TIM-Fibercop, AGCM pubblica i rimedi proposti al Master Service Agreement. Consultazione fino al 30 settembre

L’Antitrust ha avviato l’esame dei rimedi proposti da TIM e Fibercop per limitare gli effetti anticoncorrenziali del master service agreement, scrive MF.

Tre aspetti più critici

Tre gli aspetti più critici: l’esclusiva trentennale per TIM, gli sconti su base volumetrica sul servizio di accesso attivo (VULA FTTH) che potrebbe disincentivare l’acquisto di servizi passivi e l’uso esclusivo di linee business P2P dedicate a clienti aziendali, col rischio che Tim trattenga capacità produttiva, precludendo l’accesso ad altri operatori concorrenti.

Fibercop propone 30 anni di esclusiva solo nelle aree bianche, che costituisce il 23% delle unità immobiliari, di cui il 70-75% riconducibili a Open Fiber e il 20-25% a Fibercop; altrove (in 175 comuni delle aree nere dove ci sono almeno due operatori wholesale only FTTH e nelle aree dove non si è ancora proceduto al rollout) dell’FTTH (pari al 44% delle unità immobiliari) l’intesa si ridurrebbe a 10 anni più 6 di vincolo sui clienti. Previsti anche sconti accessibili ad altri operatori e la rinuncia all’esclusiva se TIM perde un cliente business, aggiunge MF.

Consultazione aperta fino al 30 settembre

I concorrenti potranno inviare osservazioni entro il 30 settembre con repliche attese entro il 30 ottobre. Le prime reazioni del mercato sono fredde, soprattutto per gli sconti considerati inaccessibili e l’esclusiva nelle aree meno infrastrutturate.

In particolare, Fibercop nella sua nota scrive che “il processo di disintegrazione proprietaria non sarebbe stato possibile senza impegni di acquisto/fornitura di lungo periodo fra le parti” come presupposto per gli investimenti programmati di Fibercop sul rollout dell’FTTH.

Un accordo definito “necessario” per garantire la continuità aziendale.

Fra le ragioni dell’avvio del procedimento, i dubbi concorrenziali relativi in primo luogo alla durata trentennale e alla portata dell’esclusiva di fornitura di accesso alla rete.

Le ragioni di Fibercop

Un’esclusiva che rischia di rendere vincolato a vantaggio di Fibercop circa il 40% della domanda di servizi di telefonia fissa totale. Fibercop replica sostenendo che anche Open Fiber ha vincoli di esclusiva con operatori retail (Vodafone, Wind Tre e Sky) rappresentano poco meno del 40% del mercato retail e la concorrenza di Fastweb-Vodafone si farà presto sentire sempre nel mercato retail erodendo quote di Tim in una fase di switch tecnologico.

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ChatGPT e gli altri, come cresce la concorrenza nell’AI

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Abituati come siamo a chiamare le categorie con il nome del prodotto di maggior successo (i fuoristrada per molti sono le jeep, e pochi di quelli che chiamano “scotch” il nastro adesivo sanno che è un marchio registrato della 3M), per parecchio ci è capitato di usare senza distinzione “Intelligenza Artificiale” (generativa) e ChatGPT come sinonimi.

Poi i concorrenti hanno cominciato a spuntare – da Gemini a Grok, da Claude a DeepSeek e Perplexity, fino ad Apple Intelligence e Meta AI nei nostri cellulari con WhatsApp, cosa che non è piaciuta al garante – e ci siamo progressivamente conto di quanto questo ecosistema sia variegato, anche perché più o meno tutte le aziende tech, e un bel po’ di quelle non tech, stanno salendo sul proverbiale carro. Un report di SensorTower – Beyond OpenAI: The AI Apps Gaining Ground Outside ChatGPT – illustra le dinamiche di questi concorrenti, evidenziando quelli che raccolgono più consensi: qui di seguito i risultati.

Grok, il successo senza filtri

Di certo, se si guarda al panorama dei nuovi arrivati, nessuno ha fatto più rumore di Grok, lanciato all’inizio del 2025 e capace in pochi mesi di trasformarsi da outsider a protagonista. Il chatbot di Musk ha registrato un incremento del 2600% nel giro di sei mesi, arrivando a oltre 8 milioni di utenti: numeri che fanno impressione, soprattutto se si considera che la sua base di partenza era quasi nulla.

La forza trainante non è tanto l’innovazione tecnologica – Grok non si propone come il modello più sofisticato sul mercato, e, anzi, non sono mancati incidenti abbastanza clamorosi, come le recenti posizioni neonaziste mostrate dall’AI fino a quando non è stata bloccata – quanto l’integrazione con X (ex Twitter), che funziona da trampolino privilegiato.

Per un abbonato Premium, il passaggio da social a chatbot è praticamente invisibile: il confine tra intrattenimento e assistenza AI si dissolve, e questo abbassa drasticamente le barriere che ci sono all’adozione del nuovo strumento. I dati mostrano un profilo d’utenza fortemente connotato, con l’82,5% di uomini e una concentrazione significativa tra trader di criptovalute, scommettitori e utenti abituati a transazioni peer-to-peer.

