispetto ai nuovi arrivati ​​sul mercato.

Valutazione degli analisti

Questo focus è plausibile per gli investitori perché la monetizzazione oggi deriva spesso dai punti di contatto con i clienti e dagli ecosistemi di dati piuttosto che dai singoli prodotti. Allo stesso tempo, ciò aumenta le aspettative in termini di qualità dell’esecuzione (integrazione IT, vendite, gestione del rischio nel settore finanziario/assicurativo). È proprio qui che si deciderà se il previsto “aggiornamento strategico” genererà effettivamente un valore aggiunto sostenibile o se il mercato attribuirà maggiore valore alla complessità rispetto alle ipotesi sottostanti.

Oltre al dividendo la crescita al centro dell’attenzione

Barclays considera la strategia del dividendo meno centrale rispetto al passato, ma prevede comunque un aumento del rapporto di distribuzione dei dividendi (DPS). Per il periodo 2026-2029, si prevede un rendimento medio da dividendi di circa il 6%. Insieme alla prevista generazione di cassa integrata, questo pagamento mira ad avere un effetto stabilizzante, consentendo al contempo maggiori margini di crescita.

Contesto di mercato: il titolo ha già registrato una forte performance

L’andamento del titolo dall’inizio dell’anno (YTD +30,2%) dimostra che il mercato sta già scontando almeno alcune delle opportunità. In questo contesto, diventa sempre più importante la questione se Poste Italiane implementerà le misure annunciate per il suo percorso TIM (Time in Management) e strategico al ritmo previsto e con indicatori chiave di performance affidabili. Per un nuovo posizionamento, ciò potrebbe significare che la questione cruciale non è “se” l’implementazione avverrà, ma piuttosto “con quale rapidità” e “con quale efficacia” sarà misurabile.

Conclusioni e prospettive

L’upgrade a “Overweight” e il prezzo obiettivo di 35,20 euro inviano un segnale chiaro: il case di investimento è supportato principalmente dall’accordo con TIM, dalle sinergie, dalla normalizzazione normativa e dalla logica integrata dei flussi di cassa. Allo stesso tempo, resta fondamentale per gli investitori verificare se la strategia si tradurrà in indicatori chiave di performance (risultati).

Termini offerta TIM non saranno modificati

Secondo Barclays, il management di Poste ha dichiarato di “non avere intenzione di modificare i termini dell’offerta” relativa all’acquisizione di TIM.

Durante la conference call sui risultati del primo trimestre, il management ha rivisto al rialzo le previsioni sull’EBIT per il 2026, portandole a 3,4 miliardi di euro, rispetto alla precedente stima di oltre 3,3 miliardi di euro, e ha confermato le previsioni sull’utile netto, che si attestano nella fascia alta dei 2,3 miliardi di euro, così come le previsioni sul dividendo per azione, ha affermato Barclays.

Poste, nuovo piano aziendale il 24 luglio

Barclays ha identificato il nuovo piano aziendale, che sarà presentato il 24 luglio, come un “catalizzatore chiave” per il titolo, e prevede un aggiornamento separato sull’acquisizione di TIM dopo il completamento dell’operazione, probabilmente nel quarto trimestre del 2026.

Possibili rischi

Tra i rischi segnalati da Barclays figurano

  • un aumento dello spread sovrano italiano,
  • modifiche normative che potrebbero interessare i settori postale, finanziario o assicurativo
  • e il fallimento dell’accordo con TIM.

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Aggiungi Key4Biz tra le tue fonti preferite

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/poste-italiane-upgrade-di-barclays-e-prezzo-obiettivo-a-3520-euro-26-sulle-ali-dellopas-su-tim/576883/




Come gli agenti AI comprano e vendono al posto dell’utente

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Pochi giorni fa la piattaforma di trading online Robinhood ha annunciato una funzione inedita, che riguarda il modo in cui i piccoli investitori privati possono gestire i propri soldi in borsa. Robinhood è nata negli Stati Uniti nel 2013 con l’obiettivo di rendere accessibile la borsa anche a chi non ha un broker tradizionale, e conta oggi oltre 25 milioni di utenti. La funzione si chiama Agentic Trading ed è ancora in fase beta: permette agli utenti di collegare alla propria piattaforma un agente AI di terze parti, cioè un programma dotato di intelligenza artificiale capace di agire in autonomia, prendere decisioni e portarle a termine.

L’agente può analizzare report di analisti, valutare come è distribuito il portafoglio e, soprattutto, comprare e vendere azioni senza che l’utente debba cliccare nulla. Il collegamento avviene tramite uno standard tecnico chiamato MCP (Model Context Protocol), che funziona come un protocollo comune per far comunicare applicazioni AI esterne con piattaforme di terzi. Le operazioni dell’agente avvengono su un conto separato da quello principale e ogni transazione genera una notifica sul telefono del titolare, che può interrompere l’agente in qualsiasi momento. Robinhood aveva già lanciato a marzo 2025 il proprio assistente interno Cortex, pensato per gestire investimenti tramite istruzioni in linguaggio naturale; con l’Agentic Trading decide invece di aprire la piattaforma a strumenti AI sviluppati da altri.

