Telco, Governo: “Edge Cloud Computing per modernizzare le reti. E nuova Strategia AI”

Si riunisce il CITD presieduto dal Sottosegretario Butti. AI, BUL, cavi sottomarini, edge computing e gli altri temi all’ordine del giorno

L’Italia accelera sul fronte dell’innovazione digitale con una visione strategica che punta a rafforzare le infrastrutture tecnologiche, promuovere l’indipendenza digitale e guidare il Paese verso un modello tecnologico più integrato e resiliente.
Lo scenario è stato delineato durante la recente riunione del Comitato Interministeriale per la Transizione Digitale (CITD), presieduta dal Sottosegretario con delega all’Innovazione Alessio Butti, che ha tracciato le linee guida per la trasformazione digitale nei settori chiave: edge cloud computing, intelligenza artificiale (AI), identità digitale, banda ultralarga (Bul) e cavi sottomarini.

Questa sessione del CITD ha evidenziato come il lavoro del Governo e la collaborazione tra istituzioni centrali, Conferenza Regioni e Provincie Autonome, ANCI e UPI abbia portato a una crescita digitale senza precedenti negli ultimi due anni e mezzo. Ci ha inoltre ricordato l’importanza di proseguire nel percorso di innovazione per integrare sempre nuove tecnologie nei nostri piani strategici”, ha dichiarato il Sottosegretario Butti al termine della riunione.

Edge cloud per modernizzare le reti telco

Nel cuore della nuova Strategia Nazionale per la Banda Ultralarga (BUL) 2023–2026 vi è l’ambizione di ripensare l’architettura delle telecomunicazioni italiane. Il Governo intende incentivare l’adozione di sistemi di edge cloud computing per modernizzare le reti, aumentando la flessibilità, riducendo la latenza e supportando la crescente domanda di servizi digitali avanzati da parte di cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni. Resta da capire a che tipo di incentivi si riferisce il Governo?

Questa trasformazione si inserisce nella più ampia traiettoria europea della Digital Decade 2030 e mira a una rete più intelligente e decentralizzata, capace di supportare le applicazioni emergenti in ambiti cruciali come l’industria 4.0, la sanità digitale, la mobilità connessa e la difesa cibernetica.

Come si legge nel comunicato ufficiale: “Le misure in corso di attuazione prevedono una transizione verso modelli differenziati di connettività multimodale, adattati alle specificità territoriali”.

Il passaggio a un modello “tech-driven”, inoltre, è visto come condizione necessaria per stimolare l’offerta e la domanda di connettività evoluta, integrando tecnologie emergenti su scala nazionale (Quantum? Robotica? O magari anche lo stesso 5G?).

AI, nel 2026 la nuova Strategia nazionale. Il ruolo del Parlamento

Il 2026 segnerà l’avvio di una nuova strategia nazionale per l’intelligenza artificiale, predisposta dal Dipartimento per la Trasformazione Digitale e aggiornata con cadenza biennale. Novità sostanziale è l’introduzione di un monitoraggio annuale da parte del Parlamento, a garanzia della trasparenza e del controllo democratico.

Tra i progetti già attivi spicca “Reg4IA”, un’iniziativa interregionale che coinvolge tutte le Regioni e Province autonome in sperimentazioni verticali su sanità, turismo, dati ambientali, mobilità sostenibile, competitività della PA e sicurezza.
Questo approccio diffuso, coordinato dal CITD, è precisato, consolida una “governance collaborativa” e promuove il riuso delle migliori pratiche, facilitando “una crescita omogenea dell’ecosistema AI” nel Paese.

Identità digitale, cresce l’adozione dell’IT-Wallet e della CIE

Sul fronte dell’identità digitale, l’Italia sta registrando progressi significativi: l’IT-Wallet ha superato i 5,6 milioni di utenti attivi in soli sette mesi, con 9,3 milioni di documenti digitali caricati. L’obiettivo è arrivare a un’attivazione completa e graduale, in base ai prossimi decreti attuativi.

Parallelamente, si legge nel documento, prosegue il rafforzamento dell’infrastruttura per la Carta d’Identità Elettronica (CIE), con nuove procedure online per il recupero del PIN, un servizio di customer care e una campagna di sensibilizzazione nazionale. Questi strumenti digitali, nelle intenzioni del Governo, saranno fondamentali per rendere interoperabili i servizi pubblici e privati, potenziando la cittadinanza digitale.

Cavi sottomarini, verso una filiera nazionale. Arriva lo sportello unico autorizzativo

Il segmento dei cavi sottomarini per le telecomunicazioni internazionali è poi considerato di interesse strategico. L’Italia partecipa già a tre dei sei segmenti chiave grazie ad attori come Prysmian e Sparkle, ma resta carente in asset nazionali per la posa e manutenzione, e nelle tecnologie di ripetizione del segnale.

Il Governo propone quindi misure mirate: costruzione di navi posacavi, produzione nazionale, semplificazione normativa, sportello unico autorizzativo, monitoraggio sistematico delle infrastrutture marine e sostegno alla R&S per rafforzare la resilienza del Paese contro minacce fisiche e cyber.

Questi investimenti sono coerenti con l’Action Plan 2025 e il programma europeo CEF e rappresentano un tassello essenziale per l’autonomia strategica continentale.

Infrastrutture strategiche leva per crescita e sicurezza nazionale

Le misure illustrate dal CITD indicano una consapevolezza crescente del ruolo delle infrastrutture digitali come elementi abilitanti per la competitività e la sicurezza nazionale.

Dal cloud distribuito all’intelligenza artificiale, dalla rete dati alla cybersecurity, a quanto si apprende, l’Italia si candida a giocare un ruolo da protagonista nel panorama europeo, con un approccio multilivello che coinvolge Regioni, Ministeri e imprese in una visione integrata e sostenibile. Rimangono delle domande in sospeso, anche legate al volume e la natura degli incentivi e degli investimenti (necessari quanto mai per realizzare una strategia nazionale giustamente ambiziosa e necessaria per garantire crescita, innovazione, sicurezza e competitività).

Pur apprezzando l’ampiezza della visione strategica tracciata dal CITD, restano alcuni nodi da approfondire, soprattutto in merito alla concreta attuazione delle misure presentate. Ad esempio, sull’aggiornamento della Strategia BUL 2023–2026 non è stato chiarito lo stato di avanzamento rispetto ai target fissati, né i tempi per il completamento delle coperture promesse.
La spinta verso l’Edge Cloud Computing – definita prioritaria per modernizzare le reti telco – solleva interrogativi sulle leve operative previste: si tratta di un indirizzo tecnico o sono in campo veri e propri strumenti di incentivazione economica per operatori e sviluppatori?