È una community con interessi e linguaggi comuni, che trova nel tono diretto e ben poco filtrato, per usare un eufemismo, del bot un riflesso della propria identità. Il vero interrogativo è se Musk riuscirà a trasformare questa nicchia in massa critica, o se la traiettoria di Grok resterà confinata in un universo di early adopter molto rumorosi, ma relativamente omogenei.

Gemini cerca di conquistare con l’affidabilità

Grok punta sull’effetto-community, ma Gemini adotta una filosofia diametralmente opposta: non vuole essere un luogo da raggiungere ma una funzione da trovare ovunque. La scelta di Google è stata radicale (e per certi versi rischiosa) e cioè portare l’AI direttamente dentro i dispositivi e i servizi che già usiamo ogni giorno, dalla ricerca alle app di lavoro, fino agli smartphone Android.

Il risultato è un aumento esplosivo di utenti attivi quotidiani: +246% in sei mesi, con 1,4 milioni di nuove presenze costanti. Non c’è da stupirsi, se pensiamo che oggi basta un “Hey Google” per evocare Gemini in qualsiasi contesto, che sia per tradurre al volo una frase, riassumere una pagina web o dettare un messaggio. Più che il volume, colpisce la qualità delle interazioni: chi usa Gemini lo fa con regolarità, anche se per sessioni brevi.

La media è di circa 12,5 minuti a settimana distribuiti su 6,5 accessi, un segnale di dipendenza silenziosa, fatta di micro-task che diventano abitudine. È una strategia quasi invisibile ma potentissima: trasformare l’AI in uno strumento “di default”, che non richiede download, pubblicità o hype.

In questo senso, la presenza di Gemini in ogni dispositivo Android ricorda come la scelta del piano mobile sia ormai parte integrante dell’esperienza digitale: non a caso, strumenti come i comparatori di tariffe di telefonia mobile di SOSTariffe.it sono diventati un riferimento per orientarsi in un mercato affollato. E mentre il tempo medio di utilizzo continua a crescere (+92% in sei mesi), Gemini consolida la sua identità: non l’AI più spettacolare, forse, ma quella più inevitabile.

DeepSeek convince gli specialisti, ma gli interrogativi sono tanti

Nata in Cina e approdata negli Stati Uniti tra mille sospetti e polemiche, DeepSeek ha mostrato la crescita più impressionante nel parametro che spesso conta di più: il tempo medio speso dagli utenti. Tra gennaio e luglio 2025 la permanenza giornaliera è più che raddoppiata, passando da 6,8 a 15,5 minuti, distribuiti su quasi sei sessioni quotidiane.

Non è poco, se si considera che DeepSeek non beneficia di integrazioni privilegiate come X o Android: qui non c’è un ecosistema già pronto che spinge verso l’adozione.

La fidelizzazione, insomma, è tutta frutto del valore percepito del modello. E infatti nei forum tech e nelle community di sviluppatori è frequente leggere commenti che lo descrivono come uno dei chatbot più avanzati sul mercato, in grado di reggere il confronto con i big americani.

Il target è giovane (due utenti su tre hanno meno di 35 anni) e raggiungibile attraverso canali pubblicitari coerenti: Instagram, YouTube e TikTok, che veicolano oltre il 60% delle impressioni. Resta l’incognita geopolitica: privacy e sicurezza sono temi irrisolti, ma al momento non sembrano frenare l’appeal di un’AI che, al contrario, continua a guadagnare fedeltà e tempo reale dai suoi utenti.

Tre strategie per il successo

Mettendo insieme i pezzi, il quadro diventa chiaro: nel mercato delle app di AI non esiste un’unica via per conquistare utenti, ma tre modelli complementari. C’è chi punta all’acquisizione rapida, come Grok, sfruttando piattaforme già esistenti per trasformare la curiosità in numeri esplosivi. C’è chi preferisce la via della frequenza d’uso, come Gemini, lavorando nell’ombra per diventare l’assistente che ti accompagna in ogni gesto quotidiano.

E c’è infine chi investe sulla profondità delle interazioni, come DeepSeek, capace di trattenere a lungo chi lo prova (la famosa user retention). Sono tre strade diverse, ma tutte valide, che riflettono non solo strategie aziendali, ma anche diverse idee di AI: il compagno costante, l’amico di nicchia, lo strumento intensivo.

ChatGPT, per ora, resta l’elefante nella stanza, forte di una posizione di predominio che nessuno ha ancora scalzato. Ma la sua forza non cancella il fermento intorno: più i concorrenti crescono, più il mercato si frammenta, e più gli utenti imparano a distinguere tra modelli, usi e identità.