Un fenomeno già globale

Robinhood non è la prima a muoversi in questa direzione, e guardare al contesto internazionale serve a capire le dimensioni del fenomeno. In Asia, la fintech di Hong Kong Futu Holdings ha integrato il proprio assistente “Skills” con modelli linguistici di grandi dimensioni come DeepSeek: gli utenti possono collegarsi anche ad altri sistemi AI, tra cui Claude e Cursor, e impartire istruzioni di trading in linguaggio naturale, come se stessero parlando con un consulente. Tiger Brokers, piattaforma di brokeraggio attiva a Hong Kong e Singapore, ha registrato un aumento del 500% delle interazioni con il proprio assistente TigerAI nel giro di un anno dal lancio a marzo 2025. Basta un’occhiata a questi numeri per capire quanto velocemente stia crescendo la familiarità degli investitori retail con questi strumenti.
In Europa il processo è più cauto, ma comunque ben avviato: le banche britanniche NatWest, Lloyds e Starling stanno conducendo sperimentazioni in stretto coordinamento con la FCA (Financial Conduct Authority, l’autorità di vigilanza finanziaria del Regno Unito), che ha già predisposto una sandbox regolamentare, cioè un ambiente controllato in cui le aziende possono testare prodotti innovativi prima di immetterli sul mercato.

La società di ricerca Gartner stima che il 40% delle società di servizi finanziari utilizzerà agenti AI entro la fine del 2026. Ad aprile, il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato un paper specifico sull’argomento, rilevando che gli agenti AI sono già in grado di gestire la liquidità di un conto, ottimizzare le conversioni valutarie e prioritizzare i pagamenti in tempo reale, in alcuni casi senza necessità di addestramento specializzato. Tutto questo riguarda anche i risparmiatori italiani: chi vuole orientarsi tra i prodotti bancari disponibili oggi può confrontare le offerte di conti correnti su SOSTariffe.it, dove è possibile valutare costi di gestione, tassi e condizioni dei principali istituti in pochi minuti.

I rischi: comportamenti gregari e responsabilità

Con la diffusione rapida di questi strumenti, i problemi concreti su cui regolatori e analisti si interrogano sono già visibili. Il più discusso è quello che gli esperti chiamano “herding behavior”, ovvero il comportamento gregario: se molti agenti AI addestrati su modelli simili prendono le stesse decisioni in simultanea, i mercati possono amplificare le oscillazioni in modo incontrollato. Alcuni analisti hanno paragonato questo meccanismo alla corsa agli sportelli che nel 2023 affossò la Silicon Valley Bank: quando tutti i correntisti decisero di ritirare i propri depositi nello stesso momento, la banca collassò nel giro di poche ore. Con gli agenti AI, lo stesso effetto potrebbe verificarsi su scala molto più ampia e molto più veloce.

Sul fronte della sicurezza, i dati già disponibili sono tutt’altro che rassicuranti: nel corso del 2025, circa un terzo di tutti gli episodi legati all’AI nei servizi finanziari ha riguardato frodi e attività fraudolente che sfruttavano strumenti di intelligenza artificiale. La SEC americana (Securities and Exchange Commission, l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari degli Stati Uniti) ha inserito nelle sue priorità di controllo per il 2026 uno scrutinio specifico sull’impatto degli strumenti di trading automatizzato sugli investitori retail, con attenzione particolare alle categorie meno esperte. Sul piano legale, lo studio internazionale Debevoise & Plimpton ha evidenziato che l’uso di agenti AI privi di adeguata supervisione umana espone broker e consulenti finanziari a rischi regolatori rilevanti; e che, in ogni caso, la responsabilità delle operazioni eseguite dall’agente ricade sull’utente finale, non sulla piattaforma.

Il cantiere aperto di governance e regolazione

I quadri normativi esistenti sono stati costruiti per un mondo in cui le decisioni finanziarie le prendono gli esseri umani, e adattarli agli agenti AI richiede un lavoro che è appena cominciato. La FCA britannica ha dichiarato esplicitamente che gli agenti AI introducono rischi nuovi, legati soprattutto alla velocità con cui operano e alla capacità di interagire con altri agenti in modo del tutto autonomo; per questo ha predisposto un regime di responsabilità che riconduce in capo ai dirigenti delle istituzioni finanziarie l’obbligo di rispondere degli errori commessi dai sistemi AI che hanno scelto di adottare. Negli Stati Uniti, la SEC ha inserito il tema nelle priorità di vigilanza per il 2026, con un’attenzione specifica agli investitori individuali meno esperti.

Il nodo più delicato riguarda proprio questi ultimi. Configurare correttamente un agente AI, definirne i limiti operativi e monitorarne il comportamento nel tempo richiede competenze tecniche che la maggior parte degli utenti retail non possiede. Il già citato studio Debevoise & Plimpton ha sottolineato che, nell’attuale quadro regolatorio americano, la responsabilità delle operazioni eseguite da un agente ricade sull’utente che lo ha autorizzato. La stessa Gartner che stima una penetrazione del 40% degli agenti AI nei servizi finanziari entro fine 2026 prevede anche che oltre il 40% dei progetti in questo ambito verrà abbandonato entro il 2027, per costi superiori alle attese e difficoltà nel misurare il valore prodotto. SEC, FCA e le authority europee stanno lavorando a framework di accountability dedicati, ma nessuno ha ancora definito regole vincolanti per il trading delegato agli agenti AI.