Allo stesso modo, l’intenzione di “stimolare la domanda” di connettività avanzata resta vaga: si prevede il ritorno di voucher per la fibra o altre misure a beneficio dei cittadini e delle imprese? Sarebbe utile anche un chiarimento su quali siano, concretamente, le “tecnologie emergenti” su cui il Dipartimento punta per raggiungere gli obiettivi della Digital Decade.

Particolarmente rilevante – anche in chiave di autonomia tecnologica e resilienza delle infrastrutture – il passaggio dedicato alla filiera dei cavi sottomarini. L’auspicio di sviluppare capacità nazionali di posa e manutenzione, semplificando le autorizzazioni tramite uno sportello unico, apre scenari di interesse industriale strategico, soprattutto per il settore delle infrastrutture marine e digitali.

Infine, sul fronte dell’intelligenza artificiale, l’impostazione suggerita sembra preludere a un approccio simile a quello della legge annuale sulla concorrenza, con un momento parlamentare ricorrente per monitorare l’evoluzione tecnologica. Un’ottima novità in termini di trasparenza e controllo democratico, ma che, almeno per ora, non è accompagnata da un quadro finanziario o da stanziamenti dedicati. Sarà importante, in futuro, affiancare a questa governance anche strumenti operativi e risorse adeguate per non perdere terreno rispetto agli altri Paesi europei.

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Tar Lombardia dà ragione a INWIT: Torri Tlc hanno valenza costituzionale. Tar Puglia: Piano Italia 5G con fondi PNRR di interesse pubblico

I giudici amministrativi in diverse regioni del Paese – in questo caso specifico in Lombardia e Puglia – si pronunciano al fianco di INWIT e della digitalizzazione del Paese, per promuovere la realizzazione del Piano Italia 5G, superando i numerosi dinieghi che rischiano di sabotare gli obiettivi di copertura del progetto finanziato con fondi del PNRR che scade nel giugno del 2026. Il 38% del piano è stato già realizzato, i lavori sono in linea con le stringenti milestones previste. Ma ben fanno i diversi Tar regionali a ribadire il superiore ruolo delle infrastrutture Tlc per l’interesse pubblico e il superamento del digital divide. Di seguito due diverse sentenze che ribadiscono questi concetti, facendo scuola.

Tar Lombardia e il caso del Comune di Ponteranica (BG)

Le torri di telecomunicazioni hanno valenza costituzionale, nel senso che sono fondamentali per l’attuazione del principio di inclusione, e per questo vanno realizzate ovunque sia necessario portare la copertura. Senza esclusioni. E’ questo in sintesi il principio insito nella sentenza n. 610/2025, con cui il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia – Sezione di Brescia ha accolto il ricorso presentato da INWIT contro il provvedimento che negava l’autorizzazione all’installazione di un’infrastruttura digitale di telecomunicazione in un’area del Parco regionale dei Colli di Bergamo, nel Comune di Ponteranica (BG). Di fatto, la sentenza ribadisce che le infrastrutture di telecomunicazione devono essere assimilate alle opere di urbanizzazione primaria e hanno un ruolo fondamentale nell’attuazione del principio costituzionale di inclusione sociale.

Torre di Ponteranica nel quadro del Piano Italia 5G

La torre di Ponteranica è prevista in esecuzione dal Piano Italia 5G del PNRR, di cui INWIT è capofila e che ha come obiettivo lo sviluppo della connettività ultrabroadband nelle aree a fallimento di mercato, quelle non incluse nei normali piani di investimento degli operatori di telecomunicazioni perché considerate anti economiche. In particolare, nonostante la presentazione da parte di INWIT di misure mitigative dell’impatto visivo della torre, nel rispetto delle normative ambientali, la Commissione per il Paesaggio del Parco aveva espresso parere contrario, seguito da un diniego formale emesso dal Parco dei Colli di Bergamo.

Torri Tlc vanno assimilate a opere di urbanizzazione primaria

Alla luce del contesto e del bilanciamento di interessi pubblici e privati, la sentenza del TAR ha confermato che nonostante il Piano Territoriale di Coordinamento del Parco non consenta la realizzazione di infrastrutture di telecomunicazione ai sensi dell’art. 43 comma 4 d. lgs. n. 259 del 2003 (già art. 86, comma 3), queste devono essere assimilate alle opere di urbanizzazione primaria – alla stregua di strade, rete idrica ed elettrica -pur restando di proprietà dei rispettivi operatori; e in linea con la giurisprudenza consolidata, le infrastrutture di telecomunicazione sono da ritenersi compatibili con qualsiasi destinazione urbanistica in quanto la loro presenza capillare è necessaria per assicurare i livelli delle prestazioni che, in ottica di inclusione sociale, l’Amministrazione è tenuta a garantire su tutto il territorio nazionale.

Il ruolo di inclusione sociale delle reti

La sentenza dei giudici amministrativi riconosce quindi il valore sociale delle opere di infrastrutturazione di rete, a sua volta basato su principi costituzionali, e aggiunge che, in ottica di bilanciamento degli interessi pubblici e privati, si deve tener conto della funzione servente che queste hanno per lo sviluppo di un’ampia serie di servizi pubblici (per es. nel settore della sanità, della sicurezza e della giustizia) sempre più dipendenti dalla velocità e dall’efficienza dei servizi di rete. Infine, in continuità con questo orientamento, i giudici aggiungono che la valutazione di impatto paesistico deve considerare sì la componente paesaggistica, ma non può prescindere da un’ineliminabile dimensione sociale.

In altre parole, la copertura di aree in digital divide del Piano Italia 5G prevale sui vincoli paesaggistici se di mezzo ci sono dei fondi pubblici.

Sulla stessa linea il Tar Puglia, il caso del comune di Aradeo (Le): Torri Tlc in ambito Pnrr sono di interesse pubblico

A conferma del fatto che i tribunali cominciano a svegliarsi c’è anche un’altra sentenza, in questo caso del Tar Puglia, che pochi giorni fa ha accolto un altro ricorso di INWIT, dando disco verde alla realizzazione della nuova torre di telecomunicazione nel comune di Aradeo (Le), avendo riconosciuto la superiore finalità di interesse pubblico delle infrastrutture digitali realizzate nell’ambito del Pnrr per la copertura delle aree bianche in digital divide.