È un segnale interessante: l’AI diventa sempre più un ecosistema polifonico dove ognuno cerca la propria nicchia e il proprio vantaggio competitivo. Il futuro sarà una battaglia a tre livelli, tra chi porta dentro più utenti, chi resta presente ogni giorno e chi riesce a farli restare più a lungo.

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Fibercop operatore wholesale only, Giomi (Agcom): “Tutte le criticità nell’approccio dell’Autorità”

Key4Biz. Cosa pensa della recente delibera Agcom sull’analisi dei mercati di accesso alla rete fissa?

Elisa Giomi. L’approccio di Agcom presenta delle criticità già a partire dalla gestione dei pareri ricevuti dall’AGCM e dalla Commissione europea. È singolare che l’Autorità abbia ignorato di esprimere valutazioni sul parere ricevuto dalla Commissione europea riguardo l’identificazione di FiberCop come operatore wholesale only, parere citato nei visti della delibera stessa. L’attribuzione dello status di operatore wholesale only è stata nel recente passato molto criticata non solo da me, ma da gran parte del mercato. Ora trattandosi di una consultazione pubblica che chiama tutti a esprimere osservazioni sulle valutazioni di Agcom, se talune di queste mancano, come il parere della Commissione, è un problema. 

Key4Biz. Quindi la Commissione europea ha reso il parere all’Agcom sullo status di operatore wholesale only?

Elisa Giomi. Sì, la Commissione Europea, dopo uno scambio di informazioni con Agcom, ha chiarito che senza l’individuazione di mercati rilevanti e di una posizione dominante (SMP) non può considerare la notifica di Agcom come un progetto di misura ai sensi dell’articolo 32 del CECE. Di conseguenza, la Commissione ha dichiarato di non poter esprimere una posizione formale sulla proposta di decisione presentata da Agcom. Colpisce poi il trattamento riservato al parere dell’AGCM, etichettato come positivo da Agcom, senza considerare che l’Autorità Antitrust non ha competenza diretta a valutare il rispetto delle condizioni del codice delle comunicazioni elettroniche. Di conseguenza, il parere AGCM è inevitabilmente distante dal tema dello status di wholesale only, ma non invece dalla questione centrale sulle relazioni contrattuali esistenti tra TIM e FiberCop su cui ha evidenziato forti criticità.

Key4Biz. Non era prevedibile uno stop dalla Commissione per mancanza dei requisiti essenziali?

Elisa Giomi. Se la Commissione avesse adottato lo stesso criterio di valutazione anche per il ben più rilevante provvedimento ponte di giugno 2023, quando Agcom intervenne sui prezzi di TIM, avrebbe potuto chiarire che, in assenza dell’individuazione dei mercati rilevanti e delle posizioni dominanti, non era possibile modificare il quadro dei rimedi regolatori. Questo avrebbe consentito ai concorrenti di accedere alla rete a prezzi più bassi per un periodo più lungo, nel rispetto dei principi di prevedibilità e certezza della regolazione settoriale. Ma così non è stato.

Key4Biz. Quali saranno le conseguenze del parere della Commissione europea sulla qualifica di operatore wholesale only?

Elisa Giomi. Lo vedremo dal responso della seconda consultazione pubblica e chissà forse dai contenziosi che ne potrebbero scaturire. Ma un effetto la delibera lo ha già prodotto: tempo e risorse sprecate non solo da parte di Agcom, ma anche degli operatori che sono stati chiamati a contribuire a una valutazione prematura e logicamente errata. E infine non mi stancherò mai di dirlo: dall’inizio di questa consiliatura che risale al 2020 il settore delle comunicazioni elettroniche è privo di un quadro di rimedi regolatori, stabili, certi e prevedibili, come invece accade in tutti i settori di pubblica utilità.

Key4Biz. Quali sono gli aspetti che la preoccupano maggiormente?

Elisa Giomi. Preoccupa soprattutto la mancanza di una reale analisi di impatto della regolazione che dovrebbe essere costruita con il contributo di tutti gli operatori interessati. Se non valutiamo gli effetti concreti che la regolazione potrà produrre sugli operatori e sui consumatori, si rischiano risultati indesiderati o peggio dannosi. Non dimentichiamo che le regole che Agcom disegnerà dovranno rimanere in vigore per 5 anni. Preoccupa anche una regolazione fatta di un numero elevato di micro-norme la cui applicazione è inutilmente complessa e onerosa. Invero, l’Autorità avrebbe tra i suoi obiettivi strategici la semplificazione della regolazione, ma in questo caso c’è ancora molto da lavorare per raggiungere standard minimi accettabili. 

Key4Biz. In che modo Agcom avrebbe dovuto agire diversamente, secondo lei?