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Aggiungi Key4Biz tra le tue fonti preferite

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/come-gli-agenti-ai-comprano-e-vendono-al-posto-dellutente/573816/




TLC, Zorzoni (AIIP): “Basta assistenzialismo regolatorio. Il rilancio passa da concorrenza, Cloud e reti vere”

Una parte dell’industria italiana delle telecomunicazioni continua a fare i conti con investimenti difficili, reti da completare, PNRR agli sgoccioli, nuove regole europee e un mercato che rischia di essere raccontato sempre dalla stessa prospettiva: quella dei grandi operatori.

Ne abbiamo parlato con Giovanni Zorzoni, vicepresidente AIIP, per fare il punto su Piano Italia 1 Giga, Fondo Nazionale Connettività, 5G standalone, Digital Networks Act, Cloud, concorrenza e ruolo degli operatori territoriali.

Key4biz. I fondi del PNRR sono agli sgoccioli. Come è andata dal suo punto di vista con Italia 1 Giga e Piano Italia 5G?

Giovanni Zorzoni. L’esito era largamente prevedibile e, purtroppo, su questo siamo stati facili profeti. Il tempo a disposizione era pochissimo, gli obiettivi molto ambiziosi e, in queste condizioni, l’unico soggetto con un vantaggio operativo reale era la società dell’ex rete TIM, oggi FiberCop. Non per superiorità metafisica, ma per una ragione molto concreta: dispone della rete storica di infrastrutture fisiche già presenti sul territorio, compresa una rete capillare di pali in legno o vetroresina nelle aree periferiche, cioè proprio quelle più difficili da coprire.

Key4biz. Perché la rete di pali è così importante?

Giovanni Zorzoni. Il tema dei pali è centrale e troppo spesso viene trattato come un dettaglio tecnico. Non lo è affatto. Portare fibra in case sparse, frazioni, strade secondarie e civici lontani, potendo appendere i cavi su infrastrutture già esistenti, cambia completamente l’economia dell’intervento. Scavare costa, richiede permessi, cantieri, ripristini e coordinamento con gli enti locali. Usare una palificata già esistente costa molto meno e consente tempi più rapidi.

Key4biz. Cambia qualcosa in termini di copertura?

Giovanni Zorzoni. Sì perché questo non significa che la rete aerea sia la soluzione migliore: una rete scavata bene, ordinata e manutenibile è in generale superiore a una rete costruita inseguendo una scadenza. Ma se si impongono tempi quasi impossibili da rispettare, si finisce per premiare chi può riutilizzare infrastrutture storiche e già ammortizzate, non necessariamente chi avrebbe progettato la rete migliore per i prossimi vent’anni. La lezione è semplice: la spesa pubblica deve generare infrastrutture robuste, non soltanto rendicontazioni ordinate.

Key4biz. Avete criticato il bando con i 733 milioni di euro del Fondo Nazionale Connettività per la copertura dei civici rimanenti rimasti fuori da Italia 1 Giga dopo la rinuncia di Open Fiber. Perché?

Giovanni Zorzoni. Perché era formalmente aperto, ma sostanzialmente accessibile solo a chi aveva già un’infrastruttura nazionale capillare. Il risultato non ha sorpreso nessuno: FiberCop è stata l’unico operatore su tutti i lotti. Quando una gara pubblica produce un solo concorrente reale, il problema non è il mercato, ma come è stata costruita la gara.

Key4biz. In che senso?

Giovanni Zorzoni. Il vantaggio decisivo è sempre lo stesso: le infrastrutture storiche dell’ex monopolista. FiberCop usa i suoi pali. Gli altri, per competere, devono scavare ex novo o affittare quelle infrastrutture dal concorrente. Uno parte con la strada pronta, gli altri devono chiedere il permesso di costruirla, pagando il pedaggio. Non è così che si costruisce un mercato plurale.

Key4biz. È necessario un decreto Telecomunicazioni, come richiesto dall’industria?

Giovanni Zorzoni. Dipende da cosa si intende. Se “decreto Telecomunicazioni” significa l’ennesimo pacchetto di vantaggi selettivi per pochi grandi operatori, la risposta è no. Sconti, proroghe, frequenze gratuite, regole più comode e interventi presentati come politica industriale ma pensati per alleggerire singoli bilanci:  sono misure che possono mascherare alcuni problemi nel breve termine, a costo di aggravarli già nel medio. Non rafforzano la competitività, ma distorcono il mercato e sussidiano inefficienze.

Key4biz. Cosa serve invece per l’AIIP?

Giovanni Zorzoni. Altra cosa sono gli strumenti che stimolano davvero la domanda e producono benefici per tutto il comparto. Da tempo attendiamo voucher cloud e cybersecurity, che aiuterebbero le imprese italiane, soprattutto PMI, a svecchiare infrastrutture ICT, sicurezza, gestione dei dati e servizi digitali. Quella è domanda buona: crea mercato, fa crescere competenze, rafforza il tessuto produttivo.

