Elon Musk, attacco frontale alle telco Usa. Acquisite le frequenze per il 5G

Ha fatto rumore l’acquisizione da parte di Elon Musk delle frequenze in banda 800 MHz per una somma di 8 miliardi di dollari da un fondo d’investimento. Una mossa che rivela appieno l’obiettivo del miliardario di entrare a piedi uniti nell’arena del mobile negli Usa. Lo scrive Les Echos in un’analisi che analizza il nuovo quadro.

Starlink Mobile entra a gamba tesa nel mercato del mobile

Sì perché d’ora in poi Starlink Mobile, che finora si era tenuta come dire in disparte dedicandosi soltanto alle aree non coperte e alle zone rurali, potrà puntare direttamente sui ricchi mercati urbani.

Se in Europa, per ora, Starlink non dispone ancora di frequenze cosiddette mobili, in grado di penetrare all’interno di edifici, negli Usa le cose sono cambiate dopo l’annuncio della scorsa settimana. Si ricorda che la banda 800 MHz è fatta apposta per la navigazione indoor in zone densamente popolate, come le città.

Questa acquisizione fa il paio con l’operazione da 19,5 miliardi di dollari dello scorso anno, quando Starlink rilevò le frequenze dell’operatore EchoStar.

Telco Usa a picco in Borsa

L’annuncio dell’operazione sulla banda 800 MHz fatto giovedì scorso ha subito affossato i titoli delle telco americane, che in borsa hanno ceduto rispettivamente il 7,3 % per AT&T, 6,6 % per Verizon e T-Mobile Usa, per una perdita cumulativa virtuale di 37 miliardi di dollari.

L’onda lunga delle perdite ha contagiato anche le telco europee. Deutsche Telekom (casa madre di T-Mobile), Vodafone, Orange e Telefonica hanno lasciato sul terreno rispettivamente l’8 %, il 4,5 %, il 3,4 % e il 3,3 %.

Starlink Mobile, attacco frontale alle telco Usa

L’acquisizione di licenze nella banda degli 800 MHz dal fondo statunitense Grain Management è destinata a scuotere gli operatori tradizionali: come annunciato quest’estate, Starlink Mobile sta lanciando un attacco frontale. L’azienda potrà trasmettere il segnale 5G a terra, penetrare negli edifici e garantire una copertura migliore delle aree urbane: tutti aspetti che mancavano alla sua attuale offerta mobile “direct-to-device”, basata su 700 satelliti dedicati. Gli analisti di Morgan Stanley considerano l’operazione un chiaro segnale della volontà di SpaceX di acquisire ulteriori frequenze.

Una rete ancora ridotta

Sulla carta, tuttavia, gli operatori statunitensi avevano motivi per restare tranquilli. “La banda degli 800 MHz consente di implementare il 5G, ma con velocità di trasmissione inferiori; quanto all’ampiezza di spettro acquisita – 14 MHz – non c’è da aspettarsi miracoli se confrontata con quella dei tre operatori già presenti sul mercato, che dispongono complessivamente di 1.000 MHz”, osserva Jean-Baptiste Thépaut, Principal presso Novaspace.

L’ampiezza dello spettro è paragonabile al diametro di un tubo: con una misura simile, Starlink Mobile non potrà gestire un numero elevato di abbonati simultaneamente, limitando di conseguenza la velocità di trasmissione. “Le sue ambizioni sono inoltre frenate dalle frequenze disponibili sul mercato. Le opportunità sono scarse, fatta eccezione per Anterix, che detiene 10 MHz nella banda dei 900 MHz, attualmente poco utilizzati”, aggiunge l’analista. SpaceX ha già manifestato interesse per queste risorse. E c’è da giurarci che l’intenzione sarà quella di accrescere la sua dotazione frequenziale in futuro, non appena si presenterà l’occasione, magari anche rilevando di sana pianta un operatore tradizionale.

Starlink non dispone né di antenne né di torri mobili

Inoltre, l’autorità statunitense per le telecomunicazioni (FCC) imporrà ora a Starlink l’effettivo utilizzo delle nuove frequenze. Tuttavia, l’aspirante operatore mobile non dispone né di antenne 5G a terra né di torri di trasmissione. Secondo Jean-Baptiste Thépaut, interpellato da Les Echos, “l’azienda potrebbe cercare di far riconoscere l’uso della tecnologia satellitare per rispettare le prime scadenze normative, guadagnando così tempo prezioso per implementare una vera e propria rete mobile terrestre”.

Serve l’appoggio delle tower company

Implementare l’infrastruttura significa installare antenne sui tralicci delle cosiddette “towerco”, società il cui modello di business punta proprio a massimizzare il numero di locatari per sito… e che avrebbero quindi tutto l’interesse a ospitare le antenne 5G di Elon Musk. “Gli operatori storici non ne hanno alcun interesse e potrebbero esercitare pressioni contrarie”, osserva l’analista.

Un nuovo status

Quanto alla costruzione di torri proprietarie, sebbene non sia un’impresa spettacolare come il lancio di una costellazione spaziale, si tratta di un’operazione costosa, soprattutto su un territorio vasto come quello statunitense. Secondo gli analisti di Bernstein, per realizzare una rete mobile nazionale credibile negli Stati Uniti, SpaceX dovrebbe investire 70 miliardi di dollari e installare 57mila siti nell’arco di otto anni. A Wall Street, le società American Tower, Crown Castle e SBA Communications hanno registrato rialzi compresi tra il 6,7% e l’8,3%, spinte dalla prospettiva di nuovi ricavi da locazione.

Minaccia concreta: Starlink potrebbe partecipare alle prossime aste frequenze negli Usa

Sebbene restino ancora molti passi da compiere, la minaccia per gli operatori “tradizionali” è concreta. “Questa acquisizione permetterà a SpaceX di entrare nel mercato delle telecomunicazioni terrestri e di acquisire un nuovo status”, sottolinea l’analista. Elon Musk si siede così al tavolo degli operatori mobili tradizionali e potrebbe partecipare alle prossime aste per le frequenze organizzate dalla FCC.

Nuove aste in arrivo negli Usa

Il calendario potrebbe giocare a suo favore: il 29 ottobre, l’autorità di regolamentazione delle telecomunicazioni dovrà pronunciarsi sull’asta per un blocco di frequenze da 25 MHz, suddiviso tra le bande 1.675-1.695 MHz e 2.020-2.025 MHz. Una nuova opportunità per SpaceX di ampliare il proprio portafoglio di frequenze, anche se si preannuncia una forte concorrenza da parte di Amazon Leo e AST SpaceMobile.

Starlink sta di fatto diventando il quarto operatore mobile negli Usa

“Starlink sta diventando di fatto il quarto operatore mobile degli Stati Uniti; Elon Musk sta mettendo piede nel settore e ciò che conta è la mossa strategica. Non entra in questo mercato solo per una porzione così ridotta di spettro. D’ora in poi adotterà una strategia opportunistica sistematica di acquisizione di frequenze, o arriverà addirittura ad acquisire un operatore”, osserva Stéphane Lelux, CEO della società di consulenza Tactis.

Aggiunge inoltre che la porzione di spettro acquisita oggi ha anche una valenza commerciale, poiché “Starlink potrà raggiungere gli attuali clienti della telefonia mobile senza necessità di aggiornamenti hardware”. Si tratta di clienti potenzialmente attratti dalla “potenza di marketing di Musk, che potrebbe integrare il suo chatbot Grok nei piani tariffari mobili”, prosegue l’analista.

Infine, secondo l’esperto, “un operatore già presente sul mercato potrebbe voler stipulare un accordo di roaming con Starlink”, rappresentando questa l’unica soluzione per ritrovare slancio in un mercato ormai maturo. E per Elon Musk, significherebbe raggiungere una massa critica, “come Orange e Free nel settore mobile”.