Elisa Giomi. L’Autorità dovrebbe prendere coscienza che una micro-regolazione, pervasiva come quella attuale, rischia di essere dannosa per il mercato. Agcom avrebbe dovuto individuare chiaramente i singoli problemi concorrenziali e associare ad essi specifici obblighi regolatori, rispettando così il principio di proporzionalità previsto dal codice. Attualmente, invece, la delibera impone obblighi a pacchetto, presi in blocco dal codice, senza valutare come minimizzare gli oneri per FiberCop e massimizzare i benefici per il mercato. La regolazione dovrebbe scattare solo quando si verificano concreti fallimenti di mercato, altrimenti bisognerebbe lasciare spazio alla negoziazione commerciale tra gli operatori.

Key4Biz. Ritiene quindi possibile una negoziazione libera tra operatori?

Elisa Giomi. Certamente. Oggi operatori di rete come FiberCop e Open Fiber e gli operatori richiedenti l’accesso alla rete sono in grado di negoziare condizioni tecniche ed economiche che convergono verso un punto di equilibrio di mercato migliore di quello imposto da un regolatore. È vero che il potere negoziale è sbilanciato a favore degli operatori di rete, ma Agcom potrebbe creare una cornice che fissi limiti contrattuali (tra cui durata, sconti, clausole di miglior favore) e incentivi a negoziare in buona fede. Solo qualora le trattative fallissero, Agcom sarebbe chiamata a intervenire fissando condizioni economiche e tecniche favorevoli per chi ha negoziato in buona fede, aumentando eventualmente la pressione regolatoria sugli operatori con significativo potere di mercato per sterilizzare criticità verticali, come nel rapporto tra FiberCop e TIM.

Key4Biz. Quali obblighi regolatori ritiene ormai superati?

Elisa Giomi. In particolare, considero ormai arcaici obblighi come l’approvazione preventiva delle offerte di riferimento e la permanenza dell’organo di vigilanza, che oggi costituiscono solo oneri burocratici privi di benefici reali per il mercato. Serve una semplificazione dell’azione amministrativa in particolare da un’Autorità indipendente: quando per esempio un’offerta di riferimento non è conforme al quadro normativo devono scattare le sanzioni.

Key4Biz continuerà a tenere acceso il confronto sul tema, dando voce ai diversi punti di vista.

Per approfondire:

Operatore wholesale only, perché la Ue sta meditando di abolirlo?

AIIP contro l’ok Agcom a FiberCop operatore ‘wholesale only’: ‘La commistione con Tim resta, mancano i presupposti’

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Agcom apre consultazione su proposta di analisi dei mercati dell’accesso alla rete fissa

Il Consiglio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, nella riunione del 30 luglio 2025, ha deliberato, con il voto contrario della Commissaria Elisa Giomi, l’avvio della consultazione pubblica relativa alla proposta di analisi dei mercati dell’accesso alla rete fissa.

Separazione della rete Tim

La consultazione si inserisce nel procedimento di analisi dei mercati avviato con la delibera n. 315/24/CONS a seguito della separazione strutturale della rete fissa di accesso di TIM e tiene conto degli esiti della precedente consultazione pubblica, avviata con delibera n. 103/25/CONS, sulla verifica della sussistenza in capo a FiberCop delle condizioni di operatore wholesale only (impresa attiva esclusivamente sul mercato all’ingrosso) ai sensi dell’articolo 91, comma 1 del Codice delle comunicazioni elettroniche.

Fibercop operatore wholesale only

Sul presupposto, all’esito della verifica, del riconoscimento a FiberCop della qualifica di operatore wholesale only, l’Autorità ha dunque analizzato i mercati dell’accesso alla rete fissa ed elaborato l’aggiornamento del quadro regolamentare.

L’analisi segue i passaggi previsti dal Codice delle comunicazioni elettroniche e prevede la definizione merceologica e geografica dei mercati rilevanti (mercati nn. 1 e 2 della raccomandazione europea), la valutazione della sussistenza del significativo potere di mercato in capo a FiberCop su una parte di questi mercati e la declinazione del quadro rimediale applicabile a quest’ultima. 

Tenuto conto del Master Service Agreement

I rimedi, individuati dal Codice come proporzionali e applicabili all’operatore qualificato wholesale only, sono di accesso, di non discriminazione e di imposizione di prezzi equi e ragionevoli e sono stati declinati dall’Autorità anche tenendo conto dell’attuale Master Service Agreement (MSA) che, a seguito dell’operazione di separazione della rete, regola i rapporti tra FiberCop e TIM. 

La consultazione pubblica avrà termine il 22 settembre 2025.

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Poste-Tim, procedimento ancora non chiuso. Ora la palla passa all’Agcom, ma ultima parola all’Antitrust

L’Antitrust ha dato il via libera all’acquisizione da parte di Poste Italiane della quota del 15% di Tim rilevata a maggio da Vivendi. Lo scrive oggi la Reuters, aggiungendo che l’Autorità non avrebbe imposto remedies.

C’è da dire, però, che il provvedimento non è ancora chiuso. L’iter è ancora in corso e, come risulta a Key4Biz, a questo punto l’Antitrust dovrà inviare lo schema di provvedimento all’Agcom, che a sua volta si prenderà qualche settimana (ha 30 giorni di tempo) per esaminare lo schema di provvedimento e fare a sua volta le sue valutazioni ed eventuali rilievi.