Lo stesso vale per i voucher destinati agli allacci delle famiglie, in particolare quelli onerosi. In molti casi il problema non è la mancanza astratta di tecnologia, ma il costo concreto dell’ultimo tratto. Se poi questo strumento accelera il passaggio dal rame alla fibra, dovrebbe essere una buona notizia, non un disturbo da gestire con prudenza.

C’è poi un settore molto importante per il digitale, l’agricoltura italiana. Masserie, aziende agricole, filiere rurali: lì servono connettività reale, cloud, sensoristica, controllo remoto, sicurezza, gestione affidabile e sicura dei processi già automatizzata. Un euro pubblico messo lì genera valore, molto più che quello destinato a ennesimi interventi “ad hoc” che beneficiano pochi grandi.

Key4biz. Il 5G standalone è indietro in Italia. Come incentivarlo? La richiesta delle telco di un’allocazione non onerosa dello spettro in cambio di impegni di investimento è una soluzione adeguata per accelerare la copertura?

Giovanni Zorzoni. No. Il 5G standalone non si incentiva regalando spettro. È la solita scorciatoia: si prende un bene pubblico scarso, le frequenze, e lo si trasforma in sostegno indiretto ai bilanci degli operatori mobili. Dietro obiettivi nobili quanto generici – innovazione, competitività e transizione digitale – si rischia di invalidare, a vantaggio ancora di pochi grandi attori, consolidati principi di corretta gestione del patrimonio pubblico.

Il 5G standalone è indietro per un motivo semplice: gli operatori radiomobili non hanno voluto investirvi. I casi d’uso sono stati raccontati con troppa enfasi, ma la realtà è che il 5G è stato sovrastimato e oltremodo spinto, anche finanziariamente, dall’UE, con risultati gravemente insoddisfacenti. Prima doveva cambiare tutto, poi è arrivato il standalone, domani sarà il 6G. Intanto il mercato mobile, dopo la telefonia, ha prodotto solo Internet mobile. Utile, ma non è la rivoluzione permanente raccontata nei convegni.

Key4biz. Cosa bisognerebbe fare allora per incentivare il 5G?

Giovanni Zorzoni. Se lo Stato vuole davvero incentivare il 5G, deve permettere a più soggetti di usarlo, non solo agli operatori radiomobili. Parlo del 5G privato su bande gratuite all’interno di sedime privato, come già si fa in Germania. Solo così vedremmo un proliferare di usi reali nei distretti produttivi, nei porti, nella logistica, in agricoltura, nella sanità. Non regalando spettro a chi ha già dimostrato di non saperlo sfruttare.

Quanto agli impegni di investimento in cambio di frequenze non onerose: le promesse costano poco. Se si discutono rinnovi o proroghe, servono obblighi misurabili, verificabili, territorialmente puntuali, con penali vere e decadenza dei diritti in caso di mancato rispetto. Altrimenti non è politica industriale, è credito regolatorio senza garanzie: solo una totale regolamentazione di un pieno servizio bistream wholesale sul 5G potrebbe avere come contropartita equilibrata uno sconto sui rinnovi delle frequenze.


Key4biz. Il Digital Networks Act è in discussione a Bruxelles: quali sono le principali criticità dal punto di vista di AIIP?

Giovanni Zorzoni. La prima è il cambio di filosofia: DNA non è una manutenzione tecnica, è un tentativo di spostare poteri dalle autorità nazionali alla Commissione Europea, un organo non eletto e non sfiduciabile. Si passa da un modello in cui AGCOM analizza i mercati e definisce rimedi, a uno più accentrato, rigido, insensibile alle differenze tra Paesi e territori.

Per noi è un punto enorme. Le reti non sono tutte uguali. L’Italia non è la Germania, la Lombardia non è la Calabria, un operatore territoriale non è un ex monopolista. Governare tutto da Bruxelles con un modello uniforme significa scrivere regole eleganti sulla carta e dannose nella pratica.

Key4biz. Qual è la seconda criticità?

Giovanni Zorzoni. La seconda criticità è il consolidamento: per decenni l’Europa ha messo al centro la concorrenza. Nel DNA emergono parole ambigue: competitività europea, campioni continentali, semplificazione. Tradotto: meno operatori, più grandi, più vicini al potere politico e finanziario. Una prospettiva che ci preoccupa.

Poi ci sono spettro, switch-off del rame, net neutrality. Le frequenze non sono rendite a vita da prorogare. Il rame va spento, ma con tempi realistici, non date calate dirigisticamente da Bruxelles, e compatibilmente con le capacità di assorbimento del sistema paese, del delivery e della realizzazione degli impianti nell’unità di tempo. La sicurezza delle catene di fornitura deve essere pura cybersecurity, non geopolitica contro l’interesse degli Stati Membri: i rapporti internazionali, e ancor più la sicurezza nazionale, sono riconosciuti dagli stessi trattati come ambiti di competenza primaria degli Stati membri! E la neutralità della rete va difesa, senza reintrodurre il “fair share” che è solo una tassa sulle piattaforme per ripianare i bilanci degli ex monopolisti, ma pretendendo che finalmente il GDPR non sia rispettato solo dalle aziende Europee.

