WINDTRE BUSINESS, il FWA 5G nei punti vendita di Alice Pizza per migliorare i processi

WINDTRE BUSINESS è il partner scelto da Alice Pizza nella sfida della trasformazione digitale. Per garantire una gestione efficiente e centralizzata dei dati provenienti dai singoli punti vendita, Alice Pizza ha adottato un’infrastruttura di connettività su misura, basata su FWA 5G, fornita da WINDTRE BUSINESS. Questa soluzione ha permesso di ottimizzare i processi operativi, migliorare l’esperienza d’acquisto e rendere più efficiente la gestione delle risorse, grazie alla possibilità di analizzare in tempo quasi reale i dati di vendita, i flussi di clientela e le esigenze logistiche.

Non soltanto connettività WINDTRE BUSINESS: sicurezza e office collaboration

La collaborazione non si limita alla connettività. WINDTRE BUSINESS ha affiancato Alice Pizza anche nella protezione dell’infrastruttura IT, offrendo soluzioni di cybersecurity e di office collaboration per i punti vendita, la sede centrale e il personale itinerante. È stato avviato un programma di formazione WINDTRE BUSINESS dedicato ai dipendenti di Alice Pizza per rafforzare la cultura della sicurezza digitale all’interno dell’organizzazione e aumentare la capacità di resilienza di fronte alle crescenti minacce informatiche.

Alessia Ciociano Kam (Wind Tre): ‘Soluzione personalizzata per Alice Pizza’

“Abbiamo sviluppato una soluzione personalizzata, pensata per rispondere alle esigenze specifiche di Alice Pizza e capace di evolversi insieme a loro,” sottolinea Alessia Ciociano Kam Corporate Sales di Wind Tre S.p.A. “Questa partnership rappresenta un esempio concreto di come l’innovazione tecnologica possa diventare un motore di successo per il settore retail e conferma la nostra visione della digitalizzazione: rendere i processi più efficaci ed efficienti grazie a soluzioni accessibili a tutte le realtà, indipendentemente dalla loro dimensione o settore”.

“Operiamo in un mercato molto competitivo, e per continuare ad essere leader è necessario investire in nuove tecnologie”, dichiara Angelo Gatti, IT Manager di Alice Pizza. “Per questo ci siamo appoggiati ad un partner affidabile, innovativo e strutturato. La collaborazione in corso si snoda su diversi fronti, dalla fornitura di connettività alla formazione e questo ci ha permesso di gettare delle solide fondamenta per una crescita solida e sostenibile”.

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Usiamo la GenAI da soli. E così non funziona

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Ce ne serviamo per scrivere una mail più in fretta, riassumere un documento creando un abstract o cercare un’informazione difficile da trovare, il problema (ammesso che lo sia) è che poi chiudiamo il nostro bravo tab di ChatGPT, Gemini o Claude e torniamo al lavoro come se nulla fosse.

È qui che inizia il paradosso della Generative AI in ambito lavorativo: è ovunque ma incide poco, decisamente troppo poco per il giro di soldi che è in grado di generare.

In Italia nove professionisti su dieci la utilizzano almeno una volta a settimana, e oltre la metà più volte al giorno ma secondo uno studio del MIT il 95% dei progetti pilota in ambito GenAI non genera valore concreto e solo il 5% produce ritorni misurabili.

Anche i dati raccolti dall’Osservatorio Platform Thinking HUB del Politecnico di Milano confermano un utilizzo ancora superficiale di questa tecnologia. L’86% dei professionisti la impiega per cercare informazioni, il 67% per generare opzioni alternative, il 63% per riassumere testi o scrivere email.

L’effetto è quello di una tecnologia potente ma confinata a compiti marginali: un peccato (e soprattutto uno spreco, tenendo conto di quanto costi sia a livello economico che ambientale alimentare i grandi server indispensabili per le piattaforme IA). L’approccio del Platform Thinking offre una chiave per cambiare prospettiva: non limitarsi a usare la GenAI, ma integrarla nei processi di creazione del valore. Ispirato ai modelli delle piattaforme digitali, il Platform Thinking spinge le organizzazioni a sperimentare, condividere conoscenza e collaborare con l’AI, trasformando un insieme di strumenti in un ecosistema di innovazione.

GenAI: dall’assistente personale al pensiero condiviso

Dietro l’entusiasmo per la GenAI, insomma, si nasconde un uso ancora molto individuale e poco condiviso. Secondo la survey dell’Osservatorio, condotta su 419 professionisti di 162 imprese italiane, il 57,5% utilizza strumenti di intelligenza generativa più volte al giorno, il 10% almeno una volta al giorno e il 20% più volte a settimana.

Ma la maggior parte lo fa da sola, per migliorare l’efficienza quotidiana: in questo senso, la GenAI funziona come un co-pilota (non a caso, l’AI Companion di Microsoft per Office si chiama proprio Copilot) che assiste, velocizza, semplifica, a differenza della minore diffusione dell’approccio “Co-thinking”, attraverso il quale l’AI diventa un vero partner di riflessione e progettazione.

Il modello, proposto da Elisa Farri e Gabriele Rosani nella HBR Guide to Generative AI for Managers e adottato anche nella ricerca del Politecnico, distingue due livelli d’uso: il primo, quello di supporto operativo, aiuta a svolgere compiti ripetitivi; il secondo, più evoluto, introduce l’AI nei processi decisionali e creativi.