Comuni non possono opporsi a infrastrutture del PNRR in aree bianche

In questo caso, i giudici amministrativi precisano che nel caso in cuiINWIT agisca nell’ambito del PNRR non può essere paragonata a un qualsiasi operatore economico, mosso da finalità di natura puramente imprenditoriale, ma deve esser considerata come attuatore di un progetto pubblico per il perseguimento dell’interesse generale. In questa veste, INWIT abilita infatti la connettività dei cittadini, che altrimenti resterebbero privi del servizio di connettività. Ed è proprio questa finalità superiore di interesse pubblico, da conseguire con la massima celerità, che secondo il TAR giustifica la natura eccezionale e derogatoria delle disposizioni, non solo rispetto alla pianificazione comunale, ma anche rispetto a precedenti piani di sviluppo proposti dagli stessi operatori.

In altre parole, i Comuni non possono opporre dinieghi alla realizzazione di nuove torri nell’ambito di un progetto finanziato con fondi del PNRR per il superamento del digital divide nelle aree bianche.

Leggi anche: Nel Baianese tre Comuni senza 5G e Internet: ‘Per colpa dei sindaci si perdono anche i fondi del PNRR’. La denuncia di un cittadino

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Frequenze in scadenza nel 2029: consultazione Agcom fra proroga, rinnovo e beauty contest

Su una cosa gli operatori sono tutti d’accordo: le prossime frequenze dovranno essere assegnate spendendo il meno possibile, auspicabilmente sostituendo ad una logica di incasso per lo Stato, quella di investimenti per il Paese. Questo, da un lato in  considerazione dello stato di salute degli operatori che non hanno le risorse per svenarsi in un’asta competitiva, dall’altro – soprattutto – alla luce degli investimenti per realizzare le nuove reti 5G Stand Alone, ancora ingenti. Nel manifesto Asstel, al capitolo frequenze in scadenza c’è quindi accordo sul tema ‘allocazione non onerosa‘, a fronte di determinati impegni di investimento da parte degli operatori.  

Prima consultazione chiusa a giugno

Detto questo, sul tema una prima consultazione si è chiusa a giugno mentre una seconda è in atto. Agcom sta sondando una seconda volta le telco, per individuare la modalità migliore di allocazione delle risorse spettrali in scadenza fra quattro anni.

Si sta ragionando su forme diverse (anche sul beauty contest) che valorizzino le capacità di infrastrutturazione. Il lavoro è avviato, non è precipitoso, ma c’è la percezione – da parte dell’industry e non soltanto – di voler arrivare ad una definizione della questione prima della sua scadenza naturale.

Non tutti hanno le stesse dotazioni spettrali

Oggi, non tutti hanno la stessa quantità di frequenze. Le ragioni sono molteplici. Da una parte, c’è chi ha voluto investire di più, o chi ha privilegiato alcune bande rispetto ad altre. Dall’altra, soprattutto nel caso di iliad, c’è una ragione storica. L’azienda è presente sul mercato dal 2018: da quel momento, c’è stata una sola asta, la famosa asta delle frequenze 5G. Per le altre frequenze, quelle assegnate precedentemente (in scadenza nel 2029), iliad ha avuto un pacchetto iniziale, figlio del sistema dei rimedi imposto in occasione della fusione fra Wind e 3.

Asstel, dunque, parla di allocazione e non di rinnovo, perché riconosce la necessità che ci sia un ribilanciamento dei portafogli spettrali. C’è poi il caso recente di Fastweb+Vodafone: il risultato dell’acquisizione della società inglese da parte di quella elvetica è stato, anche, un aumento del portafoglio di frequenze, avendo messo insieme a fattor comune il 100% di quelle che detenevano entrambe le aziende.

Diversi metodi di riallocazione, timore di hyperscalers e Starlink

Ed è per questo che Agcom sta elaborando diversi metodi di riallocazione delle bande, tenendo conto anche della concorrenza e di un altro timore diciamo così trasversale: la possibile e temuta partecipazione al processo di allocazione delle frequenze di nuovi entranti come hyperscalers (Amazon, Google, Facebook, AWS, Micorosft ecc) e player satellitari (Starlink), che potrebbero in qualche modo rivoluzionare il mercato così come lo conosciamo oggi. Un timore sollevato apertamente dal Ceo di Fastweb-Vodafone Walter Renna, ma certamente percepito da tutta la industry.

Cosa potrebbe succedere se Amazon si aggiudicasse parte delle frequenze?

Le metterebbe all’asta al miglior offerente fra gli operatori?

Oppure le fornirebbe sotto forma di servizi telefonici in bundle con altri prodotti, come già avviene con Amazon Prime?

E se fosse Starlink ad acquisire una quota dello spettro?

Sarebbe magari disposta a lasciare inutilizzate e spegnere le frequenze, pur di danneggiare la concorrenza? L’imprevedibilità di certi scenari è grande. 

E ancora, se fosse un ex incumbent delle Tlc, magari Deutsche Telekom o Orange, a voler partecipare?

In ottica di consolidamento pan-europeo del mercato si tratta di un’opzione che non si può escludere a priori, ma che anzi nel lungo termine sarà concreta.

Quesiti non del tutto peregrini, soprattutto in tempi fluidi come questi, nei quali le alleanze e gli scenari cambiano di giorno in giorno. Una situazione di incertezza che rischia di pesare sugli investimenti a lungo termine della industry delle Tlc e che certamente va evitata, garantendo certezze sulla durata delle allocazioni spettrali.  

Opzione mista e opzione rinnovo sul tavolo

Sono due, in sintesi, gli orientamenti cui è giunta l’Autorità dopo la prima consultazione: un’opzione mista (proroga, rinnovo, gara) che prevede diverse modalità a seconda delle diverse bande. Di fatto, si tratterebbe di considerare dei pacchetti di spettro uguali per tutti per una parte, da dare gratis, mentre un’altra parte viene rinnovata a chi già li deteneva.

La seconda è invece un’opzione rinnovo diretto. Fra le due, quest’ultima – se portata avanti in queste modalità – avrebbe il forte svantaggio di non prevedere alcun tipo di ribilanciamento frequenziale, di fatto ingessando ogni tipo di concorrenza e garantendo una rendita di posizione.

Leggi anche: Frequenze, in Germania stop alle aste: licenze degli operatori rinnovate gratis. E in Italia?

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Renna (Fastweb+Vodafone): ‘Rinnovo frequenze questione di sicurezza nazionale’. Hyperscalers minaccia all’indipendenza digitale?

Il ruolo strategico dello spettro radio al centro del dibattito nazionale. A sollevare la questione è stato il Ceo di Fastweb+Vodafone Walter Renna, che nel weekend nel corso dell’incontro “Identita’ digitale e infrastrutture critiche, le sfide della sicurezza in un mondo interconnesso” che si è svolto all’interno del Forum di Bruno Vespa in masseria a Manduria. L’intervento di Walter Renna dal minuto 30′,40” in poi.