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Frequenze TLC, Labriola sfida l’Antitrust. Ma il BEREC frena: più scala non è sinonimo di più investimenti

Ha fatto rumore l’attacco dell’amministratore delegato di Tim Pietro Labriola contro il parere dell’Antitrust sullo schema di rinnovo delle frequenze in scadenza nel 2029 allo studio dell’Agcom, che ha proposto un rinnovo gratuito in cambio di impegni di investimento in nuove reti 5G standalone. Sulla linea di Labriola si sono schierati l’ad di Wind Tre Gianluca Corti, il Ceo di Fastweb + Vodafone Walter Renna e Asstel, l’associazione che rappresenta il mercato italiano delle Tlc, presieduto dallo stesso Labriola: “L’assegnazione non onerosa è condizione per sostenere gli investimenti nelle reti del futuro”. Anche la tower company Cellnex ha detto la sua, aggiungendo un ulteriore aspetto al dibattito, vale a dire la necessità di premiare non soltanto gli invesitmenti, ma anche la condivisione delle reti.

BEREC: meno operatori non significa in automatico più investimenti

Ma al di là della segnalazione dell’AGCM vale la pena prendere in considerazione anche il punto di vista del BEREC, l’organismo europeo che raccoglie i regolatori della Ue compresa l’AGCOM, che in tema di consolidamento e scala maggiore nel mercato delle TLC è molto prudente, per non dire scettica, non vedendo nesso e un automatismo fra la presenza di meno operatori e maggiori investimenti nella Ue. Una visione molto diversa, espressa in un report appena sfornato ma dal titolo quanto mai azzeccato: Europe’s Telecom Reality Check BEREC Fact finding report on connectivity, competition and regulatory highlights in different jurisdictions. Il mercato delle TLC ha davvero bisogno di un reality check. Di seguito le diverse posizioni emerse.  

Labriola su frequenze, parere Antitrust si basa su concorrenza soltanto numerica

“Il recente parere di Agcm sul rinnovo dei diritti d’uso delle frequenze mobili pone una questione che va ben oltre lo spettro. Riconosce la necessità di certezza regolatoria, continuità dei servizi e valorizzazione degli investimenti già effettuati. Ma propone un rinnovo solo parziale delle frequenze, una gara per la parte restante e possibili cap per gli operatori che beneficiano maggiormente del rinnovo.

Alla base sembra esserci ancora un’idea di concorrenza essenzialmente numerica: 4 operatori sono meglio di 3, 5 sono meglio di 4. Un’impostazione che per anni ha orientato le politiche, ma oggi è messa in discussione in Europa e a livello internazionale. Il numero degli operatori, da solo, non dice quanto un mercato sia competitivo né capace di investire”. A intervenire sul tema del rinnovo delle frequenze mobili in scadenza nel 2029 è Pietro Labriola, amministratore delegato di Tim, sul suo profilo Linkedin.

Per il BEREC una maggior concentrazione non garantisce maggiori investimenti

Ma il rapporto del BEREC, pubblicato il 6 ottobre, al capitolo 6 Consolidation trends and implications for telecoms, avverte: “una maggiore concentrazione non garantisce più investimenti, innovazione o competitività. E le fusioni possono tradursi in prezzi più alti per i consumatori”.

Labriola, qual è la nostra politica industriale per le telecomunicazioni?

“La domanda allora diventa: qual è la nostra politica industriale per le telecomunicazioni? La concorrenza è fondamentale, ma non può essere separata dalla sostenibilità economica degli investimenti. E c’è una contraddizione. Questa indicazione arriva proprio mentre l’Europa, per accelerare la digital transformation e recuperare il gap rispetto a Stati Uniti e Cina, indica una direzione diversa: più investimenti, maggiore scala, maggiore prevedibilità regolatoria e orizzonti più lunghi per l’utilizzo dello spettro”.

L’Europa, prosegue Labriola, “chiede agli operatori di accelerare gli investimenti in 5G Stand Alone, edge, cloud, AI e, domani, 6G. Ma gli investimenti richiedono capitale. E il capitale richiede un ritorno. Se la concorrenza viene spinta fino al punto da rendere strutturalmente insufficiente il ritorno sugli investimenti, non stiamo più parlando soltanto di un mercato competitivo, ma trasformando progressivamente un’attività industriale in un servizio universale. E un servizio universale qualcuno deve pagarlo”.

Può pagarlo, dice Labriola, “il consumatore. Lo Stato attraverso la fiscalità generale. Istituzioni pubbliche, fondi europei o altri meccanismi di sostegno. Ma non possiamo pensare che a finanziarlo strutturalmente siano gli operatori. Sono imprese private: raccolgono capitale sul mercato e devono remunerarlo. Se il ritorno non è adeguato, nel tempo il capitale va altrove”.

Questo “è il punto che spesso manca nel dibattito europeo sulle telecomunicazioni. Non possiamo chiedere contemporaneamente più investimenti, reti più performanti, più copertura, più resilienza e più sovranità digitale senza porci la domanda fondamentale: chi remunera il capitale necessario per realizzarli?”

La questione, conclude l’amministratore delegato di Tim, quindi non è scegliere tra concorrenza e investimenti, ma costruire una concorrenza che produca investimenti e attragga capitale, invece di allontanarlo. Se vogliamo recuperare il gap digitale con Stati Uniti e Cina, questa non è più soltanto una questione regolatoria. È una scelta di politica industriale”.

Tlc: Corti, su frequenze bene Labriola, serve sostenibilità economica

Gianluca Corti, amministratore delegato di Wind Tre, condivide il parere di Pietro Labriola, amministratore delegato di Tim, sul nodo del rinnovo frequenze. “Il rinnovo delle frequenze – aggiunge sul suo profilo Linkedin commentando il post di Labriola – è un passaggio decisivo per il futuro delle telecomunicazioni e la digitalizzazione del Paese. È la pietra angolare di una politica industriale strutturale, coerente con il Digital Networks Act, che leghi il rinnovo a investimenti verificabili sulle infrastrutture. Reti più performanti, maggiore copertura, resilienza richiedono capitali. Per attrarli servono sostenibilità economica, certezza e stabilità regolatoria”.

Tlc, Renna: frequenze senza oneri ma con investimenti

Un rinnovo non oneroso delle frequenze, legato però a precisi obblighi di investimento, può diventare uno strumento per rilanciare il settore delle telecomunicazioni e sostenere lo sviluppo di reti più sicure e resilienti. Così Walter Renna, Ceo di Fastweb + Vodafone a Wave by Vento, alle Ogr di Torino.

“Abbiamo una grande occasione per rilanciare il settore che è arrivato a un bivio. Abbiamo bisogno di investimenti per garantire performance e sicurezza delle reti”, ha detto Renna. “Il tema dello spettro diventa quindi uno snodo centrale: un rinnovo non oneroso delle frequenze ma legato a specifici obblighi di investimento è una occasione unica per garantire la sostenibilità dell’industry e innescare un ciclo virtuoso di investimenti e occupazione, garantendo reti sempre più resilienti e affidabili”, ha aggiunto.

Asstel: “L’assegnazione non onerosa è condizione per sostenere gli investimenti nelle reti del futuro”

“Già da luglio dello scorso anno, con il Manifesto per la crescita digitale dell’Italia, l’Associazione ha richiamato l’attenzione sull’esigenza di evitare una ulteriore estrazione di valore dagli Operatori dopo quelle già avvenute in passato, valorizzando invece l’impegno degli operatori ad investire per dotare il Paese di infrastrutture all’avanguardia.  

Per questo, a prescindere dalle modalità di assegnazione che verranno scelte, Asstel ritiene che il processo debba essere orientato all’allocazione non onerosa della risorsa frequenziale e a obblighi chiari di investimento, presupposto essenziale per consentire agli operatori di essere in condizione di sostenere il ciclo di investimenti e garantire all’intero Paese la disponibilità di reti più capillari, più avanzate, ad iniziare dal 5G Stand Alone, e a maggiore capacità, a beneficio di imprese cittadini e pubblica amministrazione”. Così Asstel Assotelecomunicazioni in una nota

Cellnex: premiare anche la condivisione delle reti

Essendo il principale operatore indipendente di infrastrutture per le telecomunicazioni nel nostro Paese, Cellnex condivide le preoccupazioni della filiera, ma aggiunge un elemento cruciale al dibattito: la necessità di premiare non solo gli investimenti, ma anche la condivisione delle reti (sia fisiche che spettrali) come vera chiave per l’efficienza.