È qui che la tecnologia smette di rispondere e inizia a collaborare, aiutando a esplorare alternative e mettere in discussione ipotesi di più ampio respiro. Naturalmente, questo approccio richiede un’ampia concesione di fiducia, apertura mentale e la capacità di integrare l’AI nel dialogo professionale, non di tenerla ai margini.

In Italia il modello “Co-pilot” resta prevalente, ma è il “Co-thinking” a mostrare i risultati più promettenti: quando la GenAI entra in un processo collettivo di analisi o ideazione, la qualità delle decisioni migliora. È in questa direzione che il Platform Thinking diventa un metodo utile anche fuori dal mondo digitale, permettendo alle imprese di sperimentare la collaborazione uomo-macchina in modo strutturato, trasformando la GenAI da strumento tattico a infrastruttura cognitiva. E, come accade con i comparatori di SOSTariffe.it per la fibra ottica, la logica è la stessa: mettere a confronto opzioni, selezionare la più efficace e imparare dai dati.

Il valore del lavoro in team

Nonostante il consenso crescente, quindi, la GenAI resta per molti un’esperienza solitaria: oltre la metà dei professionisti italiani (52%) la utilizza solo individualmente e il 43% lo fa soltanto in modo occasionale con un collega o un gruppo. Eppure il 69% degli intervistati dall’Osservatorio Platform Thinking HUB è convinto che l’AI funzioni meglio se usata in team. È una contraddizione che racconta molto della fase attuale: la tecnologia è disponibile, ma manca ancora un contesto organizzativo che ne favorisca l’uso collaborativo (e si è più propensi a ripetere degli slogan, piuttosto che lavorare per implementarli).

La governance è in genere debole. Quasi la metà delle imprese non ha ancora definito un piano strutturato per la GenAI; il 35% si limita a diffondere policy d’uso e il 31% a sviluppare progetti pilota. Solo il 18% consente ai dipendenti di sperimentare in modo diretto, ad esempio creando agenti o chatbot interni. In molti casi, la sensazione prevalente è di incertezza: non è chiaro cosa sia permesso fare con l’AI né come l’organizzazione intenda orientarne l’impiego. La conseguenza è un proliferare di esperimenti spontanei, spesso scollegati dalle priorità aziendali e quindi incapaci di generare valore sistemico.

Dalla sperimentazione alla trasformazione

Le sperimentazioni condotte dall’Osservatorio mostrano come la collaborazione con la GenAI possa diventare un terreno di innovazione concreta; durante l’edizione 2025, i partner dell’Osservatorio hanno partecipato a tre workshop dedicati alla soluzione di problemi complessi, utilizzando un modello di “Platform Thinking GPT” come supporto metodologico. I risultati indicano che l’efficacia percepita cresce con le iterazioni, soprattutto quando nel team è presente almeno un membro con esperienza diretta nel metodo. La GenAI, in questi contesti, agisce come facilitatore che organizza le informazioni e stimola la generazione di soluzioni condivise.

L’approccio si colloca in un percorso di ricerca più ampio, riassunto nel volume The Digital Phoenix Effect di Daniel Trabucchi e Tommaso Buganza, che spiega come le imprese consolidate possano reinventarsi adottando i principi delle piattaforme digitali. L’obiettivo non è automatizzare, ma potenziare, rendendo la conoscenza aziendale più accessibile, attraverso l’integrazione della creatività collettiva e trasformando la GenAI in un’infrastruttura di collaborazione. La stessa logica che guida molte esperienze di open innovation, dove la capacità di condividere diventa un vantaggio competitivo.

In prospettiva, il Platform Thinking apre la strada a organizzazioni più porose, capaci di far circolare competenze e informazioni senza rigidità gerarchiche. La GenAI non sostituisce i processi decisionali, ma li rende più dinamici, favorendo la sperimentazione continua e la valorizzazione della conoscenza diffusa.

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Tariffe telefoniche, in arrivo adeguamenti automatici? La Connettività non una commodity

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Nel cantiere del DDL Concorrenza 2025, uno dei provvedimenti più attesi di questa parte dell’anno legislativo, la telefonia torna, un pò a sorpresa, protagonista. Il testo approvato dal Consiglio dei Ministri a giugno sembrava destinato a non occuparsi dell’argomento, ma in Senato il dibattito ha preso una piega diversa.

Tra gli emendamenti depositati in Commissione Industria a fine settembre, infatti, sono comparsi interventi che potrebbero cambiare le regole per milioni di utenti e per un settore che vale oltre 26 miliardi di euro l’anno. In particolare, gli operatori telefonici guardano con interesse alla possibilità di rendere più “dinamici” i contratti.

Il tavolo politico, nel frattempo, si è infiammato: la discussione iniziata a luglio in Commissione sta trasformando un provvedimento tecnico in un confronto serrato tra chi invoca la libertà di impresa e chi difende il diritto alla trasparenza.

A spingere il dibattito è anche l’inflazione, che pur rallentando rimane sopra il 2% e mette pressione sui margini delle compagnie; in questo scenario, la tentazione di legare i prezzi delle offerte telefoniche al costo della vita è tornata a circolare nei corridoi del Parlamento.