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“Nel contesto geopolitico di oggi chi detiene le tecnologie detiene il potere. Sovranità digitale vuol dire proteggere le infrastrutture critiche di un Paese cioè le reti di comunicazione, i data center, l’intelligenza digitale e la cyber security. Proteggere questi quattro elementi ci permette di essere competitivi e mantenere la sicurezza nazionale”, ha detto il Ceo di Fastweb+Vodafone.

Renna entra poi nel dettaglio e cita l’esempio delle “frequenze radiomobili, che ci permettono di veicolare le comunicazioni oggi in Italia. Se non avessimo le frequenze non potremmo comunicare, come successo in occasione del blackout in Spagna. E’ importante parlare di frequenze perché nel 2029 scadranno (i diritti d’uso ndr) delle frequenze attualmente in uso agli operatori di telecomunicazioni in Italia e ci si sta ponendo la questione di come rinnovarle”.

Renna: ‘Ipotesi asta competitiva’

“Una delle ipotesi – ha ricordato Renna – è quella dell’asta competitiva, ovvero chi offre di più si aggiudica le frequenze. Ma questo approccio pone un problema di sicurezza nazionale perché ci espone al rischio che vengano assegnate a soggetti stranieri, non ancorati al Paese con capacità finanziarie illimitate, che potrebbero avere interessi geopolitici non allineati ai nostri”. “Un operatore straniero, che ha capacità finanziarie pressoché illimitate, potrebbe comprare le frequenze e ad un certo punto decidere di spegnere la rete, per motivi che sono più geopolitici che effettivi”. “Ecco perché – ha concluso – bisogna adottare politiche che ci consentono di garantire che asset strategici – frequenze, dati ecc – siano gestiti in modi allineato ai nostri interessi”.

Ma a chi si stava riferendo Walter Renna?

Il quadro geopolitico non è rassicurante, difficile in questo contesto distinguere chiraamente gli amici dai nemici. Il riferimento implicito del Ceo di Fastweb+Vodafone è quello nei confronti degli Hyperscaler (Google, Facebook, Amazon) e ai grandi operatori Cloud (AWS, Microsoft ecc) che potrebbero decidere di partecipare all’asta, rilevare le frequenze e poi disporne a loro piacimento, magari anche decidendo di spegnere il segnale (come gesto estremo). Ma anche Starlink di Elon Musk potrebbe rientrare in questa rosa.

Bruno Vespa solleva il tema golden power. Il Ministro Piantedosi: ‘Tema frequenze importante’

Bruno Vespa dopo le parole, di Walter Renna, solleva la questione del golden power e la gira al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. “Ovviamente la questione del golden power si esercita nel momento in cui una società è già aggiudicataria di una concessione diventi oggetto di istruttoria di acquisizione da parte di capitale straniero. In questo caso, ma parlo di cose che non so ancora e non so se siano ancora in fase di istruttoria visto che la scadenza è nel 2029, ma il tema sicuramente sarà importante perché la salvaguardia della sovranità digitale sicuramente sarà uno degli elementi che caratterizzerà i bandi di assegnazione delle concessioni di quelle che sono le frequenze, proprio alla luce delle considerazioni che si sono fatte (da parte del Ceo di Fastweb+Vodafone Walter Renna)”.

Come saranno rinnovati i diritti d’uso?

C’è da dire che il rinnovo dei diritti d’uso delle frequenze è da tempo sul tavolo del Governo, che dovrà decidere come procedere. Certo, l’ipotesi è un po’ estrema, ma il concetto è chiaro: lo spettro radio ha un valore strategico per il Paese. Resta però un altro tema di fondo, con un’asta onerosa resterebbero pochi fondi da spendere per investire.

Modello tedesco anche in Italia?

Nei mesi scorsi, il dibattito nazionale si è orientato sul modello tedesco.

In Germania l’agenzia responsabile dello spettro radio ha proposto il rinnovo automatico delle frequenze con esborso basso, a fronte però di chiari impegni di investimento e copertura da parte degli operatori, con conseguenti obblighi di controllo degli impegni. Un modello anche per l’Italia? Di sicuro l’idea è piaciuta all’ad di Tim Pietro Labriola e anche alle altre telco.  

Di certo, il tema del controllo dello spettro radio rientra nella battaglia di Key4biz per l’Indipendenza digitale del nostro paese.

Leggi anche: TLC, Mimit: “Dei 629 milioni di aiuti, 533 fruibili anche da operatori. Confronti con Fratin per considerarli energivori e con Agcom per rinnovo frequenze”

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81,6 miliardi: l’Italia digitale accelera

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Secondo il rapporto 2025 «Il Digitale in Italia» di Anitec-Assinform, il mercato digitale italiano ha chiuso il 2024 con una crescita del 3,7%, raggiungendo un valore complessivo di 81,6 miliardi di euro. È un risultato che supera di slancio l’andamento del PIL reale e conferma un trend ormai strutturale: il digitale non è più una voce accessoria nei bilanci pubblici e privati, ma una delle voci principali.

Il comparto che ha contribuito di più alla crescita è stato quello dei Servizi ICT, spinto dall’adozione sempre più diffusa di soluzioni di intelligenza artificiale, ambienti cloud e sistemi di sicurezza informatica.

Il boom dell’AI generativa ha sicuramente contribuito, ma a muovere il mercato è soprattutto l’integrazione concreta di queste tecnologie nei processi aziendali, dalla logistica alla customer experience.

Anche il segmento Software e Soluzioni ICT ha registrato un’espansione solida, legata alla necessità, per le imprese, di migliorare l’efficienza operativa e la gestione dei dati. Sul fronte consumer, i contenuti digitali e la pubblicità online continuano a crescere: gli investimenti si sono spostati verso formati sempre più profilati, tra video brevi, social commerce e sponsorizzazioni a cavallo tra creator e brand. È tornato a salire anche il mercato dei dispositivi, con numeri ancora contenuti ma in ripresa, alimentati dal bisogno di aggiornare le infrastrutture hardware alle richieste dell’AI e del lavoro ibrido.

Anche le reti, nonostante margini più stretti e concorrenza agguerrita, hanno tenuto, sostenute da nuove attivazioni e offerte a pacchetto che continuano ad attrarre.

Nel complesso, il 2024 è stato un anno in cui il digitale italiano ha funzionato da ammortizzatore e acceleratore insieme, con una domanda che si è allargata e differenziata, e un’offerta che ha tenuto il ritmo senza troppi affanni.