Una volta concluso il suo esame, l’Agcom invierà nuovamente lo schema di provvedimento con i suoi rilievi all’Antitrust, cui spetta l’ultima parola per chiudere la partita.

Ci vorrà quindi ancora qualche tempo prima che il provvedimento venga chiuso definitivamente con tutti i passaggi.

Leggi anche: Del Fante (Poste): “A lavoro per sinergie con TIM e sviluppo della rete”

Poste al 24,8% di Tim ma fuori dal Cda? Per iliad non cambierebbe nulla

Poste diventa primo azionista di Tim con il 24,81%. Opa esclusa, Vivendi resta con il 2,51%

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Inwit: l’utile del primo semestre cresce a 184,6 milioni (+3,1%)

Inwit chiude il primo semestre con un utile netto di 184,6 milioni (+3,1%) grazie a un secondo trimestre che registra profitti per 93,4 milioni (+4,6%). L’Ebitdal, che rappresenta il principale margine operativo per la società delle torri, si attesta nel semestre a 390,6 milioni (+5,5%) e i ricavi crescono a 535,3 milioni (+4,6%).

I numeri

 Aumenta l’indebitamento finanziario netto, pari a 4.938 milioni (+6%) rispetto al giugno 2024 per effetto, dice la società in una nota, della maggiore remunerazione agli azionisti (dividendi) e riacquisto di azioni proprie e anche la leva finanziaria, in termini di rapporto tra indebitamento netto ed Ebitda, è in aumento. 

Inwit per l’esercizio 2025 stima una crescita dei ricavi nel range 1.070-1.090 milioni, un EbitdaL margin oltre il 73%, in crescita rispetto al 2024, un recurring free cash flow in crescita nel range 630-640 milioni e un dividendo per azione in crescita del 7,5% in linea con la politica dei dividendi. I target, ricorda Inwit, non includono gli impatti del piano di buyback per 400 milioni e della distribuzione di un dividendo straordinario di circa 200 milioni.

Attività

Inwit aggiunge che nel secondo trimestre ha proseguito nella sua attività di sviluppo del business aumentando il numero di ospitalità sui propri siti di circa 720 unità, sviluppando la propria infrastruttura e ampliando il proprio parco torri di circa 210 unità. Al 30 giugno 2025 il numero medio di operatori per sito (tenancy ratio) cresce ulteriormente attestandosi a 2,36x, confermandosi, scrive Inwit, tra i più alti del settore. Il direttore generale della società delle torri, Diego Galli, commenta i numeri del secondo trimestre: “i risultati confermano la resilienza del nostro modello di business, fondato su ingenti investimenti e ritorni nel lungo termine e in grado di sostenere in modo efficiente la crescente necessità di investimenti infrastrutturali per la digitalizzazione”.

Lo scenario di riferimento macroeconomico, tecnologico e di mercato per il settore delle Tower Companies è caratterizzato da trend strutturali positivi, quali il crescente uso di dati in mobilità, la transizione tecnologica verso il 5G, la necessità di completare e densificare la copertura dei territori, contribuendo anche alla riduzione del digital divide, attraverso rilevanti investimenti in infrastrutture e in tecnologie digitali.

Previsioni

Nel breve termine, si prevede una crescente domanda di connettività, insieme ad una limitata crescita dell’inflazione e il persistere di elementi di difficoltà nel mercato italiano delle telecomunicazioni, tra cui l’elevata competizione e la limitata generazione di cassa, con riflesso sul trend degli investimenti. Allo stesso tempo si osserva un forte dinamismo in termini di rilevanti operazioni industriali straordinarie, con il potenziale di ristabilire un più sano equilibrio di mercato e maggiore capacità di investimento in infrastrutture digitali da parte degli operatori. Il modello di business di INWIT, basato su contratti di ospitalità di lungo periodo e indicizzazione all’inflazione, rappresenta un elemento di protezione e supporto in tale contesto.

Il Piano Industriale 2025-2030 di INWIT prevede una continua espansione dei principali indicatori industriali, economici e finanziari, supportati da un rilevante piano di investimenti volto ad intercettare la domanda di infrastrutture digitali e a portare a termine un significativo piano di efficienze attraverso l’acquisizione di terreni.

In merito all’evoluzione prevedibile della gestione per l’esercizio 2025, ci si attende:

  • crescita dei ricavi nel range € 1.070-1.090 milioni,
  • EBITDA margin superiore al 91%,
  • EBITDAaL margin oltre il 73%, in crescita rispetto al 2024,
  • Recurring Free Cash Flow in crescita nel range € 630-640 milioni,
  • Dividendo per azione in crescita del 7,5% in linea con la dividend policy,
  • leva finanziaria a 4,7x.