L’idea – che fino a pochi anni fa aveva fatto insorgere l’AGCOM e i tribunali amministrativi – si riaffaccia con una veste legislativa più solida: la Commissione dovrà decidere se queste clausole di adeguamento ai prezzi al consumo vadano considerate una garanzia di equilibrio economico o una scorciatoia per legittimare rincari automatici.

Aumento delle tariffe telefoniche: le clausole sull’inflazione

Il cuore della contesa è racchiuso in poche righe di un emendamento: il 9.0.113, firmato dai senatori Trevisi, Paroli e Damiani. L’idea è permettere agli operatori telefonici di indicizzare i prezzi delle offerte all’inflazione, con la possibilità di aggiungere anche un piccolo coefficiente di maggiorazione. In pratica, le tariffe potrebbero crescere ogni anno in linea con l’aumento del costo della vita, il tutto senza che l’utente possa recedere gratuitamente dal contratto.

La proposta affida all’AGCOM il compito di fissare un tetto massimo all’indicizzazione e di definire le modalità di applicazione, ma non tutti si sentono rassicurati: la storia recente ha già mostrato quanto queste clausole possano essere terreno scivoloso, tanto che proprio l’anno scorso il TAR del Lazio aveva annullato parte della delibera AGCOM 307/23/CONS che regolava l’adeguamento automatico dei prezzi, giudicando eccessive alcune disposizioni.

In parallelo, un secondo emendamento (l’8.0.14, a firma Licheri, Bevilacqua e Naturale) punta invece a vietare del tutto queste clausole. La proposta riscrive un passaggio del decreto-legge 7/2007, aggiungendo il divieto di “rimodulazione unilaterale delle tariffe mediante adeguamento automatico al tasso di inflazione”.

Due visioni opposte dello stesso problema: da una parte la tutela della stabilità economica delle aziende, dall’altra la certezza dei prezzi per gli utenti. Nel mezzo, un equilibrio difficile da trovare: se il primo emendamento punta a “istituzionalizzare” l’inflazione nei contratti telefonici, il secondo prova a chiuderle la porta.

Comunque vada a finire, per i consumatori la scelta più accorta sarà sempre quella di controllare periodicamente il costo delle offerte di telefonia mobile dei vari operatori, anche se, un po’ per pigrizia e un po’ per abitudine, spesso finiamo col pagare qualche euro in più perché temiamo che il trasferimento a tariffe più convenienti sia complicato; ma oggi, anche grazie all’AGCOM, è al contrario molto rapido, e i comparatori come quello di SOSTariffe.it permettono di cogliere al volo le occasioni più interessanti.

Tariffe telefoniche: tra privacy e portabilità

C’è anche un altro emendamento ha fatto drizzare le antenne alle associazioni dei consumatori. A firmarlo sono ancora i senatori Damiani e Paroli, con un’aggiunta che sembra tecnica ma potrebbe avere effetti dirompenti: consentire agli operatori telefonici di utilizzare per fini commerciali i dati raccolti durante le operazioni di portabilità del numero.

In pratica, quando un cliente cambia compagnia, le informazioni che transitano nel database MNP (oggi protette per legge) potrebbero diventare materia di marketing, a patto che l’utente presti il proprio consenso.

Una formula apparentemente innocua che, secondo Consumerismo No Profit, rischia di spalancare le porte a una nuova stagione di telemarketing aggressivo. L’associazione guidata da Luigi Gabriele parla senza mezzi termini di “mercificazione dei dati personali” e teme la nascita di archivi paralleli simili a quelli visti nel mercato energetico dopo la liberalizzazione.

La modifica proposta interviene sul comma 1-bis dell’articolo 98-duodecies del Codice delle comunicazioni elettroniche, che oggi vieta espressamente l’uso delle informazioni raccolte per la portabilità a scopi commerciali.

L’emendamento aggiunge una clausola che fa eccezione in caso di consenso esplicito, trasformando un divieto in una finestra aperta. Per gli operatori significherebbe poter profilare meglio i clienti e proporre offerte mirate in fase di cambio gestore, con un vantaggio competitivo immediato; per i cittadini, invece, l’incognita è capire quanto “esplicito” possa essere davvero quel consenso, e se non finisca per diventare una casella spuntata in fretta pur di attivare una nuova SIM.

Tra nuove regole e vecchie abitudini: il futuro del DDL Concorrenza 2025

Oltre alle clausole inflazione e alla partita sui dati, il pacchetto di emendamenti al DDL Concorrenza 2025 contiene diverse proposte che toccano altrettanti aspetti del mercato delle telecomunicazioni: alcune puntano a rafforzare i diritti degli utenti, altre rischiano di complicarli in favore delle imprese.

Tra le novità sul tavolo ci sono misure sul diritto di recesso, limiti alle pratiche commerciali aggressive e persino la possibilità di introdurre tariffe per i servizi di assistenza clienti, giustificate come incentivo a migliorare la qualità dei call center.

Si parla anche di riequilibrio del mercato digitale, di rimozione delle asimmetrie regolatorie e di una nuova “Concessionaria per il management dello spettro”, un ente che gestirebbe le frequenze radio come una risorsa pubblica strategica.

Tutto ancora in discussione, ma il segnale politico è chiaro e il settore delle comunicazioni elettroniche è entrato a pieno titolo nell’agenda economica del Parlamento.