Digitale: crescita continua, ma non per tutti: cosa aspettarsi dal 2025 al 2028

Le previsioni per il mercato digitale italiano nei prossimi anni restano positive, ma con un profilo più sfumato rispetto all’entusiasmo del 2024. Secondo le stime contenute nel report, tra il 2025 e il 2028 il comparto dovrebbe crescere a un ritmo medio del 3,3% annuo, sostenuto ancora una volta dagli investimenti legati alla transizione digitale delle imprese e, almeno in parte, da quelli pubblici finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Il condizionale è d’obbligo: a fine 2024 era stato speso meno di un terzo dei fondi PNRR disponibili, con ritardi vistosi soprattutto in settori come sanità, cultura e transizione ecologica. Solo la Missione 1, che riguarda la digitalizzazione della PA, ha rispettato gli obiettivi di calendario, ma con una spesa effettiva ancora al 23% del totale previsto.

Nonostante tutto, il PNRR resta il principale alleato della crescita nel breve termine. I segmenti che ne beneficeranno di più sono quelli legati al cloud per la pubblica amministrazione, ai progetti di sanità digitale e alla cybersecurity. Per il solo 2025, si stima che l’impatto diretto del piano sul mercato digitale sarà di circa 2,3 miliardi di euro, con effetti più visibili su infrastrutture e servizi che non su prodotti o piattaforme rivolte al consumatore finale.

Nel frattempo, le incertezze economiche e geopolitiche – dall’inflazione ai conflitti internazionali – continuano a pesare sulle scelte di investimento, soprattutto nei settori più legati all’export e alla manifattura. Il rischio è che la spinta del digitale si freni non per mancanza di domanda, ma per colpa della solita zavorra: ritardi, burocrazia e fondi che restano sulla carta.

I Digital Enabler tirano la volata, il resto arranca

Dentro la crescita complessiva del mercato digitale si nasconde un divario sempre più netto: quello tra le tecnologie ad alto tasso di innovazione e il resto del comparto ICT. I dati del rapporto parlano chiaro: tra il 2024 e il 2028, i Digital Enabler e Transformer cresceranno in media del +10,2% annuo, un ritmo triplo rispetto a quello del mercato ICT nel suo insieme, fermo attorno al 2,8%.

Il gruppo dei “velocisti” comprende soluzioni come cloud computing, cybersecurity, big data, intelligenza artificiale e cognitive computing. Sono strumenti che non si limitano a supportare l’attività esistente, ma che la trasformano, riscrivendo processi, filiere e modelli di servizio. A spingere in particolare è il cloud: ibrido, multicloud, sovrano, a seconda del contesto, ma sempre più centrale nelle architetture aziendali e pubbliche. La cybersecurity continua a crescere a doppia cifra per un motivo semplice: più digitale significa più esposizione.

Anche l’intelligenza artificiale sta vivendo una fase di transizione: da strumento di sperimentazione a elemento operativo. Molte soluzioni sono ancora in fase di test, ma l’interesse delle aziende per applicazioni di AI generativa, analytics predittivi e assistenti intelligenti è ormai evidente. Le piattaforme blockchain, invece, rallentano e restano confinate a casi d’uso molto specifici, come certificazione e tracciabilità.

Al di fuori di questa fascia di tecnologie, il mercato si muove più piano. Le soluzioni IoT e wearable crescono, ma restano legate a settori verticali come industria, logistica e mobilità. Al contrario, tecnologie mature come mobile business e piattaforme web si stabilizzano: sono diffuse ovunque, ma non fanno più la differenza.

Competenze digitali: tutti le vogliono, pochi le hanno

Crescita e innovazione si fondano su competenze reali, eppure il mercato italiano arranca. Come riporta Anitec-Assinform, solo il 45,8% degli italiani tra 14 e 74 anni possiede competenze digitali di base, contro il 55,6% della media UE, e gli specialisti ICT sono appena il 4,1% degli occupati, sotto la media europea del 4,8%.

Nonostante la richiesta di sviluppatori, data analyst, ingegneri del machine learning e profili AI, le aziende fanno fatica a trovare figure adeguate. Tra gennaio 2023 e agosto 2024 gli annunci per ruoli legati all’IA sono aumentati del 73%, mentre quelli per competenze in AI generativa e big data sono quasi quadruplicati.

In questo contesto, una buona connessione internet è essenziale: chi vuole seguire corsi, fare telelavoro o partecipare a progetti digitali deve potersi affidare a una rete stabile e performante. Ecco dove entra in gioco SOSTariffe.it, il comparatore online che confronta offerte di fibra ottica, ADSL e connessioni mobili domicilio/ufficio, permettendo a professionisti, freelance o studenti di scegliere il piano migliore per le loro esigenze formative e lavorative.

Sul fronte aziendale, la CIO Survey di NetConsulting Cube evidenzia che, tra il 2023 e il 2024, la percentuale di imprese che denunciano lacune tecnologiche gravi è diminuita, ma più del 50% continua a segnalare problemi soprattutto su AI, cloud e data science. Serve quindi un mix di formazione scolastica, corsi specialistici e upskilling continuo dentro le aziende, affinché tecnologie avanzate non restino lettera morta.

Nel mondo si accelera. L’Europa – e l’Italia – arrancano

A livello globale, il digitale continua a crescere. Nel 2024 il mercato mondiale ha segnato un +2,6%, migliorando il +1,5% dell’anno precedente. A tirare la volata sono l’Asia-Pacifico e il Nord America, dove gli investimenti in IA, data center e infrastrutture cloud non accennano a rallentare. In particolare, l’India è in forte espansione, la Cina ha ritrovato slancio, e anche il Giappone torna su traiettorie positive. Negli Stati Uniti, le grandi aziende hanno anticipato molte spese in vista dell’aumento dei dazi sulle importazioni tecnologiche, alimentando una corsa all’ammodernamento delle architetture digitali.

L’Europa, invece, si muove con passo più corto: +1,8% nel 2024. I problemi sono noti – instabilità politica, freni economici, conflitti vicini – ma il ritardo comincia a pesare anche sul piano competitivo. L’Italia si colloca nella fascia medio-bassa, con buone performance in alcuni settori (come i servizi ICT e il cloud pubblico), ma ancora indietro su infrastrutture, competenze e adozione diffusa delle tecnologie emergenti.

Più in generale, l’attenzione si sta spostando dalle tecnologie in sé alle condizioni che ne permettono la diffusione: connettività, capitale umano, interoperabilità. È qui che si gioca la partita, ed è qui che l’Italia dovrà spingere se vuole restare agganciata. America Latina e “Resto del mondo” crescono più dell’Europa, ma restano esposti alle oscillazioni geopolitiche.

I contenuti digitali e la pubblicità online crescono ovunque, anche se in mercati maturi si assiste a un calo dei prezzi per reggere la domanda. I dispositivi, infine, tornano a crescere anche a livello globale: si aggiornano per stare al passo con l’AI, che richiede potenza, memoria, e infrastruttura solida. Non bastano più le buone intenzioni.