“Indipendentemente dalle modalità che verranno individuate per l’assegnazione delle frequenze, in Cellnex Italia supportiamo modelli di allocazione non onerosi – o volti a minimizzare gli oneri – che premino impegni concreti di investimento e il rispetto di rigorosi parametri di qualità del servizio. Riteniamo inoltre fondamentale introdurre meccanismi premianti che incentivino l’utilizzo efficiente dello spettro e la condivisione delle risorse, sia fisiche sia spettrali. Al contrario, aste di natura puramente speculativa e basate unicamente sulla leva del prezzo finirebbero per drenare risorse vitali da una filiera che già fatica a sostenere i costi necessari per garantire copertura e innovazione, con il forte rischio di rallentare il percorso di digitalizzazione del Paese”. Così in una nota Federico Protto, CEO di Cellnex Italia.

Il parere (diverso) del BEREC

Interessante nel dibattito la posizione differente del BEREC, secondo cui un consolidamento fuori controllo nel mercato delle TLC potrebbe portare alla nascita di “oligopoli dominati da pochi grandi operatori”, si legge. Una scala maggiore in sé non è sinonimo di una performance migliore delle reti. Non c’è una correlazione automatica fra un maggior consolidamento del mercato e benefici in termini di qualità, prezzo e innovazione.

Pescando dal capitolo 6 sui trend di consolidamento nel mercato europeo delle TLC, il regolatore scrive che “dall’esperienza empirica dei mercati delle TLC non emerge che manchino di efficienza a causa di una carenza di scala” e più importante ancora “la concorrenza o le policy sulla concorrenza non sono un ostacolo al consolidamento”.

La scala maggior finora “non ha portato i benefici attesi”.

Il caso Vodafone e Telefonica

A sostegno della sua tesi il BEREC porta l’esempio di Vodafone, che negli ultimi anni lungi dall’accrescere la sua dimensione ha ceduto varie parti del suo business, e Telefonica, che ha fatto lo stesso soprattutto in America Latina. Due casi che, secondo il BEREC, dimostrano come la scala globale non sia l’unico fattore rilevante per gli operatori nella loro gestione operativa.

Consolidamento già possibile

Un altro aspetto evidenziato nel report del BEREC è che già adesso, nel quadro attuale, il consolidamento nazionale è già ampiamente percorribile. Gli esempi di merger recenti sono quelli di Orange e MasMovil in Spagna nel 2024, quello di United Group e Wind Hellas in Grecia nel 2021 e in Uk quello fra Vodafone e Three del 2025. Senza dimenticare in Italia quello fra Fastweb e Vodafone.

Secondo il BEREC più operatori maggiori investimenti

Un dato particolarmente significativo è lo studio Lear et al. (2024), citato dal BEREC: un operatore mobile in più è associato a una riduzione del 7% dell’ARPU medio e a un incremento del 10% degli investimenti nazionali nelle telecomunicazioni mobili. Si tratta di associazioni empiriche, non di effetti causali garantiti, ma certamente non supportano l’assunto secondo cui meno operatori significhino necessariamente più investimenti.

In sintesi

Il BEREC contesta l’equazione secondo cui meno operatori equivalgono a maggiore scala, la quale a sua volta produrrebbe più investimenti, efficienza e competitività. La dimensione ottimale deve dipendere dalle concrete opportunità di mercato e dalle effettive sinergie conseguibili, non essere perseguita come obiettivo in sé. In assenza di benefici dimostrabili, una maggiore concentrazione rischia invece di tradursi soprattutto in prezzi più elevati e in un indebolimento della pressione concorrenziale, senza miglioramenti comprovati degli investimenti e delle prestazioni delle reti.

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Come pagano davvero gli italiani: cinque profili nell’era dei pagamenti digitali

La digitalizzazione dei pagamenti va avanti in Italia, anche se, a quanto sembra, non segue un percorso unico. È questa la principale indicazione dello studio How do you pay? Consumer profiling through payment diaries and Artificial Intelligence, pubblicato il 6 ottobre dalla Banca d’Italia.

Le autrici, Giorgia Rocco e Camilla Savarese, hanno utilizzato i dati dell’indagine SPACE 2024 dell’Eurosistema per costruire una classificazione dei consumatori italiani sulla base delle loro abitudini di pagamento. Il campione oggetto d’analisi comprende 4.088 persone, che nei diari compilati per la ricerca hanno totalizzato 8.050 acquisti nei punti vendita, 2.837 transazioni online e 397 pagamenti tra privati.

Combinando valutazione umana, Large Language Models e algoritmi di apprendimento supervisionato, la procedura non si è limitata a misurare quanto contante o quante carte vengano utilizzati, ma ha individuato una serie di comportamenti ricorrenti mettendo insieme strumenti, canali di acquisto, accesso ai servizi finanziari e l’atteggiamento verso le nuove tecnologie. Il risultato è una suddivisione in cinque gruppi: il più numeroso è quello dei Traditionalists, che rappresenta il 50,2% del campione; si tratta persone pienamente inserite nel sistema bancario, utilizzano contante e carte negli acquisti fisici e ricorrono poco ai pagamenti online o tramite smartphone.

Al secondo posto, con il 24%, si trovano i Digital-only users, che non utilizzano il contante e si affidano agli strumenti digitali. Seguono i Well-connected users, pari al 14,6%, che rappresentano il gruppo maggiormente integrato nell’economia digitale e utilizzano con maggiore flessibilità strumenti e canali diversi. I Cash lovers, il 6,6%, ricorrono invece quasi esclusivamente al contante; infine ci sono i Bank-tech skeptics, il 4,6%, che utilizzano soprattutto contante e carte prepagate e presentano una partecipazione più limitata al sistema bancario. La fotografia restituita dalla Banca d’Italia è quindi meno lineare di quella suggerita dalla semplice crescita dei pagamenti elettronici: metà della popolazione mantiene un comportamento tradizionale, mentre l’assenza del contante caratterizza meno di un quarto dei consumatori.

Cinque profili, cinque abitudini diverse

La distinzione diventa ancora più interessante quando si osservano i comportamenti associati ai cinque profili. Magari sfatando un po’ di miti: ad esempio, essere senza contante non significa necessariamente essere un utente avanzato della tecnologia. I Digital-only users hanno eliminato il contante, ma il loro ricorso agli altri strumenti digitali rimane inferiore rispetto a quello dei Well-connected users, che utilizzano in modo più articolato carte, pagamenti mobili, acquisti online e transazioni nei punti vendita.

La Banca d’Italia individua quindi due forme diverse di digitalizzazione: una legata soprattutto all’abbandono del contante e una caratterizzata dall’integrazione di più strumenti e canali. Il gruppo dei Traditionalists si colloca al centro di questa trasformazione: dispone degli strumenti bancari ordinari e mostra una certa apertura verso l’home banking e i pagamenti istantanei, pur mantenendo abitudini consolidate negli acquisti quotidiani. All’estremo opposto, Cash lovers e Bank-tech skeptics presentano livelli molto più bassi di integrazione finanziaria e digitale: tra loro risultano meno diffusi i conti bancari, i prodotti di risparmio, i prestiti e gli strumenti di investimento, mentre l’interesse per innovazioni come i pagamenti istantanei e le cripto-attività è quasi assente.

La distribuzione dei profili, chiaramente, segue anche differenze generazionali ed economiche: la Gen Z è maggiormente rappresentata tra Well-connected e Digital-only users, mentre gli over 65 sono più presenti tra Cash lovers e Bank-tech skeptics. Questi ultimi due gruppi presentano inoltre una maggiore incidenza di persone con redditi bassi e livelli di istruzione inferiori alla media, laddove i Well-connected tendono invece a essere più giovani, più istruiti e con una maggiore presenza di redditi elevati. Anche la geografia pesa: i Bank-tech skeptics mostrano una presenza superiore alla media nelle regioni meridionali. Il quadro suggerisce che le modalità con cui si paga dipendono anche dalla posizione economica, dall’età e dal rapporto con il sistema bancario, visto che la scelta del contante può riflettere preferenze personali, mentre in altri casi si accompagna a condizioni di accesso più limitate. In questo scenario, anche la convenienza economica delle infrastrutture digitali può diventare rilevante: per chi sta valutando una soluzione adeguata per utilizzare servizi bancari e pagamenti online, i comparatori di conti correnti di SOStariffe.it consentono di verificare disponibilità e condizioni delle diverse tecnologie nella propria zona.