La Commissione del Senato dovrà ora decidere quali di queste proposte diventeranno parte del testo finale; poi sarà il turno dell’aula e infine della Camera. L’iter è lungo e incerto, ma l’attenzione resta alta perché il provvedimento potrebbe ridisegnare i rapporti tra operatori e utenti per gli anni a venire.

Il commento del direttore di Key4Biz

Key4Biz: Le TLC, le Telco e la connettività Internet NON sono una commodity: sì, a rilanciare il settore chiave per tutti

Come Key4Biz vogliamo alimentare una nuova cultura della connettività, che non può più essere considerata una commodity, ma è un asset fondamentale per l’economia del Paese e delle nostre vite. Per cui, ai consumatori vogliamo spiegare che un possibile piccolo aumento delle tariffe, legato al continuo aumento del costi sostenuti dagli operatori telefonici, andrebbe visto, quindi, con un approccio positivo: sarebbe un modo per contribuire a sostenere il settore delle Telecomunicazioni, senza il quale si spegnerebbe la connessione Internet sui nostri telefonini e nelle nostre case e non avremmo neanche la possibilità di vivere le rivoluzioni tecnologiche in corso, di cui le Telco sono abilitatori.

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KKR rinuncia ai dividendi di Fibercop. La scommessa da 22 miliardi sulle Tlc italiane traballa (Financial Times)

KKR ha scelto di rinunciare ai pagamenti di dividendi della sua controllata italiana di telecomunicazioni, FiberCop, dopo un’accelerazione del tasso di perdita dei clienti, segnalando che una delle più grandi operazioni di private equity realizzate in Europa rischia di andare storta. Lo scrive oggi il Financial Times in un lungo articolo, aggiungendo che le perdite di clienti di FiberCop — che ospita la rete fissa scorporata da Tim nell’ambito dell’operazione di scorporo da 22 miliardi di euro dell’anno scorso — sono state pari a 364.000 nella prima metà del 2025, mettendo l’azienda sulla traiettoria di non raggiungere le proiezioni iniziali di KKR.

Quali effetti sul piano di fusione con Open-Fiber? Si allontana per il Governo l’obiettivo di una rete unica?

Una situazione che certamente rende più difficile arrivare ad una rete unica, il sogno della politica si scontra con il memorandum ‘fantasma’ Open Fiber-Fibercop.

Performance inferiore alle attese, KKR taglia i dividendi agli azionisti

Questa performance ha portato FiberCop a rinunciare alla distribuzione di dividendi verso KKR e gli altri investitori, tra cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano e il fondo sovrano di Abu Dhabi, ADIA.

KKR aveva inizialmente previsto che FiberCop avrebbe iniziato a erogare dividendi a partire da dicembre dello scorso anno, secondo documenti interni visionati dal Financial Times. Quei documenti mostrano come i rendimenti quinquennali attesi da KKR sarebbero risultati inferiori di diversi punti percentuali in assenza di tali pagamenti.

Dividendi più probabili dopo il rollout della rete nel 2027

Una fonte vicina a KKR ha però dichiarato che il consiglio non aveva mai formalmente approvato quel calendario di payout e che la scelta è stata di reinvestire in Fibercop. La possibilità di restituire capitale agli investitori aumenterà una volta completato il rollout della rete nel 2027, ha aggiunto la fonte.

Posizione negoziale di Fibercop indebolita

Le perdite di clienti di Fibercop, prosegue il Financial Times, stanno riducendo i ricavi e indebolendo la posizione negoziale di KKR nelle trattative mentre cerca di resistere alle pressioni del governo italiano, che spinge verso una fusione tra Fibercop e il più piccolo rivale controllato dallo Stato, Open Fiber.

Tensioni fra KKR e il Governo

Secondo tre persone vicine alle trattative, KKR teme che i termini di un’eventuale operazione — che consentirebbero al governo di mantenere un certo controllo sulle infrastrutture nazionali strategiche — sarebbero sfavorevoli, alla luce delle perdite di clientela di FiberCop e dei contributi pubblici che Roma sta erogando a favore di Open Fiber. Le tensioni sono state riportate per prime da Reuters questa settimana.

L’acquisizione della rete TIM partita in salita per KKR

Quando l’accordo di scorporo è stato firmato nel luglio 2024, ha rappresentato un’ancora di salvezza per la fortemente indebitata Tim, e sembrava anche un successo per KKR, che acquisiva il controllo di un’infrastruttura di comunicazione strategica in una delle maggiori economie europee.

Tuttavia, l’operazione è partita in salita. In un piano industriale provvisorio condiviso con gli investitori a gennaio, la direzione di FiberCop prevedeva un gap di 2 miliardi di euro nell’EBITDA quinquennale rispetto alle stime originali di KKR.

Questo ha provocato tensioni tra KKR e il management di FiberCop, culminate con le dimissioni dell’allora amministratore delegato, Luigi Ferraris.

In primavera, il partner di KKR che aveva seguito l’operazione, Alberto Signori, è stato sostituito in consiglio da Tara Davies, figura più senior nel fondo e co-responsabile dell’attività regionale di KKR.

Perdite di linea per Fibercop con lo switch off e la perdita di clienti in fibra

I documenti redatti da KKR al momento dell’acquisizione prevedevano che FiberCop avrebbe raggiunto 15 milioni di connessioni attive entro la fine del 2025. Tuttavia, le perdite di linea registrate quest’anno hanno ridotto il totale di Fibercop a 14,1 milioni di connessioni a giugno.