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Iliad, outlook in rialzo per S&P. Italia sempre centrale nella strategia del gruppo

L’outlook migliora: da stabile a positivo

Standard & Poor’s ha rivisto l’outlook di Iliad Holding e della controllata Iliad SA da stabile a positivo, confermando il rating a ‘BB’ per la capogruppo e ‘B+’ per il debito senior secured. Un cambio di prospettiva che riflette la fiducia dell’agenzia nella crescente generazione di cassa del gruppo, nella riduzione dell’indebitamento e nella solidità del modello di business, anche dopo la recente e rilevante acquisizione dell’operatore latinoamericano Millicom.

Per quanto riguarda il contesto, iliad è seguita da tre agenzie di rating e tutte e tre hanno alzato il loro outlook a positivo (Moody’s ad aprile, S&P e Fitch a giugno).
S&P ha espresso pareri molto positivi su iliad: in sostanza, apprezzano la capacità dell’azienda di differenziarsi in questo settore, di concentrarsi al massimo sull’esecuzione e di creare valore con fusioni e acquisizioni senza esercitare pressioni sulla sua struttura patrimoniale.

Italia: un mercato competitivo, ma strategico

Il nostro Paese continua, secondo S&P, a essere uno dei pilastri operativi del gruppo, insieme a Francia e Polonia. Dal 2018, anno del suo ingresso nel mercato mobile italiano, Iliad ha conquistato il 15% di quota di mercato, posizionandosi come quarto operatore mobile. Sul fisso, dove è presente dal 2022 grazie a partnership con Open Fiber, FiberCop e Fastweb, ha raggiunto circa il 6% di market share.

Secondo S&P, nonostante la posizione competitiva più debole rispetto ai concorrenti italiani, l’attività nel nostro Paese ha iniziato a generare cassa già nel 2023, e si prevede un’ulteriore espansione dei flussi nei prossimi anni, trainata dall’aumento delle quote di mercato e dall’ottimizzazione dei costi.

Crescita internazionale e nuovo profilo finanziario

L’upgrade dell’outlook riflette la nuova dimensione di Iliad dopo l’acquisizione di Millicom, che ha dato al gruppo una presenza diretta in nove Paesi dell’America Latina e un fatturato atteso per il 2025 di 13 miliardi di euro (secondo i criteri S&P, che tengono conto della complessa struttura societaria).

Con un EBITDA margin attorno al 47%-48%, Iliad si distingue per redditività tra i principali operatori europei. Inoltre, S&P prevede che il rapporto debito/EBITDA possa scendere sotto quota 4,5x, aprendo la strada a un possibile upgrade del rating a ‘BB+’. Decisiva sarà la capacità di generare un FOCF (free operating cash flow) superiore al 5%-6% del debito e il mantenimento di una disciplina finanziaria in linea con la politica dichiarata (leva sotto 4x per Iliad Holding e sotto 3x per Iliad SA).

Innovazione, FTTH e attenzione al cliente

S&P sottolinea il modello di Iliad come “unico” nel panorama europeo, grazie al forte investimento nelle reti, all’approccio innovativo e a una cultura customer-centric. Il gruppo è leader nell’acquisizione di nuovi clienti in Europa (mobile e fisso) e sta rafforzando la propria presenza nella fibra ottica, con l’83% della customer base in Francia già migrata su rete FTTH.

Sono in fase di studio anche nuove iniziative per diversificare i ricavi, come lo sviluppo di capacità per data center e calcolo AI e l’ingresso più deciso nel segmento B2B.

Prospettive: crescita sostenibile e cautela sulle acquisizioni

S&P riconosce a Iliad una gestione prudente della leva finanziaria e un track record di acquisizioni cashless (come l’integrazione di Atlas e Millicom, da NJJ Holding, la cassaforte di Xavier Niel). Tuttavia, l’agenzia avverte: un ritorno a un uso aggressivo del debito per nuove acquisizioni potrebbe compromettere le prospettive di upgrade.

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5G e FWA, nuovo metodo di mappatura allo studio della Ue. Inciderà anche su PNRR e Aiuti di Stato?

La Commissione Ue ha da poco concluso la consultazione pubblica sulla nuova metodologia allo studio per mappare la qualità del servizio del 5G e dell’FWA. L’obiettivo è raggiungere un metodo standard per valutare la performance delle reti 5G e delle reti di accesso wireless fisso che sia valido e comparabile e unico per tutti i paesi della Ue. L’obiettivo è altresì di avere un metodo di comparazione della performance che vada al di là della banda di frequenza utilizzata.

La consultazione pubblica si è conclusa il 27 giungo scorso.

La metodologia

La metodologia è progettata per orientare l’elaborazione delle politiche, incluso il monitoraggio degli obiettivi del Decennio Digitale, l’allocazione dei finanziamenti UE e le future valutazioni degli aiuti di Stato. È stata sviluppata con il contributo di autorità di regolamentazione nazionali, esperti accademici, stakeholder del settore e organismi internazionali come BEREC e GSMA.

Andando oltre le tradizionali metriche di copertura, l’approccio stima la qualità teorica del servizio in condizioni di picco, inclusi l’intensità del segnale, il carico di rete e le velocità di trasmissione dati previste per utente. Mira a consentire un confronto più accurato e armonizzato delle prestazioni del 5G tra paesi, operatori e bande di spettro.

5G, la bozza guarda anche alla performance in periodi di picco di traffico

Nella bozza del regolamento, si legge in particolare che il parametro della copertura non è sufficiente e che è quindi necessari verificare la qualità del servizio e la velocità di connessione anche nei momenti di picco di traffico, ad esempio. Il che potrebbe impattare non poco sui parametri di misurazione e mappatura usati fino ad oggi. Di seguito un passaggio significativo della bozza.

“Per quanto riguarda il monitoraggio degli obiettivi del Decennio Digitale stabiliti nel Programma Politico del Decennio Digitale dell’UE 2030, questa metodologia è di particolare importanza. In particolare, il Decennio Digitale stabilisce il seguente obiettivo: “tutte le aree popolate sono coperte da reti wireless ad alta velocità di nuova generazione con prestazioni almeno equivalenti a quelle del 5G”.

L’attuale definizione del KPI per il monitoraggio degli obiettivi del 5G è “copertura 5G, misurata come percentuale di aree popolate coperte da almeno una rete 5G indipendentemente dalla banda di spettro utilizzata”.