Come si paga in negozio e sul web

La ricerca mostra poi quanto siano differenti i comportamenti a seconda del contesto in cui avviene il pagamento: nei punti vendita fisici il contante continua ad avere un ruolo dominante, mentre negli acquisti online carte e strumenti mobili assumono una posizione molto più importante. Se le transazioni tra privati presentano una distribuzione più equilibrata fra contante, carte e pagamenti mobili, anche le carte prepagate conservano una presenza significativa nei diversi contesti, un dato che le autrici collegano anche alla possibilità di utilizzarle senza aprire necessariamente un conto bancario. È proprio questa varietà a rendere poco efficace una lettura basata sulla semplice opposizione fra contante e pagamenti digitali: un consumatore può utilizzare una carta ogni giorno, acquistare occasionalmente online e continuare a preferire le banconote per gli acquisti nei negozi. Un altro può avere eliminato completamente il contante senza utilizzare in modo particolarmente intenso le soluzioni più innovative, o un terzo può utilizzare simultaneamente più strumenti e canali, adattandoli alla situazione, e così via.

Lo studio prova inoltre a misurare quanto siano nette le categorie individuate: la classificazione principale assegna ciascun individuo a un solo profilo, mentre una seconda analisi utilizza una classificazione probabilistica per considerare i casi in cui i comportamenti si sovrappongono. È un passaggio metodologico rilevante, perché le abitudini di pagamento non producono necessariamente confini netti; inoltre, la ricerca utilizza l’intelligenza artificiale per studiare un fenomeno nel quale l’intelligenza artificiale stessa sta contribuendo a modificare le modalità di pagamento. Il dato più interessante, però, resta quello comportamentale, visto che la tecnologia non produce un unico consumatore digitale, bensì percorsi diversi, che possono fermarsi alla carta, arrivare ai wallet e ai pagamenti mobili oppure conservare un ruolo significativo per il contante.

Pagamenti più veloci o più sicuri?

Questa articolazione diventa importante anche guardando alle innovazioni che potrebbero arrivare nei prossimi anni, e infatti la Banca d’Italia richiama esplicitamente il progetto dell’euro digitale e osserva che la progettazione delle future infrastrutture di pagamento dovrà considerare le differenze fra i gruppi di consumatori.

Per chi è già abituato a utilizzare diversi strumenti digitali, la velocità e le nuove funzionalità rappresentano elementi importanti; per le persone che conservano abitudini più tradizionali acquistano invece maggiore peso la semplicità, la fiducia, il costo e la possibilità di utilizzare sistemi familiari. La ricerca rileva infatti che i Well-connected users presentano il maggiore interesse verso l’innovazione e attribuiscono più importanza a caratteristiche come nuove funzionalità, velocità e sicurezza. I gruppi maggiormente legati alle modalità tradizionali mostrano preferenze differenti, con una maggiore attenzione alla semplicità e all’affidabilità.

La questione riguarda quindi anche il modo in cui verranno progettati i servizi finanziari del futuro: una tecnologia può essere disponibile senza essere adottata dalla maggioranza della popolazione, così come un pagamento può diventare digitale senza trasformare radicalmente le abitudini di chi lo utilizza. Per questa ragione la persistenza del contante continua ad avere rilievo anche in un sistema nel quale le alternative elettroniche sono ormai ampiamente disponibili, tanto che cash lovers e Bank-tech skeptics costituiscono insieme l’11,2% del campione e presentano livelli di integrazione finanziaria inferiori alla media: per questi consumatori l’abbandono del contante può avere implicazioni diverse rispetto a quelle che presenta per un utente già pienamente inserito nell’ecosistema bancario digitale.

È un processo nel quale cambiano strumenti, competenze, accesso ai servizi e comportamenti, con velocità differenti tra gruppi della popolazione; l’euro digitale dovrà inserirsi in questo paesaggio già articolato, e la sua diffusione dipenderà anche dalla capacità di rispondere a esigenze molto diverse, senza presupporre che chi ha smesso di usare il contante sia automaticamente un utente avanzato delle tecnologie finanziarie.

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6G, 2,4 miliardi di connessioni globali entro il 2035 (un quarto in Europa)

Il primo miliardo di connessioni 6G entro il 2033 secondo GSMA

Le reti 6G sono in arrivo. Se ne parla da molto tempo, sono stati eseguiti i primi test, ma entro il 2030 si attendono i lanci commerciali veri e propri. È quanto assicurato dagli studiosi della GSMA Intelligence, che si aspettano 50 milioni di connessioni mondiali in 6G già per il 2030.

Dalla fine del decennio in poi inizierà ufficialmente la transizione delle telecomunicazioni mobili di nuova generazione, che vedrà coesistere 5G e 6G. Le stime della GSMA sono più che ottimiste, con un trend di crescita notevole delle connessioni 6G che passeranno rapidamente da 275 milioni nel 2031 a 740 milioni nel 2032.

Il primo miliardo di connessioni 6G si dovrebbe raggiungere già nel 2033, per poi raddoppiare nel 2034 e attestarsi quindi a 2,4 miliardi nel 2035.

Una cavalcata notevole su scala globale, quella attesa dai ricercatori britannici, trainata dalla domanda di rete e dalla crescita del traffico dati, che è stimato passare dagli attuali 144 exabyte (EB) mensili ai 604 di fine 2035.

AI primo driver del boom di connessioni 6G

I principali driver sono al momento i video, ma presto la fonte principale di traffico sarà rappresentata dall’intelligenza artificiale (AI), seguita dalla realtà estesa (XR), che abiliterà sempre nuove applicazioni in termini di fotocamere, sensori e apparecchiature esterne collegate in wireles con smartphone o pc.

L’AI è destinata a influenzare lo sviluppo del 6G lungo due direttrici. Da un lato, le reti dovranno supportare un numero crescente di applicazioni e dispositivi basati sull’AI; dall’altro, la stessa intelligenza artificiale dovrebbe diventare sempre più integrata nel funzionamento delle infrastrutture di rete.

Questa evoluzione potrebbe consentire una maggiore automazione di funzioni come l’allocazione delle risorse, l’ottimizzazione delle reti e la gestione dei consumi energetici.

Anche la Next G Alliance individua nelle cosiddette reti AI-native, cioè progettate fin dall’origine per integrare l’intelligenza artificiale, un elemento centrale della propria roadmap per il 6G. L’obiettivo è migliorare robustezza, prestazioni ed efficienza delle reti, mentre diventano sempre più complessi i tipi di traffico da gestire, le architetture di implementazione e gli scenari di utilizzo dello spettro radio.

L’alba di una nuova industria?

In questo modo si va a modificare direttamente la natura della domanda di rete, perché i device connessi creano, modificano e tramettono contenuti continuamente, accelerando la crescita di capacità di uplink, il potenziale di latenza e il livello di affidabilità.

Più in generale, il 6G punta a una maggiore integrazione tra comunicazioni e capacità di calcolo, all’impiego di nuove tecnologie radio e nuove porzioni di spettro, alla connettività di una gamma più ampia di dispositivi e ambienti e a livelli più elevati di automazione delle reti.

Il valore del 6G potrebbe quindi andare ben oltre un ulteriore aumento della velocità di download degli smartphone. Per l’industria, la questione più importante sarà capire se queste nuove capacità riusciranno a tradursi in nuovi servizi, maggiore efficienza delle reti e casi d’uso commercialmente sostenibili, difficili da realizzare con le infrastrutture di telecomunicazione attuali.

Un traffico dati quattro volte superiore a quello attuale, servirà più spettro e reti automatizzate

Il traffico dati, inoltre, è destinato a crescere a un ritmo annuo di circa il 15% nel prossimo decennio, secondo quanto riportato dallo studio. In questo modo, entro il 2035 le reti dovranno gestire un volume di traffico più di quattro volte superiore a quello attuale. Per far fronte a questa domanda sarà necessaria una combinazione di maggiore efficienza delle reti, capacità aggiuntiva e nuove risorse di spettro.