FiberCop ha spiegato che una riduzione delle linee era attesa per quest’anno in quanto la società sta sostituendo la rete in rame legacy con la fibra. Durante questo processo i clienti non vengono automaticamente migrati e sono liberi di passare a un concorrente. Una fonte vicina a KKR ha aggiunto che l’impatto è soltanto parzialmente compensato da maggiori ricavi dal segmento business e da risparmi sui costi.

Generazione di cassa inferiore alle attese

James Ratzer, analista di New Street Research, ha detto che FiberCop era attesa come “una generatrice stabile di cassa”, ma ha aggiunto che la forte concorrenza rende ora le prospettive di flusso di cassa “molto peggiori rispetto al piano iniziale”.

L’agenzia di rating Moody’s ha posto la società sotto outlook negativo, segnalando che si prevede un deterioramento dei relativi indicatori di credito a seguito dei rilevanti investimenti programmati per i prossimi due anni.

“Ulteriori pressioni potrebbero emergere dall’implementazione di una politica finanziaria che privilegi i ritorni agli azionisti rispetto agli interessi dei creditori, inclusi acquisizioni finanziate tramite debito o distribuzioni di dividendi durante la fase di roll-out,” ha affermato Moody’s.

KKR smentisce sotto-performance e difficoltà finanziarie

KKR ha dichiarato che FiberCop ha “registrato performance solide”dall’acquisizione e che dispone di oltre 5 miliardi di euro di liquidità.

“Le affermazioni su una sotto-performance o su difficoltà finanziarie sono inesatte e contraddette dai risultati certificati, da un’emissione obbligazionaria di successo e dalle valutazioni positive delle tre principali agenzie di rating,” ha detto KKR.

FiberCop, in una nota diffusa lo scorso mese, ha affermato che le decisioni sui dividendi saranno prese “con prudenza su base annua” e che “i risultati semestrali sono in linea con le aspettative dei nostri azionisti”.

Nel 2024 FiberCop ha registrato un utile operativo (EBITDA) di 1,9 miliardi di euro. Nei primi sei mesi del 2025 la società ha riportato 824 milioni di euro di EBITDA. Una fonte vicina a KKR ha aggiunto che gli utili e il free cash flow di FiberCop sono coerenti con le aspettative.

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Altice respinge l’offerta congiunta da 17 miliardi dei competitor francesi (ma rilancia il risiko Tlc europeo)

L’offerta avanzata ad Altice avrebbe visto Bouygues Telecom, Iliad e Orange spartire fra loro il quarto operatore respinta al mittente.

Altice ha respinto l’offensiva dei suoi competitor, che avevano messo insieme una somma complessiva di 17 miliardi di euro per rilevare tutti gli asset dell’operatore per poi dividerseli.

L’offerta

L’offerta, di cui si parlava da tempo, avrebbe visto i principali concorrenti di SFR fare a pezzi l’azienda con Bouygues al 43% degli asset, Iliad il 30% e Orange il 27%.

Tutti e tre gli operatori avrebbero preso un pezzo del business consumer di SFR, compresi i clienti della banda larga fissa, mentre la divisione B2B sarebbe stata divisa soltanto fra Bouygues e Iliad.

Gli asset fisici della rete, sia fissa sia mobile, così come lo spettro, sarebbero stati suddivisi fra i tre partner.

L’offerta non comprendeva alcuni asset minori di SFR.

Valore totale

In totale, l’accordo ha valutato SFR circa 21 miliardi di euro, ben al di sotto del prezzo di circa 30 miliardi di euro richiesto dal miliardario proprietario di SFR, Patrick Drahi, il che potrebbe ben spiegare il rifiuto dell’offerta odierna.

I precedenti

Questo tipo di spartizione tripartita non sarebbe senza precedenti; in Brasile, nel 2020, ad esempio, Telefónica, Claro Brasil e TIM Brasil hanno stretto una partnership simile per spartirsi la divisione mobile dell’operatore di telecomunicazioni in difficoltà Oi. Tuttavia, si tratta di un’operazione piuttosto insolita, che potrebbe mettere a dura prova le autorità di regolamentazione nel valutare accuratamente l’impatto dell’accordo sui consumatori.

Ue storicamente contraria ai merger…

Storicamente, le autorità di regolamentazione dell’Ue sono state reticenti a consentire fusioni su larga scala che riducessero il numero di operatori di telecomunicazioni sul mercato, temendo che la riduzione della concorrenza avrebbe fatto aumentare i prezzi e ridotto gli incentivi all’innovazione. L’industria delle telecomunicazioni stessa, d’altra parte, chiede da molti anni un consolidamento, sostenendo che tali accordi siano fondamentali per sbloccare investimenti a lungo termine nel settore. Infatti, proprio il mese scorso, la GSMA è stata nuovamente invitata dalle autorità di regolamentazione a rivedere le proprie linee guida sulle fusioni per facilitare le fusioni e acquisizioni.

…Ma il sentiment sta cambiando

Tuttavia, il sentiment verso tali fusioni si sta distendendo. La recente fusione tra Three e Vodafone nel Regno Unito e Orange e MasMovil in Spagna suggerisce che ottenere l’approvazione normativa per un’operazione del genere, sebbene problematica, sia potenzialmente realizzabile.