Key4biz. Il mercato fisso rischia di restare bloccato tra rame, prezzi wholesale e migrazione alla fibra?

Giovanni Zorzoni. Il mercato non rischia di restare fermo, anzi. La direzione di questo movimento, tuttavia, dipenderà dal senso che daremo a obiettivi in realtà tutt’altro che univoci.

Da sempre, per noi “fibra ottica” significa “vera” fibra ottica, fino a dentro casa, ma altri soggetti vi ricomprendevano invece reti in misto rame. Analogamente, lo “switch-off” per noi significa passaggio alla fibra ottica, ma già abbiamo sentito letture del termine più ambigue, funzionali a far rimanere i clienti sul rame, riducendo i costi, dismettendo solo i POP, le centrali, con un enfatico -65% come si apprende dal memo Fibercop “NetBook”.

Key4biz. Cosa pensate della nuova politica di prezzo di FiberCop per l’accesso alla rete?

Giovanni Zorzoni. E’ un’altra novità dirompente, non soltanto per gli operatori al dettaglio, ma per le imprese e le famiglie italiane. Con i nuovi listini FiberCop, oggetto della Comunicazione AGCOM del 23 aprile 2026 e relativo “avvio della verifica delle proposte di FiberCop per i servizi wholesale dei Mercati 1B e 2B”, ai sensi della delibera 58/26/CONS. Dopo la qualifica di FiberCop come operatore wholesale-only – qualifica che per AIIP è erronea – vediamo proposte di aumento su servizi essenziali: componenti passive, costi di cessazione, kit, colocazione, servizi accessori. Non è una questione marginale. Sono i costi su cui gli operatori costruiscono offerte retail, investimenti e migrazioni dei clienti verso la fibra.

Key4biz. Per FiberCop si tratta della logica conseguenza del passaggio al nuovo status di operatore wholesale only, con l’adeguamento graduale dei prezzi alla media europea.

Giovanni Zorzoni. Il rischio è che il passaggio da prezzi orientati al costo a prezzi “equi e ragionevoli” diventi una deregulation di fatto. Per noi “equo e ragionevole” significa ancora dimostrabile, trasparente, coerente con i costi sottostanti. Ci sono costi di disattivazione (!) che sono aumentati dell’440% sulla vecchia rete in rame… parliamo di 50€ di disattivazione per eseguire uno shutdown di una porta su un cabinet stradale con un prezzo precedente di 10€ già esoso? Se il servizio diventa talmente caro da impedire l’uscita di un contratto o rispettare i costi del contratto già in essere con il cliente finale la libertà di scelta degli operatori diventa solo teorica. Questo si chiama lock-in economico. Punto.

Se le cosiddette fibre primarie diventano più costose perché le centrali vengono accorpate e le tratte si allungano, non siamo davanti a una maggiore prestazione richiesta dagli operatori. Siamo davanti a una scelta di rete di FiberCop scaricata sul mercato. Sono profili fortemente tecnici che difficilmente arrivano nel dibattito pubblico, ma se AGCOM non interverrà in modo deciso, a fine anno si scaricheranno sugli italiani aumenti finora impensabili nelle telecomunicazioni.

A questo si aggiunge il tema CUP (Canone Unico Patrimoniale), che profila rischi esistenziali per moltissimi operatori territoriali: alcune interpretazioni rischiano di produrre richieste sproporzionate verso aziende che non controllano grandi infrastrutture fisiche, ma rivendono o integrano servizi di accesso di terzi. Si stanno producendo esiti manifestamente irragionevoli, e e sono quasi esauriti i margini temporali per un intervento legislativo che riconduca il CUP nei parametri della proporzionalità e della non distorsività. Confidiamo che il Governo possa intervenire con un emendamento entro l’inizio di settembre, prima che si producano conseguenze occupazionali irreparabili.

Insomma, il mercato non è fermo, siamo anzi in una fase di transizione, in cui si prospettano però direzioni non necessariamente positive per il sistema paese.

Key4biz. Nel memo “NetBook” di FiberCop c’è un dato che secondo voi merita particolare attenzione?

Giovanni Zorzoni. Sì, il dato più interessante è quello sul traffico medio per linea attiva. Va letto bene, perché FiberCop precisa che si tratta delle linee che terminano sui propri apparati, escludendo quindi quelle servite da infrastrutture di altri operatori. Non è il traffico complessivo di una regione, ma il traffico che resta dentro il perimetro tecnico di FiberCop. Ed è proprio qui che il dato diventa interessante (tra l’altro questo memo fa capire perché il CUP lo devono pagare gli operatori infrastrutturali e non gli operatori retail: dimostra chi “accende i cavi”, e non ne è solo proprietario).

In diverse regioni del Nord, cioè nelle aree economicamente più forti del Paese, il traffico medio per linea risulta inferiore alla media nazionale: Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Liguria e Valle d’Aosta sono sotto il dato medio italiano. La Lombardia, che è il motore economico dello Stivale, è appena sopra. Al contrario, alcune regioni del Centro-Sud e delle isole, come Lazio, Campania, Calabria e Sicilia, risultano sopra media.