Per quanto riguarda la quantità di spettro necessaria, l’analisi Vision 2040 della GSMA stima che, tra il 2035 e il 2040, potrebbero servire 2-2,5 GHz di spettro nelle bande medie (mid-band) per soddisfare la domanda nelle aree ad alta densità di popolazione. Il fabbisogno potrebbe salire a 2,4-3,3 GHz nei Paesi caratterizzati da una domanda più elevata.

A titolo di confronto, nella maggior parte dei Paesi oggi è destinato ai servizi mobili circa 1 GHz di spettro nelle bande medie. L’analisi indica quindi la necessità di 1-2 GHz aggiuntivi di spettro mid-band, parallelamente a ulteriori miglioramenti dell’efficienza spettrale e a una maggiore densificazione delle reti.

L’Europa sembra già muoversi nella direzione di uno sfruttamento più efficiente della capacità di spettro comunitaria. Lo spettro radio potrebbe diventare, ad esempio, uno dei nuovi strumenti con cui l’Unione europea potrebbe finanziare la propria autonomia tecnologica. Secondo la proposta elaborata dal presidente dell’Eurogruppo e ministro greco Kyriakos Pierrakakis, si potrebbe creare di una sorta di “Unione europea dello spettro”, attraverso la quale una parte dei ricavi delle future assegnazioni nazionali delle frequenze 6G verrebbe destinata a investimenti comuni nelle tecnologie strategiche.

Oltre la metà delle connessioni in Nord America, un quarto in Europa

L’esplosione delle connessioni 6G non sarà comunque omogena e uniforme su scala planetaria, ma a velocità differenziate da continente a continente e soprattutto sarà concentrata in alcuni Paesi. Ad esempio, ci si aspetta che oltre la metà delle connessioni sarà attivata in Nord America entro il 2035, più di un terzo in Asia e circa un quarto in Europa.

Differenze anche notevoli, legate ad un diverso ritmo dei cicli tecnologici (3G>4G>5G>6G). Molti paesi sono ancora impegnati nella maturazione delle reti 4G, altri nel passaggio dal 4G al 5G, altri ancora nella diffusione capillare del 5G, una parte invece sfrutterà una buona copertura 5G per effettuare il primo salto nello standard 6G.

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Marco Nespolo nominato Amministratore Delegato di FiberCop. Massimo Sarmi resta Presidente

Il Consiglio di Amministrazione di FiberCop ha nominato Marco Nespolo Amministratore Delegato, con effetto dal 12 ottobre 2026.

Massimo Sarmi, che ricopre la carica di Presidente di FiberCop dal novembre 2020 e ha svolto anche il ruolo di Amministratore Delegato da gennaio 2025, continuerà nel suo ruolo di Presidente, garantendo continuità nella governance mentre la società prosegue lo sviluppo della rete nazionale in fibra ottica.

Nella seduta di oggi il Cda ha riconosciuto che sotto la guida di Massimo Sarmi la separazione di FiberCop è stata realizzata con successo, il PNRR è stato completato integralmente e una storica infrastruttura in rame si sta trasformando in una moderna rete ad accesso aperto.

Chi è Marco Nespolo

Marco Nespolo arriva dal gruppo Fedrigoni, società italiana specializzata in carte speciali per il packaging di lusso e le etichette premium per il vino, terzo operatore mondiale nel mercato dei materiali autoadesivi, e tra i primi operatori mondiali dei supporti RFID.

CEO del gruppo dal novembre 2018, Marco ha guidato la sua profonda trasformazione strategica, industriale ed organizzativa, ed il percorso di forte crescita internazionale anche tramite numerose acquisizioni. Prima di Fedrigoni, Marco è stato CEO del Gruppo Cerved, principale operatore italiano nel settore dei servizi e delle informazioni a supporto dei processi di gestione del credito. E’ entrato in Cerved nel 2013, prima come Direttore Generale Operativo e poi come CEO, e ne ha guidato la crescita sia organica che per acquisizioni, oltre che la transizione, dopo la quotazione nel 2014, a vera public company.

Nespolo ha iniziato la sua carriera nel 1997 come analista finanziario in Citibank, successivamente è passato alla consulenza strategica in Bain & Company tra il 1998 ed il 2005. Tra il 2005 ed il 2013 ha lavorato in Bain Capital Private Equity a Londra, dove si è occupato di sviluppo e creazione di valore post-acquisizione delle aziende in portafoglio in svariati settori e geografie a livello globale, assumendone in alcuni casi ruoli di leadership ad interim. Classe 1973, Marco ha una laurea magna cum laude in Economia Aziendale conseguita all’Università Bocconi di Milano nel 1996.

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AI, la vera sfida delle telco è ripensare il modo di lavorare. A rischio il 75% dei dipendenti nei prossimi 5 anni

L’intelligenza artificiale promette di cambiare radicalmente il settore delle telecomunicazioni. Ma per le telco la sfida non sarà semplicemente adottare nuove tecnologie: sarà ripensare organizzazione, competenze e modelli di business per riuscire a trasformare l’AI in valore. È quanto emerge dall’ultima edizione del Telco of Tomorrow di EY-Parthenon, realizzata intervistando una novantina di executive di aziende di telecomunicazioni.

Quasi tutti si aspettano un forte impatto dell’AI

Le aspettative sono particolarmente elevate. Il 97% dei dirigenti intervistati ritiene che l’intelligenza artificiale produrrà importanti aumenti di produttività entro i prossimi cinque anni. Il 78% si spinge oltre, prevedendo un possibile raddoppio dei livelli di efficienza.

Le telco stanno concentrando gli sforzi soprattutto sull’assistenza clienti e la risoluzione dei problemi, area indicata dal 92% degli intervistati. Seguono l’ottimizzazione delle reti (67%) e il potenziamento e la personalizzazione dei servizi (38% ciascuno).

Il potenziale, dunque, è considerato enorme. Ma altrettanto significativi sono gli ostacoli.

Budget e competenze sono i principali freni

Per il 54% degli executive, uno dei problemi principali è rappresentato dai vincoli di budget. Il 43% segnala invece una carenza di competenze adeguate.

A complicare ulteriormente il percorso di trasformazione c’è la difficoltà di allineare tecnologia e strategia aziendale. Il 34% dei manager considera infatti la mancanza di una direzione strategica sufficientemente chiara un ostacolo importante.

“Le telco non sono a corto di opportunità di crescita”, osserva Cédric Foray, EY Global Telecommunications Sector Leader. La vera difficoltà, secondo il manager, consiste nel disporre dei modelli operativi, delle competenze e della chiarezza strategica necessari per coglierle.

In altre parole, acquistare e implementare tecnologie AI non sarà sufficiente. Il valore arriverà dalla capacità di far evolvere contemporaneamente strategia, persone e organizzazione.

La nuova frontiera è oltre la connettività

C’è poi un altro elemento che emerge dalla ricerca: la necessità per le telco di trovare nuove fonti di crescita al di fuori dei tradizionali servizi di connettività.

Il 50% degli intervistati considera i servizi non-core un importante motore di crescita, una percentuale in aumento rispetto al 34% rilevato da EY nel 2024.

E il cambiamento potrebbe accelerare: il 47% dei dirigenti indica infatti il ripensamento dei modelli di business per favorire la crescita nei servizi non-core tra le principali priorità strategiche dei prossimi cinque anni.

Le aree indicate da EY comprendono cybersecurity, sovereign cloud, infrastrutture per l’AI e GPU-as-a-Service.

In questi mercati le telco possono contare su alcuni asset difficili da replicare: infrastrutture, marchi conosciuti e relazioni consolidate con i clienti.

L’AI cambia anche il lavoro

La trasformazione più profonda, però, potrebbe riguardare proprio le persone.

Secondo EY, il 69% dei dirigenti prevede che circa tre quarti della forza lavoro dovrà essere riqualificata o sostituita nei prossimi cinque anni, mentre le aziende passeranno a modelli operativi sempre più basati sull’AI.

Per diventare operatori realmente AI-native, quindi, il reskilling non sarà un elemento accessorio, ma una componente centrale della strategia.

Philippe Ensarguet, VP Cloud and Software Engineering di Orange, ha recentemente sottolineato l’importanza di upskilling e reskilling, evidenziando come la gestione dei progetti di AI e la supervisione dei sistemi di AI agentica richiedano nuove competenze.