Per ora, non è chiaro se Bouygues, Iliad e Orange torneranno al tavolo delle trattative. Ci aspettiamo ulteriori aggiornamenti a breve.

Più di 50 operatori in Europa, in Usa e Cina ce ne sono 3

Secondo un conteggio della Commissione Europea del febbraio 2024, attualmente nel continente operano 50 operatori di telefonia mobile e oltre 100 operatori di Internet fisso, la maggior parte dei quali offre entrambi i servizi. Nel 2024, questi operatori condividevano un mercato di 534 milioni di abbonamenti di telefonia mobile e 178 milioni di abbonamenti di Internet fisso. Ogni paese membro ha, in media, 3,5 operatori proprietari di reti proprie. Al contrario, ce ne sono tre negli Stati Uniti e tre in Cina.

La frammentazione frena gli investimenti

La Commissione non è insensibile a questa “frammentazione”, ha indicato in un Libro bianco sul settore delle telecomunicazioni del 21 febbraio 2024. Teme che i “bassi livelli di redditività” ostacoleranno lo sviluppo delle reti in fibra ottica e 5G, il cui costo stima in “oltre 200 miliardi di euro” entro il 2030. Per migliorare la salute economica degli operatori, Bruxelles vuole creare un mercato unico delle telecomunicazioni per favorire l’emergere di campioni europei in grado di offrire servizi comparabili in diversi paesi. Questa, almeno, è l’ambizione del regolamento sulle reti digitali che l’esecutivo europeo spera di adottare entro la fine del 2025.

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Rete unica, il sogno della politica si scontra con il memorandum ‘fantasma’ Open Fiber-Fibercop. Ecco il cortocircuito

Lo stallo del dossier rete unica tiene banco in questi giorni ed emergono nuovi dettagli sulla vicenda. Il sogno della politica di arrivare ad un unico player della rete, unendo Fibercop, controllata al 37,5% dal fondo americano KKR con il MEF al 16%, e Open Fiber, controllata da CDP al 60% e dal fondo australiano Macquarie al 40%, è in alto mare, con i soggetti interessati distanti e arroccati sulle loro posizioni.

Questo perché chi deve organizzare il “matrimonio” o “il tavolo di confronto” non sta facendo sedere Fibercop e Open Fiber con le stesse condizioni.

C’è davvero un blocco alla rete unica?

Le visioni sono quanto meno discordanti. Non c’è nulla di ufficiale, ma le voci si rincorrono. Secondo quanto ricostruito da Key4Biz, c’è una sola cosa condivisa fra i diversi stakeholder, vale a dire che sicuramente c’è uno stallo. Ma di qui in avanti le posizioni in campo divergono pesantemente fra loro.

Da un lato, c’è chi sostiene che KKR non ha firmato un MoU che avrebbe dovuto dare il via all’operazione e che è stato firmato da MEF, CDP, Macquarie. Per questo il Governo sarebbe molto contrariato. Per chi sostiene questa tesi, per KKR – al di là delle chiacchiere – il tema vero sarebbe il pagamento dell’earn out da 2,5 miliardi a TIM se si facesse l’operazione di merger entro fine 2026, come stabilito a luglio del 2024 all’atto della cessione della rete Tim alla cordata guidata da KKR per un totale di 19 miliardi di euro.

C’è poi un’altra visione, diametralmente opposta

Come risulta a Key4Biz, a KKR non sarebbe arrivato alcun memorandum of understanding da parte di Open Fiber sul progetto rete unica. E dal 2020, da quando KKR ha fatto il suo primo investimento in Fibercop (allora società della rete secondaria di Tim), ce ne sono stati diversi di MoU e KKR li ha sempre firmati tutti.

Quali criteri?

Nel MoU andrebbero fissati i criteri per chiudere l’operazione, a partire dal perimetro che dovrebbe avere la nuova entità. Per KKR il quadro sarebbe piuttosto semplice. Fatto lo spin off della rete, “salvata” Tim da una posizione debitoria grave, che impediva qualsiasi investimento nella rete, creata Fibercop, sono partiti gli investimenti.

Il piano di Fibercop ha visto investimenti di 2,8 miliardi nell’ultimo anno, a fronte di un piano complessivo di 10 miliardi nei prossimi 10 anni.

A che punto siamo con la rete unica? 

L’ultima puntata della rete unica che risulta nei vari colloqui ufficiosi è stata una interlocuzione con la Ue per proporre una rete unica comprensiva delle aree nere, proposta rigetta dalla Ue secondo cui con le aree nere non si può fare. Qualunque proposta, quindi, deve tenere conto della Ue e dei suoi paletti.

L’aspetto finanziario. Il debito di Open Fiber deve essere sostenibile

In secondo luogo, Fibercop a trazione KKR è molto attenta all’aspetto finanziario della questione e l’idea di fare un’operazione con un soggetto non commensurabile dal punto di vista finanziario suscita preoccupazioni.

A quanto risulta a Key4Biz, il fondo americano considererebbe la mancanza di un rating da parte di un’agenzia internazionale per Open Fiber come un aspetto alquanto penalizzante che ostacola l’apertura di una trattativa. Il project financing delle banche non è comparabile con il rating di Fibercop e quindi il valore delle due aziende non sarebbe commensurabile.

Quindi, per KKR chiudere l’operazione di merger con una società pesantemente indebitata sarebbe un danno per il rating di Fibercop, appesantirebbe l’azienda e rallenterebbe gli investimenti.