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Scorporo rete Tim, Ue apre indagine su informazioni ‘errate o fuorvianti’ da Kkr. Rischio sanzione

L’Antitrust europeo ha avviato un’indagine formale per determinare se, durante l’esame dell’acquisto da parte di Kkr della rete di accesso di Tim, l’azienda abbia fornito informazioni fuorvianti alla Commissione. Il rischio è una sanzione, anche grossa, in base al fatturato delle imprese interessate, come definito dal regolamento comunitario 139/2004 sul controllo delle concentrazioni.

Lo si legge in un comunicato dell’autorità antitrust europea, che l’anno scorso aveva approvato senza condizioni la vendita della rete di accesso di Tim al fondo statunitense, un’operazione del valore fino a 22 miliardi di euro.

KKR: Fibercop continua a rispettare gli impegni con i clienti e la regolamentazione Agcom

“In qualità di amministratori di infrastrutture pubbliche, prendiamo molto sul serio la nostra responsabilità nei confronti di coloro che serviamo, della Commissione europea e delle autorità di regolamentazione italiane”, dice Kkr in una nota, in cui si precisa che il fondo Usa collaborerà pienamente con la Commissione per affrontare qualsiasi preoccupazione e lavorare alla completa risoluzione della questione.

“Come parte dell’autorizzazione della transazione, abbiamo collaborato in buona fede con la Commissione europea e fornito informazioni specifiche e accurate; FiberCop continua a rispettare gli impegni nei confronti dei clienti e la regolamentazione economica disciplinata dall’AGCOM, l’autorità italiana indipendente di regolamentazione delle comunicazioni”, ha detto un portavoce.

Nel comunicato della Commissione, Bruxelles ricorda come il via libera incondizionato, concesso lo scorso 30 maggio, fosse seguito ad un’indagine sull’impatto della transazione sul mercato dell’accesso all’ingrosso, concludendo che il soggetto scorporato da Tim, denominato Fibercop, non avrebbe deteriorato le condizioni di accesso ai servizi passivi (fibra spenta), né li avrebbe terminati, grazie agli accordi in essere con diversi operatori, tra cui Fastweb e Iliad.

Indagine odierna separata dalla procedura che ha autorizzato l’operazione KKr/NetCo

“Nell’ambito dell’indagine avviata oggi, la Commissione valuterà se KKR abbia fornito informazioni errate o fuorvianti in merito a tali accordi. L’indagine odierna è distinta dalla procedura che ha portato all’approvazione incondizionata dell’operazione KKR/NetCo ai sensi del Regolamento UE sulle concentrazioni.

La Commissione ha informato KKR dell’avvio di un’indagine formale e ora la svolgerà. L’avvio di un’indagine formale non ne pregiudica l’esito”.

L’esito dell’operazione non è messo in dubbio.

Indagine formale

In base alle norme Ue, le società che forniscono informazioni scorrette o fuorvianti durante l’esame di un’operazione possono incorrere in multe. La Commissione potrebbe anche revocare una decisione basata su informazioni errate se sussistono una serie di condizioni.

“Le nostre norme in materia di controllo delle concentrazioni impongono alle parti di comunicare alla Commissione informazioni complete e accurate in sede di valutazione dell’operazione – ha commentato Teresa Ribera, Vicepresidente Esecutiva per una Transizione Pulita, Giusta e Competitiva – Prendiamo molto seriamente qualsiasi violazione di questo obbligo. In questa fase, la Commissione ha raccolto elementi sufficienti per avviare un’indagine formale volta a determinare se KKR abbia rispettato tale obbligo”.

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RAN, mercato stagnante. Il 5G non compensa il declino dell’LTE

La società di ricerca Dell’oro Group prevede che i ricavi complessivi delle RAN a livello globale toccheranno quota 160 miliardi di dollari nel periodo 2025-2029. Si tratta nel complesso di una flessione dell’1% del tasso di crescita annuo, rispetto a stime precedenti che vedevano invece un mercato piatto.

Dell’Oro ha riferito al sito specializzato Telecoms.com che le stime di crescita restano invariate, è soltanto che i ricavi delle RAN nel 2024 sono stati leggermente superiori del previsto.  

Pesa il rapido declino dei ricavi dell’LTE che si stanno spostando sul 5G a su vari nuovi servizi e tecnologie.

Più nel dettaglio, questa attività comprende new radio (NR), accesso wireless fisso (FWA), Open RAN, vRAN, massive MIMO, mmWave, reti mobili private, piccole celle e AI-RAN – Dell’Oro ha recentemente previsto che il solo mercato AI-RAN potrebbe valere 10 miliardi di dollari entro il 2029.

Dell’Oro sta valutando attentamente le proprie possibilità, osservando che una maggiore attività in una o più di queste aree potrebbe migliorare le sorti del mercato nel suo complesso. Allo stesso tempo, sussiste un rischio al ribasso dovuto al rallentamento della crescita del traffico dati mobile.