Allo stesso tempo, queste competenze devono essere integrate con una conoscenza profonda delle reti e dei processi aziendali: automatizzare significa infatti sapere prima di tutto cosa automatizzare e come farlo.

Non basta aggiungere l’AI ai processi esistenti

La difficoltà, però, non riguarda soltanto la formazione. Le telco dovranno anche diventare più capaci di attrarre nuovi talenti.

Secondo EY, appena il 31% degli executive ritiene che il settore delle telecomunicazioni sarà tra quelli più attrattivi per i lavoratori nei prossimi cinque anni.

Per questo, sostiene Foray, la trasformazione dovrà coinvolgere anche strutture organizzative, ruoli, processi e leadership.

Il rischio è limitarsi ad aggiungere l’AI ai modelli di lavoro esistenti, senza ripensarli realmente. Ma proprio qui potrebbe trovarsi la parte più importante della trasformazione.

Per le telco, la vera sfida dell’AI non sarà quindi soltanto automatizzare ciò che già fanno. Sarà capire come lavorare, organizzarsi e generare valore in modo diverso.

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Cyber Arena Tour, Forzieri (WINDTRE): “Così portiamo le PMI a scuola di cybersecurity”

Key takeaways

  • Il rischio: secondo il Cyber Index PMI, una PMI italiana su quattro ha subito o subisce tentativi di attacco concreti.
  • I bersagli più esposti: secondo ACN, le piccole imprese rappresentano la maggior parte delle vittime ransomware osservate nel 2025.
  • L’effetto dell’AI: l’intelligenza artificiale abbassa le barriere d’ingresso per gli attaccanti e amplia l’asimmetria tra attacco e difesa.
  • La risposta di WINDTRE: con il Cyber Arena Tour, WINDTRE BUSINESS ha portato simulazioni e formazione pratica a Verona, Bari, Genova e Roma.

Le PMI italiane sono sempre più esposte al rischio cyber. Secondo gli ultimi dati, come il Cyber Index PMI, una PMI su quattro ha subito o subisce tentativi di attacco concreti, e una percentuale elevata di aziende mostra ritardi strutturali nella capacità di prevenire o gestire gli incidenti. Manca, insomma, una cultura e una consapevolezza adeguata del rischio cyber, che aumenta di intensità con la diffusione crescente dell’AI anche fra i cybercriminali.

Il ruolo del Cyber Arena Tour di WINDTRE BUSINESS a favore delle PMI

Il Cyber Arena Tour è l’iniziativa itinerante di WINDTRE BUSINESS per aiutare le PMI a proteggersi dal cybercrime portando simulazioni di attacco informatico e formazione pratica sulla cybersecurity, con il contributo di RAD, azienda italiana di cybersecurity interamente acquisita da WINDTRE.

Il tour si è tenuto nell’estate 2026 e sarà replicato in futuro, con tappe a Verona, Bari, Genova e Roma, che hanno coinvolto manager, imprenditori e decision maker di diverse realtà produttive del territorio.

Antonio Forzieri (WINDTRE): “L’AI sta peggiorando il quadro del cybercrime, alle PMI serve una strategia”

Antonio Forzieri, Cybersecurity Strategy Director di WINDTRE, ha dichiarato: “Gli attacchi informatici sono sempre più rapidi e l’intelligenza artificiale sta esasperando l’asimmetria tra attacco e difesa. Gli attacchi automatizzati colpiscono spesso in modo trasversale e a cedere per prime sono le realtà più fragili, con minori risorse da investire nella sicurezza. Per questo le aziende, a partire dalle PMI, devono sviluppare una consapevolezza più concreta del rischio cyber. Con il Cyber Arena Tour abbiamo portato nei territori un’esperienza pratica, fatta di simulazioni e confronto diretto, per aiutare le imprese a capire come reagire, quali decisioni prendere e quali competenze rafforzare. La sicurezza digitale non è più solo un tema tecnico: è una responsabilità che riguarda l’intera organizzazione.” Con il Cyber Arena Tour, WINDTRE BUSINESS conferma il proprio impegno nel supportare la trasformazione digitale sicura delle aziende, dalle microimprese alle PMI fino ai grandi gruppi industriali e agli enti pubblici, con soluzioni scalabili, flessibili e personalizzabili per il mercato B2B e B2G.

Simulazioni e attività interattive

L’edizione di quest’anno ha ampliato il proprio raggio d’azione anche alle piccole e medie imprese, sempre più esposte a minacce cyber evolute e chiamate a rafforzare competenze, consapevolezza e capacità di risposta. Il format ha unito momenti di confronto, attività interattive e simulazioni di attacchi informatici, mettendo i partecipanti davanti a scenari realistici in cui valutare priorità, tempi di reazione e decisioni operative. Un approccio pensato per rendere la cybersecurity un tema concreto, vicino alle esigenze quotidiane delle imprese e non limitato alla sola dimensione tecnica, in continuità con le iniziative di WINDTRE per la diffusione della cultura della sicurezza informatica tra le aziende del territorio.

Il contributo di RAD

Il ciclo di eventi si è avvalso anche del contributo di RAD, azienda italiana specializzata in cybersecurity interamente acquisita da WINDTRE, che ha portato competenze avanzate e strumenti specialistici a supporto delle aziende partecipanti.

PMI considerate “bersagli facili”. Quali sono le minacce più diffuse?

Le PMI italiane affrontano minacce informatiche che colpiscono trasversalmente, sfruttando le fragilità delle difese, spiega Antonio Forzieri, Cybersecurity Strategy Director di WINDTRE. Secondo ACN, le piccole imprese rappresentano la maggior parte delle vittime ransomware osservate nel 2025. Tra le minacce più rilevanti ci sono i ransomware, con il ben noto meccanismo della doppia estorsione: alla cifratura dei dati si aggiunge la minaccia di divulgarli, per ottenere il pagamento di un riscatto. A questi si affiancano il phishing, il furto e l’abuso delle credenziali di accesso e lo sfruttamento di vulnerabilità non ancora patchate.

Quali sono le esigenze di difesa quotidiane per le aziende?

Per le PMI, difendersi da molte delle minacce più comuni significa partire da un corretto ABC della cybersicurezza, prosegue Forzieri. Serve un’igiene informatica di base applicata con continuità, dalla gestione delle identità e degli accessi all’aggiornamento dei sistemi e alla verifica dei backup. A supporto di queste attività ci sono servizi concreti, come il monitoraggio e la risposta alle minacce gestiti da specialisti, attraverso servizi MDR/xDR, e le verifiche periodiche delle vulnerabilità e della capacità di resistenza dei sistemi, attraverso servizi di assessment. È altrettanto importante avere un piano di risposta agli incidenti e di ripristino, con responsabilità chiare e procedure provate attraverso simulazioni: sapere chi decide, chi interviene e come ripartire. Come ricordava Eisenhower, “I piani non valgono nulla, ma pianificare è tutto”: il valore sta nella preparazione e nella capacità di adattarsi quando un attacco si verifica”.

L’AI peggiora il quadro del cybercrime

L’intelligenza artificiale sta democratizzando l’attacco informatico: abbassa le barriere d’ingresso rendendo più accessibili attività che prima richiedevano maggiore esperienza tecnica. Allo stesso tempo, permette ai gruppi criminali più organizzati di automatizzare le operazioni, personalizzare gli attacchi e aumentarne la scala. Questo contribuisce ad ampliare l’asimmetria tra attacco e difesa: chi attacca può moltiplicare e accelerare i tentativi, mentre chi difende deve contrastare minacce sempre più numerose e credibili, con tempi di reazione più stretti. Questa pressione pesa soprattutto sulle PMI che si ritrovano con minori risorse e competenze dedicate alla sicurezza. L’AI può però rafforzare anche la difesa, aiutando a individuare prima le anomalie e ad accelerare la risposta agli incidenti. Rendere queste capacità accessibili anche alle PMI, attraverso servizi che integrano automazione e competenze specialistiche, è un passo importante per ridurre questo divario.

 FAQ

Che cos’è il Cyber Arena Tour? È l’iniziativa itinerante di WINDTRE BUSINESS dedicata alla diffusione della cultura della sicurezza informatica tra le aziende. L’edizione 2026 ha fatto tappa a Verona, Bari, Genova e Roma con simulazioni di attacco, attività interattive e momenti di confronto.