La lettura industriale, a mio avviso, è abbastanza chiara. Dove esiste più concorrenza infrastrutturale, quindi reti territoriali realizzate da operatori di AIIP, oltre a Open Fiber e Fastweb, una parte della clientela più evoluta e più esigente potrebbe essere uscita dal perimetro FiberCop. Dove invece la concorrenza infrastrutturale è più debole, o dove storicamente la rete dell’ex monopolista è rimasta dominante anche grazie a importanti piani pubblici sulla FTTC, il traffico continua a concentrarsi maggiormente su quella rete.

Non è una prova contabile di perdita di clientela, per quello servono altri indicatori: ricavi, abbandoni, ARPU, nuove attivazioni. Ma è un segnale industriale da non sottovalutare. Se nelle aree più ricche e più competitive il traffico medio sulle linee FiberCop non cresce in modo proporzionale, la domanda è inevitabile: FiberCop sta trattenendo davvero la clientela più avanzata, o sta soprattutto conservando quella ancora legata alla sua infrastruttura storica?

Key4biz. TIM e Fastweb + Vodafone hanno avviato un percorso di RAN sharing sul mobile. Che ne pensate?

Giovanni Zorzoni. Dipende dalle condizioni. La condivisione di infrastrutture mobili può avere senso nelle aree meno dense: riduce duplicazioni, accelera coperture, permette di usare meglio energia, siti e apparati. Nessuno qui vuole la religione dello spreco, con tre tralicci accanto soltanto per dimostrare che il mercato esiste. Ma il punto è un altro: quando la condivisione riguarda soggetti molto rilevanti e porzioni importanti del mercato, non può essere trattata come una semplice ottimizzazione tecnica.

Se due grandi blocchi industriali condividono porzioni significative della rete di accesso radio, allora bisogna parlare seriamente di vero wholesale mobile, non quello che abbiamo visto sinora: offerte commerciali complicate, fragili, negoziate caso per caso, che rendono la vita difficile agli operatori mobili virtuali e agli operatori territoriali. Parliamo del bistream dati su rete mobile: rinnovi di frequenze a prezzi calmierati e/o accordi di RAN sharing devono avere come imposizione il vero wholesale bistream dati della rete mobile e non certo su “slicing” a bassa velocità, bensì sulla stessa slice che i grandi operatori mettono i propri clienti.

Altrimenti il rischio è sempre lo stesso: si chiama efficienza ciò che nella pratica diventa consolidamento. Si dice che si vogliono ridurre costi per investire, poi però il mercato a valle resta chiuso o semi-chiuso. AIIP non è contraria alla cooperazione infrastrutturale quando serve. È contraria alle cooperazioni chiuse che privatizzano il controllo del mercato. Se la rete mobile diventa più condivisa, l’accesso deve diventare più aperto. Le due cose devono stare insieme, altrimenti manca metà del ragionamento.

Key4biz. Il tema dei vendor cinesi e della cybersecurity è diventato centrale. Qual è la posizione di AIIP?

Giovanni Zorzoni. La sicurezza è una cosa seria e non va trasformata, come si sta facendo da anni, in propaganda. La cybersecurity deve basarsi su criteri tecnici, oggettivi, verificabili: codice, processi, vulnerabilità, aggiornamenti, gestione delle chiavi, audit, supply chain, risposta agli incidenti. In AIIP sappiamo di cosa parliamo, perché molti di noi nel weekend fanno glitching su CPU di sistemi embedded, invece di andare a farsi una passeggiata. Se invece il criterio principale diventa la provenienza geografica del fornitore, allora siamo in un altro campo: geopolitica e sicurezza nazionale.

Sono temi legittimi, ma vanno chiamati con il loro nome, e sono temi che non possono essere accentrati nella Commissione Europea, dovendosi rispettare il principio di attribuzione sancito dai Trattati. Uno Stato membro potrebbe decidere, per ragioni geopolitiche, che certi fornitori devono essere esclusi o limitati, assumendosene la responsabilità di fronte ai propri cittadini, ma l’Unione Europea non può arrogarsi questo potere, che non le compete. Non si può scaricare tutto sugli operatori, magari piccoli e medi, che hanno comprato apparati legittimamente, li hanno installati, li gestiscono, e poi si trovano davanti a obblighi di sostituzione costosi e spesso poco proporzionati.

Inoltre la filiera tecnologica globale è molto più intrecciata di quanto piaccia raccontare. Un apparato può essere assemblato in Cina, contenere componenti americane, software europeo, chip asiatici e pezzi di supply chain sparsi in mezzo mondo. Fare finta che la sicurezza si risolva con una bandierina sul passaporto del vendor costituisce una drammatica semplificazione. La Cina è la fabbrica del mondo e non è un caso che governo americano, imprenditoria della filiera del complesso militare-tecnologico e il massimo esponente della finanza americana siano andati di persona dal presidente cinese. Noi dovremmo chiudere con l’oriente quando il paese che si suppone più industrializzato va a chiedere aiuto alla Cina? C’è un cortocircuito in termini.