In altre parole, KKR chiederebbe delle valutazioni accettate sul mercato e condivise da tutti gli azionisti che, al momento, non ci sono. In parole molto tecniche, la richiesta è quella di armonizzare la modalità di comparare il valore delle due aziende. 

I rispettivi multipli sono certamente un po’ diversi, in termini di ricavi e di rapporto fra EBITDA e debito.

Come vuole mettersi al tavolo Open Fiber? 

Open Fiber vuole cedere le aree nere a Macquarie?

In quel caso, quali remedies verrebbero imposti dalla Ue in caso di merger e chi paga cosa?

Il tutto si ridurrebbe, in definitiva, ad una questione matematica e procedurale e non ci sarebbe quindi alcuna preclusione a priori da parte di KKR.

Zorzoni (AIIP): ‘Decine di operatori indipendenti non hanno bisogno né di Open Fiber né di Fibercop’

“Da dopo la caduta del governo Renzi si ripete lo stesso ritornello: unire FiberCop e Open Fiber per “salvare” ciò che resta della vecchia Telecom. Oggi lo chiamano “consolidamento”, ieri era “troppa concorrenza”: cambia il nome, non la sostanza”, dice a Key4Biz Giovanni Zorzoni, vice presidente di AIIP.

“Il paradosso è che, mentre si discute di fusioni e reti uniche, Open Fiber cresce, recupera (almeno in parte) gli errori e sottrae clienti a FiberCop. Nel frattempo esistono decine di operatori indipendenti che costruiscono reti proprie, portando fibra vera e concorrenza vera, che non hanno bisogno né di Open Fiber, né di Fibercop. I dati AGCOM sono lì a dimostrare quanto siano cresciuti questi operatori, molti dei quali appartenenti all’AIIP”.

“È questo il modello che Bruxelles diceva di volere, prima che il nuovo Digital Networks Act iniziasse a spingere verso l’oligopolio.

Parlare oggi di “rete unica” significa ignorare la realtà del mercato: più pluralismo, più operatori, più scelta per cittadini e imprese.

Il tempo dei salvataggi di sistema è sempre più complesso, e l’idea di un monopolio di Stato su fibra (e frequenze) travestito da efficienza è una ricetta che, nel contesto di ibridazione digitale, fa tenerezza e ridere nello stesso tempo”, chiude Zorzoni.

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Protto (Cellnex Italia): “Frequenze TLC a un costo non esoso, ma investimenti per Telco in infrastrutture”

“Un rinnovo agli operatori mobili, qualora lo vorranno, a un prezzo non esoso, come fatto in Germania, in cambio di investimenti infrastrutturali per migliorare le reti mobili del Paese”. Questo il punto di vista di Federico Protto, Presidente e CEO Cellnex Italia in merito alla modalità di rinnovo delle frequenze mobili, in scadenza il 31 dicembre 2029.

La videointervista di Key4Biz a Protto è stata realizzata in occasione del Digital Innovation Forum -ComoLake2025. Key4Biz è media partner.

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Butti: “Frequenze TLC? Come Governo non saremo esosi, ma Telco devono investire su 5G standalone”

“C’è la mia attenzione sulla seconda consultazione pubblica di Agcom sul rinnovo delle frequenze mobili”, in scadenza il 31 dicembre 2029, “e come Governo non dobbiamo essere esosi, ma le Telco devono investire di più sul 5G, in particolare sul 5G Standalone”. Questo è uno dei messaggi chiave lanciati da Alessio Butti, il Sottosegretario di Stato con delega all’Innovazione, nel suo intervento al Digital Innovation Forum 2025 – ComoLake2025 – di cui Key4Biz è media partner – in corso da oggi fino al 17 ottobre a Villa Erba a Cernobbio.

Poi, a margine del suo intervento, Butti ha così risposto alla nostra domanda:

Butti: “Con AI e Quantum Computing vogliamo plasmare il futuro insieme alle startup“

“Mettere insieme l’AI e il quantum computing sarà una straordinaria sfida e abbiamo bisogno del contributo di tutti gli stakeholder, cioè di tutti i soggetti che qui sono convenuti e che stanno interloquendo con il Dipartimento, con la Presidenza e con altri ministeri competenti, cercando di portare dei contributi in termini di idee”. Così ha risposto alla domanda di Key4Biz Butti, a margine del suo intervento.

“Quando parlo di Stato amico, di Stato agente che ha rispetto del tempo dei cittadini”, ha aggiunto Butti, “utilizzando l’intelligenza artificiale e tutte le nuove tecnologie, voglio parlare di uno Stato che si metta a disposizione del cittadino, che non gli crea problemi. Uno Stato che dice ‘siamo qua, spiegaci di che cosa hai bisogno, al resto ci pensiamo noi con la digitalizzazione“.

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Quantum Computing, a Cernobbio nasce Q-Alliance: primo accordo al mondo tra due società specializzate

“L’Italia è protagonista anche nel Quantum Computing”, ha aggiunto dal palco il Sottosegretario, ricordando sia la Strategia approvata dal Governo sia l’iniziativa Q-Alliance, frutto di un Memorandum of Understanding siglato proprio qui oggi a Cernobbio al Digital Innovation Forum, tra D-Wave, società leader nei sistemi, software e servizi di calcolo quantistico e primo fornitore commerciale di computer quantistici al mondo, e IonQ, la più grande compagnia al mondo di quantum computer, e si pone come obiettivo di accelerare la scoperta scientifica, la trasformazione industriale e la sovranità digitale.