La copertura non basta

Tuttavia, non tenere conto della QoS fornita in condizioni di picco rende questo KPI inadeguato per monitorare adeguatamente l’obiettivo del 5G. Questo è già stato individuato nel rapporto sull’Indice Digitale dell’Economia e della Società 2022 e ribadito nel Rapporto Finale sulla Copertura della Banda Larga in Europa 20228 a seguito di un esercizio a livello UE sul monitoraggio degli obiettivi del Decennio Digitale. In particolare, non è sufficiente considerare semplicemente la copertura del segnale radio delle reti 5G: è di vitale importanza stimare le prestazioni delle reti 5G in termini di QoS in condizioni di picco. Le attuali Linee Guida BEREC non affrontano completamente la mappatura dei KPI QoS 5G, poiché rendono solo “obbligatoria la mappatura della disponibilità del servizio a banda larga mobile per tecnologia (3G/4G/5G)”.

L’Allegato Mappatura delle Linee Guida sugli Aiuti di Stato, al contrario, rende obbligatoria la mappatura delle prestazioni del servizio mobile e FWA in termini di velocità di picco previste per l’utente finale, ma offre indicazioni insufficientemente dettagliate su come calcolare tali stime di velocità per garantire una mappatura dei KPI QoS 5G affidabile, armonizzata e comparabile tra MNO e SM. Per colmare queste lacune, questa metodologia si propone di essere una guida prescrittiva e dettagliata per quantificare sia (i) la copertura radio teorica 5G, che riflette la disponibilità del servizio corrispondente a una soglia di potenza del segnale ricevuto (RSS), sia (ii) la copertura QoS 5G, in termini di velocità di picco stimate per l’utente finale in downlink (DL) e uplink (UL). Questa metodologia si concentra esclusivamente sugli indicatori QoS-1 10 per caratterizzare le prestazioni teoriche delle reti 5G. Per calcolare una stima teorica delle velocità finali QoS-1 5G, adotta un approccio di modellazione trasparente e a bassa complessità e si basa, ove appropriato, su valori di parametri nominali, anziché su configurazioni operative dettagliate specifiche della rete”.

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5G a 2,4 miliardi di connessioni globali, entro il 2029 attesa una crescita del 200%

Il 5G accelera su scala globale: attese 8 miliardi di connessioni entro fine decade

Il settore delle telecomunicazioni wireless sta entrando in una fase di accelerazione su scala mondiale. Secondo i dati diffusi da 5G Americas e dalla società di analisi Omdia, alla fine del primo trimestre 2025, le connessioni 5G globali hanno raggiunto quota 2,4 miliardi.

Secondo le stime, entro il 2029 si raggiungeranno 8 miliardi di connessioni 5G, con una crescita attesa del 233% e una copertura pari a oltre il 94% della popolazione mondiale stimata in 8,5 miliardi.
Non più solamente un’evoluzione tecnologica, ma un’infrastruttura digitale globale.

Raggiungere 2,4 miliardi di connessioni 5G nel mondo dimostra che non si tratta di un’onda regionale, ma un cambiamento epocale. Sta trasformando le industrie, il comportamento dei consumatori e il tessuto stesso della connettività su scala planetaria”, ha dichiarato Kristin Paulin, Principal Analyst di Omdia.

Nord America capofila in termini di connessioni attivate

In questo scenario, è il Nord America a guidare la carica. Alla fine del primo trimestre del 2025, la regione contava 314 milioni di connessioni 5G, pari a una penetrazione dell’83% della popolazione.

Il ritmo non accenna a rallentare. Entro il 2029, le connessioni dovrebbero salire a 772 milioni, con un tasso di penetrazione del 197%, includendo dispositivi multipli per utente, sia in ambito consumer che aziendale.

Anche il traffico dati testimonia questa maturità: negli Stati Uniti, sono stati generati 40 milioni di terabyte di traffico mobile, equivalenti a 104,6 GB per persona—fino a 15 volte in più rispetto ad altre aree del pianeta.

Questo livello di saturazione non riflette solo l’uso da parte dei consumatori, ma una crescita significativa dell’IoT e delle applicazioni industriali. Il Nord America non sta solo adottando questa tecnologia: sta dettando il ritmo della trasformazione industriale e del futuro della connettività” ha spiegato Viet Nguyen, Presidente di 5G Americas.

IoT e 5G, l’accoppiata che cambia tutto

Una delle spinte principali alla crescita del 5G arriva dall’espansione dell’Internet of Things (IoT). A livello globale, si contano oggi 3,7 miliardi di connessioni IoT, destinate a salire a 4,9 miliardi entro il 2029.

Il 5G si configura sempre più come l’infrastruttura portante dell’IoT, abilitando casi d’uso mission-critical come fabbriche intelligenti, logistica autonoma, distribuzione energetica avanzata e sanità connessa.

Il tutto basato su comunicazioni ultra-affidabili e a bassa latenza, indispensabili per il funzionamento di un’economia digitale in tempo reale.

Una rete globale in continua espansione: 5G come fondamento della nuova economia

Oggi nel mondo sono attive più di 366 reti commerciali 5G, di cui 18 solo in Nord America. La tendenza si sta spostando sempre più verso il 5G standalone, una configurazione che svincola la rete dalla tecnologia 4G e sblocca il pieno potenziale del 5G: dal network slicing al mobile edge computing.

A livello tecnico, la banda media (mid-band) si sta affermando come la scelta ottimale, offrendo un equilibrio tra capacità e copertura. La rapida diffusione di dispositivi compatibili rafforza ulteriormente l’ecosistema.

Attualmente, il tasso di penetrazione globale del 5G è del 30%, ma ci si aspetta una rapida crescita nei prossimi anni, specialmente nei mercati emergenti di America Latina, Asia e Africa, dove gli investimenti infrastrutturali e la maggiore accessibilità dei dispositivi stanno facendo da motore alla diffusione.

Quello a cui stiamo assistendo non è semplicemente l’introduzione di un nuovo standard mobile. La crescita del 5G, per volume e impatto, rappresenta una trasformazione strutturale nel modo in cui comunichiamo, produciamo e viviamo.

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Fibercop, ultima chiamata al Governo ‘A Open Fiber aiuti di Stato per 660 milioni’. Urso: ‘Ci siamo mossi bene’

Si fa sempre più aspro lo scontro fra Fibercop e Open Fiber nell’arena della banda ultralarga italiana. Oggi il Sole 24 Ore e Repubblica hanno reso noto che Fibercop, operatore controllato da KKR al 37,8% e con il MEF al 16%, ha inviato una missiva a diversi esponenti del Governo preannunciando l’intenzione di voler inviare “una segnalazione alla Commissione europea” sul “contributo pubblico di 660 milioni destinato a Open Fiber per il riequilibrio delle concessioni nelle aree bianche”: fondi approvati nell’ultima legge di bilancio che secondo Fibercop configurerebbero gli estremi di un aiuto di Stato.