AIIP chiede un approccio oggettivo e responsabile: sicurezza tecnica vera, criteri trasparenti, proporzionalità, tempi sostenibili e, quando la scelta è geopolitica, copertura pubblica dei costi. Altrimenti si usa la cybersecurity come etichetta elegante per fare politica industriale a spese degli operatori.

Key4biz. Che ruolo possono avere gli operatori territoriali e indipendenti nel futuro delle Tlc italiane?

Giovanni Zorzoni. Un ruolo da assoluti protagonisti. E non lo dico per orgoglio associativo, ma perché i numeri raccontano una storia molto più chiara di tante presentazioni patinate.

In un mercato delle telecomunicazioni che da anni fatica a trovare una traiettoria credibile, gli operatori indipendenti rappresentati da AIIP sono una delle poche componenti industriali che continua a crescere, investire, assumere e innovare. Parliamo di circa settanta imprese, attive su tutto il territorio nazionale, con un fatturato aggregato di circa 1,7 miliardi di euro: più del dieci per cento del mercato italiano di riferimento. Non è una nicchia, non è folklore territoriale, non è il “piccolo operatore” da trattare con paternalismo. È un pezzo fondamentale dell’industria digitale italiana.

Gli associati AIIP sono imprese che costruiscono fibra, gestiscono reti, realizzano data center, offrono servizi cloud, cybersecurity, connettività business, soluzioni per pubbliche amministrazioni, distretti industriali, aree artigianali, territori turistici e case sparse. Sono aziende che hanno portato Internet dove i grandi operatori non arrivavano o arrivavano soltanto quando c’erano soldi pubblici, obblighi regolatori o convenienza immediata. Noi abbiamo fatto quello che in Italia viene sempre invocato e quasi mai premiato: investimenti privati, competenze tecniche, presidio del territorio, rischio d’impresa e infrastrutture vere.

Per questo credo che gli operatori AIIP siano oggi il vero Made in Italy digitale. Non perché usiamo una bella etichetta da convegno, ma perché siamo italiani nella proprietà, nelle competenze, negli investimenti, nel personale, nei territori serviti e nella responsabilità verso i clienti. Nel momento in cui tutti parlano di sovranità digitale, cloud nazionale, sicurezza delle infrastrutture e riduzione delle dipendenze da piattaforme extraeuropee, bisognerebbe avere il coraggio di guardare dove queste cose esistono già: nelle imprese indipendenti che da trent’anni fanno rete, fibra, cloud e servizi digitali senza aspettare che qualcuno disegni per loro un grande piano salvifico.

A Bruxelles, purtroppo, si continua spesso a misurare il valore industriale in base alla dimensione del logo, alla presenza di una rete mobile o alla capacità di sedersi ai tavoli giusti. È un errore enorme. Il futuro delle Tlc italiane non sarà salvato da un campione unico, né da tre super-operatori continentali costruiti a tavolino, ma da una pluralità di reti, imprese e competenze capaci di competere, innovare e stare vicino ai clienti. La qualità non nasce dalla concentrazione; nasce dalla concorrenza vera, dalla responsabilità diretta e dalla capacità di rispondere ai territori.

La regolazione europea sembra ancora innamorata dell’economia di scala, ma continua a sottovalutare l’economia di densità, di prossimità e di specializzazione. Gli operatori indipendenti conoscono i territori, conoscono le imprese, sanno dove passa una dorsale, dove serve un collegamento ridondato, dove un distretto produttivo non può permettersi mezza giornata di fermo, dove un data center deve essere raggiungibile con fibra vera e non con promesse in formato PowerPoint, quella grande invenzione umana per trasformare il nulla in slide.

Quindi il nostro ruolo non è difensivo. Non chiediamo di essere protetti perché piccoli. Chiediamo che venga riconosciuto ciò che siamo già: una componente industriale solida, in crescita, italiana, indipendente e strategica. Se l’Italia vuole davvero avere un futuro digitale autonomo, competitivo e meno dipendente da soggetti esteri, deve partire da chi quel futuro lo sta già costruendo. E gli associati AIIP lo stanno facendo da anni, metro dopo metro di fibra, cliente dopo cliente, data center dopo data center.

Con questa intervista Key4Biz vuole continuare il dibattito sul rilancio delle Telecomunicazioni in Italia e in Europa, per cui benvengano altri contributi di autorevoli esperti e stakeholder.

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Aggiungi Key4Biz tra le tue fonti preferite

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/tlc-zorzoni-aiip-basta-assistenzialismo-regolatorio-il-rilancio-passa-da-concorrenza-cloud-e-reti-vere/573662/




5G, Germania e Spagna contro il bando Ue a Huawei e ZTE (Pechino potrebbe vendicarsi sull’AI)

Germania e Spagna si sono messi alla guida dell’opposizione nei confronti del piano della Commissione Ue di mettere al bando Huawei e ZTE, i fornitori cinesi di attrezzature di reti 5G considerati ad alto rischio cybersecurity. Lo scrive Bloomberg, aggiungendo che le autorità dei due paesi vogliono mantenere a livello nazionale il controllo delle reti. Madrid e Berlino dietro le quinte avrebbero espresso preoccupazioni sul fatto che il bando di tecnologie cinesi di Huawei e altri fornitori (ZTE) potrebbe portare al rischio di una rappresaglia da parte di Pechino.