“Se la crescita del traffico dati mobile dovesse rallentare più del previsto e gli operatori dovessero passare a una modalità di manutenzione dopo il completamento della copertura 5G, il rapporto tra investimenti e ricavi potrebbe diminuire più drasticamente di quanto attualmente previsto”, ha avvertito Dell’Oro.

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Digital Networks Act, CEO di 20 ex incumbent (fra cui Labriola e Sarmi) scrivono alla Ue: ‘Via la regolazione ex ante nell’accesso all’ingrosso’

I Ceo dei 20 maggiori ex incumbent europei delle Tlc rappresentati da ConnectEurope (ex Etno) – fra cui Pietro Labriola di Tim e Massimo Sarmi di Fibercop – scrivono una lettera aperta ai vertici della Commissione Ue – la presidente Ursula von der Leyen, la commissaria alla Sovranità Digitale Henna Vrkkunen e la Commissaria alla Concorrenza  Teresa Ribera – per sollecitare un “forte cambio di policy in ottica pro-innovazione e pro-investimento per la Ue”, allo scopo di diventare davvero competitiva e prendere così “il posto che merita nella corsa globale alla tecnologia”.

La richiesta nero su bianco è di procedere ad una profonda “revisione delle attuali regole delle telecomunicazioni, mettendo in atto totalmente le raccomandazioni di Mario Draghi e di Enrico Letta per il nostro settore mantenendo il loro livello di ambizione per la riforma”.

La lettera e l’annesso sono, di fatto, la risposta di ConnectEurope alla consultazione pubblica sul Digital Networks Act.  

Non abbassare l’asticella

Insomma, l’appello è non abbassare l’asticella. Tanto più che l’ecosistema della connettività, rivendicano gli ex incumbent, rappresenta il 4,7% del Pil europeo, ed è considerato fondamentale per diversi altri settori: dall’energia ai trasporti, dal manufacturing all’agricoltura. ConnectEurope rivendica il fatto che il 70% degli investimenti del settore con più di 50 miliardi di euro all’anno per il roll out delle reti.

“Dobbiamo fare di più”, si legge nella missiva. Investimenti aggiuntivi sono necessari come emerge dalla recente dichiarazione finale dell’ultimo summit della NATO, che ha richiesto di iniettare “fino all’1,5% del Pil annuale per proteggere le infrastrutture critiche, difendere le reti, assicurare la nostra resilienza civile, sviluppare l’innovazione e rafforzare la nostra base industriale di difesa”.  

E poi l’elenco delle (vecchie e nuove) richieste:

creare un ambiente favorevole agli investimenti in

  • FTTH,
  • 5G standalone,
  • Cloud sovrano
  • Edge cloud
  • Cavi sottomarini

C’è poi la richiesta di favorire l’innovazione Ue in

  • AI,
  • Quantum encryption  
  • 6G

“Il Digital Networks Act in arrivo dovrebbe dare delle risposte concrete a queste sfide”, senza che venga annacquata l’ambizione di inizio mandato della Commissione attuale, chiedono i Ceo.

Va superata la frammentazione, per arrivare ad un vero mercato unico europeo delle telecomunicazioni. Il che riguarda sia il regime della concorrenza, per arrivare ad un numero minore di operatori, “in grado di competere in modo più serrato sugli investimenti e sull’innovazione rispetto a molti operatori, ma più deboli”, si legge.

Questa è un’opportunità, altrimenti si perpetuerà una condizione di “nuove dipendenze tecnologiche”, che danneggiano la competitività del Continente.    

Annessa alla lettera dei Ceo una serie di proposte concrete per riformare la policy

Via la normativa ex ante

Quadro pro-investimenti e deregolamentazione. Considerando che la fibra ottica è un obiettivo strategico, le attuali norme ex ante concepite per le vecchie reti non riflettono più la realtà del mercato e ci stanno frenando: senza modifiche, le stime indicano che raggiungeremo l’obiettivo di diffusione della fibra ottica dell’UE solo nel 2051. Sosteniamo un passaggio generale dal controllo ex ante a quello ex post nell’accesso all’ingrosso, in cui il diritto della concorrenza e il Gigabit Infrastructure Act sarebbero le norme standard. Ciò rispecchierebbe le proposte contenute nella relazione di Mario Draghi, per riflettere le nuove realtà del mercato e promuovere un modello orientato agli investimenti. Invece dell’attuale regime di “significativo potere di mercato”, riteniamo che gli obblighi ex ante dovrebbero rimanere solo come rete di sicurezza in caso di colli di bottiglia nell’accesso locale.

Eliminare la frammentazione

Scala. Dalla creazione di un cloud sovrano all’aumento degli investimenti in intelligenza artificiale, sicurezza informatica o virtualizzazione delle reti, non possiamo aspettarci che le aziende nei mercati frammentati dell’Europa siano in grado di competere efficacemente con una manciata di potenti giganti della tecnologia che operano sulla base di modelli di business globali. La scala guidata dal mercato è una questione esistenziale per la competitività dell’Europa e per il suo mercato unico. Temiamo che l’attuale livello di ambizione – e il ritmo – della revisione degli orientamenti UE sulle concentrazioni non contribuiranno a migliorare la competitività europea.