“Alle due aziende”, ha concluso Butti, “abbiamo avanzato, con successo, 3 richieste:

  • che l’accordo fosse aderente alla nostra Strategia Quantum
  • il coinvolgimento di 100 ricercatori, in maggioranza italiani
  • di usare il quantum computing solo per applicazioni di uso civile“

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Edge Cloud, Blefari Melazzi (Università Tor Vergata): ‘L’AI si sposterà sempre più dal Cloud verso di noi. Una grande occasione per le Telco’

“L’Edge Cloud è il Cloud spostato verso gli utenti e serve per avvicinare le risorse di elaborazione agli utenti, in primo luogo per diminuire la latenza, perché la velocità della luce è veloce, ma per arrivare in California ci vuole troppo tempo. Per far girare l’auto a sinistra o a destra, ci vuole troppo tempo”.  Lo ha detto Nicola Blefari Melazzi, Professore Ordinario di Telecomunicazioni, Università di Roma Tor Vergata nel suo intervento all’edizione 2025 del Digital Innovation Forum – ComoLake2025 in corso a Cernobbio. Key4Biz è media partner.

AI oggi si fa nel Cloud

“L’intelligenza artificiale ha una parte di training, in cui si insegna all’AI ciò che si vuole che impari, e una parte di inference, vale a dire le richieste di ciò che vogliamo rivolte all’AI. Bene, oggi sia il training sia l’inference si fanno nel Cloud. Ma entrambi si sposteranno sempre più vicino a noi”.

Perché l’AI si sposterà sempre più vicino a noi?

“Perché per quanto riguarda il training, non è più necessario avere dei modelli di testo ma dobbiamo fare anche delle cose che riguardano i trasporti. O la sicurezza. E quindi se vogliamo fare il training che riguarda i trasporti, il training va fatto sempre più verso gli utenti finali”, dice Blefari Melazzi, aggiungendo che anche l’inferenza  va fatta nei sistemi Edge e nei terminali, “per cui invece di far rispondere interrogando il grande Cloud, la risposta viene generata nel nostro telefonino”, aggiunge.

Edge Cambia l’ecosistema, un’occasione per le Telco

In futuro, quindi, “non ci saranno più tante app e forse nemmeno tanti sistemi operativi. Perché sarà tutto integrato in una unica interfaccia di accesso all’intelligenza artificiale. Se vogliamo mandare un messaggio, glielo dico e quello lo manda. Senza usare un’app specifica. Questo cambia tutto”, dice Blefari Melazzi, secondo cui questo trend è un’opportunità per gli operatori perché le cose si spostano in una zona “dove hanno ancora il controllo e l’accesso, qui possono svolgere un ruolo più significativo. Tra l’altro, la necessità di banda aumenta e tutto ciò avviene a casa loro e quindi questa è un’opportunità da non perdere”.  

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AI, Gola (Open Fiber): “Una rete nazionale di Edge Data Center sulla nostra rete in fibra”

“Noi stiamo facendo un progetto di sviluppo della rete anche al servizio dell’intelligenza artificiale. Chiaramente noi continuiamo la nostra opera di infrastrutturazione in tutta Italia, però in parallelo stiamo andando a completare e ad arricchire la nostra infrastruttura. In particolare, nell’ultimo anno abbiamo cominciato a realizzare una rete di Edge Data Center, piccoli data center distribuiti su tutto il territorio nazionale, su una infrastruttura pronta, all’interno dei nostri Pop di rete. Ne abbiamo già attivi tre: a Roma, Milano e Pescara e in piano entro l’anno prossimo ne abbiamo altri 16”, ha detto Giuseppe Gola, Amministratore delegato e Direttore Generale di Open Fiber nel suo intervento all’edizione 2025 del Digital Innovation Forum – ComoLake2025 in corso a Cernobbio. Key4Biz è media partner.

L’Edge Computing sposa la fibra

“Si tratta di una evoluzione fondamentale nella evoluzione della rete, perché praticamente avviciniamo fisicamente i dati e la capacità computazionale dell’Edge Computing ai clienti e alle applicazioni”, aggiunge Gola. “Questa cosa migliora radicalmente la qualità del servizio e va a completare la disponibilità di banda della fibra con la vicinanza fisica che permette di ridurre in maniera sostanziale il tempo di latenza in un rapporto anche di uno a cento rispetto a distanze maggiori”.

Gola: ‘Le applicazioni dei clienti direttamente nella nostra rete’   

Questo connubio permette alla rete di Open Fiber di creare nuove applicazioni e un nuovo modo di fornire il servizio di rete. “Ad esempio, una cosa molto interessante è la realizzazione delle cosiddette Cdn (Content delivery network) – aggiunge Gola – per cui noi andiamo a fornire i contenuti video con una qualità sostanzialmente maggiore perché avviciniamo il video al cliente finale”.

“Tutto questo va nella direzione di fare della rete non più soltanto una infrastruttura passiva, ma una infrastruttura completa in cui tutti i clienti e gli operatori potranno andare ad installare direttamente le loro applicazioni, i loro servizi sulla nostra rete senza dover realizzare una loro infrastruttura”.    

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