La replica di Urso: Ci siamo mossi bene

“Noi siamo assolutamente convinti che abbiamo operato al meglio, che l’Italia è finalmente sulla giusta strada per realizzare opere fondamentali per l’intero sistema Paese. Ci siamo mossi bene, credo”. Lo ha detto Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, al termine dell’incontro a Palazzo Piacentini con Apostolos Tzitzikostas, Commissario Ue ai Trasporti, ai giornalisti che gli hanno domandato sui possibili aiuti di Stato relativi a Open Fiber.

La lettera chiama in causa il Governo

Oltre ai ministri (Adolfo Urso, responsabile del Piano BUL su cui verte la lettera di Fibercop, Tommaso Foti, titolare del PNRR, e il titolare del Mef Giancarlo Giorgetti, azionista di Fibercop) sono stati informati anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’innovazione Alessio Butti (responsabile del dossier Italia 1 Giga) e il capo di gabinetto Gaetano Caputi.

Visti i destinatari della missiva, è chiaro che lo scontro fra le parti si alza di livello e investe a questo punto tutto il Governo e non più soltanto il Dipartimento della Trasformazione Digitale guidato da Alessio Butti. Un salto di qualità che arriva nel momento clou delle trattative, (a questo punto arenate?), per la rimodulazione del Piano Italia 1 Giga, sotto la difficile regia del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, per non perdere i fondi del PNRR. Il Sottosegretario Butti una quindicina di giorni era stato ottimista nel trovare una “rapida soluzione”. Attesa da tutti.

Italia 1 Giga, salta la soluzione attesa entro il 30 giugno?

Fatto sta, che entro il 30 giugno era atteso un responso da parte del Dipartimento della Transizione Digitale sulla proposta di Open Fiber di rimodulare gli obiettivi del bando Italia 1 Giga, con un maggior ricorso (iniziale e temporaneo) alla tecnologia FWA per una quota dei civici in ritardo, al posto della più complessa copertura FTTH che sarebbe garantita con un anno di ritardo. Un escamotage avanzato per non bucare gli obiettivi di copertura fissati al 30 giugno 2026 e salvare così i fondi del PNRR.

Ma la lettera inviata mercoledì scorso e firmata da Massimo Sarmi, presidente e ad della società, nonché persona di garanzia eletta nel Cda di Fibercop su indicazione del Mef, cambia le carte in tavola. La missiva recita: “Con spirito di collaborazione istituzionale”, l’azienda ritiene che i 660 milioni stanziati a favore di Open Fiber sarebbero “suscettibili di integrare gli estremi di un aiuto di Stato ove non notificato, circostanza rispetto alla quale si ritiene opportuno ricorrere al vaglio delle istituzioni Ue competenti”.

La misura del “contributo” era stata decisa sulla base del contratto per il Piano Bul aree bianche di concessione a Open Fiber per consentire il riequilibrio del piano economico e finanziario nelle aree bianche in concessione con Infratel, dopo una lunga interlocuzione tra periti e tecnici, vagliata dal Nars, e approvata il 21 gennaio scorso con un Dpcm. Peraltro 50 milioni sono stati già pagati alla controllata di Cdp (che ha il 60% di Open Fiber), e i restanti 610 saranno divisi in tre rate da pagare nel 2027, 2028 e 2029.

Critiche sopite da subito

Già all’epoca dei fatti, a ottobre quando circolò la prima bozza della legge di bilancio, c’erano stati non pochi mal di pancia sotto traccia da più parti per la misura accordata dal Governo, che certamente ha contribuito a creare un quadro positivo per il successivo rifinanziamento del project financing di Open Fiber da parte delle banche a inizio anno.

Secondo Fibercop gli effetti del rimborso “sarebbero idonei ad alterare le condizioni di concorrenza nel mercato nazionale delle infrastrutture di rete a banda ultralarga”. Fonti vicine a Fibercop precisano che “nessuna iniziativa è stata ancora presa e l’azienda rimane disponibile al dialogo per meglio approfondire il tema”. La lettera si chiude infatti così: “Nel rispetto del principio di leale cooperazione la scrivente resta fin d’ora disponibile a ogni interlocuzione con Voi anche volta ad approfondire la questione della relativa notifica del provvedimento”. Fonti vicine al Mef citate da Repubblica riferiscono invece “grande stupore”, per le azioni poste in essere da Fibercop.

Strano davvero che vi sia stupore nel MEF, visto che il Tesoro detiene una quota del 16% in Fibercop. La missiva è stata forse inviata dal primo azionista KKR senza informare il socio pubblico?   

Climax di tensione fra le parti

Quel che è certo è che il clima fra le parti è sempre più ad alta tensione. Chi scommetteva su una prossima soluzione della contesa non sarà contento. Vista la situazione, una fusione fra le due aziende con conseguente earn out di 2,5 miliardi di euro per Tim da parte di KKR, sembra oggi come oggi lontano anni luce.

A questo punto, resta aperta anche la partita Italia 1 Giga.

Riuscirà il Governo a mediare e a trovare un punto di incontro fra i due competitor?

Si ricorda che già un precedente tentativo di mediazione, dopo la proposta di subentro da parte di Fibercop in alcuni se non tutti i lotti di Open Fiber, è stata rispedita a mittente dall’operatore controllato da Cdp (60%) e Macquarie (40%) perché considerata irricevibile.

Da un paio di settimane, la situazione era rimasta in stallo, senza grosse novità in attesa della deadline ideale del 30 giugno. Ma oggi si vede con plastica chiarezza che sotto la cenere covava un fuoco non sopito, anzi ben vivo, che oggi ha prodotto una nuova fiammata da parte di Fibercop. L’operatore controllato da KKR, con questa missiva al Governo, spera di smuovere le acque dell’ultrabroadband. E dimostra inoltre che non ha alcuna remora ad alzare il livello dello scontro.

Trovare una soluzione al nodo Italia 1 Giga diventa sempre più urgente. Se l’obiettivo è salvare i fondi del PNRR, sarà bene che ci si sieda intorno ad un tavolo e che alla presenza del Governo si trovi una soluzione in tempi stretti. Altrimenti Fibercop si rivolgerà a Bruxelles e la partita uscirà dalla nostra giurisdizione, con conseguenze imprevedibili.

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Bilancio Integrato e Capitale Infrastrutturale. Intervista ad Andrea Mondo (INWIT)

Bilancio Integrato e Capitale Infrastrutturale. Intervista ad Andrea Mondo, Direttore Technology & Operations di INWIT.

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