Level playing field

Parità di condizioni. Le asimmetrie normative con gli operatori tecnologici globali devono essere affrontate, poiché esacerbano la nostra debolezza competitiva nei mercati digitali globali. Dovremmo attuare la raccomandazione di Draghi di introdurre un sistema di arbitrato obbligatorio per garantire accordi commerciali equi per i servizi di trasporto dati. Le asimmetrie strutturali nell’ecosistema di Internet sono un problema di potere contrattuale che richiede interventi legislativi e non possono essere risolte da quadri di collaborazione flessibili. Come regola generale, dovremmo vivere secondo il principio “stessi servizi, stesse regole”.

Frequenze, allungare le licenze e regole armonizzate

Armonizzazione dello spettro. Politiche nazionali divergenti, tariffe elevate e licenze di breve durata ostacolano gli investimenti nelle reti 5G e 6G. Sono urgentemente necessarie regole prevedibili e armonizzate per lo spettro e licenze di durata più lunga per migliorare il contesto di investimento per l’implementazione delle reti mobili.

Via la burocrazia

Semplificazione. Oggi, il percorso del cliente nell’UE è influenzato da oltre 34 serie di obblighi e la burocrazia per le aziende di telecomunicazioni è estremamente elevata. Chiediamo pertanto una profonda semplificazione delle norme, sostituendo gli obblighi sovrapposti o obsoleti e armonizzandone con decisione l’applicazione in tutta l’UE.

Troppe Authority in Europa

Miglioramento della governance. Oggi, il numero di autorità di regolamentazione attive nelle reti digitali in tutti gli Stati membri supera i 270 e il sistema attuale non è riuscito a garantire un’armonizzazione significativa. Questo problema dovrebbe essere risolto garantendo una reale armonizzazione a livello dell’Unione, in linea con l’ambizione di creare un mercato unico delle telecomunicazioni.

La lettera è stata sottoscritta dai seguenti CEO:
• Allison Kirkby, CEO, BT Group
• Ana Figueiredo, Presidente e CEO, MEO
• Andreas Neocleous, CEO, Cyprus Telecommunications Authority (Cyta)
• Benedicte Schilbred Fasmer, Presidente e CEO, Telenor Group
• Boštjan Košak, Presidente del Consiglio di Amministrazione, Telekom Slovenije
• Christel Heydemann, Amministratore delegato, Orange Group
• Harald Rösch, Amministratore delegato, Melita Limited
• Jan Van Acoleyen, Amministratore delegato ad interim, Proximus Group
• Joost Farwerck, Amministratore delegato e Presidente del Consiglio di amministrazione, KPN
• Goran Markovic, Amministratore delegato, Makedonski Telekom
• Marc Murtra, Presidente e Amministratore delegato, Telefónica S.A.
• Massimo Sarmi, Presidente e Amministratore delegato, FiberCop
• Michel Jumeau, CEO, TDC NET
• Mike Fries, CEO, Liberty Global
• Nikhil Patil, CEO, GO p.l.c.
• Pietro Labriola, CEO, TIM
• Patrik Hofbauer, Presidente e CEO, Telia Company
• Timotheus Höttges, CEO, Deutsche Telekom AG
• Thomas Arnoldner, Vice CEO, A1 Group
• Vladimir Lučić, Amministratore delegato, Telekom Srbija

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Phoenix Tower International favorito per l’acquisto delle torri di Bouygues e SFR

I due operatori francesi sono sul punto di cedere la loro società comune Infracos ad un operatore di infrastrutture americano, sostenuto dal fondo d’investimenti Blackstone. L’operazione è stimata in una forchetta fra 500 milioni e un miliardo di euro. Lo scrive La Tribune, secondo cui la rete di torri e antenne Infracos, condivisa tra gli operatori di telecomunicazioni Bouygues Telecom e Altice France, avrà presto un acquirente.

La favorita è la Phoenix Tower International (PTI), una towerco americana, ovvero una società che possiede e sviluppa infrastrutture per le telecomunicazioni, con torri di telecomunicazione in 25 paesi. È sostenuta finanziariamente dal fondo di investimento americano Blackstone. Altri due candidati, meno avanzati del PTI, sono ancora in lizza.

Bouygues Telecom e Altice France speravano di ricavare da questa vendita una cifra compresa tra 800 milioni e 1 miliardo di euro, da suddividere equamente. Ma si dice che i candidati stiano cercando di dimezzare l’importo finale, portandolo a circa 500 milioni di euro. Tuttavia, non bisogna dimenticare che Patrick Drahi e i dirigenti di SFR sono abili negoziatori e non hanno rinunciato a nulla lo scorso anno al gruppo La Poste per ottenere il massimo dei 950 milioni di euro dalla vendita congiunta dell’operatore virtuale La Poste Mobile.

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