A chi si rivolge? A manager, imprenditori e decision maker di imprese di ogni dimensione, con un’attenzione specifica alle piccole e medie imprese, sempre più esposte a minacce cyber evolute.

Quali sono le minacce più diffuse per le PMI? Ransomware con doppia estorsione, phishing, furto e abuso delle credenziali di accesso e sfruttamento di vulnerabilità non corrette. Secondo ACN, le piccole imprese rappresentano la maggior parte delle vittime ransomware osservate nel 2025.

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OPAS su Tim, Poste abbassa le ambizioni e rinuncia al 66,67%. Cosa cambia per il delisting di Tim?

Poste costretta a rilanciare per salvare l’Opas su Tim, che a quattro giorni dalla scadenza fissata per venerdì prossimo registrava un’adesione del 6,15%, troppo lontana dall’obiettivo finale del 66,67%. L’incertezza sul buon esito dell’offerta ha spinto il gruppo guidato da Matteo Del Fante ad alzare il prezzo per invogliare i grandi fondi, ancora sonnacchiosi, ma anche i piccoli azionisti, scottati da anni di ribassi e liti degli azionisti (basti pensare a Vivendi o anche Elliott) ad aderire.

Ad ogni modo, tolta la soglia del 66,67% l’operazione non rischia di decadere.

Poste rinuncia alla soglia del 66,67%

Poste rinuncia anche all’obiettivo primario del 66,67% fissato come precondizione per l’offerta, lasciando perdere quindi l’obiettivo dichiarato del delisting di Tim. Delisting che potrà ad ogni modo essere riproposto una volta raggiunta la quota del 66,67%. Ma questo al momento è un punto nodale del rilancio, anche perché il delisting era l’obiettivo dichiarato dell’operazione.

La dote in più

La dote in più in denaro è di 30 centesimi per ciascuna azione Tim portata in adesione all’offerta, il che equivale a circa 55 milioni in più cash.“Pertanto, al perfezionamento dell’Offerta, per ciascuna Azione TIM portata in adesione, il Corrispettivo sarà incrementato della Componente Aggiuntiva in Denaro e sarà complessivamente costituito da: (i) n. 0,218 azioni ordinarie Poste di nuova emissione; e (ii) la componente in denaro già prevista dal Documento di Offerta, pari a Euro 1,67, incrementata della Componente Aggiuntiva in Denaro pari a Euro 0,30, e quindi pari a complessivi Euro 1,97 per azione”, si legge nella nota di Poste.

Poste rinuncia al controllo assoluto

L’altro punto nodale del comunicato di Poste è la rinuncia alla Condizione di Soglia. Poste si impegna ad acquistare tutte le azioni oggetto dell’offerta portate in adesione all’offerta “anche qualora si trattasse di un quantitativo inferiore al 66,67% dei diritti di voto esercitabili nelle assemblee dell’emittente”, si legge. “In considerazione della rinunci alla condizione di soglia, l’offerta sarà riaperta dal 21 al 26 settembre”, si legge ancora. Ina altre parole, dopo la scadenza di venerdì prossimo, 11 settembre, la possibilità di aderire all’OPAS viene riaperta in una nuova finestra temporale dal 21 al 26 settembre, allungando così i termini e aumentando così le possibilità di adesione.

Cosa cambia per il futuro di TIM in Borsa (Delisting)?

Il livello di adesione finale determinerà la velocità e la modalità con cui Poste prenderà il controllo totale di TIM:

Percentuale finale raccolta da Poste Scenario e Conseguenze
Sotto il 50% Poste diventa l’azionista di maggioranza relativa di TIM. Ne prende il controllo di fatto, ma TIM resta quotata in Borsa e la governance andrà negoziata con gli altri soci forti (come Vivendi).
Tra il 50,1% e il 66,66% Poste ottiene la maggioranza assoluta. Controlla saldamente l’assemblea ordinaria (nomina del CdA), ma non ha ancora i numeri autonomi per l’assemblea straordinaria (necessaria per fusioni o modifiche dello statuto).
Sopra il 66,67% Poste ha il controllo totale (ordinario e straordinario). Può deliberare autonomamente la fusione per incorporazione di TIM in Poste, ottenendo il delisting (ritiro dalla Borsa) anche senza il 95% delle azioni.
Sopra il 95% Scatta il diritto/obbligo di acquisto delle azioni rimanenti (squeeze-out). Il delisting di TIM da Piazza Affari diventa immediato e automatico.

In sintesi, se Poste non raggiungerà il 66,67% entro settembre, non ci sarà alcun “flop” immediato. Il gruppo guidato da Matteo Del Fante inizierà a governare TIM con la quota raccolta, rimandando l’obiettivo del delisting a un secondo momento attraverso operazioni societarie successive (come una fusione) o successivi acquisti di azioni direttamente sul mercato.

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Poste-TIM, OPAS a rilento. Piccoli azionisti fra speranze di rilancio e timori di flop

L’OPAS di Poste su Tim ha raggiunto il 3,7% delle adesioni. Siamo ancora lontani dal 66,67% che garantirebbe il controllo e il buon esito dell’offerta. L’operazione stenta a decollare e si attende l’ingresso dei grandi fondi per dare una svolta. Il tempo stringe. Cresce l’attesa anche da parte dei piccoli azionisti di Tim, che in camera caritatis e sul forum del sito specializzato Investing.com, condividono opinioni e preoccupazioni. Fra speranze di rilancio e timori di un flop che non dipenderebbe da loro, ma dai grandi fondi che avranno l’ultima parola sull’esito dell’operazione, che ha ricevuto la benedizione delle grandi agenzie di rating.

Le voci

Abbiamo raccolto una selezione di commenti che riportiamo di seguito, per dare il quadro del sentiment dei piccoli azionisti, in attesa degli analisti che, interpellati da Key4Biz, in questo momento non si esprimono e preferiscono attendere l’esito dell’operazione, che scade l’11 settembre. Intanto, ieri in Borsa i titoli di Poste e Tim entrambi in flessione rispettivamente del 3,78% e 3,61%. 

“Prezzo non rispecchia valore di Tim“

Secondo alcune voci, l’OPAS non andrà in porto perché il prezzo offerta non rispecchia il valore di Tim. “Non raggiungeranno la soglia dell’OPAS” “più della metà degli azionisti richiede prezzo oltre gli 8 euro”.

“Il prezzo se non sarà oltre gli 8 euro non verrà accettato dagli azionisti, e l’OPAS non passerà”.

D’altro canto le adesioni dei piccoli azionisti “contano poco. i grandi Fondi, i grandi investitori decideranno gli ultimi due giorni…”.

Rilancio possibile?

Si parla poi della percentuale di adesione. “OPAS Telecom Italia, le adesioni superano il 3,7%, io non ho aderito….”, scrive un utente. “…Mi sa che non sei il solo…”, replica un altro a stretto giro. “io volevo vendere a 8”, dice un altro.

Botta e risposta sull’ipotesi di rilancio da parte di Poste. “Da come va Poste, ritengo rilancio probabilissimo. Lo progettano da cinque anni! Oggi come ieri Del Fante attaccato all’andamento di Poste e Tim in borsa, ma come, avevi pianificato l’Opas su Tim da 5 anni e questi se la giocano in 5 giorni?”.

E ancora: “Non ci saranno rilanci. Sarebbero d’altra parte controproducenti perché scenderebbe Poste. Per chi vuole aderire non ci sarebbero vantaggi. Vantaggi solo per chi vuol vendere l’attimo prima al max prezzo possibile! E perché Del Fante dovrebbe premiare chi non aderisce?”.

“Call Center ci provano“

 “tu pensa solo che oggi hanno chiamato 3 volte da Poste”, per convincere un piccolo azionista a cedere le sue azioni Tim. “Ci provanoo”, aggiunge. “Ma non sanno che gli azionisti Tim le hanno da 7-8 anni. Non conoscono tutta la storia. Vogliono fare l’affare. Vogliono comprare a saldo. Ma non siamo scemi”, chiude.