I due paesi hanno inoltre messo in guardia sul fatto che il bando rischia di rendere più cari i piani europei per la realizzazione di un’infrastruttura di Intelligenza Artificiale.   

Il piano Ue contro fornitori extra-ue ad alto rischio per le reti 5G

La Commissione Ue ha etichettato Huawei e ZTE come “fornitori ad alto rischio” per le reti di telecomunicazioni, e Bruxelles ha chiesto agli Stati membri di escludere le due aziende dalle infrastrutture di connettività.

C’è da dire che le decisioni sulle infrastrutture vengono prese a livello di governi nazionali, ma la Commissione Ue sta spingendo per un controllo più rigoroso attraverso una revisione della sua legge sulla cybersecurity.

Le modifiche amplierebbero le valutazioni di cybersicurezza per includere i rischi di influenza di Stati esteri e di dipendenza da fornitori specifici, e renderebbero le raccomandazioni della Commissione giuridicamente vincolanti in tutta l’UE. I governi europei si trovano nel mezzo di una lotta di potere tra Stati Uniti e Cina, in bilico tra i vantaggi degli scambi commerciali con la nazione asiatica e la necessità di esaminare attentamente le fonti estere di infrastrutture critiche.

Il cancelliere Merz si sta riavvicinando a Pechino

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che in passato si era mostrato critico nei confronti di un’eccessiva dipendenza dalla Cina, ha detto quest’anno che cambierà registro spingendo per rafforzare i legami sino-tedeschi.

L’UE sta anche pianificando di proporre la revoca temporanea delle sanzioni contro un fornitore cinese di chip per rafforzare la catena di approvvigionamento del settore automobilistico.

Da anni, legislatori ed esperti di sicurezza in Europa e negli Stati Uniti esprimono preoccupazione per la possibilità che le aziende cinesi possano inserire backdoor nelle loro apparecchiature, consentendo l’accesso non autorizzato ai dati personali dei cittadini europei. Sia Huawei che ZTE hanno negato tali affermazioni e non ci sono mai state prove concrete in questo senso.

Angela Merkel e Deutsche Telekom aperti con fornitori cinesi

In passato, Angela Merkel aveva avuto un atteggiamento aperturista nei confronti delle aziende tecnologiche cinesi, in particolare con i fornitori di attrezzature di rete 5G.  Lo stesso vale per Deutsche Telekom.

Secondo Huawei la proposta di escludere i fornitori cinesi in base al loro paese di origine “viola i principi giuridici fondamentali di equità dell’UE”.

La Commissione ha stimato che le compagnie di telefonia mobile dovranno spendere dai 3,4 ai 4,3 miliardi di euro in tre anni per sostituire la tecnologia e toglierla dalle reti dove si trova attualmente montata.

Berlino e Madrid al lavoro

Un portavoce del Ministero dell’Interno tedesco ha detto che le discussioni sulla legge sulla sicurezza informatica sono in corso, aggiungendo che le consultazioni tra i ministeri sono iniziate questa settimana.

Un rappresentante della Spagna ha detto che il Paese sostiene la revisione della legge e “ritiene che gli Stati membri debbano continuare ad avere un’adeguata partecipazione al processo decisionale in merito alla presenza di determinati rischi strutturali in un Paese, un fornitore o un prodotto”.

Anche la Spagna è diventata negli ultimi anni una sostenitrice più attiva degli interessi cinesi nell’UE. Il Primo Ministro Pedro Sánchez si è recato a Pechino quattro volte in altrettanti anni per corteggiare gli investimenti cinesi in settori come i veicoli elettrici e le energie rinnovabili.

Anche la Germania si è unita a questo sforzo, nonostante i disaccordi all’interno della coalizione di governo e tra i diversi ministeri coinvolti nel processo, secondo quanto riferito da alcune fonti.

Mentre parte del governo concorda generalmente sulla necessità di ridurre la dipendenza dalla Cina, altri hanno definito l’idea una bomba politica, hanno aggiunto le fonti.

Il governo tedesco ha concordato nel 2024 di rimuovere i componenti Huawei e ZTE dalla rete mobile 5G principale entro la fine di quest’anno per motivi di sicurezza nazionale.

Mercoledì, il Ministro dell’Economia tedesco Katherina Reiche ha affermato che l’UE dovrebbe garantire che qualsiasi misura applicata al commercio con la Cina non danneggi le esportazioni del blocco verso il Paese.

“In quanto nazione esportatrice, abbiamo due interessi”, ha dichiarato Reiche ai giornalisti durante una visita a Pechino. “Dobbiamo contrastare la concorrenza sleale, ad esempio nel settore dell’acciaio e delle ferroleghe, con misure adeguate, garantendo al contempo che le nostre aziende possano continuare a esportare”.

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Aggiungi Key4Biz tra le tue fonti preferite

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/5g-germania-e-spagna-contro-il-bando-ue-a-huawei-e-zte-pechino-potrebbe-vendicarsi-sullai/573757/