“Dove sono i fondi?“

L’ingresso dei fondi, che sarebbero in attesa dell’ultimo momento per entrare nell’operazione, desta qualche preoccupazione. “Devi vedere se realmente i fondi sono contrari o meno…tutto lì.. a me sembra strano che nessuno ha ancora aderito. Va bene all’ultimo ma in questa settimana già deve apparire qualcuno… se non fosse, l’unica soluzione è alzare di poco il premio o acquistare a mercato a ribasso come ora finché riescono o al rialzo..”.

Non mancano gli appelli accorati. “Del Fante unni si? Telecom sprofonda”.

L’attesa del rilancio per cambiare il trend

Non manca un commento tecnico. “E’ un effetto domino, Poste scende, di conseguenza il concambio peggiora, gli investitori non aderiscono ed il prezzo scende, è una strategia classica in fase di OPAS, finché non vi è segnale di Poste Telecom rimane sotto pressione, il crollo non è strutturale, è legato all’Opas, solo un rilancio cambia la psicologia del mercato, sparisce la pressione ribassista, il vero motore del rimbalzo è il rilancio, ed è lo scenario più positivo”, scrive un utente.

“Il rilancio ancora sembra una chimera”, scrive un altro.

“Se ci fosse un rilancio i fondi lo saprebbero già e il titolo farebbe più 5 pecoroni illusi ahhh”.

“Ma l’annuncio del ritiro dell’OPAS e/o il rilancio lo danno sabato o domenica? il cda di poste lo convocheranno sicuramente domenica mattina…”, scrive un altro ancora.

“Rapporti di forza“

E ancora, un altro commento tecnico. “I rapporti di forza sono sbilanciati, fondi all’incirca 55/60%, retail 35/40%. Il retail ha quote micro ma numerose, è un titolo storico, può influire ma non determinare da solo il risultato, il punto chiave è che i fondi decidono l’esito dell’Opas. Secondo me ti manca la chiarezza tecnica, l’Opas fallisce se i fondi non aderiscono, il retail non aderisce e Poste non raggiunge la soglia minima di successo per ottenere il controllo operativo, per far fallire l’Opas servono almeno il 40% del capitale non aderente, se i fondi che insieme rappresentano il 25/30% non aderiscono l’IOpas fallisce, il retail da solo non può far fallire l’operazione, serve la non adesione dei fondi”, si legge.

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TIM contro FiberCop sulla qualità del servizio. Il “grande progetto” finisce in Tribunale?

Sempre più teso il rapporto fra Tim e FiberCop, la società della ex rete Tim controllata da KKR. Le due aziende, che fino a due anni fa costituivano un’unica entità, non sono più in rapporti idilliaci e come una coppia “scoppiata” finiscono per litigare, con rischio crescente di finire il Tribunale. Kramer contro Kramer. La separazione della rete sfocia in una guerra fratricida a colpi di carte bollate?

Ieri è stato l’ad di Tim Pietro Labriola a gettare il sasso, in conference call sulla semestrale, dicendo che il gruppo sta riscontrando “un deterioramento” della qualità e dell’affidabilità del servizio, con effetti negativi sulla base clienti.

“La questione dei prezzi non è al centro della discussione in questo momento. Il peggioramento delle prestazioni non è legato al prezzo”. Lo ha precisato Pietro Labriola, ad di Tim, nella conference call parlando del peggioramento della qualità del servizio di FiberCop e della proposta della stessa società ad Agcom di alzare i prezzi.

Quanto alla proposta di FiberCop sui prezzi, “è stata respinta; e non siamo gli unici a contestarla: ci sono anche altri operatori che hanno sollevato obiezioni. La mia proposta al mercato è di adottare un sistema simile a quello dell’energia, dove gli aumenti dei costi all’ingrosso possono essere trasferiti direttamente al cliente finale. È successo con l’energia”.

Labriola attacca FiberCop su qualità servizio

“Per quanto riguarda FiberCop, stiamo riscontrando un deterioramento nella qualità dei servizi di attivazione e manutenzione. Non si tratta di un problema specifico di Tim: è una situazione che coinvolge tutti gli operatori del mercato, inclusi i nostri concorrenti, come si può verificare interpellando l’Autorità di regolamentazione. Il fenomeno è più marcato sui servizi tradizionali e meno sull’Ftth (fibra fino alla casa, ndr”. Così testuali parole di Pietro Labriola, ad di Tim, nel corso della conference call. “È una situazione che vogliamo evitare, poiché penalizza la nostra base clienti; il nostro obiettivo non è certo quello di limitarci a gestire le penali contrattuali a carico del fornitore. Siamo un fornitore di servizi e vogliamo che i nostri clienti possano beneficiare delle opportunità offerte dalla banda ultra larga. Ribadisco che, pur non trattandosi ancora di un problema strutturale, è una questione che richiede un intervento tempestivo”.

Come scrive oggi Il Sole 24 Ore, le dichiarazioni arrivano dopo il rigetto, da parte del Tribunale di Milano, della richiesta d’urgenza presentata da TIM nell’ambito della contestazione del nuovo listino prezzi applicato da FiberCop in base al Master Service Agreement. Secondo Labriola, le criticità non riguardano soltanto TIM ma l’intero settore e risultano più evidenti sui servizi tradizionali rispetto alle connessioni FTTH.

La replica di FiberCop

FiberCop ha respinto le accuse, sostenendo che gli indicatori di qualità della rete sono complessivamente in linea, e in alcuni casi migliori, rispetto ai livelli precedenti alla separazione. La società, controllata dal consorzio guidato da KKR, ha inoltre evidenziato di garantire ogni giorno il servizio su oltre 13,7 milioni di linee attive grazie a circa 13.000 tecnici.

FiberCop “è costantemente impegnata nell’assicurare a tutti gli operatori che utilizzano la propria rete i più elevati livelli di qualità e di servizio”. E’ quanto si legge in una nota di FiberCop sulle dichiarazioni dell’ad di Tim, Pietro Labriola.

“I relativi indicatori risultano complessivamente in linea, e anche migliorativi, rispetto ai livelli pre-separazione. Per garantire la continuità e la qualità del servizio su oltre 13,7 milioni di linee attive, FiberCop si avvale ogni giorno di una forza operativa di circa 13 mila tecnici, tra personale interno e imprese partner. L’azienda continua a investire nell’innovazione tecnologica e nello sviluppo dei processi operativi con l’obiettivo di migliorare ulteriormente l’esperienza degli operatori e dei loro clienti”, si aggiunge.

Il nodo dei nuovi listini al vaglio dell’Agcom

Quanto ai listini wholesale, “così come previsto dall’iter regolatorio, l’Autorità ha formulato le proprie osservazioni sulla proposta avanzata da FiberCop: il procedimento prosegue secondo l’iter previsto”, conclude FiberCop.

Secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, i legali di TIM stanno preparando un reclamo contro la decisione del Tribunale di Milano che ha respinto il ricorso cautelare presentato a metà luglio.

C’è da dire che anche Agcom ha chiesto a FiberCop di rivedere i listini prezzi: servono modifiche sostanziali secondo l’Autorità. Il nuovo listino entrerà in vigore a metà settembre. 

Ma per FiberCop i prezzi sono i più bassi d’Europa e gli aumenti sono quindi fisiologici. C’è da dire che nell’ottica di FiberCop, controllata dal fondo americano KKR, la priorità è monetizzare al massimo l’ingente investimento concluso due anni fa

C’è da notare che il rapporto fra Tim, insieme con gli altri operatori, e FiberCop è all’insegna della tensione sul nuovo listino.

Due anni fa la separazione della rete

Sembra passato un secolo da quando, appena due anni fa, si concretizzava lo scorporo della rete e la separazione fra Tim da una parte e FiberCop dall’altra. Il “grande progetto” concluso il primo luglio del 2024 con la separazione della rete – valore complessivo della transazione di 18,8 miliardi di euro, che potrebbe salire fino a 22 miliardi al verificarsi di alcune condizioni (earn outs), tra cui la creazione della rete unica con Open Fiber (entro fine 2026) – si sta progressivamente trasformando in un conflitto fra operatori retail da un lato, e operatore wholesale only dall’altro. Un quadro turbolento che di certo non contribuisce a rasserenare il clima in una industry, quella delle Tlc, su cui pesa una crisi di lungo periodo.    

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